Negoziati tra Iran e Stati Uniti: una ridefinizione degli equilibri di potere in Medio Oriente o la gestione temporanea di una crisi cronica?

Pressenza - Sunday, June 28, 2026

Per milioni di cittadini in Iran, Libano, Israele e in tutto il Medio Oriente, I negoziati in corso tra Teheran e Washington non rappresentano soltanto un dossier diplomatico. L’esito di questi colloqui potrebbe influenzare direttamente la sicurezza regionale, I prezzi dell’energia, gli investimenti, il commercio, l’occupazione e persino la possibilità di un nuovo conflitto su larga scala.

Per questo motivo, ogni sviluppo nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti va ben oltre la dimensione politica: riguarda concretamente il futuro e la vita quotidiana delle popolazioni della regione.

Negli ultimi mesi, il lungo confronto tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti è tornato al centro delle dinamiche geopolitiche mediorientali. La ripresa dei colloqui diplomatici, le ipotesi sullo sblocco di parte dei fondi iraniani congelati, il possibile ritorno degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e, parallelamente, gli sviluppi in Libano, nello Stretto di Hormuz e le crescenti divergenze tattiche tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno riaperto interrogativi fondamentali sul futuro della regione.

Tuttavia, uno degli errori più frequenti nell’analisi di questa fase consiste nel ridurre tutto alla sola questione nucleare. Ciò che oggi si sta discutendo tra Teheran e Washington non riguarda semplicemente il numero delle centrifughe, il livello di arricchimento dell’uranio o lo sblocco di alcuni miliardi di dollari.

In realtà, siamo di fronte a una competizione molto più ampia e strutturale: una disputa sulla futura architettura di sicurezza del Medio Oriente e sulla redistribuzione degli equilibri di potere regionali.

Dalla risoluzione della crisi alla gestione della crisi

Nella teoria delle relazioni internazionali esiste una distinzione fondamentale tra “risoluzione del conflitto” (Conflict Resolution) e “gestione del conflitto” (Conflict Management).

La risoluzione implica l’eliminazione delle cause profonde della tensione. La gestione, invece, si limita a controllarne gli effetti, riducendo il rischio di escalation senza affrontarne realmente le radici.

Da questo punto di vista, ciò che sta avvenendo oggi tra Iran e Stati Uniti sembra appartenere più alla seconda categoria che alla prima.

Tre grandi questioni rimangono infatti irrisolte:

  • Il ruolo regionale dell’Iran e della sua rete di alleanze;
  • Il sistema delle sanzioni e la politica della pressione economica;
  • L’equilibrio strategico tra Iran, Israele e gli alleati arabi di Washington.

Finché questi nodi resteranno aperti, sarà difficile considerare qualsiasi accordo come la conclusione definitiva di una rivalità che dura da oltre quarant’anni.

In altre parole, non stiamo assistendo alla fine della crisi, ma a un tentativo di contenerla e renderla più gestibile.

La dottrina Trump: l’arte dell’accordo o il minimalismo strategico?

Donald Trump ha sempre interpretato la politica estera attraverso una logica eminentemente transazionale. Diversamente da molti presidenti americani del passato, egli tende a considerare le crisi internazionali come problemi negoziabili, da affrontare attraverso incentivi economici, pressioni politiche e accordi pragmatici.

In questa prospettiva, la diplomazia non è necessariamente uno strumento per costruire fiducia reciproca, ma un mezzo per raggiungere risultati concreti e immediati.

Tuttavia, il dossier iraniano presenta caratteristiche molto diverse rispetto ad altri contenziosi internazionali.

Per la Repubblica Islamica, il programma nucleare non rappresenta soltanto una questione tecnologica o energetica. Nel corso degli anni è diventato un simbolo di sovranità nazionale, indipendenza strategica e resistenza alle pressioni esterne.

Per Washington, al contrario, impedire che l’Iran raggiunga lo status di potenza nucleare di soglia costituisce un elemento fondamentale dell’architettura di sicurezza regionale.

Il rischio, dunque, è che divergenze strutturali e profonde vengano temporaneamente trasformate in una semplice trattativa politica. Un accordo può ridurre la tensione nel breve periodo, ma non necessariamente risolvere le cause che l’hanno generata.

L’economia politica dei fondi iraniani congelati

Uno dei temi più discussi riguarda la possibile liberazione di una parte delle risorse finanziarie iraniane bloccate all’estero.

Nel dibattito pubblico emergono spesso due narrazioni opposte: da un lato chi sostiene che questi fondi saranno destinati direttamente alla popolazione; dall’altro chi ritiene che finiranno per rafforzare esclusivamente le strutture dello Stato.

La realtà è molto più complessa.

L’economia iraniana è stata modellata per decenni dall’interazione tra economia petrolifera e regime sanzionatorio. Questo ha contribuito alla formazione di ciò che gli studiosi definiscono uno “Stato rentier”, ovvero uno Stato che dipende in larga misura da rendite esterne piuttosto che dalla tassazione interna.

In sistemi di questo tipo, la distinzione tra effetti economici e conseguenze politiche diventa estremamente sfumata.

Anche qualora I fondi liberati venissero destinati esclusivamente all’acquisto di medicinali, beni essenziali o prodotti umanitari, si produrrebbe comunque un effetto indiretto sul bilancio pubblico.

Gli economisti definiscono questo fenomeno “fungibilità di bilancio” (Budgetary Fungibility): quando una determinata spesa viene coperta da nuove risorse esterne, altre risorse interne si liberano automaticamente per essere utilizzate altrove.

Per questo motivo, valutare l’impatto di tali fondi significa osservare non solo la loro destinazione formale, ma anche le conseguenze sistemiche che producono sull’intera struttura economica e politica del Paese.

Lo Stretto di Hormuz: deterrenza asimmetrica nel cuore dell’energia globale

Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un passaggio marittimo. È uno dei punti strategicamente più importanti del pianeta.

Una quota significativa delle esportazioni mondiali di petrolio e gas attraversa quotidianamente questo corridoio marittimo. Qualsiasi interruzione della navigazione potrebbe provocare conseguenze immediate sui mercati energetici globali.

Per comprendere la strategia iraniana è utile fare riferimento al concetto di Anti-Access/Area Denial (A2/AD), una dottrina militare finalizzata ad aumentare i costi operativi per eventuali avversari.

Negli ultimi due decenni l’Iran ha sviluppato capacità missilistiche, navali e asimmetriche proprio con l’obiettivo di rendere più rischiosa qualsiasi operazione militare ostile nel Golfo Persico.

Da questa prospettiva, le minacce relative alla chiusura dello Stretto di Hormuz non devono essere interpretate necessariamente come piani operativi immediati, ma come strumenti di deterrenza strategica.

Allo stesso modo, le dichiarazioni di Trump sulla possibilità di imporre costi o controlli legati alla navigazione riflettono soprattutto una volontà di riaffermare il ruolo degli Stati Uniti come garante della sicurezza marittima regionale.

Il dossier libanese: il punto d’incontro tra nucleare e sicurezza regionale

Uno degli aspetti più interessanti delle attuali negoziazioni è l’emergere del dossier libanese come elemento centrale della discussione.

Molti osservatori continuano a considerare il Libano come una questione separata rispetto al programma nucleare iraniano. In realtà, le due dimensioni sono sempre più interconnesse.

Per Israele, Hezbollah rappresenta una delle principali minacce strategiche lungo il confine settentrionale.

Per l’Iran, invece, il movimento sciita libanese costituisce una componente importante della propria profondità strategica e del proprio sistema di deterrenza regionale.

Questo intreccio rende impossibile affrontare il dossier nucleare senza considerare le implicazioni regionali più ampie.

In termini teorici, siamo di fronte a un classico “dilemma della sicurezza” (Security Dilemma): ogni misura adottata da una parte per rafforzare la propria sicurezza viene percepita dall’altra come una minaccia.

È proprio questa dinamica che continua ad alimentare la sfiducia reciproca e a rendere fragile qualsiasi accordo.

Le divergenze tra Trump e Netanyahu

Un altro elemento rilevante è rappresentato dalle crescenti divergenze tattiche tra Washington e Tel Aviv.

Ciò non significa che l’alleanza strategica tra Stati Uniti e Israele sia in discussione. Tuttavia, emerge con sempre maggiore evidenza una differenza di approccio rispetto alla gestione della questione iraniana.

Trump appare interessato soprattutto a evitare un nuovo coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Una parte significativa dell’establishment politico e della leadership israeliana, invece, continua a ritenere che l’attuale fase rappresenti un’opportunità per ridurre il peso strategico dell’Iran e dei suoi alleati regionali.

Dal punto di vista israeliano, il problema non riguarda soltanto il programma nucleare. Esiste anche il timore che un accordo possa consolidare la posizione geopolitica di Teheran senza affrontare questioni come il programma missilistico o le reti di alleanze regionali.

Per questa ragione, le divergenze tra Washington e Tel Aviv non riguardano necessariamente l’obiettivo finale, ma piuttosto il percorso attraverso cui raggiungerlo.

Il dossier iraniano e le elezioni americane del 2028

Le trattative in corso non influenzano soltanto la politica estera americana. Sempre più spesso esse vengono lette anche attraverso il prisma della politica interna degli Stati Uniti.

Per Donald Trump, un accordo che limiti il programma nucleare iraniano senza trascinare gli Stati Uniti in una nuova guerra rappresenterebbe un importante successo politico.

Ma il dossier assume un significato ancora più rilevante per figure emergenti come J.D. Vance.

Molti osservatori considerano Vance uno dei possibili protagonisti delle elezioni presidenziali del 2028. In questo contesto, il successo o il fallimento delle trattative con l’Iran potrebbe influenzare direttamente il suo futuro politico.

Se il negoziato dovesse produrre risultati tangibili, esso potrebbe essere presentato come un esempio di leadership efficace e pragmatica. In caso contrario, il dossier rischierebbe di trasformarsi in un elemento di vulnerabilità politica.

Di conseguenza, il futuro delle relazioni tra Iran e Stati Uniti non dipende soltanto dagli sviluppi regionali, ma anche dalle dinamiche interne della politica americana.

Conclusioni

Il Medio Oriente contemporaneo sembra essersi allontanato sia dalla prospettiva della guerra totale sia da quella di una pace stabile e duratura.

La regione è entrata in una fase intermedia, caratterizzata da crisi persistenti che vengono contenute, gestite e rinviate, senza essere realmente risolte.

In questo contesto, I negoziati tra Iran e Stati Uniti appaiono meno come il punto finale di una lunga rivalità e più come un tentativo di ridurne temporaneamente I costi.

Le questioni fondamentali restano aperte: il futuro del programma nucleare iraniano, il sistema delle sanzioni, il ruolo regionale di Teheran e la definizione di una nuova architettura di sicurezza per il Medio Oriente.

Finché questi nodi strutturali non verranno affrontati in modo sostanziale, qualsiasi accordo rischierà di rappresentare non la fine della crisi, ma soltanto una nuova fase della sua gestione.

La vera domanda, dunque, non è se verrà firmato un accordo. La domanda cruciale è se tale accordo sarà in grado di affrontare le cause profonde del conflitto o se finirà semplicemente per rinviare, ancora una volta, le tensioni che continuano a definire il panorama geopolitico della regione.

Shayan Moradi