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Bombardare sperando che serva a qualcosa
Dopo otto notti di bombardamento si può certamente dire che la guerra (israelo-)americana contro l’Iran è ricominciata su grande scala. Del resto era l’unica cosa vera detta da Trump da quando è nato, in una lettera al Congresso per rispettare l’obbligo di legge che fa scattare – di nuovo, dopo […] L'articolo Bombardare sperando che serva a qualcosa su Contropiano.
July 19, 2026
Contropiano
“Dopo Netanyahu non cambierà nulla”. Intervista a Gideon Levy:
“Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato in abito regionale e anche se le elezioni del prossimo autunno vedessero l’uscita di scena di Netanyahu, le cose non cambieranno in alcun modo”. Gideon Levy, editorialista […] L'articolo “Dopo Netanyahu non cambierà nulla”. Intervista a Gideon Levy: su Contropiano.
July 18, 2026
Contropiano
Il valzer degli scontenti, tra Meloni e Israele
Il vertice NATO che si tiene ad Ankara pare che sancirà un riavvicinamento strategico tra USA e Turchia. Ciò inevitabilmente determinerà in maniera formale l’allentamento del rapporto tra USA e Israele. Trump è infuriato con Netanyahu che lo ha trascinato nell’avventura bellica contro l’Iran da cui – nonostante le fandonie […] L'articolo Il valzer degli scontenti, tra Meloni e Israele su Contropiano.
July 8, 2026
Contropiano
Mentre Iran e Stati Uniti dialogano, Israele sceglie la guerra eterna
Escluso dalle discussioni sul futuro della regione, Netanyahu sta dicendo agli israeliani che dovranno cavarsela da soli — e tutti annuiscono in segno di assenso. All’interno di Israele, la reazione ai colloqui in corso tra gli Stati Uniti e l’Iran può dirci molto sullo stato della coscienza collettiva israeliana a quasi tre anni dal 7 ottobre. In occasione della firma del memorandum d’intesa all’inizio di questo mese, forse il fatto più difficile da riconoscere per l’opinione pubblica israeliana, per non parlare poi di accettarlo, è stato che Israele non è parte dell’accordo che sta prendendo forma. L’accordo e i negoziati che lo hanno prodotto rappresentano un cambiamento politico radicale e senza precedenti nell’equilibrio di potere regionale. Per la prima volta, la percezione israeliana della realtà e le azioni che ne derivano — secondo cui Israele affronta una minaccia esistenziale da parte dell’Iran e qualsiasi azione offensiva intrapresa da Israele contro la Repubblica Islamica o i suoi alleati è necessariamente appropriata e giustificata — non hanno trovato un’accettazione immediata e incondizionata. Le conseguenze di questi colloqui — condotti all’insaputa di Israele — coinvolgeranno Israele in vari modi, dalla sicurezza nazionale all’economia. Il tentativo di forgiare un accordo regionale basato su intese tra Stati Uniti e Iran, con il consenso attivo e discreto delle leadership arabe in tutta la regione, in particolare nel Golfo, è di per sé senza precedenti. Che Israele potesse essere messo da parte in un accordo del genere sarebbe stato impensabile solo poche settimane fa. Certo, l’amministrazione Trump sembra ancora pronta e disposta a sostenere l’intensificazione dei bombardamenti israeliani in Libano, parallelamente ai bombardamenti e alla carestia in corso a Gaza. Ma le dure parole del vicepresidente J.D. Vance rivolte al governo israeliano — secondo cui «non si possono risolvere tutti i problemi di sicurezza nazionale ricorrendo all’uso della forza» — danno un’idea di come la politica statunitense nei confronti di Israele possa cambiare. I colloqui tra Stati Uniti e Iran sono stati descritti in vari modi dai media israeliani, ma molti convergono sul senso di un tradimento da parte americana. I commentatori della destra israeliana, in particolare della destra religiosa, non hanno esitato a esprimere la loro delusione nei confronti di Donald Trump, arrivando addirittura ad accusarlo di «abbandono». Osservazioni simili sono state espresse anche da figure di spicco della destra religiosa americana, le quali hanno insistito sul fatto che senza Israele gli Stati Uniti non esisterebbero nemmeno e che Dio stesso ha creato Israele e lo ha insediato in Medio Oriente per garantire la pace mondiale. UNA GUERRA SENZA FINE Mentre i colloqui proseguono e sembrano addirittura prospettare un orizzonte significativamente più ampio della semplice “fine della guerra”, i media israeliani sono tornati a trattarli dal punto di vista particolarmente apprezzato dall’opinione pubblica israeliana: la politica interna. I colloqui sono generalmente considerati un fallimento per Netanyahu. Quando un sito di notizie che rappresenta il mainstream israeliano quanto Ynet pubblica un articolo intitolato «Le argomentazioni e la verità: il fallimento dell’accordo con l’Iran e le minacce che permangono — Verifica dei fatti su Netanyahu», ciò segnala un diffuso scetticismo nei confronti del metodo e dell’operato di Netanyahu. Tuttavia, all’interno di Israele esiste un consenso più ampio su ciò che dovrebbe accadere ora. L’opinione prevalente è che, dato l’impegno incrollabile della Repubblica Islamica a distruggere Israele, Israele non abbia altra scelta che continuare ad agire da solo per eliminare l’influenza dell’Iran in tutto il Medio Oriente. In altre parole, il compito primario di Israele ora è trovare un modo per agire da solo al fine di garantire la propria sicurezza, vista la mancanza di impegno da parte di Washington. L’espressione più raffinata di questo consenso è stata articolata dallo stesso Netanyahu in una rara intervista rilasciata questa settimana al Canale 14 della TV israeliana, un canale dedicato alla glorificazione personale di Netanyahu, accompagnata da una vigorosa esaltazione dei valori dell’estrema destra e da attacchi in termini forti contro il campo liberale israeliano. L’intervista è stata rilasciata al programma più popolare di questo canale, “The Patriots”: un format polemico dal ritmo serrato, basato su risposte brevi e formulate in modo veemente a domande di carattere politico. Non si tratta di un contesto che si assocerebbe necessariamente a un’intervista al primo ministro, ed è stato chiaramente concepito come strumento per consentire a Netanyahu di esprimere dichiarazioni concise, incisive e aggressive. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu interviene durante un’intervista al programma “The Patriots” di Channel 14, a Modi’in, il 18 ottobre 2025. (Aloni Mor/Flash90) Alla domanda su quando sarebbe finita “la guerra”, Netanyahu ha risposto: “La ricerca della vittoria totale non finirà mai. Se si vuole vivere nel mondo e in Medio Oriente, bisogna essere molto, molto forti”. Vale la pena soffermarsi sulla scelta delle parole di Netanyahu. Egli non ha fornito dichiarazioni contestualizzate, del tipo: “Rimarremo in Libano finché Hezbollah non sarà stato completamente disarmato”. Lascia compiti del genere al suo fedele ministro della Difesa, Israel Katz, che è fin troppo felice di essere la voce del suo padrone. Netanyahu ha invece fornito un’articolazione paradigmatica della dottrina di sicurezza nazionale di Israele dopo il 7 ottobre. La guerra non finirà mai. La guerra è la condizione della vita — non di una vita buona, ma della vita in quanto tale. Questa dottrina richiede una forza straordinaria, misurata soprattutto dalla capacità di attaccare i propri nemici con «completa libertà d’azione» (un’espressione coniata dal predecessore di Netanyahu, Ehud Barak — che ora, ironia della sorte, è tra i suoi critici più accaniti). Tale impunità è sia la condizione sia il risultato dell’essere, secondo le parole enfatiche dello stesso Netanyahu, «molto, molto forti». ISRAELE CONTRO IL MONDO Israele è alle soglie della stagione elettorale ufficiale. Non c’è momento migliore di questo per distinguersi con un messaggio politico alternativo, per cercare di plasmare una nuova base e lavorare per conquistare voti. Eppure, per quanto riguarda i rivali di Netanyahu, regna il silenzio: non è emersa nemmeno una parola di critica che metta in discussione queste affermazioni. Né sono giunte critiche di questo tipo dai liberali israeliani e dalla società civile in senso più ampio — riguardo al protocollo d’intesa tra l’Iran e gli Stati Uniti, ai negoziati con il Libano che ne sono scaturiti, o al continuo genocidio e alla pulizia etnica a Gaza, così come in Cisgiordania. Un convoglio di veicoli militari israeliani entra nel Libano meridionale, 29 giugno 2026. (Ayal Margolin/Flash90) Dopo quasi tre anni di guerra, tra l’opinione pubblica ebraica in Israele esiste un ampio e profondo consenso riguardo alla natura dello Stato di Israele. Secondo tale consenso, Israele necessita di quella stessa “completa libertà d’azione” per poter continuare a esistere. Da questo punto di vista, non c’è altra via d’uscita, perché all’inizio e alla fine di ogni discussione si trova l’ostilità astorica del «mondo» nei confronti degli «ebrei». Israele non ha alcun modo concreto per dissipare questa ostilità se non quello di rimanere costantemente vigile e di sferrare attacchi senza restrizioni ogni volta che lo ritenga necessario. Se Israele è stato ignorato persino dall’amministrazione Trump, allora, secondo questa visione del mondo, non può aspettarsi assolutamente nulla dal «mondo». È improbabile che sia un caso che Netanyahu abbia incluso il «mondo» insieme al Medio Oriente nella sua descrizione della forza necessaria per sopravvivere. Di solito non lo fa. Più spesso, include Israele all’interno di quel «mondo» per presentarlo come l’avamposto occidentale nella battaglia contro i selvaggi che minacciano la «civiltà giudaico-cristiana». Questa volta, tuttavia, ha chiarito che nemmeno il mondo era al sicuro dall’ira di Israele. Perché? Perché il mondo aveva abbandonato Israele. Israele rimane perfettamente in grado di uccidere molte altre migliaia di palestinesi e libanesi e di affossare l’accordo tra Stati Uniti e Iran, anche se dubito sinceramente che Israele sia in grado di attaccare l’Iran da solo senza il consenso di Trump. Tuttavia, il messaggio principale trasmesso dalle parole di Netanyahu, e dalla tacita accettazione delle stesse da parte dei suoi oppositori, è diverso. Le risorse di Israele si esauriranno e, prima o poi, il Paese si ritroverà senza amici. Il messaggio più importante lanciato da Israele — dal suo primo ministro così come dalla grande maggioranza dei suoi cittadini ebrei — è che il Paese sta uscendo di scena da qualsiasi orizzonte internazionale. Non si considera più vincolato da alcuna legge o regola se non quelle della guerra eterna che sostiene di combattere. Questo non è stato detto apertamente: Israele continua a mantenere una parvenza di attività internazionale, dal presunto dispiegamento di truppe in Somaliland alla costruzione di solide relazioni con regimi autoritari attraverso l’esportazione di strumenti di sorveglianza informatica, competenze militari e armi. Tuttavia, gli israeliani ebrei sono uniti nel loro sostegno alla guerra perpetua, il che significa di fatto intraprendere un percorso regionale e globale sempre più solitario. Più Israele persiste, meno buona volontà troverà. Da solo, Israele non può sostenere questo sforzo all’infinito. Il divario tra sentimento e realtà è destinato ad aumentare. Non si può prevedere quale fine, se mai ce ne sarà una, lo attenda. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. +972 Magazine
July 6, 2026
Pressenza
Negoziati tra Iran e Stati Uniti: una ridefinizione degli equilibri di potere in Medio Oriente o la gestione temporanea di una crisi cronica?
Per milioni di cittadini in Iran, Libano, Israele e in tutto il Medio Oriente, I negoziati in corso tra Teheran e Washington non rappresentano soltanto un dossier diplomatico. L’esito di questi colloqui potrebbe influenzare direttamente la sicurezza regionale, I prezzi dell’energia, gli investimenti, il commercio, l’occupazione e persino la possibilità di un nuovo conflitto su larga scala. Per questo motivo, ogni sviluppo nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti va ben oltre la dimensione politica: riguarda concretamente il futuro e la vita quotidiana delle popolazioni della regione. Negli ultimi mesi, il lungo confronto tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti è tornato al centro delle dinamiche geopolitiche mediorientali. La ripresa dei colloqui diplomatici, le ipotesi sullo sblocco di parte dei fondi iraniani congelati, il possibile ritorno degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e, parallelamente, gli sviluppi in Libano, nello Stretto di Hormuz e le crescenti divergenze tattiche tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno riaperto interrogativi fondamentali sul futuro della regione. Tuttavia, uno degli errori più frequenti nell’analisi di questa fase consiste nel ridurre tutto alla sola questione nucleare. Ciò che oggi si sta discutendo tra Teheran e Washington non riguarda semplicemente il numero delle centrifughe, il livello di arricchimento dell’uranio o lo sblocco di alcuni miliardi di dollari. In realtà, siamo di fronte a una competizione molto più ampia e strutturale: una disputa sulla futura architettura di sicurezza del Medio Oriente e sulla redistribuzione degli equilibri di potere regionali. Dalla risoluzione della crisi alla gestione della crisi Nella teoria delle relazioni internazionali esiste una distinzione fondamentale tra “risoluzione del conflitto” (Conflict Resolution) e “gestione del conflitto” (Conflict Management). La risoluzione implica l’eliminazione delle cause profonde della tensione. La gestione, invece, si limita a controllarne gli effetti, riducendo il rischio di escalation senza affrontarne realmente le radici. Da questo punto di vista, ciò che sta avvenendo oggi tra Iran e Stati Uniti sembra appartenere più alla seconda categoria che alla prima. Tre grandi questioni rimangono infatti irrisolte: * Il ruolo regionale dell’Iran e della sua rete di alleanze; * Il sistema delle sanzioni e la politica della pressione economica; * L’equilibrio strategico tra Iran, Israele e gli alleati arabi di Washington. Finché questi nodi resteranno aperti, sarà difficile considerare qualsiasi accordo come la conclusione definitiva di una rivalità che dura da oltre quarant’anni. In altre parole, non stiamo assistendo alla fine della crisi, ma a un tentativo di contenerla e renderla più gestibile. La dottrina Trump: l’arte dell’accordo o il minimalismo strategico? Donald Trump ha sempre interpretato la politica estera attraverso una logica eminentemente transazionale. Diversamente da molti presidenti americani del passato, egli tende a considerare le crisi internazionali come problemi negoziabili, da affrontare attraverso incentivi economici, pressioni politiche e accordi pragmatici. In questa prospettiva, la diplomazia non è necessariamente uno strumento per costruire fiducia reciproca, ma un mezzo per raggiungere risultati concreti e immediati. Tuttavia, il dossier iraniano presenta caratteristiche molto diverse rispetto ad altri contenziosi internazionali. Per la Repubblica Islamica, il programma nucleare non rappresenta soltanto una questione tecnologica o energetica. Nel corso degli anni è diventato un simbolo di sovranità nazionale, indipendenza strategica e resistenza alle pressioni esterne. Per Washington, al contrario, impedire che l’Iran raggiunga lo status di potenza nucleare di soglia costituisce un elemento fondamentale dell’architettura di sicurezza regionale. Il rischio, dunque, è che divergenze strutturali e profonde vengano temporaneamente trasformate in una semplice trattativa politica. Un accordo può ridurre la tensione nel breve periodo, ma non necessariamente risolvere le cause che l’hanno generata. L’economia politica dei fondi iraniani congelati Uno dei temi più discussi riguarda la possibile liberazione di una parte delle risorse finanziarie iraniane bloccate all’estero. Nel dibattito pubblico emergono spesso due narrazioni opposte: da un lato chi sostiene che questi fondi saranno destinati direttamente alla popolazione; dall’altro chi ritiene che finiranno per rafforzare esclusivamente le strutture dello Stato. La realtà è molto più complessa. L’economia iraniana è stata modellata per decenni dall’interazione tra economia petrolifera e regime sanzionatorio. Questo ha contribuito alla formazione di ciò che gli studiosi definiscono uno “Stato rentier”, ovvero uno Stato che dipende in larga misura da rendite esterne piuttosto che dalla tassazione interna. In sistemi di questo tipo, la distinzione tra effetti economici e conseguenze politiche diventa estremamente sfumata. Anche qualora I fondi liberati venissero destinati esclusivamente all’acquisto di medicinali, beni essenziali o prodotti umanitari, si produrrebbe comunque un effetto indiretto sul bilancio pubblico. Gli economisti definiscono questo fenomeno “fungibilità di bilancio” (Budgetary Fungibility): quando una determinata spesa viene coperta da nuove risorse esterne, altre risorse interne si liberano automaticamente per essere utilizzate altrove. Per questo motivo, valutare l’impatto di tali fondi significa osservare non solo la loro destinazione formale, ma anche le conseguenze sistemiche che producono sull’intera struttura economica e politica del Paese. Lo Stretto di Hormuz: deterrenza asimmetrica nel cuore dell’energia globale Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un passaggio marittimo. È uno dei punti strategicamente più importanti del pianeta. Una quota significativa delle esportazioni mondiali di petrolio e gas attraversa quotidianamente questo corridoio marittimo. Qualsiasi interruzione della navigazione potrebbe provocare conseguenze immediate sui mercati energetici globali. Per comprendere la strategia iraniana è utile fare riferimento al concetto di Anti-Access/Area Denial (A2/AD), una dottrina militare finalizzata ad aumentare i costi operativi per eventuali avversari. Negli ultimi due decenni l’Iran ha sviluppato capacità missilistiche, navali e asimmetriche proprio con l’obiettivo di rendere più rischiosa qualsiasi operazione militare ostile nel Golfo Persico. Da questa prospettiva, le minacce relative alla chiusura dello Stretto di Hormuz non devono essere interpretate necessariamente come piani operativi immediati, ma come strumenti di deterrenza strategica. Allo stesso modo, le dichiarazioni di Trump sulla possibilità di imporre costi o controlli legati alla navigazione riflettono soprattutto una volontà di riaffermare il ruolo degli Stati Uniti come garante della sicurezza marittima regionale. Il dossier libanese: il punto d’incontro tra nucleare e sicurezza regionale Uno degli aspetti più interessanti delle attuali negoziazioni è l’emergere del dossier libanese come elemento centrale della discussione. Molti osservatori continuano a considerare il Libano come una questione separata rispetto al programma nucleare iraniano. In realtà, le due dimensioni sono sempre più interconnesse. Per Israele, Hezbollah rappresenta una delle principali minacce strategiche lungo il confine settentrionale. Per l’Iran, invece, il movimento sciita libanese costituisce una componente importante della propria profondità strategica e del proprio sistema di deterrenza regionale. Questo intreccio rende impossibile affrontare il dossier nucleare senza considerare le implicazioni regionali più ampie. In termini teorici, siamo di fronte a un classico “dilemma della sicurezza” (Security Dilemma): ogni misura adottata da una parte per rafforzare la propria sicurezza viene percepita dall’altra come una minaccia. È proprio questa dinamica che continua ad alimentare la sfiducia reciproca e a rendere fragile qualsiasi accordo. Le divergenze tra Trump e Netanyahu Un altro elemento rilevante è rappresentato dalle crescenti divergenze tattiche tra Washington e Tel Aviv. Ciò non significa che l’alleanza strategica tra Stati Uniti e Israele sia in discussione. Tuttavia, emerge con sempre maggiore evidenza una differenza di approccio rispetto alla gestione della questione iraniana. Trump appare interessato soprattutto a evitare un nuovo coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti in Medio Oriente. Una parte significativa dell’establishment politico e della leadership israeliana, invece, continua a ritenere che l’attuale fase rappresenti un’opportunità per ridurre il peso strategico dell’Iran e dei suoi alleati regionali. Dal punto di vista israeliano, il problema non riguarda soltanto il programma nucleare. Esiste anche il timore che un accordo possa consolidare la posizione geopolitica di Teheran senza affrontare questioni come il programma missilistico o le reti di alleanze regionali. Per questa ragione, le divergenze tra Washington e Tel Aviv non riguardano necessariamente l’obiettivo finale, ma piuttosto il percorso attraverso cui raggiungerlo. Il dossier iraniano e le elezioni americane del 2028 Le trattative in corso non influenzano soltanto la politica estera americana. Sempre più spesso esse vengono lette anche attraverso il prisma della politica interna degli Stati Uniti. Per Donald Trump, un accordo che limiti il programma nucleare iraniano senza trascinare gli Stati Uniti in una nuova guerra rappresenterebbe un importante successo politico. Ma il dossier assume un significato ancora più rilevante per figure emergenti come J.D. Vance. Molti osservatori considerano Vance uno dei possibili protagonisti delle elezioni presidenziali del 2028. In questo contesto, il successo o il fallimento delle trattative con l’Iran potrebbe influenzare direttamente il suo futuro politico. Se il negoziato dovesse produrre risultati tangibili, esso potrebbe essere presentato come un esempio di leadership efficace e pragmatica. In caso contrario, il dossier rischierebbe di trasformarsi in un elemento di vulnerabilità politica. Di conseguenza, il futuro delle relazioni tra Iran e Stati Uniti non dipende soltanto dagli sviluppi regionali, ma anche dalle dinamiche interne della politica americana. Conclusioni Il Medio Oriente contemporaneo sembra essersi allontanato sia dalla prospettiva della guerra totale sia da quella di una pace stabile e duratura. La regione è entrata in una fase intermedia, caratterizzata da crisi persistenti che vengono contenute, gestite e rinviate, senza essere realmente risolte. In questo contesto, I negoziati tra Iran e Stati Uniti appaiono meno come il punto finale di una lunga rivalità e più come un tentativo di ridurne temporaneamente I costi. Le questioni fondamentali restano aperte: il futuro del programma nucleare iraniano, il sistema delle sanzioni, il ruolo regionale di Teheran e la definizione di una nuova architettura di sicurezza per il Medio Oriente. Finché questi nodi strutturali non verranno affrontati in modo sostanziale, qualsiasi accordo rischierà di rappresentare non la fine della crisi, ma soltanto una nuova fase della sua gestione. La vera domanda, dunque, non è se verrà firmato un accordo. La domanda cruciale è se tale accordo sarà in grado di affrontare le cause profonde del conflitto o se finirà semplicemente per rinviare, ancora una volta, le tensioni che continuano a definire il panorama geopolitico della regione. Shayan Moradi
June 28, 2026
Pressenza
Fermare il “Grande Israele” per raggiungere la pace
L’Israele espansionista non smetterà di trascinare gli Stati Uniti in guerra in Medio Oriente. Il 14 giugno, gli Stati Uniti e l’Iran hanno concordato un accordo quadro per porre fine alla loro guerra. Lo Stretto di Hormuz verrà riaperto, i bombardamenti sul Libano cesseranno e – cosa più importante – […] L'articolo Fermare il “Grande Israele” per raggiungere la pace su Contropiano.
June 25, 2026
Contropiano
Un accordo fragile, con sabotaggio incluso
L’accordo stavolta c’è, annunciano da Washington col solito contorno di mirabolanti successi yankee. L’accordo stavolta c’è, annunciano da Tehran con la consueta – e giustificata – diffidenza di chi ha imparato sulla sua pelle che degli americani non bisogna fidarsi mai. “Quale accordo? Non ne sappiamo niente, anzi neanche ne […] L'articolo Un accordo fragile, con sabotaggio incluso su Contropiano.
June 15, 2026
Contropiano
Il diritto contro la forza: Fatou Bensouda e la difesa della giustizia internazionale
di Bruno Lai 15 giugno 2012: Fatou Bensouda, giurista gambiana, diventa Procuratrice capo della Corte Penale Internazionale, CPI. Resterà in carica nove anni, fino al 15 giugno 2021. Premessa storico-filosofica Il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nei suoi importanti Lineamenti di filosofia del diritto, scrive: «[…] poiché il rapporto tra gli Stati ha per principio la loro sovranità, […]
Nelle macerie germogliano i fiori
Si alzano sempre gli occhi verso il cielo e la democrazia italiana pedala in salita,  con punti di sutura tracciati all’infinito sulla pelle di una questione meridionale che scorre nel fiume carsico del caporalato e nel biscione che tende la mano ai calabresi, lavoratori sotto-posti ad essere bruciati vivi. Si alzano sempre gli occhi verso il cielo e tutto va bene nella corte dei neo-fascisti, dove la guida si è cinta la testa so-spinta da tre colossi mondiali… assatanati, in-divisibili nel terrorismo e nell’amore per la guerra, passo dopo passo verso un nuovo giro di vite sanzionate, disciplinate, controllate e carcerate. Si alzano sempre gli occhi verso il cielo e il perbenismo borghese o-mette i soccorsi nelle macerie dove germogliano i fiori della speranza squartata dall’occi-dente che azzanna e inabissa il dissenso, con i viveri bloccati alla frontiera,  pressata e controllata dai super-nazionalisti. Si alzano sempre gli occhi verso il cielo e il reuccio del mondo, più nuovo di prima, con la sua testa mezza piena e mezza vuota, man-tiene gli Stati… unti in un pugno e canta vittoria su tutte le terre colonizzate e lavorate coni il sudore e il sangue dei nativi, pronti a com-battere i muri di gomma… lunghi e tortuosi. Pino Dicevi
June 14, 2026
Pressenza