Negoziati tra Iran e Stati Uniti: una ridefinizione degli equilibri di potere in Medio Oriente o la gestione temporanea di una crisi cronica?Per milioni di cittadini in Iran, Libano, Israele e in tutto il Medio Oriente, I
negoziati in corso tra Teheran e Washington non rappresentano soltanto un
dossier diplomatico. L’esito di questi colloqui potrebbe influenzare
direttamente la sicurezza regionale, I prezzi dell’energia, gli investimenti, il
commercio, l’occupazione e persino la possibilità di un nuovo conflitto su larga
scala.
Per questo motivo, ogni sviluppo nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti va ben
oltre la dimensione politica: riguarda concretamente il futuro e la vita
quotidiana delle popolazioni della regione.
Negli ultimi mesi, il lungo confronto tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli
Stati Uniti è tornato al centro delle dinamiche geopolitiche mediorientali. La
ripresa dei colloqui diplomatici, le ipotesi sullo sblocco di parte dei fondi
iraniani congelati, il possibile ritorno degli ispettori dell’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica e, parallelamente, gli sviluppi in Libano,
nello Stretto di Hormuz e le crescenti divergenze tattiche tra Donald Trump e
Benjamin Netanyahu hanno riaperto interrogativi fondamentali sul futuro della
regione.
Tuttavia, uno degli errori più frequenti nell’analisi di questa fase consiste
nel ridurre tutto alla sola questione nucleare. Ciò che oggi si sta discutendo
tra Teheran e Washington non riguarda semplicemente il numero delle centrifughe,
il livello di arricchimento dell’uranio o lo sblocco di alcuni miliardi di
dollari.
In realtà, siamo di fronte a una competizione molto più ampia e strutturale: una
disputa sulla futura architettura di sicurezza del Medio Oriente e sulla
redistribuzione degli equilibri di potere regionali.
Dalla risoluzione della crisi alla gestione della crisi
Nella teoria delle relazioni internazionali esiste una distinzione fondamentale
tra “risoluzione del conflitto” (Conflict Resolution) e “gestione del conflitto”
(Conflict Management).
La risoluzione implica l’eliminazione delle cause profonde della tensione. La
gestione, invece, si limita a controllarne gli effetti, riducendo il rischio di
escalation senza affrontarne realmente le radici.
Da questo punto di vista, ciò che sta avvenendo oggi tra Iran e Stati Uniti
sembra appartenere più alla seconda categoria che alla prima.
Tre grandi questioni rimangono infatti irrisolte:
* Il ruolo regionale dell’Iran e della sua rete di alleanze;
* Il sistema delle sanzioni e la politica della pressione economica;
* L’equilibrio strategico tra Iran, Israele e gli alleati arabi di Washington.
Finché questi nodi resteranno aperti, sarà difficile considerare qualsiasi
accordo come la conclusione definitiva di una rivalità che dura da oltre
quarant’anni.
In altre parole, non stiamo assistendo alla fine della crisi, ma a un tentativo
di contenerla e renderla più gestibile.
La dottrina Trump: l’arte dell’accordo o il minimalismo strategico?
Donald Trump ha sempre interpretato la politica estera attraverso una logica
eminentemente transazionale. Diversamente da molti presidenti americani del
passato, egli tende a considerare le crisi internazionali come problemi
negoziabili, da affrontare attraverso incentivi economici, pressioni politiche e
accordi pragmatici.
In questa prospettiva, la diplomazia non è necessariamente uno strumento per
costruire fiducia reciproca, ma un mezzo per raggiungere risultati concreti e
immediati.
Tuttavia, il dossier iraniano presenta caratteristiche molto diverse rispetto ad
altri contenziosi internazionali.
Per la Repubblica Islamica, il programma nucleare non rappresenta soltanto una
questione tecnologica o energetica. Nel corso degli anni è diventato un simbolo
di sovranità nazionale, indipendenza strategica e resistenza alle pressioni
esterne.
Per Washington, al contrario, impedire che l’Iran raggiunga lo status di potenza
nucleare di soglia costituisce un elemento fondamentale dell’architettura di
sicurezza regionale.
Il rischio, dunque, è che divergenze strutturali e profonde vengano
temporaneamente trasformate in una semplice trattativa politica. Un accordo può
ridurre la tensione nel breve periodo, ma non necessariamente risolvere le cause
che l’hanno generata.
L’economia politica dei fondi iraniani congelati
Uno dei temi più discussi riguarda la possibile liberazione di una parte delle
risorse finanziarie iraniane bloccate all’estero.
Nel dibattito pubblico emergono spesso due narrazioni opposte: da un lato chi
sostiene che questi fondi saranno destinati direttamente alla popolazione;
dall’altro chi ritiene che finiranno per rafforzare esclusivamente le strutture
dello Stato.
La realtà è molto più complessa.
L’economia iraniana è stata modellata per decenni dall’interazione tra economia
petrolifera e regime sanzionatorio. Questo ha contribuito alla formazione di ciò
che gli studiosi definiscono uno “Stato rentier”, ovvero uno Stato che dipende
in larga misura da rendite esterne piuttosto che dalla tassazione interna.
In sistemi di questo tipo, la distinzione tra effetti economici e conseguenze
politiche diventa estremamente sfumata.
Anche qualora I fondi liberati venissero destinati esclusivamente all’acquisto
di medicinali, beni essenziali o prodotti umanitari, si produrrebbe comunque un
effetto indiretto sul bilancio pubblico.
Gli economisti definiscono questo fenomeno “fungibilità di bilancio” (Budgetary
Fungibility): quando una determinata spesa viene coperta da nuove risorse
esterne, altre risorse interne si liberano automaticamente per essere utilizzate
altrove.
Per questo motivo, valutare l’impatto di tali fondi significa osservare non solo
la loro destinazione formale, ma anche le conseguenze sistemiche che producono
sull’intera struttura economica e politica del Paese.
Lo Stretto di Hormuz: deterrenza asimmetrica nel cuore dell’energia globale
Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un passaggio marittimo. È uno dei punti
strategicamente più importanti del pianeta.
Una quota significativa delle esportazioni mondiali di petrolio e gas attraversa
quotidianamente questo corridoio marittimo. Qualsiasi interruzione della
navigazione potrebbe provocare conseguenze immediate sui mercati energetici
globali.
Per comprendere la strategia iraniana è utile fare riferimento al concetto di
Anti-Access/Area Denial (A2/AD), una dottrina militare finalizzata ad aumentare
i costi operativi per eventuali avversari.
Negli ultimi due decenni l’Iran ha sviluppato capacità missilistiche, navali e
asimmetriche proprio con l’obiettivo di rendere più rischiosa qualsiasi
operazione militare ostile nel Golfo Persico.
Da questa prospettiva, le minacce relative alla chiusura dello Stretto di Hormuz
non devono essere interpretate necessariamente come piani operativi immediati,
ma come strumenti di deterrenza strategica.
Allo stesso modo, le dichiarazioni di Trump sulla possibilità di imporre costi o
controlli legati alla navigazione riflettono soprattutto una volontà di
riaffermare il ruolo degli Stati Uniti come garante della sicurezza marittima
regionale.
Il dossier libanese: il punto d’incontro tra nucleare e sicurezza regionale
Uno degli aspetti più interessanti delle attuali negoziazioni è l’emergere del
dossier libanese come elemento centrale della discussione.
Molti osservatori continuano a considerare il Libano come una questione separata
rispetto al programma nucleare iraniano. In realtà, le due dimensioni sono
sempre più interconnesse.
Per Israele, Hezbollah rappresenta una delle principali minacce strategiche
lungo il confine settentrionale.
Per l’Iran, invece, il movimento sciita libanese costituisce una componente
importante della propria profondità strategica e del proprio sistema di
deterrenza regionale.
Questo intreccio rende impossibile affrontare il dossier nucleare senza
considerare le implicazioni regionali più ampie.
In termini teorici, siamo di fronte a un classico “dilemma della sicurezza”
(Security Dilemma): ogni misura adottata da una parte per rafforzare la propria
sicurezza viene percepita dall’altra come una minaccia.
È proprio questa dinamica che continua ad alimentare la sfiducia reciproca e a
rendere fragile qualsiasi accordo.
Le divergenze tra Trump e Netanyahu
Un altro elemento rilevante è rappresentato dalle crescenti divergenze tattiche
tra Washington e Tel Aviv.
Ciò non significa che l’alleanza strategica tra Stati Uniti e Israele sia in
discussione. Tuttavia, emerge con sempre maggiore evidenza una differenza di
approccio rispetto alla gestione della questione iraniana.
Trump appare interessato soprattutto a evitare un nuovo coinvolgimento militare
diretto degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Una parte significativa dell’establishment politico e della leadership
israeliana, invece, continua a ritenere che l’attuale fase rappresenti
un’opportunità per ridurre il peso strategico dell’Iran e dei suoi alleati
regionali.
Dal punto di vista israeliano, il problema non riguarda soltanto il programma
nucleare. Esiste anche il timore che un accordo possa consolidare la posizione
geopolitica di Teheran senza affrontare questioni come il programma missilistico
o le reti di alleanze regionali.
Per questa ragione, le divergenze tra Washington e Tel Aviv non riguardano
necessariamente l’obiettivo finale, ma piuttosto il percorso attraverso cui
raggiungerlo.
Il dossier iraniano e le elezioni americane del 2028
Le trattative in corso non influenzano soltanto la politica estera americana.
Sempre più spesso esse vengono lette anche attraverso il prisma della politica
interna degli Stati Uniti.
Per Donald Trump, un accordo che limiti il programma nucleare iraniano senza
trascinare gli Stati Uniti in una nuova guerra rappresenterebbe un importante
successo politico.
Ma il dossier assume un significato ancora più rilevante per figure emergenti
come J.D. Vance.
Molti osservatori considerano Vance uno dei possibili protagonisti delle
elezioni presidenziali del 2028. In questo contesto, il successo o il fallimento
delle trattative con l’Iran potrebbe influenzare direttamente il suo futuro
politico.
Se il negoziato dovesse produrre risultati tangibili, esso potrebbe essere
presentato come un esempio di leadership efficace e pragmatica. In caso
contrario, il dossier rischierebbe di trasformarsi in un elemento di
vulnerabilità politica.
Di conseguenza, il futuro delle relazioni tra Iran e Stati Uniti non dipende
soltanto dagli sviluppi regionali, ma anche dalle dinamiche interne della
politica americana.
Conclusioni
Il Medio Oriente contemporaneo sembra essersi allontanato sia dalla prospettiva
della guerra totale sia da quella di una pace stabile e duratura.
La regione è entrata in una fase intermedia, caratterizzata da crisi persistenti
che vengono contenute, gestite e rinviate, senza essere realmente risolte.
In questo contesto, I negoziati tra Iran e Stati Uniti appaiono meno come il
punto finale di una lunga rivalità e più come un tentativo di ridurne
temporaneamente I costi.
Le questioni fondamentali restano aperte: il futuro del programma nucleare
iraniano, il sistema delle sanzioni, il ruolo regionale di Teheran e la
definizione di una nuova architettura di sicurezza per il Medio Oriente.
Finché questi nodi strutturali non verranno affrontati in modo sostanziale,
qualsiasi accordo rischierà di rappresentare non la fine della crisi, ma
soltanto una nuova fase della sua gestione.
La vera domanda, dunque, non è se verrà firmato un accordo. La domanda cruciale
è se tale accordo sarà in grado di affrontare le cause profonde del conflitto o
se finirà semplicemente per rinviare, ancora una volta, le tensioni che
continuano a definire il panorama geopolitico della regione.
Shayan Moradi