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“Forse c’è un accordo”, dicono stavolta gli Usa
L’ultimo annuncio è incerto come i precedenti. L’altroieri erano stati gli iraniani a dare per fatto il “Memorandum of understanding” (MOU) che dovrebbe aprire la fase della trattativa diretta vera e propria, pur sempre con la mediazione del Pakistan e sotto gli auspici dei Paesi del Golfo, che si ritrovano […] L'articolo “Forse c’è un accordo”, dicono stavolta gli Usa su Contropiano.
May 28, 2026
Contropiano
Gli USA, il “petrogas-dollaro”, e i sintomi del caos predatorio
Riportiamo la traduzione di una lunga analisi di Richard Medhurst, giornalista britannico figlio di due peacekeeper delle Nazioni Unite. I suoi pezzi, riguardanti per lo più il Vicino Oriente e, in particolare, la Siria (dove è nato) e i crimini israeliani nella recente campagna genocidiaria, sono apparsi su Al Mayadeen, […] L'articolo Gli USA, il “petrogas-dollaro”, e i sintomi del caos predatorio su Contropiano.
May 27, 2026
Contropiano
Il regime? È ancora lì
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Tianlei Wu su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Doveva essere la guerra che avrebbe “liberato l’Iran”. Ce l’hanno raccontata così per mesi con bombe intelligenti, sanzioni chirurgiche, il regime degli ayatollah in agonia. Bastava un’ultima spinta, ci dicevano, e il castello di carte sarebbe crollato. Le immagini delle proteste passate venivano mescolate con quelle dei bombardamenti e il prodotto finale era una storia semplice, quasi rassicurante: noi occidentali colpiamo il male, e il bene – il popolo iraniano, naturalmente – ringrazierà. Peccato che la realtà abbia la brutta abitudine di non adeguarsi alle sceneggiature, sceneggiature che conoscevamo già e che si sono nuovamente materializzate. Oggi, dopo mesi di bombardamenti, sanzioni e propaganda sulla “liberazione”, gli Stati Uniti stanno trattando nuovi accordi con la stessa Repubblica Islamica che giuravano di voler distruggere. Tregue. Riapertura dello Stretto di Hormuz. Alleggerimenti economici. Il nemico assoluto, il miglior nemico – quello che doveva essere spazzato via dalla storia – è tornato a essere un interlocutore. Ci si siede attorno a un tavolo. Si discute. Si negozia. Domanda dunque: a cosa è servita la guerra? A cosa è servita se si poteva arrivare a un tavolo di trattative anche prima, come molti, dentro e fuori l’Iran, avevano suggerito. Perché mai bombardare per mesi? Perché distruggere infrastrutture, uccidere civili, affamare un popolo che già soffriva, se poi l’esito è lo stesso che si sarebbe potuto ottenere senza una sola bomba? La risposta è ovvia e banale. La guerra non aveva come obiettivo la liberazione delle persone iraniane. Aveva altri obiettivi – controllo delle rotte marittime, contenimento di un nemico regionale, rassicurazione degli alleati del Golfo, spettacolo di potenza in campagna elettorale. L’Iran, il suo popolo, le sue sofferenze erano solo lo scenario. Il fondale. E quando il fondale non serve più, lo si cambia. Si passa alla scena successiva. La guerra ha avuto anche il grande compito di rafforzare ulteriormente la Repubblica Islamica. I Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione che dovevano essere decapitati dal conflitto, sono usciti più forti di prima. Perché funziona così, con le dittature e dovremmo saperlo bene. Quando arriva una minaccia esterna, la prima cosa che fanno è chiudere i ranghi. La seconda è usare quella minaccia come giustificazione per reprimere ogni opposizione interna. Il dissenso diventa tradimento. La protesta diventa spionaggio. Lo sciopero diventa sabotaggio in tempo di guerra. E i Pasdaran sono maestri in questo gioco. Hanno usato ogni bomba caduta sul territorio iraniano come una prova che “loro avevano ragione”, che il nemico è reale, che non ci si può fidare dell’Occidente, che l’unica protezione è il regime. Hanno consolidato il proprio potere economico, militare e politico più di quanto avrebbero mai potuto fare in tempo di pace. E dentro i confini, la repressione non è diminuita. È aumentata. Arresti di massa. Esecuzioni. Carcerazioni. Tortura. Tutto giustificato con la scusa della sicurezza nazionale. La guerra è stata la miglior propaganda “gratuita” per il regime. Intanto, il popolo iraniano ha pagato il conto. Milioni di persone hanno perso il lavoro. Aziende chiuse, fabbriche distrutte, catene di approvvigionamento interrotte. La stabilità economica, già precaria dopo anni di sanzioni devastanti, è crollata del tutto. L’inflazione – che era già un mostro – ha mangiato ciò che restava dei risparmi. I beni essenziali – cibo, medicine, carburante per riscaldarsi d’inverno – sono diventati un lusso per molti. Non numeri, non statistiche: madri che non possono comprare il latte per i figli. Anziani che muoiono perché i farmaci non arrivano più. Giovani che vedono il futuro chiudersi davanti come una porta sbattuta in faccia. E le infrastrutture? Distrutte. Ospedali, strade, ponti, scuole, porti. Tutto ciò che permette a un paese di funzionare, tutto ciò che permette a una persona di vivere con dignità, è stato trasformato in macerie. La guerra non ha distrutto il sistema di potere, quello è rimasto intatto, anzi rafforzato. Ha distrutto ciò che stava intorno al sistema. Ha distrutto la vita quotidiana di chi quel sistema lo subisce ogni giorno. Internet, poi, è stato oscurato e controllato. Non solo dal regime – che già lo faceva – ma anche dalle bombe che hanno distrutto le infrastrutture di telecomunicazione. La guerra ha tolto agli iraniani anche l’ultimo spazio di discussione, l’ultima piazza virtuale dove si poteva ancora provare a dire la propria. Non c’è stata “liberazione digitale”. Non c’è stata connessione con il mondo. C’è stato solo un silenzio ancora più fitto, rotto dal boato dei bombardamenti e dal rumore delle catene. Allora facciamo un bilancio. Prima della guerra: regime al potere, Pasdaran forti, sanzioni in atto, economia a pezzi, repressione sistematica, opposizione interna debole ma viva. Dopo la guerra: regime ancora al potere, Pasdaran più forti di prima, sanzioni in via di alleggerimento (ma solo perché gli Usa devono giustificare l’accordo), economia ancora più a pezzi, repressione più dura che mai, opposizione interna ridotta al silenzio. La guerra ha tolto al popolo iraniano l’ultima speranza di cambiare le cose dal basso. Perché chi voleva costruire un’alternativa democratica, non violenta, autonoma, ora è stato incarcerat3, costretto alla fuga o semplicemente mess3 a tacere dal rumore delle bombe. E quando il rumore cesserà – come sta cessando adesso, con gli accordi – si troverà davanti a un deserto. Un paese più povero, più isolato, più vulnerabile. E un regime più forte di prima. Ancora una volta, gli imperi parlano di libertà mentre trattano sulla pelle dei popoli. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Ancora una volta, chi vive sotto dittatura viene sacrificato – letteralmente sacrificato – sull’altare di un gioco sporco. Un Iran libero non nascerà dalle bombe statunitensi. Questo dovrebbe essere ormai chiaro a chiunque abbia un minimo di memoria storica. E non nascerà dalla repressione degli ayatollah, questo è altrettanto evidente. Nascerà – se mai nascerà – da un movimento interno, autonomo, paziente, faticoso, che costruisce spazi di libertà dal basso, senza aspettare che nessun impero li consegni. Un movimento che in questa guerra ha perso terreno, voce, forza, speranza. Chi oggi celebra questa guerra come una vittoria dovrebbe guardare la realtà in faccia. Senza filtri. Senza ideologia. Senza bandiere. Il regime è sopravvissuto. I Pasdaran sono più forti. La repressione è peggiorata. Le prigioni sono piene. Le esecuzioni continuano. Il popolo iraniano – quello che dicevano di voler liberare – è più povero, più isolato, più vulnerabile, più solo di prima. Missione compiuta? Sì. Per i peggiori. -------------------------------------------------------------------------------- Marina Misaghinejad, antropologa italo-iraniana, si occupa di Iran, diaspore, movimenti transfemministi e islamofobia. Pubblica alcuni suoi articoli sulla piattaforma Substack.com. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il regime? È ancora lì proviene da Comune-info.
May 26, 2026
Comune-info
Attacco Usa, da fuori di testa
“Stiamo sparando, ma con moderazione. Quindi non è una violazione del cessate il fuoco”. Lo stato zero dell’attendibilità degli Stati Uniti è certificato da questa breve sintesi, peraltro espressa da un portavoce ufficiale dell’esercito Usa. Ancora una volta (ed è la quarta), nel mentre i negoziati con l’Iran “fanno progressi” […] L'articolo Attacco Usa, da fuori di testa su Contropiano.
May 26, 2026
Contropiano
Manifestazione a Roma 23 maggio
Sabato 23 Maggio,  si è tenuta la terza manifestazione nel giro di 10 giorni in solidarietà con i popoli Palestinese, Libanese, Cubano, Iraniano e Venezuelano (a questo si devono aggiungere i quotidiani presidi davanti a Montecitorio). Le bandiere, gli striscioni e gli slogan condannavano il genocidio dei Palestinesi, tutt’ora in atto, e le guerra scatenate da Israele, con la complicità degli Stati Uniti d’America, contro il Libano e l’Iran. Uguale condanna riguardava l’azione di guerra contro il Venezuela e le minacce a Cuba. Infine si esprimeva la totale solidarietà con la Freedom e la Sumod Flottilla, nel cui contrasto Israele ha mostrato il suo volto più feroce, di vero e proprio stato canaglia. Il merito principale della manifestazione di sabato, indetta dall’USB, è stata la capacità di manifestare insieme e per gli stessi obiettivi i lavoratori e le lavoratrici con gli studenti e le studentesse che pagano i costi sociali più alti dell’economia di guerra e della progressiva distruzione dello stato sociale. Numeroso era infatti lo spezzone di Osa (gli studenti delle superiori) , Cambiare Rotta (glì universitari) ed ecoresistenze. Altro segmento importante era quello degli occupanti delle case. In testa a tutti i militanti dell’Usb che formavano l’altra metà del corteo. Migliaia di persone, forse diecimila hanno sfilato da piazza dei Cinquecento fino a piazza San Giovanni, con compostezza e determinazione, dietro agli striscioni internazionalisti e a quelli che contestavano il riarmo (“Giú le armi e su i salari”) o che sostenevano le difficili vertenze in atto. L’unico neo è che, nonostante il generoso impegno del sindacato USB, al corteo hanno partecipato praticamente solo le formazioni legate alla Rete dei Comunisti e quindi a Potere al Popolo. Oltre alla radicalità delle lotte, a partire da quelle contro il traffico di armi, fatte proprie in primis dai portuali dell’Usb, è necessario, se si vuole vincere, sforzarsi di costruire il massimo dell’unità possibile. Mauro Carlo Zanella
May 25, 2026
Pressenza
Iran-Usa, un piano di pace c’è. L’incognita è Israele
Habemus memorandum di intesa, non ancora un accordo esigibile. Poi c’è la propaganda trumpiana, bisognosa – ora più che mai – di una “vittoria” da sbandierare per poter chiudere la guerra perduta con l’Iran. Lasciamo dunque da parte i comunicati e i tweet che arrivano dalla Casa Bianca e basiamoci […] L'articolo Iran-Usa, un piano di pace c’è. L’incognita è Israele su Contropiano.
May 24, 2026
Contropiano
Pace come un barile di dinamite
Ultimamente si sente riparlare di comunismo. Da parte di pochissimi intellettuali ovviamente, non da tecno-criminali o capi di stato, da Parlamenti, Congressi, Knesset o come li si voglia chiamare. Da chi, in altri termini, pensa ancora con il lascito storico da rileggere con profondità, indispensabile per capire tendenze già presenti […] L'articolo Pace come un barile di dinamite su Contropiano.
May 24, 2026
Contropiano
Il KJAR lancia l’allarme sulle condizioni critiche in cui versa la prigioniera politica curda Zeynab Jalalian
La Comunità delle donne libere del Kurdistan orientale (KJAR) ha lanciato l’allarme per un drammatico peggioramento delle condizioni di salute di Zeynab Jalalian. In una dichiarazione rilasciata sabato (oggi ndr), il movimento ha affermato che la prigioniera politica curda di 43 anni è detenuta nel carcere di Yazd in condizioni critiche e necessita urgentemente di cure mediche al di fuori del carcere. Il KJAR ha sottolineato che le autorità del regime iraniano continuano a negare a Jalalian l’accesso a cure adeguate. Persino le visite mediche e i contatti telefonici sono subordinati alla firma di una cosiddetta “lettera di pentimento”. La donna curda è l’unica prigioniera che sta scontando l’ergastolo in Iran. Negli ultimi giorni, anche l’organizzazione per i diritti umani Kurdistan Human Rights Network (KHRN) ha richiamato l’attenzione sulle condizioni critiche della prigioniera. Jalalian soffre da tempo di fibromi uterini e di grave anemia. Nonostante i sintomi acuti e le raccomandazioni mediche, le è stato finora negato il trasferimento in cliniche specializzate. Il KJAR ha inoltre ricordato che Jalalian è stata ripetutamente sottoposta a gravi violenze fisiche e psicologiche durante i suoi lunghi anni di prigionia. A causa delle torture subite in passato, rischia danni permanenti alla vista. Durante la sua detenzione nel carcere di Qarchak, ha anche contratto il Covid-19 e da allora soffre di danni polmonari. “Zeynab Jalalian è un simbolo della resistenza delle donne curde contro l’oppressione. Chiediamo il suo rilascio immediato e il suo trasferimento in ospedale”, ha dichiarato il KJAR. Zeynab Jalalian è stata arrestata nel 2008 a Kermanshah. Nello stesso anno, la magistratura iraniana ha condannato a morte la donna curda di Maku con l’accusa di “ribellione” e presunti legami con il Partito per la vita Libera del Kurdistan (PJAK). In seguito alle pressioni internazionali, la condanna è stata commutata in ergastolo nel 2011. Dal suo arresto, è stata detenuta in diverse prigioni, tra cui Xoy, Kerman, Kermanshah, Qarchak e attualmente Yazd. L'articolo Il KJAR lancia l’allarme sulle condizioni critiche in cui versa la prigioniera politica curda Zeynab Jalalian proviene da Retekurdistan.it.
May 23, 2026
Retekurdistan.it