Il regime? È ancora lì--------------------------------------------------------------------------------
Foto di Tianlei Wu su Unsplash
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Doveva essere la guerra che avrebbe “liberato l’Iran”. Ce l’hanno raccontata
così per mesi con bombe intelligenti, sanzioni chirurgiche, il regime degli
ayatollah in agonia. Bastava un’ultima spinta, ci dicevano, e il castello di
carte sarebbe crollato. Le immagini delle proteste passate venivano mescolate
con quelle dei bombardamenti e il prodotto finale era una storia semplice, quasi
rassicurante: noi occidentali colpiamo il male, e il bene – il popolo iraniano,
naturalmente – ringrazierà. Peccato che la realtà abbia la brutta abitudine di
non adeguarsi alle sceneggiature, sceneggiature che conoscevamo già e che si
sono nuovamente materializzate.
Oggi, dopo mesi di bombardamenti, sanzioni e propaganda sulla “liberazione”, gli
Stati Uniti stanno trattando nuovi accordi con la stessa Repubblica Islamica che
giuravano di voler distruggere. Tregue. Riapertura dello Stretto di Hormuz.
Alleggerimenti economici. Il nemico assoluto, il miglior nemico – quello che
doveva essere spazzato via dalla storia – è tornato a essere un interlocutore.
Ci si siede attorno a un tavolo. Si discute. Si negozia. Domanda dunque: a cosa
è servita la guerra? A cosa è servita se si poteva arrivare a un tavolo di
trattative anche prima, come molti, dentro e fuori l’Iran, avevano suggerito.
Perché mai bombardare per mesi? Perché distruggere infrastrutture, uccidere
civili, affamare un popolo che già soffriva, se poi l’esito è lo stesso che si
sarebbe potuto ottenere senza una sola bomba?
La risposta è ovvia e banale. La guerra non aveva come obiettivo la liberazione
delle persone iraniane. Aveva altri obiettivi – controllo delle rotte marittime,
contenimento di un nemico regionale, rassicurazione degli alleati del Golfo,
spettacolo di potenza in campagna elettorale. L’Iran, il suo popolo, le sue
sofferenze erano solo lo scenario. Il fondale. E quando il fondale non serve
più, lo si cambia. Si passa alla scena successiva.
La guerra ha avuto anche il grande compito di rafforzare ulteriormente la
Repubblica Islamica. I Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione che dovevano
essere decapitati dal conflitto, sono usciti più forti di prima. Perché funziona
così, con le dittature e dovremmo saperlo bene. Quando arriva una minaccia
esterna, la prima cosa che fanno è chiudere i ranghi. La seconda è usare quella
minaccia come giustificazione per reprimere ogni opposizione interna. Il
dissenso diventa tradimento. La protesta diventa spionaggio. Lo sciopero diventa
sabotaggio in tempo di guerra.
E i Pasdaran sono maestri in questo gioco. Hanno usato ogni bomba caduta sul
territorio iraniano come una prova che “loro avevano ragione”, che il nemico è
reale, che non ci si può fidare dell’Occidente, che l’unica protezione è il
regime. Hanno consolidato il proprio potere economico, militare e politico più
di quanto avrebbero mai potuto fare in tempo di pace. E dentro i confini, la
repressione non è diminuita. È aumentata. Arresti di massa. Esecuzioni.
Carcerazioni. Tortura. Tutto giustificato con la scusa della sicurezza
nazionale. La guerra è stata la miglior propaganda “gratuita” per il regime.
Intanto, il popolo iraniano ha pagato il conto. Milioni di persone hanno perso
il lavoro. Aziende chiuse, fabbriche distrutte, catene di approvvigionamento
interrotte. La stabilità economica, già precaria dopo anni di sanzioni
devastanti, è crollata del tutto. L’inflazione – che era già un mostro – ha
mangiato ciò che restava dei risparmi. I beni essenziali – cibo, medicine,
carburante per riscaldarsi d’inverno – sono diventati un lusso per molti. Non
numeri, non statistiche: madri che non possono comprare il latte per i figli.
Anziani che muoiono perché i farmaci non arrivano più. Giovani che vedono il
futuro chiudersi davanti come una porta sbattuta in faccia.
E le infrastrutture? Distrutte. Ospedali, strade, ponti, scuole, porti. Tutto
ciò che permette a un paese di funzionare, tutto ciò che permette a una persona
di vivere con dignità, è stato trasformato in macerie. La guerra non ha
distrutto il sistema di potere, quello è rimasto intatto, anzi rafforzato. Ha
distrutto ciò che stava intorno al sistema. Ha distrutto la vita quotidiana di
chi quel sistema lo subisce ogni giorno.
Internet, poi, è stato oscurato e controllato. Non solo dal regime – che già lo
faceva – ma anche dalle bombe che hanno distrutto le infrastrutture di
telecomunicazione. La guerra ha tolto agli iraniani anche l’ultimo spazio di
discussione, l’ultima piazza virtuale dove si poteva ancora provare a dire la
propria. Non c’è stata “liberazione digitale”. Non c’è stata connessione con il
mondo. C’è stato solo un silenzio ancora più fitto, rotto dal boato dei
bombardamenti e dal rumore delle catene.
Allora facciamo un bilancio. Prima della guerra: regime al potere, Pasdaran
forti, sanzioni in atto, economia a pezzi, repressione sistematica, opposizione
interna debole ma viva. Dopo la guerra: regime ancora al potere, Pasdaran più
forti di prima, sanzioni in via di alleggerimento (ma solo perché gli Usa devono
giustificare l’accordo), economia ancora più a pezzi, repressione più dura che
mai, opposizione interna ridotta al silenzio.
La guerra ha tolto al popolo iraniano l’ultima speranza di cambiare le cose dal
basso. Perché chi voleva costruire un’alternativa democratica, non violenta,
autonoma, ora è stato incarcerat3, costretto alla fuga o semplicemente mess3 a
tacere dal rumore delle bombe. E quando il rumore cesserà – come sta cessando
adesso, con gli accordi – si troverà davanti a un deserto. Un paese più povero,
più isolato, più vulnerabile. E un regime più forte di prima.
Ancora una volta, gli imperi parlano di libertà mentre trattano sulla pelle dei
popoli. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Ancora una volta, chi vive
sotto dittatura viene sacrificato – letteralmente sacrificato – sull’altare di
un gioco sporco.
Un Iran libero non nascerà dalle bombe statunitensi. Questo dovrebbe essere
ormai chiaro a chiunque abbia un minimo di memoria storica. E non nascerà dalla
repressione degli ayatollah, questo è altrettanto evidente. Nascerà – se mai
nascerà – da un movimento interno, autonomo, paziente, faticoso, che costruisce
spazi di libertà dal basso, senza aspettare che nessun impero li consegni. Un
movimento che in questa guerra ha perso terreno, voce, forza, speranza.
Chi oggi celebra questa guerra come una vittoria dovrebbe guardare la realtà in
faccia. Senza filtri. Senza ideologia. Senza bandiere. Il regime è
sopravvissuto. I Pasdaran sono più forti. La repressione è peggiorata. Le
prigioni sono piene. Le esecuzioni continuano. Il popolo iraniano – quello che
dicevano di voler liberare – è più povero, più isolato, più vulnerabile, più
solo di prima.
Missione compiuta? Sì. Per i peggiori.
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Marina Misaghinejad, antropologa italo-iraniana, si occupa di Iran, diaspore,
movimenti transfemministi e islamofobia. Pubblica alcuni suoi articoli sulla
piattaforma Substack.com.
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