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Proteste a Cagliari per l’arrivo di voli charter da Tel Aviv: tra turisti, anche soldati?
In mattinata all’aeroporto di Cagliari – Elmas sono atterrati quattro voli provenienti da Tel-Aviv: alle 8.45, alle 11.35, alle 12.50 e alle 14.30. Scrive l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina in un breve comunicato: “Pare che la nuova COLONIA turistica dei simpatici giovani possa diventare la Sardegna, grazie anche all’indefesso lavoro della nostra impareggiabile presidentissima. Sempre sperando non si trattengano un po’ troppo, come avvenuto in altri bei posti del Mediterraneo”. Tra i turisti, anche soldati? Ad accogliere i turisti israeliani all’aeroporto anche un gruppo di attivisti pro Palestina. Imponente lo schieramento di forze dell’ordine: mezzi di artificieri, unità cinofile e del reparto Mobile della polizia. Di contro i manifestanti che hanno voluto affermare la contrarietà dell’arrivo di turisti israeliani in Sardegna, mentre il governo israeliano ordina all’IDF di continuare l’azione militare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania nonostante la tregua, e i bombardamenti in Libano, causando centinaia o migliaia di morti civili e la distruzione di innumerevoli villaggi, con il conseguente sfollamento della popolazione. Un comunicato del “Presidio per la Palestina”, che tutti i giorni si tiene a Cagliari in piazza Yenne, testimonia lo stato d’animo di molti/e sardi/e riguardo alla notizia dell’arrivo di turisti da Israele e della versosimile presenza in Sardegna di soldati israeliani: “È notizia di questi giorni che voli diretti a Cagliari provenienti da Tel Aviv stiano arrivando almeno 2/3 volte a settimana. Da alcuni di questi sbarcheranno militari che dopo aver partecipato ai massacri di Gaza usano il nostro mare e le nostre spiagge per rilassarsi. Queste persone attraverseranno Cagliari e le strade del centro per tutta l’estate. La nostra arma potrá essere la bandiera simbolo di libertá: esponiamo una bandiera palestinese nel balcone della nostra casa, del nostro ufficio o nella vetrina del nostro negozio. É un gesto semplice ma potente: diciamo che Cagliari non dimentica le migliaia di bambini e bambine uccisi…”. I parlamentari Sabrina Licheri, Mario Perantoni e Susanna Cherchi del Movimento 5 Stelle hanno espresso una forte preoccupazione: “Quanto accaduto oggi all’aeroporto di Elmas  – affermano in un comunicato – non può essere trattato come un fatto ordinario. L’arrivo di voli provenienti da Tel Aviv, accompagnato da una schiera di mezzi di sicurezza e dalle legittime preoccupazioni espresse da cittadini e associazioni, riporta al centro una questione politica e morale che il Governo continua a ignorare […] Anche mesi fa abbiamo denunciato il rischio che la Sardegna venisse trasformata in una meta di decompressione per militari israeliani impegnati nel conflitto a Gaza”. La Sardegna rivendica un ruolo di accoglienza, di dialogo, di pace, di rifiuto delle guerra e dei massacri di civili inermi che la guerra comporta.     Pierpaolo Loi
May 28, 2026
Pressenza
Cagliari si mobilita per Cuba contro l’aggressione militare degli USA
L’associazione Amicizia Italia-Cuba ha promosso una manifestazione che si terrà il 28 maggio in tutte le Regioni italiane. In Sardegna si sono già svolte manifestazioni di solidarietà a Sassari e Nuoro. A Cagliari si terrà un sit-in sempre il 28 maggio dalle ore 18: alle 20:00 in piazza Costituzione. Noi chiediamo che venga tolto il Blocao, che attualmente con la presidenza Trump è diventato blocco totale del petrolio; con il colpo inferto al Venezuela gli Usa impediscono l’arrivo degli aiuti che, con Cavez prima e Maduro poi, erano di vitale importanza per il popolo cubano. Locandina della manifestazione del 28 maggio 2026 Adesso mancano alimenti e prodotti sanitari, compresi i medicinali salva vita. Il popolo cubano ha il solo torto di non accettare il dominio economico e politico degli USA. Associazione Italia-Cuba “Circolo di Cagliari-Movimento 26 Luglio” Redazione Sardigna
May 26, 2026
Pressenza
27 maggio, incontro sul Libano
Mercoledì 27 maggio 2026 alle  20.00 in via del Bosco 52/a (sede Germinal) l’Assemblea permanente contro guerre e riarmo invita all’incontro  IL LIBANO E IL SUO POPOLO SOTTO ATTACCO. Sarà un’occasione per ascoltare molteplici voci che racconteranno la complessità di un Paese sotto l’aggressione israeliana e le tensioni etnico-religiose.    Interverranno   MOUNA FARES, attivista libanese (in presenza) MICHELE GIORGIO, corrispondente de Il Manifesto (da Gerusalemme) MAROUN EL DACCACHE, architetto, docente universitario (da Beirut). Redazione Friuli Venezia Giulia
May 26, 2026
Pressenza
Manifestazione a Roma 23 maggio
Sabato 23 Maggio,  si è tenuta la terza manifestazione nel giro di 10 giorni in solidarietà con i popoli Palestinese, Libanese, Cubano, Iraniano e Venezuelano (a questo si devono aggiungere i quotidiani presidi davanti a Montecitorio). Le bandiere, gli striscioni e gli slogan condannavano il genocidio dei Palestinesi, tutt’ora in atto, e le guerra scatenate da Israele, con la complicità degli Stati Uniti d’America, contro il Libano e l’Iran. Uguale condanna riguardava l’azione di guerra contro il Venezuela e le minacce a Cuba. Infine si esprimeva la totale solidarietà con la Freedom e la Sumod Flottilla, nel cui contrasto Israele ha mostrato il suo volto più feroce, di vero e proprio stato canaglia. Il merito principale della manifestazione di sabato, indetta dall’USB, è stata la capacità di manifestare insieme e per gli stessi obiettivi i lavoratori e le lavoratrici con gli studenti e le studentesse che pagano i costi sociali più alti dell’economia di guerra e della progressiva distruzione dello stato sociale. Numeroso era infatti lo spezzone di Osa (gli studenti delle superiori) , Cambiare Rotta (glì universitari) ed ecoresistenze. Altro segmento importante era quello degli occupanti delle case. In testa a tutti i militanti dell’Usb che formavano l’altra metà del corteo. Migliaia di persone, forse diecimila hanno sfilato da piazza dei Cinquecento fino a piazza San Giovanni, con compostezza e determinazione, dietro agli striscioni internazionalisti e a quelli che contestavano il riarmo (“Giú le armi e su i salari”) o che sostenevano le difficili vertenze in atto. L’unico neo è che, nonostante il generoso impegno del sindacato USB, al corteo hanno partecipato praticamente solo le formazioni legate alla Rete dei Comunisti e quindi a Potere al Popolo. Oltre alla radicalità delle lotte, a partire da quelle contro il traffico di armi, fatte proprie in primis dai portuali dell’Usb, è necessario, se si vuole vincere, sforzarsi di costruire il massimo dell’unità possibile. Mauro Carlo Zanella
May 25, 2026
Pressenza
Incontro dei Messaggeri: 600 persone si incontrano al Parco di Attigliano
Il Parco di Studio e Riflessione di Attigliano ospita questo fine settimana, 30 e 31 maggio 2026 l’incontro dei Messaggeri 2026, un evento che quest’anno supera ogni aspettativa in termini di partecipazione: oltre seicento persone provenienti da Canada, Stati Uniti, Argentina, Turchia, Spagna, Germania, Francia, Ungheria, Svezia, Australia e India hanno in programma di partecipare a un incontro che unisce spiritualità, fratellanza e una dichiarazione della nostra opposizione alla violenza dei tempi in cui viviamo. Il dato parla da sé: tutti gli hotel e i ristoranti della zona sono al completo. Un piccolo segno della portata di ciò che accade ogni anno quando la rete internazionale dei Parchi di Studio e Riflessione attiva il suo punto di incontro europeo. Forza, pace e sguardo interno Il programma prevede esperienze di Forza — nel senso che le attribuisce il Messaggio di Silo: quell’energia luminosa che si percepisce e si condivide —, nonché cerimonie di auguri, rivolte non solo alle persone care, ma anche a un mondo che attraversa una situazione di conflitto crescente. Tra le attività più significative figurano cerimonie di protezione per i bambini, scambi sullo Sguardo Interno, lo spirito e il Cammino, e spazi di condivisione sulle attività che i diversi gruppi sviluppano in ogni angolo del pianeta. A tutti coloro che, nelle loro migliori aspirazioni di pace e nella loro umile ricerca, guardano dentro di sé. Questo è lo spirito che convoca. E la porta è aperta a tutti, senza eccezioni. Una rete in espansione Questi incontri si tengono ogni anno in Europa nell’ambito della rete dei Parchi di Studio e Riflessione. Maggiori informazioni e iscrizioni su: www.parcoattigliano.it   Quim De Riba
May 23, 2026
Pressenza
Flotilla aggredita: flashmob a Trieste
Hanno abbordato una missione civile. Hanno rapito e deportato attivistə internazionali. Hanno aperto il fuoco contro persone disarmate. Nelle ultime ore stanno circolando video di pestaggi, violenze e maltrattamenti contro i/le compagnə della Global Freedom Flotilla. Persone partite per rompere il silenzio, portare solidarietà e denunciare il blocco e il massacro in corso a Gaza vengono trattate come criminali. Non possiamo assistere in silenzio all’ennesima violazione del diritto internazionale, all’ennesimo attacco contro civili, all’ennesima repressione contro chi prova ad agire concretamente. Denunciamo gli abusi e l’impunità dello stato sionista e la complicità dei nostri governi attraverso la denuncia delle detenzioni illegali, ora dei/delle nostri/e attivisti/e che oggi subiscono quello che i prigionieri palestinesi subiscono da anni tutti i giorni. L’appuntamento con flashmob a Trieste è venerdì 22 maggio alle ore 18.30 in Piazza Oberdan davanti al palazzo della regione Friuli-Venezia Giulia. Global Sumud Flotilla
May 22, 2026
Pressenza
Washington prepara la guerra contro Cuba
Il 20 maggio 2026, giorno dell’indipendenza cubana, dagli Stati Uniti sono partite due operazioni simultanee contro Cuba. La prima: l’incriminazione annunciata dal Dipartimento di Giustizia statunitense contro Raúl Castro per i fatti del 1996 legati a Hermanos al Rescate. La seconda: il videomessaggio di Marco Rubio rivolto al popolo cubano, costruito con il linguaggio dell’“aiuto umanitario”, ma intriso della solita retorica coloniale con cui Washington tenta da decenni di parlare a Cuba come se fosse ancora una propria colonia. Non è una coincidenza. È una strategia politica coordinata. Da una parte criminalizzare la direzione storica della Rivoluzione cubana; dall’altra tentare di presentare gli Stati Uniti come “salvatori” del popolo cubano dopo aver contribuito per oltre sessant’anni al suo strangolamento economico. Rubio ha annunciato 100 milioni di dollari di “aiuti” da distribuire tramite ONG e Chiesa cattolica, accusando la direzione cubana della crisi economica dell’isola. Ma questa è forse la menzogna più oscena. Perché Rubio appartiene precisamente a quell’apparato politico che ha dedicato la propria esistenza all’asfissia economica di Cuba. È parte della macchina che sostiene il blocco, le sanzioni finanziarie, il sabotaggio energetico, l’isolamento bancario e le misure coercitive contro il popolo cubano. Prima strangolano un paese e poi si presentano con gli “aiuti”. Prima producono scarsità e poi accusano il socialismo della fame che loro stessi contribuiscono a creare. Rubio parla di diritti umani, ma il suo intero percorso politico è legato ai settori più aggressivi dell’estrema destra cubano-americana di Miami, cresciuta storicamente all’ombra della CIA, della guerra fredda, delle operazioni clandestine e dell’industria milionaria dell’anticastrismo. Dietro la retorica morale di Rubio esiste infatti un universo politico fatto di lobby, finanziamenti opachi, reti di potere e personaggi storicamente associati a corruzione, narcotraffico, riciclaggio e terrorismo anticubano. L’estrema destra di Miami non è nata come movimento democratico: è nata come continuazione politica, economica e criminale dei settori che dopo il 1959 persero privilegi, affari e controllo sull’isola cubana. Rubio è l’erede diretto di quella struttura. Non è un caso che durante la sua carriera sia stato coinvolto in numerose polemiche su fondi occulti, spese personali con denaro politico, relazioni con ambienti corrotti del Partito Repubblicano della Florida e protezioni costruite dentro il sistema di potere miamense. Non è un caso che figure vicine alla sua ascesa politica siano finite travolte da scandali di frode, riciclaggio e corruzione. E non è un caso che la sua carriera sia cresciuta proprio dentro quell’ambiente storico dove per decenni si sono intrecciati affari, politica, servizi d’intelligence, mafia anticastrista e denaro sporco. Eppure oggi Washington pretende di presentarlo come volto “democratico” della libertà. L’ipocrisia raggiunge il livello massimo proprio sul caso Hermanos al Rescate. Gli Stati Uniti raccontano la storia come se si fosse trattato di innocenti voli civili abbattuti senza motivo. Ma il Governo Rivoluzionario cubano ha ricordato che tra il 1994 e il 1996 furono denunciate oltre 25 violazioni deliberate dello spazio aereo cubano, comunicate ufficialmente agli organismi internazionali e alle stesse autorità statunitensi. Cuba avvertì pubblicamente che non avrebbe tollerato ulteriori provocazioni. Washington lo sapeva. E lasciò che accadesse. Perché l’obiettivo non è mai stato salvare vite. L’obiettivo era provocare Cuba. Creare incidenti. Alimentare tensioni. Costruire martiri mediatici utili alla propaganda anticubana. Lo stesso Governo cubano ha ricordato che gli Stati Uniti ignorarono deliberatamente gli avvertimenti ufficiali inviati alle proprie autorità e permisero che dal proprio territorio continuassero ad agire gruppi ostili contro Cuba. Ed è qui che emerge il vero nodo politico: gli Stati Uniti accusano Cuba di “violazione dei diritti umani” mentre continuano a sostenere guerre, occupazioni, sanzioni e operazioni di destabilizzazione in mezzo mondo. Con quale autorità morale Washington parla di diritti umani? Il paese di Guantánamo. Il paese dell’Iraq. Dell’Afghanistan. Della Libia. Dei colpi di Stato in America Latina. Delle sanzioni economiche che affamano i popoli. Rubio accusa Cuba di essere una minaccia. Ma Cuba non invade paesi. Cuba non possiede centinaia di basi militari sparse nel mondo. Cuba non fonda la propria economia sull’industria bellica. Cuba non esporta guerre. Cuba manda medici. Cuba manda insegnanti. Cuba manda vaccini. Cuba forma gratuitamente studenti stranieri provenienti dai paesi più poveri del pianeta. Questa è la differenza storica che l’impero non riesce a sopportare: gli Stati Uniti esportano guerra; Cuba esporta solidarietà. Anche chi non condivide il socialismo cubano dovrebbe comprendere una verità elementare: nessun tribunale statunitense, nessun Marco Rubio e nessun governo straniero hanno il diritto di decidere il destino del popolo cubano. Perché quando un impero pretende di stabilire quali paesi abbiano diritto alla sovranità e quali no, il problema non riguarda soltanto Cuba. Riguarda il futuro stesso del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli. L’incriminazione contro Raúl Castro non è giustizia. È guerra politica. È propaganda imperiale travestita da legalità. È il tentativo disperato di criminalizzare una Rivoluzione che, nonostante blocco, terrorismo, sabotaggi, isolamento e sessant’anni di aggressioni, continua a non piegarsi davanti a Washington. E forse è proprio questo che gli Stati Uniti non riescono a perdonare a Cuba: il fatto che una piccola isola assediata abbia avuto più dignità, più coraggio e più umanità di un impero intero. Perché l’impero può comprare governi, finanziare campagne mediatiche, imporre sanzioni, fabbricare accuse e minacciare il mondo con la propria potenza militare. Ma davanti a Cuba continua a fallire nel punto essenziale: non è riuscito a piegarla, non è riuscito a farla obbedire, non è riuscito a metterla in ginocchio. Ed è per questo che continua ad attaccarla. Perché Cuba rappresenta tutto ciò che l’impero teme di più: un popolo che, nonostante fame, isolamento e aggressioni, ha scelto di restare sovrano invece di diventare servo. i di parlare a Cuba come se fosse ancora una propria colonia. Federica Cresci Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista Redazione Italia
May 21, 2026
Pressenza
La Bolivia scende in piazza contro la restaurazione neoliberista
Sono ormai tre settimane che in Bolivia è in corso una rivolta popolare caratterizzata da scioperi, mobilitazioni di massa e blocchi stradali che coinvolgono popolazioni indigene, contadini, operai, minatori, insegnanti e giovani, in rivolta contro le politiche neoliberiste imposte dal presidente Rodrigo Paz Pereira. Chiedono le sue dimissioni. Ieri 19 maggio, a poco più di sei mesi dall’insediamento di Paz alla presidenza, il Paese si è svegliato con decine di blocchi stradali in almeno sei dipartimenti (La Paz, Oruro, Potosí, Chuquisaca, Cochabamba e Santa Cruz). La protesta, che coinvolge ampi settori della società boliviana, è contro una serie di misure di austerità che colpiscono principalmente i settori più vulnerabili della nazione. Attraverso decreti e riforme di bilancio, come il decreto 5503, sono stati bloccati i sussidi (come quello sui carburanti), è stata drasticamente ridotta la spesa pubblica e si prevede un massiccio ridimensionamento dello Stato (congelamento degli stipendi e delle nuove assunzioni), sono state adottate misure per deregolamentare ulteriormente il mercato, consegnando terra, territori e beni comuni al capitale transnazionale. Questo “piano di austerità” ha scatenato la protesta sociale, che si è intensificata ed è diventata sempre più massiccia man mano che il governo ha inasprito le posizioni e scatenato la repressione. Finora si segnalano più di 150 persone arrestate, almeno 50 ferite e già un morto tra i manifestanti. Sono stati emessi mandati di arresto contro Mario Argollo, dirigente della Centrale operaia boliviana (Cob), David Quispe, dirigente della Confederazione sindacale unica dei lavoratori della Bolivia (Csutcb), Justino Apaza, vicepresidente della Confederazione nazionale delle associazioni di quartiere della Bolivia (Conaljuve). Sono stati emessi mandati di arresto anche contro il leader contadino Héctor Huacani, il senatore supplente Nilton Condori e il leader dei “ponchos rojos” di El Alto, Winston Genio. Le accuse a loro carico sono di istigazione a delinquere, associazione illecita, terrorismo, finanziamento del terrorismo, attentati contro la sicurezza dei mezzi di trasporto e dei servizi pubblici. Sotto tiro anche l’ex presidente Evo Morales, il quale, dal suo account su X, denuncia il piano orchestrato dagli Stati Uniti e messo in atto da Rodrigo Paz. «Gli Stati Uniti hanno ordinato al governo di Rodrigo Paz di eseguire un’operazione militare, con il sostegno della DEA e del Comando Sud, per arrestarmi e uccidermi». Indica anche altri attori del presunto piano omicida, tra cui l’ex ministro Carlos “Zorro” Sánchez, il viceministro della Difesa Sociale, Ernesto Justiniano, e l’argentino Fernando Cerimedo. Intervistato nel programma Geopolítica desde la Aldea, il giornalista ed ex deputato boliviano Sergio de la Zerda analizza il contesto in cui si inserisce questa nuova rivolta popolare. «Stiamo vivendo un nuovo processo insurrezionale contro le politiche neoliberiste imposte da Rodrigo Paz, che intende ripristinare quelle misure che abbiamo subito per vent’anni (1985-2005) e che hanno sprofondato il Paese nella miseria», spiega il giornalista. Tra il 2006 e il 2018, con i governi di Evo Morales, la Bolivia ha vissuto un processo di trasformazione economica e sociale molto importante, con una massiccia riduzione della povertà estrema (dal 38,2% al 15,2%). Il colpo di Stato del 2019, la sua sconfitta alle elezioni del 2020 e le forti contraddizioni che hanno caratterizzato il governo di Luis Arce e del Movimento al Socialismo (MAS) hanno spianato la strada alla vittoria elettorale della destra boliviana. Per De la Zerda, in soli sei mesi i boliviani hanno assistito al sistematico mancato rispetto delle promesse elettorali del presidente Paz.  «Ha iniziato eliminando le imposte sulle grandi fortune, ha chiesto prestiti milionari a istituzioni finanziarie multilaterali, ha emesso decreti che tagliavano i sussidi, ha portato nel Paese ‘benzina scadente’ che ha danneggiato gran parte del parco veicoli nazionale ». Inoltre, continua il giornalista, ha permesso che le piccole proprietà in mano a contadini siano ora preda di latifondisti e banchieri. «Tutto questo ha scatenato la protesta a cui assistiamo da quasi un mese. Le mobilitazioni sono massicce e il governo, invece di convocare un tavolo di dialogo, ha scelto la persecuzione e la repressione. Nonostante gli attacchi, sottolineiamo questo spirito di insurrezione popolare in opposizione a un ritorno al neoliberismo e a una Bolivia per pochissimi». Per l’ex parlamentare, non c’è alcun dubbio che dietro l’imposizione di un ritorno al passato ci siano il governo e il grande capitale statunitense. «La Bolivia possiede la prima riserva mondiale di litio, il nostro settore minerario continua a essere importante per quanto riguarda stagno, rame, oro e terre rare. Purtroppo, tutto questo sembra essere messo in discussione attraverso accordi oscuri e segreti con governi stranieri e multinazionali, compresi gli idrocarburi che erano stati nazionalizzati dal governo di Evo Morales». Non è un caso, quindi, che contro la protesta sociale e in difesa del presidente boliviano si siano pronunciati, con un comunicato congiunto, otto paesi latinoamericani[1] tra i più sottomessi alle politiche statunitensi. «Di fronte a questi piani e al clima di insicurezza che si è creato negli ultimi mesi, il popolo si è indignato, ha reagito e ha deciso di porre fine a tutto ciò. È un processo di indignazione che è andato crescendo e che ora si esprime nelle strade e viene brutalmente represso». Contro la repressione si è pronunciata ALBA Movimientos. «Il sangue versato nelle strade della Bolivia è responsabilità diretta di un governo che, subordinato agli interessi delle élite imprenditoriali e dell’imperialismo statunitense, ha deciso di rispondere con la violenza alle legittime rivendicazioni popolari». Per l’organizzazione continentale, ciò che sta accadendo in questi giorni non è frutto del caos, né di una presunta cospirazione anti governativa come vogliono far credere i media mainstream al soldo delle élites imprenditoriali, bensí «la conseguenza diretta di un progetto neoliberista e antipopolare che mira a privatizzare i beni comuni, mercanteggiare la terra, consegnare le risorse strategiche e scaricare la crisi economica sulle spalle del popolo lavoratore». In questo senso, il governo boliviano non solo rappresenta un progetto di restaurazione conservatrice subordinato agli interessi degli Stati Uniti, delle multinazionali e degli organismi finanziari internazionali, ma «l’allineamento a tali interessi e l’attacco alle conquiste popolari fanno parte di una strategia continentale per ricolonizzare la Nostra America». Oltre a condannare con forza gli omicidi, gli arresti arbitrari e la militarizzazione, ALBA Movimientos esige la cessazione immediata della repressione e denuncia «il silenzio complice degli organismi internazionali e dei governi della regione di fronte alla violenza esercitata contro il popolo boliviano». Lancia infine un appello alle forze vive del continente affinché moltiplichino le azioni di solidarietà con la Bolivia e denuncino a livello internazionale la violenza del governo. «La lotta del popolo boliviano è la lotta di tutta la Nostra America. Perché di fronte all’avanzata del fascismo, del neoliberismo e dell’imperialismo, l’unica via d’uscita è maggiore organizzazione popolare, unità continentale e lotta». «Sono convinto che se Rodrigo Paz insisterà sulla strada dei suoi predecessori neoliberisti, gli andrà molto male. Il popolo boliviano non tollera più i massacri ed è molto attento alle conquiste sociali ottenute in decenni di lotta», conclude De la Zerda. [1] Argentina, Cile, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Honduras, Panama, Paraguay e Perù Fonte: LINyM (spagnolo) Giorgio Trucchi
May 20, 2026
Pressenza
Global Sumud Flotilla: gli aggiornamenti
Aggiornamento urgente di Adalah: i partecipanti alla flottiglia intercettati sono stati fermati al porto di Ashdod e portati in Israele contro la loro volontà, mentre gli avvocati di Adalah vi accedono per consultazioni legali. A seguito dell’intercettazione illegale da parte delle forze militari israeliane della Freedom Flotilla Coalition (FFC) e della Global Sumud Flotilla (GSF) in acque internazionali, i partecipanti a bordo, tra cui attivisti internazionali per la solidarietà, difensori dei diritti umani e volontari medici, sono stati condotti al porto israeliano di Ashdod. Salpati verso Gaza per consegnare aiuti umanitari e contestare il blocco illegale, questi civili sono stati rapiti con la forza in acque internazionali e portati in territorio israeliano contro la loro volontà. Dopo un periodo iniziale in cui le informazioni riguardanti la loro ubicazione, il loro status legale e le loro condizioni fisiche sono state fortemente limitate, gli avvocati di Adalah, insieme a un team di avvocati volontari, hanno ottenuto l’accesso al porto di Ashdod per condurre consultazioni legali. Adalah ribadisce con forza che l’intercettazione militare di navi civili in acque internazionali, il trasferimento forzato di cittadini stranieri in territorio israeliano contro la loro volontà e il diniego di un passaggio sicuro per la consegna di aiuti umanitari a una popolazione sotto blocco costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale. Tali azioni rappresentano una diretta estensione delle politiche israeliane di punizione collettiva e di affamamento dei palestinesi a Gaza. Il team legale contesterà la legalità di queste detenzioni e chiederà l’immediato rilascio di tutti i partecipanti alla flottiglia. Per gli ultimi aggiornamenti, seguite il canale WhatsApp di Adalah: https://whatsapp.com/channel/0029Vb6ReXG8PgsLxkVY643j Aggiornamenti anche dalla Flotilla terrestre: Da tre giorni sono accampati più o meno vicino a Sirte, in condizioni di provvisorietà, in una vecchia stazione di servizio in cui hanno ripristinato dei servizi igienici. Sono 300 persone che portano aiuti umanitari, viaggiano con ambulanze, case mobili e beni primari per la popolazione di Gaza. Nell’accampamento ci sono dei militari del governo di Tripoli. Una delegazione di attivisti si è mossa verso il posto di blocco per presentare esplicita richiesta al governo della Libia Orientale di far transitare il convoglio. Si tratta di aiuti umanitari che hanno il diritto di passare e arrivare almeno al confine con l’Egitto. Sono determinati a continuare anche se sanno che non c’è una visione favorevole dei governi verso questa missione della Flotilla. Andranno avanti, obiettivo Gaza. Per seguire la Global Sumud Flotilla si può utilizzare il tracker. Global Sumud Flotilla
May 20, 2026
Pressenza
Pena di morte: Amnesty International denuncia il più alto numero di esecuzioni degli ultimi 44 anni
Secondo l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte nel mondo, diffuso oggi, nel 2025 le esecuzioni hanno raggiunto il numero più alto dal 1981: 2707 persone sono state messe a morte in 17 stati. Questo allarmante record registrato nel rapporto è da imputare a pochi governi determinati a imporre il proprio potere con il terrore. Le autorità iraniane, le maggiori responsabili dell’impennata di esecuzioni, hanno messo a morte almeno 2159 persone, oltre il doppio del 2024. In Arabia Saudita le esecuzioni sono salite ad almeno 356, grazie soprattutto all’aumentato uso della pena di morte per reati di droga. In Kuwait le esecuzioni sono triplicate (da sei a 17), in Egitto quasi raddoppiate (da 13 a 23) e lo stesso è accaduto a Singapore (da nove a 17) e negli Usa (da 25 a 47). Complessivamente, nel 2025 le esecuzioni sono cresciute del 78 per cento rispetto alle almeno 1518 del 2024. Il totale dell’anno scorso non tiene conto delle migliaia di esecuzioni che Amnesty International ritiene continuino ad aver luogo in Cina, lo stato che resta pertanto in testa alla classifica mondiale della pena di morte. “Questo allarmante aumento nell’uso della pena di morte si deve a un piccolo, isolato gruppo di stati intenzionati a ricorrere alle esecuzioni a ogni costo nonostante la costante tendenza globale verso l’abolizione. Dall’Arabia Saudita alla Cina, dalla Corea del Nord all’Iran, dal Kuwait a Singapore, dagli Usa allo Yemen, questa vergognosa minoranza sta usando la pena di morte per instillare paura, stroncare il dissenso e mostrare la forza delle istituzioni dello stato nei confronti delle persone svantaggiate e delle comunità marginalizzate”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. Il ritorno di politiche altamente punitive nella “guerra alla droga” è stato il principale responsabile dell’aumento dell’uso della pena di morte: il 46 per cento delle esecuzioni note ad Amnesty International ha riguardato reati di droga, come in Arabia Saudita (240), Iran (998), Kuwait (2) e Singapore (15). I parlamenti di Algeria, Kuwait e Maldive hanno adottato norme per ampliare l’uso della pena di morte ai reati di droga. Il governo del Burkina Faso ha fatto propria una proposta di legge per il ripristino della pena di morte per reati quali “alto tradimento”, “terrorismo” e “atti di spionaggio”, mentre in Ciad è stata istituita una commissione che dovrà esaminare questioni relative alla pena di morte, inclusa la sua reintroduzione. A eseguire condanne a morte è rimasta una manciata di stati  A fronte dell’aumento delle esecuzioni, queste sono rimaste appannaggio di un’isolata minoranza di stati: Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Egitto, Iran, Iraq, Somalia, Usa, Vietnam e Yemen sono gli stessi dieci stati che hanno eseguito condanne a morte consecutivamente negli ultimi cinque anni e che hanno esibito un costante disprezzo per le garanzie stabilite dagli standard e dalle norme del diritto internazionale dei diritti umani. Quattro stati hanno ripreso a eseguire condanne a morte (Emirati Arabi Uniti, Giappone, Sud Sudan e Taiwan); insieme ad Afghanistan, Kuwait e Singapore, risultano 17 gli stati in cui nel 2025 vi sono state esecuzioni. Progressi sono stati registrati ovunque nel mondo, a conferma che la speranza è più forte della paura. Non ci sono state esecuzioni né condanne a morte in Europa e in Asia Centrale. Per il diciassettesimo anno consecutivo gli Usa sono stati gli unici nelle Americhe a eseguire condanne a morte, quasi la metà delle quali in Florida. Nell’Africa subsahariana ci sono state esecuzioni solo in Somalia e in Sud Sudan, nell’Asia meridionale solo in Afghanistan, nell’Asia sudoccidentale solo a Singapore e in Vietnam. Nella regione del Pacifico Tonga è rimasto l’unico stato a mantenere la pena di morte. > “È il momento che gli stati che eseguono condanne a morte si allineino al > resto del mondo e facciano di questa orribile pratica un ricordo del passato. > La pena di morte non ci dà maggiore sicurezza. Al contrario, è un > irreversibile affronto all’umanità guidato dalla paura e che mostra un > profondo disprezzo per il diritto internazionale dei diritti umani”, ha > sottolineato Callamard. La fiamma dell’abolizione resta sempre accesa Quando, nel 1977, Amnesty International avviò la sua campagna contro la pena di morte, solo 16 stati l’avevano abolita. Oggi quel numero è salito a 113, oltre la metà del mondo. Addirittura, più di due terzi degli stati è abolizionista per legge o per prassi. Di fronte a un contesto di comportamenti predatori, di paura e di odio, alcuni stati hanno preso l’iniziativa per dimostrare che, con una pressione continua e con determinazione, l’abolizione globale è a portata di mano. Il Vietnam ha abolito la pena di morte per otto reati (tra i quali trasporto di droga, corruzione e appropriazione indebita), il Gambia l’ha abolita per omicidio, tradimento e altri reati contro lo stato. Con una decisione storica, la governatrice dell’Alabama (Usa) ha commutato la condanna a morte di Rocky Myers, il primo nero del braccio della morte statale verso il quale è stata esercitata clemenza. In Libano e in Nigeria sono state presentate proposte di legge abolizioniste e la Corte costituzionale del Kirghizistan ha dichiarato incostituzionali i tentativi di reintrodurre la pena di morte. “Mentre nel mondo i diritti umani sono sotto attacco, milioni di persone continuano ogni anno a lottare contro la pena di morte con una potente dimostrazione di umanità condivisa. L’abolizione sarà possibile se ci mostreremo forti contro un gruppo di pochi e isolati stati. Dobbiamo tenere accesa la fiamma dell’abolizione fino a quando il mondo non sarà del tutto libero dall’ombra del cappio”, ha concluso Callamard. Amnesty International
May 18, 2026
Pressenza