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L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 1
L’Iran è uno dei paesi più ampiamente raccontati e analizzati al mondo. Dalla Rivoluzione del 1979 a oggi, sono stati scritti migliaia di articoli, libri, servizi giornalistici e analisi politiche sull’Iran. Il dossier nucleare, le sanzioni, le tensioni con l’Occidente, le politiche regionali della Repubblica Islamica e le proteste sociali hanno fatto sì che l’Iran sia rimasto quasi costantemente al centro dell’attenzione dei media, del mondo accademico e dei circoli politici all’estero. Tuttavia, rimane una domanda fondamentale: vedere l’Iran significa anche vedere gli iraniani? Questo saggio parte dal presupposto che il problema centrale non sia la mancanza di attenzione verso l’Iran. Al contrario, l’Iran è stato oggetto di discussioni e analisi più di molti altri paesi. Il problema è che l’Iran viene spesso osservato attraverso filtri che privilegiano lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica rispetto all’esperienza vissuta della sua gente. Il risultato è che si può parlare per ore dell’Iran senza capire nulla della vita quotidiana degli iraniani. Una parte significativa di questa situazione non può essere spiegata esclusivamente con la censura statale. Questo divario viene riprodotto anche nel processo stesso di produzione della narrazione. Accademici, giornalisti e attivisti politici si avvicinano all’Iran da angolazioni diverse. Ognuno ha la propria logica e la propria missione, evidenziando alcuni aspetti della realtà e oscurandone altri. Di conseguenza, ciò che si vede spesso dell’Iran non è la vita delle sue persone, bensì lo Stato iraniano, la crisi iraniana o la questione iraniana. L’ACCADEMIA E L’IRAN: QUANDO LA TEORIA SOSTITUISCE L’ESPERIENZA Gli accademici hanno il compito di spiegare il mondo. Per farlo, si affidano a teorie, modelli e concetti astratti; questo è sia necessario sia indispensabile. Senza la teoria, è impossibile comprendere le strutture di potere, i processi storici o le complesse relazioni politiche. Eppure, questa stessa caratteristica può creare una distanza tra la teoria e l’esperienza vissuta. In gran parte della letteratura accademica sull’Iran, lo Stato occupa il centro dell’analisi. L’Iran viene esaminato come attore regionale, regime ideologico o problema di sicurezza, mentre la società rimane spesso ai margini. Asef Bayatètra è tra i pochi studiosi che hanno cercato di reindirizzare l’attenzione dallo Stato e dalle élite politiche alla vita quotidiana delle persone comuni. Egli dimostra che la politica non si manifesta solo a livello statale; è presente anche nelle pratiche quotidiane, nei piccoli atti di resistenza e negli sforzi delle persone per espandere il proprio spazio vitale. Ciononostante, una parte considerevole degli studi sull’Iran rimane incentrata sullo Stato. In particolare all’interno di alcuni approcci antimperialisti, la Repubblica Islamica riceve maggiore attenzione rispetto alla società iraniana stessa. I pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero vengono giustamente sottolineati; eppure, la repressione interna, i prigionieri politici, la discriminazione di genere e le restrizioni alle libertà civili vengono talvolta spinti in secondo piano. Ciò che emerge qui è una forma di “orientalismo al contrario” all’interno di alcuni circoli accademici occidentali: un contesto in cui la società iraniana viene privata della propria azione (agency), e qualsiasi movimento endogeno di trasformazione viene attribuito ai think tank di Washington, sotto lo schermo di una pur legittima critica all’egemonia occidentale. Contemporaneamente, il predominio del “riduzionismo culturale” riduce le complessità materiali e di classe dell’Iran a rigide astrazioni come il binomio “tradizione contro modernità”. Il problema non è semplicemente che lo Stato si veda più della società. Piuttosto, nel caso dell’Iran, molte discussioni sono impostate fin dall’inizio in modo tale da rendere secondaria l’esperienza vissuta dalle persone. Negli ultimi decenni, gran parte degli studi sull’Iran si è concentrata sulla Rivoluzione del 1979, sull’Islam politico, sulla politica estera della Repubblica Islamica, sul programma nucleare e sulla rivalità dell’Iran con l’Occidente. Si tratta indubbiamente di argomenti importanti; tuttavia, una conseguenza involontaria di questa focalizzazione è stata che la stessa società iraniana è stata frequentemente trattata come un mero sfondo di questi sviluppi. Ad esempio, negli anni che hanno preceduto l’accordo sul nucleare, gran parte della letteratura accademica e politica ruotava attorno alla questione se l’accordo avrebbe modificato o meno il comportamento della Repubblica Islamica. Centinaia di articoli hanno esaminato le conseguenze regionali del JCPOA, il ruolo dell’Iran nel Medio Oriente e l’impatto dell’accordo sull’ordine internazionale. Eppure, rispetto a questa vasta mole di ricerche, molta meno attenzione è stata dedicata a comprendere come gli iraniani comuni vivessero le sanzioni, la corruzione strutturale, le restrizioni politiche e le crisi economiche, e come i loro mezzi di sussistenza venissero costantemente erosi sotto gli ingranaggi dell’alta diplomazia. Una tendenza simile si può osservare in alcune risposte accademiche al movimento “Donna, Vita, Libertà”. Molte analisi sono state preziose, affrontando le dimensioni di genere, sociali e culturali del movimento. Tuttavia, alcune si sono concentrate meno sull’esperienza dei manifestanti stessi e più su questioni quali la possibilità che il movimento portasse a un cambio di regime, il sostegno dell’Occidente o l’impatto sull’equilibrio di potere regionale. In tali narrazioni, i manifestanti stessi sono talvolta diventati attori secondari in un più ampio dramma geopolitico. È proprio qui che diventa evidente l’importanza del lavoro di Asef Bayat. Il suo significato non risiede semplicemente nel fatto di aver scritto sull’Iran o sul Medio Oriente, ma nella sua decisione di spostare il punto di partenza dell’analisi dallo Stato alla società. Nelle sue opere, le persone non sono semplici vittime o spettatori; sono agenti che trovano il modo di rimodellare le proprie vite nonostante i gravi limiti. Forse la lezione più importante di questa prospettiva è che comprendere l’Iran richiede di partire dalla sua gente e dalla loro vita quotidiana, piuttosto che dallo Stato. MEDIA E IRAN: QUANDO LA NARRAZIONE SOSTITUISCE LA COMPLESSITÀ Se gli accademici spiegano il mondo, i giornalisti lo raccontano. E raccontare richiede inevitabilmente una selezione. Nessun servizio giornalistico può trasmettere la piena complessità di una società. Di conseguenza, i media gravitano attorno a storie chiare, immagini simboliche e narrazioni facilmente comprensibili. Nel caso dell’Iran, questa logica ha portato a ripetere all’infinito alcune immagini: negoziati sul nucleare, donne senza velo, proteste di piazza, repressione politica e tensioni regionali. Queste immagini sono reali, ma non costituiscono l’intera realtà. Ciò che i media mainstream riproducono ripetutamente all’interno della cornice dell’“industria della narrazione” è l’immagine dell’Iran come una società unidimensionale in perenne stato di esplosione. All’interno di questa logica commerciale, la resistenza civile—come gli sforzi per istituire sindacati indipendenti o l’attivismo ambientale—manca di un immediato valore di “notizia dell’ultima ora” (breaking news) e diventa quindi censurata attraverso l’invisibilità. La copertura mediatica dell’Iran illustra chiaramente la tensione tra realtà e narrazione. Ai giornalisti è richiesto di spiegare fenomeni complessi a un pubblico vasto entro tempi limitati. Questa necessità evidenzia inevitabilmente alcuni elementi, spingendone altri oltre il campo visivo. Il Movimento Verde del 2009 ne offre un chiaro esempio. Gran parte della copertura internazionale si è concentrata principalmente sulle elezioni contestate e sulle divisioni tra le fazioni all’interno della Repubblica Islamica. Sebbene ciò fosse indubbiamente importante, non rappresentava l’intera realtà. Per molti manifestanti, la questione andava ben oltre i risultati elettorali. Sentimenti di esclusione politica, richieste di libertà civili e uno scontento accumulato nei confronti della struttura del potere costituivano dimensioni essenziali delle proteste. Eppure, le narrazioni mediatiche dominanti hanno spesso ridotto gli eventi a una rivalità tra Ahmadinejad, Mousavi e le élite politiche, lasciando ampiamente invisibile l’esperienza di umiliazione politica vissuta dal pubblico. Un modello diverso è emerso durante le proteste di novembre 2019. Questa volta, la copertura mediatica si è concentrata prevalentemente sulla violenza della repressione statale. I rapporti sul numero delle vittime, il blocco di internet e le reazioni delle organizzazioni per i diritti umani erano del tutto necessari. Ciononostante, è stata dedicata molta meno attenzione alla composizione sociale dei manifestanti o alle condizioni materiali ed economiche che avevano dato origine alla rivolta. In molte narrazioni, i manifestanti stessi erano visibili, ma la vita sociale e le radici di classe della loro rivolta sono rimaste in gran parte unseen (invisibili). Il movimento “Donna, Vita, Libertà” ha assistito a un’ulteriore forma di semplificazione. Le immagini di donne che si toglievano o bruciavano il velo sono diventate il simbolo globale delle proteste. Si è trattato di un’immagine potente che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale. Al tempo stesso, tuttavia, vi era il pericolo che l’intero movimento venisse ridotto a quella singola immagine. In realtà, il movimento non ha mai riguardato esclusivamente il velo obbligatorio. Riguardava anche le libertà politiche, i diritti delle donne, la crisi di legittimità del regime, le rivendicazioni generazionali, le disuguaglianze economiche strutturali e molte altre questioni. Nel frattempo, la solidarietà di insegnanti, studenti espulsi, lavoratori in sciopero e famiglie in cerca di giustizia è stata oscurata da questa rappresentazione mediatica compressa. Per questo motivo, si può consumare un’enorme quantità di notizie sull’Iran pur possedendo solo una comprensione limitata della società iraniana. I media presentano l’Iran, ma spesso solo attraverso momenti eccezionali, mentre la vita reale della sua gente continua, con tutta la sua complessità , negli intervalli tra quei momenti. – Continua – Redazione Torino
July 21, 2026
Pressenza
Saharawi: la vera Odissea è la normalizzazione, il silenzio e l’economia del neocolonialismo
Il recente film Odyssey di Christopher Nolan, pur presentandosi come un’opera cinematografica di indiscutibile fascino artistico grazie a una magnetica destrutturazione temporale e a maestose riprese panoramiche in 70mm capaci di tradurre il viaggio mitologico in una profonda riflessione filosofica sulla memoria e sull’ossessione del ritorno, porta con sé una pesante implicazione geopolitica. Questa produzione, infatti, rischia di inserirsi in una sistematica strategia di normalizzazione culturale volta a rendere invisibile la drammatica condizione del popolo Saharawi e la sua legittima lotta per l’autodeterminazione nei territori occupati del Sahara Occidentale. Attualmente, il Regno del Marocco controlla militarmente circa l’80% del territorio, mentre la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) il restante 20%, un’area interna, desertica e priva di sbocchi costieri o significative risorse economiche. Il quadro giuridico internazionale, tuttavia, è inequivocabile. Già nel 1975, il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito l’assenza di qualsiasi vincolo di sovranità territoriale tra il Marocco e il Sahara Occidentale, definendo di fatto Rabat come una potenza occupante de facto. Nel 2002, il parere legale del Sottosegretario per gli Affari Legali delle Nazioni Unite, Hans Corell, ha ribadito che lo sfruttamento delle risorse naturali nei Territori Non Autonomi è lecito esclusivamente a due condizioni tassative: deve andare a diretto beneficio della popolazione autoctona e deve avvenire previo consenso e in conformità con i desideri della stessa. A confermare questo orientamento si sono aggiunte le storiche sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), che hanno annullato a più riprese gli accordi commerciali e di pesca tra UE e Marocco nella misura in cui includevano illegalmente le terre e le acque territoriali del Sahara Occidentale. Le origini del conflitto risalgono al novembre del 1975, quando il re Hassan II diede inizio alla “Marcia Verde“, un’operazione strategica che vide la penetrazione di 350.000 civili marocchini scortati da ingenti forze militari. Questa massiccia occupazione costrinse gran parte della popolazione indigena a una drammatica fuga verso l’inospitale deserto algerino, dove oggi circa 200.000 profughi sopravvivono nei campi di accoglienza situati nella regione di Tindouf. Coloro che sono rimasti nelle zone occupate vivono in uno stato di costante privazione dei diritti fondamentali, all’interno di uno scenario documentato di “impunità strutturale”. Come rilevato da molteplici organismi internazionali – tra cui il Robert F. Kennedy Human Rights, il Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria (WGAD), il Comitato contro la Tortura (CAT) delle Nazioni Unite, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani (OHCHR), Amnesty International, Human Rights Watch e il centro NOVACT – il governo marocchino ricorre sistematicamente alla detenzione amministrativa e giudiziaria come strumento di persecuzione politica per reprimere il dissenso, blindando al contempo l’area per impedire l’accesso a osservatori e media indipendenti esterni. Nonostante gli accordi per il cessate il fuoco siglati nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, che prevedevano l’istituzione della missione MINURSO e la promessa di un referendum per l’autodeterminazione, la consultazione non è mai stata celebrata a causa dei continui veti e ostruzionismi opposti da Rabat. Questa situazione di stallo si è consolidata nel tempo anche grazie all’avallo esplicito di importanti attori geopolitici occidentali e internazionali, come gli Stati Uniti, Israele, la Francia e la Spagna, nonché al silenzio complice di numerose altre nazioni. Al contrario, l’Unione Africana e molti Stati storicamente vicini al movimento dei non allineati mantengono una ferma posizione di supporto alla causa saharawi. Questo prolungato stallo politico consente al Marocco di sfruttare indisturbato le immense ricchezze del territorio: il controllo strategico delle coste oceaniche (tra le rotte più pescose al mondo), i ricchi giacimenti di fosfati, lo sviluppo di impianti di energia rinnovabile, le esplorazioni per idrocarburi e, non da ultimo, la promozione del turismo internazionale. Una penetrazione economica ed estrattivista che non sarebbe realizzabile senza il supporto di investimenti esteri e una diffusa complicità internazionale. In questo scenario, la cultura e l’industria del cinema si trasformano in potenti vettori di legittimazione e normalizzazione geopolitica. Il piano strategico di investimenti del governo marocchino offre infatti un tax rebate (rimborso fiscale) del 30% per le produzioni internazionali che spendono almeno un milione di dollari e garantiscono un minimo di 18 giorni di riprese nel Paese. Questa agevolazione economica viene deliberatamente estesa anche ai territori occupati del Sahara Occidentale. Il Centro Cinematografico Marocchino (l’ente statale incaricato di erogare i fondi) assimila formalmente l’area al resto del Regno, definendola una «provincia del sud» al fine di promuoverla a livello internazionale come territorio pienamente nazionale. È così che le suggestive sequenze di Odyssey hanno trasformato la Duna Bianca – una straordinaria oasi naturalistica incontaminata nei pressi della città occupata di Dakhla – nel set ideale per rappresentare Ogigia, l’isola mitologica in cui la ninfa Calipso trattiene Ulisse. La scelta di questa location dimostra come Rabat utilizzi la settima arte come un sofisticato strumento di soft power, capace di occultare una complessa realtà di occupazione militare dietro la bellezza delle immagini e l’efficienza di un’infrastruttura industriale competitiva su scala globale. Di fronte a questa operazione di mistificazione, suscita profonda perplessità l’atteggiamento di testate giornalistiche tradizionalmente vicine alle lotte post-coloniali e all’autodeterminazione dei popoli. È il caso del quotidiano Il Manifesto, che in un lungo articolo intitolato «Odissea, la ricerca del mito nel nostro tempo», ha dedicato ampi spazi celebrativi alla pellicola di Nolan limitandosi a una recensione puramente artistico-critica, omettendo qualsiasi accenno alla gravità del contesto geopolitico in cui le riprese si sono svolte. Una voce critica si leva invece dalle pagine della testata MOW (Men On Wheels), in cui si sottolinea come «Odyssey sia un film sensazionale che ha incantato la critica» ma si ricorda al contempo che «alcune scene sono state girate nella città di Dakhla. Siamo nel Sahara Occidentale, in un territorio conteso occupato dal Marocco, dove le popolazioni indigene non possono raccontare le proprie storie senza timore di essere imprigionate». L’articolo conclude denunciando come la scelta produttiva abbia «contribuito a legittimare il controllo marocchino sul territorio conteso», delineando «un’Odissea geopolitica molto più complessa di quella epica». Parallelamente, il Western Sahara International Film Festival (FiSahara) ha espresso una dura condanna, evidenziando come la produzione «contribuisca alla repressione del popolo saharawi da parte del Marocco» e agevoli «gli sforzi del regime marocchino per normalizzare l’occupazione». Un monito ribadito con forza dall’attivista saharawi Mamine Hachimi, il quale ha dichiarato che filmare in quei territori senza il consenso della popolazione locale rende la produzione stessa complice e parte integrante del sistema repressivo. Le parole più toccanti e incisive giungono dall’artista, regista e scrittore saharawi Mohamed Sleiman Labat: «Utilizzare i territori del Sahara Occidentale per girare un film senza il consenso del popolo sahrawi non è meno problematico ed estrattivista che sfruttare i nostri fosfati, le nostre risorse ittiche, il vento, il sole o qualsiasi altra risorsa: è un furto a tutti gli effetti e un’appropriazione indebita del territorio e della cultura. Christopher Nolan, non c’è bisogno di tornare indietro nel tempo di 3000 anni per “scavare” una storia umana di ritorno a casa, sfollamento, guerra, sofferenza umana e tradimento. Proprio il luogo in cui il tuo film è stato in parte girato racconta oggi esattamente quei temi. Tu e la tua troupe vi trovavate su una terra i cui legittimi proprietari sono stati sfollati con la forza e che da 50 anni cercano di tornare a casa. L’odissea odierna e il lungo viaggio di ritorno a casa, costellato di ostacoli, sono una realtà vissuta dai sahrawi e da molte altre comunità sfollate. È incredibile rendersi conto che, per raccontare la storia del viaggio decennale di Ulisse verso casa, hai dovuto utilizzare la terra di un popolo che da 50 anni cerca di tornare a casa». Paolo Mazzinghi
July 20, 2026
Pressenza
“L’Albania siamo noi”: 50 giorni di protesta a Tirana
Rientrato da un paio di giorni in Italia dall’Albania, continuo a seguire attraverso i social e le persone che ho conosciuto lì la Rivoluzione dei Fenicotteri. Ho fatto tre viaggi a Tirana, dove ho potuto toccare con mano un fenomeno che può insegnarci molto e ora tento una sintesi di questa esperienza. Da un Paese dove fino ad un paio di mesi fa sembrava regnare l’apatia politica e sociale, ci arriva un poderoso esempio di impegno civico, di resistenza e di speranza. Soltanto l’11 maggio del 2025 il sedicente partito “socialista” di Edi Rama aveva ottenuto il 53,27% dei voti, il suo alleato “socialdemocratico” del clan di Tom Doshi, il boss di Scutari, era al 3,10%, mentre “l’opposizione” di Sali Berisha era arrivata al 32,93%. In tutto tra governo e un’opposizione che è di fatto il rovescio della stessa medaglia, avevano l’89,30%. Tre piccoli partiti di opposizione (due di centro e uno di sinistra) si aggiudicavano i voti rimanenti e un deputato ciascuno. La partecipazione al voto però era solo del 44,83%. Alla fine di maggio le proteste pacifiche, iniziate da poche decine di persone, da gruppi ecologisti e dal piccolo partito Levizja Bashke (Movimento Insieme), contro il resort voluto dalla figlia di Trump Ivanka e dal marito Kushner nell’isola di Suzuan e nell’area protetta della Laguna di Narta, avevano scatenato una violenta risposta dei vigilantes privati a guardia dell’area. Le immagini, diventate subito virali sui social media, hanno suscitato un forte sdegno, che si è rapidamente trasformato in proteste di massa coinvolgendo decine di migliaia di persone. Queste proteste hanno avuto il loro epicentro a Tirana, dove proseguono ininterrottamente da 50 giorni con quotidiani presidi davanti al palazzo del Primo Ministro e manifestazioni che attraversano la capitale scegliendo ogni giorno una strada diversa. “L’Albania non è in vendita”, “All’Albania serve una Rivoluzione”, “Dimissioni!”, “Per voi è finita”, “No alla corruzione”, “Rama e Berisha in prigione”, “Vogliamo una Nuova Albania”… sono gli slogan più gridati. A partire dalla difesa dell’oasi naturale, dove nidificano i Fenicotteri Rosa, la protesta si è rapidamente allargata ad una serie di questioni legate al malgoverno del Paese. La corruzione, innanzitutto, che riduce la politica a lotta per il potere senza nessun reale progetto di cambiamento e di soluzione dei problemi concreti del popolo. Le proteste, che hanno coinvolto i lavoratori della diaspora e gli albanesi dei Paesi confinanti, hanno messo all’ordine del giorno uno sviluppo sostenibile, che crei posti di lavoro utili alla collettività e non alle speculazioni di un capitalismo straniero rapace e ai profitti degli oligarchi. Così via via le proteste hanno coinvolto anziani con pensioni da fame, lavoratori sfruttati o costretti ad emigrare, disabili a cui sono negati adeguati sussidi e studenti che non hanno garantito un futuro nel Paese. La pacifica determinazione di questo popolo che tenacemente continua la sua lotta quotidiana possa essere un esempio per tutti i popoli che vedono i loro diritti minacciati da una ristrettissima cerchia di persone che si arricchiscono sempre di più e senza alcuno scrupolo etico, con la complicità di politici venduti e corrotti. Mauro Carlo Zanella
July 19, 2026
Pressenza
47 giorni di protesta a Tirana: la voce degli studenti
Ieri sera la Rivoluzione dei Fenicotteri è arrivata al suo quantasettesimo giorno. Il presidio si è via via ingrandito e il corteo che ogni sera segue un diverso itinerario per le vie di Tirana era formato da migliaia e migliaia di persone. Oggi però alcuni giovani hanno inscenato una performance vestiti da neo laureati con il tradizionale copricapo e un mantello nero. Diamo quindi a loro la parola traducendo i loro cartelli. Mi sono laureato: all’Accademia di Polizia, ma la decisione della commissione mi ha bloccato; in Giurisprudenza, ma un raccomandato ha preso il mio posto; in Ingegneria, ma l’amico del ministro ha ottenuto l’incarico al posto mio; come ingegnere forestale, ma le foreste sono diventate resort; in Scienze Politiche, ma la burocrazia mi dava davvero sui nervi; in Finanza, ma devi accettare che 5×4=25 in Sicurezza Informatica, ma le spie del Partito mi sono passate avanti; in Urbanistica, ma le società straniere si sono aggiudicate i progetti; come attore, ma non posso permettermi il costo della vita; in Architettura, ma il figlio del sindaco ha ottenuto l’incarico al mio posto; in Marketing, ma il Primo Ministro ha nominato un altro al mio posto; come insegnante, ma una bustarella ha deciso per me; in Belle Arti, ma il nepotismo mi è stato di ostacolo; come Giornalista, ma la stampa non è libera; in Legge, ma il figlio di un criminale ha ottenuto il posto che sarebbe dovuto spettare a me; in Relazioni Internazionali, ma la posizione è stata presa dalla figlia di un oligarca; in Storia e stiamo scrivendo la Storia proprio ora. Mauro Carlo Zanella
July 17, 2026
Pressenza
Nella scuola di Valditara è vietato pensare?
Riportiamo la lettera di denuncia e solidarietà  scritta da un gruppo di professori del Liceo  Vivona di Roma in seguito a un grave episodio che coinvolge un loro collega e numerosi studenti. Il liceo Vivona di Roma sta vivendo un momento drammatico: un’ispezione ministeriale – volta ad accertare un fatto che non ha alcun evidente motivo di essere perseguito (una comunicazione privata, dopo la fine degli esami e la pubblicazione degli esiti, in cui il loro ex professore invitava i propri ex studenti e studentesse a restare vigili e consapevoli di fronte alle atrocità e alle violenze commesse dai forti contro i deboli, ricordando la vicenda del genocidio di Gaza)– si è abbattuta sulla nostra scuola. Il caso di un libero cittadino che espone il proprio punto di vista (corredandolo di citazioni letterarie, di cui non si è volutamente afferrato il significato profondo) ad altri liberi cittadini e cittadine, è un fatto da indagare, insomma. Strano: la comunicazione, infatti, è intervenuta a rapporto docente-discenti concluso, dopo la pubblicazione degli esiti degli esami di Stato. Ciò nonostante, il quotidiano “Il Tempo” in un articolo mal scritto e capzioso, ha rivelato e commentato impudicamente il testo della comunicazione, che sarebbe stata fornita al giornale da uno studente anonimo, che parla di “un professore di latino e greco di una scuola di Roma”, fornendone un’interpretazione manipolatoria e in alcuni passaggi priva di logica. Nonostante nell’articolo del “Tempo” non sia nominata la nostra scuola, docenti, ma – soprattutto – studentesse e studenti, sono sottoposte/i ad un accertamento volto a determinare la presunta “colpevolezza” del nostro collega, stimato – come stanno testimoniando le numerose attestazioni che arrivano in queste ore – per cultura, preparazione, onestà intellettuale, impegno nella società, peraltro membro del consiglio di istituto. Quello che ciascuna/o di noi ha fatto – nel corso dell’anno scolastico – per far comprendere ai propri studenti e alle proprie studentesse ciò che è accaduto e continua ad accadere in Palestina è certificato dai nostri registri scolastici, cui gli ispettori possono certamente accedere, senza necessità di intervistare ragazzi e ragazze appena diplomati: un’operazione di informazione, analisi, approfondimento su una circostanza storica drammatica, che è sotto gli occhi di tutti/e, che affonda le proprie radici in una storia antica e che non noi, ma istituzioni internazionali come l’ONU definiscono genocidio. Molte e molti di noi, come docenti della scuola della Repubblica e come educatori alla pace, hanno avvertito non solo il diritto, ma il dovere di non abbassare lo sguardo e di rispondere alle domande che studentesse e studenti ci ponevano. Nel caso di specie, però, si tratta di altro. Un ex docente di ex studentesse e studenti si congeda da loro lasciando un messaggio: non accontentatevi di guardare la superficie, esercitate il libero arbitrio che è stato rafforzato attraverso la conoscenza che la scuola vi ha fornito, restate umani, chiunque voi sarete. Qui non si tratta di libertà di insegnamento, ma di libertà di espressione. Alcuni/e di noi hanno deciso – una volta appresa la notizia dell’audizione da parte degli ispettori – di spedire il medesimo messaggio ai propri ex studenti e studentesse: un atto di condivisione, di solidarietà, di contestazione di un evento rispetto al quale non intendiamo rimanere indifferenti, che rivendichiamo; auditeci tutti/e. E diteci chiaramente in cosa abbiamo violato leggi, norme, codice deontologico. Ai nostri colleghi, ma soprattutto agli studenti e alle studentesse che sono stati sottoposti -a 19 anni – al dilemma per decidere se essere delatori o mentitori, comunichiamo la nostra solidarietà: non è questa la scuola del comma 1 dell’art. 33 (che prevede le libertà di insegnamento e di apprendimento); la scuola dell’art. 11 (impudicamente ed erroneamente tirato in ballo dall’art. del “Tempo”, da cui sarebbe scaturito il casus belli, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.); la scuola dell’art. 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”). In particolare: servendosi del ruolo di docente che un libero cittadino riveste, in un contesto però differente da quello in questione (che è lo scambio di idee con ex studenti), si tenta di minare una delle garanzie costituzionali della libertà individuale e collettiva: il diritto di manifestare il proprio pensiero. Un fatto inedito. A quando l’intervento su quanto padri e madri dicono ai propri figli/figlie? E chiediamo loro scusa: talvolta gli adulti sbagliano. E non stiamo parlando del professore oggetto dell’audizione Lettera degli studenti del Vivona contro le ispezioni dell’USR Gli interrogatori e le ispezioni portate avanti dall’USR (col beneplacito, se non la complicità attiva del Mim) verso noi studenti e studentesse del Liceo Vivona di Roma sono un fatto gravissimo, contro cui vogliamo prendere posizione. Negli ultimi giorni ad alcuni noi, studenti e studentesse delle classi quinte, è stato chiesto di fare da delatori verso un nostro docente. La presunta “colpa” è quella di essere un professore solidale con un popolo, quello palestinese, sotto le bombe da anni, che subisce un genocidio e uno stato di apartheid, come è stato definito anche da organismi dell’Onu. Evidentemente, le posizioni solidali contro il genocidio non sono viste di buon occhio dal Ministero di Valditara, che risponde con una politica di terrore fatta di ispezioni ed interrogatori. Come abbiamo ben imparato in questi mesi, la retorica di Valditara sulla presunta neutralità della scuola è solo un pretesto per reprimere il dissenso contro il governo. Lo stesso zelo non viene applicato per iniziative e posizioni che rientrano negli schemi governativi, guarda caso. Condanniamo l’ispezione così come le politiche intimidatorie e repressive del governo. Non saremo delatori contro i lavoratori della scuola perché siamo alleati nella lotta per una formazione e un mondo più giusti. Vogliamo una scuola democratica e libera dalle ingerenze governative: giù le mani dalla scuola. Adriano Cerri – Rappresentate d’Istituto del Liceo Vivona Sofia Vaglio – Rappresentante di Consulta del Liceo Vivona Redazione Roma
July 16, 2026
Pressenza
Tirana: 46 giorni di Resistenza
L’occupazione dei cantieri navali di Danzica, nel 1980, durò 18 giorni e sempre nel 1980 i metalmeccanici presidiarono i cancelli di Mirafiori per 35 giorni. Lo sciopero dei minatori inglesi tra il 1984 ed il 1985 durò esattamente un anno. Il presidio giornaliero in piazza Duomo a Milano entra oggi nel suo quattordicesimo mese. Mani Rosse Antirazziste presidia il Viminale ogni giovedì da otto anni. Il movimento No TAV è in mobilitazione permanente da oltre trent’anni. A volte queste mobilitazioni sono state sconfitte e per anni se ne sono pagate le conseguenze, altre volte hanno segnato dei punti in proprio favore, ma non esistono alternative. Se si vuole contrastare la politica di riarmo dell’Unione Europea, se si vuole impedire una guerra globale in Europa, se si vuole avere uno stato sociale decente e pensioni e salari dignitosi, non esistono scorciatoie ad una mobilitazione permanente. Non siamo numeri! Siamo voci! Il governo deve ascoltarci, non restare in silenzio! Si può vincere, si può perdere, ma se non si prova ad organizzare le speranze in una lotta di lunga durata, la sconfitta è già segnata e le conseguenze saranno devastanti. Diceva Ernesto Che Guevara, la cui immagine ho visto apparire anche qui a Tirana: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.” I manifestanti che animano le proteste in Albania sanno di avere a che fare con un muro di gomma, con un potere arrogante e sordo. Sanno che la loro lotta potrebbe essere lunga, che anche la vittoria al referendum, per cui sono state raccolte oltre venticinquemila firme in un solo banchetto a Tirana (la metà di quante ne servirebbero entro la metà di novembre) potrebbe essere poi annullata, aggirando il risultato con nuove leggi emanate da un Parlamento saldamente in mano ai due compari Edi Rama e Sali Berisha, come è accaduto in Italia rispetto all’acqua pubblica così come oggi si vorrebbe aggirare le vittorie ai referendum contro le centrali nucleari. La corrente va in direzione opposta alla nostra e basta fermarsi per tornare indietro, anche rispetto a diritti che riteniamo erroneamente acquisiti. Non esistono alternative al nuotare in direzione “ostinata e contraria”. Questa è la lezione che ci viene oggi dall’Albania: una minoranza, se ha valide ragioni e se sa essere coerente credibile e tenace, può innescare un movimento di massa potenzialmente in grado di cambiare il corso della Storia. Come dicono i Notav della Valsusa “Sarà dura” e chi ci governa non ci farà sconti. Mauro Carlo Zanella
July 16, 2026
Pressenza
L’Unione Europea chiude le porte ai disertori ucraini
Rifondazione Comunista condanna la decisione del Consiglio d’Europa di escludere dalla proroga della protezione umanitaria i disertori che fuggono dall’Ucraina. La decisione di ieri di prorogare fino al 4 marzo del 2028 la possibilità di ricevere protezione umanitaria speciale in Europa per le cittadine e i cittadini ucraini in fuga dalla guerra, contiene questa oscena esclusione. La guerra per procura contro la Russia necessita di carne da cannone e quindi i governi dell’Unione Europea – si legge nel comunicato del Consiglio d’Europa – “hanno convenuto che la protezione temporanea dovrebbe essere concessa solo a coloro che adempiono ai propri obblighi militari in Ucraina”, di fatto tutti coloro che sono considerati idonei in una fascia di età che va dai 23 ai 60 anni. Il provvedimento ha lo scopo di favorire il reclutamento militare che sta sempre più avvenendo in maniera forzata, con tanto di caccia all’uomo nelle città e nei villaggi. Nel giorno in cui l’UE chiude le porte agli uomini ucraini in età da combattimento che devono continuare a versare il proprio sangue per la NATO Zelensky ha insignito Ursula von der Leyen dell’Ordine d’Europa. La “solidarietà europea” verso il popolo ucraino si è tradotta in quattro anni e mezzo di inutile strage. Quante vittime inutili in nome di una vittoria impossibile. Lo abbiamo gridato dall’inizio: l’unica maniera di essere solidali era lavorare per la trattativa. La violazione delle convenzioni internazionali è palese, ma non importa a chi è convinto, per i propri profitti e interessi, della necessità di non dover ricorrere per altri due anni alla diplomazia. Restiamo al fianco di tutti i disertori di ogni guerra, indipendentemente dalla divisa indossata. Rifondazione Comunista invita al rilancio della mobilitazione contro la guerra e il riarmo e alla solidarietà attiva con tutti i disertori ucraini e russi. #noallaguerra #stoprearmeurope #Ucraina Maurizio Acerbo
July 15, 2026
Pressenza
Quarantacinquesimo giorno di protesta: costruiscono torri ma manca l’acqua potabile
In Albania ci sono gruppi nella società civile che da anni operano per la difesa dell’ambiente, contro gli oligarchi e la svendita del Paese. Sono gli stessi gruppi che si sono mobilitati contro gli accordi con il governo italiano che hanno consentito la creazione in Albania di un Cpr e quindi la carcerazione di coloro che si salvano dai frequenti naufragio e che, Costituzione Italiana alla mano, avrebbero il diritto di sbarcare e di chiedere asilo nel nostro Paese. Anche in questa occasione Edi Rama ha dimostrato di essere al tempo stesso arrogante verso il proprio popolo e servo di chi ha un po’ di potere più di lui, servo dei servi insomma. Tirana è un cantiere, in cui in continuazione appaiono nuove torri dalle forme più bizzarre e fantasiose. Per consentire la speculazione edilizia, si cacciano le famiglie più povere, che vivono da sempre in alcuni quartieri, via via rasi al suolo, poiché spesso non hanno documenti che attestino il possesso delle abitazioni in cui abitano. Molte famiglie invece sono diventate proprietarie delle case popolari che un tempo erano di proprietà dello stato e che in seguito vennero cedute a chi già le abitava. Per i figli di questa fortunata generazione gli affitti nel centro di Tirana sono assolutamente proibitivi e le fantasiose torri già costruite o in costruzione restano in gran parte vuote. Perfino abitare nella periferia di Tirana è praticamente impossibile per chi vive con uno stipendio medio-basso. In questa città, dove interi quartieri vengono via via demoliti e ricostruiti in forme futuriste, l’acqua è un bene prezioso, cosa che non era al tempo del regime stalinista. In gran parte delle abitazioni l’acqua non è potabile e deve essere acquistata in taniche da cinque o da dieci litri. Mi torna in mente l’intervista ad un boss della camorra, che era stato denunciato per aver sepolto fusti di rifiuti tossici. All’intervistatore, che gli chiedeva come avesse potuto inquinare le falde acquifere del suo stesso Paese, rispondeva alzando le spalle: “Che me ne fotte: io bevo l’acqua minerale”. Questo accade in Albania grazie ad oligarchi che uniscono ad un capitalismo rapace un sistema mafioso, coperto da una classe politica quasi completamente inerte e complice poiché collusa e corrotta. Per questo i cittadini albanesi non smettono di protestare contro la corruzione e per una “Shqiperia e re”, ossia per una nuova Albania. Mauro Carlo Zanella
July 15, 2026
Pressenza
Greta Thunberg viene fermata dalla polizia a Berlino
Oggi, 14 luglio, a Berlino, Greta Thunberg ed altri manifestanti si sono seduti davanti all’ingresso di una azienda di munizioni, la Rheinmetall, che esporta armi in Israele, dove sono utilizzate per continuare l’occupazione, il regime di apartheid e il genocidio in Palestina ed in Libano. “Non possiamo guardare in silenzio, facciamo resistenza nonviolenta per porre fine alla complicità dei nostri governi in questi crimini” ha dichiarato. Redazione Italia
July 14, 2026
Pressenza
L’Albania non è in vendita: il racconto di Julie, attivista della Rivoluzione dei fenicotteri
L’Albania sta vivendo un momento di grande agitazione sociale. Più di un mese di manifestazioni quotidiane stanno mettendo in luce una situazione difficile: iniziate per la difesa dell’area protetta di Zvernec, il parco naturale Pishë Poro-Narta, zona di nidificazione del Fenicottero rosa adottato come simbolo di queste manifestazioni, sono diventate una rivendicazione per una politica più giusta, per una difesa della propria cultura e della propria storia. Ho sentito telefonicamente Julie Lela, giovane albanese della diaspora e piemontese di adozione. Mi ha raccontato di una popolazione giunta al limite della sopportazione. A innescare le proteste a fine maggio fu la violenza usata da guardie private contro i manifestanti sulla spiaggia di Dalan unico accesso per l’area protetta di Pishe Porto- Narta, una zona costiera che ospita siti di nidificazione delle tartarughe marine, ma anche foche e fenicotteri. Julie Lela durante una manifestazione a Tirana Gli investitori di questo progetto sono niente di meno che Ivanka Trump, figlia del presidente degli Stati Uniti insieme al marito Jared Kushner. Peccato che il progetto sia enorme, 10 mila posti, che per permetterne la realizzazione si siano dovute allentare le maglie della legge costituzionale sulle aree protette: gli emendamenti votati nel 2024 consentono lo sviluppo di infrastrutture turistiche su larga scala all’interno di questi territori e indeboliscono i meccanismi di tutela ambientale. La presentazione del progetto avvenne già nel 2024, suscitando forti reazioni. Adesso sono riprese anche perché, alla fine di maggio, sono comparse recinzioni di filo spinato ed escavatori sulle spiagge vicine. Alcuni eurodeputati – che hanno poi anche partecipato alle manifestazioni – hanno effettuato un sopralluogo a Zvërnec, all’interno della laguna Pishë Poro-Narta, a fine giugno, rilevando l’esistenza di evidenti danni all’ambiente in palese violazione delle direttive UE Uccelli e Habitat. La vicenda politica legata alle autorizzazioni necessarie ha però scoperto il vaso di Pandora. Intanto è stato necessario indebolire la legge per la protezione delle aree protette. Inoltre una serie d’indagini effettuate dalla SPAK, la procura anticorruzione albanese creata nel 2019 con il sostegno dell’Unione Europea come sostegno nel processo di adesione dell’Albania all’UE, hanno scoperto che anche in questo caso la corruzione, uno dei problemi più pesanti del paese e motivo per cui la Spak è stata creata, è stata il modus operandi di tutta la situazione. Se all’aspetto naturalistico e alla corruzione aggiungiamo che il progetto arriva da ricchi e facoltosi stranieri a favore di altri ricchi e facoltosi stranieri si può capire perché la Rivoluzione dei Fenicotteri sta andando avanti da più di un mese unendo giovani e anziani, uomini e donne, arrivando ad allestire punti di babysitteraggio per le famiglie che vogliono partecipare. Dopo il racconto Julie sintetizza le rivendicazioni del movimento: * In primo luogo le dimissioni di Edi Rama, il Primo Ministro, che così potrebbe essere processato per vari capi d’imputazione al momento pendenti visto che gode di immunità parlamentare. Rama è accusato di giostrare un sistema clientelare e corrotto presente in ogni settore della vita politica ed economica del paese. Dimissioni contestuali di tutto il Parlamento * Creazione di un governo tecnico di transizione, con il controllo e supporto dell’UE che possa: annullare la la legge 21/2024 “Investimenti Strategici” e quella 20/2025 “Pacchetto Montagne”, rivedere la legge sul finanziamento ai partiti, la revisione del codice elettorale con procedure di controllo anti corruzione per chiunque si candidi. In ultimo, ma non per importanza si richiede di limitare a due i mandati del Primo Ministro. Attualmente Rama è al suo quarto incarico. * Difesa dell’Albania, del suo territorio e della sua cultura, svenduti da Rama a investitori stranieri inneggiando alla modernizzazione e al miglioramento economico della nazione. I cittadini chiedono l’abrogazione degli emendamenti alla legge sulle aree protette, l’annullamento delle modifiche alla legge sul patrimonio culturale, l’abrogazione del pacchetto di leggi sulla montagna e l’abolizione dello status e del quadro giuridico per gli investimenti strategici. Le manifestazioni che continuano ad essere organizzate, sono in genere pacifiche ma qualche scontro si è verificato. Secondo Julie la responsabilità di questi avvenimenti è del governo che ha infiltrato elementi provocatori nelle piazze per screditare i manifestanti, soprattutto agli occhi dell’UE. La Rivoluzione dei Fenicotteri sta uscendo dai confini nazionali anche grazie agli albanesi della diaspora. Molte manifestazioni sono state organizzate anche in città come Parigi, Berlino, Milano. Anche Torino sta cercando di organizzarsi. Secondo Julie, Rama, che sta attaccando le manifestazioni anche via social, teme in particolar modo la popolazione della diaspora. Per il numero anche ma soprattutto per la possibilità di diffondere problema e richieste, trasformandolo da problema interno a questione europea, vitale sia per animali e persone sia per l’identità di un paese che già da tempo ha intrapreso il percorso dell’annessione. Ed esplicita è stata la richiesta di aiuto a cui l’Unione Europea ha iniziato a rispondere. Il 17 giugno è stata votata una risoluzione che esprime profonda preoccupazione per gli interventi sul paesaggio realizzati a Pishë Poro-Narta chiedendo alle autorità albanesi di abrogare gli emendamenti alla legge sulle aree protette oltre a sospendere immediatamente tutte le nuove autorizzazioni, costruzioni e interventi di sviluppo in altre zone protette del paese. Quello che adesso sta portando alla distruzione di un’area protetta di grandissimo valore ambientale accadde anni fa con un edificio di grande valore culturale e simbolico. Il Teatro Nazionale di Tirana, venne distrutto alle 4.30 del 17 maggio 2020. Un edificio che rappresentava la storia culturale del paese venne abbattuto in fretta e furia, al suo posto è stato costruito a un grattacielo. All’epoca attori, artisti e intellettuali si opposero alla distruzione che lasciò interdetti e spaesati anche tanti cittadini. Tanti altri quartieri hanno avuto un destino simile: abbattuti per far spazio al nuovo, al moderno in modo troppo repentino e senza dialogo alcuno con la cittadinanza. In un articolo su Domusweb l’artista albanese Adrian Paci commenta la distruzione del teatro come riferito al “rapporto tra il potere e l’estetica; in particolare un’idea di bellezza che prende corpo in una serie di opere grandiose, ma destinate ad essere calate sulla città per volontà dell’uomo forte. In tal senso, il ricorso agli architetti di fama è un espediente frequente, mediaticamente efficace. Il potere prende così le sembianze del pittore che si pone davanti a una tela bianca, sentendosi libero di proiettarvi la propria visione. Ma, appunto, il territorio non è una tela bianca, bensì una trama di storie, memorie, necessità, desideri. Manca, in questa logica, una considerazione del tessuto sociale del paese, del suo vissuto, delle sue contraddizioni, del suo portato di memorie e di valori… Il cittadino diventa spettatore che assiste passivamente allo spettacolo ed è costretto a vivere sotto la dittatura di una ’bellezza’ imposta dall’alto”. Julie racconta preoccupata ma determinata di questa situazione, dove dietro lo slogan della modernizzazione si nasconde una svendita brutale della storia e delle risorse dell’Albania. Una dinamica vista tante, troppe volte. Pressenza sta seguendo passo passo la Rivoluzione dei fenicotteri, giunta ieri al quarantaquattresimo giorno: qui l’articolo. Sara Panarella
July 14, 2026
Pressenza