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Torino: manifestare ai tempi dei decreti sicurezza
La manifestazione “Noi la guerra non la vogliamo” è stata la risposta torinese alla chiamata alle piazze indetta a livello nazionale questo sabato. La manifestazione era già stata convocata dal collettivo Torino Partigiana ed ha via via acquistato più importanza dopo i fatti della scorsa settimana: anche le pagine social del Movimento 17 ottobre invitavano a confluire su quella piazza. In piazza Castello a partire dalle 15 si sono radunate qualche migliaio di persone; in situazioni simili la Questura ha sempre fatto partire il corteo anche se non c’era l’autorizzazione preliminare in quanto l’attuazione dell’articolo 17 della Costituzione[1] veniva considerata prioritaria ed anche per diminuire la pressione della piazza. Questa volta la piazza è stata gestita in maniera differente: migliaia di persone si sono trovate stipate senza nessuna via di fuga e con tutti gli accessi chiusi da cordoni di polizia. I manifestanti cercano quindi il modo di uscire dalla piazza tentando di forzare i blocchi dal lato di via Po; la polizia risponde con una carica di alleggerimento, da lì non si passa. La cosa appare talmente eccessiva che persino alcuni passanti esortano la polizia a togliere il blocco per fare passare il corteo in nome della Costituzione, incitandoli a disobbedire agli ordini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» – Passante esorta la polizia a far passare i manifestanti Foto: M.BARIONA Il corteo si posta quindi verso via Cernaia, chiuso anche lì. Si tenta di utilizzare il passaggio su via XX Settembre, la risposta è una nuova carica. Il balletto dura un paio d’ore in cui la gente resta chiusa in piazza. Ad un certo punto un’auto passa a velocità sostenuta in mezzo alla gente; per puro caso nessuno rimane ferito e l’auto ed il relativo autista viene protetto dal cordone di polizia di via Cernaia. Foto e video dell’episodio ce ne sono, confido nel solerte lavoro dell’autorità giudiziaria per scoprire l’identità dell’autista dell’auto. A questo punto si apre una via di fuga su viale Partigiani ed il corteo può partire per il suo lungo percorso, solertemente guidato tramite cariche di alleggerimento e lacrimogeni anche perché ormai è giunto ad Aurora e Barriera, quartieri meno centrali e con minore copertura mediatica. Il corteo dovrebbe chiudersi in piazza Baldissera nel pieno di quella periferia di Torino abbandonata a sé stessa ed alla speculazione immobiliare, dove comincia a diventare difficile trovare case in affitto e la tensione sociale appare più densa[2]: lì intorno non si sono vetrine luccicanti da difendere od obiettivi sensibili. Il corteo è praticamente finito, si è fatto buio ed è quasi ora di cena. I manifestanti che hanno marciato per chilometri e subito diverse salve di lacrimogeni tornerebbero anche a casa: le forze dell’ordine caricano anche lì utilizzando tutto l’armamentario a loro disposizione: manganelli, gas lacrimogeni, persino gli idranti. Poi organizzano un rastrellamento fermando alcuni manifestanti: i vari decreti sicurezza consento il fermo di chiunque, maggiorenne o minorenne, fino a dodici ore per l’identificazione. In questura vengono portate quattro persone (mentre almeno tre sono in stato di fermo da prima della manifestazione). Due di loro verranno rilasciare subito per essere accompagnate in ospedale dove necessitano di ricovero in seguito alle contusioni, quattro vengono rilasciate nella notte dopo le identificazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Appare chiaro che risulta possibile, in momenti con un forte impatto emotivo, utilizzare i social per convocare manifestazioni molto partecipate senza che ci sia un referente preciso; la piazza di Torino di oggi e probabilmente quelle del resto d’Italia ne sono una dimostrazione. Ciò non toglie che ammassare migliaia di persone disorientate e senza riferimenti precisi crea una confusione difficilmente gestibile che lascia troppo spazio all’improvvisazione. L’atmosfera che si respirava oggi in piazza mi ha ricordato quella di Genova 2001: la sostanziale differenza è che 25 anni fa l’ordine pubblico è stato gestito in deroga alle norme vigenti e questo ha generato una serie interminabile di processi[3], ora tutto è perfettamente conforme alla legge. Poi ci sono loro, le ragazze ed i ragazzi che sentono la necessità impellente di farsi sentire e di lottare per una qualche idea di futuro: questa lotta, motore della storia, è stata classificata come un problema di ordine pubblico da uno dei governi più autoritari della storia repubblicana che, per giustificare questa fallimentare strategia di fronte all’opinione pubblica, non esista a degradare i diritti civili, indicare colpevoli a casaccio e manipolare la realtà a questi fini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA [1] I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. [2] Per approfondimenti sulla situazione sociale dei quartieri Aurora e Barriera di Milano a Torino cfr https://www.pressenza.com/it/tag/alimonda-summer-festival/ [3] Per approfondimenti sui percorsi giudiziari dopo Genova 2001 https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/   Giorgio Mancuso
October 25, 2026
Pressenza
Lavorare per la pace e non per la guerra
Serve un cambio culturale: da lavorare per la guerra a lavorare per la pace. Non concediamo una facile via di uscita a chi sostiene il militarismo imperante In questi giorni abbiamo assistito a due fenomeni diversi che paiono avere punti di contatto ma si distinguono nettamente. Da una parte le proteste di tanti giovani e studenti che hanno messo in evidenza l’indisponibilità a credere nelle guerre per il loro futuro. Mentre aumentano le spese militari a dismisura, l’investimento per l’istruzione arranca ed è ad un misero e scarso 4% del PIL. Dall’altra parte abbiamo assistito ad un vandalismo senza speranza e prospettiva. Io non mi sono stupito di queste due situazioni. La popolazione italiana è convintamente contro le guerre. Quanto sta avvenendo, sia a livello interno che internazionale, conferma tutte le buone ragioni per avere il desiderio di manifestare per costruire una società migliore. Paul Valéry scriveva: «La guerra è il massacro di persone che non si conoscono, per conto di persone che si conoscono ma non si massacrano». Dall’altra parte, alcune centinaia di ragazzini hanno seminato il caos distruggendo vetrine. Sarebbe stato strano, sempre a parer mio, il contrario se, dopo non aver fatto nulla sul piano educativo e sociale per dare loro una prospettiva di vita, una frangia di ragazzi non fosse esplosa. Personalmente è da tempo che sono preoccupato per il possibile verificarsi di un tale fenomeno. Quando non si fa nulla per garantire una vita dignitosa a chi ne ha bisogno, quando si nega la cittadinanza a ragazzi nati e cresciuti in Italia (qualcuno vuole mandarli a casa. Ma quale casa se hanno conosciuto solo l’Italia?), quando si insiste a colpevolizzarli dei mali della società e si impone un decreto d’urgenza sul tetto del 30% di stranieri in classe, con misure neanche lontanamente attuabili, non si può pensare ad un risultato diverso. E ancora, i vari messaggi di allerta disordini che hanno creato psicosi e paura in diverse città italiane, uniti agli infiltrati che sono da sempre presenti, fanno parte del tentativo di ridurre tutto ad un problema di ordine pubblico. Se il Governo tentasse di blindare e militarizzare tutto il paese, non lo permetteremmo e scenderemmo in piazza. Ma se si permette che violenza e caos dilaghino per mano di alcune centinaia di persone, che altri minaccino distruzioni con messaggi sui social, ecco che poco alla volta cittadini impauriti inizieranno a chiudersi in casa, a non mandare i figli a scuola e poi a chiedere ordine e sicurezza. Ecco che la violenza diventa l’alibi perfetto per misure straordinarie e per impedire le manifestazioni e le proteste. Ed allora la lotta nonviolenta diventa la strada utile, non solo sul piano etico, ma anche sul piano dei risultati. La vera vittoria è riuscire a rendere consapevole la popolazione della realtà nella quale viviamo, delle ingiustizie nella quale siamo immersi, della necessità di avere “più scuole e meno armi”, della solidarietà da dare ai palestinesi che è nello stesso tempo solidarietà a tutti coloro che hanno bisogno. Occorre rifiutare la logica emotiva che porta, anche nelle azioni di taluni che manifestano, a comportarsi come dei tifosi violenti che distruggono tutto e picchiano altri tifosi. Il potere teme grandemente non la violenza di pochi, che anzi gli permette di criminalizzare tutti coloro che manifestano, ma una popolazione consapevole e determinata. Tutti oggi a condannare la violenza, ma quello che balza all’occhio è che mentre sono solleciti a condannare i ragazzini, nulla dicono e fanno sulla violenza contro i lavoratori licenziati, quelli che muoiono sul lavoro e contro le guerre che stanno togliendo intere generazioni alle proprie famiglie, in Ucraina come da tante altre parti. Proprio oggi è stato rivelato che dal 2025 l’Italia è diventata la principale importatrice di rottami ferrosi da Israele sostituendosi alla Turchia. Da rilevare che Israele “saccheggia” questi materiali dalla striscia di Gaza.  Questo non è sostegno alla violenza perpetrata contro il popolo palestinese? Gli studenti avrebbero bisogno di essere formati e preparati alla nonviolenza e di utilizzare le proprie energie ideali per costruire una società migliore.  Contro la guerra globale permanente, il nazionalismo e il militarismo dilagante si dovrebbe opporre non l’accettazione passiva, ma: la formazione alla cittadinanza consapevole, l’obiezione di coscienza, le tecniche di difesa nonviolenta, la resistenza civile, i metodi di de-escalation dei conflitti, esempi di “pace con mezzi pacifici”. Insomma ciò che serve è un cambio di modello culturale e interpretativo: dalla preparazione della guerra alla preparazione della pace. La violenza va ripudiata a tutti i livelli da quella interpersonale a quella dei conflitti internazionali.     Redazione Italia
October 25, 2026
Pressenza
Buy Nothing Day: oltre lo sciopero dell’attenzione
Qualche settimana fa abbiamo proposto l’idea di una nuova strategia di attivismo. Si trattava di una serie di Scioperi dell’attenzione, gli “Attention Strike”: un giorno di astensione dall’uso per ogni piattaforma Big Tech. L’idea, che non appartiene a un gruppo o a un collettivo, è nata dallo scambio tra realtà diverse che hanno voglia di cercare insieme nuovi metodi di lotta. Lo scorso articolo abbiamo chiuso con una domanda: Che ne pensate? Non era retorica. Voleva ricreare invece proprio quello stesso scambio da cui è nata la strategia dell’Attention Strike ciò che è emerso da essa ci ha portato a porci nuove domande. Cosa è cambiato e perché. Le domande che ci hanno guidato Prima di tutto è emerso un dubbio che ci ha obbligato a fermarci: quello molto concreto legato alla coincidenza di date fra lo sciopero generale del 30 ottobre, in cui saremo in piazza a filmare ciò che succede, con lo sciopero dell’attenzione nei confronti di YouTube. Che fare quindi? Spostare il caricamento dei filmati su un’altra piattaforma, che non avrà di certo la stessa visibilità, sacrificando quindi l’azione in piazza sull’altare della lotta contro la big tech? Il cane che si morde la coda Dietro queste domande c’è un problema più profondo, quello di essere intrappolati in un circolo vizioso. Anche se le alternative alle grandi piattaforme esistono, essendo ancora poco frequentate, lì le nostre azioni hanno meno visibilità, perciò, per raggiungere i grandi numeri, ci serve ancora il sistema che vogliamo scardinare. Un solo giorno di sciopero non peserà finché non siamo moltissimi, ma per diventare moltissimi dobbiamo usare quelle stesse infrastrutture. Da questa constatazione ci sono arrivati altri interrogativi: Perché nemmeno noi attivisti abbiamo lasciato Instagram quando è nata Upscrolled? Forse perché restare significa non rinunciare a raggiungere anche chi non è un’attivista? Ma significa anche combattere ogni giorno contro gli algoritmi, nella speranza di uscire dalla nostra bolla e quindi, ne vale davvero la pena? Dobbiamo davvero “svegliare” tutti? La storia dei movimenti per i diritti civili mostra che il cambiamento è quasi sempre partito da una minoranza organizzata e noi quella minoranza ce l’abbiamo. Quello che ci manca invece è l’organizzazione, che stiamo cercando di costruire proprio grazie agli strumenti del potere contro cui lottiamo. E poi c’è anche il punto più dolente, quello che ogni volta che lo tocchi rischi l’accusa di alto tradimento: una parte dell’attivismo, soprattutto dopo il 2025, è diventata anche performance, e ricerca di attenzione e visibilità. Il rischio riguarda tutti noi, e chi vive di quella visibilità fatica a rinunciare alle piattaforme che la garantiscono. Che fare? Abbiamo riformulato la strategia concentrando tutto su un unico Attention Strike il 27 novembre, nel Buy Nothing Day. Il Buy Nothing Day è già una giornata riconosciuta a livello internazionale contro il consumismo e l’eccesso di acquisti. Agganciarci a lei ci permette di portare le Big Tech dentro la discussione sulle scelte di consumo: quel giorno non compriamo nulla e non regaliamo la nostra attenzione a nessuna piattaforma, tutte insieme. Un obiettivo solo, una data sola, un messaggio chiaro. E nulla vieta, anzi, di affiancarlo a presidi, cortei e incontri dal vivo. UN’OCCASIONE CONCRETA: IL LINUX DAY DI QUESTO FINE SETTIMANA Mentre ragioniamo su come costruire l’alternativa, vale la pena ricordare che questo fine settimana (sabato 24 ottobre) si terrà il Linux Day, la principale manifestazione italiana dedicata al software libero, alla cultura aperta e alla condivisione, con decine di eventi ed incontri diffusi in tutta Italia. Perché il Linux Day è cruciale e cosa c’entra con il Buy Nothing Day e l’Attention Strike? Il Buy Nothing Day ci invita a non comprare merci e a rifiutare la logica consumistica del “compro, dunque sono”. Il software proprietario delle Big Tech fa esattamente la stessa cosa nel mondo digitale: ci tratta come consumatori passivi di prodotti chiusi, di cui non possediamo nulla e di cui siamo il vero prodotto. Il software libero (come Linux) è l’incarnazione pratica del Buy Nothing Day applicato alla tecnologia: un bene comune digitale che si può studiare, modificare e condividere senza sottostare a monopoli commerciali o estrazione di dati personali. Parlare di boicottaggio delle Big Tech è impossibile se non sappiamo con cosa rimpiazzarle nella vita di tutti i giorni. Il Linux Day e le comunità che lo animano offrono da anni la risposta concreta a questo problema, mostrando che sistemi operativi, browser, strumenti di scrittura e server indipendenti e non controllati dai giganti della Silicon Valley esistono già, sono gratuiti e funzionano. Vivere lo sciopero del 27 novembre e l’avvicinamento al Buy Nothing Day significa anche frequentare questi spazi, sostenere chi sviluppa tecnologie libere e liberarsi dall’idea di non poter fare a meno delle infrastrutture del potere. Il tempo che ci separa dallo sciopero Da qui al 27 novembre useremo il tempo per far conoscere la data e spiegare perché vale la pena scioperare contro le Big Tech; pubblicare liste di alternative tecnologiche a cui spostarsi; preparare la società civile e le persone comuni a un boicottaggio collettivo. Dopo lo sciopero digitale, ci si vede dal vivo A Londra si sta organizzando un evento per quella data, per ritrovarsi fisicamente dopo aver scioperato online. Arriveranno altri dettagli, e sarebbe bello coinvolgere più persone possibile e riuscire a ripetere lo stesso evento in altre città d’Europa. Questa è una proposta, non una decisione Non pensiamo che questa sia la risposta a tutto, e non vogliamo presentarvela a cose fatte. Ci sono domande che restano aperte, e vorremmo affrontarle insieme: – Un solo sciopero, legato al Buy Nothing Day, vi sembra la strada giusta, o ne vedete una migliore? – Come può lo sciopero dell’attenzione stare accanto alla piazza e rafforzarla, invece di sembrare un’alternativa? – Come dovrebbe cambiare il nostro modo di organizzarci per non dipendere dagli strumenti che contestiamo? – Se vi va di partecipare, o di coinvolgere la vostra realtà, cosa vi servirebbe per farlo? Scriveteci È davvero una richiesta, e non retorica. Non c’è un noi e un loro: c’è un insieme di persone che cerca, con strumenti e sensibilità diverse, di cambiare le cose. Se passiamo il tempo a smontarci a vicenda per stabilire chi ha la strategia giusta, il nostro avversario ringrazia. E nessuno di noi, nemmeno chi scrive, ha la risposta giusta già in tasca.Lasciate un commento a questo articolo, ci servirà per formare una strategia di Elisabeth Di Luca Articolo originale e eventuali commenti al link: > Buy Nothing Day: oltre lo sciopero dell’attenzione Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
Fronte del Porto
IL governo ci mette una pezza sul versante fiscale e prepara i lacrimogeni per la piazza. Perché se da un lato si prepara ad alzare a 60.000 euro lo scalone del 33%, con le misure negoziate sul fronte degli autotrasportatori e di una parte (quella dei senza parte) di piccole e piccolissime imprese la faccenda si complica. Per ora ha rotto lo schieramento, il fronte unito della protesta, incassando alcuni importanti consensi. Ma… Vediamo intanto cosa è passato. Crediti d’imposta e altri incentivi ad acquistare nuovi veicoli a chi non ha mezzi euri 5, 6, 7, questo è sicuro. Ma proprio questo divide nettamente Confindustria e Associazioni di categoria per trasporti, logistica e turismo, mettendo su fronti contrapposti grandi e piccoli. Me lo spiego meglio. Il tema dell’esclusione (o delle fortissime difficoltà di accesso) di molte piccole e medie imprese (PMI) dai crediti d’imposta sul “caro gas” e “caro energia” non dipende dalla natura giuridica dell’impresa. Sono tutti autonomi a partita d’IVA, ma la dimensione aziendale fa la differenza soprattutto in relazione alle soglie e condizioni operative stabilite dai decreti governativi. Sono queste a determinare l’esclusione delle aziende medio-piccole dai benefici fin qui messi in atto. Innanzitutto i crediti d’imposta più cospicui (spesso fino al 40%-45%) sono stati destinati in via prioritaria alle cosiddette imprese gasivore. Per rientrare negli elenchi ufficiali (gestiti dalla Cassa per i servizi energetici e ambientali – CSEA), un’azienda deve superare volumi di consumo di gas estremamente elevati (spesso nell’ordine di decine o centinaia di migliaia di Smc all’anno). Le piccole e medie imprese (come ristoranti, piccoli laboratori, officine o studi), pur avendo consumi proporzionalmente molto impattanti sul proprio bilancio, non raggiungono le soglie fisiche richieste e sono quindi escluse da queste aliquote privilegiate. Anche per i crediti dedicati alle imprese “non gasivore”, la normativa ha previsto un requisito stringente: per poter richiedere il credito d’imposta, l’azienda deve dimostrare che il prezzo di riferimento del gas nel periodo considerato abbia subito un incremento percentuale minimo (spesso superiore al 30%) rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Per le piccole imprese che avevano stipulato contratti di fornitura a prezzo fisso in precedenza (o che avevano clausole particolari con i propri fornitori), questo incremento calcolato secondo i parametri rigidi del ministero spesso risultava inferiore alla soglia per una manciata di punti percentuali, tagliandole fuori dal beneficio. La soglia minima sui contatori o sui consumi è poi stata posta molto in alto. Nel caso delle misure sull’energia elettrica e sul gas, lo Stato ha spesso fissato limiti tecnici di accesso che hanno ridotto di molto la platea. Per l’energia elettrica venivano ammesse solo le aziende con un contatore di potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW (poi ridotto in alcuni decreti a 4,5 kW). Per il gas, venivano richiesti consumi minimi stimati che molte micro-imprese del settore terziario o commerciale non riescono ad attestare. Infine c’è un costo legato alla burocrazia e ai costi di perizia/certificazione. Perché per accedere a diversi crediti d’imposta di ultima generazione (come i piani legati all’efficienza energetica o alle certificazioni ex-ante/ex-post), le imprese devono avvalersi di diagnosi energetiche certificate, perizie asseverate da parte di ingegneri o tecnici abilitati, certificazioni contabili dei revisori. In sintesi le PMI sono state penalizzate dal fatto che i sostegni sul caro-gas sono stati strutturati principalmente per tutelare i grandi distretti industriali ad alto consumo energetico (acciaierie, ceramiche, vetrerie, cartiere), lasciando al tessuto di micro e piccole imprese tutele residuali e spesso troppo complesse o onerose da richiedere. Ma la vera e ulteriore contraddizione, in vista dei comportamenti di piazza, è tra chi può godere di un vantaggio fiscale dichiarando più del giusto e chi invece conta sul nero per restare sul mercato. Questo è un popolo che finora ha avuto nelle destre il proprio referente di ultima istanza. Ma lì il populismo sconta un limite oggettivo: per rappresentarlo politicamente non può governarlo in chiaro. Questo è un problema per la Meloni ma lo è anche per Trump e quanti hanno fino ad oggi cavalcato la tigre. Quindi in un certo senso con le misure prese il governo sta segando il ramo su cui si era seduto, con questi crediti d’imposta che non vanno a gratificare una parte numericamente consistente della base elettorale che lo vota. Va ricordato a tal proposito che il tessuto economico italiano è composto per oltre il 95% da micro, piccole e medie imprese (commercianti, artigiani, piccole officine, ristoratori). Ed è in quel serbatoio che oggi si vede una spaccatura. Usando un lessico maoista mi verrebbe da dire che fin qui, da Berlusconi a Meloni, questa è stata una “contraddizione in seno al popolo”, ma per rimanere tale – secondo quella lezione – non si devono usare forza e coercizioni. Quella lezione Mao la traeva dalla rivolta anti-sovietica in Ungheria che mostrò cosa succede quando un regime ignora i malumori del popolo. Mao capì che se i governanti comunisti avessero trattato le critiche popolari con repressione (trattando il popolo come “nemico”), avrebbero trasformato una contraddizione non antagonistico-popolare in una vera e propria rivolta antagonistica contro lo Stato. Quel che resta da vedere quindi è sé questa volta il fronte di classe si ricompatterà o se la contraddizione si muterà da conflitto in antagonismo (un tempo si sarebbe detto lotta di classe). Ovviamente nel nostro caso c’è un piccolo problemino: non c’è il Partito della classe operaia a fare da guida e interprete della contraddizione, mentre c’è una notevole presenza di soggetti che ne possono a giusto titolo diventare il bersaglio. Perché le masse possono avere un ruolo e persino ridefinire il popolo, senza che una sintesi stabile sia pensata a priori o necessaria. Perché il popolo si può dividere mentre lo Stato resta del Capitale. Michele Ambrogio
October 24, 2026
Pressenza
Arrivano anche i Parà per blindare Milano nella manifestazione di domani
Riprendiamo nel nostro angolo stretto tre interventi che riteniamo essere tra loro connessi attorno alle tematiche securitarie, tendenti a restringere ogni spazio di  dissenso e volte a reprimere tutti i conflitti sociali insorgenti, attraversati da una sempre più minacciosa crisi globale, con i sui riflessi bellicosi non solo distruttivi sul piano della tenuta degli equilibri del pianeta, ma anche sulle prospettive future dell’esistenza umana. Dopo gli stravolgimenti dell’ordinamento giuridico in materia penale, a seguito del varo emergenziale della serie di decreti sicurezza confezionati dal governo più longevo della storia della repubblica (con l’introduzione di tutta una serie di nuovi reati nella legislazione codificata, in uno anche con significative modifiche ed integrazioni penalistiche, ponendo in essere aggravanti sui reati che hanno appesantito fortemente il quadro comminatorio già previsto dal codice vigente), oggi il nostro guardasigilli ha posto l’attenzione sulla giustizia minorile e, in particolare, sul sovraffollamento delle carceri: una crescita connessa alla logica repressiva securitaria dell’esecutivo, posta in essere – sin dall’inizio dell’entrata in carica – con una serie di provvedimenti che, a partire dal decreto antirave al decreto antimaranza (passando per Caivano), “ha allargato le maglie della custodia cautelare – così come ha sottolineato Michele Gambirasi, nell’articolo di oggi sul Il Manifesto – portando per la prima volta nella storia anche gli Ipm al sovraffollamento”. Nordio, nell’affrontare il tema per risolverlo, prevede di stanziare dei fondi per l’ampliamento delle carceri minorili, ma anche quello di destinare ai minori settori degli istituti di pena in atto occupati da maggiorenni.  Quella del carcere facile per i minori, in sostanza, è una linea – scrive ancora Gambirasi – “che si sposa con le politiche dei quattro anni di governo, pronta a ripresentarsi anche nel caso di Milano”. D’altra parte è lo stesso Nordio a conferma questa linea di tendenza: «Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti». L’altra grande novità della giornata è quella dei “Parà” che, salutati anche dal sindaco Sala, affiancheranno le autorità di polizia nella gestione dell’ordine pubblico. Non è passato il tentativo dell’attribuzione delle  funzioni di polizia giudiziaria, tuttavia -come viene evidenziato nel corsivo che introduce l’articolo di Aurelio Angelini pubblicato stamani su Italia Libera online- : «la sequenza dei decreti sicurezza segna un ulteriore slittamento autoritario e pone una questione fondamentale di fedeltà alla Costituzione. Gli spazi del dissenso si restringono, i poteri coercitivi si estendono e gli strumenti eccezionali si normalizzano. Il rapporto tra cittadino e potere pubblico cambia così senza alcuna dichiarata revisione costituzionale». In altri termini, questo nuovo passaggio prefigura un capovolgimento dell’attuale assetto ordinamentale dello Stato: «Ogni restrizione si legittima con l’emergenza precedente e ogni ampliamento di potere appare una risposta obbligata a una minaccia». Epperò, bisogna con forza affermare che: «Decisiva non è l’efficacia dichiarata di una misura, ma la sua compatibilità con le regole che delimitano i poteri statali. Una modifica strutturale dell’equilibrio tra apparati militari, polizia giudiziaria e libertà fondamentali esige un confronto parlamentare adeguato e un rigoroso controllo di costituzionalità. Nemmeno il “libero commercio” può rovesciare la gerarchia dei valori». Richiama a tal proposito Angelini nel suo pezzo l’art. 41 della COST., allorquando lo stesso sancisce espressamente che il principio di tutela dell’iniziativa economica privata è garantito, purché non in contrasto con l’utilità sociale né in danno di sicurezza, libertà e dignità umana. Chiude il nostro trittico di voci critiche Lavinia Marchetti che punta il dito sulla necessità del governo di trovare il colpevole per le mancate risposte alle incalzante crescita della domanda sociale. Scrive la nostra:  «La psicoanalisi conosce da tempo questo espediente, attraverso il quale un gruppo deposita su un proprio membro gli elementi intollerabili della sua esperienza collettiva». ____   > CELLA IMPAZZITA. IL GUARDASIGILLI INTERVIENE SUGLI SCONTRI DELL’ULTIMO > WEEKEND. NEL CAPOLUOGO LOMBARDO PERÒ LE CUSTODIE CAUTELARI SONO SOLO TRE. > SOVRAFFOLLAMENTO ANCHE NEGLI ISTITUTI PER I RAGAZZI Nell’ultimo decreto sicurezza, emanato ieri dal Quirinale, oltre ai 500 militari che affiancheranno le forze dell’ordine per facilitare identificazioni, fermi e arresti, si ribalta il sistema dell’imputabilità dei minori e si prevede la flagranza differita anche per i minori.  Sinora nel capoluogo lombardo gli «arresti massicci» di cui ha parlato Nordio contano tre ragazzi in custodia cautelare in carcere dei 35 arrestati tra sabato e domenica. Per gli altri trentadue sono scattati l’obbligo di permanenza in casa o il collocamento in comunità. Per i minori di 14 anni, quindi non imputabili per legge, la procura dei minori di Milano ha fatto sapere che procederà con «indagini anche socio-familiari, agli interrogatori dei ragazzi e, ove ritenuta la pericolosità sociale, alla richiesta di applicazione di misure di sicurezza e/o alla richiesta di apertura dei procedimenti amministrativi». Anche davanti a questi numeri però Nordio ha ragione a descrivere gli istituti minorili come «effettivamente in sofferenza», al massimo pecca di eufemismo. O dimentica le responsabilità del suo ministero. Al 30 settembre 2026, secondo i dati forniti da via Arenula, negli Ipm si contavano 557 persone detenute a fronte di una capienza stimata tra i 516 e i 550 posti. Gli ingressi complessivi nel corso dell’anno invece sono stati 821, di cui l’80% per custodia cautelare, il 2025 ha chiuso a quota 1188. Nel 2022, prima del suo insediamento, le presenze erano 381, mentre gli ingressi si fermavano a 1051. «Più celle non sono la risposta. Il nostro ordinamento pone al centro il recupero, l’educazione e il reinserimento sociale dei minori, principi che non possono essere sacrificati sull’altare dell’emergenza sicurezza» ha ribattuto l’Organismo congressuale forense. «La sicurezza non si costruisce aumentando i posti in carcere, tantomeno minorile. Servono prevenzione, scuola, servizi sociali, comunità educative adeguate, percorsi individualizzati e strumenti capaci di intervenire sulle cause del disagio» hanno attaccato le toghe di Area.  MICHELE GAMBIRASI, LA SOLUZIONE DI NORDIO ALLA RABBIA GIOVANILE: PIÙ GALERE PER I MINORI (ILMANIFESTO) ____   > ESERCITO E POLIZIA GIUDIZIARIA: LO SCARTO PIÙ GRAVE Attribuire all’Esercito funzioni di polizia giudiziaria non è un rafforzamento meramente quantitativo. Solleva una questione di principio: quale ruolo si intende assegnare alle Forze armate nella gestione del conflitto sociale e nell’esercizio del monopolio della forza legittima verso i cittadini? Non vanno confusi Carabinieri e Guardia di Finanza, forze di polizia a ordinamento militare con specifiche attribuzioni e strutture operative, con i reparti dell’Esercito impiegati in presidio e vigilanza. Sul piano politico, affidare ai militari ulteriori compiti coercitivi rischia di normalizzare la presenza dell’apparato militare nella gestione del dissenso interno. Il precedente non si valuta sui tre mesi annunciati. Le misure temporanee possono diventare permanenti e ridefinire nella prassi il rapporto tra sicurezza e libertà. Scrive Bobbio ne Il futuro della democrazia: «L’unico modo d’intendersi quando si parla di democrazia […] è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole […] che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure» (Einaudi, 1984, p. 4). Decisiva non è dunque l’efficacia dichiarata di una misura, ma la sua compatibilità con le regole che delimitano i poteri statali. L’emergenza non può farsi scorciatoia per alterare equilibri e garanzie senza adeguato controllo democratico.  La Costituzione non è un ostacolo alla sicurezza Gli artt. 17 e 21 garantiscono la libertà di riunione e di manifestazione del pensiero. Non sono concessioni dello Stato né diritti subordinati a convenienze economiche o commerciali: sono condizioni della partecipazione democratica. L’art. 52 prescrive che l’ordinamento delle Forze armate si informi allo spirito democratico della Repubblica. La Costituzione affida, inoltre, ad autorità civili e magistratura responsabilità e garanzie specifiche nella gestione della sicurezza e dei poteri coercitivi. La memoria storica impone prudenza. La militarizzazione dell’ordine pubblico e l’uso degli apparati coercitivi contro il conflitto sociale appartengono a una storia che la Repubblica ha inteso superare. I fatti di Milano del 1898, quando il generale Bava Beccaris impiegò l’artiglieria contro la popolazione, mostrano gli esiti della sovrapposizione tra potere militare e gestione delle tensioni civili. Ogni misura va valutata nel contenuto, nei presupposti e nelle garanzie, ma l’emergenza non può diventare giustificazione permanente. Il decreto-legge richiede, ex art. 77, straordinari presupposti di necessità e urgenza. Una modifica strutturale dell’equilibrio tra apparati militari, polizia giudiziaria e libertà fondamentali esige un confronto parlamentare adeguato e un rigoroso controllo di costituzionalità. AURELIO ANGELINI, ITALIALIBERA.ONLINE,  LA SICUREZZA COME DISPOSITIVO DI RESTRIZIONE DELLE LIBERTÀ: «L’INOCULAZIONE “OMEOPATICA” DI AUTORITARISMO» _____   > COME SI CREA UN “PROBLEMA” PER NON RISOLVERE I VERI PROBLEMI L’intera questione sociale, con le sue seccanti implicazioni economiche, si è lasciata rappresentare da qualche ragazzo incappucciato. Una semplificazione di straordinaria efficacia. Seguiamone per un attimo i passaggi: il governo aveva davanti a sé un problema che richiedeva di discutere la distribuzione della ricchezza, l’impoverimento del lavoro salariato, il progressivo assoggettamento delle città alla rendita immobiliare, i tagli massicci al welfare per destinare le risorse agli armamenti, la questione della sua complicità con il genocidio, una protesta pressante al Sud Italia dove nei supermercati gli scaffali sono vuoti e i benzinai hanno quasi finito la benzina. E poi che succede? Dopo gli scontri e le vetrine rotte disponeva di qualcosa di immensamente più maneggevole. Un colpevole. La psicoanalisi conosce da tempo questo espediente, attraverso il quale un gruppo deposita su un proprio membro gli elementi intollerabili della sua esperienza collettiva. L’identificazione proiettiva, di cui parlavo sopra, consente di pensare una relazione nella quale ciò che viene espulso dalla rappresentazione di sé trova un depositario esterno. Applicata alla nostra rispettabilissima famiglia nazionale, l’operazione assume una certa magnificenza. Una società organizzata intorno alla competizione economica, capace di imporre privazioni durature a milioni di persone e di considerare la coercizione una funzione ordinaria del governo, scopre improvvisamente di essere minacciata dalla violenza. La riconosce con impressionante sicurezza nel ragazzo che ha danneggiato una vetrina. Tutta la propria aggressività istituzionale, esercitata attraverso la violenza coercitiva e i pieni poteri di polizia e di repressione, può così presentarsi sotto le sembianze della responsabilità, mentre quella degli esclusi viene isolata come la “vera” violenza. Pensiamo alla perfezione di questo procedimento. Seguiamone anche qui – ne citiamo soltanto alcuni [ndr]– i passaggi chiave: impoverimento prodotto da scelte economiche? Una necessità di bilancio… “ce lo chiede l’Europa”; perdita di una casa o l’impossibilità di pagare un affitto… incapacità dell’individuo di competere sul mercato; espulsione di intere fasce sociali dal centro urbano…“riqualificazione”; precarietà lavorativa? Si chiama «flessibilità»… senza pretendere nulla; salari che non consentono di arrivare alla fine del mese?… problema di «produttività» e «competitività»; progressiva impossibilità di accedere tempestivamente alle cure mediche?… questione di «razionalizzazione della spesa sanitaria»; sfruttamento dei lavoratori immigrati, necessari all’economia e spesso esposti al ricatto del permesso di soggiorno?… Una questione di «gestione dei flussi migratori». La protesta contro queste condizioni, soprattutto quando interrompe la circolazione delle merci (scioperi o blocchi) o il regolare svolgimento degli affari? Finalmente abbiamo una «minaccia all’ordine pubblico». E finalmente la violenza ha trovato un autore riconoscibile e la Repubblica può convocare la polizia. Se qualcuno dà un calcio alla porta e rompe il vetro, o danneggia una boutique, emerge in tutta la sua forza la “questione morale” che non è emersa per i punti sopracitati. Assistiamo a questo spostamento, attraverso il quale la violenza acquista finalmente un volto riconoscibile. Così lo Stato può contemplare la propria innocenza/sanità nel vetro che qualcuno ha appena mandato in pezzi. LAVINIA MARCHETTI, IL “PAZIENTE DESIGNATO”(DAL GOVERNO) Toni Casano
October 23, 2026
Pressenza
Una lotta fiorita di pace
I ricchi epuloni alzano muri di fango e non vedono i crimini di una guerra genocida, punita dalla giustizia penale mondiale e ri-conciliata con tante zampate d’amore e d’accordo, che continuano a mettere in dubbio l’evidenza dei fatti e guidano il carro di uno s-fascio sociale, strapieno di nostalgie umbertine in libera uscita. I ricchi epuloni alzano muri di fango sulle sepolture senza croci di riconoscimento e i timonieri attivano e pro-cessano le guerre e le violenze in ogni luogo e in ogni dove, che vengono sor-passate di mano in mano con l’uso smodato delle sicurezze, decretate e santificate dalla mitica Panacea che guarisce tutti i mali del mondo. I ricchi epuloni alzano muri di fango e il silenzio tras-ferisce la primavera dei poveri nell’occi-dente cariato, estirpato e dis-caricato sulle spalle dei lavoratori in lotta fiorita di pace, con i minori scom-pigliati, catturati e ri-messi a posto con le ossa rotte nelle scuole-aziende presidiate da maggioranze risicate… dentro e fuori campo. I ricchi epuloni alzano muri di fango e il de-putato donzelletto… più nazi che fascio difende le ragioni di una razza pura e il fine giustifica i mezzi e segna la via dal Terzo Reich alla Terza Repubblica, dove il lavoro nobilita gli uomini e le donne e non riesce a tenere pulito il mondo né ora né mai. Pino Dicevi
October 23, 2026
Pressenza
Università di Parma, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato l’amorale ed anti-scientifica uccisione dei macachi Alan e Larry
Il 20 ottobre 2026 presso il Tar Lazio l’udienza relativa al caso dei macachi di Parma, i tristemente noti Alan e Larry, utilizzati per invasivi esperimenti al cervello e rinchiusi nei laboratori dell’Università parmense dal 2019. Il progetto di sperimentazione, della durata di 5 anni, nonostante le nostre continue richieste al Ministero e al Consiglio Superiore di Sanità (ente chiamato ad esprimersi in merito all’uso di specie particolarmente protette dalla Legge, quali cani e primati) nonché le indicazioni contrarie alla prosecuzione del progetto espresse da esperti scientifici operanti nel settore, era stato rinnovato per altri 3 anni con scadenza nel 2027, rinnovo al quale ci siamo opposti fin da subito ricorrendo al Tar Lazio. Parallelamente, ed a tutela degli animali coinvolti, abbiamo inoltre ricorso al Consiglio di Sato con un giudizio in ottemperanza, per far rispettare quanto prescritto in merito al monitoraggio delle condizioni di stress di Alan e Larry. Il 20 ottobre 2026, in udienza, l’Avvocatura dello Stato ha annunciato che Alan e Larry sono stati uccisi, al termine di una “vita” spesa dietro le sbarre del laboratorio. Questo nonostante il Collettivo MetaParma abbia depositato recentemente all’Università di Parma e a tutti gli Enti coinvolti, la relazione scientifica integrale della dottoressa Federica Nin – psicologa, filosofa della scienza specializzata nel rapporto tra scienza, epistemologia, etica e sperimentazione animale, già segretaria di OSA-Oltre la Sperimentazione Animale  – che dimostra come sarebbe stato possibile e necessaria una variante etica del Progetto Light-up. La relazione spiega che non era necessario uccidere i macachi, poiché i ricercatori hanno già ottenuto tutti i dati biologici e comportamentali cruciali attraverso i test visivi giornalieri, l’uso degli elettrodi cronici e i modernissimi esami di risonanza magnetica funzionale. La perizia della dottoressa Nin dimostra l’inutilità dell’esame istologico: con le tecnologie di neuroimaging oggi a disposizione, l’esame istologico finale non aggiunge nulla di scientificamente essenziale alla ricerca. In sintesi: la scienza e il paradigma scientifico non avrebbero perso nulla lasciando vivere i macachi, l’unica cosa che sarebbe cambiata davvero sarebbe stato il destino di questi animali. L’Università avrebbe dovuto solo fare richiesta formale al Ministero per una modifica etica del protocollo per consentire il ricollocamento (rehoming) dei primati. Evidentemente la trasparenza è rimasta chiusa dentro le stanze del Rettorato. I cittadini, la comunità scientifica e l’opinione pubblica avevano il pieno diritto di leggere i dati e le prove tecniche reali che supportavano la richiesta di liberazione dei macachi, senza filtri o segreti. Questo documento importantissima, che è stato completamente disatteso dall’ateneo parmense, dimostra che sarebbe stato possibile lasciare in vita i macachi di Parma affidandoli a un santuario, senza inficiare il progetto Light-up. L’Ateneo di Parma al posto di confrontarsi pubblicamente sui dati e graziare i macachi apportando la modifica etica del protocollo, ha deciso di continuare a trincerarsi dietro il silenzio sacrificando la vita di creature innocenti, nonostante la loro uccisione non fosse necessaria. Come ha dichiarato LAV in un suo comunicato stampa: “Confidiamo in una sentenza del TAR che possa dichiarare illegittimo il rinnovo rilasciato dal Ministero della Salute e rendere seppure tardivamente e solo in parte giustizia ai due macachi oggetto di tutti questi anni di costrizione e detenzione. Condividiamo questa notizia appresa da noi oggi in Tribunale anche per gli oltre 460 mila cittadini che firmando petizioni e partecipando a manifestazioni, da anni lottano al nostro fianco. Noi non abbiamo mai smesso di lottare in oltre 7 anni di campagna, questa notizia rafforza le nostre richieste perché l’uccisione di Larry e Alan dopo aver subito l’impianto di elettrodi per registrare i movimenti oculari e lunghe ore di immobilizzazione su sedie apposite per eseguire i test con presidi ferma testa, richiede un cambio di passo normativo e soprattutto una scienza diversa davvero utile per tutti.”   Lorenzo Poli
October 22, 2026
Pressenza
2/ARS, Palazzo Reale di Palermo: “il pollaio di Sala d’Ercole”
Cronaca di una legislatura a mance, dalla prima variazione di bilancio del 2022 alla notte tra il 21 e il 22 ottobre 2026. Ovvero: come trasformare un Parlamento in una mangiatoia e chiamarla “coesione”_   Le manovrine estive, la grandine a calendario. La manovra-ter da circa 220 milioni, approvata 38 a 21, distribuisce fondi a Comuni, formazione e “iniziative per il territorio”: la formula magica che può contenere tutto, dalla rotatoria alla sagra della salsiccia. Ottobre 2025, la manovra quater. 241 milioni, franchi tiratori del centrodestra che affossano articoli col voto segreto, Schifani che medita di ritirare tutto. Il maxi-emendamento anonimo viene archiviato: ora le richieste vanno firmate una per una. Le mance però restano, solo che adesso hanno il nome sopra. Ismaele La Vardera, in aula, parla di deputati che ci hanno messo la faccia, “di bronzo”. E racconta di aver rinunciato a una quota da 300 mila euro che gli spettava. Spettava: il verbo dice tutto. Esiste dunque una quota per deputato, come i buoni pasto. Dicembre 2025, il capolavoro. La finanziaria da oltre un miliardo si chiude nella notte del 20 dicembre. Alle 22:18 passa un comma che destina un milione di euro ai Comuni “dotati di ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale”. Formula che non significa nulla: è una trappola di La Vardera, una “supercazzola” scritta apposta per dimostrare che in finanziaria passa qualunque cosa. Passa infatti, con 26 voti favorevoli su 60 presenti, e finisce in Gazzetta Ufficiale. A gennaio arriva il colpo di teatro: un’Unione di Comuni del Catanese scrive che quella norma le calza a pennello e chiede i soldi. Nessuno sceneggiatore avrebbe osato tanto. La Sicilia sì. 21-22 ottobre 2026, il diluvio. Dopo tutto questo, la lezione appresa dalla maggioranza è una sola: se cinquanta milioni di mance fanno scandalo, centosettantaquattro faranno abitudine.   Una maggioranza da casellario A distribuire il mangime è una maggioranza che, quanto a guai giudiziari, ha pochi rivali nella storia recente dell’Isola. Valgono per tutti la presunzione di innocenza e l’attesa delle sentenze. Ma la politica non è un tribunale: è una questione di decoro, e il decoro non aspetta il terzo grado. Gaetano Galvagno (FdI), presidente dell’Ars: la Procura di Palermo ne ha chiesto il rinvio a giudizio per corruzione, peculato, truffa e falso. Nella stessa inchiesta è indagata per corruzione l’assessora al Turismo Elvira Amata. Quando Galvagno comunicò all’aula di essere indagato, la maggioranza gli chiese non un passo indietro, ma due avanti. E Schifani lo abbracciò nei corridoi. Totò Cuffaro, leader della Dc già condannato in passato per favoreggiamento, è finito ai domiciliari a dicembre 2025 con le ipotesi di associazione a delinquere, corruzione e turbativa. Indagato per corruzione nella stessa vicenda il capogruppo Dc all’Ars Carmelo Pace. Luca Sammartino (Lega), vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura, è a processo a Catania per corruzione. Michele Mancuso (FI), deputato regionale, è stato posto ai domiciliari a febbraio 2026: secondo la Procura di Caltanissetta avrebbe incassato 12 mila euro per favorire un’associazione destinataria di 98 mila euro di fondi regionali per spettacoli. L’ultimo caso è quello che dovrebbe far tremare i polsi a chi oggi difende il Fondo investimenti territoriali. Perché mostra, in piccolo, il meccanismo che le mance rendono possibile in grande: il contributo pubblico assegnato a discrezione, il beneficiario scelto per nome, la gratitudine che torna indietro. Non serve che ogni mancia sia un reato. Basta che il sistema ne renda uno possibile.   Servi o cittadini Tutto questo accade mentre la Sicilia è in tensione. Nelle stesse ore in cui Sala d’Ercole si spartiva i 174 milioni, sulle statali c’erano i Tir fermi per il caro-gasolio, a Marsala e Petrosino si contavano i danni di due trombe d’aria, un terzo dei Comuni dell’Isola vive tra dissesto e pre-dissesto. Problemi che chiederebbero una politica capace di scegliere priorità, criteri, programmi. Ricevono invece una lotteria in cui vince chi ha il deputato giusto. Eppure la soluzione esiste, e non l’ha inventata l’opposizione di oggi. Piersanti Mattarella, presidente della Regione ucciso dalla mafia nel 1980, aveva immaginato trasferimenti ai Comuni ripartiti in modo equo e automatico, proprio perché i sindaci non dovessero andare a cercarsi i santi in paradiso. Quarantasei anni dopo, i santi sono tornati. E pretendono anche la processione. Il punto non è una rotatoria in più o un campanile restaurato. Il punto è l’idea di cittadinanza che c’è dietro. Un diritto è universale: spetta al Comune amico e a quello nemico, al paese che ha votato bene e a quello che ha votato male. Una mancia invece è personale, revocabile, riconoscente. Chi governa a colpi di mance pensa ai siciliani come a dei servi, non come a cittadini cui garantire pienezza e universalità dei diritti. Li vuole in fila davanti alla segreteria, non in piedi davanti a un ufficio pubblico che funziona. Una maggioranza così non può dirsi classe dirigente. Al massimo, classe distribuente. E i siciliani, che galline non sono, farebbero bene a ricordarselo quando, tra poco più di un anno, qualcuno tornerà a scuotere il secchio sotto le loro finestre.   Per onestà (che è merce rara anche qui) La maggioranza ha le sue ragioni, e vanno riferite. Schifani – la mente -parla di una manovra “di ampio respiro” resa possibile dalla crescita delle entrate. Il capogruppo FdI Giorgio Assenza rivendica i fondi territoriali come risposta alle legittime istanze dei territori; Forza Italia sottolinea i conti rimessi in ordine. Nel testo ci sono anche misure vere: 80 milioni contro il caro-gasolio per agricoltori, pescatori e autotrasportatori, 50 milioni per il comparto cerealicolo, 25 milioni di assegni per le persone con disabilità, 17 milioni per il bonus affitti, 209 milioni per il credito d’imposta della Zes. Chi amministra un piccolo Comune senza un euro di cassa, poi, difficilmente rifiuta un finanziamento per una scuola o una strada, da qualunque porta arrivi. E va detto anche che la pratica non è un’esclusiva del centrodestra. La Vardera stesso ha ricordato che nella spartizione sono stati coinvolti per anni deputati di maggioranza e di opposizione. Meglio tardi che mai… L’indignazione delle opposizioni sarà credibile fino in fondo solo se diventerà una proposta: criteri oggettivi, riparti automatici, una legge sul modello Mattarella. E se varrà anche il giorno in cui al governo ci saranno loro.   Aurelio Angelini
October 22, 2026
Pressenza
Palermo, Palazzo dei Normanni: all’ARS “il pollaio di Sala d’Ercole”
Cronaca di una legislatura a mance, dalla prima variazione di bilancio del 2022 alla notte tra il 21 e il 22 ottobre 2026. Ovvero: come trasformare un Parlamento in una mangiatoia e chiamarla “coesione”_   LA NOTTE DELLE GALLINE La seduta si è aperta mercoledì 21 ottobre e si è trascinata per tutta la notte. Sono le 9:22 di giovedì 22 quando la vicepresidente dell’Ars Luisa Lantieri legge il risultato: 37 sì, nessun no, tre astenuti. Fuori dalle finestre di Palazzo dei Normanni è già giorno; dentro Sala d’Ercole è notte fonda, e non solo per le oltre 21 ore di seduta. In aula ci sono soltanto il centrodestra e il governo. Pd, M5s e Controcorrente se ne sono andati prima del voto finale, dopo una nottata di ostruzionismo a oltranza. Il capogruppo dem Michele Catanzaro, uscendo, ha indicato i banchi della maggioranza con un congedo che merita l’archivio: “Votatele voi le schifezze che avete prodotto”. Antonello Cracolici ha trovato la metafora definitiva: altro che mancette, questi sono mangimi per i Comuni. E ha ragione. La mancetta presuppone almeno un cameriere che ha servito un caffè. Il mangime no: si sparge nell’aia, le galline accorrono, nessuno chiede niente. Basta il rumore del secchio. La notte tra il 21 e il 22 ottobre verrà ricordata come una delle pagine più buie della storia del Parlamento siciliano. Ogni primato è stato battuto. È passata, senza nemmeno il pudore di nasconderla, l’idea che il consenso nei territori si possa comprare a peso, un tanto al chilo, un tanto al campanile.   Il conto del becchime La manovrina vale 1,3 miliardi e si chiama, senza ironia apparente, “Coesione e crescita”. La coesione è quella tra deputato e collegio. La crescita è quella delle mance: il Fondo investimenti territoriali era partito da 50 milioni ed è arrivato a 174,3 milioni, più che triplicato nel giro di una notte. Di questi, 146,4 milioni vanno ai Comuni e 27,9 milioni agli enti ecclesiastici. Il tutto è contenuto in un elenco di 48 pagine, spuntato all’alba dentro un maxi-emendamento del governo da circa 300 milioni. I soldi non passano da graduatorie o criteri oggettivi: il dipartimento Infrastrutture li trasferisce direttamente ai beneficiari indicati per nome. Per i Comuni non citati resta una quota residua, da contendersi con un bando. Chi non ha un santo in Sala d’Ercole, insomma, fa la fila. Il capitolo ecclesiastico merita un inchino. Quasi 28 milioni a parrocchie, confraternite e santuari: la politica siciliana, non potendo più garantire miracoli ai cittadini, ha deciso di finanziare direttamente chi li fa di mestiere. La maggioranza ha risposto alle accuse che non c’è nulla di cui vergognarsi, perché tutto è avvenuto alla luce del sole. È vero: è avvenuto alle prime luci dell’alba, dopo 21 ore di seduta, in un’aula vuota. Il sole, a quell’ora, stava ancora sbadigliando.   Breve storia della pioggia (2022-2026) Chi pensa che la notte del 21 ottobre sia un incidente non ha seguito la legislatura. La pioggia di mance è il clima stabile del governo Schifani: cambia solo l’intensità delle precipitazioni. Dicembre 2022, l’acquazzone di prova. La prima variazione di bilancio del nuovo governo vale circa 420 milioni. Dentro c’è roba seria: 250 milioni accantonati per la sanità dopo una sentenza della Consulta, 48 milioni ai Comuni contro il caro-bollette. Va detto: l’esordio fu quasi sobrio. Fu l’ultima volta. Febbraio 2023, la prima finanziaria. Un testo da 127 articoli, riscritto in commissione. Il presidente della commissione Bilancio Dario Daidone mette le mani avanti e spiega che non è corretto parlare di “emendamenti-marchette”. Quando qualcuno ti avverte di non usare una parola prima ancora che tu la pronunci, di solito sa già perché. Estate 2023, l’assestamento da 600 milioni. Il Pd abbandona la commissione Bilancio quando, denuncia Catanzaro, i finanziamenti al territorio diventano mance elettorali anche da poche migliaia di euro. Nello stesso pacchetto spunta perfino una norma “salva-ineleggibili” che avrebbe inciso sulle cause in corso di quattro deputati. Viene stralciata. Il tentativo, però, resta agli atti. La parentesi del Mef. A un certo punto è il ministero dell’Economia a congelare 50 milioni di norme-mancia, dubitando della discrezionalità con cui erano state assegnate. Quando Roma deve fare da tutore a Palermo sulla buona amministrazione, il problema non è più contabile: è antropologico. Le manovrine estive, la grandine a calendario. La manovra-ter da circa 220 milioni, approvata 38 a 21, distribuisce fondi a Comuni, formazione e “iniziative per il territorio”: la formula magica che può contenere tutto, dalla rotatoria alla sagra della salsiccia. Ottobre 2025, la manovra quater. 241 milioni, franchi tiratori del centrodestra che affossano articoli col voto segreto, Schifani che medita di ritirare tutto. Il maxi-emendamento anonimo viene archiviato: ora le richieste vanno firmate una per una. Le mance però restano, solo che adesso hanno il nome sopra. Ismaele La Vardera, in aula, parla di deputati che ci hanno messo la faccia, “di bronzo”. E racconta di aver rinunciato a una quota da 300 mila euro che gli spettava. Spettava: il verbo dice tutto. Esiste dunque una quota per deputato, come i buoni pasto. Dicembre 2025, il capolavoro. La finanziaria da oltre un miliardo si chiude nella notte del 20 dicembre. Alle 22:18 passa un comma che destina un milione di euro ai Comuni “dotati di ambiti di coordinamento territoriale intersettoriale”. Formula che non significa nulla: è una trappola di La Vardera, una “supercazzola” scritta apposta per dimostrare che in finanziaria passa qualunque cosa. Passa infatti, con 26 voti favorevoli su 60 presenti, e finisce in Gazzetta Ufficiale. A gennaio arriva il colpo di teatro: un’Unione di Comuni del Catanese scrive che quella norma le calza a pennello e chiede i soldi. Nessuno sceneggiatore avrebbe osato tanto. La Sicilia sì. 21-22 ottobre 2026, il diluvio. Dopo tutto questo, la lezione appresa dalla maggioranza è una sola: se cinquanta milioni di mance fanno scandalo, centosettantaquattro faranno abitudine.   Una maggioranza da casellario A distribuire il mangime è una maggioranza che, quanto a guai giudiziari, ha pochi rivali nella storia recente dell’Isola. Valgono per tutti la presunzione di innocenza e l’attesa delle sentenze. Ma la politica non è un tribunale: è una questione di decoro, e il decoro non aspetta il terzo grado. Gaetano Galvagno (FdI), presidente dell’Ars: la Procura di Palermo ne ha chiesto il rinvio a giudizio per corruzione, peculato, truffa e falso. Nella stessa inchiesta è indagata per corruzione l’assessora al Turismo Elvira Amata. Quando Galvagno comunicò all’aula di essere indagato, la maggioranza gli chiese non un passo indietro, ma due avanti. E Schifani lo abbracciò nei corridoi. Totò Cuffaro, leader della Dc già condannato in passato per favoreggiamento, è finito ai domiciliari a dicembre 2025 con le ipotesi di associazione a delinquere, corruzione e turbativa. Indagato per corruzione nella stessa vicenda il capogruppo Dc all’Ars Carmelo Pace. Luca Sammartino (Lega), vicepresidente della Regione e assessore all’Agricoltura, è a processo a Catania per corruzione. Michele Mancuso (FI), deputato regionale, è stato posto ai domiciliari a febbraio 2026: secondo la Procura di Caltanissetta avrebbe incassato 12 mila euro per favorire un’associazione destinataria di 98 mila euro di fondi regionali per spettacoli. L’ultimo caso è quello che dovrebbe far tremare i polsi a chi oggi difende il Fondo investimenti territoriali. Perché mostra, in piccolo, il meccanismo che le mance rendono possibile in grande: il contributo pubblico assegnato a discrezione, il beneficiario scelto per nome, la gratitudine che torna indietro. Non serve che ogni mancia sia un reato. Basta che il sistema ne renda uno possibile.   Servi o cittadini Tutto questo accade mentre la Sicilia è in tensione. Nelle stesse ore in cui Sala d’Ercole si spartiva i 174 milioni, sulle statali c’erano i Tir fermi per il caro-gasolio, a Marsala e Petrosino si contavano i danni di due trombe d’aria, un terzo dei Comuni dell’Isola vive tra dissesto e pre-dissesto. Problemi che chiederebbero una politica capace di scegliere priorità, criteri, programmi. Ricevono invece una lotteria in cui vince chi ha il deputato giusto. Eppure la soluzione esiste, e non l’ha inventata l’opposizione di oggi. Piersanti Mattarella, presidente della Regione ucciso dalla mafia nel 1980, aveva immaginato trasferimenti ai Comuni ripartiti in modo equo e automatico, proprio perché i sindaci non dovessero andare a cercarsi i santi in paradiso. Quarantasei anni dopo, i santi sono tornati. E pretendono anche la processione. Il punto non è una rotatoria in più o un campanile restaurato. Il punto è l’idea di cittadinanza che c’è dietro. Un diritto è universale: spetta al Comune amico e a quello nemico, al paese che ha votato bene e a quello che ha votato male. Una mancia invece è personale, revocabile, riconoscente. Chi governa a colpi di mance pensa ai siciliani come a dei servi, non come a cittadini cui garantire pienezza e universalità dei diritti. Li vuole in fila davanti alla segreteria, non in piedi davanti a un ufficio pubblico che funziona. Una maggioranza così non può dirsi classe dirigente. Al massimo, classe distribuente. E i siciliani, che galline non sono, farebbero bene a ricordarselo quando, tra poco più di un anno, qualcuno tornerà a scuotere il secchio sotto le loro finestre.   Per onestà (che è merce rara anche qui) La maggioranza ha le sue ragioni, e vanno riferite. Schifani – la mente -parla di una manovra “di ampio respiro” resa possibile dalla crescita delle entrate. Il capogruppo FdI Giorgio Assenza rivendica i fondi territoriali come risposta alle legittime istanze dei territori; Forza Italia sottolinea i conti rimessi in ordine. Nel testo ci sono anche misure vere: 80 milioni contro il caro-gasolio per agricoltori, pescatori e autotrasportatori, 50 milioni per il comparto cerealicolo, 25 milioni di assegni per le persone con disabilità, 17 milioni per il bonus affitti, 209 milioni per il credito d’imposta della Zes. Chi amministra un piccolo Comune senza un euro di cassa, poi, difficilmente rifiuta un finanziamento per una scuola o una strada, da qualunque porta arrivi. E va detto anche che la pratica non è un’esclusiva del centrodestra. La Vardera stesso ha ricordato che nella spartizione sono stati coinvolti per anni deputati di maggioranza e di opposizione. Meglio tardi che mai… L’indignazione delle opposizioni sarà credibile fino in fondo solo se diventerà una proposta: criteri oggettivi, riparti automatici, una legge sul modello Mattarella. E se varrà anche il giorno in cui al governo ci saranno loro.   Aurelio Angelini
October 22, 2026
Pressenza
Antico Egitto, ovvero il potere della parola
Sono andata a visitare il celebratissimo Museo Egizio di Torino, una delle glorie della città e dell’Italia tutta, visto che è il secondo museo per completezza di testimonianze dopo quello che si trova a Il Cairo. Non sono un’egittologa perciò – tranquillizzatevi – non farò dotte dissertazioni sull’argomento e mi limiterò a sottolineare solo un aspetto. Trovandomi di fronte a una lunga serie di stele, statue, papiri sono stata colpita dalla fitta rete di iscrizioni che ricoprono praticamente tutto lo spazio disponibile. Non c’è centimetro quadrato lasciato libero sulla superficie di queste larghe tavole di pietra, su cui sono incise con segno sottile, dinamico ed elegante immagini di uomini, donne, dei, animali in una serie continua, ordinata e precisa di geroglifici. Una sorta di “horror vacui” in cui sono immerse lapidi, statue, stoffe, pitture. Anche i sarcofaghi che contengono i corpi mummificati degli uomini del passato sono ricoperti di scritte tutt’attorno e perfino le bende di alcune delle mummie presentano delle scritte. Così come, nelle statue, ne sono ricoperti i corpi e le vesti di dei e di scribi, a volte raffigurati accucciati, nella posizione della cosiddetta “statua-cubo”, per permettere alla veste di formare una superficie continua attorno alle gambe in una sorta di quadrato. Ma i geroglifici sono “parole”. Parole scritte. Compaiono intorno al 3200 a.C. Non è che gli antichi egizi fossero logorroici, è che assegnavano alle parole il peso della pietra e dell’eternità, dunque un grande potere. Le parole non erano “flatus voci”, momentanee e temporanee, sostituibili a piacere, contraddittorie perché valide solo nel momento in cui vengono pronunciate. Le iscrizioni egizie erano parole che dovevano servire a difendere dai morsi di serpenti e scorpioni (molto comuni e molto pericolosi), ingraziarsi gli dei, pregarli di guidare le anime dei defunti nell’aldilà. La vita e la morte difese da una barriera di parole. Gli egizi sono stati tra i primi popoli a usare la scrittura, che – secondo la loro tradizione – gli era stata donata dal dio Toth, patrono della conoscenza e degli scriba. Il dio Toth. Olaf Tausch, Wikimedia Commons Oggi, disincantati come siamo, guidati da spirito pseudoscientifico e senso di superiorità rispetto al passato, chiamiamo “magica” la funzione che le parole possedevano a quel tempo, quando venivano usate come protezione ed evocazione. Un po’ la stessa funzione che tendiamo ad assegnare ancora oggi ad amuleti come il cornetto rosso, il ferro di cavallo o il quadrifoglio, a cui alcuni credono ancora senza per questo ritenersi posseduti da una mentalità magica. D’accordo, l’oggetto magico di tipo collettivo ha una lunga tradizione, poi ne esistono alcuni del tutto personali e anche piccoli rituali a cui non si vuole rinunciare (ad es. dovendo dare un esame all’università, vestirsi sempre come si era vestiti quella volta in cui è andato bene). Quello che mi preme sottolineare è che qui si tratta di parole, che evocano la potenza di quanto viene nominato. La parola corrisponde alla cosa ed è dono di un dio, dunque è sacra. Il paragone con l’oggi è impietoso. Parole scritte e parlate ci inondano dai media, dai social, dal labirintico intrico di formule burocratiche elargite a piene mani proprio con l’intento di non significare. Un fiume, un oceano di parole che ci sommergono, parole che dicono, non dicono, si contraddicono, nate proprio per fuorviare e confondere (fake news!) o sfibrarsi nell’insignificanza. Un troppo che ha perso il senso, sintomo di una contemporaneità disorientata che non trova più valori perché non trova più i significati a cui ancorarli. Questa svalutazione di uno degli strumenti più propriamente umani fa sì che per proteggerci diventiamo più insensibili e ci chiudiamo nel nostro io, perché la possibilità di comunicazione/contatto con l’altro risulta incrinata. Ci difendiamo dalle parole insignificanti rinchiudendoci in circoli in cui ci confrontiamo solo con coloro che la pensano come noi (le cosiddette “bolle” social). Se “le parole sono importanti”, come recita un famoso detto morettiano, be’, allora cerchiamo di ridare loro un peso, un’intensità, un’emozione. E infine un pensiero. Vorrei davvero che si tornasse alla parola come potenza. E non tanto perché gli antichi la sapessero più lunga di noi, ma perché erano più vicini al cuore delle cose, meno sopraffatti dal troppo di umano che ormai anche con le parole diffondiamo a piene mani, in questo Antropocene bellicoso e dissennato in cui regna solo una grande confusione. Redazione Milano
October 22, 2026
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