Le nuove gabbie schiavistiche del dominio capitalistico neocoloniale
Invasione, criminalità, sostituzione etnica sono l’ossatura lessicale
necessariamente ridondante che dietro la paura costruisce muri, frontiere, stati
di polizia, economie del controllo, sudditanze, selezione sociale e
determinazione della sopravvivenza. E’ dentro questa forma immediatamente
produttiva che assumono i linguaggi, sia che vivano come atto performante nella
produzione di merci che in quella di relazioni sociali e quindi di soggetti, che
il termine migrante sostituisce quello di immigrato perché nella sua
declinazione assume il senso di transeunte, di passaggio quindi necessariamente
privo (privato) di diritti, irregolare.
Nel suo pregevole testo Marco Antonio Pirrone (Guerra ai migranti. Neoliberismo
e neoschiavitù nel XXI secolo, PM Edizioni, 2025) pone l’accento sul fenomeno
migrazioni attraverso la critica dell’economia politica analizzandolo come
elemento centrale della globalizzazione neoliberista, quindi all’interno dei
rapporti di classe del capitalismo globalizzato, ma anche frutto delle politiche
coloniali del secolo scorso dalle quali proviene la razzializzazione della nuova
divisione del lavoro, quindi parte di una classe che non scompare nel mondo
globalizzato ma si trasforma e si riorganizza su scala transnazionale. Qui
questa classe moltitudinaria si scontra con altri dispositivi quali i confini,
la cittadinanza, la razzializzazione e la sessualizzazione producendo quella che
Pirrone interpreta come una stratificazione globale del lavoro. Il migrante
diventa così una complessa e paradigmatica figura del proletariato contemporaneo
con un’ulteriore problematicità: è giuridicamente e politicamente vulnerabile e,
quindi, più facilmente sfruttabile e pericolosamente intercambiabile.
Intercambiabilità e selezione in ingresso significano spesso gravi infortuni e/o
morte (occultati) sul lavoro o morte ai confini, i più letali dei quali sono il
Messico e il Mediterraneo.
Le morti non sono quindi incidenti di percorso ma si caratterizzano come una
delle forme più crudeli attraverso le quali il capitale decide chi può accedere
ai “privilegi” dell’Occidente sviluppato. L’autore, citando più volte nel testo
Mbembe e Palidda, parla infatti di necropolitica e tanatopolitica per definire
il colpevole cinismo mascherato da negligenza con cui gli stati affrontano la
questione: “il confine… è divenuto una delle forme privilegiate attraverso cui
il capitalismo opera la distinzione tra le vite da valorizzare e le vite di
scarto, tra corpi monetizzabili e corpi eccedenti”(pp. 16/17). Nei campi di
concentramento libici non si fermano i migranti, si decide chi va e chi resta e
forse, a seconda dell’imbarcazione che viene fornita o delle condizioni meteo
con cui parti, si decide anche chi vive e chi muore. E il Mediterraneo copre,
insieme ai corpi senza nome, le responsabilità criminali degli stati.
Una nuova forma di schiavitù, certamente diversa da quella dei secoli precedenti
ma anche qui e ora il migrante non è padrone della sua vita né, quando arriverà
a destinazione, del suo tempo. E’ formalmente libero, come libero era il
proletario all’alba della rivoluzione industriale prima che il padrone non
costruisse per lui una nuova gabbia: il salario, perché solo un uomo libero ma
oppresso dalla povertà può vendere la sua forza lavoro come merce sul mercato.
Ma la sua libertà di movimento mantiene, in potenza, anche la possibilità di
fuga e quindi deve essere disciplinata, governata: “Salario e criminalizzazione
della mobilità appaiono così come due lati della stessa medaglia: la necessità
di governare e disciplinare la libertà che il capitale non può non
generare”(p.19).
Parliamo quindi della costruzione di un moderno esercito industriale di riserva
volto a mantenere più basso possibile il costo della forza-lavoro ma con una
differenza cruciale rispetto al passato, la vulnerabilità del migrante è
prodotta attivamente da dispositivi politici come i confini, le leggi
sull’immigrazione e la precarietà giuridica. Non si tratta quindi solo di una
funzione economica ma di una costruzione istituzionale della subordinazione. E
il concetto di neoschiavitù va letto proprio in chiave di classe, non indica un
ritorno a fasi precedenti ma una radicalizzazione dello sfruttamento dentro il
capitalismo contemporaneo.
Il lavoro migrante quindi, rappresenta una sorta di zona limite del capitalismo
dove bassi salari, ricattabilità legale, invisibilità e marginalizzazione
sociale producono condizioni di lavoro estremamente asimmetriche dove la
subalternità si manifesta nella sua forma più dura: l’assenza di tutele e di
potere contrattuale. Ma rappresenta anche la fine dell’illusione che un mondo
globalizzato potesse eliminare le disuguaglianze geosociali e le discriminazioni
etniche, anzi semmai l’estrattivismo capitalista ha occupato nuove aree e ne ha
devastato natura e relazioni sociali. Questa invasività del capitale e la
conseguente dimensione globale della classe viene rafforzata dalla teoria del
Sistema mondo di Wallerstein, uno dei modelli analizzati da Pirrone, in cui il
capitale organizza il lavoro su scala planetaria distinguendo tra centro e
periferia. Le migrazioni rappresentano il movimento della forza lavoro dalla
periferia al centro, ma non in condizioni di uguaglianza: i migranti vengono
inseriti in segmenti subordinati del mercato del lavoro.
Le migrazioni contemporanee sono spesso il risultato di processi di
impoverimento, guerre e disuguaglianze prodotte dal capitalismo globale e le
“scienze delle migrazioni”, criticate dall’autore, definiscono i migranti al
tempo stesso come prodotti di tali processi e risorse funzionali al sistema
economico in quanto forza lavoro flessibile e a basso costo. Anche demografia e
disastri ambientali legati al riscaldamento globale vengono utilizzati come
parametri oggettivi che fungono da spinta per milioni di persone, ma tutti
questi studi mostrano secondo Pirrone un limite confermato dai dati che ci
illustrano come il fenomeno negli ultimi 65 anni non abbia subito grandi
variazioni numeriche in relazione al numero totale degli abitanti del pianeta,
che la maggior parte delle migrazioni avviene all’interno delle nazioni di
provenienza (e questo vale anche per l’Italia) e che meno della metà dei circa
300 milioni di migranti nel 2024 si è diretto verso l’Europa o l’America
settentrionale con buona pace degli allarmismi e della retorica securitaria con
cui USA ed Europa giustificano politiche migratorie particolarmente
restrittive.
Un altro luogo comune delle narrazioni ufficiali sfatato dall’analisi dei dati
operata dall’autore, è quello che le donne sono una minoranza, una componente
accessoria delle dinamiche migratorie. Le donne sono circa il 48% del totale dei
migranti e hanno spesso assunto il ruolo di guida prendendo in prima persona la
decisione di partire. Esse hanno un accesso al reddito pari a quello degli
uomini avendo praticamente monopolizzato settori come il tessile, quello della
cura o del lavoro domestico configurandosi come i soggetti di una nuova
divisione transnazionale del lavoro femminile. Chiaro che l’accesso al reddito
non emancipa e non elimina, anzi rafforza, le dinamiche di sfruttamento e
ricatto anche sessuale che le migranti subiscono, determina casomai una
flessibilizzazione spesso assolutamente priva di regole che ci fa parlare oggi
di femminilizzazione del lavoro tout court (cfr. Cristina Morini, La
femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo, in AA.VV., Occupare
l’utopia, Multimage,2025).
Ma spesso sono proprio le donne a gestire le reti cui fanno riferimento i nuovi
arrivati o coloro che decidono di partire operando nella quotidianità un
percorso di creazione del comune che tendenzialmente va oltre la colonizzazione
culturale del neoliberismo. D’altronde la politicità del testo di Pirrone sta
proprio nell’affermare la potenziale soggettivazione del migrante: migrare non è
solo fuga o disperazione, è anche e soprattutto una scelta, una strategia, un
atto di rifiuto. E’ l’agency che, pur nelle condizioni più oppressive, può
determinare una spinta alla lotta e alla soggettivazione. Tuttavia le condizioni
di ricattabilità, lo status giuridico, l’appartenenza etnica producono una
classe complessa, differenziata che il mainstream cerca di rendere conflittuale
al suo interno alimentando pulsioni razziste. Da qui il messaggio che
caratterizza questo testo come un importante contributo al dibattito sulla
formazione di una soggettività necessariamente molteplice e antagonista:
rifondare “un internazionalismo delle pratiche capace di unire lotte locali e
transnazionali, di articolare alleanze tra migranti e autoctoni, di riconoscere
che nella libertà di movimento si gioca oggi una posta fondamentale della lotta
di classe”.
Il libro, insomma, si rivela uno strumento agile, scevro da un linguaggio
accademico, e proprio per questo adatto a circolare tra gli studenti del
dipartimento di scienze sociali ma non solo; un testo propositivo che rinnova la
necessità di procedere nella rifondazione della politica a partire dall’analisi
sociale della molteplicità dei soggetti e delle intersezionalità possibili senza
alcuna pretesa di reductio ad unum.
Sergio Riggio