Tag - opinioni

Movimento ecologista e ambientalismo scientifico. Tra “il dire e il fare”: lo status quo e i rapporti di forza
L’avvio del “percorso di ascolto” promosso da Avs ai primi di maggio per dar vita a “un vivaio per l’Italia di domani” per sconfiggere questa destra di Meloni e Salvini ha rilanciato nel dibattito pubblico alcuni nodi del “fare politica ambientale”, in particolare su energia, trasporti, alimentazione e aree protette. Ed anche sul “pragmatismo senza principi” con cui si sono perse alcune battaglie cruciali dell’ambientalismo italiano sui limiti e la sostenibilità dello sviluppo trainato da consumismo e ingiustizia sociale che si perpetua attraverso furbeschi greenwashing. La replica di Aurelio Angelini alle critiche di Fabio Balocco espresse a proposito del “Vivaio delle idee” sul quale il coordinatore del Movimento Ecologista  aveva portato il suo contributo all’evento “Decidiamo!”, organizzato da Europa Verde e Sinistra Italiana e pubblicato in sintesi su “Italia Libera”[IL]   Caro Fabio Balocco, > MARCIA ANTINUCLEARE CASALE-TRINO 11 MAGGIO 1986 > > ti ringrazio per aver vinto il torpore e aver deciso di scrivere [qui il tuo > pezzo]. Chi supera la propria indolenza per contribuire al dibattito pubblico > merita rispetto, qualunque cosa poi dica. E devo riconoscere che alcune delle > tue osservazioni sono pertinenti e stimolanti, in particolare, quelle sulle > infrastrutture ereditate dal governo Draghi, sui corridoi ecologici e sulla > coerenza necessaria tra enunciati e scelte concrete. Su questi punti il > dibattito è aperto e ben venga chi lo alimenta con competenza. Detto questo, > permettimi alcune considerazioni sulle tue “verità”, pronunciate con la > sicurezza di chi ha già tutto chiaro. > >   > > Cominci evocando “i bla bla tinti di verde” e citando Greta come emblema > dell’inutilità. È una scelta curiosa. Greta Thunberg ha portato milioni di > giovani in piazza in tutto il mondo, ha costretto governi e parlamenti a > confrontarsi con l’emergenza climatica, e ha dimostrato con la sola forza > della coerenza che una sedicenne senza partito né denaro può spostare l’agenda > politica globale. Liquidarla come “bla bla” è una di quelle sintesi folgoranti > che dicono molto più di chi le pronuncia che di chi ne è oggetto. > >   > > IL 10 LUGLIO 1976, DALLO STABILIMENTO CHIMICO DELL’ICMESA DI MEDA, NEI PRESSI > DELL’ABITATO DI SEVESO, FUORIESCE UNA NUBE CONTENENTE DIOSSINA > > Sul 100% di rinnovabili entro il 2040 ci chiedi “come”. È una domanda > legittima. Avremmo però apprezzato che la stessa domanda “come?” tu l’avessi > rivolta anche alle politiche energetiche degli ultimi trent’anni, che ci hanno > consegnato una dipendenza fossile che paghiamo sulla bolletta ogni mese. Le > difficoltà tecniche della transizione esistono, sono reali e vanno affrontate > con serietà. Ma sollevare gli ostacoli senza mai interrogarsi sullo status quo > è un privilegio comodo che il pianeta non si può più permettere. > >   > > Ci rimproveri poi di non aver parlato di alimentazione, di diritti degli > animali, di caccia e pesca, di personalità giuridica della Natura. Hai > ragione: quei temi meritano spazio. Ma stai commentando un intervento non > l’enciclopedia di ecologia politica. Se in 1.500 parole non si riesce a > esaurire tutto l’universo del pensiero ecologista, non è necessariamente segno > di malafede o di sudditanza all’industria agroalimentare. A volte è > semplicemente questione di spazio. Il documento integrale di Movimento > Ecologista sulla piattaforma di Avs – su cui l’intervento si basa – affronta > molti di questi temi, ti invito a leggerlo, prima di costruire la critica > sull’assenza. > >   > > Infine, la questione delle armi e dell’atlantismo. È un tema complesso e > divisivo, su cui esistono posizioni articolate all’interno della stessa > sinistra ecologista europea. Che tu abbia la risposta definitiva in tasca è > ammirevole. Noi preferiamo, per ora, continuare a ragionarci, mettendo al > centro la Pace e il disarmo, la giustizia climatica e sociale. > >   > > MANIFESTAZIONE STUDENTESCA DEL FRIDAYS FOR FUTURE A MILANO NEL 2021 > >   > > Concludi definendo il mio intervento “antropocentrico” e invocando una > “visione olistica” come vera rivoluzione. Benissimo. Ma permettimi di > osservare che le persone, quelle in carne e ossa, con l’affitto da pagare, la > lista d’attesa al pronto soccorso, il contratto precario esistono dentro > quell’olismo, non nonostante esso. Una politica ecologista che non parli anche > a loro non è più olistica: è semplicemente meno efficace. E rischia di > restare, essa sì, un bel bla bla. > > Con stima sincera e spirito costruttivo, Aurelio Angelini Aurelio Angelini
May 29, 2026
Pressenza
La banalizzazione del sionismo
Erri De Luca è a Gerusalemme. Lo ospita l’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation. Ha appena dichiarato al quotidiano Israel Hayom — il giornale fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto diretto a Netanyahu — di essere sionista, e di ritenere che definire «genocidio» ciò che accade a Gaza costituisca una «distorsione storica e verbale». Ha aggiunto che non condividerà mai un palco con chi usa quella parola. Il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, invitato allo stesso festival, ha declinato aderendo al boicottaggio culturale. De Luca ha scelto la direzione opposta. Questo testo non si occupa della biografia di De Luca, né della sua letteratura. Si occupa delle sue tesi. Perché le tesi hanno conseguenze, e le conseguenze meritano confutazione. I. Il sionismo «minimo» come operazione retorica La prima mossa argomentativa di De Luca è una ridefinizione. Il sionismo, afferma, sarebbe «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Su questa base, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere sarebbe già sionista, spesso senza saperlo. È una mossa raffinata quanto fuorviante. Svuota il termine di ogni contenuto storico per renderlo accettabile a chiunque, trasformandolo da categoria politica concreta in astrazione filosofica sull’autodeterminazione. Ma il sionismo non è nato come idea astratta. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case — documentata non da propagandisti palestinesi, ma da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica definendo il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Ridefinire il sionismo come «coesistenza» nel maggio 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania sotto protezione militare, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario. E De Luca, che conosce l’ebraico antico e traduce la Bibbia, sa leggere anche questo. II. La «rabbia grammaticale» come categoria politica Il secondo nucleo argomentativo riguarda la parola «genocidio». De Luca afferma che l’uso di quel termine suscita in lui una «profonda rabbia grammaticale» e che applicarlo a Gaza costituisce una distorsione. La sua prova: se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio, avrebbe potuto colpire una popolazione immobile. Invece Israele ha ripetutamente spostato i civili da nord a sud e da sud a nord. Dunque non è genocidio. Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato. Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come tale. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione degli intenti: richiede la prova dell’effetto sistematico e dell’intenzione di distruggere le condizioni di vita di un gruppo. Gli spostamenti forzati — presentati da De Luca come prova della buona fede di Israele — sono essi stessi classificati dalla Corte Penale Internazionale come crimini contro l’umanità. La Corte Internazionale di Giustizia — il massimo organo giudiziario dell’ONU, non un collettivo di attivisti — ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato. Il rapporto A Cartography of Genocide di Forensic Architecture ha documentato la distruzione sistematica di obiettivi civili, culturali e sanitari. In un anno, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di 35 anni: il crollo più rapido mai registrato, superiore persino a quello del Rwanda nel 1994. Nei soli primi quattro mesi del conflitto, il numero di bambini uccisi ha superato quello di tutti i conflitti mondiali combinati degli ultimi quattro anni. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. È una scelta. Non è una verità. III. L’empatia selettiva come struttura del discorso Per comprendere come sia possibile che un intellettuale costruito sull’idea di stare dalla parte degli ultimi arrivi a negare l’evidenza più documentata del nostro tempo, occorre un quadro analitico che vada oltre la singola vicenda biografica. Roberto De Vogli, nel suo Empatia selettiva (Aliberti, 2025), offre una risposta sistemica. Per empatia selettiva intende la tendenza a provare compassione principalmente o esclusivamente per i membri del proprio «gruppo di appartenenza» — in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione o allo status sociale — mostrando invece poca o nessuna empatia per i membri del «gruppo esterno». Non si tratta di una mancanza di empatia tout court: si tratta di una forma di risposta emotiva tribale che riserva compassione a determinate vittime e la nega ad altre. È un tratto che trascende i confini culturali, che ha radici biologiche, ma che è altrettanto plasmato dall’ideologia, dalla propaganda, dalla costruzione narrativa dei media e degli intellettuali di riferimento. De Vogli osserva che l’indifferenza dell’Occidente di fronte a Gaza non può essere spiegata con la mancanza di conoscenza. Le immagini sono disponibili, i dati sono pubblici, le sentenze internazionali sono leggibili. Ciò che manca è la compassione selettivamente negata. E questa negazione non avviene nel vuoto: viene costruita, giustificata, legittimata da figure che godono di autorevolezza culturale e che offrono razionalizzazioni intellettualmente presentabili per ciò che altrimenti sarebbe semplicemente insostenibile. De Luca svolge esattamente questa funzione. Non è il volto più brutale del sionismo: è la sua maschera progressista. Viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Ha difeso i No Tav in tribunale. Ha scritto pamphlet contro il potere. Ogni volta che una voce con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può concludere: «Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale». De Luca è prezioso per questa funzione normalizzante. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. IV. Il coraggio come inversione De Luca presenta la sua posizione come atto di libertà intellettuale contro i «venti dominanti». Sostiene di essere volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Afferma di non aver bisogno di critici letterari che tengano la corda quando è «appoggiato a una parete di roccia». Ma c’è un’asimmetria che questa retorica nasconde deliberatamente. Quando De Luca difendeva i No Tav si schierava contro lo Stato italiano, contro grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo travestito da eresia. I «venti dominanti» che De Luca dichiara di sfidare non sono quelli di Gaza: sono quelli dell’establishment culturale italiano che lo critica. Ma l’establishment culturale italiano non ha bombardato ospedali, non ha imposto blocchi alimentari, non ha ucciso giornalisti. I venti che spirano davvero, e che De Luca asseconda, vengono da un’altra direzione. V. La semantica come complicità Vi è un ulteriore aspetto che merita attenzione: il ruolo che la disputa semantica svolge nella struttura del discorso negazionista. De Luca non nega i morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto, contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e politica di ciò che quella parola descrive. William Schabas, professore di Diritto internazionale alla Middlesex University, ha spiegato perché questo non è un dettaglio formale: la parola conta per le vittime, perché indica il riconoscimento della loro sofferenza come crimine dei crimini; conta giuridicamente, perché apre le porte alla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la Convenzione sul Genocidio; conta politicamente, perché sancisce la responsabilità degli Stati che ne sono stati complici. Invocare la «rabbia grammaticale» davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il 60% donne, bambini e anziani, secondo le stime pubblicate su The Lancet — non è rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere. VI. Il paradigma palestinese C’è infine una domanda più radicale che attraversa questa vicenda, e che riguarda non soltanto De Luca ma la struttura di un intero modo di stare nel mondo. Gaza è diventata lo spartiacque della coscienza del nostro tempo. Non perché si possa — o si debba — ignorare le altre guerre, le altre sofferenze, le altre occupazioni. Ma perché Gaza rappresenta il luogo in cui si misura più precisamente se l’empatia è universale o tribale, se i princìpi che si dichiara di difendere reggono quando diventano scomodi, se il coraggio intellettuale è una postura o una pratica. De Vogli documenta come Gaza sia diventato il luogo con il più alto numero di amputazioni infantili pro capite al mondo; come il bilancio dei bambini uccisi non abbia precedenti nella guerra contemporanea; come in un solo anno l’aspettativa di vita sia collassata di un terzo di secolo. Queste non sono astrazioni: sono misure. E quando di fronte a queste misure si risponde con una «rabbia grammaticale», si rivela qualcosa di preciso sulla propria posizione morale, che non può essere celato da decenni di militanza precedente. L’empatia selettiva — e qui sta il punto fondamentale del contributo di De Vogli — non è una condizione inevitabile. Non è soltanto biologia: è anche ideologia. E se è plasmata dall’ideologia, può essere messa in discussione, può essere cambiata. Ma solo se si è disposti a riconoscerla per quello che è. Erri De Luca non lo è. E nel non esserlo, dimostra esattamente ciò che nega. Riferimenti bibliografici e documentali De Vogli, R. (2025). Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza. Compagnia editoriale Aliberti. De Luca, E. (25 maggio 2026). «Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio» (intervista a Israel Hayom, trad. G. Meotti). Il Foglio, 25 maggio 2026. Disponibile su: https://www.ilfoglio.it Morvillo, V., Laor, I., Fernández, M., Circolo GAP Roma (27 maggio 2026). «Erri De Luca si schianta sul genocidio». Contropiano. Disponibile su: https://contropiano.org Taddei, R. (25 maggio 2026). «Erri De Luca a Gerusalemme». Comune-info. Disponibile su: https://comune-info.net Forensic Architecture (2024). A Cartography of Genocide. Disponibile su: https://forensic-architecture.org Guillot, M. et al. (2025). «Life expectancy in Gaza». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Jamaluddine, Z. et al. (2025). «Demographic composition of fatalities in the Gaza Strip». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Bhutta, Z.A. et al. (2024). «When is enough, enough?». British Medical Journal. Citato in: De Vogli (2025). Corte Internazionale di Giustizia (gennaio 2024). South Africa v. Israel. Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide. Misure cautelari. Schabas, W. (2024). Intervista a Der Spiegel. Citato in: De Vogli (2025). Morris, B. (2004). The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited. Cambridge University Press. Pappé, I. (2006). The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications. Amnesty International (2022). Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity. Laor, I. (19 maggio 2006). Risposta a Erri De Luca. Il manifesto. Citato in: Morvillo et al. (2026). Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Erri De Luca ignora volutamente cosa sia il sionismo
Il 25 maggio 2026, mentre i morti certificati a Gaza superano i 70 mila, mentre la realtà stessa e la Corte Internazionale di Giustizia parlano di “genocidio”, lo scrittore Erri De Luca ha rilasciato un’intervista a Israel Hayom — il quotidiano fondato dal miliardario trumpiano Sheldon Adelson come strumento di supporto a Netanyahu — in cui si dichiara “sionista” e dice che definire “genocidio” quello che accade a Gaza è “una distorsione storica e verbale” (qui una traduzione dell’intervista a De Luca). Dopo i numerosissimi commenti critici sui social, Erri De Luca è tornato a chiarire la sua posizione, via Facebook: “Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale del termine. Sionista è chi riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista. Chi sostiene l’eliminazione d’Israele dalla carta geografica è antisionista.” Una definizione così larga da svuotare la parola di ogni contenuto storico e da renderla accettabile a chiunque. Dalle dichiarazioni, Erri De Luca dimostra non solo di non conoscere la storia, ma di non conoscere nemmeno il significato del termine “sionismo” e di continuare a perseverare nella sua ignoranza narrativa, tentando di risignificare in modo autoreferenziale e personalistico un termine (vedasi: “… è per me sionista”) che ha già la sua definizione. Il fatto che lui non lo conosca (o lo voglia volutamente manipolare e distorcerne il significato) non significa che per il restante della popolazione informata, cosciente e che si occupa di Palestina, il significato della parola “sionismo” non sia chiaro. Sebbene nasca in realtà nel 1600, il sionismo si concretizza come ideologia politica nazionalistica nel 1800, nata dall’ebreo ateo Theodor Herzl, il cui fine è la costruzione artificiale del “popolo ebraico” (leggasi “L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand) e l’affermazione del suo presunto diritto all’autodeterminazione del “popolo ebraico” e il supporto alla formazione di uno “Stato ebraico” in qualsiasi parte del mondo. Originariamente le zone in cui si voleva far nascere lo Stato ebraico sono state molteplici: Argentina, Uganda, Madagascar ed altre ancora. Solo alla fine si è pensato alla Palestina come “terra ideale”, riesumando la diaspora ebraica del 70 d.C. e rifacendosi alle citazioni del Tanakh e della Bibbia, che parlano di “Terra di Israele” come la “Terra Promessa”. Il sionismo ha piegato il messaggio ebraico della “terra promessa” ai suoi fini, in quanto per gli ebrei si sarebbe potuto tornare alla “terra promessa” solo con la venuta del Messiah, cosa che gli ebrei stanno ancora aspettando. La retorica della “terra promessa” ha giustificato la creazione dell’Entità sionista d’Israele attraverso la colonizzazione della Palestina storica, tentando, almeno a partire dagli anni 1930, di ottenerne un territorio il più esteso possibile e di ridurre al minimo la presenza di arabi palestinesi al suo interno. Dopo la pubblicazione del saggio Der Judenstaat (lo Stato ebraico) all’inizio del 1896, Theodore Herzl fece seguire il Primo Congresso Sionista, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Il Programma di Basilea affermò che «il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina». I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo comprendevano l’incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina, l’unificazione e l’organizzazione di tutte le comunità ebraiche, il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale e iniziative per assicurarsi l’appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo. Il sionismo ha avuto il via libera grazie alla Dichiarazione Balfour del 1917, un documento ufficiale della politica del governo britannico in merito alla spartizione dell’Impero ottomano da realizzarsi all’indomani della prima guerra mondiale, in cui l’allora ministro degli esteri del Regno Unito Arthur Balfour (ultraconservatore, massone e dichiarato antisemita) scriveva a Lord Rothschild (inteso, quest’ultimo, come principale rappresentante della comunità ebraica del Regno Unito e referente del movimento sionista) che il governo del Regno Unito guardava con favore alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo ebraico” in Palestina, allora ancora parte dell’Impero ottomano. Le motivazioni di tale dichiarazione non erano filantropiche né tantomeno filo-ebraiche, ma anzi erano viste come l’occasione per Balfour, dichiaratamente antisemita, di sbarazzarsi degli ebrei inglesi, dando inizio a migrazioni più o meno volontarie. La colonizzazione della Palestina è stata permessa, in modo massiccio, proprio dagli Accordi di Haavara tra Germania nazista ed ebrei tedeschi sionisti firmato il 25 agosto 1933. L’accordo venne definito dopo tre mesi di colloqui dalla Federazione sionista tedesca, dalla Banca anglo-palestinese (sotto la direttiva dell’Agenzia ebraica) e dalle autorità economiche della Germania nazista. Fu un fattore importante nel rendere possibile la migrazione di circa 60.000 ebrei tedeschi in Palestina tra il 1933 ed il 1939. Anche qui l’obiettivo non era filantropico, ma era connotato da profondo antisemitismo: le organizzazioni sioniste d’estrema destra tedesche erano simpatizzanti del Fuhrer e il loro obiettivo dichiarato era perseguire l’obiettivo degli Accordi di Haavara, ovvero quello di spingere gli ebrei tedeschi, attraverso una propaganda idilliaca sulle possibilità di lavoro in Palestina, a migrare forzatamente in Palestina. Non a caso, se le organizzazioni ebraiche e giovanili di sinistra vennero messe fuorilegge dal Terzo Reich, le organizzazioni sioniste d’estrema destra appoggiarono il Reich e godettero del suo appoggio fino a quando non caddero vittime delle leggi razziali del 1935. Anche se poi, molti di loro diventarono collaborazionisti del Reich, come racconta molto bene Hannah Arendt nel suo capolavoro “La banalità del male”. Il sostegno al sionismo crebbe in particolare nel secondo dopoguerra, successivamente all’Olocausto e allo scadere del mandato britannico della Palestina: ciò portò condizioni più favorevoli per una dichiarazione d’indipendenza israeliana. La nascita dello Stato di Israele nel 1948 si fonda sulla nakba, ovvero la strage di palestinesi che diede origine a quello che lo storica israeliano Ilan Pappè chiama “genocidio incrementale” dal 1948 ad oggi, sfociato nell’escalation militare israeliana genocidiaria a Gaza del 2023. Il sionismo è un fenomeno che, per quanto si inserisca nei nazionalismi ottocenteschi, si concretizza come colonialismo d’insediamento caratterizzato da profondi sentimenti di anti-arabismo, etnocentrismo e suprematismo bianco. Per questi motivi, e per le sue radici ideologiche nazionaliste, il sionismo ha spaccato il mondo ebraico. Sionismo ed ebraismo sono due concetti diversi e, per quanto il sionismo si serva dell’ebraismo per giustificare se stesso, è ben diverso e distinto da esso. Moltissimi sono gli ebrei che si sono sempre dichiarati antisionisti ed hanno percepito il sionismo come un male per gli ebrei nel mondo. La stessa Hannah Arendt lo afferma. Questo è il sionismo, ovvero questa è la sua storia e questo è il suo presupposto, che esso sia di stampo religioso, messianico, revisionista (che poi è quello veramente maggioritario e simpatizzante con il fascismo storico) o liberale (alla Rabin). C’è chi continua a parlare del “sionismo buono”, quello dei famigerati kibbutz, che sarebbero delle idilliache ed edeniche comuni di stampo socialista: si tratta di una bufala. I kibbutz sono sorti su territori occupati, strappati ai palestinesi, che ben poco avevano di socialista. Sarebbe interessante invece collocarli nelle forme di comunitarismo e di rossobrunismo ante-litteram, ben diverso dagli ideali socialisti e di liberazione nazionale che hanno caratterizzato la storia di tutto il Novecento. Per il resto, i “sionisti buoni” liberali, alla Rabin, e laburisti (non a cosa la derivazione è inglese), alla Golda Meir, sono tutto fuorchè “buoni”. Sono stati parte integrante di quelli che hanno spianato la strade all’estrema destra sionista di Netanyahu, perchè la gente, alla copia, preferisce sempre l’originale: meglio un fascista originale che una copia di fascista. Questo è ciò che è il sionismo, e non significa credere nella soluzione binazionale, né tantomeno nei falliti Accordi di Oslo, che hanno sostanzialmente aperto alla colonizzazione a macchia di leopardo della Cisgiordania fino ad oggi, visto che Israele li ha sempre violati in modo sistematico. In tutto ciò Israele non è “l’unica democrazia in Medioriente”, ma un tentativo di occidentalizzare il Medioriente (meglio definita come Asia Occidentale) attraverso l’unica etnocrazia al mondo priva di Costituzione, fondata sul teocon e che non possiede nemmeno confini precisi. Quando si parla dei “confine del 1967” solitamente si fa riferimento alla Risoluzione 181 dell’ONU come se avesse disposto la spartizione della Palestina. In realtà si tratta di un errore storico, giuridico e geografico: la Risoluzione 181 dell’Onu non dispone nessuna partizione e non ha nemmeno raccomandato quel confine anche perché, giuridicamente, Israele non ha confini. I cosiddetti “confini pre-5 giugno 1967” non sono altro che la linea dell’armistizio con cui è avvenuta l’acquisizione giuridicamente inaccettabile del 78% dei territori palestinesi (non del 56%, come “disponeva” la risoluzione ONU) su cui ad oggi non vige alcun trattato di pace. La retorica erronea e vergognosa dei “confini del 1967” è solo un favore gratuito ad Israele che gli permette di perseverare nell’occupazione coloniale di terre non sue. Israele non ha confini, se non nei suoi progetti e nelle sue mappe coloniali risalenti a ben prima del 29 novembre 1947, ovvero con il Piano Dalet: il piano bellico stabilito dal movimento terrorista sionista d’estrema destra Haganah nel marzo 1948, stilato da Israël Ber e Moshe Pasternak, sotto la supervisione del capo delle operazioni dell’Haganah Yigael Yadin durante la guerra arabo-israeliana del 1948, con il fine di inglobare tutta la Palestina storica con parti di Siria, Giordania, Libano oltre all’intera Terra di Canaan. Israele non ha confini, se non quelli previsti dal Piano Yinon (ideato e scritto da Odeon Yinon nel 1982), che prevede una “grande Israele” creata un giorno dalla distruzione delle nazioni arabe oggi percepite come minacce per Israele. Il piano prevedeva di rovesciare i governi arabi esistenti, lasciandosi alle spalle sette caotiche e contrapposte di enclave musulmane facilmente conquistabili, che avrebbero, di fatto, giustificato una “grande Israele” dominante dal Mar Mediterraneo attraverso i fiumi Tigri ed Eufrate. Il Piano Yinon era pensato come una campagna sistematica per minare, dividere e distruggere con ogni mezzo necessario le diverse nazioni arabe per consentire a Israele di progredire senza ostacoli, con il sostegno esterno delle correnti sioniste nei movimenti neoconservatori americani e fondamentalisti cristiani. Israele e i suoi governi stanno attuando con enormi successi ciò che sono questi obiettivi. Con l’attuale “soluzione finale” a Gaza sembra che Netanyahu abbia tratto ispirazione dal Piano D e dal Piano Yinon e che li stia mettendo in atto sotto mentite spoglie. Tutti sanno cosa è il sionismo, se Erri De Luca non l’ha ancora capito o finge di non averlo capito, per di più negando il genocidio in atto a Gaza e la repressione sistematica in Cisgiordania, è problema ESCLUSIVAMENTE suo. Il tutto aggravato dal fatto che persiste nel suo negare il genocidio in atto a Gaza. Quindi lui non ha diritto ad aprire nessun dibattito: lui o non conosce o volutamente ignora una fetta di storia e continua a perseverare in questo. Non è “sionista chi sostiene la soluzione a due Stati”, ma è sionista chi sostiene il sionismo come ideale nazionalistico e come colonialismo di insediamento; come colonizzazione ed “occupazione belligerante” (come riconosciuta dall’ONU) della Palestina e delle alture del Golan con l’obiettivo della “grande Israele”; come repressione, violenza sistematica, apartheid razzista e coloniale nei confronti del popolo palestinese e delle minoranza non-bianche che Israele marginalizza; e come militarizzazione forzata e repressiva delle terre palestinesi. Chi collabora e sostiene tale sistema è complice di una violazione inaudita dei diritti umani, oltre a violare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Le parole di Erri De Luca, oltre a generare ulteriore confusione, rischiano di riaprire un dibattito inutile e sterile con l’obiettivo di riscrivere la storia con altre parole e definizioni: cosa che a lui piace molto. Se lui ha delle difficoltà a comprendere cosa sia o non vuole accettare che il sionismo sia un’altra cosa rispetto a quello che sostiene, deve informarsi o semplicemente stare in silenzio e non continuare a lanciare frecce nella speranza che qualcuno lo ri-citi e gli dia corda. Questo fa lui ed é disdicevole. Erri De Luca deve decidersi, o è sionista, o è per la soluzione binazionale (cosa ormai superata anche nei movimenti in solidarietà con la Palestina), o dichiararsi contro il genocidio, o continuare a fare lo “scemo di guerra”. Se vuole uscire dal suo stato di minorità, per citare Kant, potremmo aprire un dibattito, altrimenti ogni suo contributo è vano.   Ulteriori informazioni sul sionista Erri De Luca: > Il paralogismo di Erri De Luca > Le parole di Erri De Luca hanno un peso determinante? > Erri De Luca a Gerusalemme Lorenzo Poli
May 28, 2026
Pressenza
Dalla discarica al clic
Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera. Qualcuno della mia venerabile età, ma anche qualcuno con venti anni di meno, avrà pensato: “Oh che bello! Ricorderanno le lotte contro la nocività degli Anni Sessanta, contro il CVM, cloruro di vinile monomero, che ha portato alla morte centinaia di operai per angiosarcoma. Finalmente si rivaluta quella stagione di ribellione allo sfruttamento, di autonomia della classe, che il sindacato negli ultimi decenni aveva rimosso, anzi, ne aveva dannato la memoria.” Macché, questa è roba retrò, il sindacato oggi parla di Intelligenza Artificiale. Che c’entra Marghera? Perché lì è successo un caso esemplare, un’azienda high tech che impiegava fior d’informatici li ha licenziati per sostituire il loro lavoro con l’IA (in realtà ha delocalizzato). Quindi il sindacato si prepara alla lotta del futuro: la soppressione di posti di lavoro qualificati. L’IA, in misura maggiore che la vecchia automazione, distrugge posti di lavoro, manda a casa migliaia di laureati, gente con venti anni d’esperienza. Confesso che rimasi un po’ deluso, speravo che si parlasse di comitati autonomi, di scioperi selvaggi, però andava bene lo stesso, è giusto lottare contro la disoccupazione tecnologica, anzi, è meglio che sbraitare contro la Meloni perché non accetta il salario minimo legale (richiesta che il sindacato, CGIL in testa, ha rifiutato per anni). Ma un po’ di delusione restava. Per fortuna, qualche giorno dopo, mi arriva un volantino distribuito a Marghera il 1 maggio, con un discorso molto più completo e complesso sulla miseria del lavoro in Italia oggi, un volantino degno di una festa dei lavoratori, firmato da un gruppo di lavoratori iscritti a USB. Me lo manda uno di quei compagni che alle lotte contro la nocività, contro la monetizzazione della salute, ci ha partecipato davvero, uno che ha fatto la sua parte e ancora oggi, come tanti di noi, provenienti dall’area operaista, non se ne sta solo a guardare. “Beh” mi sono detto, “possono dannare la memoria di quegli anni fin che vogliono, ma da quella esperienza c’è sempre da imparare, è sempre attuale, non c’è IA che tenga.” Passa un mese e mi trovo a Parigi. Debbo partecipare a una cerimonia accademica ma già che ci sono ripesco vecchi compagni che sono lì dai primi Ottanta, scappati dall’Italia per non finire a Rebibbia o a Trani o a Fossombrone, ormai sono cittadini francesi. Mi parlano di uno del “nostro” giro, che ha frequentato Toni Negri e Paolo Virno, ma assai più giovane, che insegna all’Ecole Polytechnique, ha lavorato sull’IA con una solida équipe di ricerca. Anzi, hanno fatto anche un documentario, Les sacrifiés de l’IA, intervistando circa 4.000 moderatori di contenuti web, in Africa, in India, in America Latina. Sono quei disgraziati, tutti del Sud del mondo, il Global South, che immettono dati, che filtrano immagini e informazioni, da mettere nei Data Center, gente che lavora dieci-dodici ore al giorno, intere famiglie che si alternano al computer 24h su 24, moltissimi soffrono di problemi psichici, alcuni si suicidano, altri sono arrivati ad ammazzare i parenti perché per contratto non debbono rivelare nemmeno ai familiari che lavoro fanno. Tutti al servizio di Meta, ChatGPT, OpenAI, Palantir e altri giganti della rete, ma pochi assunti direttamente, la massima parte è reclutata da intermediari. E sono milioni, le stime della Banca Mondiale, dell’ILO, parlano di centinaia (!) di milioni. Se n’era parlato prima del Covid, poi un po’ alla volta è diventata roba per specialisti, se si parla di IA la vulgata è quella solita: distrugge posti di lavoro. Guardatelo, se vi capita, quel documentario. Ci sono riprese di una potenza simbolica terrificante, come quella dove si vede un’immensa discarica alla periferia di una grande città africana, popolata di gente che rovista tra i rifiuti e di lugubri uccellacci, ti chiedi se l’alternativa a quel modo di sopravvivere è lavorare nella moderazione di contenuti web. Sì, lo è, lo è stata per alcuni di loro. Da studi di caso risulta che più del 50% ha una formazione universitaria. L’ultima parte del documentario è girata a New York, alla New School, e a Cambridge in Gran Bretagna. Dei giovani attivisti ci spiegano che tutto questo immane sfruttamento viene giustificato con l’idea di produrre una nuova umanità che conquisterà lo spazio. È il nuovo pensiero utopico/apocalittico, la nuova religione di Elon Musk, di Peter Thiel, della Silicon Valley, il cosiddetto transhumanism o long-termism, per la produzione di una super-intelligenza artificiale, opera di umani dotati di poteri conoscitivi maggiori. Per raggiungere questo supremo obiettivo, l’obbiettivo della AGI, anche lo sfruttamento di milioni di persone diventa moralmente accettabile. Dunque il paradigma dell’IA è: distruggere migliaia di posti di lavoro (buoni) e creare milioni di posti di lavoro (infami). Eh sì, le cose sono un po’ più incasinate di come le hanno presentate i sindacati a Marghera. Rispetto ai poteri che controllano la rete c’è una sproporzione di forze che trasmette un senso d’impotenza paralizzante, perché riesce difficile concepire un nuovo luddismo. Quello ottocentesco dei sabots, degli zoccoli buttati negli ingranaggi delle macchine, era praticabile. Oggi al posto di quegli ingranaggi c’è il nostro cervello. Eppure, mettendo insieme Ludd, Marx e Proudhon, letti con gli occhiali di Tronti e di Romano Alquati, il modo per sopravvivere lo troveremo. La memoria, invece, non ce la può togliere nessuno, nemmeno l’intelligenza artificiale. Ho appena finito di buttar giù queste righe che mi chiama un’amica: “Su Repubblica scrivono che il Consiglio regionale della Lombardia si prepara a discutere una legge per regolamentare i Data Center; ne stanno costruendo 10 nella città metropolitana e altri 23 sono in discussione.” Facendo la tara fin che si vuole a questo genere di notizie, qualcosa bolle in pentola, inutile negarlo. E allora bisogna darsi da fare e unirsi alle tante iniziative che già ci sono, come quelle in certi centri sociali. Nel mondo ce ne sono a migliaia, in crescita costante. E intanto imparare a vivere senza IA. Quel documentario, Les sacrifiés de l’IA, ne ha fatto a meno, dicono i titoli di coda. Ma il prodotto è perfetto. Questo pezzo è stato pubblicato anche su Erbacce Redazione Italia
May 27, 2026
Pressenza
Porre fine al capitalismo digitale per la sopravvivenza dell’umanità
IL TECNOPOLIO E LA SOVRANITÀ ESPROPRIATA: LA SFIDA DI LEONE XIV ALLE DEMOCRAZIE Con la pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas, la spinta che arriva dal Vaticano rompe gli indugi e si posiziona al centro della mappa geopolitica contemporanea. I paragrafi dal n. 188 al n. 209, raccolti sotto il titolo “La cultura della potenza”, non sono una collezione di pie esortazioni spirituali, ma una lucida, quasi spietata, analisi di classe del capitalismo digitale globale. Il Papa mette sotto accusa il nucleo forte del potere tecnocratico moderno, definendo il “Tecnopolio” come la più grave minaccia alla sovranità dei popoli. Quando un pugno di multinazionali private della Silicon Valley o di Pechino controlla i flussi di dati e i codici algoritmici che governano la vita collettiva, lo Stato democratico viene svuotato dall’interno. Per l’attivismo progressista, questo testo è un potente acceleratore concettuale: la transizione digitale non è un processo neutro né un’evoluzione inevitabile della tecnica, ma un terreno di scontro politico e sociale in cui i valori della cittadinanza rischiano di essere sottomessi alla logica del profitto e del controllo privatistico. L’agenda che ne deriva per i governi progressisti è chiara: riprendere in mano la funzione legislativa attraverso una governance pubblica della tecnologia, spezzando i monopoli dei Big Data prima che esautorino definitivamente le istituzioni nate dal suffragio universale. CONTRO LA GUERRA ALGORITMICA: LA DEMOCRAZIA OLTRE IL CALCOLO MILITARE Il passaggio più radicale della sezione riguarda l’avvento della guerra automatizzata e dei sistemi d’arma letali autonomi. La denuncia della deumanizzazione dei conflitti colpisce al cuore le dottrine strategiche delle superpotenze, che vorrebbero derubricare l’uso dei droni e dell’IA militare a mera ottimizzazione statistica o simulazione asettica. Sottrarre la decisione sulla vita e sulla morte all’arbitrio umano per affidarla a un calcolo matematico non è solo un abominio etico, ma la distruzione del principio di responsabilità giuridica su cui poggia il diritto internazionale. Questo monito investe in pieno le responsabilità delle forze politiche globali, costringendole a schierarsi. L’enorme bacino elettorale cattolico — oltre un miliardo di votanti, concentrati soprattutto nelle aree del mondo storicamente più esposte allo sfruttamento coloniale e alle guerre per procura — riceve un mandato preciso: misurare la credibilità dei programmi politici sulla base del loro impegno per il disarmo tecnologico e la messa al bando delle armi autonome. Per la sinistra e i movimenti per i diritti civili, si apre lo spazio per una convergenza transnazionale capace di imporre trattati internazionali vincolanti, bloccando i finanziamenti pubblici alla ricerca bellica digitale e contrastando i sistemi di sorveglianza algoritmica di massa che minacciano il dissenso politico e i diritti dei cittadini. ECOLOGIA COGNITIVA E AUTODETERMINAZIONE DEI CITTADINI L’analisi papale si chiude affrontando i meccanismi di manipolazione del consenso tramite la profilazione psicometrica e la diffusione di disinformazione generativa. La manipolazione dei mercati elettorali tramite algoritmi opachi non è solo una distorsione della concorrenza, ma una vera e propria “colonizzazione culturale” che distrugge la libertà psicologica dell’elettore e riduce la democrazia a un simulacro. La risposta indicata dall’enciclica richiede la difesa dell’autodeterminazione delle comunità locali contro l’omologazione consumistica imposta dalle piattaforme. Ciò si traduce nella necessità di riforme strutturali radicali: legislazioni antitrust radicali per i giganti tecnologici, trasparenza totale sui codici sorgente utilizzati nelle piattaforme pubbliche e tutele sindacali e sociali eque per respingere l’automazione selvaggia del lavoro. In sintesi, i paragrafi 188-209 della Magnifica humanitas sottraggono la transizione digitale all’esclusivo monopolio del mercato e degli eserciti, elevandola a massima questione politica e umanitaria del nostro tempo. Per la prospettiva che guida le azioni del Comitato Costituzione Attiva si può dire che la politica della Chiesa Cattolica è la più forte promotrice dell’attuazione dell’art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana e della sua estensione su scala mondiale, non con parenesi morali, ma orientando verso politiche di interventi strutturali con misure vincolanti. Giancarlo Pisanu [1], Componente del “Comitato Costituzione Attiva” di Sassari [1] Laurea in Ingegneria Mineraria. Ph. D. Dottorato di Ricerca in Ingegneria delle Risorse del Sottosuolo. Diploma de Studiis Philosophicis (biennale) e Baccalureatus in Sacra Theologia Gradum (quinquennale) presso Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna – Cagliari. Ricercatore senior in modellistica numerica e statistica applicata. Ultimo lavoro del 2025, “L’Intelligenza Artificiale da una prospettiva etica”. Redazione Sardigna
May 26, 2026
Pressenza
Vecchi e nuovi duci
Non c’è più spazio per questo governo e per ministeri che sostengono una cultura giuli-va, varano nuove leggi truffaldine e hanno il tempo di vedere a scoppio ritardato gli attivisti liberati con le ossa rotte e con la giustizia fatta, barattata e liquidata da viscide scuse… che bastano e avanzano. Non c’è più spazio per questo governo affratellato dagli stessi spiriti di un passato nero, che fanno cadere la pesante croce della speranza sui popoli colonizzati da un neo-duce scagliato contro la mitezza di un Papa-Leone che predica la pace evangelica e la tiene lontana dalle orride visioni… diffuse a macchia d’olio. Non c’è più spazio per questo governo e per le belve sovraniste che hanno perso le staffe e, con la bibbia stretta sotto il braccio della vendetta, tengono in groppa uno Stato canaglia e si fanno beffa della decenza umana e della brava gente che continua a versare una emorragia di parole in-sensate… piene d’amore. Non c’è più spazio per questo governo e per il suo amico che comanda, corrompe e rinchiude il suo popolo tra le mura di una terra-santa dove la maggioranza rimane vittima permissiva e non reagisce e si lascia rovesciare addosso le torte al cappio… mangiate e digerite da chi festeggia la fine del mondo e dei popoli nemici. Pino Dicevi
May 25, 2026
Pressenza
Quando una coscienza si spezza
Sul suicidio di Nina Litvinova, pacifista russa, impegnata al fianco dei perseguitati e dei prigionieri politici. La sua morte in Europa è caduta nel silenzio, ma la sua vita è stata spesa per gli altri: “sempre lì, dove c’era più dolore”_   Ci sono persone che resistono per anni. A volte per tutta la vita. Resistono alle menzogne, alla propaganda, alla violenza del potere, all’indifferenza degli altri. Ma anche le coscienze più forti, se lasciate sole, alla fine si spezzano. La morte di Nina Litvinova ci obbliga a guardare proprio lì: non solo alla repressione di un regime, ma anche al peso immenso che grava su chi continua a opporsi mentre il mondo guarda altrove. Per decenni Litvinova è stata accanto ai perseguitati politici russi. Seguiva processi, aiutava prigionieri, sosteneva dissidenti e le loro famiglie. Era una di quelle persone che raramente occupano le prime pagine ma senza le quali la dignità umana arretrerebbe ancora di più. “Memorial”, l’organizzazione per i diritti umani di cui seguiva il lavoro, ha scritto che “era sempre lì dove c’era più dolore”. Forse non esiste definizione più alta di una vita spesa per gli altri. Nel messaggio lasciato prima del suicidio, Nina Litvinova parla della guerra contro l’Ucraina, delle incarcerazioni, delle torture, dell’impotenza. Dice di essere esausta. Dice di non farcela più a sopportare il dolore di chi continua a morire o a soffrire nelle carceri russe per essersi opposto alla guerra. Non c’è odio nelle sue parole. C’è piuttosto il crollo di una coscienza che ha sentito troppo a lungo il peso della sofferenza altrui. E forse questo dovrebbe interrogarci profondamente. Parliamo continuamente dei potenti, dei leader, degli eserciti, delle strategie geopolitiche. Molto meno di chi tenta di tenere in piedi la dignità umana dentro società attraversate dalla paura e dalla repressione. Eppure sono proprio queste persone a custodire qualcosa di essenziale: la possibilità di restare umani quando tutto spinge verso la disumanizzazione. Esiste una Russia che non coincide con il Cremlino. Una Russia fatta di dissidenti, giornalisti, avvocati, storici, attivisti, madri, artisti. Persone come Oleg Orlov, perseguitato e condannato per aver denunciato la guerra, o come lo storico Jurij Dmitriev, che ha speso la vita per restituire memoria alle vittime dello stalinismo. Persone spesso dimenticate anche da noi, perché il rumore della violenza copre quasi sempre la voce fragile di chi resiste senza potere. Ma quell’invisibilità non nasce solo dalla repressione: nasce anche dal silenzio di chi dovrebbe raccontare. A Nina Litvinova è stato dedicato un trafiletto. Poche righe, poi il nulla. Il modo in cui l’informazione ha trattato la sua morte non è un dettaglio: è la misura di una gerarchia. I generali fanno notizia, i ministri fanno notizia, le dichiarazioni dei potenti riempiono pagine. Chi resiste senza potere resta quasi sempre invisibile. E quell’invisibilità ha un costo reale: convince chi lotta che nessuno stia guardando, che nessuno si preoccupi, che la propria resistenza non conti. Nessuno può portare da solo tutto il dolore del mondo. Nessuna coscienza, per quanto forte, può sopravvivere indefinitamente all’isolamento, alla sensazione di impotenza, all’assenza di una comunità che sostenga e condivida il peso della resistenza. Esistono già reti, associazioni, persone che cercano di costruire ponti di solidarietà con la società civile russa. “Memorial” ne è l’esempio più noto, ma non l’unico. Non sappiamo ancora con precisione come si rafforzino questi legami. Ma sappiamo da dove si comincia: dalla visibilità. Dal non lasciare che una vita come quella di Nina Litvinova si riduca a un trafiletto. Le guerre distruggono vite anche lontano dal fronte. Consumano lentamente chi continua a sentire il dolore degli altri come una responsabilità personale. Quando queste persone crollano, il mondo perde qualcosa che non si recupera facilmente: una coscienza che teneva in piedi un pezzo di umanità. Parlarne non è un gesto simbolico. È già, in piccola parte, non lasciarle sole. Comune-info
May 24, 2026
Pressenza
Palermo, 23 maggio 1992 – 23 maggio 2026: quando l’ipocrisia si veste a lutto
C’è un rito che si ripete puntuale come una cambiale in scadenza. Ogni 23 maggio, l’Italia istituzionale indossa il doppiopetto scuro, abbassa lo sguardo, stringe le labbra in una smorfia che vuole sembrare commozione. Poi torna a casa. E ricomincia. 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐅𝐚𝐥𝐜𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨. Non lo meritava in vita – 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐟𝐮 𝐨𝐬𝐭𝐚𝐜𝐨𝐥𝐚𝐭𝐨, 𝐢𝐬𝐨𝐥𝐚𝐭𝐨, 𝐝𝐞𝐫𝐢𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐫𝐢𝐟𝐟𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐯𝐞𝐥𝐥𝐞𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐚𝐠𝐨𝐧𝐢𝐬𝐭𝐚 – e non lo merita da morto, quando le stesse logiche che lo lasciarono solo sull’autostrada di Capaci ora si appropriano del suo nome per farne schermo, alibi, icona muta e inoffensiva. > 𝐅𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐚𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨, 𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐮𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐞𝐫𝐚 Parliamo chiaro, senza le perifrasi che sono il lusso di chi non ha nulla da dire o troppo da nascondere. Questo anniversario arriva carico di un’inquietudine precisa, geometrica, non casuale. La convergenza – fin troppo armoniosa per essere innocente – tra la Commissione Antimafia presieduta da Chiara Colosimo e il Procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca disegna una traiettoria che non porta verso la verità: la allontana con metodo, con perizia quasi chirurgica. Il baricentro di questa operazione è il rapporto dei carabinieri del ROS su mafia e appalti, datato 1991. Un documento reale, rilevante, ma che nelle mani di chi intende usarlo come orizzonte ultimo dell’indagine diventa uno strumento di contenimento. Si delimita il movente. Si recintano i responsabili. Si costruisce una narrazione che ha il pregio – per chi la costruisce – di riguardare reati ormai prescritti, di non toccare le collusioni istituzionali dei servizi segreti, di non sfiorare certi reparti dell’Arma, di non nominare le colonne stragiste di matrice fascista che nelle sentenze passate in giudicato – quelle di piazza della Loggia, della stazione di Bologna, degli assassini di Piersanti Mattarella- affiorano con la testardaggine dei fatti accertati. 𝐋’𝐨𝐛𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐝𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚𝐭𝐨, 𝐦𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞: 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐥𝐯𝐞𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐨𝐦𝐢𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞. 𝐅𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐢, 𝐚𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐟𝐞𝐝𝐞𝐥𝐢, 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐮𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞. 𝐑𝐢𝐝𝐮𝐫𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐠𝐢 𝐚 𝐮𝐧 𝐚𝐟𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐍𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚, 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐓𝐨𝐭𝐨̀ 𝐑𝐢𝐢𝐧𝐚 𝐬𝐮 𝐬𝐨𝐥𝐥𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐥𝐭𝐨 𝐦𝐚𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐢𝐭𝐨. Ma c’è qualcosa che questa architettura narrativa non riesce a spiegare senza scricchiolare fin dalle fondamenta. Se le bombe di Capaci e di via D’Amelio nascono da mafia e appalti, da quale rapporto nascono i Georgofili? Da quale logica imprenditoriale deflagra la basilica di San Giovanni in Laterano? Quale contratto mal aggiudicato giustifica via Palestro a Milano? E poi: il piano per far saltare la Torre di Pisa, l’attentato fallito contro Maurizio Costanzo in via Fauro, il progetto — degno di un delirio bellico – di “assassinare almeno cento carabinieri” allo Stadio Olimpico, le siringhe con il virus dell’HIV disseminate sulle spiagge della riviera romagnola. 𝐂𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨? 𝐂𝐡𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐝𝐮𝐜𝐞 𝐚 𝐮𝐧 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐬𝐮 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐥𝐭𝐢 𝐞 𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨? Una sola strategia stragista per destabilizzare la Repubblica viene così smontata e ridotta a episodi separati, con protagonisti distinti, moventi circoscritti, responsabilità contenute. Non un attacco allo Stato, ma una serie di incidenti di percorso nella storia criminale italiana. Comodo. Troppo comodo. E intanto Totò Riina – che definiva “la mente” un nome che molti conoscono e pochi pronunciano- anzi banchettano con lui attraverso le mancette distribuite nelle manovre finanziarie, ride dall’inferno di una verità che fa ancora paura ai vivi. 𝐈𝐥 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐝𝐚𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐮𝐨, 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐝𝐨𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐮𝐜𝐞𝐧𝐭𝐞. Nessuna visione, nessuna mobilitazione, nessun segnale che indichi la volontà politica di mettere alle corde Cosa Nostra nella sua dimensione attuale: economica, finanziaria, politica.  𝐒𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐢𝐫𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐠𝐢𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐦𝐩𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐥’𝐚𝐧𝐧𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧’𝐚𝐥𝐥𝐮𝐯𝐢𝐨𝐧𝐞. > 𝐈𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. 𝐄̀ 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 Giovanni Falcone capiva tutto questo. Lo capiva perché lo viveva sulla propria pelle, giorno dopo giorno, mentre chi avrebbe dovuto proteggerlo lo sorvegliava, lo spiava, lo ostacolava nei corridoi del CSM, lo minava nel Palazzo di Giustizia di Palermo. Era scomodo non per quello che non sapeva, ma per quello che sapeva e stava per dimostrare: il rapporto strutturale, non episodico, tra politica, economia e Cosa Nostra. Quella scomodità non è mai passata. Si è spostata. Dal magistrato in vita alla sua memoria in morte. Oggi Falcone viene strattonato da più parti, ciascuna intenta a ritagliarne la porzione che non disturba, a costruirne un’icona lontana dalla concretezza operativa che seppe imprimere nelle sue indagini. Un santino. Un manifesto. Uno schermo dietro cui continuare indisturbati. 𝐐𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐚𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐯𝐢𝐥𝐞: 𝐧𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐞, 𝐦𝐚 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞. Eppure, e qui sta la sola consolazione che non sa di retorica, ogni anno migliaia di italiani, migliaia di giovani, si alzano e portano in alto quel pensiero. Non il mito inoffensivo, ma la sostanza tagliente di un metodo, di un’etica, di una concezione dello Stato come cosa pubblica da difendere con gli strumenti della ragione e del diritto. > 𝑳𝒐𝒓𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒊𝒏𝒅𝒐𝒔𝒔𝒂𝒏𝒐 𝒊𝒍 𝒅𝒐𝒑𝒑𝒊𝒐𝒑𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 > 𝒄𝒊𝒓𝒄𝒐𝒔𝒕𝒂𝒏𝒛𝒂. 𝑳𝒐𝒓𝒐 𝒄𝒂𝒑𝒊𝒔𝒄𝒐𝒏𝒐 E per questo, nonostante tutto, la memoria di Capaci non è ancora perduta. Anche se qualcuno lavora ogni giorno affinché lo diventi. 𝐈𝐥 𝟐𝟑 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐚𝐭𝐚. 𝐄̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚. 𝐄 𝐜𝐡𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞, 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐚𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢𝐨. Aurelio Angelini
May 23, 2026
Pressenza
Rubio: abbiamo arrestato la sorella della direttrice dell’impresa cubana Gaesa
Migliaia di persone si sono riunite all’Avana a sostegno dell’ex presidente e leader storico della Rivoluzione cubana, Raúl Castro Ruz, che mercoledì scorso è stato accusato dagli Stati Uniti di aver partecipato all’abbattimento di due aerei nei cieli cubani nel 1996. Dopo che l’accusa è diventata pubblica, varie organizzazioni politiche e sociali del paese, tra cui i Giovani Comunisti Cubani, hanno convocato una manifestazione nella Tribuna Anti-imperialista nella capitale cubana. Alle 7 del mattino migliaia di cubani si sono stretti attorno al leader della rivoluzione Raul Castro ribadendogli il loro sostegno e l’appoggio al governo. “Per Cuba e per Raúl, siamo nella Tribuna Antiimperialista”, ha affermato il presidente di Cuba, Miguel Díaz Canel, pochi minuti prima dell’inizio dell’evento. “Si tratta di un’azione politica, senza alcuna base giuridica, che cerca solo di ingrossare il fascicolo che stanno fabbricando per giustificare la sciocchezza di un’aggressione militare a Cuba”, ha avvertito il presidente in un messaggio pubblicato sui suoi social network. Le autorità cubane hanno definito la manovra giudiziaria di Washington solamente “un atto spregevole e infame di provocazione politica, che si basa sulla manipolazione disonesta dell’incidente che ha portato all’abbattimento dei due aerei che avevano violato lo spazio aereo cubano” e il cui scopo finale è giustificare all’opinione pubblica l’inasprimento del blocco e le “minacce di aggressione armata”. “Che Cuba rappresenti una minaccia per gli Stati Uniti può stare solo nella mente malata di alcuni funzionari dell’attuale amministrazione statunitense”, ha aggiunto il presidente ubano. Mentre a L’Avana il popolo rivoluzionario si stringeva attorno al suo leader il segretario di stato degli Stati Uniti Marco Rubio annunciava l’arresto a Miami della sorella della direttrice dell’impresa statale cubana GAESA. L’agenzia per l’immigrazione degli Stati Uniti (ICE) ha arrestato Adis Lastres Montero — sorella della direttrice della impresa cubana GAESA, Ani Guillermina Lastres Montero. Lo ha annunciato ufficialmente il Segretario di Stato americano Marco Rubio. Rubio ha sottolineato che Lastres Montero “viveva lussuosamente in Florida, mentre parallelamente sosteneva il regime cubano aggirando gli interessi statunitensi. La sua ulteriore permanenza nel paese è stata considerata una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Al momento, la donna è in custodia in attesa di deportazione dopo la revoca della Green Card. L’arresto della donna fa parte chiaramente dell’aumento delle pressioni statunitensi nei confronti di Cuba. Marco Rubio, ricordiamo, in un recente video ha definito i problemi che l’isola soffre come il risultato delle politiche di furto che la famiglia Castro compie quotidianamente. Ha indicato che l’azienda GAESA, gestita dalle forze armate, è la causa principale di tutti i disagi che la popolazione soffre, Ovviamente, secondo lui, il blocco non è il motivo della difficile situazione che Cuba si trova ad affrontare. A dar manforte a Marco Rubio è arrivata anche la congressista Maria Salazar, nota per le sue posizioni anticubane, che ha diffuso un messaggio diretto alla famiglia Castro. “Questo è un messaggio per la famiglia Castro. Guardate a Maduro. Il Presidente Trump ha dato a Maduro la possibilità di andarsene con sua moglie e la sua famiglia in un altro posto, portando con sé quei milioni che ha rubato ai venezuelani. Ma Maduro si è creduto più intelligente del Presidente Trump. Quindi ora mi rivolgo a Raúl, a suo cugino, al nipote e al figlio. Guardate attentamente cosa è successo a Maduro. È ora che ve ne andiate, perché c’è uno sceriffo nuovo in città, e questo sceriffo è Donald Trump. E lui può ed è disposto a fare ciò che i precedenti dieci presidenti, democratici e repubblicani, non hanno osato fare: rendere Cuba un Paese amico, non solo per il bene dei cubani, ma anche degli statunitensi”, ha detto la deputata. Ha aggiunto poi: “Perché, se ci pensate, quando il Presidente Trump diceva che la sua agenda è “America First”, è esattamente ciò che stiamo vedendo ora”. Le minacce continuano assieme alla campagna mediatica che intende costruire un nemico che poi giustifichi altre azioni contro Cuba. Azioni che vanno dall’aumento delle sanzioni, a un possibile intervento armato, passando per una delle tante rivoluzioni colorate tanto amate dai nostri politici anni fa. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
May 22, 2026
Pressenza
Mondello spiaggia libera è un’anomalia da evitare, anziché la regola naturale di un bene comune demaniale
C’è qualcosa di emblematicamente rivelatore nel fatto che la spiaggia di Mondello sia tornata nella disponibilità dell’Italo Belga ancora prima che il Consiglio di Giustizia Amministrativa depositasse formalmente la sua ordinanza. Mentre le istituzioni si affannavano tra ricorsi, bandi e piani di gestione, la società aveva già spianato l’arenile e avviato le procedure per l’assunzione di un centinaio di lavoratori stagionali. Il fatto compiuto come strumento di marcare, controllare e governare il territorio: una pratica in cui si riconosce immediatamente come una delle forme più efficaci di occupazione dello spazio. La decisione giuridica insegue la realtà materiale, non viceversa. Il CGA, pronunciandosi in sede collegiale, ha accolto gli appelli cautelari della società, sospendendo la revoca della concessione balneare fino al 30 settembre. La Regione aveva dichiarato la decadenza della concessione dopo che l’interdittiva antimafia prefettizia aveva colpito la GM Edil della famiglia Genova, fornitrice di servizi per l’Italo Belga, e dopo che la stessa concessionaria era stata sottoposta alla misura di prevenzione collaborativa, con la nomina di tre commissari prefettizi per dodici mesi. I giudici, pur riconoscendo queste criticità, hanno sospeso la revoca osservando che la Regione non aveva predisposto in tempo un’alternativa gestionale credibile e che la prevenzione collaborativa – per sua natura – presuppone la continuazione dell’attività imprenditoriale, costituendone garanzia di liceità e legalità. Le contraddizioni di un’ordinanza che premia la cattiva gestione Il vizio logico più profondo dell’ordinanza è, al tempo stesso, il più difficile da contestare sul piano formale: la cattiva organizzazione istituzionale diventa una risorsa per il concessionario contestato. La Regione non viene criticata per aver tollerato le irregolarità, ma per non essere riuscita a sostituire abbastanza in fretta chi quelle irregolarità le aveva prodotte. Il bando per l’affidamento di tredici lotti (perché 13?) a privati – per il quale erano arrivate cinque candidature – resta bloccato. La discontinuità amministrativa premia la continuità di chi si voleva rimuovere. I giudici scrivono che l’Assessorato regionale “non ha operato una corretta e tempestiva programmazione dell’attività di gestione dell’arenile” e non ha garantito “la continuità del servizio” né “predisposto tempestivamente strumenti per un’ordinata e disciplinata gestione delle aree destinate alla pubblica fruizione”. Critiche legittime, ma che producono un effetto paradossale: l’incapacità istituzionale di organizzare il dopo finisce per legittimare il prima, anche quando il prima era segnato da esternalizzazioni opache, da rapporti con soggetti colpiti da interdittiva e da infiltrazioni che la stessa Prefettura aveva ritenuto abbastanza concrete da giustificare l’invio dei commissari. Analoghe riserve vengono espresse nei confronti del Comune. Il “Piano Mondello”, finanziato con trecentomila euro dal fondo di riserva, viene definito dall’ordinanza misura episodica che il Comune era tenuto a porre in essere comunque, “al di là del provvedimento di decadenza”: copertura finanziaria non strutturale, una tantum, per due mesi su una stagione intera. Un intervento insufficiente, si dice. Ma l’insufficienza del pubblico non può, da sola, giustificare la conferma del privato contestato. Questa è la contraddizione centrale che l’ordinanza non scioglie, ma aggira. 𝐋𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐞𝐜𝐜𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐢𝐥 𝐫𝐨𝐯𝐞𝐬𝐜𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐢𝐨 Il passaggio più rivelatore dell’intera ordinanza è quello in cui i giudici osservano che, se la Regione avesse scelto di rendere la spiaggia liberamente fruibile – restituendola alla collettività senza affidamento a un privato – “l’odierno pregiudizio per l’interesse pubblico sarebbe risultato inconfigurabile”. Il ragionamento è formalmente ineccepibile. Ma contiene una premessa culturale che merita di essere smontata. L’ordinanza tratta implicitamente la spiaggia libera come un’anomalia organizzativa, una condizione di emergenza da evitare, anziché come la regola naturale di un bene demaniale. Eppure, il demanio marittimo appartiene alla collettività per definizione: la concessione privata è l’eccezione, la libera fruizione è il principio. 𝐔𝐧𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚 abbandonata: è una spiaggia pubblica, che richiede gestione pubblica di servizi, pulizia e sicurezza, ma non la mediazione di un operatore commerciale che ne condizioni l’accesso. Il Comune avrebbe potuto intervenire con ordinanza sindacale, attivare i propri servizi, finanziare l’operazione con i proventi della tassa di soggiorno, destinabile per legge alla valorizzazione del territorio turistico. Gli strumenti c’erano. Mancava la volontà di assumersi la responsabilità. 𝐍𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐅𝐚𝐥𝐜𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐁𝐨𝐫𝐬𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧𝐨: 𝐢𝐥 𝐧𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐥𝐮𝐝𝐞𝐫𝐞 C’è una data che rende questa vicenda ancora più carica di significato simbolico e civile. Domani ricorre l’anniversario della strage di Capaci, in cui Cosa Nostra assassinò Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. 𝐈𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀, 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐭𝐚, 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐢𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐮𝐢 𝐢 𝐛𝐞𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐞𝐧𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐥𝐥𝐞𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐯𝐞𝐧𝐠𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚 𝐚𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚: 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐚𝐜𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢 𝐞 𝐝𝐢 𝐥𝐨𝐭𝐭𝐚. L’ordinanza del CGA non afferma che l’Italo Belga sia un’organizzazione criminale. Ma è un fatto che la Prefettura abbia giudicato il rischio di infiltrazione sufficientemente concreto da nominare tre commissari. È un fatto che una società della famiglia Genova – i cui componenti lavoravano anche per l’Italo Belga – abbia ricevuto un’interdittiva antimafia. Ed è un fatto che la misura di prevenzione collaborativa, pur presupponendo la prosecuzione dell’attività, nasca proprio perché quell’attività è ritenuta a rischio. Ridurre tutto questo a una questione secondaria rispetto alla continuità del servizio balneare 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐫𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐫𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐢. La concessione di un litorale pubblico non è un’ordinaria transazione economica. Implica la gestione di una risorsa collettiva scarsa, la mediazione tra interessi privati e diritti universali di fruizione. Affidarla, anche solo temporaneamente, anche solo cautelarmente a un soggetto la cui affidabilità è sotto scrutinio commissariale, in nome della “stagione balneare”, è una scelta che parla della difficoltà profonda delle istituzioni italiane di tenere insieme legalità e funzionalità, principio e pragmatismo. La vicenda di Mondello non è un caso isolato. È la manifestazione locale di una tensione che attraversa l’intera penisola: la difficoltà di ripensare il rapporto tra demanio pubblico e gestione privata del litorale, in un contesto dove le concessioni storiche hanno sedimentato interessi e dipendenze difficilmente reversibili. L’ordinanza congela lo status quo fino a fine settembre. Rimanda il problema senza risolverlo. Ma la domanda che essa lascia aperta è la più importante: chi è responsabile, in ultima istanza, di un bene comune? La risposta che questa vicenda suggerisce: il privato, per inadeguatezza del pubblico, è esattamente la risposta sbagliata. Aurelio Angelini
May 22, 2026
Pressenza