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Le nuove gabbie schiavistiche del dominio capitalistico neocoloniale
Invasione, criminalità, sostituzione etnica sono l’ossatura lessicale necessariamente ridondante che dietro la paura costruisce muri, frontiere, stati di polizia, economie del controllo, sudditanze, selezione sociale e determinazione della sopravvivenza. E’ dentro questa forma immediatamente produttiva che assumono i linguaggi, sia che vivano come atto performante nella produzione di merci che in quella di relazioni sociali e quindi di soggetti, che il termine migrante sostituisce quello di immigrato perché nella sua declinazione assume il senso di transeunte, di passaggio quindi necessariamente privo (privato) di diritti, irregolare.   Nel suo pregevole testo Marco Antonio Pirrone (Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM Edizioni, 2025) pone l’accento sul fenomeno migrazioni attraverso la critica dell’economia politica analizzandolo come elemento centrale della globalizzazione neoliberista, quindi all’interno dei rapporti di classe del capitalismo globalizzato, ma anche frutto delle politiche coloniali del secolo scorso dalle quali proviene la razzializzazione della nuova divisione del lavoro, quindi parte di una classe che non scompare nel mondo globalizzato ma si trasforma e si riorganizza su scala transnazionale. Qui questa classe moltitudinaria si scontra con altri dispositivi quali i confini, la cittadinanza, la razzializzazione e la sessualizzazione producendo quella che Pirrone interpreta come una stratificazione globale del lavoro.  Il migrante diventa così una complessa e paradigmatica figura del proletariato contemporaneo con un’ulteriore problematicità: è giuridicamente e politicamente vulnerabile e, quindi, più facilmente sfruttabile e pericolosamente intercambiabile. Intercambiabilità e selezione in ingresso significano spesso gravi infortuni e/o morte (occultati) sul lavoro o morte ai confini, i più letali dei quali sono il Messico e il Mediterraneo. Le morti non sono quindi incidenti di percorso ma si caratterizzano come una delle forme più crudeli attraverso le quali il capitale decide chi può accedere ai “privilegi” dell’Occidente sviluppato. L’autore, citando più volte nel testo Mbembe e Palidda, parla infatti di necropolitica e tanatopolitica per definire il colpevole cinismo mascherato da negligenza con cui gli stati affrontano la questione: “il confine… è divenuto una delle forme privilegiate attraverso cui il capitalismo opera la distinzione tra le vite da valorizzare e le vite di scarto, tra corpi monetizzabili e corpi eccedenti”(pp. 16/17). Nei campi di concentramento libici non si fermano i migranti, si decide chi va e chi resta e forse, a seconda dell’imbarcazione che viene fornita o delle condizioni meteo con cui parti, si decide anche chi vive e chi muore. E il Mediterraneo copre, insieme ai corpi senza nome, le responsabilità criminali degli stati. Una nuova forma di schiavitù, certamente diversa da quella dei secoli precedenti ma anche qui e ora il migrante non è padrone della sua vita né, quando arriverà a destinazione, del suo tempo. E’ formalmente libero, come libero era il proletario all’alba della rivoluzione industriale prima che il padrone non costruisse per lui una nuova gabbia: il salario, perché solo un uomo libero ma oppresso dalla povertà può vendere la sua forza lavoro come merce sul mercato. Ma la sua libertà di movimento mantiene, in potenza, anche la possibilità di fuga e quindi deve essere disciplinata, governata: “Salario e criminalizzazione della mobilità appaiono così come due lati della stessa medaglia: la necessità di governare e disciplinare la libertà che il capitale non può non generare”(p.19). Parliamo quindi della costruzione di un moderno esercito industriale di riserva volto a mantenere più basso possibile il costo della forza-lavoro ma con una differenza cruciale rispetto al passato, la vulnerabilità del migrante è prodotta attivamente da dispositivi politici come i confini, le leggi sull’immigrazione e la precarietà giuridica. Non si tratta quindi solo di una funzione economica ma di una costruzione istituzionale della subordinazione. E il concetto di neoschiavitù va letto proprio in chiave di classe, non indica un ritorno a fasi precedenti ma una radicalizzazione dello sfruttamento dentro il capitalismo contemporaneo. Il lavoro migrante quindi, rappresenta una sorta di zona limite del capitalismo dove bassi salari, ricattabilità legale, invisibilità e marginalizzazione sociale producono condizioni di lavoro estremamente asimmetriche dove la subalternità si manifesta nella sua forma più dura: l’assenza di tutele e di potere contrattuale. Ma rappresenta anche la fine dell’illusione che un mondo globalizzato potesse eliminare le disuguaglianze geosociali e le discriminazioni etniche, anzi semmai l’estrattivismo capitalista ha occupato nuove aree e ne ha devastato natura e relazioni sociali. Questa invasività del capitale e la conseguente dimensione globale della classe viene rafforzata dalla teoria del Sistema mondo di Wallerstein, uno dei modelli analizzati da Pirrone, in cui il capitale organizza il lavoro su scala planetaria distinguendo tra centro e periferia. Le migrazioni rappresentano il movimento della forza lavoro dalla periferia al centro, ma non in condizioni di uguaglianza: i migranti vengono inseriti in segmenti subordinati del mercato del lavoro. Le migrazioni contemporanee sono spesso il risultato di processi di impoverimento, guerre e disuguaglianze prodotte dal capitalismo globale e le “scienze delle migrazioni”, criticate dall’autore, definiscono i migranti al tempo stesso come prodotti di tali processi e risorse funzionali al sistema economico in quanto forza lavoro flessibile e a basso costo. Anche demografia e disastri ambientali legati al riscaldamento globale vengono utilizzati come parametri oggettivi che fungono da spinta per milioni di persone, ma tutti questi studi mostrano secondo Pirrone un limite confermato dai dati che ci illustrano come il fenomeno negli ultimi 65 anni non abbia subito grandi variazioni numeriche in relazione al numero totale degli abitanti del pianeta, che la maggior parte delle migrazioni avviene all’interno delle nazioni di provenienza (e questo vale anche per l’Italia) e che meno della metà dei circa 300 milioni di migranti nel 2024 si è diretto verso l’Europa o l’America settentrionale con buona pace degli allarmismi e della retorica securitaria con cui  USA ed Europa giustificano politiche migratorie particolarmente restrittive. Un altro luogo comune delle narrazioni ufficiali sfatato dall’analisi dei dati operata dall’autore, è quello che le donne sono una minoranza, una componente accessoria delle dinamiche migratorie. Le donne sono circa il 48% del totale dei migranti e hanno spesso assunto il ruolo di guida prendendo in prima persona la decisione di partire. Esse hanno un accesso al reddito pari a quello degli uomini avendo praticamente monopolizzato settori come il tessile, quello della cura o del lavoro domestico configurandosi come i soggetti di una nuova divisione transnazionale del lavoro femminile. Chiaro che l’accesso al reddito non emancipa e non elimina, anzi rafforza, le dinamiche di sfruttamento e ricatto anche sessuale che le migranti subiscono, determina casomai una flessibilizzazione spesso assolutamente priva di regole che ci fa parlare oggi di femminilizzazione del lavoro tout court (cfr. Cristina Morini, La femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo, in AA.VV., Occupare l’utopia, Multimage,2025).  Ma spesso sono proprio le donne a gestire le reti cui fanno riferimento i nuovi arrivati o coloro che decidono di partire operando nella quotidianità un percorso di creazione del comune che tendenzialmente va oltre la colonizzazione culturale del neoliberismo. D’altronde la politicità del testo di Pirrone sta proprio nell’affermare la potenziale soggettivazione del migrante: migrare non è solo fuga o disperazione, è anche e soprattutto una scelta, una strategia, un atto di rifiuto. E’ l’agency che, pur nelle condizioni più oppressive, può determinare una spinta alla lotta e alla soggettivazione. Tuttavia le condizioni di ricattabilità, lo status giuridico, l’appartenenza etnica producono una classe complessa, differenziata che il mainstream cerca di rendere conflittuale al suo interno alimentando pulsioni razziste. Da qui il messaggio che caratterizza questo testo come un importante contributo al dibattito sulla formazione di una soggettività necessariamente molteplice e antagonista: rifondare “un internazionalismo delle pratiche capace di unire lotte locali e transnazionali, di articolare alleanze tra migranti e autoctoni, di riconoscere che nella libertà di movimento si gioca oggi una posta fondamentale della lotta di classe”. Il libro, insomma, si rivela uno strumento agile, scevro da un linguaggio accademico, e proprio per questo adatto a circolare tra gli studenti del dipartimento di scienze sociali ma non solo; un testo propositivo che rinnova la necessità di procedere nella rifondazione della politica a partire dall’analisi sociale della molteplicità dei soggetti e delle intersezionalità possibili senza alcuna pretesa di reductio ad unum. Sergio Riggio
March 22, 2026
Pressenza
Hormuz: il servilismo nei confronti degli USA e la trappola di una guerra non voluta
C’è un limite a tutto, anche alla presa in giro degli italiani. Le ultime parole del Ministro Guido Crosetto e del Ministro Antonio Tajani sullo Stretto di Hormuz ne sono la conferma: ci viene detto che l’Italia non invierà navi senza una “tregua” e si evoca con disinvoltura un presunto “mandato Onu”. Ma di quale tregua e di quale mandato parliamo? Bisogna guardare in faccia la realtà che i palazzi del potere provano a edulcorare: lo Stretto di Hormuz è già chiuso. Non è una previsione, è il dato di fatto di oggi. La navigazione è bloccata e la tensione ha superato il punto di non ritorno a causa dell’aggressione scatenata dal blocco Usa-Israele. Definire “tregua” il momento in cui gli aggressori ricaricano le armi per mandarci le nostre fregate è un insulto all’intelligenza dei cittadini. La vera messinscena di questi “apprendisti stregoni” sta nel presentare la firma del documento di Londra come una semplice “dichiarazione politica” per difendere la libertà di navigazione e stabilizzare i mercati. Citano nelle loro dichiarazioni l’Onu come scenario futuro per dare una veste di legalità a un’iniziativa che, nel testo sottoscritto, non ha alcun legame operativo con le Nazioni Unite. Non esiste alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Il riferimento all’Onu sbandierato dal governo è un guscio vuoto, un paravento retorico utilizzato per tranquillizzare l’opinione pubblica e nascondere che, nei fatti, ci si sta allineando a una catena di comando che risponde esclusivamente a Washington e Londra. È un gioco pericolosissimo: si firmano protocolli che preparano la guerra mentre si racconta al Paese la favola della stabilizzazione diplomatica. I governi che hanno aderito al documento di Londra stanno recitando una parte ambigua: partecipano alla coalizione dei 22 con un atto formale solo per non scontentare Washington, sperando nel contempo di non dover mai passare dalla carta ai fatti. È un attivismo di facciata, dettato dal timore di ritorsioni politiche da parte di Donald Trump, che ha tacciato gli alleati di codardia. Ma questa finzione è una trappola mortale: una volta accettata la logica della coalizione in un quadrante già incendiato, la “dichiarazione politica” diventa il presupposto legale per un coinvolgimento reale. Basta un solo incidente perché questa disponibilità teorica si trasformi in una partecipazione tragica a una guerra d’aggressione fuori controllo. Giocare con il fuoco della geopolitica pensando di poter gestire le fiamme con le parole è da irresponsabili. Tutto è partito da un nucleo di sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone – che hanno fornito la copertura politica per trasformare un’iniziativa unilaterale americana in una missione apparentemente “internazionale”. Siamo davanti a una classe dirigente che manifesta una drammatica carenza di visione e autonomia, ridotta a rincorrere il consenso della Casa Bianca per non sembrare “vigliacca”, accettando passivamente una logica bellicista che mette a rischio la sicurezza collettiva. Servilismo e codardia percepita sono due facce della stessa medaglia: la subordinazione totale agli interessi USA a scapito della dignità nazionale. Se l’obiettivo fosse davvero la sicurezza delle rotte e la stabilità dei mercati, la via sarebbe la diplomazia: parlare con l’Iran, fermare le sanzioni unilaterali e l’escalation israeliana. Invece si scelgono i muscoli, mentre le bollette delle famiglie tornano a schizzare alle stelle proprio a causa di queste scelte scellerate. Partecipare a una missione militare nello stretto di Hormuz significherebbe spendere anche immense risorse finanziarie sottratte alla sanità pubblica, alle scuole e ai salari dei lavoratori. Usare le tasse dei cittadini per proteggere i profitti delle multinazionali dell’energia, mentre la società civile collassa, sarebbe una colpa politica imperdonabile che Italia ed Europa rischiano di avallare in silenzio, mentendo persino sulla natura dell’impegno assunto. Mentre Crosetto e Tajani giocano con le parole, l’Articolo 11 della Costituzione viene calpestato. L’Italia è già dentro questa escalation: le basi Nato sul nostro territorio e i nostri sistemi di sorveglianza sono parte integrante del dispositivo bellico. Partecipare a questa coalizione significa accettare la logica della forza bruta anziché il diritto internazionale. È un tradimento della sovranità mascherato da responsabilità. L’Italia, l’Europa e gli altri alleati degli USA fingono di attivarsi per compiacere il padrone, ma il prezzo di questa finzione rischia di essere un coinvolgimento bellico totale, anche se non voluto. Nonostante il fragore delle cannoniere, in Italia c’è chi non si arrende alla violenza e continua a credere nella forza della ragione. Sabato 28 marzo, a Roma, la rete “No Kings” scenderà in piazza in una manifestazione nazionale che riunisce gruppi civili, associazioni pacifiste, sindacati, partiti e reti studentesche, uniti contro la guerra, il riarmo e le politiche autoritarie. Il corteo, in concomitanza con altre mobilitazioni a Londra e negli Stati Uniti, sarà un momento per denunciare la politica bellicista del nostro governo e degli altri Paesi occidentali, le restrizioni delle libertà civili e l’adesione servile agli interessi stranieri del nostro Paese, riaffermando la necessità di una politica fondata sul dialogo e sulla diplomazia, non sulla forza, prima che il fragore delle armi trascini tutte e tutti nel baratro.   Giovanni Barbera
March 22, 2026
Pressenza
La nonviolenza attiva spinge verso il disarmo nucleare universale
Una sensibilità nuova sta emergendo. Nasce dal timore non più remoto che la civiltà umana possa scomparire. Non si tratta di un’allucinazione da racconto di fantascienza, ma di una possibilità studiata e analizzata da scienziati e osservatori internazionali. E tuttavia, dentro questo timore, resiste una fiducia ostinata: che la nonviolenza, sostenuta dalla forza vitale di Eros, rappresenti ancora la strada più ragionevole. Viviamo in un mondo che sembra scivolare verso una “tempesta perfetta”: trattati nucleari logorati, armi sempre più sofisticate e rapide nell’uso, il rischio concreto di un inverno atomico generato anche da un conflitto regionale, capace di oscurare il sole per anni. Nel frattempo, il pianeta supera i propri limiti: ghiacci che si sciolgono improvvisamente, specie che scompaiono in silenzio, oceani che si acidificano come se nessuno dovesse più attraversarli. Alle minacce storiche se ne affiancano di nuove: tecnologie che avanzano più velocemente della nostra capacità etica di governarle, intelligenze artificiali potenzialmente autonome nei fini, biotecnologie capaci di generare pandemie inedite. E l’Orologio dell’Apocalisse, ormai a meno di novanta secondi dalla mezzanotte, continua a ricordarci che il tempo non è infinito. Ma non è per spaventare che si impone questa riflessione. È per affermare che la nonviolenza non è soltanto un ideale generoso: è una necessità. Che il disarmo non è un’utopia: è l’unico modo per evitare che l’umanità documenti la propria fine. Serve, però, chiarezza. Non tutto ciò che si oppone alla guerra è autentico pacifismo. La nonviolenza non accetta il “male minore” della guerra — né della sua preparazione, come la deterrenza — quando sono in gioco vite umane e diritti fondamentali. Allo stesso modo, un movimento per la pace non può farsi trascinare né dalle strategie militari occidentali né dalle logiche oppressive di regimi autoritari. Questo vale anche per l’Iran: si può condannare un’aggressione senza ignorare la repressione interna che colpisce donne e giovani. Definire tutto questo “anti-imperialismo” rischia di diventare una semplificazione che oscura la realtà. Resta aperta anche la questione del nucleare civile, rilanciata proprio mentre si ricorda il disastro di Disastro di Fukushima. Viene presentato come una possibile risposta alla crisi climatica, ma i tempi di sviluppo — ad esempio dei reattori modulari — appaiono incompatibili con l’urgenza attuale. Inoltre, la filiera dell’uranio resta intrinsecamente ambigua, condividendo elementi tra uso civile e militare. E il problema delle scorie continua a rappresentare un’eredità pesante, che non possiamo imporre alle generazioni future. Forse, oggi, ciò di cui abbiamo più bisogno è ritrovare un orientamento. Un filo di sobrietà e responsabilità. Come quando, in una stanza improvvisamente al buio, si accende una candela: non per illuminare tutto, ma per vedere almeno il passo successivo. Perché la nonviolenza, in fondo, è proprio questo: un modo di restare umani mentre tutto intorno sembra spingerci nella direzione opposta.   Laura Tussi
March 22, 2026
Pressenza
Biella: “facciamo che fare” giustizia
Il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è figlio di questa città, lo stesso capoluogo della Provincia in cui abito. Posso dirvi il clima che si respira: quello di una cittadina che spesso si trova all’onore delle cronache per fatti o polemiche curiosi e poco edificanti. Penso alla polemica con Zerocalcare per la serie Strappare lungo i bordi. Quale l’offesa di cui si è macchiato il fumettista? Quella di aver dipinto Biella come una città che ti mangia per il senso di vuoto che emana. Ma Zero Calcare ha solo rappresentato ciò che gli hanno descritto amici e conoscenti: una città con un’anima industriale importante ma decaduta, avvolta nella nebbia e con una vita sociale che spesso sembra inesistente. So però che non affrontare un fatto grave come quello su cui voglio scrivere è, per la città dove “faccio che fare” molte delle mie attività, una rimozione complice. E allora vi racconto di Augusto Festa Bianchet. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 2002, Augusto, che all’epoca aveva 51 anni, fu brutalmente pestato mentre cercava riparo sotto i portici di Piazza Vittorio Veneto, nel cuore di Biella. Non fu il freddo a ucciderlo, ma la violenza cieca di chi lo colpì ripetutamente. Dopo il massacro, Augusto lottò tra la vita e la morte per oltre tre settimane presso l’Ospedale degli Infermi. Il suo cuore smise di battere il 18 marzo. Augusto era un uomo che aveva scelto di vivere ai margini, privo di beni materiali ma non di dignità. La sua morte non fu un incidente, ma il risultato di un’aggressione brutale che scosse la città, portando anni dopo alla proposta di una lapide in suo onore come monito contro l’indifferenza e la barbarie. Bene, a parte poche e cocciute persone che lo ricordano, la città l’ha rimosso. E lo ha fatto per quel falso perbenismo che permette ai Delmastro di prosperare. Mi riferisco alle spifferate su cui un sottosegretario alla Giustizia dovrebbe essere riservato, ai silenzi se non all’omertà sugli spari a Capodanno e, infine, alla controversa vicenda di una partecipazione societaria in un ristorante romano con la figlia di un soggetto coinvolto in gravi vicende giudiziarie. Beh, Biella non è solo questa impunità e tristezza. È il posto dove è arrivata per prima la rivoluzione industriale in Italia; la chiamavano la Manchester italiana. È il posto dove fu firmato un accordo sindacale che parificava il salario delle donne e degli uomini, ed era il 1943. Non tutti i giovani scappano: ce ne sono a Biella che si occupano degli altri. C’è chi, come la consigliera Sara Novaretti, ha portato il ricordo di Augusto fin dentro l’aula del Consiglio Comunale, rompendo quel muro di silenzio istituzionale che durava da troppo tempo. E poi è andata a pulire quella targa sporca e dimenticata. Un gesto che dice: “Noi non dimentichiamo”. C’è un terreno fertile per la solidarietà, il mutualismo e il volontariato; una fitta rete di associazioni, produttori locali e fondazioni che sta costruendo un futuro per questo territorio, integrando città, campagna e montagna. Amici biellesi, smettiamo di farci ridicolizzare da personaggi dubbi, alziamo la testa e riscattiamo questo territorio. Lo dice un biellese nato a Milano, venuto in questo territorio per scelta e non per trovarci il luogo di sperimentazione del nuovo autoritarismo italico. Ettore Macchieraldo
March 20, 2026
Pressenza
Una guerra senza vittoria: quali potrebbero essere le conseguenze del conflitto tra USA, Israele e Iran
Le sirene ululano nelle città, i missili solcano il cielo notturno, i droni ronzano sopra le nostre teste e il fumo si alza dagli edifici in rovina. Le telecamere riprendono le scie luminose dei razzi nel cielo, che a volte sembrano fuochi d’artificio agli occhi di chi osserva da lontano. Eppure, dietro quelle immagini drammatiche si nasconde una realtà cupa: la distruzione di vite umane, di città e dell’idea stessa di progresso che il 21° secolo pretende di rappresentare. Il confronto in corso che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran è entrato in una fase di escalation. Gli scambi di missili e droni sono diventati frequenti e la pressione psicologica causata da allarmi e bombardamenti costanti è entrata a far parte della vita quotidiana dei civili. Il costo umano – bambini che piangono, famiglie spaventate che si precipitano nei rifugi e città che vivono all’ombra dell’incertezza – ci ricorda che la guerra moderna, nonostante la sua tecnologia avanzata, produce ancora la stessa antica tragedia. Nelle ultime settimane si è inasprita anche la retorica politica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e altri leader americani hanno lanciato severi moniti e minacce con l’intento di costringere l’Iran alla resa. Tuttavia, anziché fare marcia indietro, l’Iran sembra aver irrigidito la propria posizione. Le informazioni disponibili indicano che gli attacchi missilistici iraniani si sono estesi a diverse città israeliane, mettendo a dura prova i sistemi di difesa aerea di Israele. Anche le reti di difesa missilistica più sofisticate incontrano dei limiti quando devono affrontare attacchi prolungati e su larga scala. Ciò solleva una questione fondamentale sulla natura della guerra moderna: se nessuna delle due parti è disposta ad arrendersi, cosa significa in realtà “vittoria”? Da tempo Israele fa affidamento sulla propria superiorità tecnologica e sul forte sostegno occidentale per garantire la propria sicurezza. Tuttavia, un conflitto prolungato esercita un’enorme pressione su qualsiasi paese, indipendentemente dalla sua potenza militare. Se la guerra dovesse protrarsi e il sostegno esterno diventasse incerto, Israele potrebbe trovarsi ad affrontare gravi sfide strategiche ed economiche. D’altra parte, anche l’Iran sta correndo un rischio enorme. Un confronto prolungato sia con Israele che con gli Stati Uniti potrebbe esporlo a una devastante rappresaglia militare e a gravi conseguenze economiche. La strategia dell’Iran sembra basarsi sulla resilienza: assorbire la pressione continuando a dimostrare che non può essere facilmente costretto alla resa. La prospettiva più spaventosa in questo conflitto è l’escalation a livello nucleare. Se la guerra dovesse arrivare al punto in cui si prendesse anche solo in considerazione l’uso di armi nucleari o radioattive, le conseguenze sarebbero catastrofiche non solo per il Medio Oriente, ma per il mondo intero. La distruzione anche di una sola grande città provocherebbe crisi umanitarie, politiche e ambientali che potrebbero protrarsi per generazioni. Un altro scenario possibile è il ritiro degli americani. Se gli Stati Uniti decidessero che i costi del conflitto superano i benefici strategici e si ritirassero dal coinvolgimento diretto, Israele potrebbe trovarsi in una posizione molto più vulnerabile. Un simile sviluppo ridisegnerebbe gli equilibri strategici in Medio Oriente. Allo stesso tempo, una guerra prolungata potrebbe imporre pesanti oneri finanziari e politici agli stessi Stati Uniti. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno già dimostrato come i conflitti di lunga durata possano mettere a dura prova anche la più grande economia e potenza militare del mondo. Un nuovo e prolungato confronto in Medio Oriente potrebbe aggravare le divisioni interne e accelerare i dibattiti sul ruolo globale dell’America. In definitiva, questo conflitto potrebbe non avere un chiaro vincitore sul piano militare. Potrebbe invece trasformare il panorama geopolitico della regione e forse segnare un cambiamento nelle dinamiche di potere globali. Le vere vittime, tuttavia, rimarranno le persone comuni: coloro che perdono le loro case, le loro famiglie e il loro futuro in una guerra alimentata da ambizioni politiche e calcoli strategici. La storia dimostra ripetutamente che le guerre iniziano con il linguaggio della vittoria, ma spesso finiscono con la realtà dell’esaurimento. La domanda urgente oggi non è chi si arrenderà, ma se i leader mondiali troveranno la saggezza necessaria per prevenire una catastrofe che potrebbe ridisegnare il Medio Oriente – e l’ordine globale – per i decenni a venire. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Irshad Ahmad Mughal
March 20, 2026
Pressenza
Difendiamo la magistratura dagli attacchi del potere
“Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura” Giovanni Falcone Lo diceva Falcone negli anni Ottanta. E non lo diceva per folklore, lo diceva perché era così. Lui stesso aveva ricevuto forti critiche politiche e istituzionali, specialmente negli anni immediatamente precedenti la sua morte nel 1992. Critiche aspre e trasversali provenienti da diversi settori, sia di destra che di sinistra, che aumentarono un profondo clima di ostilità nei suoi confronti. Questo attacco trasversale a Giovanni Falcone da parte della classe politica ed istituzionale dell’epoca è stato definito come un vero e proprio “linciaggio” mediatico e professionale, che ha contribuito a isolarlo. Qualche ignorante che parla oggi di “politicizzazione della magistratura” (sempre intendendo ovviamente le “toghe rosse”, senza mai parlare del fatto che il fenomeno del correntismo è da decenni, per la maggioranza, pendente a destra, pur essendo un fenomeno minoritario), dovrebbe ricordarsi che lui stesso era un magistrato membro di “Movimento per la giustizia”, una corrente politica interna alla magistratura italiana, storicamente legata ad aree progressiste. Nonostante ciò, “politico” non vuol dire “partitico” e non coincide con “istituzionale”. Famoso fu lo storico confronto tra Giovanni Falcone e Leoluca Orlando nei primi anni ’90. In un confronto al Maurizio Costanzo Show, si vide l’allora Sindaco di Palermo accusare il magistrato di nascondere la verità sui mandanti politici della mafia nei “cassetti”, chiedendo se ci fossero le prove della collusione con la mafia del politico democristiano Salvo Lima. Accusa che farebbe ridere se non per il fatto che Orlando la fece veramente, senza mai pentirsi amaramente. Nel video si può ben vedere un giurista del pubblico da Maurizio Costanzo, nonché ignorante dell’epoca (perché quelli sono una costante in tutte le epoche, con la caratteristica di nascondersi dietro “lecite opinioni” e di essere sempre presuntuosi, autoreferenziali ed egoici, oltre a vestire spesso gli abiti degli “uomoni di cultura” ), additare Falcone di essere un ostacolo all’indipendenza della magistratura, di essere un magistrato che preferiva ruoli ministeriali (sebbene i suoi non furono mai incarichi politici, ma istituzionali che dovevano essere rivestiti obbligatoriamente da magistrati). Nel video si può ben udire come, alle accuse rivolte a Falcone, la platea del Maurizio Costanzo Show abbia iniziato ad applaudire. Un applauso anacronistico, un paradosso, che risulta quasi assurdo visto con gli occhi di oggi. Questo per dimostrare come fosse indirizzato il senso comune della gente: verso la denigrazione e la legittimazione della magistratura. Quella puntata al Maurizio Costanzo Show fu il primo vero funerale di Giovanni Falcone, con l’aggravante di mantenerlo in vita, costringendolo a vedere lapalissianamente senza filtri un Paese omertoso, ignorante (nel senso che ignora) e soprattutto “idiota” (nel senso greco). La cultura italiana, terribilmente “moderata” sui temi importanti e terribilmente “enfatica” su quelli effimeri, è sempre stata profondamente “idiota” nel senso greco non-dispregiativo del termine. Gli idiṓtēs (ἰδιώτης) nell’Antica Grecia erano i “privati cittadini” o le “persone comuni” che si occupavano solo dei propri affari privati (ídios) senza partecipare alla vita politica o pubblica della “polis”. I Greci associavano il disinteresse per la cosa pubblica alla mancanza di cultura o alla ristrettezza di vedute. Il termine passerà al latino col significato di “incolto”, “inesperto” o “rozzo”, per poi scivolare verso quello attuale di persona “priva di intelligenza o senno”. Il senso comune reazionario italiano si può descrivere come compendio di tutti questi termini. A questo dobbiamo aggiungere le osservazioni di Antonio Gramsci, il quale definiva il senso comune come la concezione del mondo frammentaria, incoerente e “folcloristica” delle masse, intrisa di influenze esterne e della classe dominante. Un “concetto equivoco, contraddittorio, multiforme” che permette alla classe dominante di imporre la propria visione del mondo come filosofia del popolo, facendo sì che le masse accettino la propria condizione, interiorizzando la volontà dei “padroni”. Contestualizzando con le vicende legate a Falcone, la “volontà dei padroni” era preservare la Trattativa Stato-Mafia e nasconderla, mentre i media erano un ottimo veicolo per dare un’immagine ridicolizzante e delegittimante delle figure che invece volevano andare nella direzione opposta. Anche lo scontro tra Leoluca Orlando e Falcone era funzionale a questo: indebolire e isolare Falcone, renderlo distante dall’opinione pubblica. Ecco dunque che la presenza di Falcone al Maurizio Costanzo Show aveva una funzione drammaturgica e teatrale: lui era lì per essere dato in pasto agli “utili idioti” del momento inconsapevoli (vorremmo ben sperare) che la loro narrazione fosse la narrativa perfetta usata dal potere per poter delegittimare e isolare Falcone insieme a Borsellino e molti altri magistrati. Il 12 gennaio 1992, durante una puntata di “Babele” su RaiTre, di Corrado Augias, una giornalista chiese a Falcone: “Lei dice che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei, fortunatamente, è ancora tra noi, chi la protegge?”. Falcone rispose con una domanda: “Questo vuol dire che per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati?”. Il gelo in studio. La giornalista disse: “Non volevo dire quello”. Falcone ribattè: “Se fino ad ora sono vivo mi è andata bene?”. I conduttori, compreso Augias, cercarono di correggere il tiro, ma Falcone granitico disse: “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”. “No per carità, non lo deve dire. Questo é molto amaro” – hanno detto i presenti in studio a Falcone. “È forse la cosa più amara che ha detto” – aggiunse Augias. La giornalista fece la domanda in buonafede aspettandosi un conforto da Falcone, ma Falcone non la gradì: non la gradì perché lui non stava vivendo come tutti gli altri italiani. Lui sentiva sulla sua pelle la tensione, sentiva la morte incombere (“come hanno preso altri, prenderanno anche me”) sentiva che non aveva solidarietà, sentiva di non essere capito, sentiva di essere isolato e, per questo, provava un naturale senso di irritazione nonostante la sua compostezza istituzionale non lo desse a vedere. Falcone era stato abbandonato dalla Stato, nonostante il suo incarico ministeriale. E così rispose. Poi, quando venne ucciso, si calò improvvisamente il sipario su quello che la gente viveva quotidianamente immersa nel senso comune, venendo catapultata in un altro scenario. Falcone era un pm antimafia, Falcone indagava sulla mafia, Falcone era attaccato dalla politica e dalla istituzioni, Falcone era stato ucciso in un attentato di mafia e forse con altri mandanti. L’Italia sembrava per un momento recuperare lucidità nell’accorgersi cosa stava succedendo e cosa facesse veramente Falcone durante il giorno. Alla sua morte tutti furono pronti a santificarne ed elogiarne le gesta, mentre prima lo snobbavano, o addirittura negavano l’esistenza della mafia stessa. Solo recentemente Corrado Augias, in una intervista a Roberto Saviano del 16 marzo 2026 a “Torre di Babele”, ha dichiarato di essersi pentito di aver risposto a Falcone in quel modo poiché effettivamente era “inesperto” e non capiva fino in fondo ciò che Falcone stava vivendo. Augias ha fatto mea culpa sottolineando che spesso fare il mestiere di giornalista impedisce di riuscire ad approfondire tutto nei dettagli. Questo è il segnale di una persona colta ed intelligente, quale è Augias, che è in grado di ammettere e capire. Ma tutti gli altri? Sono riusciti a fare mea culpa o si sono dimenticati di questa parentesi o, peggio, hanno normalizzato? Chi applaudiva coloro che criticavano Falcone e non capiva cosa viveva e si permetteva di elargire giudizi, cosa prova ora? La forza di Giovanni Falcone non è solo nella sua storia, ma nella lucidità con cui aveva già visto ciò che oggi continuiamo a misurare: quando il potere attacca chi indaga, quando si delegittima chi cerca la verità, quando si prova a isolare la magistratura, allora non è solo un conflitto istituzionale. È un segnale. È un allarme. Falcone ci ricorda che la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale: è un metodo, un modo di occupare gli spazi pubblici, di piegare le regole, di trasformare le istituzioni in strumenti di convenienza. E il primo bersaglio, quando questo accade, è sempre la giustizia. Per questo la sua frase non appartiene al passato. È un invito a restare vigili, a non normalizzare l’attacco a chi difende la legalità, a riconoscere che la democrazia si protegge ogni giorno, anche quando farlo è scomodo. La memoria non è un rito: è un impegno. E Falcone continua a indicarci la direzione. Ha avuto ragionissima Nicola Gratteri quando ha affermato sul Referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo: “Voteranno per il ‘no’ le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il ‘si’ gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” (Fonte: ANSA). Tali gruppi di potere beneficerebbero di una riforma che indebolirà l’efficacia della magistratura, oltre che del sistema accusatorio, a cui tanto si appella il Fronte del Sì. Le affermazioni di Gratteri hanno trovato il sostegno del magistrato Nino Di Matteo, il quale ha concordato che “mafiosi e massoni voteranno sì”, e di Salvatore Borsellino, che ha definito la riforma un “golpe”. Per concludere, difendere la magistratura dal potere significa garantirne l’autonomia, l’indipendenza e l’efficienza. Non difendere significa lasciare che l’assenza di legalità, in uno Stato democratico, eroda piano piano il nostro esercizio alla libertà e alla democrazia. Lorenzo Poli
March 18, 2026
Pressenza
La Carta e le colombe di ferro
Nelle dottrine di un sistema teocratico, la gente crede e sogna dalla mattina alla sera i balocchi e pro-fumi di una destra estrema che rovina le Carte più belle del mondo, sotto-mette la legge al potere esecutivo e le vecchie e nuove guerre vengono pasciute e continuate con altri mezzi. Nelle dottrine di un sistema teocratico, c’è l’in-giustizia del polo Nor-dio che taglia le gambe allo Stato di diritto e lo affida alle nuove Squadre d’Azione, allevate per pulire le strade da chi protesta e non si lascia ri- chiamare alle armi e vive lottando contro la forza bruta del più forte. Nelle dottrine di un sistema teocratico, gli accoliti meloniani non sono in guerra ma si tengono aggrappati alla maestà del re Sole, che viene su-bissato da un mare di guai con la corda al collo di uno Stretto, con gli stracci di una prossima tregua da ri-mandare sempre alle calende greche. Nelle dottrine di un sistema teocratico, ci sono ancora due criminali che tirano a campare gettando il-lecite colombe di ferro sulla gente, che subisce i colpi di una classe padrona delirante e minacciosa, felice solo di riposare in un letamaio fatto di profitti e favori per clienti papponi, im-puniti e perdonati. Pino Dicevi
March 18, 2026
Pressenza
Una targa per dire che “La strage fu di Stato e Pinelli fu assassinato”
A Milano, nella zona delle case popolari del quartiere San Siro, ci sarà — per decisione dell’amministrazione comunale — una via dedicata a Pino Pinelli. Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, fu fermato dopo la strage di Piazza Fontana e trattenuto oltre le 48 ore allora previste per gli accertamenti. Non c’erano motivi per trattenerlo in Questura: era del tutto estraneo ai fatti che gli venivano contestati. Così come era totalmente falsa la “pista anarchica” allora seguita dalle indagini e accreditata dall’informazione ufficiale, tra cui un giovanissimo Bruno Vespa, allora al TG1 della RAI. Pinelli “cadde” dai locali della Questura il 15 dicembre del 1969. Come ricorda Claudia, la figlia di Pino, in un’intervista rilasciata a Gianfranco Falcone per Left qualche anno fa, erano in pochi allora a difendere la verità che poi, a mano a mano, emerse: “Sono arrivate circa tremila persone; la gente era affacciata alle finestre delle palazzine, ma c’erano i vicini, i parenti, i compagni, gli amici, anche poeti come Fortini e Raboni, in un quartiere assediato dalla polizia. In quel momento di paura e di angoscia, quando le versioni che passavano erano solo quelle ufficiali, essere presenti al funerale di Pino è stato un atto di coraggio, con la polizia che ha schedato praticamente tutti i partecipanti. Si dovevano mostrare i documenti per riuscire ad arrivare qui e, comunque, la polizia fece in modo — con blocchi stradali e cariche — che non si arrivasse al cimitero. Ci arrivarono in pochissimi.” L’abitazione della famiglia Pinelli era allora in via Preneste, a pochi passi da via Micene, che diventerà via Pino Pinelli, anarchico e partigiano. Visto il peso che quel fatto ha avuto sulla storia personale della sua famiglia e su quella collettiva di tutti noi, preferiremmo che, come per la quercia piantata per Pino Pinelli in piazza Segesta, la targa riportasse anche: “18ª vittima della Strage di Piazza Fontana”. Ettore Macchieraldo
March 18, 2026
Pressenza
Pakistan tra Iran e Golfo: trovarsi nell’escalation e in un fragile ordine regionale
I recenti attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno ancora una volta mostrato le fragili linee di faglia geopolitiche e settarie che attraversano il Medio Oriente e l’Asia meridionale. Al di là della questione militare immediata, questi sviluppi sollevano preoccupazioni più ampie sulla stabilità regionale e sul rischio di escalation in un ambiente già instabile. Paesi come il Pakistan si trovano ora a gestirsi in un panorama sempre più complesso in cui si intersecano rivalità geopolitiche, tensioni settarie e intensificazione della concorrenza tra potenze globali e regionali. Il Pakistan, in particolare, sembra perseguire una strategia di cauta ambiguità. Pur dichiarando ufficialmente la neutralità, i rapporti di facilitazione logistica e cooperazione di intelligence con gli Stati Uniti hanno alimentato la percezione che Islamabad si stia silenziosamente posizionando all’interno di dinamiche regionali mutevoli. In un momento in cui il Pakistan deve affrontare significative pressioni economiche e sfide alla sicurezza interna, mantenere relazioni costruttive sia con i partner occidentali che con gli alleati regionali è diventato un delicato bilanciamento. Allo stesso tempo, la vicinanza geografica del paese all’Iran e la fragile situazione della sicurezza lungo il loro confine condiviso complicano questa strategia di bilanciamento. La regione di confine tra Iran e Pakistan, in particolare la provincia del Belucistan, è stata a lungo instabile. Gruppi armati, movimenti separatisti e reti di contrabbando operano su entrambi i lati della frontiera, contribuendo ad alimentare  piccole tensioni Gli incidenti transfrontalieri periodici evidenziano le sfide che entrambi i governi devono affrontare per mantenere la stabilità in queste aree remote. Per Islamabad, il Belucistan rappresenta non solo un problema di sicurezza, ma anche un elemento critico della sua più ampia strategia economica. La regione svolge un ruolo centrale nel Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), una delle iniziative infrastrutturali più significative che collega l’Asia meridionale con le più ampie reti economiche eurasiatiche. Di conseguenza, la stabilità nella regione di confine ha implicazioni non solo per le relazioni Pakistan–Iran, ma anche per la connettività regionale e cooperazione economica. In questo contesto, le relazioni del Pakistan con gli Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo importante. Nonostante le fluttuazioni delle relazioni bilaterali negli ultimi dieci anni, la cooperazione su questioni come la sicurezza e l’antiterrorismo dell’Afghanistan ha mantenuto canali funzionali di comunicazione tra Washington e Islamabad. Dal punto di vista del Pakistan, mantenere questi legami aiuta a preservare la rilevanza diplomatica e strategica durante un periodo di incertezza economica. Tuttavia, questo approccio richiede anche un’attenta gestione dei rapporti con gli Stati confinanti. Mantenere la comunicazione con gli Stati Uniti può inviare segnali a più leader: ricordare ai partner occidentali che il Pakistan resta impegnato nelle discussioni sulla sicurezza regionale, ricordando anche ai paesi vicini che Islamabad mantiene un certo grado di flessibilità diplomatica. Tuttavia, tale posizionamento può anche generare preoccupazione a Teheran, dove i responsabili politici rimangono sensibili agli sviluppi lungo il confine condiviso. Le relazioni del Pakistan con il più ampio mondo musulmano aggiungono una nota di complicazione. Attraverso la cooperazione in materia di difesa con Paesi come l’Arabia Saudita e i crescenti legami con la Turchia, Islamabad si è spesso presentata come sostenitrice della solidarietà all’interno del mondo musulmano. Allo stesso tempo, l’impegno del Pakistan con le potenze occidentali riflette una politica estera pragmatica modellata dalle esigenze economiche, dalle preoccupazioni per la sicurezza e dalle mutevoli realtà geopolitiche. L’esperienza storica illustra anche la complessità del posizionamento regionale del Pakistan. Durante i precedenti periodi di tensione che coinvolsero Stati Uniti, Israele e Iran, gli analisti dichiararono che il Pakistan poteva aver facilitato la cooperazione relativa all’intelligence con i partner occidentali, incluso l’uso dello spazio aereo per attività di ricognizione. Che siano pienamente confermate o meno, tali percezioni contribuiscono a una narrazione più ampia secondo cui Islamabad cerca di mantenere più canali strategici contemporaneamente. La relazione di lunga data tra Riyadh e Islamabad rimane un altro importante pilastro della politica estera del Pakistan. Dagli anni ’80, i due paesi hanno mantenuto una stretta cooperazione in materia di difesa, con il personale pakistano precedentemente di stanza in Arabia Saudita e una continua collaborazione nella sicurezza e nell’addestramento militare. L’Arabia Saudita ha anche fornito assistenza finanziaria al Pakistan durante i periodi di tensione economica, rafforzando l’importanza della loro partnership. Eppure, questa vicinanza strategica non si traduce necessariamente in aperta ostilità nei confronti dell’Iran. Il Pakistan ospita una significativa minoranza sciita, stimata in circa il 15-20% della popolazione, e in passato il paese ha vissuto periodi di tensione tra le minoranze. Per la leadership pakistana, evitare politiche che potrebbero infiammare le divisioni interne rimane una priorità fondamentale. Di conseguenza, Islamabad deve bilanciare le sue partnership nel Golfo con la necessità di mantenere relazioni stabili con Teheran. I calcoli strategici del Pakistan non possono essere pienamente compresi senza considerare la più ampia struttura regionale del potere. Nonostante le sanzioni internazionali e le pressioni diplomatiche, l’Iran continua a esercitare una notevole influenza in diverse parti del Medio Oriente. Le sue relazioni con persone in Siria, Iraq, Libano e Yemen formano una rete che consente a Teheran di proiettare influenza attraverso alleanze politiche e personaggi non dello Stato. Allo stesso tempo, il più ampio mondo arabo non forma più un fronte unito contro l’Iran. Il recente riavvicinamento diplomatico dell’Arabia Saudita con Teheran, facilitato dalla Cina, riflette la tendenza regionale verso un impegno cauto piuttosto che un confronto diretto. Anche gli Emirati Arabi Uniti e gli altri Stati del Golfo hanno perseguito una diplomazia pragmatica volta a ridurre le tensioni salvaguardando i loro interessi economici. L’Unione Europea osserva questi sviluppi principalmente attraverso la lente della stabilità regionale, della sicurezza energetica e delle potenziali conseguenze umanitarie che una più ampia escalation potrebbe produrre. Mentre l’UE continua a sostenere l’impegno diplomatico e la de-escalation, la sua capacità di influenzare i calcoli strategici degli appartenenti alle regioni rimane limitata rispetto a quella delle principali potenze militari. La recente decisione del Pakistan di aderire al “Consiglio di pace” guidato dal presidente degli Stati Uniti ha anche generato un dibattito a livello nazionale. I critici sostengono che tali iniziative possono servire principalmente a programmi geopolitici più ampi, complicando potenzialmente il sostegno di lunga data del Pakistan alla causa palestinese. Allo stesso tempo, l’evoluzione della posizione diplomatica del Pakistan ha attirato l’attenzione in tutto il mondo islamico, con alcuni osservatori che si chiedono se un impegno più stretto con le potenze occidentali possa influenzare il ruolo tradizionale di Islamabad come ponte tra diversi politici. In un panorama regionale sempre più polarizzato, la cauta strategia del Pakistan riflette le difficili scelte affrontate dagli Stati situati all’incrocio di molteplici rivalità geopolitiche. Preservare i canali diplomatici, gestire la stabilità interna ed evitare un più profondo coinvolgimento nel confronto regionale può rivelarsi essenziale non solo per la sicurezza del Pakistan, ma anche per ridurre le tensioni in un ambiente geopolitico già fragile. -------------------------------------------------------------------------------- L’autrice: Dimitra Staikou è un’avvocata, giornalista e scrittrice greca con una vasta esperienza in materia di Asia meridionale, Cina e Medio Oriente. Le sue analisi su geopolitica, commercio internazionale e diritti umani sono state pubblicate su testate di spicco, tra cui Modern Diplomacy, HuffPost Greece, Skai.gr, Eurasia Review e il Daily Express (Regno Unito). Parlando correntemente inglese, greco e spagnolo, Dimitra unisce la sua competenza giuridica al reportage sul campo e alla narrazione creativa, offrendo una prospettiva articolata sugli affari globali. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza IPA
March 17, 2026
Pressenza