Tag - opinioni

CNDDDU: promuovere un modello integrato di prevenzione dei conflitti
Intervenendo in merito alla morte di Abderrahim Fakir e all’intervento di contrasto alla criminalità giovanile effettuato dalla Polizia di Stato simultaneamente in 44 province italiane, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone l’elaborazione di un Protocollo nazionale per l’educazione alla gestione democratica dei conflitti. Il CNDDU esprime profondo cordoglio per la morte di Abderrahim Fakir e manifesta sincera vicinanza ai suoi familiari, che hanno rivolto alla comunità una richiesta fondata sui valori essenziali di ogni democrazia: verità, giustizia e dignità. Gli episodi verificatisi successivamente durante la manifestazione di Bologna, caratterizzati da scontri, danneggiamenti e violenze nei confronti delle forze dell’ordine e del patrimonio pubblico, impongono una riflessione che vada oltre la cronaca e le inevitabili contrapposizioni politiche. Il dolore di una famiglia, il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente, il dovere delle istituzioni di garantire la sicurezza e il rispetto della legalità appartengono tutti allo stesso orizzonte costituzionale e non possono essere posti in alternativa tra loro. La tutela dei diritti umani non può essere selettiva. Essa riguarda la persona sottoposta a un intervento delle autorità, i cittadini che esercitano pacificamente il diritto di manifestazione, gli operatori delle forze dell’ordine chiamati a garantire la sicurezza collettiva, il personale sanitario impegnato nei soccorsi, i commercianti e tutti coloro che subiscono le conseguenze della violenza. Ogni aggressione, indipendentemente da chi la compia, rappresenta una lesione della convivenza democratica. Per questo motivo il CNDDU richiama con fermezza il principio di responsabilità istituzionale e civile. In uno Stato di diritto l’accertamento delle eventuali responsabilità appartiene esclusivamente agli organi competenti, ai quali spetta il compito di ricostruire i fatti con imparzialità, trasparenza e rigore. Allo stesso tempo, nessuna forma di protesta può giustificare comportamenti che trasformino il dissenso in violenza, poiché la violenza priva la comunità della possibilità di costruire soluzioni condivise. L’accaduto evidenzia la necessità di un’evoluzione culturale del concetto stesso di sicurezza. La sicurezza non coincide esclusivamente con il mantenimento dell’ordine pubblico, così come i diritti umani non possono essere interpretati esclusivamente come tutela individuale. Entrambi costituiscono beni pubblici, strettamente interdipendenti, che si rafforzano reciprocamente quando vengono perseguiti attraverso istituzioni trasparenti, cittadini responsabili e comunità educate al dialogo. Le società democratiche sono oggi chiamate a confrontarsi con fenomeni sempre più complessi: fragilità sociali, disagio psicologico, marginalità, diffusione dell’odio online, polarizzazione del dibattito pubblico e crescente difficoltà nella gestione dei conflitti collettivi. Rispondere a tali trasformazioni richiede un’innovazione che non sia soltanto tecnologica, ma soprattutto organizzativa, educativa e culturale. Il CNDDU ritiene necessario promuovere un modello integrato di prevenzione dei conflitti fondato sulla collaborazione tra istituzioni scolastiche, università, forze dell’ordine, magistratura, servizi sanitari, enti locali e realtà del Terzo settore. La gestione delle situazioni più complesse dovrebbe valorizzare équipe multidisciplinari capaci di integrare competenze giuridiche, psicologiche, sanitarie e sociali, affinché l’intervento pubblico sia sempre più efficace, proporzionato e rispettoso della dignità di ogni persona. Parallelamente, le innovazioni tecnologiche possono contribuire a rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Sistemi di documentazione delle operazioni, protocolli digitali condivisi, procedure verificabili e strumenti di monitoraggio indipendente, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e della normativa sulla protezione dei dati personali, possono aumentare la trasparenza, tutelare gli operatori e offrire ai cittadini maggiori garanzie di imparzialità. La tecnologia, tuttavia, rappresenta soltanto uno strumento: senza una solida cultura dei diritti e della responsabilità rischia di non produrre alcun cambiamento significativo. L’innovazione più importante resta quella educativa. La scuola è chiamata a sviluppare nei giovani competenze che vadano oltre la conoscenza delle norme: capacità di dialogo, gestione non violenta dei conflitti, educazione alla cittadinanza digitale, pensiero critico, rispetto delle istituzioni democratiche e consapevolezza che ogni diritto comporta anche un corrispondente dovere nei confronti della collettività. Una società che investe nell’educazione riduce le occasioni di conflitto e rafforza la qualità della propria democrazia. Per tali ragioni il CNDDU propone l’avvio di un Protocollo nazionale per l’educazione alla gestione democratica dei conflitti, promosso congiuntamente dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, dal Ministero dell’Interno, dal Ministero della Salute, dalle Università e dagli enti del Terzo settore, con l’obiettivo di diffondere pratiche di prevenzione, mediazione, cultura costituzionale e rispetto reciproco nei contesti scolastici e sociali. Investire nella prevenzione significa ridurre il rischio che il conflitto degeneri in violenza e rafforzare il legame di fiducia tra cittadini e istituzioni. La qualità di una democrazia non si misura dall’assenza dei conflitti, ma dalla capacità di affrontarli senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. La morte di una persona richiede verità e giustizia; gli episodi di violenza richiedono una ferma riaffermazione della legalità; la crescente polarizzazione impone un rinnovato investimento nell’educazione civica e nei diritti umani. Non esistono diritti senza responsabilità, né sicurezza senza libertà. Quando la dignità della persona, la trasparenza delle istituzioni e il rispetto della legge procedono insieme, la democrazia si rafforza e diventa capace di trasformare anche le sue prove più difficili in occasioni di crescita civile. È questa la prospettiva che il CNDDU ritiene indispensabile promuovere nelle scuole e nella società italiana. Il CNDDU esprime il proprio apprezzamento nei confronti della Polizia di Stato per la rilevante operazione di contrasto alla criminalità giovanile che ha interessato 44 province italiane, coinvolgendo oltre 1.000 operatori, e ha portato all’arresto di centinaia di persone, tra maggiorenni e minorenni, responsabili di reati contro la persona, il patrimonio e la sicurezza pubblica, consentito il sequestro di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, armi da fuoco, armi bianche, denaro di provenienza illecita e beni oggetto di ricettazione e fatto emergere un dato che merita una particolare attenzione: l’esistenza di quasi un migliaio di profili social utilizzati per diffondere messaggi di odio, di esaltazione della violenza e di legittimazione dell’uso delle armi. Siamo di fronte a un’operazione che testimonia l’efficacia dell’azione dello Stato nel presidiare la legalità, ma che, nello stesso tempo, restituisce l’immagine di un fenomeno assai più complesso della mera devianza minorile. Sarebbe infatti un errore confinare questi dati nella sola dimensione della cronaca giudiziaria. Quando un numero così elevato di adolescenti e giovani entra in contatto con circuiti criminali, quando i luoghi della socializzazione diventano spazi di reclutamento e quando i social network si trasformano in amplificatori della cultura della sopraffazione, il problema non riguarda esclusivamente la sicurezza pubblica: riguarda la qualità del progetto educativo di un Paese. Negli ultimi anni il dibattito sulla criminalità minorile si è concentrato prevalentemente sulle risposte repressive. È una prospettiva inevitabile, perché lo Stato ha il dovere di tutelare i cittadini e di riaffermare il primato della legge. Tuttavia, limitare l’analisi alla repressione significa intervenire quando il processo di costruzione della devianza è già compiuto. Una politica realmente lungimirante dovrebbe interrogarsi su ciò che precede il reato, su quel lento percorso attraverso il quale alcuni giovani arrivano a considerare la violenza una forma di linguaggio, il gruppo criminale una comunità di appartenenza e l’illegalità una modalità ordinaria di affermazione personale. La questione, pertanto, non è soltanto giuridica o criminologica. È profondamente educativa. Ogni società trasmette alle nuove generazioni un sistema di significati attraverso il quale interpretare il mondo, costruire relazioni e orientare le proprie scelte. Quando questo processo si indebolisce, altri modelli occupano lo spazio lasciato libero. La criminalità organizzata, le baby gang, le comunità virtuali fondate sull’odio e sulla violenza riescono ad attrarre perché offrono ciò che ogni adolescente ricerca: riconoscimento, identità, appartenenza, visibilità. Il problema, allora, non consiste soltanto nel contrastare tali organizzazioni, ma nel comprendere perché esse risultino, per alcuni giovani, più persuasive delle istituzioni educative. La riflessione pedagogica contemporanea insegna che nessun comportamento può essere modificato esclusivamente attraverso la sanzione. Le regole vengono rispettate stabilmente quando sono comprese, condivise e riconosciute come strumenti di tutela della persona. Se la legge viene percepita soltanto come limite imposto dall’autorità, il rispetto delle norme dipenderà dalla paura del controllo; se, invece, il diritto viene presentato come il fondamento della convivenza democratica e della libertà di ciascuno, allora esso diventa parte integrante della coscienza civile. È proprio questa la sfida che oggi la scuola italiana è chiamata ad affrontare. L’educazione alla legalità non può più essere interpretata come un insieme di iniziative episodiche, affidate alla buona volontà delle singole istituzioni scolastiche o concentrate nelle ricorrenze dedicate alla memoria delle vittime delle mafie. Pur trattandosi di esperienze preziose, esse non bastano più. Le trasformazioni sociali degli ultimi anni impongono un cambio di paradigma. La legalità deve cessare di essere un tema e diventare un metodo educativo; non un progetto, ma una dimensione permanente dell’esperienza scolastica. L’elemento più inquietante emerso dall’operazione della Polizia di Stato riguarda, infatti, la dimensione culturale del fenomeno. I quasi mille profili social individuati dimostrano che la violenza non viene soltanto praticata, ma anche raccontata, condivisa, imitata e, talvolta, perfino ammirata. Gli algoritmi delle piattaforme digitali tendono a moltiplicare la visibilità dei contenuti più estremi, contribuendo a costruire un immaginario nel quale la forza appare sinonimo di autorevolezza e la sopraffazione diventa uno strumento di riconoscimento sociale. Non siamo più soltanto di fronte a comportamenti devianti: siamo di fronte alla progressiva normalizzazione di una cultura nella quale il diritto perde la propria funzione di riferimento etico e civile. È in questo contesto che il CNDDU ritiene indispensabile avviare una riflessione sul ruolo dell’educazione giuridica nella scuola italiana. Per troppo tempo il diritto è stato considerato una disciplina destinata prevalentemente agli indirizzi economici o professionali, quasi che la conoscenza della Costituzione, delle istituzioni democratiche, dei diritti fondamentali e dei doveri di cittadinanza costituisse un sapere specialistico. Oggi questa impostazione mostra tutti i suoi limiti. La complessità della società contemporanea richiede cittadini capaci di comprendere il funzionamento delle istituzioni, di interpretare criticamente l’informazione, di riconoscere le manipolazioni comunicative, di esercitare responsabilmente i propri diritti e di assumere decisioni consapevoli anche negli ambienti digitali. Per queste ragioni il CNDDU rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, una proposta che intende superare definitivamente la logica degli interventi occasionali. È necessario avviare un Piano nazionale per la cultura costituzionale e dei diritti umani che riconosca la prevenzione educativa quale componente strutturale delle politiche di sicurezza del Paese. In tale prospettiva, i docenti delle discipline giuridiche ed economiche dovrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo stabile nella progettazione educativa degli istituti, coordinando percorsi interdisciplinari dedicati all’educazione costituzionale, ai diritti umani, alla cittadinanza digitale, alla prevenzione della violenza, delle discriminazioni, del bullismo, del cyberbullismo e dei processi di radicalizzazione giovanile. Non si tratta di rivendicare nuovi spazi disciplinari, ma di valorizzare una professionalità già presente nella scuola italiana e troppo spesso sottoutilizzata. Il docente di diritto possiede gli strumenti culturali per trasformare norme apparentemente astratte in occasioni di riflessione critica sulla vita quotidiana, aiutando gli studenti a comprendere il significato concreto della dignità umana, della responsabilità personale, della funzione delle istituzioni e del rapporto inscindibile tra libertà individuale e interesse collettivo. In un tempo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali e tecnologiche, questa competenza non rappresenta un sapere settoriale, ma una risorsa strategica per la formazione del cittadino. Il CNDDU ritiene, inoltre, che sia giunto il momento di compiere una scelta culturale coraggiosa: affiancare agli indicatori tradizionali del successo scolastico un nuovo parametro educativo, quello della maturazione della competenza civica e costituzionale degli studenti. Così come il sistema nazionale valuta gli apprendimenti linguistici, matematici e scientifici, appare ormai indispensabile monitorare in modo sistematico anche la capacità delle nuove generazioni di comprendere il significato delle regole democratiche, di esercitare il pensiero critico, di riconoscere i meccanismi della manipolazione e di partecipare responsabilmente alla vita della comunità. La qualità di una democrazia non dipende soltanto dal livello delle competenze professionali dei suoi cittadini, ma dalla loro capacità di vivere la cittadinanza come pratica consapevole. Occorre, infine, liberarsi da un equivoco che ha accompagnato per troppo tempo il dibattito pubblico. La sicurezza non coincide esclusivamente con il controllo del territorio. Una società è realmente sicura quando riesce a ridurre le condizioni culturali che rendono la violenza una possibilità credibile. Le politiche educative devono, pertanto, essere considerate parte integrante delle politiche della sicurezza nazionale. Investire nella scuola significa investire nella tenuta democratica del Paese; investire nella cultura giuridica significa rafforzare gli anticorpi civili della comunità; investire nei docenti di diritto significa dotare la Repubblica di professionisti capaci di tradurre i principi costituzionali in competenze di vita. L’imponente operazione della Polizia di Stato dimostra che le istituzioni possiedono gli strumenti per reprimere i fenomeni criminali. Il compito della scuola è diverso e, per certi aspetti, ancora più impegnativo: impedire che quei fenomeni trovino terreno fertile nelle coscienze delle nuove generazioni. È qui che si gioca la sfida decisiva. Una Repubblica che affida il futuro dei propri giovani alla sola efficacia della risposta penale rinuncia alla propria più alta funzione educativa. Una Repubblica che, invece, riconosce nella scuola il luogo in cui il diritto diventa cultura, la Costituzione esperienza vissuta e i diritti umani criterio quotidiano di convivenza, sceglie di costruire una sicurezza fondata non sull’emergenza, ma sulla maturazione di cittadini capaci di custodire, con consapevolezza, il patrimonio democratico che la Costituzione affida a ciascuno di noi. Romano Pesavento, presidente del CNDDU Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 1
L’Iran è uno dei paesi più ampiamente raccontati e analizzati al mondo. Dalla Rivoluzione del 1979 a oggi, sono stati scritti migliaia di articoli, libri, servizi giornalistici e analisi politiche sull’Iran. Il dossier nucleare, le sanzioni, le tensioni con l’Occidente, le politiche regionali della Repubblica Islamica e le proteste sociali hanno fatto sì che l’Iran sia rimasto quasi costantemente al centro dell’attenzione dei media, del mondo accademico e dei circoli politici all’estero. Tuttavia, rimane una domanda fondamentale: vedere l’Iran significa anche vedere gli iraniani? Questo saggio parte dal presupposto che il problema centrale non sia la mancanza di attenzione verso l’Iran. Al contrario, l’Iran è stato oggetto di discussioni e analisi più di molti altri paesi. Il problema è che l’Iran viene spesso osservato attraverso filtri che privilegiano lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica rispetto all’esperienza vissuta della sua gente. Il risultato è che si può parlare per ore dell’Iran senza capire nulla della vita quotidiana degli iraniani. Una parte significativa di questa situazione non può essere spiegata esclusivamente con la censura statale. Questo divario viene riprodotto anche nel processo stesso di produzione della narrazione. Accademici, giornalisti e attivisti politici si avvicinano all’Iran da angolazioni diverse. Ognuno ha la propria logica e la propria missione, evidenziando alcuni aspetti della realtà e oscurandone altri. Di conseguenza, ciò che si vede spesso dell’Iran non è la vita delle sue persone, bensì lo Stato iraniano, la crisi iraniana o la questione iraniana. L’ACCADEMIA E L’IRAN: QUANDO LA TEORIA SOSTITUISCE L’ESPERIENZA Gli accademici hanno il compito di spiegare il mondo. Per farlo, si affidano a teorie, modelli e concetti astratti; questo è sia necessario sia indispensabile. Senza la teoria, è impossibile comprendere le strutture di potere, i processi storici o le complesse relazioni politiche. Eppure, questa stessa caratteristica può creare una distanza tra la teoria e l’esperienza vissuta. In gran parte della letteratura accademica sull’Iran, lo Stato occupa il centro dell’analisi. L’Iran viene esaminato come attore regionale, regime ideologico o problema di sicurezza, mentre la società rimane spesso ai margini. Asef Bayatètra è tra i pochi studiosi che hanno cercato di reindirizzare l’attenzione dallo Stato e dalle élite politiche alla vita quotidiana delle persone comuni. Egli dimostra che la politica non si manifesta solo a livello statale; è presente anche nelle pratiche quotidiane, nei piccoli atti di resistenza e negli sforzi delle persone per espandere il proprio spazio vitale. Ciononostante, una parte considerevole degli studi sull’Iran rimane incentrata sullo Stato. In particolare all’interno di alcuni approcci antimperialisti, la Repubblica Islamica riceve maggiore attenzione rispetto alla società iraniana stessa. I pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero vengono giustamente sottolineati; eppure, la repressione interna, i prigionieri politici, la discriminazione di genere e le restrizioni alle libertà civili vengono talvolta spinti in secondo piano. Ciò che emerge qui è una forma di “orientalismo al contrario” all’interno di alcuni circoli accademici occidentali: un contesto in cui la società iraniana viene privata della propria azione (agency), e qualsiasi movimento endogeno di trasformazione viene attribuito ai think tank di Washington, sotto lo schermo di una pur legittima critica all’egemonia occidentale. Contemporaneamente, il predominio del “riduzionismo culturale” riduce le complessità materiali e di classe dell’Iran a rigide astrazioni come il binomio “tradizione contro modernità”. Il problema non è semplicemente che lo Stato si veda più della società. Piuttosto, nel caso dell’Iran, molte discussioni sono impostate fin dall’inizio in modo tale da rendere secondaria l’esperienza vissuta dalle persone. Negli ultimi decenni, gran parte degli studi sull’Iran si è concentrata sulla Rivoluzione del 1979, sull’Islam politico, sulla politica estera della Repubblica Islamica, sul programma nucleare e sulla rivalità dell’Iran con l’Occidente. Si tratta indubbiamente di argomenti importanti; tuttavia, una conseguenza involontaria di questa focalizzazione è stata che la stessa società iraniana è stata frequentemente trattata come un mero sfondo di questi sviluppi. Ad esempio, negli anni che hanno preceduto l’accordo sul nucleare, gran parte della letteratura accademica e politica ruotava attorno alla questione se l’accordo avrebbe modificato o meno il comportamento della Repubblica Islamica. Centinaia di articoli hanno esaminato le conseguenze regionali del JCPOA, il ruolo dell’Iran nel Medio Oriente e l’impatto dell’accordo sull’ordine internazionale. Eppure, rispetto a questa vasta mole di ricerche, molta meno attenzione è stata dedicata a comprendere come gli iraniani comuni vivessero le sanzioni, la corruzione strutturale, le restrizioni politiche e le crisi economiche, e come i loro mezzi di sussistenza venissero costantemente erosi sotto gli ingranaggi dell’alta diplomazia. Una tendenza simile si può osservare in alcune risposte accademiche al movimento “Donna, Vita, Libertà”. Molte analisi sono state preziose, affrontando le dimensioni di genere, sociali e culturali del movimento. Tuttavia, alcune si sono concentrate meno sull’esperienza dei manifestanti stessi e più su questioni quali la possibilità che il movimento portasse a un cambio di regime, il sostegno dell’Occidente o l’impatto sull’equilibrio di potere regionale. In tali narrazioni, i manifestanti stessi sono talvolta diventati attori secondari in un più ampio dramma geopolitico. È proprio qui che diventa evidente l’importanza del lavoro di Asef Bayat. Il suo significato non risiede semplicemente nel fatto di aver scritto sull’Iran o sul Medio Oriente, ma nella sua decisione di spostare il punto di partenza dell’analisi dallo Stato alla società. Nelle sue opere, le persone non sono semplici vittime o spettatori; sono agenti che trovano il modo di rimodellare le proprie vite nonostante i gravi limiti. Forse la lezione più importante di questa prospettiva è che comprendere l’Iran richiede di partire dalla sua gente e dalla loro vita quotidiana, piuttosto che dallo Stato. MEDIA E IRAN: QUANDO LA NARRAZIONE SOSTITUISCE LA COMPLESSITÀ Se gli accademici spiegano il mondo, i giornalisti lo raccontano. E raccontare richiede inevitabilmente una selezione. Nessun servizio giornalistico può trasmettere la piena complessità di una società. Di conseguenza, i media gravitano attorno a storie chiare, immagini simboliche e narrazioni facilmente comprensibili. Nel caso dell’Iran, questa logica ha portato a ripetere all’infinito alcune immagini: negoziati sul nucleare, donne senza velo, proteste di piazza, repressione politica e tensioni regionali. Queste immagini sono reali, ma non costituiscono l’intera realtà. Ciò che i media mainstream riproducono ripetutamente all’interno della cornice dell’“industria della narrazione” è l’immagine dell’Iran come una società unidimensionale in perenne stato di esplosione. All’interno di questa logica commerciale, la resistenza civile—come gli sforzi per istituire sindacati indipendenti o l’attivismo ambientale—manca di un immediato valore di “notizia dell’ultima ora” (breaking news) e diventa quindi censurata attraverso l’invisibilità. La copertura mediatica dell’Iran illustra chiaramente la tensione tra realtà e narrazione. Ai giornalisti è richiesto di spiegare fenomeni complessi a un pubblico vasto entro tempi limitati. Questa necessità evidenzia inevitabilmente alcuni elementi, spingendone altri oltre il campo visivo. Il Movimento Verde del 2009 ne offre un chiaro esempio. Gran parte della copertura internazionale si è concentrata principalmente sulle elezioni contestate e sulle divisioni tra le fazioni all’interno della Repubblica Islamica. Sebbene ciò fosse indubbiamente importante, non rappresentava l’intera realtà. Per molti manifestanti, la questione andava ben oltre i risultati elettorali. Sentimenti di esclusione politica, richieste di libertà civili e uno scontento accumulato nei confronti della struttura del potere costituivano dimensioni essenziali delle proteste. Eppure, le narrazioni mediatiche dominanti hanno spesso ridotto gli eventi a una rivalità tra Ahmadinejad, Mousavi e le élite politiche, lasciando ampiamente invisibile l’esperienza di umiliazione politica vissuta dal pubblico. Un modello diverso è emerso durante le proteste di novembre 2019. Questa volta, la copertura mediatica si è concentrata prevalentemente sulla violenza della repressione statale. I rapporti sul numero delle vittime, il blocco di internet e le reazioni delle organizzazioni per i diritti umani erano del tutto necessari. Ciononostante, è stata dedicata molta meno attenzione alla composizione sociale dei manifestanti o alle condizioni materiali ed economiche che avevano dato origine alla rivolta. In molte narrazioni, i manifestanti stessi erano visibili, ma la vita sociale e le radici di classe della loro rivolta sono rimaste in gran parte unseen (invisibili). Il movimento “Donna, Vita, Libertà” ha assistito a un’ulteriore forma di semplificazione. Le immagini di donne che si toglievano o bruciavano il velo sono diventate il simbolo globale delle proteste. Si è trattato di un’immagine potente che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale. Al tempo stesso, tuttavia, vi era il pericolo che l’intero movimento venisse ridotto a quella singola immagine. In realtà, il movimento non ha mai riguardato esclusivamente il velo obbligatorio. Riguardava anche le libertà politiche, i diritti delle donne, la crisi di legittimità del regime, le rivendicazioni generazionali, le disuguaglianze economiche strutturali e molte altre questioni. Nel frattempo, la solidarietà di insegnanti, studenti espulsi, lavoratori in sciopero e famiglie in cerca di giustizia è stata oscurata da questa rappresentazione mediatica compressa. Per questo motivo, si può consumare un’enorme quantità di notizie sull’Iran pur possedendo solo una comprensione limitata della società iraniana. I media presentano l’Iran, ma spesso solo attraverso momenti eccezionali, mentre la vita reale della sua gente continua, con tutta la sua complessità , negli intervalli tra quei momenti. – Continua – Redazione Torino
July 21, 2026
Pressenza
Regno Unito, la casa del primo ministro e i senzatetto
Può darsi che siano soltanto parole di propaganda. Può darsi che in realtà nulla cambierà. Però devo ammettere che mi ha positivamente impressionato il video nel quale si vede Andy Burnham, il nuovo primo ministro del Regno Unito, che prima di entrare nella famosa residenza al n. 10 di Downing Street a Londra, dice: “Tra poco varcherò quella porta alle mie spalle e impartirò il mio primo ordine: porre fine al fenomeno dei senzatetto nel nostro Paese”. L’intuizione di Burnham di collegare l’ingresso nella “sua” nuova casa pubblica con la necessità di intervenire immediatamente per risolvere il problema di chi un tetto sopra la testa non c’è l’ha, mi è parsa quasi “evangelica”. Chi è “primo” decide di mettersi al servizio o almeno di iniziare a preoccuparsi degli “ultimi”. Non vi è dubbio che Burnham stava ragionando di politica, perché il primo ministro britannico ha specificato: “Si tratta di mettere i valori e gli standard giusti al centro dell’azione di governo”. Confermando così che la politica deve essere guidata da riferimenti etici di solidarietà e giustizia. Il seguito del discorso, seppure condivisibile nei contenuti, mi è sembrato eccessivamente retorico: “Metterò il benessere delle persone al centro di ogni mia iniziativa. Darò tutto me stesso e chiedo a tutti voi di unirvi a me in questo sforzo. Costruiamo un nuovo senso nazionale di unità, di intenti comuni e di positività. Facciamo sì che questo sia il momento in cui la Gran Bretagna ricomincia a credere. Il momento in cui riportiamo la speranza”. A questo punto ho ripensato alla prima conferenza stampa dell’attuale presidente del consiglio dei ministri dell’Italia, che il 31 ottobre 2022 ha comunicato che il governo aveva approvato un decreto per introdurre un nuovo reato relativamente ai cosiddetti “rave party”. A quanto pare questa era la priorità. Ho provato anche ad immaginare che cosa potrebbe dire il prossimo presidente del consiglio dei ministri italiano. Forse dirà queste parole: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Il governo si impegna a dare attuazione concreta a questi principi fondamentali stabiliti nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nella Costituzione della Repubblica italiana”. Mi sono dato un pizzicotto e ho capito che stavo sognando… Rocco Artifoni
July 20, 2026
Pressenza
Quando la legge diventa un nemico. Il caso Roggero e la lenta erosione della democrazia costituzionale
Il caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un gioielliere condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre erano ormai in fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e politico. La Corte di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa. Ha semplicemente ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la forza privata può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente necessario a respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il monopolio della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la giustizia dalla vendetta. Il fascismo non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il saluto romano. E il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per delegittimare le garanzie costituzionali[IL] La democrazia non muore quasi mai in un solo giorno. Non viene abbattuta improvvisamente da un colpo di Stato, da un manipolo di militari o da un decreto che sospende la Costituzione. Le democrazie contemporanee si consumano lentamente. Perdono consistenza un pezzo alla volta, fino a quando i cittadini si accorgono che i contrappesi istituzionali non esistono più e che il potere non riconosce più alcun limite. È questa la lezione che il Novecento avrebbe dovuto consegnare definitivamente all’Europa. L’Italia fascista e la Germania nazista non nacquero nel momento in cui Mussolini marciò su Roma o Hitler fu nominato Cancelliere del Reich. Nacquero molto prima, quando si diffuse l’idea che il Parlamento fosse un ostacolo, che i giudici fossero nemici del popolo, che la stampa libera fosse un intralcio e che il diritto dovesse piegarsi alla volontà del capo. Come ricordava Piero Calamandrei, «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». È proprio quando le istituzioni sembrano funzionare normalmente che occorre vigilare sulla loro progressiva erosione. Per questo il caso Mario Roggero non riguarda soltanto la tragica vicenda di un gioielliere condannato definitivamente per avere ucciso due rapinatori mentre erano ormai in fuga. Quel processo rappresenta uno spartiacque culturale e politico. La Corte di Cassazione non ha negato il diritto alla legittima difesa. Ha semplicemente ribadito uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: la forza privata può sostituire quella pubblica soltanto nel tempo strettamente necessario a respingere un’aggressione attuale. Quando il pericolo è cessato, il monopolio della forza torna allo Stato. È questa la linea che separa la giustizia dalla vendetta. Eppure, una parte della politica ha reagito come se la sentenza costituisse un’offesa alla volontà popolare. Non è stato contestato soltanto il dispositivo della Corte. È stata messa in discussione la legittimità stessa della magistratura di decidere contro ciò che una parte dell’opinione pubblica riteneva giusto. IL POST DELLA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MELONI SU FACEBOOK Qui emerge il nodo decisivo. Quando il consenso pretende di sostituire la legge, la democrazia costituzionale entra in una zona di pericolo. Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio — “Mi aggredisci, mi difendo e dovrei risarcirti io?” — hanno alimentato una rappresentazione emotiva del diritto nella quale il giudizio dei tribunali rischia di essere subordinato alla percezione collettiva. Ma il diritto non può essere governato dagli umori del momento. Norberto Bobbio lo spiegava con estrema chiarezza: «La democrazia è il governo delle regole prima ancora che il governo della maggioranza». Senza regole condivise, la maggioranza smette di essere democratica e diventa arbitrio. Da tempo assistiamo a una progressiva delegittimazione degli organi di garanzia. Il Parlamento viene frequentemente marginalizzato attraverso il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza e ai voti di fiducia. La magistratura viene accusata di fare politica quando esercita il controllo della legalità. Gli organismi indipendenti vengono rappresentati come ostacoli anziché come garanzie. È una dinamica che Luigi Ferrajoli ha descritto efficacemente: «La differenza tra democrazia costituzionale e democrazia plebiscitaria consiste nel fatto che il potere è sottoposto al diritto e non il diritto al potere». Quando i limiti costituzionali vengono rappresentati come un intralcio, la democrazia comincia lentamente a trasformarsi in qualcosa di diverso. Non è necessario abolire formalmente la Costituzione. È sufficiente svuotarla dall’interno. La storia europea insegna che le democrazie raramente vengono distrutte con un solo atto rivoluzionario. Più spesso vengono logorate attraverso un processo graduale di normalizzazione dell’autoritarismo. Negli Stati Uniti Donald Trump ha costruito una parte significativa della propria strategia politica delegittimando magistrati, istituzioni elettorali e stampa indipendente. In Israele il tentativo del governo Netanyahu di ridimensionare il ruolo della Corte Suprema ha provocato una mobilitazione civile senza precedenti. In Europa orientale Viktor Orbán ha teorizzato apertamente la costruzione di una «democrazia illiberale», nella quale il consenso elettorale viene utilizzato per comprimere il pluralismo e ridurre gli spazi di controllo sul potere. Ogni esperienza è diversa e non sono possibili assimilazioni meccaniche. Ma il metodo presenta elementi ricorrenti: concentrazione del potere esecutivo, delegittimazione della magistratura, personalizzazione della leadership, riduzione degli spazi del dissenso, costruzione di un rapporto diretto tra il leader e “il popolo”, presentato come un’entità omogenea che non ammette opposizioni. È qui che il pensiero di Hannah Arendt conserva una straordinaria attualità: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra fatti e finzione, fra vero e falso, non esiste più». Quando il dibattito pubblico sostituisce i fatti con la propaganda e le sentenze con gli slogan, la democrazia perde il proprio terreno comune. Ancora più esplicito fu Umberto Eco nel celebre saggio “Il fascismo eterno”: «L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è smascherarlo e puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme».  Il fascismo, dunque, non ritorna necessariamente con le camicie nere o con il saluto romano. Può riaffacciarsi attraverso una cultura politica che esalta il capo, identifica il dissenso con il tradimento, alimenta la paura come strumento di governo, trasforma la sicurezza nell’argomento capace di giustificare ogni compressione delle libertà e considera i controlli costituzionali un ostacolo alla volontà della maggioranza. Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, nel loro studio “Come muoiono le democrazie”, osservano che oggi «le democrazie non vengono quasi mai abbattute con un colpo di Stato; muoiono lentamente, attraverso l’erosione delle istituzioni da parte di leader eletti». È un monito che riguarda tutte le democrazie contemporanee. SEQUENZA DELLA RAPINA NELLA GIOIELLERIA DI ROGGERO E L’UCCISIONE DEI DUE RAPINATORI INSEGUITI CON LA PISTOLA IN PUGNO Per questo il caso Roggero non è soltanto una discussione sui limiti della legittima difesa. È il sintomo di una più ampia torsione culturale nella quale la forza tende a prevalere sul diritto e il consenso viene invocato per delegittimare le garanzie costituzionali. Calamandrei ricordava agli studenti milanesi che «la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta; se cade a terra e nessuno la raccoglie, rimane lì». Quelle parole conservano oggi una forza straordinaria. La Costituzione non diffida del popolo. Diffida del potere. Per questo distribuisce le funzioni tra Parlamento, magistratura, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, autonomie territoriali e informazione libera. Non per rallentare il Governo, ma per impedire che qualsiasi Governo possa identificarsi con lo Stato. Quando un esecutivo considera ogni controllo un’invasione di campo, ogni sentenza sgradita una decisione politica e ogni dissenso una manifestazione di ostilità, non siamo ancora fuori dalla democrazia costituzionale. Ma stiamo percorrendo una strada che la storia europea ci invita a osservare con estrema attenzione. La libertà raramente viene perduta tutta insieme. Viene ceduta un diritto alla volta, un contrappeso alla volta, una garanzia alla volta. Ed è proprio quando tutto sembra normale che difendere la Costituzione diventa il primo dovere civile di ogni cittadino. Aurelio Angelini
July 19, 2026
Pressenza
Il caso Roggero
Pubblichiamo due riflessioni sul caso Roggero, una di ordine politico, l’altra più di carattere etico, augurandoci che la loro curvatura e la loro pacatezza correggano in qualche modo l’acrimonia dilagante in queste ore (d.m.) Il caso Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere per avere ucciso due rapinatori, impazza sui social con due schieramenti che, come al solito, non ammettono discussioni. Una parte consistente è per la grazia subito; un’altra parte significativa dice: “meritava l’ergastolo”. Tra coloro che chiedono la grazia c’è anche una parte (di minoranza) che ha una visione umanitaria. La grazia verrebbe giustificata dall’età avanzata e dalla esasperazione del momento. In astratto sono argomenti che da garantista ritengo giusti ed apprezzabili contro gli eccessi giustizialisti di chi parla di sentenza troppo leggera, devo però dire che rispetto al caso concreto non sono del tutto pertinenti. Roggero non era e non è un uomo esasperato; non si è pentito per quanto ha fatto; non ha detto: “mi dispiace, ma in quel momento non ragionavo”. Al contrario ha detto in pratica: ho fatto bene; era mio diritto farlo e ora pretendo la grazia dal Presidente della Repubblica. Inoltre non è affatto incensurato come qualcuno crede. In passato ha minacciato con una pistola il fidanzato della figlia e la sua famiglia, dove per fortuna non c’era nessuno dal grilletto facile come il suo. Per questi fatti è stato condannato e gli è stato ritirato il porto d’armi, anche se le armi le aveva lo stesso. Data questa situazione la grazia non sarebbe un atto di clemenza, ma una scelta politica di schieramento atta a modificare di fatto l’idea stessa di legittima difesa, accettando il diritto di farsi giustizia da sé. È proprio questa la questione più grave. Un caso giudiziario chiarissimo – con tre gradi di giudizio concordanti, con un uomo ripreso dalle telecamere mentre insegue e uccide le sue vittime, con una ipotesi di legittima difesa che è semplicemente risibile anche per chi sa pochissimo di diritto – diviene un caso politico emblematico. Il ministro della giustizia avvia un provvedimento di grazia (usurpando, tra l’altro, le prerogative costituzionali del Capo dello Stato, che si vede costretto a redarguirlo); Salvini raggiunge in carcere il detenuto e dice di voler valutare una sua eventuale candidatura. Il diritto fatto a pezzi e gettato nella spazzatura. E, sia detto per inciso, neppure aiuta il giustizialismo di chi dice “ergastolo”, mostrando di volere accettare la sfida dello scontro duro a tutti i costi, in barba a qualche studioso, forse fuori dal mondo, che ha osato parlare di “diritto mite”. Una società che pensa di poter fare a meno o di poter manipolare il diritto; una società che crede nella giustizia fai da te e che la pretende come “azione diretta” di popolo; un sistema politico che crede di poter cavalcare la tigre o di poter fare della legge della giungla un obiettivo da campagna elettorale: sono tutte testimonianze di un mondo malato. Ci sono troppi segnali per poter credere nella semplice casualità o nella contingenza. Credo che dovremmo cominciare a pensare ad un processo di imbarbarimento le cui radici stanno nel senso di smarrimento che assale un Occidente in crisi e che sta perdendo le sue vecchie certezze. Quando pensi di essere il centro del mondo e ti accorgi invece che stai diventando periferia, solo una ripartenza Etica ti può salvare. C’è tutto un percorso da costruire prima che sia troppo tardi. Antonio Minaldi In questi giorni, assistendo al “dibattito” sulla vicenda di Mario Roggero, mi sento più solo. Non tanto a causa della mia qualità di “studioso” di diritto: le opinioni a commento della vicenda mettono certamente a dura prova i giuristi. Mi sento solo come uomo, come cittadino, come persona. Io credo nelle persone, e in particolare nel fatto che ogni essere umano sia “buono” per natura. Io credo che chi sbaglia, chi aggredisce, chi prevarica, chi offende, in quanto persona può riscattarsi, può ritornare “buono”. So che è difficile da credere, e che subire un torto in prima persona, anche gravissimo, è tutta un’altra cosa. So che è difficile da credere, in questo tempo dove tutti hanno certezze, tutti condannano, tutti sono convinti di sapere cosa sia “giusto”. Per conto mio, l’unica certezza che ho è che nessuno nasce “cattivo”. Io credo che la vita di chi offende valga quanto la vita dell’offeso. Credo che additare, accusare, escludere, isolare chi offende generi solo altro livore, produca solo altra violenza. Lo credo anche perché l’ho visto con i miei occhi. Scontata la pena, chi ha offeso tornerà ad offendere: l’Italia ha un tasso altissimo di recidiva, e cioè chi ha commesso un reato, una volta scontata la pena, tornerà a delinquere. Mi rendo conto che la mia è una posizione impopolare, per questo soggetta a critiche. Ma io credo nelle persone, e penso che il nostro compito, come comunità, sia di rispettare la vita anche di chi offende, e provare a non trattarlo come un mostro, a non gioire perché qualcuno viene ucciso a colpi di pistola da chi ha subito la sua violenza, a non stilare giudizi sommari. Il nostro compito, come comunità, è di aiutare chi ha sbagliato a ricredersi, di aiutarlo ad assumere consapevolezza del male che ha fatto, aiutarlo a immaginare e a programmare una nuova vita, lontano dalla violenza. E le istituzioni, la politica, dovrebbe favorire tutto questo. Mi sento solo, più solo in questi giorni. Davanti a tutto il livore e alle convinzioni che leggo non smetto di credere che il futuro delle nostre comunità non si giochi sull’immedesimazione: “tu cosa avresti fatto al suo posto, se non quello?”. Si giochi, piuttosto, sulla carità e sulla compassione, ben più difficili da praticare: “so che hai sbagliato, ma il mio compito è aiutarti”. Giuseppe Verrigno Antonio Minaldi
July 18, 2026
Pressenza
Quando il simbolo diventa un messaggio: il significato politico di un’arma donata ai leader
I simboli, in politica internazionale, hanno spesso un peso che supera quello delle parole. Un gesto cerimoniale, un dono ufficiale, una fotografia condivisa in tutto il mondo possono comunicare messaggi profondi, alimentare interpretazioni differenti e suscitare interrogativi sul momento storico che stiamo vivendo. Negli ultimi giorni ha fatto discutere la notizia secondo cui il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan avrebbe donato un’arma decorativa ad alcuni leader internazionali durante un incontro ufficiale. Secondo diverse spiegazioni diffuse anche sui social media e riportate da osservatori della cultura turca, questo tipo di dono rappresenterebbe tradizionalmente un simbolo di rispetto, onore, prestigio e fiducia, paragonabile all’offerta di una spada cerimoniale. Alcuni attribuiscono perfino a questo gesto un significato simbolico: “Ti dono un’arma perché mi fido che non verrà mai usata contro di me”. Ma è davvero possibile separare il simbolo dall’oggetto? Un’arma, anche quando è decorativa, porta con sé un significato universale difficilmente ignorabile. È uno strumento nato per esercitare forza, intimidazione o, nel caso estremo, togliere la vita. Per molte persone questo valore simbolico prevale su qualsiasi tradizione culturale. Non si tratta di mettere in discussione gli usi di un Paese, ma di riflettere sul messaggio che un simile gesto trasmette nel contesto internazionale del XXI secolo. Dopo le tragedie della Prima e della Seconda guerra mondiale, la comunità internazionale ha costruito istituzioni, trattati e organizzazioni con l’obiettivo di sostituire la logica delle armi con quella della diplomazia. Le Nazioni Unite, gli accordi multilaterali e gli strumenti della cooperazione internazionale nascono proprio dalla consapevolezza che la pace richiede simboli diversi da quelli del conflitto. Per questo motivo, vedere leader mondiali fotografati mentre ricevono un’arma, anche se cerimoniale, può suscitare disagio. Non necessariamente perché rappresenti una minaccia concreta, ma perché comunica un immaginario che sembra riportare al centro la forza anziché il dialogo. Viviamo in un periodo caratterizzato da guerre, tensioni geopolitiche, corsa al riarmo e crescente polarizzazione. In un simile scenario, ogni gesto pubblico assume inevitabilmente un significato più ampio. I cittadini osservano non soltanto le decisioni dei governi, ma anche i simboli che accompagnano la diplomazia. La leadership, infatti, non consiste soltanto nel prendere decisioni politiche. Significa anche offrire esempi, costruire fiducia e trasmettere valori. Ogni fotografia, ogni stretta di mano, ogni dono ufficiale contribuisce a definire il linguaggio della politica internazionale. Per questo motivo è legittimo domandarsi se, oggi, i simboli della pace non dovrebbero occupare uno spazio maggiore rispetto ai simboli legati alle armi. In un’epoca segnata dall’incertezza globale, forse il mondo ha bisogno di immagini che richiamino la cooperazione, il disarmo e la responsabilità condivisa, piuttosto che oggetti che, inevitabilmente, evocano il conflitto. Non si tratta di giudicare una tradizione culturale, né di attribuire intenzioni che non possono essere dimostrate. Si tratta piuttosto di riflettere sul potere dei simboli. Perché ciò che i leader scelgono di rappresentare pubblicamente influenza anche il modo in cui le società percepiscono il presente e immaginano il futuro. La pace non nasce soltanto dagli accordi firmati nelle sale dei vertici internazionali. Nasce anche dai messaggi che le istituzioni decidono di trasmettere. E, in un mondo attraversato da guerre e divisioni, i simboli della pace potrebbero essere oggi più necessari che mai. Nurgul Cokgezici Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
July 16, 2026
Pressenza
Tirana: 46 giorni di Resistenza
L’occupazione dei cantieri navali di Danzica, nel 1980, durò 18 giorni e sempre nel 1980 i metalmeccanici presidiarono i cancelli di Mirafiori per 35 giorni. Lo sciopero dei minatori inglesi tra il 1984 ed il 1985 durò esattamente un anno. Il presidio giornaliero in piazza Duomo a Milano entra oggi nel suo quattordicesimo mese. Mani Rosse Antirazziste presidia il Viminale ogni giovedì da otto anni. Il movimento No TAV è in mobilitazione permanente da oltre trent’anni. A volte queste mobilitazioni sono state sconfitte e per anni se ne sono pagate le conseguenze, altre volte hanno segnato dei punti in proprio favore, ma non esistono alternative. Se si vuole contrastare la politica di riarmo dell’Unione Europea, se si vuole impedire una guerra globale in Europa, se si vuole avere uno stato sociale decente e pensioni e salari dignitosi, non esistono scorciatoie ad una mobilitazione permanente. Non siamo numeri! Siamo voci! Il governo deve ascoltarci, non restare in silenzio! Si può vincere, si può perdere, ma se non si prova ad organizzare le speranze in una lotta di lunga durata, la sconfitta è già segnata e le conseguenze saranno devastanti. Diceva Ernesto Che Guevara, la cui immagine ho visto apparire anche qui a Tirana: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.” I manifestanti che animano le proteste in Albania sanno di avere a che fare con un muro di gomma, con un potere arrogante e sordo. Sanno che la loro lotta potrebbe essere lunga, che anche la vittoria al referendum, per cui sono state raccolte oltre venticinquemila firme in un solo banchetto a Tirana (la metà di quante ne servirebbero entro la metà di novembre) potrebbe essere poi annullata, aggirando il risultato con nuove leggi emanate da un Parlamento saldamente in mano ai due compari Edi Rama e Sali Berisha, come è accaduto in Italia rispetto all’acqua pubblica così come oggi si vorrebbe aggirare le vittorie ai referendum contro le centrali nucleari. La corrente va in direzione opposta alla nostra e basta fermarsi per tornare indietro, anche rispetto a diritti che riteniamo erroneamente acquisiti. Non esistono alternative al nuotare in direzione “ostinata e contraria”. Questa è la lezione che ci viene oggi dall’Albania: una minoranza, se ha valide ragioni e se sa essere coerente credibile e tenace, può innescare un movimento di massa potenzialmente in grado di cambiare il corso della Storia. Come dicono i Notav della Valsusa “Sarà dura” e chi ci governa non ci farà sconti. Mauro Carlo Zanella
July 16, 2026
Pressenza
“Se la solidarietà è un crimine, siamo incriminabili”: documento aperto alla condivisione
«È una dichiarazione di solidarietà e corresponsabilità nell’impegno civile al fianco del martoriato popolo palestinese e della sua resistenza – spiegano i suoi estensori, Ugo Giannangeli e Giuseppe Natale – È inoltre una lettera aperta rivolta ai responsabili del genocidio palestinese e a tutti quei governanti e forze economiche e tecnologiche, etnico-religiose e razziste, complici, che sostengono lo Stato d’Israele. È anche un atto di autodenuncia sottoposto all’attenzione della magistratura». > “SE LA SOLIDARIETÀ È UN CRIMINE… SIAMO INCRIMINABILI” > > Noi cittadine e cittadini, noi persone impegnate nel denunciare e nel > contrastare, per fermarlo, il genocidio del popolo palestinese, siamo > profondamente colpite nella nostra umanità e inorridite di fronte alla lucida > e spietata determinazione genocidaria del governo e dell’esercito israeliani. > > Siamo altresì colpiti nella nostra personale dignità quando vengono messe in > prigione persone che operano in soccorso delle vittime palestinesi con aiuti > materiali ed economici, in particolare rivolti ai bambini e alle bambine. > > Siamo allarmati e fortemente preoccupati quando si criminalizzano, anche da > parte della magistratura italiana, associazioni di beneficenza della diaspora > palestinese e si mettono sotto accusa i loro rappresentanti in quanto > sarebbero responsabili di destinare i fondi raccolti ad Hamas, ritenuta > organizzazione terroristica. > > — > > Essendo cittadine/i informati e consapevoli, sentiamo il dovere di precisare: > > 1 . Secondo la Convenzione internazionale per la soppressione delle attività > di finanziamento al terrorismo del 1999 è terroristico “ogni atto finalizzato > a causare la morte o lesioni personali gravi a un civile o ad ogni altra > persona che non prende attivamente parte alle ostilità in una situazione di > conflitto armato quando lo scopo di questo atto […] è quello di intimidire una > popolazione oppure di costringere un governo o un’organizzazione > internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un determinato atto”. > > 2 . Alla luce di questa definizione si può affermare che Israele ha sempre > praticato il terrorismo, alle origini con Irgun e Banda Stern, successivamente > con esercito e coloni. > > Basti pensare, per esempio, al cecchinaggio durante la Grande marcia del > ritorno nel 2018-2019 e agli ordigni esplosivi usati indiscriminatamente in > Libano contro la popolazione civile nel settembre 2024, con centinaia di morti > e migliaia di feriti, tutti disarmati e inermi, che manifestavano, nel primo > caso, per il diritto al ritorno (Risoluzione ONU 194/48); nel secondo caso > tutti civili che si recavano al lavoro o a scuola, passeggiavano o guidavano > taxi. > > 3 . Con la Legge fondamentale del 19 luglio 2018, Israele si definisce “Stato > nazionale del popolo ebraico”, cioè a sovranità etnico-religiosa, e, > dichiarando “lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale”, > ha proclamato di intendere agire “per incoraggiarne e promuoverne la creazione > e il consolidamento”. > > “Insediamento ebraico” sta per colonizzazione, cioè un crimine che con questa > legge assurge a valore nazionale. Israele quindi è uno Stato occupante che > promuove il colonialismo di insediamento. > > Per il diritto internazionale la resistenza contro l’occupazione, anche > armata, è legittima e anche secondo il protocollo aggiuntivo, adottato nel > 1977, alle Convenzioni di Ginevra del 1949 relative alla protezione delle > vittime dei conflitti armati internazionali, la popolazione di un Paese > occupato da una potenza straniera ha il pieno diritto di lottare per la > propria liberazione. > > Tali norme sono applicabili “nei conflitti armati in cui i popoli lottano > contro la dominazione coloniale e l’occupazione straniera e contro i regimi > razzisti nell’esercizio del diritto dei popoli di disporre di sé stessi > consacrato nella Carta (Statuto) delle Nazioni Unite”. > > In specifico per il popolo palestinese la risoluzione ONU 37/43 del 1982 > afferma: “Considerando che la negazione dei diritti inalienabili del popolo > palestinese all’autodeterminazione, alla sovranità, all’indipendenza e al > ritorno in Palestina e i ripetuti atti di aggressione da parte di Israele > contro i popoli della Regione costituiscono una grave minaccia alla pace e > alla sicurezza internazionale riafferma la legittimità della lotta dei popoli > per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la > liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dall’occupazione > straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”. > > 4 . Nel corso del 2024 i massimi organi giudiziari internazionali e l’ONU > hanno emesso decisioni fondamentali contro Israele. > > La Corte Internazionale di Giustizia a gennaio ha ritenuto che quello in corso > a Gaza fosse un “plausibile genocidio” e a luglio ha emesso un parere > consultivo che ha ribadito l’illegalità dell’occupazione, ha condannato > l’apartheid e ordinata la rimozione delle colonie; a marzo il Consiglio di > sicurezza dell’ONU ha ordinato un immediato cessate il fuoco, come sempre > disatteso; a settembre l’Assemblea Generale dell’ONU ha recepito il parere, > dato un termine di 12 mesi per il ritiro dei coloni e ha ordinato agli Stati > di interrompere ogni rapporto con Israele pena la complicità nel genocidio; a > novembre la Corte Penale Internazionale ha emanato gli ordini di arresto di > Netanyahu e Gallant. > > 5 . Il 23 giugno 2026 la Commissione indipendente internazionale del Consiglio > dei diritti umani ha depositato un rapporto, il secondo, ancora più analitico > del precedente. > > Vi si legge che sono stati uccisi 20.179 bambini e ne sono stati feriti 44.143 > e queste sono solo le vittime note, poi ci sono gli scomparsi sotto le macerie > ma anche nelle carceri. Inoltre che “è compromessa la salute riproduttiva e > neonatale” e che “è in atto una strategia per distruggere la continuità > biologica”. E che, come dimostra anche un rapporto dell’organizzazione per i > diritti umani B’Tselem, in Cisgiordania è da tempo in corso una feroce > offensiva tendente a espropriare e a cacciare i palestinesi, e a ripetere la > “soluzione finale” colpendo deliberatamente i bambini, come a Gaza. > > 6 . In questa situazione drammatica, che disumanizza il mondo e lo porta sul > bordo del baratro della terza guerra mondiale e nucleare, che scuote > profondamente le coscienze, cosa fa il governo italiano nonostante l’articolo > 11 della Costituzione italiana? > > Introduce il DDL che di fatto assimila antisionismo e antisemitismo; promulga > i decreti sicurezza volti alla repressione del diritto di espressione e di > manifestazione; non firma, con l’Ungheria, un documento di 79 Paesi in difesa > della Corte penale internazionale sotto sanzioni; blocca, con la Germania, la > sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele nonostante la palese > violazione della clausola del rispetto dei diritti umani; rinnova il > memorandum di intesa Italia- Israele. > > Una scelta di campo ben precisa che si traduce in una complicità nel genocidio > tanto che pende avanti alla Corte penale internazionale una denuncia di 51 > giuristi perché sia accertata la responsabilità del governo italiano. > > — > > In questo contesto di diffusa complicità anche il singolo individuo – a > maggior ragione se palestinese – ha il diritto/dovere di chiamarsi fuori, > solidarizzando e sostenendo il popolo palestinese nella sua sofferta > resistenza quotidiana, contribuendo concretamente a ridurre le conseguenze del > genocidio in corso. > > Per queste inoppugnabili ragioni, siamo inoltre a denunciare le condizioni > disumane in cui sono tenuti nelle carceri israeliane decine di migliaia di > prigionieri e detenuti palestinesi, sottoposti a torture e a stupri e lasciati > morire semplicemente perché hanno fatto il loro dovere, come il medico > pediatra Hussam Abu Safiya, ridotto in fin di vita, o come il leader Marwan > Barghouti. > > Per queste inoppugnabili ragioni, esprimiamo la nostra piena solidarietà ai > detenuti palestinesi in Italia, incriminati per la loro attività di aiuto e > sostegno alle famiglie palestinesi a Gaza e Cisgiordania, cui hanno concorso > organizzazioni di volontariato e persone singole, tra le quali molte che > firmano questa lettera. > > Per queste inoppugnabili ragioni, esprimiamo la nostra vicinanza fraterna e la > nostra solidarietà ai rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in > Italia (A.P.I.) e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo > Palestinese (A.B.S.P.P.): Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly (di > quest’ultimo in condizioni di salute precaria non si hanno più notizie nel > trasferimento dalla Calabria in un carcere della Sardegna), Ryiad Albustanji, > nonché Anan Yaeesh e Ahmad Salem. > > Benemeriti quali sono, non possono e non debbono essere incriminati e sbattuti > in carcere. > > È come vivere in un mondo alla rovescia: sono trattate da criminali le persone > solidali col proprio popolo, le persone che si battono per la difesa, il > rispetto e l’attuazione dei diritti umani e del diritto internazionale, > sistematicamente violati da Israele e dagli Stati suoi alleati e sostenitori. > > Noi, questo mondo alla rovescia lo ripudiamo e affermiamo che se la > solidarietà e la resistenza per l’autodeterminazione e la libertà dei popoli, > e del popolo palestinese in particolare, diventano un crimine anche noi siamo > incriminabili e ci sottoponiamo al giudizio, per la verità e la giustizia. Il testo della dichiarazione Se la solidarietà è un crimine siamo incriminabili è qui disponibile in file pdf. «Chi firma la dichiarazione – precisano i promotori dell’iniziativa – può integrarla con un suo pensiero, una sua opinione e una sua proposta finalizzate a rafforzare, nel nostro Paese e nel mondo, le resistenze di “restare umani”, per il disarmo e la pace, per i diritti umani e il diritto internazionale, per la giustizia sociale e ambientale». Le firme vengono raccolte da oggi, 15 luglio 2026. Si sono già aggiunte quelle di centinaia persone e, in risposta alla sollecitazione di Ugo Giannangeli e Giuseppe Natale, è stata presentata la richiesta di integrare il documento con la denuncia dell’ingiusto trattamento inflitto a 5 giovani tra i 16 e i 18 anni partecipanti a una manifestazione svolta nell’ambito della mobilitazione nazionale in solidarietà con il popolo palestinese. A settembre il documento e le osservazioni, le analisi e le proposte nel frattempo pervenute verranno presentati in iniziative che saranno coordinate insieme ai promotori. Le adesioni (nome, cognome, comune di residenza e/o domicilio) vanno inviate a: 80moliberazpropalestinapropace@gmail.com Redazione Italia
July 15, 2026
Pressenza
Democrazia residuale
L’aspetto più pericoloso dell’emendamento Bignami non è l’invenzione di un nuovo trucco, ma il tentativo di legalizzare e rendere permanente una patologia che sta già divorando la democrazia italiana da oltre vent’anni. Il Parlamento attuale è un’assemblea di nominati, un corpo estraneo al Paese reale, alla rappresentatività, plasmato dal cinismo del Rosatellum e dei suoi disastrosi predecessori. Ma mentre l’opinione pubblica percepisce giustamente questo declino come una stortura da correggere, la proposta di Fratelli d’Italia puntava a trasformare la patologia in sistema, istituzionalizzando l’esproprio della sovranità popolare, invece di restituire ai cittadini il diritto costituzionale di scegliere i propri rappresentanti. Avrebbe legalmente blindato e istituzionalizzato l’esistenza di una stirpe (già) “eletta”. L’introduzione delle preferenze solo “dal secondo nome in giù” non sarebbe stata una concessione alla democrazia, ma una foglia di fico per poter dire: “Il popolo ora sceglie”, mentre i seggi sicuri restavano di proprietà delle segreterie. Questo meccanismo avrebbe spaccato il Parlamento in due: da una parte l’aristocrazia dei nominati, dall’altra la manovalanza, i numeri. I primi avrebbero esercitato il mandato nel nome del capo, mentre gli altri, agognando conferme, li avrebbero solo stupidamente seguiti. Normalizzare tale sistema avrebbe significato cancellare la possibilità  stessa di invertire la tendenza al sacrificio della rappresentanza. La bocciatura alla Camera, anche se per un solo voto, ha per ora fermato la mano bieca di chi voleva codificare la sottomissione degli eletti e l’inutilità degli elettori, ma il pericolo resta ed è il tentativo di trasformare un abuso consolidato nella regola definitiva della Repubblica.     Gregorio De Falco
July 15, 2026
Pressenza
La storia dell’archivio del G8. Che non si trova a Genova ma a Bologna, accolto dal Vag61
Lo spazio autogestito nel quartiere Cirenaica ha salvato l’immenso archivio del controvertice del 2001, che ha dovuto cambiare Regione per il disinteresse delle istituzioni. Centinaia di documenti, fotografie e video, fondamentali anche nei processi, sono custoditi dal febbraio 2021 nel Centro doc intitolato a Francesco Lorusso e Carlo Giuliani. Non è un semplice magazzino ma un luogo che incrocia il lavoro storico, la ricerca e la costruzione del conflitto_ “Non sono passati due anni dal G8 di Genova ma venticinque. Ci sono stati dei processi che hanno accertato una verità, per quanto parziale, che fa parte della nostra storia. E questa storia ci dice che Genova non ha voluto accogliere l’archivio del G8 che ora si trova a Bologna”. Per più di dieci anni il documentarista Carlo Bachschmidt ha raccolto insieme ai volontari della Segreteria legale del Genoa social forum articoli, documenti e testimonianze utili alla difesa dei manifestanti coinvolti nei processi sulle giornate di luglio 2001: 310 faldoni contenenti gli atti dei processi -quello contro i manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, quelli per i fatti della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto- una rassegna stampa composta da 6.275 articoli di giornale e ore e ore di materiale audiovisivo. Un patrimonio enorme che, terminati i processi e dopo i tentativi falliti con il Comune e l’Università di trovargli una sistemazione, nel 2021 è stato trasferito a Bologna. Oggi la memoria di Genova è custodita tra gli scaffali del Vag61, da più di vent’anni un riferimento della cultura indipendente bolognese. Nel cuore del quartiere Cirenaica, in quella stessa via Paolo Fabbri che Francesco Guccini cantava negli anni Settanta, il Vag61 porta avanti progetti di cooperazione sociale guidati dai principi del mutualismo e dell’autogestione. Ha ospitato eventi in collaborazione con Mediterranean saving humans, ha dato vita al portale di informazione Zeroincondotta e ha creato il Centro di documentazione dei movimenti Lorusso-Giuliani, dove cinque anni fa sono confluiti i materiali relativi a Genova. “Il Centro doc esiste dal 2004 e lo abbiamo dedicato a due ragazzi entrambi uccisi in manifestazioni di piazza”, spiega Valerio Monteventi, attivista del Vag61 e volto storico della militanza bolognese. “Francesco Lorusso è stato ucciso da un carabiniere durante una manifestazione studentesca a Bologna, nel 1977, Carlo Giuliani durante il controvertice di Genova nel 2001. Seppur siano due momenti distanti tra loro, c’è una continuità nelle forme e nei contenuti di quelle lotte. Io -continua Monteventi, con la lucidità di chi ha vissuto le stagioni più calde dell’Italia repubblicana- ero un adolescente nel 1968, un ragazzo nel 1977 e un uomo nel 2001. Chi come me è stato testimone di quei momenti non era soddisfatto del modo in cui i media raccontavano le proteste, con descrizioni banali e strumentali. Così abbiamo iniziato a raccogliere volantini, fanzine, riviste pubblicate dalla fine degli anni Sessanta in poi, per restituire la ricchezza culturale di quegli anni”. Da questa raccolta, iniziata casa per casa, è nato il Centro doc, “che non è un archivio -specifica Monteventi- perché non è stato pensato come un museo della resistenza movimentista ma come una struttura viva, dove la trasmissione della memoria serva a rafforzare il presente. Dopo tutti questi anni -conclude- sono ancora convinto che si possa fare politica senza avere un partito alle spalle”. A ricostruire il viaggio delle testimonianze di Genova, prima del loro arrivo al Vag, è Nicola Pezzi che ogni martedì sera si ritrova insieme ai volontari e ai tirocinanti dell’Università di Bologna per continuare la digitalizzazione avviata dalla Segreteria legale. “Siamo stati contattati da Bachschmidt in pieno lockdown -racconta Pezzi con alle spalle una parte dei 300 faldoni blu che contengono le copie degli atti processuali-. Ci conosciamo perché qui ogni anno ospitiamo iniziative su Genova. Dopo la chiusura dei processi, nel 2012, l’attenzione era calata e lui era rimasto solo ad occuparsi dell’archivio. Ha continuato per qualche anno ma quando il contratto di locazione dell’ufficio è scaduto, si è rivolto alle istituzioni genovesi. Di fronte al loro disinteresse, su consiglio di Heidi Giuliani, che ci aveva affidato la documentazione relativa all’uccisione del figlio Carlo, si è rivolto a noi. Così nel febbraio del 2021 siamo andati a prelevare il materiale a Genova”. Nei faldoni c’è il lavoro di avvocati e volontari che negli anni hanno analizzato migliaia di video, fotografie e comunicazioni radio per prepararsi alle udienze dei processi. Il G8 di Genova, infatti, è stata la prima grande manifestazione in Italia ad essere ripresa da ogni lato e questo ha prodotto una quantità sterminata di materiale che è stata utilizzato, prima, per identificare parte dei manifestanti e accusarli di aver “devastato” la città; dopo, per smentire le ricostruzioni ufficiali e dimostrare l’uso ingiustificato e sproporzionato della forza da parte delle autorità. Questo ha reso possibile anche l’accertamento giudiziario dei pestaggi nella scuola Diaz e delle violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto. “La scannerizzazione degli atti dei processi è un lavoro lungo ma necessario -continua Pezzi-. Su internet mettiamo solo gli indici perché ci teniamo al rapporto con le persone. Genova ci permette di fare dei ragionamenti sul presente e questo è il senso di un archivio militante. Tutto quello che conserviamo qua è una base per le lotte attuali”. Il movimento del Sessantotto, quello del Settantasette, il processo del 7 aprile 1979 contro i vertici dell’Autonomia operaia, il fondo del poeta Roberto Roversi e la stagione dei Social forum conclusasi con Genova: il patrimonio custodito tra le pareti del Vag61 è immenso e attraversa mezzo secolo di storia. “Dal 2021 sono passati da qui 94 studenti, anche dall’estero. Ne sono venuti fuori -racconta Pezzi con orgoglio- molti lavori di tesi. Abbiamo ospitato una compagnia teatrale francese, fatto laboratori con le scuole e siamo finiti in un podcast sul ventennale di Genova”. Tante soddisfazioni che, però, non hanno destato grande attenzione a livello istituzionale. “Nel 2015 la Soprintendenza dei beni archivistici dell’Emilia-Romagna, che è un organo di Stato, ha riconosciuto il valore storico dell’archivio ma è un atto puramente simbolico. Dal Comune di Bologna non è arrivato nulla”. Nemmeno quando si è arricchito del materiale arrivato da Genova. Anche Carlo Bachschmidt, che negli anni si è interfacciato più volte con le autorità del capoluogo ligure, si è interrogato su questo silenzio: “Io non cercavo un semplice magazzino dove lasciare il materiale -spiega- ma un soggetto che finanziasse un lavoro storico. Se questo progetto dell’archivio non è andato in porto è perché, da una parte, noi del movimento non abbiamo trovato una sintesi delle nostre posizioni; dall’altra però il Comune ha lasciato cadere la questione. In realtà l’allora direttrice dell’archivio di Genova si era interessata ma il problema non era tecnico, bensì politico: una volontà dell’amministrazione non di rifiutare il progetto ma di disinteressarsene. A quel punto, dopo anni, ero stanco di ribadire che quello era un pezzo della storia di Genova. Così mi sono rivolto ai bolognesi”. una delle tavole del fumetto di Christian Mirra Quel lavoro di memoria, oggi, lo porta avanti il Vag61, nella convinzione che i temi delle piazze di Genova siano ancora attuali: la privatizzazione della sanità, la precarietà lavorativa, la denuncia di un mondo in cui le merci circolano liberamente mentre si innalzano muri contro le persone. Gestito interamente dal basso, il fondo “Lorusso-Giuliani” permette di studiare i fatti di Genova a partire dalla verità scritta delle sentenze, e interrogarsi su ciò che di questa verità rimane fuori. L’archivio custodisce anche la documentazione relativa all’omicidio di Carlo Giuliani, avvenuto il 20 luglio 2001, per il quale non c’è mai stato nessun processo. “L’accusa è stata archiviata -spiega Monteventi- perché il carabiniere che sparò, Mario Placanica, fu prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi. Allo stesso modo, il collega che nel 1977 uccise Francesco Lorusso, fu protetto dalla Legge Reale del 1975. Oggi questa legge è ancora in vigore, anzi è stata inasprita dall’ultimo “Decreto sicurezza”. Il problema è che lo Stato, a prescindere dai governi, continua ad affrontare la conflittualità sociale con una logica emergenziale e del nemico, sia esso un militante o un migrante”. altreconomia
July 15, 2026
Pressenza