Erri De Luca ignora volutamente cosa sia il sionismoIl 25 maggio 2026, mentre i morti certificati a Gaza superano i 70 mila, mentre
la realtà stessa e la Corte Internazionale di Giustizia parlano di “genocidio”,
lo scrittore Erri De Luca ha rilasciato un’intervista a Israel Hayom — il
quotidiano fondato dal miliardario trumpiano Sheldon Adelson come strumento di
supporto a Netanyahu — in cui si dichiara “sionista” e dice che definire
“genocidio” quello che accade a Gaza è “una distorsione storica e verbale” (qui
una traduzione dell’intervista a De Luca).
Dopo i numerosissimi commenti critici sui social, Erri De Luca è tornato a
chiarire la sua posizione, via Facebook: “Ritorno su una parola infelice. Oggi
sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto
recuperare il senso originale del termine. Sionista è chi riconosce lo Stato di
Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno
palestinese e uno israeliano, è per me sionista. Chi sostiene l’eliminazione
d’Israele dalla carta geografica è antisionista.”
Una definizione così larga da svuotare la parola di ogni contenuto storico e da
renderla accettabile a chiunque.
Dalle dichiarazioni, Erri De Luca dimostra non solo di non conoscere la storia,
ma di non conoscere nemmeno il significato del termine “sionismo” e di
continuare a perseverare nella sua ignoranza narrativa, tentando di
risignificare in modo autoreferenziale e personalistico un termine (vedasi: “… è
per me sionista”) che ha già la sua definizione. Il fatto che lui non lo conosca
(o lo voglia volutamente manipolare e distorcerne il significato) non significa
che per il restante della popolazione informata, cosciente e che si occupa di
Palestina, il significato della parola “sionismo” non sia chiaro.
Sebbene nasca in realtà nel 1600, il sionismo si concretizza come ideologia
politica nazionalistica nel 1800, nata dall’ebreo ateo Theodor Herzl, il cui
fine è la costruzione artificiale del “popolo ebraico” (leggasi “L’invenzione
del popolo ebraico” di Shlomo Sand) e l’affermazione del suo presunto diritto
all’autodeterminazione del “popolo ebraico” e il supporto alla formazione di uno
“Stato ebraico” in qualsiasi parte del mondo. Originariamente le zone in cui si
voleva far nascere lo Stato ebraico sono state molteplici: Argentina, Uganda,
Madagascar ed altre ancora.
Solo alla fine si è pensato alla Palestina come “terra ideale”, riesumando la
diaspora ebraica del 70 d.C. e rifacendosi alle citazioni del Tanakh e della
Bibbia, che parlano di “Terra di Israele” come la “Terra Promessa”. Il sionismo
ha piegato il messaggio ebraico della “terra promessa” ai suoi fini, in quanto
per gli ebrei si sarebbe potuto tornare alla “terra promessa” solo con la venuta
del Messiah, cosa che gli ebrei stanno ancora aspettando. La retorica della
“terra promessa” ha giustificato la creazione dell’Entità sionista d’Israele
attraverso la colonizzazione della Palestina storica, tentando, almeno a partire
dagli anni 1930, di ottenerne un territorio il più esteso possibile e di ridurre
al minimo la presenza di arabi palestinesi al suo interno.
Dopo la pubblicazione del saggio Der Judenstaat (lo Stato ebraico) all’inizio
del 1896, Theodore Herzl fece seguire il Primo Congresso Sionista, che si tenne
a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento
permanente. Il Programma di Basilea affermò che «il sionismo si sforza di
ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in
Palestina». I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo
comprendevano l’incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina,
l’unificazione e l’organizzazione di tutte le comunità ebraiche, il
rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale e iniziative per
assicurarsi l’appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del
sionismo.
Il sionismo ha avuto il via libera grazie alla Dichiarazione Balfour del 1917,
un documento ufficiale della politica del governo britannico in merito alla
spartizione dell’Impero ottomano da realizzarsi all’indomani della prima guerra
mondiale, in cui l’allora ministro degli esteri del Regno Unito Arthur Balfour
(ultraconservatore, massone e dichiarato antisemita) scriveva a Lord Rothschild
(inteso, quest’ultimo, come principale rappresentante della comunità ebraica del
Regno Unito e referente del movimento sionista) che il governo del Regno Unito
guardava con favore alla creazione di una “dimora nazionale per il popolo
ebraico” in Palestina, allora ancora parte dell’Impero ottomano. Le motivazioni
di tale dichiarazione non erano filantropiche né tantomeno filo-ebraiche, ma
anzi erano viste come l’occasione per Balfour, dichiaratamente antisemita, di
sbarazzarsi degli ebrei inglesi, dando inizio a migrazioni più o meno
volontarie.
La colonizzazione della Palestina è stata permessa, in modo massiccio, proprio
dagli Accordi di Haavara tra Germania nazista ed ebrei tedeschi sionisti firmato
il 25 agosto 1933. L’accordo venne definito dopo tre mesi di colloqui dalla
Federazione sionista tedesca, dalla Banca anglo-palestinese (sotto la direttiva
dell’Agenzia ebraica) e dalle autorità economiche della Germania nazista. Fu un
fattore importante nel rendere possibile la migrazione di circa 60.000 ebrei
tedeschi in Palestina tra il 1933 ed il 1939. Anche qui l’obiettivo non era
filantropico, ma era connotato da profondo antisemitismo: le organizzazioni
sioniste d’estrema destra tedesche erano simpatizzanti del Fuhrer e il loro
obiettivo dichiarato era perseguire l’obiettivo degli Accordi di Haavara, ovvero
quello di spingere gli ebrei tedeschi, attraverso una propaganda idilliaca sulle
possibilità di lavoro in Palestina, a migrare forzatamente in Palestina. Non a
caso, se le organizzazioni ebraiche e giovanili di sinistra vennero messe
fuorilegge dal Terzo Reich, le organizzazioni sioniste d’estrema destra
appoggiarono il Reich e godettero del suo appoggio fino a quando non caddero
vittime delle leggi razziali del 1935. Anche se poi, molti di loro diventarono
collaborazionisti del Reich, come racconta molto bene Hannah Arendt nel suo
capolavoro “La banalità del male”.
Il sostegno al sionismo crebbe in particolare nel secondo dopoguerra,
successivamente all’Olocausto e allo scadere del mandato britannico della
Palestina: ciò portò condizioni più favorevoli per una dichiarazione
d’indipendenza israeliana. La nascita dello Stato di Israele nel 1948 si fonda
sulla nakba, ovvero la strage di palestinesi che diede origine a quello che lo
storica israeliano Ilan Pappè chiama “genocidio incrementale” dal 1948 ad oggi,
sfociato nell’escalation militare israeliana genocidiaria a Gaza del 2023.
Il sionismo è un fenomeno che, per quanto si inserisca nei nazionalismi
ottocenteschi, si concretizza come colonialismo d’insediamento caratterizzato da
profondi sentimenti di anti-arabismo, etnocentrismo e suprematismo bianco.
Per questi motivi, e per le sue radici ideologiche nazionaliste, il sionismo ha
spaccato il mondo ebraico. Sionismo ed ebraismo sono due concetti diversi e, per
quanto il sionismo si serva dell’ebraismo per giustificare se stesso, è ben
diverso e distinto da esso. Moltissimi sono gli ebrei che si sono sempre
dichiarati antisionisti ed hanno percepito il sionismo come un male per gli
ebrei nel mondo. La stessa Hannah Arendt lo afferma.
Questo è il sionismo, ovvero questa è la sua storia e questo è il suo
presupposto, che esso sia di stampo religioso, messianico, revisionista (che poi
è quello veramente maggioritario e simpatizzante con il fascismo storico) o
liberale (alla Rabin).
C’è chi continua a parlare del “sionismo buono”, quello dei famigerati kibbutz,
che sarebbero delle idilliache ed edeniche comuni di stampo socialista: si
tratta di una bufala. I kibbutz sono sorti su territori occupati, strappati ai
palestinesi, che ben poco avevano di socialista. Sarebbe interessante invece
collocarli nelle forme di comunitarismo e di rossobrunismo ante-litteram, ben
diverso dagli ideali socialisti e di liberazione nazionale che hanno
caratterizzato la storia di tutto il Novecento. Per il resto, i “sionisti buoni”
liberali, alla Rabin, e laburisti (non a cosa la derivazione è inglese), alla
Golda Meir, sono tutto fuorchè “buoni”. Sono stati parte integrante di quelli
che hanno spianato la strade all’estrema destra sionista di Netanyahu, perchè la
gente, alla copia, preferisce sempre l’originale: meglio un fascista originale
che una copia di fascista.
Questo è ciò che è il sionismo, e non significa credere nella soluzione
binazionale, né tantomeno nei falliti Accordi di Oslo, che hanno sostanzialmente
aperto alla colonizzazione a macchia di leopardo della Cisgiordania fino ad
oggi, visto che Israele li ha sempre violati in modo sistematico.
In tutto ciò Israele non è “l’unica democrazia in Medioriente”, ma un tentativo
di occidentalizzare il Medioriente (meglio definita come Asia Occidentale)
attraverso l’unica etnocrazia al mondo priva di Costituzione, fondata sul teocon
e che non possiede nemmeno confini precisi.
Quando si parla dei “confine del 1967” solitamente si fa riferimento alla
Risoluzione 181 dell’ONU come se avesse disposto la spartizione della Palestina.
In realtà si tratta di un errore storico, giuridico e geografico: la Risoluzione
181 dell’Onu non dispone nessuna partizione e non ha nemmeno raccomandato quel
confine anche perché, giuridicamente, Israele non ha confini. I cosiddetti
“confini pre-5 giugno 1967” non sono altro che la linea dell’armistizio con cui
è avvenuta l’acquisizione giuridicamente inaccettabile del 78% dei territori
palestinesi (non del 56%, come “disponeva” la risoluzione ONU) su cui ad oggi
non vige alcun trattato di pace. La retorica erronea e vergognosa dei “confini
del 1967” è solo un favore gratuito ad Israele che gli permette di perseverare
nell’occupazione coloniale di terre non sue.
Israele non ha confini, se non nei suoi progetti e nelle sue mappe coloniali
risalenti a ben prima del 29 novembre 1947, ovvero con il Piano Dalet: il piano
bellico stabilito dal movimento terrorista sionista d’estrema destra Haganah nel
marzo 1948, stilato da Israël Ber e Moshe Pasternak, sotto la supervisione del
capo delle operazioni dell’Haganah Yigael Yadin durante la guerra
arabo-israeliana del 1948, con il fine di inglobare tutta la Palestina storica
con parti di Siria, Giordania, Libano oltre all’intera Terra di Canaan.
Israele non ha confini, se non quelli previsti dal Piano Yinon (ideato e scritto
da Odeon Yinon nel 1982), che prevede una “grande Israele” creata un giorno
dalla distruzione delle nazioni arabe oggi percepite come minacce per Israele.
Il piano prevedeva di rovesciare i governi arabi esistenti, lasciandosi alle
spalle sette caotiche e contrapposte di enclave musulmane facilmente
conquistabili, che avrebbero, di fatto, giustificato una “grande Israele”
dominante dal Mar Mediterraneo attraverso i fiumi Tigri ed Eufrate. Il Piano
Yinon era pensato come una campagna sistematica per minare, dividere e
distruggere con ogni mezzo necessario le diverse nazioni arabe per consentire a
Israele di progredire senza ostacoli, con il sostegno esterno delle correnti
sioniste nei movimenti neoconservatori americani e fondamentalisti cristiani.
Israele e i suoi governi stanno attuando con enormi successi ciò che sono questi
obiettivi. Con l’attuale “soluzione finale” a Gaza sembra che Netanyahu abbia
tratto ispirazione dal Piano D e dal Piano Yinon e che li stia mettendo in atto
sotto mentite spoglie.
Tutti sanno cosa è il sionismo, se Erri De Luca non l’ha ancora capito o finge
di non averlo capito, per di più negando il genocidio in atto a Gaza e la
repressione sistematica in Cisgiordania, è problema ESCLUSIVAMENTE suo. Il tutto
aggravato dal fatto che persiste nel suo negare il genocidio in atto a Gaza.
Quindi lui non ha diritto ad aprire nessun dibattito: lui o non conosce o
volutamente ignora una fetta di storia e continua a perseverare in questo. Non è
“sionista chi sostiene la soluzione a due Stati”, ma è sionista chi sostiene il
sionismo come ideale nazionalistico e come colonialismo di insediamento; come
colonizzazione ed “occupazione belligerante” (come riconosciuta dall’ONU) della
Palestina e delle alture del Golan con l’obiettivo della “grande Israele”; come
repressione, violenza sistematica, apartheid razzista e coloniale nei confronti
del popolo palestinese e delle minoranza non-bianche che Israele marginalizza; e
come militarizzazione forzata e repressiva delle terre palestinesi. Chi
collabora e sostiene tale sistema è complice di una violazione inaudita dei
diritti umani, oltre a violare il diritto all’autodeterminazione del popolo
palestinese.
Le parole di Erri De Luca, oltre a generare ulteriore confusione, rischiano di
riaprire un dibattito inutile e sterile con l’obiettivo di riscrivere la storia
con altre parole e definizioni: cosa che a lui piace molto.
Se lui ha delle difficoltà a comprendere cosa sia o non vuole accettare che il
sionismo sia un’altra cosa rispetto a quello che sostiene, deve informarsi o
semplicemente stare in silenzio e non continuare a lanciare frecce nella
speranza che qualcuno lo ri-citi e gli dia corda. Questo fa lui ed é
disdicevole.
Erri De Luca deve decidersi, o è sionista, o è per la soluzione binazionale
(cosa ormai superata anche nei movimenti in solidarietà con la Palestina), o
dichiararsi contro il genocidio, o continuare a fare lo “scemo di guerra”.
Se vuole uscire dal suo stato di minorità, per citare Kant, potremmo aprire un
dibattito, altrimenti ogni suo contributo è vano.
Ulteriori informazioni sul sionista Erri De Luca:
> Il paralogismo di Erri De Luca
> Le parole di Erri De Luca hanno un peso determinante?
> Erri De Luca a Gerusalemme
Lorenzo Poli