A Roma presidio di denuncia e solidarietà con gli attivisti della flotilla

Pressenza - Thursday, May 21, 2026

Dalle banchine militarizzate di Ashdod alle piazze bagnate della capitale, il filo rosso che unisce la resistenza non si spezza sotto i colpi della pirateria di Stato. L’assalto dei militari israeliani in acque internazionali contro la flottiglia umanitaria internazionale non è solo un atto di guerra contro la solidarietà, ma anche la dimostrazione plastica di un sistema coloniale all’ultimo stadio, che ha paura persino di imbarcazioni cariche di aiuti umanitari e sguardi umani. Questa volta le forze israeliane non si sono fermate alle intimidazioni: i militari hanno sparato direttamente contro le navi della Global Sumud Flotilla prima di abbordarle, un atto di violenza inaudita nel bel mezzo del Mediterraneo.

Le immagini apparse ieri sugli schermi delle televisioni israeliane – a partire dai network di propaganda – e sui canali social del ministro Itamar Ben-Gvir evocano i fantasmi più cupi di Guantanamo e Abu Ghraib. Gli attivisti internazionali, uomini e donne, giovani e anziani, vengono mostrati in tv costretti per ore in ginocchio sulla pavimentazione del porto, con le mani legate dietro la schiena e la testa bassa. Intorno a loro, la coreografia grottesca del potere ripresa dalle telecamere: il ministro che sventola la bandiera dell’occupazione, gli altoparlanti che diffondono l’inno Hatikvah per spezzare la resistenza psicologica dei rapiti e i colleghi di governo che marchiano come “terrorista” chiunque rifiuti di girare la testa dall’altra parte di fronte al genocidio a Gaza.

Ma i corpi si possono incatenare, la dignità no. Il silenzio coatto imposto dai militari dell’IDF e registrato dai media di regime è stato squarciato dal coraggioso grido di una donna che, a un millimetro dal naso di Ben-Gvir, gli ha sputato in faccia la verità che più temono: “FREE PALESTINE!”. Un secondo dopo era a terra, travolta dagli sgherri del dispositivo di sicurezza, ma quel grido ha bucato la censura ed è già arrivato nelle nostre piazze.

Mentre i palazzi della politica si trincerano dietro i consueti equilibrismi diplomatici, i motori della giustizia a Piazzale Clodio hanno iniziato a girare di fronte a una barbarie impossibile da ignorare. Il pool investigativo guidato dal procuratore capo Francesco Lo Voi, con la procuratrice aggiunta Lucia Lotti e il pm Stefano Opilio, ha aperto un fascicolo contro ignoti con accuse pesantissime: sequestro di persona, rapina, danneggiamento con pericolo di naufragio e soprattutto l’infame crimine di tortura.

L’inchiesta, che affonda le radici nelle denunce presentate lo scorso ottobre da 36 attivisti italiani, si muove ora verso la rogatoria internazionale da recapitare a Tel Aviv per pretendere i nomi dei responsabili e i presupposti giuridici del sequestro in acque internazionali. Un atto dovuto, certo, ma destinato a infrangersi contro il prevedibile muro di gomma delle autorità israeliane.

Eppure, lo scenario investigativo vanta oggi un elemento di rottura dirompente. Il video diffuso trionfalmente sui social dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir si configura come una vera e propria confessione pubblica, una rivendicazione che solleva gli inquirenti romani dall’onere di identificare i carnefici. Il meccanismo giudiziario è pronto a scattare non appena i legali degli attivisti depositeranno il nuovo esposto. Con il coinvolgimento diretto di cittadini italiani, la Procura di Roma blinda la propria giurisdizione e punterà i riflettori dritti sul ministro israeliano. La conclusione politica, leggendo le carte di Piazzale Clodio, è inevitabile: qualunque accordo con Tel Aviv significa oggi stringere la mano a un apparato istituzionale formalmente sotto indagine per tortura di Stato.

La risposta della Roma solidale non si è fatta attendere, inserendosi in un clima di forte scontro sociale. Lunedì 18 maggio, infatti, quando nel pomeriggio si è diffusa la drammatica notizia dei primi assalti israeliani in acque internazionali, la rabbia dei lavoratori che avevano aderito allo sciopero generale indetto dalla USB e che erano scesi in piazza si è saldata immediatamente con quella dei movimenti di solidarietà, dando vita nella serata a un corteo improvvisato che da Piazza dei Cinquecento ha attraversato il centro della città fino a raggiungere Piazza San Giovanni, anticipando la successiva e altrettanto partecipata mobilitazione dei giorni seguenti.

Ieri, mercoledì 20 maggio, sotto una pioggia battente, centinaia di corpi, bandiere palestinesi, kefiah e cartelli hanno poi riempito lo slargo antistante Montecitorio, trasformando il grigiore del perimetro parlamentare in una cassa di risonanza della rabbia popolare. Le lacrime di coccodrillo del governo Meloni sono state rispedite al mittente con disprezzo. Dal megafono dei movimenti studenteschi e delle realtà di base la richiesta è risuonata limpida e senza sconti: tre anni di passerelle non valgono una sola azione concreta, l’unica parola d’ordine accettabile è l’embargo totale e immediato sulla vendita di armi a Tel Aviv e l’interruzione di ogni accordo commerciale, accademico e militare.

La piazza lo ha gridato chiaramente: viviamo in un Paese governato da un’ipocrisia criminale. Se un altro Paese avesse sparato contro navi civili in acque internazionali, trattenuto cittadini italiani e operatori umanitari e li avesse poi esposti pubblicamente, l’opinione pubblica probabilmente avrebbe parlato di un grave incidente internazionale. Nel caso di Israele, invece, la reazione politica e diplomatica è più cauta e non sempre coerente con la gravità delle contestazioni sollevate.

La mobilitazione davanti alla Camera rappresenta un momento di attenzione pubblica su quanto accaduto e sulla condizione degli attivisti coinvolti nella spedizione definita umanitaria. Resta ferma la richiesta di chiarimento sulla sorte delle persone fermate e sulla loro immediata liberazione. Più in generale, si ribadisce la necessità di porre fine alle violazioni del diritto internazionale e di adottare misure politiche e diplomatiche adeguate, incluse eventuali sanzioni. Perché la solidarietà verso il popolo palestinese non è un astratto principio diplomatico, ma carne, sangue e resistenza: un fuoco vivo che nessuna pioggia e nessun sopruso in mezzo al mare potrà mai spegnere.

Giovanni Barbera