A Roma presidio di denuncia e solidarietà con gli attivisti della flotillaDalle banchine militarizzate di Ashdod alle piazze bagnate della capitale, il
filo rosso che unisce la resistenza non si spezza sotto i colpi della pirateria
di Stato. L’assalto dei militari israeliani in acque internazionali contro la
flottiglia umanitaria internazionale non è solo un atto di guerra contro la
solidarietà, ma anche la dimostrazione plastica di un sistema coloniale
all’ultimo stadio, che ha paura persino di imbarcazioni cariche di aiuti
umanitari e sguardi umani. Questa volta le forze israeliane non si sono fermate
alle intimidazioni: i militari hanno sparato direttamente contro le navi della
Global Sumud Flotilla prima di abbordarle, un atto di violenza inaudita nel bel
mezzo del Mediterraneo.
Le immagini apparse ieri sugli schermi delle televisioni israeliane – a partire
dai network di propaganda – e sui canali social del ministro Itamar Ben-Gvir
evocano i fantasmi più cupi di Guantanamo e Abu Ghraib. Gli attivisti
internazionali, uomini e donne, giovani e anziani, vengono mostrati in tv
costretti per ore in ginocchio sulla pavimentazione del porto, con le mani
legate dietro la schiena e la testa bassa. Intorno a loro, la coreografia
grottesca del potere ripresa dalle telecamere: il ministro che sventola la
bandiera dell’occupazione, gli altoparlanti che diffondono l’inno Hatikvah per
spezzare la resistenza psicologica dei rapiti e i colleghi di governo che
marchiano come “terrorista” chiunque rifiuti di girare la testa dall’altra parte
di fronte al genocidio a Gaza.
Ma i corpi si possono incatenare, la dignità no. Il silenzio coatto imposto dai
militari dell’IDF e registrato dai media di regime è stato squarciato dal
coraggioso grido di una donna che, a un millimetro dal naso di Ben-Gvir, gli ha
sputato in faccia la verità che più temono: “FREE PALESTINE!”. Un secondo dopo
era a terra, travolta dagli sgherri del dispositivo di sicurezza, ma quel grido
ha bucato la censura ed è già arrivato nelle nostre piazze.
Mentre i palazzi della politica si trincerano dietro i consueti equilibrismi
diplomatici, i motori della giustizia a Piazzale Clodio hanno iniziato a girare
di fronte a una barbarie impossibile da ignorare. Il pool investigativo guidato
dal procuratore capo Francesco Lo Voi, con la procuratrice aggiunta Lucia Lotti
e il pm Stefano Opilio, ha aperto un fascicolo contro ignoti con accuse
pesantissime: sequestro di persona, rapina, danneggiamento con pericolo di
naufragio e soprattutto l’infame crimine di tortura.
L’inchiesta, che affonda le radici nelle denunce presentate lo scorso ottobre da
36 attivisti italiani, si muove ora verso la rogatoria internazionale da
recapitare a Tel Aviv per pretendere i nomi dei responsabili e i presupposti
giuridici del sequestro in acque internazionali. Un atto dovuto, certo, ma
destinato a infrangersi contro il prevedibile muro di gomma delle autorità
israeliane.
Eppure, lo scenario investigativo vanta oggi un elemento di rottura dirompente.
Il video diffuso trionfalmente sui social dal Ministro della Sicurezza Nazionale
Itamar Ben-Gvir si configura come una vera e propria confessione pubblica, una
rivendicazione che solleva gli inquirenti romani dall’onere di identificare i
carnefici. Il meccanismo giudiziario è pronto a scattare non appena i legali
degli attivisti depositeranno il nuovo esposto. Con il coinvolgimento diretto di
cittadini italiani, la Procura di Roma blinda la propria giurisdizione e punterà
i riflettori dritti sul ministro israeliano. La conclusione politica, leggendo
le carte di Piazzale Clodio, è inevitabile: qualunque accordo con Tel Aviv
significa oggi stringere la mano a un apparato istituzionale formalmente sotto
indagine per tortura di Stato.
La risposta della Roma solidale non si è fatta attendere, inserendosi in un
clima di forte scontro sociale. Lunedì 18 maggio, infatti, quando nel pomeriggio
si è diffusa la drammatica notizia dei primi assalti israeliani in acque
internazionali, la rabbia dei lavoratori che avevano aderito allo sciopero
generale indetto dalla USB e che erano scesi in piazza si è saldata
immediatamente con quella dei movimenti di solidarietà, dando vita nella serata
a un corteo improvvisato che da Piazza dei Cinquecento ha attraversato il centro
della città fino a raggiungere Piazza San Giovanni, anticipando la successiva e
altrettanto partecipata mobilitazione dei giorni seguenti.
Ieri, mercoledì 20 maggio, sotto una pioggia battente, centinaia di corpi,
bandiere palestinesi, kefiah e cartelli hanno poi riempito lo slargo antistante
Montecitorio, trasformando il grigiore del perimetro parlamentare in una cassa
di risonanza della rabbia popolare. Le lacrime di coccodrillo del governo Meloni
sono state rispedite al mittente con disprezzo. Dal megafono dei movimenti
studenteschi e delle realtà di base la richiesta è risuonata limpida e senza
sconti: tre anni di passerelle non valgono una sola azione concreta, l’unica
parola d’ordine accettabile è l’embargo totale e immediato sulla vendita di armi
a Tel Aviv e l’interruzione di ogni accordo commerciale, accademico e militare.
La piazza lo ha gridato chiaramente: viviamo in un Paese governato da
un’ipocrisia criminale. Se un altro Paese avesse sparato contro navi civili in
acque internazionali, trattenuto cittadini italiani e operatori umanitari e li
avesse poi esposti pubblicamente, l’opinione pubblica probabilmente avrebbe
parlato di un grave incidente internazionale. Nel caso di Israele, invece, la
reazione politica e diplomatica è più cauta e non sempre coerente con la gravità
delle contestazioni sollevate.
La mobilitazione davanti alla Camera rappresenta un momento di attenzione
pubblica su quanto accaduto e sulla condizione degli attivisti coinvolti nella
spedizione definita umanitaria. Resta ferma la richiesta di chiarimento sulla
sorte delle persone fermate e sulla loro immediata liberazione. Più in generale,
si ribadisce la necessità di porre fine alle violazioni del diritto
internazionale e di adottare misure politiche e diplomatiche adeguate, incluse
eventuali sanzioni. Perché la solidarietà verso il popolo palestinese non è un
astratto principio diplomatico, ma carne, sangue e resistenza: un fuoco vivo che
nessuna pioggia e nessun sopruso in mezzo al mare potrà mai spegnere.
Giovanni Barbera