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Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che possono ancora ripartire. A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti in 49 Stati su 50. Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il Consiglio Comunale ha respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico. Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano studi ambientali né dati sul consumo d’acqua. Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata. Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1 miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima. La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati, su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti. Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale, mentre il governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della valutazione ambientale per i nuovi impianti.   L'Indipendente
October 22, 2026
Pressenza
Milano, il mattone e l’inclusione: i rom devono andarsene, gli interessi immobiliari possono restare
A Milano ci sono case che esistono da oltre vent’anni ma devono scomparire e case che esistono soltanto nei progetti, ma hanno già un posto nel futuro della città. Le prime appartengono ai rom del Villaggio delle Rose a Chiesa Rossa. Le seconde compaiono nei progetti immobiliari intorno a Cascina Basmetto, poco distante. Mettere queste due storie una accanto all’altra permette di guardare la vicenda di Chiesa Rossa da un’angolazione rimasta fuori dal dibattito. Il Villaggio delle Rose è un insediamento autorizzato e allestito dal Comune. Le famiglie hanno acquistato le proprie abitazioni prefabbricate, le hanno sistemate, ci hanno cresciuto figli e nipoti. Quando, nel dicembre 2024, l’amministrazione ha deciso il «superamento» del campo, gli abitanti hanno proposto una cooperativa a proprietà indivisa: mettere in comune le case, assumersi la gestione del villaggio, realizzare gli adeguamenti necessari con risorse proprie. Sessantatré famiglie hanno formalizzato il proprio interesse. È stato coinvolto l’architetto Giovanni La Varra, è stato elaborato un progetto e sono stati raccolti fondi. Festa di compleanno al Villaggio delle Rose Una proposta che prende sul serio proprio l’obiettivo dichiarato dal Comune: superare il campo. Trasformare un luogo amministrato come un problema sociale in una comunità che governa il proprio abitare. Il Comune ha aperto il confronto. Poi il percorso si è arenato sulla questione ambientale. La presenza di contaminanti nel sottosuolo è stata presentata come ragione per sgomberare l’intera area, ma nella risposta ricevuta dalla comunità, ARPA ha chiarito che non esiste un divieto generale di effettuare la caratterizzazione in presenza di persone, purché siano garantite le condizioni di sicurezza. Bisogna dunque stabilire come eseguire le indagini e quali precauzioni adottare. L’obbligo tecnico di mandare via tutti non esiste. Gli abitanti chiedono di conoscere i dati prima di perdere le case. Fare la caratterizzazione, valutare il rischio, capire se e dove occorra intervenire, riprendere il progetto della cooperativa sulla base dei risultati. Nel frattempo, il Comune assegna con insistenza 60 alloggi temporanei a famiglie che un’abitazione la possiedono già. In una città attraversata dall’emergenza abitativa, con quasi 500 famiglie in attesa di un alloggio SAT, anche questa scelta merita una spiegazione. Nel racconto pubblico tornano criminalità, degrado, bambini che non vanno a scuola. Gli episodi di criminalità vanno affrontati individuando i responsabili. È folle pensare che un criminale smetta di essere criminale se lo si mette in una casa popolare. Le difficoltà scolastiche vanno ricostruite insieme alla soppressione dello scuolabus, alle richieste delle famiglie di ripristinarlo e ai molti progetti inutili e strafinanziati negli anni, che sono serviti a tutti meno che ai bambini e ai genitori. Le condizioni ambientali vanno lette anche attraverso le denunce formali degli abitanti contro gli sversamenti intorno al campo commessi da quelli che arrivano da fuori e i solleciti per ottenere interventi sulle fogne. La storia documentata del Villaggio contiene tutto questo. Ridurla a quelle poche parole d’ordine, oltre a esprimere razzismo, rende più facile sgomberare e più difficile capire. Poi c’è il territorio intorno. Lo studio AG&P pubblica un progetto del 2011 intitolato «Urbanizzazioni Cascina Basmetto»: superficie indicata di 30.000 metri quadrati, cliente URBAM, progetto architettonico di Dante O. Benini & Partners. Nel 2017 l’Associazione per il Parco Sud Milano descriveva una proposta della cooperativa CMB da 435 appartamenti in edifici di sette piani. Sono documenti di una lunga vicenda progettuale, non la prova di un cantiere imminente, ma l’interesse a costruire in quella zona ha nomi, numeri e una storia. E ha una cornice urbanistica. Il PA4 Basmetto prevede diritti edificatori e ne disciplina l’utilizzo, consentendo anche il trasferimento parziale in altre aree della città. Le modifiche del 2019 hanno introdotto tutele e possibilità di diversa localizzazione, senza cancellare quei diritti. Nella proposta comunale per il superamento di Chiesa Rossa compare, inoltre, una formula che merita attenzione: «mancata valorizzazione delle proprietà comunali». Il patrimonio e il suo valore fanno dunque parte delle motivazioni scritte dall’amministrazione. Non abbiamo documenti che dimostrino che lo sgombero sia stato deciso per favorire un operatore immobiliare. Abbiamo però elementi sufficienti per porre una questione: quali interessi economici possono beneficiare della scomparsa del Villaggio? Non occorre costruire sulle sue case. Se la presenza rom viene considerata un ostacolo alla vendita delle abitazioni vicine, il pregiudizio può diventare un vantaggio economico per chi riesce ad allontanarla. A Chiesa Rossa le famiglie rischiano di perdere un patrimonio reale: case acquistate, risparmi investiti, relazioni costruite. Intorno a Cascina Basmetto esiste una prospettiva di valorizzazione immobiliare. Prima di chiamare tutto questo «inclusione», sarebbe necessario spiegare quale valore si vuole proteggere, quale si accetta di distruggere e a beneficio di chi. Redazione Milano
October 22, 2026
Pressenza
Trasportatori meridionali, un doppia croce
Molti chiedono come mai lo sciopero si stia facendo soprattutto al Sud. Naturalmente la mia è una supposizione, basata sulla mia esperienza personale in quasi 30 anni di carriera. Al Nord il trasporto è completamente diverso dal Sud. Negli ultimi mesi ho lavorato fisso nel porto di Genova, per trasportare […] L'articolo Trasportatori meridionali, un doppia croce su Contropiano.
October 20, 2026
Contropiano
Napoli. No al carovita. Usb: la protesta dei carrelli vuoti al supermercato
Sabato scorso delegati sindacali e lavoratori dell’USB sono andati a manifestare al supermercato Le Porte di Afragola (Napoli) per portare tra le persone le ragioni dello sciopero generale del 30 ottobre e della lotta al carovita dove lavoratori e attivisti hanno attraversato la struttura entrando e uscendo con carrelli completamente […] L'articolo Napoli. No al carovita. Usb: la protesta dei carrelli vuoti al supermercato su Contropiano.
October 19, 2026
Contropiano
Milano, a rischio centinaia di alberi del Parco Agricolo Ticinello
Siamo il Comitato difesa ambiente zona 5 di Milano. Siamo venuti a conoscenza di un piano comunale che prevede l’abbattimento complessivo di 150 alberi nel Parco del Ticinello. Tra i moltissimi alberi che verranno abbattuti, ci sono tutti i lunghi filari di pioppi che caratterizzano il parco. Questo piano che viene presentato come “sostituzione di alberi vetusti” verrà attuato nei prossimi mesi. E’ previsto l’abbattimento di  circa  150  alberi, ma dai dati tecnici del Comune emerge che le piante realmente in classe di stabilità D (l’unica che giustifica l’abbattimento) sono solo 42, mentre le altre potrebbero ancora garantire ombra e servizi ecosistemici per diversi anni o sono addirittura prive di criticità evidenti, in piena salute. Dai documenti emergerebbe anche una seconda tranche altrettanto invasiva. Il piano prevede inoltre la sostituzione di questi alberi, che sono soprattutto pioppi adulti, con chiome ampie e ombreggianti, con piccole querce che impiegheranno molti anni prima di offrire un beneficio climatico paragonabile, se sopravvivono. Tale intervento comporterebbe la distruzione dell’infrastruttura climatica naturale del parco (ombra, traspirazione fogliare, raffrescamento diffuso), oltre una grave perdita di habitat per l’avifauna che utilizza questi alberi per nidificazione e rifugio. Il drammatico cambiamento ambientale e del paesaggio colpirebbe tutti, soprattutto le fasce più fragili della popolazione. Facciamo notare al Comune che non può trattare questo progetto come un “piano di manutenzione”. Quest’opera è un’alterazione dell’ecosistema: si configura come una trasformazione ambientale perché cambia in modo significativo lo stato, la funzione e l’equilibrio del Ticinello, producendo effetti reversibili solo nel lunghissimo periodo. Abbiamo lanciato una raccolta firme che vi chiediamo di sottoscrivere e divulgare, con la quale chiediamo che l’intervento in toto venga eliminato ed avviato un urgente confronto pubblico, considerando che la documentazione ad oggi non è ancora stata condivisa. In due giorni abbiamo raccolto un migliaio di firme e stiamo organizzando una serie di eventi di sensibilizzazione e mobilitazione. Cominciamo il 24 ottobre con una passeggiata nel parco Ticinello dalle ore 15, con ritrovo all’ingresso del parco in via Dudovich. Email: comitato.difesa.ambiente.zona.5@gmail.com Fb: Comitato difesa ambiente zona 5  https://www.instagram.com/comitatodifesambiente/   Redazione Milano
October 14, 2026
Pressenza
Lavori nell’aeroporto di Venegono (Varese), la protesta dei cittadini
Non un mero intervento di adeguamento tecnico né un’ordinaria manutenzione, ma una profonda trasformazione territoriale e geopolitica destinata a modificare l’equilibrio della Piana di Venegono. È la posizione netta emersa durante il partecipato incontro pubblico promosso dal Comitato spontaneo “Meno Pista Più Paesaggio e Pace”, nato per chiedere trasparenza e partecipazione sulle decisioni relative ai lavori nell’area aeroportuale di Venegono. La presenza attenta di una cinquantina di cittadini lascia ben sperare gli organizzatori. Nel mirino dei cittadini e dei promotori dell’iniziativa c’è il cantiere commissionato da Leonardo Spa e autorizzato dal Comune tramite una Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) per manutenzione straordinaria: un’opera da circa 2 milioni di euro che prevede la realizzazione di una zona di overrun (un’area di sicurezza di 180 metri a nord della via De Gasperi nel caso la corsa dei velivoli superi la pista esistente), lo spostamento della struttura LOC (per la guida coassiale alla pista), delle antenne ILS (utilizzate per l’atterraggio strumentale) oltre la pista di overrun e il posizionamento di una barriera d’arresto sulla pista già esistente. Ad aprire la serata è stato Fabio Mattiuzzo, progettista ed esperto di Architettura del Paesaggio, che ha ricostruito le tappe dell’iniziativa fin dai primi movimenti di bonifica riscontrati a marzo 2026. Un’alterazione del suolo agricolo «Sappiamo perfettamente che tecnicamente non si tratta di un prolungamento della lunghezza nominale di decollo, ma non vogliamo giocare con le parole. Nei fatti assistiamo a un netto aumento del suolo artificializzato. Un pezzo di prato stabile, storicamente agricolo e a uso pubblico, viene sbancato, consolidato con uno spesso strato di pietrisco e recintato per diventare un’infrastruttura a servizio dei velivoli» ha denunciato Mattiuzzo. In effetti, le opere realizzate non possono essere considerate un normale intervento di manutenzione straordinaria, autorizzabili con SCIA, perché modificano in modo permanente la superficie e l’idrogeologia di quello che era un terreno agricolo. Mattiuzzo ha evidenziato diverse presunte criticità urbanistiche e procedurali: * Vincoli di PGT: L’area interessata risulta classificata come agricola (C1) nel PGT vigente, senza che sia stata adottata alcuna variante urbanistica preventiva. * Assenza di VIA: Non è stata attivata la procedura di verifica di assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), obbligatoria per legge quando le modifiche comportano consumo di suolo inedificato o alterazione dello stato dei luoghi. * Classificazione paesaggistica anomala: L’area gode della sensibilità paesistica minima nel PGT (livello 1), in forte contrasto con l’ampio valore panoramico e naturalistico della Piana. Il passaggio al Demanio Civile e i nodi militari L’analisi dell’operazione si è poi allargata al contesto industriale e militare con l’intervento di Elio Pagani, presidente dell’associazione Abbasso la guerra OdV. Pagani ha ripercorso il passaggio dell’infrastruttura dal Demanio Militare a quello Civile (formalizzato nell’agosto 2024), spiegando il paradosso normativo che ne è derivato. Con la dismissione militare, l’aeroporto è passato sotto la giurisdizione dell’ENAC, perdendo le deroghe di sicurezza militari. L’adeguamento della pista è diventato così un “atto dovuto” per la normativa civile ICAO. Tuttavia, le relazioni tecniche indicano che le opere rispondono agli standard necessari per testare i velivoli ad alte prestazioni e di nuova produzione di Leonardo (come l’addestratore M346 e la sua versione armata). «Il passaggio al civile, in una situazione di crescente importanza militare dell’aeroporto, è servito di fatto a favorire le esigenze industriali e i test di volo della società, deresponsabilizzando le istituzioni locali e limitando il dibattito pubblico» ha dichiarato Pagani. Inquinamento, rischi e democrazia negata La critica alla gestione politica della vicenda si è inasprita con l’intervento di Carlo Incarbone, ripreso anche da altri del Comitato. Incarbone ha sottolineato le profonde ripercussioni concrete sulla quotidianità dei residenti: il peggioramento della vivibilità a causa del rumore e dell’inquinamento, le modifiche alla viabilità locale e il nodo della sicurezza. «Perché non siamo stati consultati di fronte a scelte così complesse e pareri discordi? Perché si è lasciato che prevalesse l’interesse del più forte, rompendo anche quella storica linea di fermezza e collaborazione che ha sempre caratterizzato i nostri Comuni? Si sarebbe potuta garantire la sicurezza semplicemente mantenendo le attività nei limiti attuali, senza espandersi a scapito del territorio verde». Giorgio Gallo ha posto l’accento sulla necessità di applicare il principio di precauzione su una struttura direttamente legata alla filiera degli armamenti: * Rischio di incidenti rilevanti: L’infrastruttura rappresenta un «obiettivo sensibile» e richiede un aggiornamento urgente dei Piani aziendali e di Protezione Civile per comprendere i nuovi scenari di rischio. * Valutazione d’Impatto Sanitario (VIS): È stata lanciata la proposta di attivare una VIS su area vasta per stimare gli effetti a lungo termine di emissioni e rumori, ipotizzando anche l’istituzione di un fondo fidejussorio a garanzia di eventuali ripristini ambientali. * Peso sociale delle multinazionali: È stata denunciata la difficoltà dei decisori pubblici nel mantenersi immuni dalle pressioni dei grandi gruppi industriali, richiamando l’esigenza di non “svendere” i servizi ecosistemici del territorio in cambio di compensazioni irrisorie. La sintesi e la svolta legale: depositato un esposto-diffida In chiusura, Carlo Benedusi e Roberto Restelli hanno tirato le fila dell’incontro, riassumendo la posizione del comitato su tre pilastri fondamentali: la mancanza di informazione e trasparenza da parte dell’Amministrazione, le gravi implicazioni ambientali e sanitarie, e la battaglia etica per la pace e contro la rassegnazione di fronte alla “logica di guerra”, per uscire dalla “gabbia bellica”. Schematizzando, i tre pilastri della protesta sono: 1. TRASPARENZA: Mancato coinvolgimento dei cittadini e dubbi sulle procedure amministrative (SCIA anziché Variante e VIA). 2. AMBIENTE E SALUTE: Consumo di suolo agricolo, rumore, inquinamento e richiesta di una Valutazione di Impatto Sanitario (VIS). 3. ETICA E SICUREZZA: Opposizione all’asservimento del territorio all’industria bellica e aggiornamento dei Piani di Sicurezza. La mobilitazione non si fermerà alle sole serate informative. Il comitato ha infatti annunciato di aver già depositato un esposto-diffida in Comune. L’obiettivo dichiarato non è lo scontro frontale, ma spingere l’Amministrazione a prendere atto dei punti d’ombra procedurali, sospendere i lavori e riaprire un tavolo di confronto pubblico ed etico alla luce del sole. Abbasso la Guerra
October 7, 2026
Pressenza
BRESCIA: AVVIO DELL’ANNO SCOLASTICO, CORSE CANCELLATE E CRITICITA’ DEL TPL. “GLI AUTISTI SCAPPANO PER LE CONDIZIONI DI LAVORO”
“Ogni anno alla riapertura dell’anno scolastico c’è la necessità di riassetto e di sistemare i carichi anche in base alle necessità dei vari istituti però quello che succede in Arriva è una assenza di personale ormai strutturale, denunciata da almeno 6-7 anni, dovuta ad un sistema organizzativo di lavoro che è totalmente inefficiente.” Nicola Caletti dei Cobas Trasporti del gruppo Arriva commenta con queste parole le lamentele  che giungono dalle famiglie di alcuni studenti e studentesse utenti delle linee della zona di Travagliato e Torbole, che segnalano soppressione di corse e sovraffollamento dei mezzi. “Oggi per esempio ci sono 20 corse cancellate, a queste vanno aggiunte magari altre corse che durante la giornata non riescono a fare perchè succede qualche altro guaio, l’autista che si ammala, l’autobus che ha un guasto. Oggi, per fare un altro esempio, al deposito di Palazzolo ci sono 4 turni che non vengono coperti e questo accade con già un centinaio di turni appaltati ai terzisti senza adeguata formazione e ciò comporta ulteriori problemi perchè è personale messo in guida dall’oggi al domani.” Ma cosa determina la difficoltà di trovare lavoratori per guidare i pullman del trasporto pubblico extraurbano? “Questo accade perchè la nostra azienda ha sottoscritto accordi che hanno disintegrato la qualità della vita degli autisti, parliamo di turnazioni che tengono impegnati i lavoratori 12-13 ore al giorno e questo alla lunga ti logora. Questo è diventato purtroppo il modus operandi di questa azienda: gli autisti vengono, vengono formati ma poi dopo un certo periodo si licenziano e cercano un altro posto. Il primo a pagare il prezzo per questa situazione è l’utente che non può avere la garanzia del servizio. Come Cobas abbiamo segnalato più volte l’importanza strategica del TPL  stiamo parlando di Brescia al centro della pianura padana con i valori di inquinamento di questa zona, per cui migliorare il trasporto pubblico va anche nella direzione di uno svuotamento delle strade, di una riduzione dell’inquinamento ed invece si va nella direzione opposta -chiosa Caletti  – e noi segnaliamo agli organi competenti per capire cosa sta accadendo all’interno del gruppo Arriva qui a Brescia con un’azienda che pensa solo al proprio profitto.” Intervista a Nicola Caletti dei Cobas Trasporti del gruppo Arriva Ascolta o scarica
September 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Proteste contro il servizio militare obbligatorio in Germania
Venerdì 25 settembre in Germania si è svolto lo “Sciopero scolastico contro la leva”. Gli organizzatori dichiarano che più di 45.000 ragazzi sono scesi in piazza a manifestare, con gli slogan: “Adesso basta, Merz!”, “Le vostre guerre senza di noi!”, “Gli studenti contro il servizio militare obbligatorio”. Uno studente ha dichiarato: “Combatterei per un Paese, per uno Stato, in cui le persone non siano costrette a vivere per strada, in cui i bambini non crescano in povertà e in cui la ricchezza sia distribuita equamente”. Clara Statello
September 26, 2026
Pressenza
Netanyahu parla all’ONU: l’aula si svuota, sit-in e arresti fuori dal Palazzo di Vetro
Non appena Benjamin Netanyahu ha preso la parola all’Assemblea Generale dell’ONU, decine di membri delle varie delegazioni sono usciti dall’aula, lasciandola semivuota. Il premier israeliano li ha definiti codardi e ha tenuto il suo solito discorso aggressivo e minaccioso, arrivando a mostrare un cercapersone come orgogliosa rivendicazione della strage compiuta in Libano, in cui sono rimaste uccise, ferite e mutilate centinaia di persone con il pretesto di attaccare i miliziani di Hezbollah. All’esterno del Palazzo di Vetro Jewish Voice for Peace, attivissima associazione di ebrei anti-sionisti, ha organizzato un sit-in di protesta con striscioni contro la guerra e l’Ice e per la fine del genocidio a Gaza. Molti degli oltre 400 partecipanti sono stati arrestati dalla polizia: tra i fermati l’attrice Susan Sarandon, la candidata democratica al Congresso Darializa Avila Chevalier e il consigliere comunale di New York Chi Osséo. Anna Polo
September 24, 2026
Pressenza
ONU: Parla Trump e la delegazione di Cuba se va dall’aula
All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mentre Donald Trump definiva Cuba “uno Stato fallito” e ne annunciava la presunta fine, la delegazione cubana si è alzata ed è uscita dall’aula in segno di protesta. Non è stato un dettaglio protocollare. È stato un atto di dignità nazionale. Di fronte all’arroganza della […] L'articolo ONU: Parla Trump e la delegazione di Cuba se va dall’aula su Contropiano.
September 23, 2026
Contropiano