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Una grande marcia a La Paz in risposta alla conferenza stampa del governo
La dirigenza della Central Obrera Boliviana e la Confederacion Obrera de Bolivia hanno indetto una grande marcia verso la piazza Murillo, sede del governo boliviano, dopo la conferenza stampa del presidente Rodrigo Paz. Dopo i giorni passati in aeroporto, sono riuscito a raggiungere a piedi la stazione teleferica che congiunge Los alto de La Paz con la parte bassa della città, attraversando strade piene di sassi, barricate e persone con il poncho rosso, donne e uomini indigeni che presidiavano incroci, piazze e arterie principali. Negozi locali e piccoli ristoranti improvvisati erano completamente chiusi. Ho seguito la conferenza stampa del presidente, che almeno apparentemente ha sfoggiato un tono interlocutorio, calmo e mai minaccioso. Si è detto disponibile al dialogo e ha annunciato un nuovo gabinetto più disponibile, più in grado di rispondere ai problemi dei vari settori sociali. Inoltre nella conferenza stampa ha sottolineato che l’opzione dello stato d’assedio sarà soltanto l’ultima, che il governo attualmente si rifiuta di adottare, nonostante i consigli dell’alleato americano che non vede l’ora sicuramente di soffocare con la repressione le rivolte e di mettere le mani sulla ricchezza della Bolivia, dopo il Venezuela e forse Cuba. Viste le decisioni prese dalle organizzazioni sindacali che stanno occupando la città, la conferenza stampa non ha risposto alle questioni più urgenti –  dalla benzina di scarsa qualità che ha causato enormi problemi ai piccoli trasportatori, alla svendita del patrimonio naturale dell’industria del gas e dell’industria mineraria. È evidente che qui in Bolivia va in scena un conflitto legato a un governo neoliberista, di destra e conservatore, come anche in Argentina, ma quello che sta accadendo qui a mio avviso è anche un conflitto etnico e culturale. La Bolivia è il Paese meno occidentale dell’America Latina per la sua forte presenza indigena – due terzi della popolazione sono indigeni Aymara, Quechua e altre etnie minori. Santa Cruz, invece, la parte tropicale della Bolivia, è abitata prevalentemente da non indigeni e infatti là non c’è nessuna mobilitazione. Il presidente Rodrigo Paz è anche espressione di questa parte più legata alla produzione agricola e al commercio; la parte indigena di Cochabamba, Potosì e La Paz non si sente rappresentata da questo presidente, che comunque in questi giorni ha ritirato alcune delle leggi più indigeribili e liberiste, come la legge sulla parcellizzazione della proprietà agricola, che aveva messo in allarme le cooperative agricole indigene. Ieri è stata espulsa l’ambasciatrice colombiana: il presidente colombiano Pedro era intervenuto dicendo che il governo avrebbe dovuto ascoltare le richieste dei manifestanti e questo ha irritato il governo. Il presidente brasiliano Lula invece non ha fatto commenti. In queste ore si stanno concentrando le varie sigle della protesta, dai minatori, agli agricoltori, agli indigeni,  ai maestri rurali e ai campesinos per rispondere con una grande marcia alle comunicazioni fatte ieri davanti alla stampa nazionale e internazionale del presidente Paz. Tutto il centro della capitale boliviana e anche altre zone strategiche sono presidiate da ingenti forze di polizia.   Manfredo Pavoni Gay
May 21, 2026
Pressenza
A Roma presidio di denuncia e solidarietà con gli attivisti della flotilla
Dalle banchine militarizzate di Ashdod alle piazze bagnate della capitale, il filo rosso che unisce la resistenza non si spezza sotto i colpi della pirateria di Stato. L’assalto dei militari israeliani in acque internazionali contro la flottiglia umanitaria internazionale non è solo un atto di guerra contro la solidarietà, ma anche la dimostrazione plastica di un sistema coloniale all’ultimo stadio, che ha paura persino di imbarcazioni cariche di aiuti umanitari e sguardi umani. Questa volta le forze israeliane non si sono fermate alle intimidazioni: i militari hanno sparato direttamente contro le navi della Global Sumud Flotilla prima di abbordarle, un atto di violenza inaudita nel bel mezzo del Mediterraneo. Le immagini apparse ieri sugli schermi delle televisioni israeliane – a partire dai network di propaganda – e sui canali social del ministro Itamar Ben-Gvir evocano i fantasmi più cupi di Guantanamo e Abu Ghraib. Gli attivisti internazionali, uomini e donne, giovani e anziani, vengono mostrati in tv costretti per ore in ginocchio sulla pavimentazione del porto, con le mani legate dietro la schiena e la testa bassa. Intorno a loro, la coreografia grottesca del potere ripresa dalle telecamere: il ministro che sventola la bandiera dell’occupazione, gli altoparlanti che diffondono l’inno Hatikvah per spezzare la resistenza psicologica dei rapiti e i colleghi di governo che marchiano come “terrorista” chiunque rifiuti di girare la testa dall’altra parte di fronte al genocidio a Gaza. Ma i corpi si possono incatenare, la dignità no. Il silenzio coatto imposto dai militari dell’IDF e registrato dai media di regime è stato squarciato dal coraggioso grido di una donna che, a un millimetro dal naso di Ben-Gvir, gli ha sputato in faccia la verità che più temono: “FREE PALESTINE!”. Un secondo dopo era a terra, travolta dagli sgherri del dispositivo di sicurezza, ma quel grido ha bucato la censura ed è già arrivato nelle nostre piazze. Mentre i palazzi della politica si trincerano dietro i consueti equilibrismi diplomatici, i motori della giustizia a Piazzale Clodio hanno iniziato a girare di fronte a una barbarie impossibile da ignorare. Il pool investigativo guidato dal procuratore capo Francesco Lo Voi, con la procuratrice aggiunta Lucia Lotti e il pm Stefano Opilio, ha aperto un fascicolo contro ignoti con accuse pesantissime: sequestro di persona, rapina, danneggiamento con pericolo di naufragio e soprattutto l’infame crimine di tortura. L’inchiesta, che affonda le radici nelle denunce presentate lo scorso ottobre da 36 attivisti italiani, si muove ora verso la rogatoria internazionale da recapitare a Tel Aviv per pretendere i nomi dei responsabili e i presupposti giuridici del sequestro in acque internazionali. Un atto dovuto, certo, ma destinato a infrangersi contro il prevedibile muro di gomma delle autorità israeliane. Eppure, lo scenario investigativo vanta oggi un elemento di rottura dirompente. Il video diffuso trionfalmente sui social dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir si configura come una vera e propria confessione pubblica, una rivendicazione che solleva gli inquirenti romani dall’onere di identificare i carnefici. Il meccanismo giudiziario è pronto a scattare non appena i legali degli attivisti depositeranno il nuovo esposto. Con il coinvolgimento diretto di cittadini italiani, la Procura di Roma blinda la propria giurisdizione e punterà i riflettori dritti sul ministro israeliano. La conclusione politica, leggendo le carte di Piazzale Clodio, è inevitabile: qualunque accordo con Tel Aviv significa oggi stringere la mano a un apparato istituzionale formalmente sotto indagine per tortura di Stato. La risposta della Roma solidale non si è fatta attendere, inserendosi in un clima di forte scontro sociale. Lunedì 18 maggio, infatti, quando nel pomeriggio si è diffusa la drammatica notizia dei primi assalti israeliani in acque internazionali, la rabbia dei lavoratori che avevano aderito allo sciopero generale indetto dalla USB e che erano scesi in piazza si è saldata immediatamente con quella dei movimenti di solidarietà, dando vita nella serata a un corteo improvvisato che da Piazza dei Cinquecento ha attraversato il centro della città fino a raggiungere Piazza San Giovanni, anticipando la successiva e altrettanto partecipata mobilitazione dei giorni seguenti. Ieri, mercoledì 20 maggio, sotto una pioggia battente, centinaia di corpi, bandiere palestinesi, kefiah e cartelli hanno poi riempito lo slargo antistante Montecitorio, trasformando il grigiore del perimetro parlamentare in una cassa di risonanza della rabbia popolare. Le lacrime di coccodrillo del governo Meloni sono state rispedite al mittente con disprezzo. Dal megafono dei movimenti studenteschi e delle realtà di base la richiesta è risuonata limpida e senza sconti: tre anni di passerelle non valgono una sola azione concreta, l’unica parola d’ordine accettabile è l’embargo totale e immediato sulla vendita di armi a Tel Aviv e l’interruzione di ogni accordo commerciale, accademico e militare. La piazza lo ha gridato chiaramente: viviamo in un Paese governato da un’ipocrisia criminale. Se un altro Paese avesse sparato contro navi civili in acque internazionali, trattenuto cittadini italiani e operatori umanitari e li avesse poi esposti pubblicamente, l’opinione pubblica probabilmente avrebbe parlato di un grave incidente internazionale. Nel caso di Israele, invece, la reazione politica e diplomatica è più cauta e non sempre coerente con la gravità delle contestazioni sollevate. La mobilitazione davanti alla Camera rappresenta un momento di attenzione pubblica su quanto accaduto e sulla condizione degli attivisti coinvolti nella spedizione definita umanitaria. Resta ferma la richiesta di chiarimento sulla sorte delle persone fermate e sulla loro immediata liberazione. Più in generale, si ribadisce la necessità di porre fine alle violazioni del diritto internazionale e di adottare misure politiche e diplomatiche adeguate, incluse eventuali sanzioni. Perché la solidarietà verso il popolo palestinese non è un astratto principio diplomatico, ma carne, sangue e resistenza: un fuoco vivo che nessuna pioggia e nessun sopruso in mezzo al mare potrà mai spegnere. Giovanni Barbera
May 21, 2026
Pressenza
Logistica. I corrieri della Gls salgono sui tetti dei camion contro i licenziamenti
Una ventina di corrieri della filiale GLS di Civesio – San Giuliano Milanese sono stati licenziati due mesi fa dall’appaltatore con l’accusa di sabotaggio e scarso rendimento solo per aver applicato gli stessi standard di sicurezza e qualità stabiliti dalla committente GLS. Anziché correre come disperati hanno rispettato il codice […] L'articolo Logistica. I corrieri della Gls salgono sui tetti dei camion contro i licenziamenti su Contropiano.
May 13, 2026
Contropiano
Decine di padiglioni chiusi e cortei contro Israele. Inizia la Biennale di Venezia
Padiglioni chiusi e migliaia di persone in corteo hanno segnato la giornata di mobilitazione contro la presenza di Israele alla Biennale di Venezia, durante il terzo giorno di pre-apertura. Mentre lo sciopero dei lavoratori della cultura lasciava con la serranda abbassata 27 stand nazionali — Italia esclusa — da via Garibaldi si muovevano tremila persone, in direzione Arsenale. L’obiettivo dei manifestanti era il padiglione israeliano, per denunciare i crimini internazionali commessi da Tel Aviv, dal genocidio in Palestina ai recenti assalti alla Flotilla diretta a Gaza. A impedire la contestazione democratica è stato il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, che con scudi e manganelli ha bloccato il corteo nei pressi di Campo della Tana. Collettivi dei lavoratori della cultura, come Art not genocide alliance (ANGA), e sigle sindacali, tra cui l’Unione Sindacale di Base (USB) avevano indetto per ieri una giornata di mobilitazione contro precarietà, guerra e genocidio in Palestina. I promotori hanno denunciato i continui tagli al settore, che rendono incerta la vita di migliaia di operatori, mentre la spesa pubblica in armi continua a crescere e lo farà anche negli anni a venire. Il governo Meloni, su ordine di Donald Trump, ha infatti deciso di destinare il 5% del PIL alla spesa militare. Mentre Israele e Stati Uniti disseminano il caos — tra Palestina, Libano, Iran, Venezuela — le multinazionali del settore, tra cui l’italiana Leonardo, si arricchiscono, realizzando profitti da record. «A pochi giorni dall’apertura della Biennale, ci appelliamo a chiunque creda che l’arte non possa diventare strumento di normalizzazione del genocidio». Con queste parole l’Art not genocide alliance aveva rilanciato la contestazione verso Israele, che proprio ieri ha inaugurato il suo padiglione alla Biennale di Venezia. Chi invece oggi, dopo tre giorni di pre-apertura, non parteciperà all’inaugurazione ufficiale è la Russia, cacciata dalla presidenza della Biennale su pressione dell’Unione Europea che dopo gli inviti era passata alle minacce. Si tratta della stessa organizzazione sovranazionale che non ha invece mosso un dito contro la presenza israeliana, scrivendo l’ennesima pagina di doppiopesismo europeo. Sul piano economico, in due anni e mezzo l’UE non ha varato alcun pacchetto di sanzioni nei confronti di Israele, come fatto invece 20 volte per la Russia, alla luce dell’invasione dell’Ucraina. Pochi giorni fa, a Bruxelles, è stata respinta la sospensione dell’accordo di associazione tra UE e Israele. Spagna, Slovenia e Irlanda avevano chiesto di sanzionare Tel Aviv per i suoi crimini, dalla colonizzazione della Palestina al genocidio del suo popolo, passando per la recente invasione del Libano e gli attacchi alla Flotilla diretta a Gaza. Nel silenzio delle istituzioni i popoli continuano ad agire. L’appello lanciato dai lavoratori della cultura è stato accolto a Venezia: 27 padiglioni della Biennale sono rimasti chiusi durante l’evento di pre-apertura, con gli artisti che hanno spiegato le proprie ragioni ai visitatori incuriositi. Anche se l’Italia ha deciso di non aderire all’iniziativa, garantendo il massimo supporto all’alleato israeliano, ci hanno pensato migliaia di cittadini a dare continuità allo spirito solidale mostrato negli anni verso il popolo palestinese, prendendosi le strade veneziane.   L'Indipendente
May 9, 2026
Pressenza
Repubblica Dominicana, migliaia in marcia fermano la miniera della multinazionale canadese
Il governo della Repubblica Dominicana ha sospeso i lavori per la miniera d’oro affidati alla multinazionale canadese GoldQuest. Il presidente Luis Abinader ha dato seguito alla volontà popolare manifestatasi per le strade di San Juan. Qui, domenica scorsa, diverse migliaia di persone hanno sfilato per circa venti chilometri, verso la diga di Sabaneta, tra le principali fonti d’acqua del Paese. I manifestanti, dispersi poi dalla polizia a suon di idranti e lacrimogeni, denunciavano il rischio contaminazione dato dalla realizzazione del progetto minerario, al momento fermo alla fase esplorativa. La protesta nella Repubblica Dominicana contro il progetto Romero si inserisce in un filone più ampio, che dalla Bolivia all’Argentina vede protagonisti i popoli latinoamericani contro l’estrattivismo delle multinazionali. «Ai dominicani non interessa l’oro — dice uno dei manifestanti giunto alla diga di Sabaneta — ma l’acqua, l’ambiente, le risorse naturali». In migliaia hanno marciato domenica verso una delle principali fonti d’acqua del Paese, minacciata dal progetto minerario della GoldQuest. Dal 2005 sono state affidate alla multinazionale canadese delle concessioni esplorative, dunque di valutazione, nell’area circostante. Nelle ultime settimane GoldQuest aveva rilanciato la volontà di procedere con il progetto Romero, adducendo per la provincia di San Juan dei presunti impatti positivi sull’economia. A insorgere sono stati proprio i produttori locali, perlopiù contadini, che hanno invece denunciato i pericoli dell’inquinamento dati dalle attività estrattive. A seguito della manifestazione, il presidente Luis Abinader ha deciso di sospendere qualsiasi attività legata alla GoldQuest, a partire dai permessi necessari per procedere con l’inizio dei lavori e dunque dello sfruttamento minerario. La vittoria ottenuta dai cittadini dominicani si inserisce in un filone più ampio, che attraversa e unisce l’intera America Latina. In Bolivia, dove le comunità indigene hanno visto da vicino le conseguenze ambientali dell’estrazione dell’oro — a partire dall’uso del mercurio che inquina suolo e falde acquifere — si è messa in moto una campagna per sottrarre braccia e risorse al settore, puntando sull’agricoltura sostenibile. Due anni fa, a Panama, le proteste popolari costrinsero il governo a rivedere i suoi piani sulle concessioni minerarie. Vorrebbero ottenere lo stesso risultato anche gli argentini, che hanno lanciato una campagna per l’abrogazione dell’ultima riforma Milei, incentrata sull’autorizzazione delle attività minerarie e di estrazione degli idrocarburi anche nelle aree a ridosso dei ghiacciai. La riforma aumenterà i siti estrattivi, in uno Stato già alle prese con le conseguenze ambientali delle miniere di litio, contro le quali si concentra la lotta di diversi popoli indigeni, come i Kolla, che quotidianamente sfidano la repressione per provare a salvare quel che resta dei territori ancestrali.   L'Indipendente
May 8, 2026
Pressenza
“Ultima chiamata per ATM”, presidio il 9 maggio a Milano
Tornano in  piazza sabato 9 maggio, dalle 16 alle 19 in largo Cairoli, a due passi dalla sede ATM, lanciando un presidio significativamente intitolato “Ultima chiamata per ATM” i comitati civici e le rappresentanze di base degli autisti ATM che negli ultimi anni si sono fatti ripetutamente sentire insieme sui tagli alle linee e alle corse di filobus, bus e tram, sulle difficili condizioni salariali e lavorative dei conducenti e sulla gestione opaca e privatistica dell’Azienda Trasporti Pubblici Milanesi. Gli organizzatori sono il gruppo Facebook “AspettaMI – Milanesi in attesa dei bus”, i comitati “La 73 non si tocca”, “Comitato Basmetto”, “Lambrate-Rubattino Riparte”, “Gruppo Milano MPL”, “Baiamonti Verde Comune” e i sindacati di base “AL-Cobas ATM Milano” e STAS. Secondo loro, dopo l’annuncio che ATM intende partecipare in cordata con i partner industriali Webuild e Hitachi alla gara (che dovrebbe essere bandita entro l’anno) per il rinnovo del servizio di trasposto pubblico locale milanese (TPL), si consolida il timore di una possibile privatizzazione di ATM, una prospettiva che autisti e comitati vanno denunciando da tempo. La protesta riguarda anche il recente rinnovo del CdA di ATM, su cui il sindaco Beppe Sala si è mosso piazzando figure a lui fedeli ma controverse, particolarmente Christian Malangone (indagato nelle inchieste sull’urbanistica e sullo stadio di San Siro), ma anche Alessandra Oppio del Politecnico, che in qualità di consulente del Comune confermò il prezzo di svendita del Meazza e aree circostanti. Mosse che preoccupano in quanto la nuova squadra alla guida di ATM dovrà gestire dossier strategici per il futuro della mobilità cittadina, tra questi proprio la preparazione della nuova gara sul TPL e la proposta di project financing che ATM intende presentare a Palazzo Marino in collaborazione con Hitachi e Webuild. Sullo sfondo di questo allarmante scenario, i cittadini utenti di ATM intanto continuano a lottare con le inefficienze del servizio: mezzi di superficie che si fanno attendere 20-30 minuti, saltano corse, o addirittura spariscono perché “tagliati” dopo l’apertura della M4; persistenti problemi di accessibilità delle stazioni metro per gli anziani e le categorie fragili; cantieri infiniti sia in strada che per la riparazione o sostituzione di ascensori e scale mobili nelle metro; inadeguata informazione e assistenza all’utenza; problemi di sicurezza in crescita sia sui mezzi che nelle stazioni metro, tanto per gli utenti che per i conducenti. Gli autisti, dal canto loro, continuano a lottare per salari più adeguati al caro vita di Milano e alla loro mansione, resa ancora più stressante dalla perdurante situazione di carenza di colleghi, che costringe gli autisti in forze ad ATM a turni più pesanti. Non deve sfuggire – dicono gli organizzatori – che la crescita di bilancio 2025 di ATM è stata ottenuta anche sulla pelle degli utenti milanesi e dei conducenti, grazie al taglio delle corse e al mantenimento di salari bassi e condizioni lavorative difficili che scoraggiano potenziali nuovi assunti. Secondo gli organizzatori del presidio del 9 maggio, lo spuntare della cordata ATM-Webuild-Hitachi (una partnership già operativa per la realizzazione della M4, lunga e gravata di elevati extra-costi) non lascia ben sperare per la ripresa e il necessario potenziamento del trasporto di superficie, quello che nell’area milanese più ha perso colpi negli ultimi anni. Eppure i mezzi di superficie sono universalmente riconosciuti come la vera spina dorsale della mobilità pubblica, in quanto in grado di garantire a tutte le categorie di cittadini – anche gli anziani e i fragili, i meno abbienti e gli abitanti delle periferie e dell’hinterland – una mobilità veramente capillare e democratica. Ma la Giunta Sala – con l’Assessora alla Mobilità Arianna Censi in testa – sembra invece sempre più focalizzata su una “visione” della mobilità cittadina che privilegia lo sviluppo della mobilità dolce, con la realizzazione di centinaia di km di ciclabili (e contestuale restringimento di strade ed eliminazione di centinaia e migliaia di parcheggi), come se i milanesi potessero tutti saltare su una bici o un monopattino e percorrere decine di chilometri per raggiungere le proprie destinazioni, o potessero considerare di vendere l’automobile mentre il trasporto di superficie nel Milanese perde progressivamente in efficienza e affidabilità! Ai milanesi preoccupati da questi scenari (veramente tanti a giudicare dalla quantità di post sui social e in particolare nell’ormai celebre gruppo Facebook “AspettaMI – Milanesi in attesa dei bus”)  – gli organizzatori del presidio raccomandano di “fare un upgrade” rispetto alle segnalazioni e alle lamentazioni sui social e venire in piazza Scala il 9 maggio pomeriggio, portando con sé la foto che documenta una lunga attesa fatta per un bus, oppure la stampa di un reclamo inviato ad ATM o all’Assessora Censi, o altra testimonianza delle difficoltà sperimentate nel muoversi coi mezzi di superficie, o dei disservizi subiti da parte di ATM: serviranno a realizzare un particolare collage che sarà simbolicamente consegnato alla Giunta.     Redazione Milano
May 6, 2026
Pressenza
Senigallia, mobilitazione per il diritto alla casa
Ieri pomeriggio una venticinquina di nuclei familiari di Senigallia, insieme ad attivisti ed attiviste del Centro sociale Arvultura, si è recata ad Ancona, alla sede dell’Erap (Ente Regionale per l’Abitazione Pubblica), per un presidio promosso insieme al Sunia della provincia e per incontrare il presidente dell’ente e i tecnici. Si è trattato di un primo punto di arrivo di una mobilitazione iniziata quasi un anno fa a Senigallia. Stiamo parlando di una città di 48mila abitanti, che raddoppia durante l’estate, da sempre incentrata sull’industria turistica e, per questo, come accade in particolare (ma non solo) in tali contesti, particolarmente problematica per quanto riguarda la reperibilità di un’abitazione. Prezzi al metro quadro di migliaia di euro, ma soprattutto è un’impresa, per chi non può permettersi di accedere a un mutuo, trovare una casa in affitto a costi contenuti e avere un contratto continuativo. Quasi sempre si paga in nero e solo per i mesi invernali: si entra alla fine della stagione estiva e ad aprile si è sbattuti fuori per lasciare spazio ai turisti, a prezzi notevoli. Le amministrazioni comunali e regionali in questi anni hanno fatto ben poco per realizzare case di edilizia pubblica, stendendo tappeti rossi nei confronti dei vari palazzinari. Ma recentemente è emerso un altro grosso problema riguardante chi la casa l’ha avuta dall’ente regionale: gli appartamenti, nel corso degli anni, sono stati lasciati nell’incuria e presentano varie gravi criticità (umidità, perdite d’acqua, impianti di riscaldamento che non funzionano oppure, nel caso siano centralizzati, bollette di alcune migliaia di euro per famiglie con redditi o pensioni modesti, a causa della dispersione del calore). Un’altra grave criticità è l’impossibilità, per gli inquilini, di segnalare le problematiche, perché le telefonate cadono nel vuoto o, nel caso qualcuno si degni di rispondere, poco o nulla viene fatto: un comportamento arrogante, incomprensibile e inaccettabile per un soggetto pubblico. Per questo Arvultura e il Sunia provinciale, da quasi un anno, hanno iniziato un impegno meticoloso nelle zone interessate, insieme alle famiglie esasperate da una situazione che va avanti da anni: un percorso che, a partire da novembre, si è concretizzato in quattro assemblee popolari nei quartieri popolari e in un incontro, a febbraio, nella sala del consiglio comunale, con il sindaco uscente Olivetti (centrodestra) e l’assessore ai servizi sociali Petetta, al quale hanno partecipato molte famiglie, durante il quale è stato chiesto all’amministrazione comunale di fare le dovute pressioni sull’Erap. La mobilitazione dal basso ha pagato, perché prima e dopo Pasqua ci sono stati sopralluoghi del nuovo presidente dell’ente, Fagioli, insediatosi il 4 marzo con il nuovo CdA, insieme ai tecnici. Dato che, sin dall’assemblea di novembre, si era convenuto che l’obiettivo di questa prima fase sarebbe stato un sit-in sotto la sede Erap per presentare le richieste, ieri si è svolta l’iniziativa. Un pullman con più di trenta persone è partito nel primo pomeriggio per rivendicare il diritto alla casa e, una volta arrivati, gli striscioni hanno sintetizzato il senso della protesta: “La casa è un diritto, non un lusso” e “Erap, basta parole. Ora i fatti”. Al termine del confronto, che ha avuto anche toni accesi, si è ottenuta l’apertura, entro settembre, di uno sportello Erap di ascolto e informazione a Senigallia e l’organizzazione di una tavola rotonda tra inquilini, nuova amministrazione comunale (si vota il 23 maggio), Erap e amministratori di condominio, per chiarire ruoli e responsabilità davanti agli interessati, superando l’intollerabile ping-pong di competenze e responsabilità. In questi giorni sono iniziati alcuni primi lavori all’esterno degli edifici, ma resta la parzialità degli interventi. Inoltre i tecnici sono rimasti nel vago, dimostrando come ci si trovi di fronte a un muro di gomma. Se dopo tale passaggio la risposta sarà ancora burocrazia, rimpalli e nessun fatto concreto, inizia a farsi strada la consapevolezza della necessità di mettere in atto forme di disobbedienza civile e di boicottaggio collettivo delle spese. In ballo ci sono la dignità umana e la salute di molte persone, oltre al diritto alla casa. Sergio Sinigaglia
April 29, 2026
Pressenza
Milano: 117 mila euro chiesti dal Ministero della Cultura per l’azione di UG all’Arco della Pace
Montanari: “Monumenti e ambiente sono messi in pericolo non dagli atti di Ultima Generazione ma dal cambiamento climatico” 97 mila euro di danni patrimoniali e 20 mila di danni non patrimoniali per l’azione all’Arco della Pace compiuta il 15 novembre 2023. Nel corso dell’azione era stato lanciato del colorante delebile sull’Arco, una sostanza atossica e facilmente eliminabile con l’acqua; infatti l’opera non ha riportato danni. Queste le cifre chieste dal Ministero della Cultura, che si è dichiarato parte civile nel relativo processo, nell’udienza tenutasi lunedì 20 aprile. Questa cifra è stata chiesta nonostante durante il processo sia emerso che i lavori di ripulitura sono iniziati con mesi di ritardo, a giugno del 2024, permettendo quindi al colore di “fissarsi” sulla pietra; nonostante sia stato riconosciuto che il monumento – come pressoché tutti i monumenti esposti all’aria aperta, soffra fortemente gli effetti dannosi dell’inquinamento e dello smog e pertanto sia sottoposto periodicamente ad operazioni di restauro e pulitura. Questo ultimo aspetto era stato sollevato anche dal professor Tomaso Montanari, sentito come teste della difesa: “ “Gli atti di Ultima Generazione– ha ribadito il professore in una dichiarazione alla stampa dopo la l’udienza – non hanno il fine di danneggiare i monumenti, fanno di tutto per evitarlo, hanno il fine di denunciare il fatto che monumenti e ambiente sono messi in pericolo non dai loro atti ma dal cambiamento climatico”. Non solo. Montanari nella sua perizia ha riconosciuto come attraverso questa e azioni simili, le opere d’arte coinvolte subiscono un processo di risignificazione: le opere tornano a essere protagoniste dello sguardo delle persone, non più orpelli scenografici dati per scontati. Questo riguarda in particolar modo l’Arco della Pace, un’opera che viene sfregiata non dal colore lavabile, ma da chi la pace non la vuole perché non può guadagnarci sopra. L’azione fu compiuta nella fase iniziale del genocidio in Palestina – in cui l’Italia vestiva i panni, mai abbandonati di complice di Israele e si parlava di aumento delle spese militari, mentre i territori italiani erano – e sono – devastati dalla crisi climatica e le persone lasciate sole a contare i danni e in alcuni casi i morti. Mentre nel tribunale si discute del colore su un monumento i motivi che hanno spinto le persone all’azione sono, purtroppo ancora e sempre più attuali. L’azione venne condotta nell’ambito della campagna per l’istituzione del Fondo Riparazione necessario per proteggere i territori dagli effetti della crisi climatica e non lasciare sole le persone che in quei territori ci vivono. Se un fondo del genere fosse stato istituito forse gli abitanti della città di Niscemi non starebbero aspettando l’elemosina del governo. La sentenza doveva essere emanata proprio il 20 aprile, ma la giudice l’ha rinviata al 18 maggio. Per l’altra azione di cui si discute nello stesso processo – l’imbrattamento con la farina della BMW dipinta da Andy Warhol la pm ha chiesto l’assoluzione. PROCESSI IN CORSO * Milano 28 aprile ore 12.00 udienza preliminare per diverse azioni – imbrattamento alla Scale, imbrattamento statua di Vittorio Emanuele, imbrattamento alla sede del PD e violazioni di FVO – avvenute tra 2022 e 2023 * Roma 28 aprile ore 14.00, udienza dibattimentale con sentenza per il blocco sul GRA (complanare Bel Poggio) avvenuto il 16 dicembre 2021 Ultima Generazione
April 24, 2026
Pressenza