
La Valle del Giordano, il laboratorio silenzioso della colonizzazione della Cisgiordania
Pressenza - Monday, August 3, 2026«Esistere è resistere» Sono queste le parole che venerdì 31 luglio guidano l’incontro con Rashid Khudeiri, coordinatore del movimento Jordan Valley Solidarity e ospite del Nuovo Armenia a Milano per raccontare la realtà della Valle del Giordano in una serata organizzata da Assopace Palestina e Casa per la Pace.
Quella di Rashid è stata una testimonianza forte e diretta. Attraverso mappe, fotografie e dati raccolti negli anni, ha descritto un territorio spesso assente dal dibattito internazionale, ma decisivo per comprendere il presente e il futuro della Palestina.
Lungo la strada che da Gerico sale verso nord, il paesaggio cambia rapidamente. Il verde delle coltivazioni lascia spazio a vaste distese aride, interrotte da serre, piantagioni di datteri, recinzioni, checkpoint e colonie israeliane. È la Valle del Giordano, una terra poco raccontata, ma decisiva per comprendere il presente e il futuro della Cisgiordania.
Chi arriva qui per la prima volta potrebbe pensare di trovarsi in una normale valle agricola. In realtà, dietro quella che appare come una campagna prospera si nasconde uno dei luoghi dove l’occupazione israeliana esercita con maggiore intensità il controllo sul territorio palestinese.
La valle costituisce il confine orientale con la Giordania. rappresenta circa il 30% della Cisgiordania e custodisce il principale bacino idrico della regione, ospitando alcuni dei terreni più fertili della Palestina
Non sorprende quindi che questo territorio sia considerato strategico tanto sul piano militare quanto su quello economico.
Rashid Khudeiri ci racconta che nel 1967 vivevano nella valle circa 320.000 palestinesi. Oggi ne restano poco più di 54.000, mentre oltre 10.600 coloni israeliani vivono in 39 insediamenti, mentre nuove colonie continuano a essere costruite. Il 95% della Valle del Giordano è in Area C, cioè sotto il pieno controllo civile e militare israeliano. Numeri che dicono come la permanenza delle comunità palestinesi sia progressivamente sempre più difficile.
Ampie aree sono state dichiarate zone militari, riserve naturali o campi minati; altre sono occupate dagli insediamenti israeliani. Le comunità palestinesi vedono restringersi progressivamente gli spazi disponibili per costruire, coltivare, pascolare il bestiame o semplicemente vivere. Perché la strategia è quella del loro lento e progressivo sfollamento.

L’acqua, uno strumento di apartheid
La Valle del Giordano concentra alcune delle più importanti risorse idriche dell’intera Palestina: il fiume Giordano, le sorgenti naturali, il bacino acquifero montano e il Mar Morto. Controllare l’acqua significa controllare l’agricoltura, l’economia e la possibilità stessa di vivere sul territorio.
Rashid ci racconta che dopo il 1967 Israele ha assunto il monopolio delle principali risorse idriche della zona, limitando ai palestinesi l’accesso ai pozzi, alle sorgenti e allo stesso fiume Giordano. Il racconto documenta inoltre demolizioni e confische di cisterne e serbatoi a opera di militari e coloni.
Anche i dati riportati sui pozzi mostrano una forte disparità: agli israeliani è consentito scavare fino a una profondità di 800 metri, mentre ai palestinesi solo fino a 150 metri. Analogamente, il consumo idrico pro capite risulta molto più elevato negli insediamenti israeliani rispetto alle comunità palestinesi.
La differenza diventa evidente osservando due località separate da pochi chilometri. La colonia israeliana di Fatsa’el dispone di piscine, prati irrigati, strade asfaltate e infrastrutture moderne. Il vicino villaggio palestinese di Fasayil, dal quale la colonia ha preso il nome, è invece privo di una strada asfaltata e caratterizzato da una disponibilità d’acqua estremamente limitata. Qui 10.000 coloni consumano 6,6 volte più acqua dei 56.000 palestinesi residenti nella valle.
Ma non è solo l’acqua a rappresentare uno strumento di controllo
Rashid ci mostra come cinque checkpoint principali regolino l’ingresso e l’uscita dalla Valle del Giordano e a questi si aggiungono decine di cancelli metallici installati agli accessi di città e villaggi palestinesi. Tali restrizioni rendono difficile raggiungere ospedali, scuole, luoghi di lavoro e terreni agricoli, incidendo profondamente sulla vita quotidiana delle comunità locali. E in tutto questo, demolizioni e ordini di sgombero proseguono indisturbati. Rashid ci ricorda il caso dell’attivista Abu Sakr, la cui abitazione è stata demolita trentadue volte e documenta numerose demolizioni di abitazioni palestinesi nella regione.

La Valle del Giordano è anche il cuore agricolo della Palestina. Grazie al clima e data la fertilità del terreno è possibile effettuare fino a quattro raccolti all’anno. Proprio questa ricchezza rende il controllo del territorio ancora più rilevante.
E infatti una quota significativa delle esportazioni israeliane di datteri verso l’Europa proviene dagli insediamenti della Valle del Giordano, a sottolineare come lo sfruttamento delle risorse agricole rappresenti uno degli elementi centrali dell’economia coloniale.
Negli ultimi anni il fenomeno degli sfollamenti ha subito una forte accelerazione. Diversi villaggi risultano quasi completamente svuotati, mentre numerose famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Oltre il 70% della valle è ormai isolato dal resto della Cisgiordania e soggetto a severe limitazioni di accesso.
Malgrado tutto questo, i palestinesi resistono e il movimento è riuscito a costruire sei scuole, due cliniche, circa 250 abitazioni e numerosi centri comunitari, utilizzando spesso tecniche di edilizia sostenibile e coinvolgendo volontari internazionali. Accanto alle attività di costruzione, sono state promosse iniziative culturali e di formazione, con sostegno all’agricoltura.

“Esistere è resistere”
L’incontro al Nuovo Armenia non è stato soltanto un’occasione per conoscere dati e statistiche, ma anche e soprattutto il racconto di una scelta: Rashid ci dice che la resistenza non consiste esclusivamente nell’opposizione all’occupazione, ma nella capacità di continuare a costruire comunità, educazione, cultura e relazioni nonostante le difficoltà. E in questo senso assume grande valora la collaborazione con i volontari internazionali di interposizione.
Una scuola, una casa ricostruita, una cisterna d’acqua, un ulivo piantato, un laboratorio per i giovani: ogni progetto realizzato rappresenta un’affermazione concreta del diritto dei palestinesi a continuare a vivere nella Valle del Giordano.
È questo il significato del motto «Esistere è resistere». Un messaggio che, al termine della serata milanese, è apparso non come uno slogan, ma come la sintesi di oltre vent’anni di impegno quotidiano al fianco delle comunità palestinesi. Per continuare a Resistere.