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Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita
CENTINAIA DI PERSONE DI TANTE COMUNITÀ INDIGENE DELL’AMERICA LATINA SI SONO INCONTRATE IN MESSICO PER RICORDARE IL SACCHEGGIO DELLE RISORSE IDRICHE IN CORSO, MA ANCHE LE VITTORIE RAGGIUNTE, SPESSO SMINUITE DA ISTITUZIONI E MEDIA. UN RUOLO DI PRIMO PIANO NELL’INCONTRO E NELLE LOTTE TERRITORIALI PER L’ACQUA È QUELLO DELLE DONNE: UNA GENERAZIONE CHE HA FREQUENTATO L’UNIVERSITÀ MA NON HA INTRAPRESO LA CARRIERA ACCADEMICA, SPIEGA RAUL ZIBECHI, STA CONTRIBUENDO CON LE PROPRIE CONOSCENZE AD AZIONI DI RESISTENZA A LIVELLO COMUNITARIO Foto Asamblea Nacional por el Agua y la Vida -------------------------------------------------------------------------------- La settima Assemblea Nazionale per l’Acqua, la Vita e il Territorio (Anavi), svoltasi l’8 e il 9 agosto nella comunità Wixárika di Zitakua, a Tepic (Messico), ha visto la partecipazione di 427 adulti e 60 bambini provenienti da 18 comunità indigene e sette paesi. Ogni comunità ha espresso le proprie rimostranze, dal saccheggio delle risorse idriche e delle terre alla violenza e alle violazioni subite da coloro che le difendono. Hanno criticato aspramente il “grande progetto di riorganizzazione del territorio nazionale attraverso il Plan Mexico”, i piani idrici nazionali e regionali che offrono alle aziende forniture idriche illimitate e la possibilità di scarichi tossici da parte di industrie che trasformano i fiumi in fogne. Hanno criticato l’affermazione che il fracking sia “sostenibile”, anche sotto la maschera della sovranità energetica. I membri di Anavi non si sono fatti la minima illusione sul futuro immediato. L’industria dei data center prevede di sestuplicare la propria capacità elettrica, passando da 280 megawatt (MW) a oltre 1.500 MW entro il 2030. Ciò indica che il saccheggio delle risorse idriche crescerà esponenzialmente in ogni singolo paese dell’America Latina. I nostri territori sono diventati tele per la più brutale accumulazione capitalistica. La violenza della criminalità organizzata, collusa con le autorità e le istituzioni statali, è stata al centro delle denunce. Non è un caso che, in quasi tutti i casi, le vittime siano tra le persone e le comunità che difendono l’acqua e si oppongono al saccheggio. Gli oltre 133.000 scomparsi testimoniano la barbarie di questo sistema di morte. I membri dell’assemblea hanno anche ricordato le vittorie conseguite negli ultimi anni: il recupero della biblioteca comunale e la creazione del centro comunitario Tlamachtiloyan a San Gregorio Atlapulco, Xochimilco; La chiusura del pozzo Bonafont-Danone a San Mateo Cuanalá, Puebla; la fine del furto d’acqua tramite autocisterne a Santiago Mexquititlán; e l’occupazione dell’edificio dell’IMPI (Istituto Messicano della Proprietà Industriale) a Città del Messico e la sua trasformazione nella Casa del Popolo Samir Flores Soberanes da parte della comunità Otomi. Vorrei sollevare tre punti che – essendo questa la mia prima partecipazione all’Anavi (Assemblea Nazionale dei Popoli Indigeni) – ho appreso in questo evento e che credo influenzeranno il corso delle azioni nel prossimo futuro. Il primo riguarda il ruolo di primo piano delle donne, e in particolare di una generazione che ha frequentato l’università ma non ha intrapreso la carriera accademica, contribuendo invece con le proprie conoscenze ad azioni di resistenza a livello comunitario. Ascoltare, ad esempio, Estela Hernández Jiménez, una donna Otomi di Santiago Mexquititlán, o Argelia Betanzos, una donna mazateca di Eloxochitlán de Flores Magón, così come le giovani donne Otomi della Casa de los Pueblos o le donne Wixárika della comunità Zitakua che ci hanno accolto, ispira speranza e gioia. Sono in prima linea nella resistenza, mettendo a frutto le proprie conoscenze (Argelia è avvocata, Estela ha un dottorato in pedagogia) non per profitto personale, ma per rafforzare le proprie comunità, indicando una via opposta a quella promossa dal capitalismo e dai governi progressisti. Questa è una generazione che offre una prospettiva diversa rispetto alle precedenti, apportando nuove conoscenze a città e comunità. Il secondo aspetto riguarda il ruolo dei bambini e degli adolescenti. Durante i due giorni dell’incontro di Anavi, si è tenuta un’assemblea da cui sono scaturiti laboratori di serigrafia, pittura murale, creazione di libri in cartone, origami e giochi tradizionali. I ragazzi di età superiore ai 12 anni hanno esplorato la medicina tradizionale, creato filtri per l’acqua e partecipato a spettacoli come un’esibizione hip-hop degli indigeni Coca del Lago Chapala. È impossibile non ricordare Verónica, seduta tra il Capitano Marcos e il Subcomandante Moisés a Cideci, durante le sessioni di formazione a San Cristóbal de las Casas. Lei incarna quella generazione più recente che minaccia di lasciarci senza parole e sbalorditi con il suo spirito ribelle e di sfida. Questa è una delle notizie più entusiasmanti che abbiamo ricevuto negli ultimi anni, poiché ci permette di nutrire un certo ottimismo in mezzo al collasso sistemico. Il terzo punto è stato sollevato da un giovane che, durante un evento all’UNAM pochi giorni dopo, ha spiegato che la politica aveva “invaso” tutti gli spazi dell’incontro di Tepic, non limitandosi solo all’assemblea o ai cinque gruppi di lavoro, ma a ogni singolo spazio e momento di Anavi. Considero questa osservazione di grande importanza, poiché illustra come il percorso verso l’autonomia trascenda le strutture istituzionali, conferendo a tutte le attività, collettive o individuali, un carattere politico. La settima assemblea ha messo in luce il potenziale che i popoli indigeni stanno dimostrando, sia nel resistere all’espropriazione sia nel forgiare percorsi verso la dignità e l’autonomia, costruendo i propri mondi. Non è un’impresa da poco in questi tempi difficili. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Vince il movimento dell’acqua -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Travagliato (BS). Il peso dell’intelligenza artificiale
Il caso Travagliato apre una discussione che riguarda tutta la Lombardia Per molti anni ci siamo abituati a pensare al mondo digitale come a qualcosa di immateriale. Le nostre fotografie finiscono “nel cloud”, i documenti vengono archiviati su server lontani, l’intelligenza artificiale sembra vivere in una dimensione virtuale, senza occupare […] L'articolo Travagliato (BS). Il peso dell’intelligenza artificiale su Contropiano.
August 6, 2026
Contropiano
La Valle del Giordano, il laboratorio silenzioso della colonizzazione della Cisgiordania
«Esistere è resistere». Sono queste le parole che venerdì 31 luglio guidano l’incontro con Rashid Khudeiri, coordinatore del movimento Jordan Valley Solidarity e ospite del Nuovo Armenia a Milano per raccontare la realtà della Valle del Giordano in una serata organizzata da Assopace Palestina e Casa per la Pace. Quella di Rashid è stata una testimonianza forte e diretta. Attraverso mappe, fotografie e dati raccolti negli anni, ha descritto un territorio spesso assente dal dibattito internazionale, ma decisivo per comprendere il presente e il futuro della Palestina. Lungo la strada che da Gerico sale verso nord, il paesaggio cambia rapidamente. Il verde delle coltivazioni lascia spazio a vaste distese aride, interrotte da serre, piantagioni di datteri, recinzioni, checkpoint e colonie israeliane. È la Valle del Giordano, una terra poco raccontata, ma decisiva per comprendere il presente e il futuro della Cisgiordania. Chi arriva qui per la prima volta potrebbe pensare di trovarsi in una normale valle agricola. In realtà, dietro quella che appare come una campagna prospera si nasconde uno dei luoghi dove l’occupazione israeliana esercita con maggiore intensità il controllo sul territorio palestinese. La valle costituisce il confine orientale con la Giordania. rappresenta circa il 30% della Cisgiordania e custodisce il principale bacino idrico della regione, ospitando alcuni dei terreni più fertili della Palestina Non sorprende quindi che questo territorio sia considerato strategico tanto sul piano militare quanto su quello economico. Rashid Khudeiri ci racconta che nel 1967 vivevano nella valle circa 320.000 palestinesi. Oggi ne restano poco più di 54.000, mentre oltre 10.600 coloni israeliani vivono in 39 insediamenti e nuove colonie continuano a essere costruite. Il 95% della Valle del Giordano è in Area C, cioè sotto il pieno controllo civile e militare israeliano.  Numeri che dicono come la permanenza delle comunità palestinesi sia progressivamente sempre più difficile. Ampie aree sono state dichiarate zone militari, riserve naturali o campi minati; altre sono occupate dagli insediamenti israeliani. Le comunità palestinesi vedono restringersi progressivamente gli spazi disponibili per costruire, coltivare, pascolare il bestiame o semplicemente vivere.  Perché la strategia è quella del loro lento e progressivo sfollamento. L’acqua, uno strumento di apartheid La Valle del Giordano concentra alcune delle più importanti risorse idriche dell’intera Palestina: il fiume Giordano, le sorgenti naturali, il bacino acquifero montano e il Mar Morto. Controllare l’acqua significa controllare l’agricoltura, l’economia e la possibilità stessa di vivere sul territorio. Rashid ci racconta che dopo il 1967 Israele ha assunto il monopolio delle principali risorse idriche della zona, limitando ai palestinesi l’accesso ai pozzi, alle sorgenti e allo stesso fiume Giordano. Il racconto documenta inoltre demolizioni e confische di cisterne e serbatoi a opera di militari e coloni. Anche i dati riportati sui pozzi mostrano una forte disparità: agli israeliani è consentito scavare fino a una profondità di 800 metri, mentre ai palestinesi solo fino a 150 metri. Analogamente, il consumo idrico pro capite risulta molto più elevato negli insediamenti israeliani rispetto alle comunità palestinesi. La differenza diventa evidente osservando due località separate da pochi chilometri. La colonia israeliana di Fatsa’el dispone di piscine, prati irrigati, strade asfaltate e infrastrutture moderne. Il vicino villaggio palestinese di Fasayil, dal quale la colonia ha preso il nome, è invece privo di una strada asfaltata e caratterizzato da una disponibilità d’acqua estremamente limitata. Qui 10.000 coloni consumano 6,6 volte più acqua dei 56.000 palestinesi residenti nella valle.  Ma non è solo l’acqua a rappresentare uno strumento di controllo Rashid ci mostra come cinque checkpoint principali regolino l’ingresso e l’uscita dalla Valle del Giordano e a questi si aggiungono decine di cancelli metallici installati agli accessi di città e villaggi palestinesi.  Tali restrizioni rendono difficile raggiungere ospedali, scuole, luoghi di lavoro e terreni agricoli, incidendo profondamente sulla vita quotidiana delle comunità locali. E in tutto questo, demolizioni e ordini di sgombero proseguono indisturbati. Rashid ci ricorda il caso dell’attivista Abu Sakr, la cui abitazione è stata demolita trentadue volte e documenta numerose demolizioni di abitazioni palestinesi nella regione. La Valle del Giordano è anche il cuore agricolo della Palestina. Grazie al clima e data la fertilità del terreno è possibile effettuare fino a quattro raccolti all’anno. Proprio questa ricchezza rende il controllo del territorio ancora più rilevante. E infatti una quota significativa delle esportazioni israeliane di datteri verso l’Europa proviene dagli insediamenti della Valle del Giordano, a sottolineare come lo sfruttamento delle risorse agricole rappresenti uno degli elementi centrali dell’economia coloniale. Negli ultimi anni il fenomeno degli sfollamenti ha subito una forte accelerazione. Diversi villaggi risultano quasi completamente svuotati, mentre numerose famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Oltre il 70% della valle è ormai isolato dal resto della Cisgiordania e soggetto a severe limitazioni di accesso. Malgrado tutto questo, i palestinesi resistono e il movimento  è riuscito a costruire sei scuole, due cliniche, circa 250 abitazioni e numerosi centri comunitari, utilizzando spesso tecniche di edilizia sostenibile e coinvolgendo volontari internazionali. Accanto alle attività di costruzione, sono state promosse iniziative culturali e di formazione, con sostegno all’agricoltura. “Esistere è resistere” L’incontro al Nuovo Armenia non è stato soltanto un’occasione per conoscere dati e statistiche, ma anche e soprattutto il racconto di una scelta: Rashid ci dice che la resistenza non consiste esclusivamente nell’opposizione all’occupazione, ma nella capacità di continuare a costruire comunità, educazione, cultura e relazioni nonostante le difficoltà. E in questo senso assume grande valore la collaborazione con i volontari internazionali di interposizione. Una scuola, una casa ricostruita, una cisterna d’acqua, un ulivo piantato, un laboratorio per i giovani: ogni progetto realizzato rappresenta un’affermazione concreta del diritto dei palestinesi a continuare a vivere nella Valle del Giordano. È questo il significato del motto «Esistere è resistere». Un messaggio che, al termine della serata milanese, è apparso non come uno slogan, ma come la sintesi di oltre vent’anni di impegno quotidiano al fianco delle comunità palestinesi. Per continuare a Resistere.         Redazione Milano
August 3, 2026
Pressenza
DEPURATORE DEL GARDA. PRESENTATO IL PROGETTO DEFINITIVO, I COMITATI: “NESSUNA FORMA DEMOCRATICA DI PARTECIPAZIONE”
Il progetto definitivo del maxi depuratore del Garda è stato dettagliato in mattinata durante un incontro pubblico al quale hanno preso parte i sindaci e parte della cittadinanza. L’appuntamento con la presentazione del progetto di fattibilità tecnica economica presentato questa mattina al Brixia Forum, era stato indetto dal Prefetto-Commissario Andrea Polichetti e già anticipato alla stampa. Ora alla mega opera manca soltanto la Valutazione d’impatto ambientale e la Conferenza dei servizi, in programma per settembre. Esultano gli storici sostenitori del progetto, in primis la presidente della Comunità del Garda Mariastella Gelmini, che insiste sulla necessità dell’opera “per il bene dei territori”. I comitati ambientalisti e il Presidio 9 agosto si dicono invece determinati a continuare la mobilitazione. All’incontro di stamane era presente anche Alessandro Scattolo del Presidio 9 agosto, che ai nostri microfoni ha sottolineato come “non sia stato possibile porre domande” al Prefetto-Commissario. Ha ricordato inoltre come il “megadepuratore sia un’opera inutile, costosa e dannosa. Il Garda ha già un depuratore a Peschiera e va potenziato” senza impattare sull’ambiente e sulle bollette di Acque Bresciane. Il commento a caldo, al termine della presentazione durata oltre due ore e mezza, di Alessandro Scattolo del Collettivo gardesano autonomo e del Presidio 9 agostoAscolta o scarica Il resoconto più dettagliato con le osservazioni critiche di Alessandro Scattolo del Collettivo gardesano autonomo e del Presidio 9 agosto Ascolta o scarica Con la scelta del progetto cui terminale sarà a Esenta di Lonato, il costo totale del depuratore, è stato sottolineato anche in conferenza stampa dal Prefetto-Commissario Andrea Polichetti, è lievitato di oltre 100 milioni di euro: il conto finale di tutto il sistema, diviso in tre lotti, sarà di 314 milioni. Lo pagheranno nella bolletta i cittadini di tutta la Provincia di Brescia. Altre risorse sono state stanziate dal governo (90 milioni), altre sono state promesse ma non ancora reperite. Anche la tassa di soggiorno finanzierà, forse, parte dell’opera. I Comuni gardesani hanno infatti ribadito il loro impegno, senza però definire il loro contributo.
July 30, 2026
Radio Onda d`Urto
Kosovo: anche l’acqua nella spirale degli abusi del potere
Cinque organizzazioni di società civile della comunità serba del Kosovo hanno, nei giorni scorsi, assunto una importante iniziativa, inviando una lettera alla Banca Mondiale in merito alle recenti attività dell’impresa idroelettrica kosovaro-albanese “Ibar-Lepenc” sul lago Gazivode, un bacino idrico di grande importanza, che si trova nel Kosovo del Nord a maggioranza serba. Nella lettera, le organizzazioni esprimono preoccupazione per le azioni della “Ibar-Lepenc” degli ultimi due mesi, tra giugno e luglio 2026, contro le comunità serbe del luogo, azioni che, in diverse circostanze, sarebbero state effettuate con l’assistenza della polizia del Kosovo. Tra queste, “l’occupazione del campo di Rezala, la demolizione di case e appartamenti, la minaccia di demolizione di un’abitazione familiare, la notifica di sfratto e la rimozione delle infrastrutture, nonché la demolizione di altre undici case avvenuta il 21 luglio”. Il comune di pertinenza, quello di Zubin Potok, non è stato “consultato in modo significativo”, nonostante le attività riguardino proprietà, alloggi, turismo e sviluppo territoriale all’interno del comune. Ciò configurerebbe, peraltro, un’ulteriore violazione, l’ennesima, da parte delle autorità kosovaro-albanesi, dal momento che, in base agli Accordi di Bruxelles del 19 aprile 2013, non solo si sarebbe già dovuta istituire la Comunità dei comuni a maggioranza serba del Kosovo (Kosovska Mitrovica, Zubin Potok, Zvečan, Leposavić, Gračanica, Štrpce, Novo Brdo, Klokot, Ranilug, Parteš) ma questa dovrebbe godere di piena autonomia proprio “nei settori dello sviluppo economico, istruzione, sanità e pianificazione urbana e rurale”. Non a caso, le autorità kosovaro-albanesi hanno sistematicamente boicottato tali accordi.  La lettera è firmata da cinque organizzazioni, l’Istituto per lo sviluppo economico territoriale (Institut za teritorijalni ekonomski razvoj, InTER), l’ONG Aktiv, il Centro per l’azione sociale positiva (Centar za afirmativne društvene akcije, CASA), Nuova Iniziativa Sociale (Nova društvena inicijativa, NSI) e il Centro per la promozione della cultura democratica (Centar za zastupanje demokratske kulture, ACDC). Le organizzazioni esprimono preoccupazione per il fatto che le attività, che comportano pesanti violazioni in termini di accesso, alloggio e attività economiche locali, siano state condotte senza una decisione scritta e motivata, senza informazioni chiare su eventuali procedure di ricorso e senza possibilità per le persone interessate di richiedere un riesame delle decisioni. La lettera è stata inviata alla Banca Mondiale perché la “Ibar-Lepenc” è l’agenzia esecutiva del progetto “Kosovo Water Security and Canal Protection Project”, finanziato dalla Banca Mondiale e conclusosi il 30 giugno 2025. Le organizzazioni hanno chiesto una due diligence ambientale, sociale e istituzionale, e di sospendere la valutazione di futuri finanziamenti fino a quando non sarà stata condotta una seria valutazione del rischio e di subordinare qualsiasi supporto all’adozione di misure correttive, tra cui la sospensione di ulteriori demolizioni e sfratti in attesa di un parere legale, la revisione delle demolizioni effettuate, l’emissione di decisioni motivate con possibilità di ricorso e l’istituzione di meccanismi per il coinvolgimento delle comunità locali e la risoluzione delle controversie. Si tratterebbe cioè di riportare nel perimetro del diritto ciò che è stato commesso, di fatto, con le modalità di un vero e proprio abuso e di una ennesima violazione da parte della autorità di Prishtina.   Il bacino di Gazivode riveste, per il Kosovo e le comunità serbe del Kosovo, un’importanza strategica. Gazivode è un lago artificiale, creato nel 1977 sbarrando il fiume Ibar nel suo corso superiore, nel nord del Kosovo. Dal 1973 al 1977, fu costruita una delle più grandi dighe d’Europa nella zona del villaggio di Gazivode su progetto della storica società Energoprojekt di Belgrado. Gazivode, peraltro, non è interamente in territorio kosovaro, ricadendo in parte nel comune di Tutin, nella Serbia sud-occidentale, in parte nel comune di Zubin Potok, nel Nord del Kosovo. Il lago è lungo 24 chilometri e l’altezza della diga è di oltre cento metri. Il suo scopo è di irrigare la piana del Kosovo, ma ospita anche una piccola centrale idroelettrica, e le sue acque servono anche la città di Prishtina e la centrale termoelettrica di Obilić. Non c’è solo questo, peraltro. Tra il 2017 e il 2018, un team internazionale di archeologi ha condotto una serie di ricerche, scoprendo sul fondo di Gazivode diversi monumenti della cultura serba medievale, tra cui, in particolare, i resti del palazzo della regina Elena d’Angiò, i resti del monastero di Čkilje, un campanile del XIII secolo, una chiesa e alcune necropoli romane. Insieme alla lettera, è stato redatto anche un documento intitolato “Acquisizioni di proprietà, demolizioni e minacce di sfratto intorno al lago Gazivode”, con dati aggiornati allo scorso 21 luglio, dopo l’ultima pesante demolizione di abitazioni. Il documento sottolinea come la situazione rischi di trasformarsi in una questione più ampia di stato di diritto, ma anche di relazioni inter-comunitarie e difesa della pace. L’area insiste infatti in un contesto giuridico complesso, creato da precedenti assegnazioni di terreni, espropriazioni, accordi di utilizzo di lunga data, in un panorama segnato da profonda sfiducia inter-comunitaria e tensione inter-etnica e dalle lunghe e dolorose conseguenze della guerra. Di fronte a una tale complessità, la procedura appropriata non può essere che quella di un procedimento trasparente, con decisioni scritte, motivazioni, possibilità di accesso alla giustizia, coinvolgendo direttamente le comunità, e il comune interessato, Zubin Potok. Inoltre, dopo l’inaugurazione, avvenuta il 1° giugno scorso, del Campo di ricerca e soccorso della Agenzia per la gestione delle emergenze a Čečevo, a ridosso di Gazivode, da parte delle autorità albanesi-kosovare, la vicenda è divenuta ancora più delicata, alimentando il timore che, insieme alle demolizioni, agli sfratti, agli interventi della polizia, l’area possa essere ampiamente sgomberata o addirittura militarizzata. Anche questo è motivo di tensione. Nel Nord del Kosovo, infatti, gli Accordi di Bruxelles prevedono un Comandante regionale di Polizia per i comuni di K. Mitrovica, Zvečan, Zubin Potok e Leposavić, un Comandante serbo del Kosovo nominato dal Ministero dell’Interno e una Polizia nel nord tale da rispecchiare la composizione etnica dell’area. L’azione a Gazivode è anche una violazione dei più recenti accordi di normalizzazione tra Serbia e Kosovo, i cosiddetti Accordi di Washington, firmati il 4 settembre 2020 alla Casa Bianca, alla presenza del Presidente Usa, allora come oggi, Trump. Tali accordi prevedono che “entrambe le parti concordano di collaborare con il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e altri enti governativi statunitensi competenti per sviluppare uno studio di fattibilità per le esigenze di Gazivode come fonte sicura di approvvigionamento idrico ed energetico”. Ancora una volta, dunque, il rispetto degli accordi e, in generale, del diritto e della giustizia, a partire dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 del 1999, resta centrale per garantire libertà e diritti in un Kosovo che sia davvero di tutti/e e per tutti/e. Riferimenti: NVO sa severa Kosova uputile pismo Svetskoj banci zbog rušenja objekata oko jezera Gazivode, Kontakt Plus, 22.07.2026: https://radiokontaktplus.org/glavna/nvo-sa-severa-kosova-uputile-pismo-svetskoj-banci-zbog-rusenja-objekata-oko-jezera-gazivode/135408 First Agreement of Principles Governing the Normalization of Relations (Brussels Agreement): https://www.srbija.gov.rs/specijal/en/120394 The “Washington Agreement” Between Kosovo and Serbia, American Society Of International Law: https://asil.org/insights/volume-25-issue-4  Gianmarco Pisa
July 29, 2026
Pressenza
2,1 miliardi di persone ancora private di acqua potabile: quattro organizzazioni chiamate alla mobilitazione prima della Conferenza ONU sull’acqua
Sono passati 6 anni da quando l’ONU ha riconosciuto l’acqua potabile come diritto umano fondamentale, la crisi si aggrava: 2,1 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’acqua potabile e 3,4 miliardi non hanno accesso a servizi igienico-sanitari di base, cifre in aumento rispetto al 2010. L’Agora degli Abitanti della Terra, il Collettivo Bassines Non Merci! Rise For Climate e Vital denunciano l’incapacità dei governi di concretizzare questo diritto, e chiamano i movimenti cittadini, i sindacati e la società civile a mobilitarsi prima della importante Conferenza dell’ONU sull’acqua, prevista per dicembre 2026. Le quattro organizzazioni indicano un fallimento delle priorità: lontano dall’investire nell’acqua potabile e nei servizi igienici, i gruppi dominanti hanno dato priorità all’armamento, fino a spendere 2.900 miliardi di dollari nel 2025 secondo SIPRI (Istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma) — gli Stati Uniti, la Cina e la Russia in testa. In Europa, sotto la pressione del lobby minerario, la Commissione europea ha aperto la porta a una deregolamentazione della direttiva quadro sull’acqua, che proteggeva la qualità dell’acqua del continente da 25 anni. Il negazionismo e l’inazione climatica accentuano inoltre le siccità e le penurie in tutto il mondo, alimentando i conflitti legati all’acqua. In questo periodo drammatico di ondate di calore che colpiscono fortemente l’Europa occidentale, denunciamo l’assenza di politiche pubbliche indispensabili al ricaricamento delle falde acquifere, il cui prosciugamento minaccia la disponibilità di acqua, che sia per l’agricoltura, le famiglie o i poteri pubblici. La risorsa è inoltre sempre più finanziarizzata: dall’ingresso alla borsa di Chicago nel 2020, l’acqua attrae mercati finanziari avidi di approfittare della sua rarefazione. Questa situazione si inserisce in rottura diretta con l’impegno assunto dalla comunità internazionale il 28 luglio 2010. In quel giorno, dopo più di quindici anni di dibattiti e sotto la pressione dei movimenti sociali, l’Assemblea Generale dell’ONU adottava, su iniziativa della Bolivia, una risoluzione che riconosceva che «il diritto a un’acqua pulita e di qualità e a servizi igienici è un diritto dell’uomo, indispensabile al pieno godimento del diritto alla vita» — votata da 122 paesi, contro 41 astensioni. Il testo si basava allora su un constato già allarmante: 884 milioni di persone senza acqua potabile di qualità, 2,6 miliardi senza servizi igienici, e circa due milioni di morti ogni anno — per la maggior parte giovani bambini — a causa di malattie legate a un’acqua non idonea al consumo. Di fronte a queste molteplici forme di predazione di un bene comune pubblico mondiale essenziale alla vita, l’Agora degli Abitanti della Terra, il collettivo Bassines Non Merci! Rise For Climate e Vital chiamano a una doppia mobilitazione: obbligare i governi e le oligarchie del mondo degli affari e della finanza a concretizzare finalmente il diritto all’acqua per tutte e tutti, e sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli che corre la pianeta se la Conferenza dell’ONU sull’acqua di dicembre 2026 si abbandona ai soli interessi finanziari e tecnocratici che abbozzano già i suoi documenti preparatori. Se non è mai tardi per agire, l’urgenza bussa alla porta. Agorà degli Abitanti della Terra
July 28, 2026
Pressenza
TRAVAGLIATO (BS): PROTESTA DENTRO E FUORI IL COMUNE CONTRO LA REALIZZAZIONE DEL MAXI DATA CENTER
Si infiamma la protesta contro il maxi datacenter in progetto a Travagliato, a sud-ovest di Brescia. Martedì sera il Consiglio comunale ha visto la mobilitazione dei cittadini dentro e fuori dalle aule. Fuori dal Comune un presidio partecipato da oltre 300 persone con striscioni e cartelli; dentro la sala consiliare colma di cittadini e cittadine. Tre le interruzioni tecniche alla seduta del Consiglio. Al centro della protesta il futuro dell’area Averolda a nord del paese bresciano, dove è in progetto un maxi datacenter promosso dalla società Terna Energia: 50mila i metri quadrati di consumo di suolo, fino a 300 i Megawatt di fabbisogno energetico. Numeri enormi per questo “mega-bunker” in progetto per Travagliato, dedicato all’archiviazione di dati per il cloud computing e l’Intelligenza Artificiale. Non è dato sapere quali sarebbero le società utilizzatrici finali del datacenter, né quanta acqua servirebbe per raffreddarlo, tantomeno quanto calore potrebbe produrre. “Uno studio recente di Cambrige” ha raccontato ai nostri microfoni il consigliere Alberto Trainini, “stima un impatto nel raggio di 10 chilometri di un riscaldamento della temperatura del suolo mediamente di 2 gradi”.  È una struttura di dimensioni paragonabili al consumo energetico istantaneo di grandi città, considerando che 300 Megawatt corrispondono al fabbisogno di circa 300mila abitazioni. Potrebbe fruttare al Comune 12 milioni di euro.  Un  progetto “fuori scala per il territorio” e che a detta delle minoranze consiliari è stato nascosto alla cittadinanza. Secondo il sindaco Renato Pasinetti invece, l’iter è ancora in una fase preliminare e mancano gli elementi per una valutazione complessiva. Prossimo appuntamento il di 24 agosto in occasione della Conferenza dei servizi convocata dalla Provincia di Brescia che dovrà valutare questione della connessione alla rete nazionale, subordinata alla realizzazione dell’impianto. L’opposizione contesta in modo particolare il metodo e la gestione del calendario, come ha spiegato ai nostri microfoni il consigliere di opposizione e capogruppo di “Travagliato Bene Comune”, Alberto Trainini. Ascolta o scarica
July 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Nel nostro sottosuolo un “maxiserbatoio” che alimenta l’84% dell’acqua che beviamo ogni giorno
Il sottosuolo nazionale è ricco di acque sotterranee che soddisfano più dell’84% del fabbisogno nazionale di acqua potabile. Il 66% del nostro territorio è pieno di veri e propri serbatoi naturali con capacità produttiva medio alta che si concentrano prevalentemente nella Pianura Padano-veneta e lungo l’Appennino centrale e meridionale. A quarant’anni dall’ultima grande ricognizione, l’ISPRA mappa un patrimonio nascosto di dimensioni eccezionali: 957 grandi sorgenti con portata superiore a 10 litri al secondo, da cui si captano 2,7 miliardi di metri cubi d’acqua potabile all’anno, pari all’80% dell’acqua sorgiva utilizzata per fini civili nel Paese. Mappati inoltre 60 mila pozzi, 241 sorgenti termominerali e oltre 60 punti di sorgenti sottomarine e costiere, oggi disperse in mare ma potenzialmente utili per l’approvvigionamento idrico futuro. A rivelare l’oro blu nascosto sottoterra, la nuova Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000, presentata di recente a Roma e realizzata da ISPRA – Dipartimento per il Servizio Geologico d’Italia assieme al Dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università degli Studi di Milano, ed in collaborazione con ISTAT e CMCC, con la partecipazione del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, delle Regioni, delle Autorità di bacino distrettuale e di tutta la comunità scientifica di settore. Uno strumento a disposizione di tutti che mappa per la prima volta, in modo totalmente omogeneo e fruibile su scala nazionale, le zone con la maggiore presenza di acque sotterranee, mettendone a nudo i reali “serbatoi naturali”, ovvero gli “acquiferi”. La nuova mappatura include anche la ricognizione capillare dei fontanili della Pianura Padanoveneta, ovvero le sorgenti collocate tra l’alta e la bassa pianura, a conferma di come il sottosuolo italiano sia ricchissimo di acqua quasi ovunque, con una disponibilità diffusa e un patrimonio immenso di risorse idriche sotterranee. A corredo della Carta anche una banca dati online, accessibile a tutti e in costante aggiornamento, che rappresenta il primo passo verso una conoscenza sempre più approfondita: in programma la realizzazione della Banca Dati Nazionale delle Sorgenti e una Carta di maggiore propensione alla ricarica delle falde, pensata per individuare dove sfruttare i serbatoi sotterranei naturali esistenti per stoccare acqua nei periodi di maggiore abbondanza, limitando così la necessità di costruire invasi artificiali in superficie. “La nuova carta idrogeologica d’Italia, ha sottolineato  Alessandra Gallone, presidente ISPRA, rappresenta uno strumento scientifico di fondamentale importanza, considerando che le acque sotterranee sono molto più resistenti agli effetti del cambiamento climatico rispetto a quelle superficiali, come fiumi, laghi e invasi artificiali. Conoscerne esattamente l’ubicazione, capire dove si infiltrano e come scorrono significa mettere le Istituzioni nelle condizioni di gestire meglio la risorsa, pianificare in modo più efficace e aumentare la consapevolezza del valore strategico dell’acqua sotterranea per il Paese.” L’acqua, come si sa, si muove continuamente tra atmosfera, suolo, neve, vegetazione e corsi d’acqua. È un sistema dinamico e interconnesso che controlla il comportamento degli ecosistemi, l’agricoltura, la disponibilità idrica e lo sviluppo degli eventi estremi. Ma molti dei processi che regolano queste interazioni evolvono su scale temporali sub-giornaliere, troppo rapide per essere osservate in modo sistematico dalle attuali infrastrutture satellitari. Per questo, è nata Hydroterra+, una delle quattro missioni candidate selezionate dall’Agenzia Spaziale Europea nell’ambito del programma Earth Explorer 12. Una missione che punta a cambiare il modo in cui osserviamo il ciclo dell’acqua sul pianeta, rendendo possibile il monitoraggio quasi continuo dei processi idrologici e atmosferici che si sviluppano nell’arco di poche ore. La missione si basa sul concetto di GEOSAR, un radar ad apertura sintetica geostazionario capace di osservare continuamente vaste regioni della Terra invece di sorvolarle solo ogni alcuni giorni, come accade per molti satelliti in orbita bassa. Questa configurazione consentirebbe di acquisire dati con frequenza oraria o sub-giornaliera, mantenendo una visione persistente delle stesse aree. Dal punto di vista scientifico, significa poter seguire l’evoluzione dei processi mentre avvengono e osservare relazioni che oggi sfuggono: https://www.cimafoundation.org/news/hydroterra-missione-esa-ciclo-acqua/.  Qui la nuova Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000 realizzata dall’ISPRA: https://sinacloud.isprambiente.it/portal/apps/sites/#/idrogeologia/pages/cartaidrogeologica500k.  Giovanni Caprio
July 20, 2026
Pressenza
Il 42% dell’acqua viene sprecata a causa di reti colabrodo
Anche questa estate è insopportabilmente torrida e segnata dalla siccità. E anche quest’anno il Paese deve fare i conti con un’emergenza idrica che si aggrava di giorno in giorno. Di fronte a questo scenario così preoccupante è inevitabile porsi una domanda: possiamo davvero permetterci di disperdere il 42 per cento dell’acqua potabile a causa di una rete di distribuzione ormai palesemente inadeguata? Stiamo parlando che per ogni italiano si perdono quotidianamente 157 litri d’acqua, un intollerabile spreco che nel 2022 ha generato un impatto economico stimato in quasi 10 miliardi di euro all’anno. I dati elaborati dalla CGIA di Mestre sono riferiti al 2022 e sono gli ultimi disponibili. > “Purtroppo, denuncia l’ufficio studi della CGIA, nonostante la lunga serie di > promesse e proclami che hanno accompagnato le campagne elettorali regionali e > nazionali degli ultimi decenni, gli interventi strutturali necessari per > ammodernare la rete idrica del Paese sono rimasti, in massima parte, sulla > carta. Si tratta di criticità che interessano l’intera penisola, anche se in > molte aree del Mezzogiorno la situazione ha ormai raggiunto livelli > difficilmente accettabili”. Sfogliando i quotidiani locali si scopre che non c’è regione d’Italia, non una, che in queste ultime settimane non sia alle prese con la carenza d’acqua. Non un’emergenza, non un imprevisto: la cronaca annunciata di un Paese che gestisce l’acqua come se fosse infinita e poi si sorprende quando non lo è. E così, puntuale come ogni estate, arriva il momento in cui il rischio che l’erogazione — di un diritto, non di un lusso — possa essere contingentata smette di essere un’ipotesi giornalistica e diventa la doccia che non funziona, il rubinetto a secco, il conto che qualcun altro dovrà pagare per anni di reti colabrodo e piani idrici mai fatti. Nel 2023 il prelievo idrico totale in Italia è stato pari a 36,5 miliardi di metri cubi. Di questi, il 49 per cento è in capo all’agricoltura (17,5 miliardi di metri cubi), il 23 per cento viene impiegato per usi civili (8,4 miliardi), il 18 per cento per l’industria (6,6 miliardi) e il 10 per cento per produrre l’energia elettrica (4 miliardi).  Purtroppo, siamo la nazione più “idroesigente” d’Europa; seguono a distanza la Spagna (con poco meno di 33 miliardi di metri cubi) e la Francia (con 26 miliardi di metri cubi). Sia in agricoltura che nell’industria siamo il Paese che registra i consumi idrici più elevati in UE. Infine, in merito all’uso civile della risorsa idrica, gli italiani consumano 23 milioni di metri cubi al giorno. I destinatari di questa risorsa non sono solo le famiglie, ma anche le Amministrazioni pubbliche (per edifici pubblici, uffici, scuole, ospedali), le attività di servizio (industriali e agricole situate però all’interno del tessuto urbano, ma non le grandi utenze industriali/agricole extraurbane, che rientrano in altre categorie di uso) e il Comune stesso (per usi collettivi come il lavaggio delle strade, l’irrigazione del verde pubblico e i fontanili). Ma quali sono le cause delle perdite? In linea di principio, la dispersione idrica è riconducibile a più fattori: alle rotture presenti nelle condotte, all’età avanzata degli impianti, ad aspetti amministrativi dovuti a errori di misurazione dei contatori e agli usi non autorizzati (allacci abusivi). E’ la Basilicata è la regione più “sprecona”, mentre l’Emilia-Romagna è quella che spreca di meno. In Basilicata. la dispersione d’acqua su quanto immesso in rete è pari al 65,5 per cento. Seguono l’Abruzzo con il 62,5 per cento, il Molise con il 53,9, la Sardegna con il 52,8 e la Sicilia con il 51,6. Per contro, la Lombardia con il 31,8 per cento, la Valle d’Aosta con il 29,8 e l’Emilia-Romagna con il 29,7 sono le aree più virtuose del Paese. Per quanto riguarda i Comuni, nel Comune di Potenza non arriva nei rubinetti delle abitazioni il 71 per cento di quanto immesso in rete, a Chieti si tocca il 70,4 per cento, a L’Aquila il 68,9 per cento a Latina il 67,7 per cento e a Cosenza il 66,5 per cento. Per contro a Milano le perdite idriche raggiungono il 13,4 per cento, a Pordenone il 12,1 per cento a Monza l’11 per cento, a Pavia il 9,4 per cento e a Como, la città più virtuosa d’Italia, il 9,2 per cento. Non tutto il Sud, comunque, versa in condizioni “disastrose”; fortunatamente ci sono delle situazioni virtuose che vanno doverosamente segnalate. Se, ad esempio, nel comune di Trapani la dispersione raggiunge solo il 17,2 per cento dell’acqua immessa in rete, a Brindisi il 15,7 per cento e a Lecce il 12 per cento; un valore, quest’ultimo, addirittura inferiore a quello riscontrato nel comune di Milano. La CGIA di Mestre, oltre a ridurre gli sprechi e ad intervenire sulle reti, propone di recuperare l’acqua piovana. > “Oggi in Italia si recupera appena il 10 per cento circa dell’acqua piovana: > una percentuale troppo bassa per affrontare la crisi idrica che, ogni estate, > torna a mettere in difficoltà famiglie e imprese. Un problema che tocca da > vicino anche il mondo artigiano: dalle attività di autolavaggio ai laboratori > alimentari/ristorazione, dalle imprese di pulizia agli acconciatori, dai > caseifici alle lavanderie, sono tutte realtà che spesso sono tra le prime a > subire razionamenti e disagi. Per evitare docce spente e rubinetti a secco > occorre intervenire sulla rete idrica, colpita da dispersioni rilevanti, e > realizzare nuove infrastrutture: vasche di laminazione, trincee drenanti, > invasi e grandi adduzioni. In questa fase di cambiamento climatico non > possiamo più permetterci di sprecare una risorsa così preziosa: ogni goccia > che finisce in mare senza essere trattenuta è un’occasione persa, anche per > l’economia del territorio. Insomma, è necessario un piano infrastrutturale > serio, investimenti immediati e la volontà politica di agire ora, non domani”. Qui per approfondire: https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/07/Siccita-11.07.26-2.pdf Giovanni Caprio
July 13, 2026
Pressenza