La Valle del Giordano, il laboratorio silenzioso della colonizzazione della Cisgiordania
«Esistere è resistere». Sono queste le parole che venerdì 31 luglio guidano
l’incontro con Rashid Khudeiri, coordinatore del movimento Jordan Valley
Solidarity e ospite del Nuovo Armenia a Milano per raccontare la realtà della
Valle del Giordano in una serata organizzata da Assopace Palestina e Casa per la
Pace.
Quella di Rashid è stata una testimonianza forte e diretta. Attraverso mappe,
fotografie e dati raccolti negli anni, ha descritto un territorio spesso assente
dal dibattito internazionale, ma decisivo per comprendere il presente e il
futuro della Palestina.
Lungo la strada che da Gerico sale verso nord, il paesaggio cambia rapidamente.
Il verde delle coltivazioni lascia spazio a vaste distese aride, interrotte da
serre, piantagioni di datteri, recinzioni, checkpoint e colonie israeliane. È la
Valle del Giordano, una terra poco raccontata, ma decisiva per comprendere il
presente e il futuro della Cisgiordania.
Chi arriva qui per la prima volta potrebbe pensare di trovarsi in una normale
valle agricola. In realtà, dietro quella che appare come una campagna prospera
si nasconde uno dei luoghi dove l’occupazione israeliana esercita con maggiore
intensità il controllo sul territorio palestinese.
La valle costituisce il confine orientale con la Giordania. rappresenta circa il
30% della Cisgiordania e custodisce il principale bacino idrico della regione,
ospitando alcuni dei terreni più fertili della Palestina
Non sorprende quindi che questo territorio sia considerato strategico tanto sul
piano militare quanto su quello economico.
Rashid Khudeiri ci racconta che nel 1967 vivevano nella valle circa 320.000
palestinesi. Oggi ne restano poco più di 54.000, mentre oltre 10.600 coloni
israeliani vivono in 39 insediamenti e nuove colonie continuano a essere
costruite. Il 95% della Valle del Giordano è in Area C, cioè sotto il pieno
controllo civile e militare israeliano. Numeri che dicono come la permanenza
delle comunità palestinesi sia progressivamente sempre più difficile.
Ampie aree sono state dichiarate zone militari, riserve naturali o campi minati;
altre sono occupate dagli insediamenti israeliani. Le comunità palestinesi
vedono restringersi progressivamente gli spazi disponibili per costruire,
coltivare, pascolare il bestiame o semplicemente vivere. Perché la strategia è
quella del loro lento e progressivo sfollamento.
L’acqua, uno strumento di apartheid
La Valle del Giordano concentra alcune delle più importanti risorse idriche
dell’intera Palestina: il fiume Giordano, le sorgenti naturali, il bacino
acquifero montano e il Mar Morto. Controllare l’acqua significa controllare
l’agricoltura, l’economia e la possibilità stessa di vivere sul territorio.
Rashid ci racconta che dopo il 1967 Israele ha assunto il monopolio delle
principali risorse idriche della zona, limitando ai palestinesi l’accesso ai
pozzi, alle sorgenti e allo stesso fiume Giordano. Il racconto documenta inoltre
demolizioni e confische di cisterne e serbatoi a opera di militari e coloni.
Anche i dati riportati sui pozzi mostrano una forte disparità: agli israeliani è
consentito scavare fino a una profondità di 800 metri, mentre ai palestinesi
solo fino a 150 metri. Analogamente, il consumo idrico pro capite risulta molto
più elevato negli insediamenti israeliani rispetto alle comunità palestinesi.
La differenza diventa evidente osservando due località separate da pochi
chilometri. La colonia israeliana di Fatsa’el dispone di piscine, prati
irrigati, strade asfaltate e infrastrutture moderne. Il vicino villaggio
palestinese di Fasayil, dal quale la colonia ha preso il nome, è invece privo di
una strada asfaltata e caratterizzato da una disponibilità d’acqua estremamente
limitata. Qui 10.000 coloni consumano 6,6 volte più acqua dei 56.000 palestinesi
residenti nella valle.
Ma non è solo l’acqua a rappresentare uno strumento di controllo
Rashid ci mostra come cinque checkpoint principali regolino l’ingresso e
l’uscita dalla Valle del Giordano e a questi si aggiungono decine di cancelli
metallici installati agli accessi di città e villaggi palestinesi. Tali
restrizioni rendono difficile raggiungere ospedali, scuole, luoghi di lavoro e
terreni agricoli, incidendo profondamente sulla vita quotidiana delle comunità
locali. E in tutto questo, demolizioni e ordini di sgombero proseguono
indisturbati. Rashid ci ricorda il caso dell’attivista Abu Sakr, la cui
abitazione è stata demolita trentadue volte e documenta numerose demolizioni di
abitazioni palestinesi nella regione.
La Valle del Giordano è anche il cuore agricolo della Palestina. Grazie al clima
e data la fertilità del terreno è possibile effettuare fino a quattro raccolti
all’anno. Proprio questa ricchezza rende il controllo del territorio ancora più
rilevante.
E infatti una quota significativa delle esportazioni israeliane di datteri verso
l’Europa proviene dagli insediamenti della Valle del Giordano, a sottolineare
come lo sfruttamento delle risorse agricole rappresenti uno degli elementi
centrali dell’economia coloniale.
Negli ultimi anni il fenomeno degli sfollamenti ha subito una forte
accelerazione. Diversi villaggi risultano quasi completamente svuotati, mentre
numerose famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.
Oltre il 70% della valle è ormai isolato dal resto della Cisgiordania e soggetto
a severe limitazioni di accesso.
Malgrado tutto questo, i palestinesi resistono e il movimento è riuscito a
costruire sei scuole, due cliniche, circa 250 abitazioni e numerosi centri
comunitari, utilizzando spesso tecniche di edilizia sostenibile e coinvolgendo
volontari internazionali. Accanto alle attività di costruzione, sono state
promosse iniziative culturali e di formazione, con sostegno all’agricoltura.
“Esistere è resistere”
L’incontro al Nuovo Armenia non è stato soltanto un’occasione per conoscere dati
e statistiche, ma anche e soprattutto il racconto di una scelta: Rashid ci dice
che la resistenza non consiste esclusivamente nell’opposizione all’occupazione,
ma nella capacità di continuare a costruire comunità, educazione, cultura e
relazioni nonostante le difficoltà. E in questo senso assume grande valore la
collaborazione con i volontari internazionali di interposizione.
Una scuola, una casa ricostruita, una cisterna d’acqua, un ulivo piantato, un
laboratorio per i giovani: ogni progetto realizzato rappresenta un’affermazione
concreta del diritto dei palestinesi a continuare a vivere nella Valle del
Giordano.
È questo il significato del motto «Esistere è resistere». Un messaggio che, al
termine della serata milanese, è apparso non come uno slogan, ma come la sintesi
di oltre vent’anni di impegno quotidiano al fianco delle comunità palestinesi.
Per continuare a Resistere.
Redazione Milano