Tag - resistenza

“Non vi ho dimenticato, non siete soli.” Testimonianza dalla Cisgiordania occupata
Quella che segue è la testimonianza di una volontaria internazionale, tornata recentemente in Cisgiordania dopo un’esperienza vissuta negli stessi territori un anno prima. Durante la sua permanenza ha condiviso momenti della vita quotidiana delle comunità palestinesi, accompagnandole e documentando le violenze dei coloni, le restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e le forme di resistenza con cui queste comunità cercano di continuare a vivere sulla propria terra. Per ragioni di sicurezza e per tutelare la possibilità di proseguire questa attività, abbiamo scelto di non pubblicare il suo nome. Il suo racconto restituisce qualcosa che spesso sfugge alle cronache: non soltanto la violenza dell’occupazione, ma il significato della presenza, della solidarietà e dei legami umani che resistono anche nelle condizioni più difficili. E’ passato un anno da quando, su questa stessa seggiola, cercavo di mettere in fila i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie emozioni. Ora come allora ho mille cose che mi frullano per la testa, ho mille emozioni che premono nel petto per uscire e oggi, come allora, non so come gestirle. Un anno e la situazione è peggiorata anche oltre quello che potevo immaginare. In quest’anno ho seguito con ansia le notizie che arrivavano, ho ascoltato con attenzione le parole dei volontari che si alternavano sul campo, eppure non ero pronta, eppure non ero preparata ad affrontare tutto questo. Non ero preparata a vedere le ferite, non solo fisiche, di quelle persone la cui vita mi era capitato di incrociare in quelle settimane. Non ero preparata a non trovare più le case in cui avevo, seppur per brevissimi periodi, mangiato, chiacchierato, passato ore con lo sguardo rivolto agli schermi delle telecamere di sicurezza, oppure lontano, ai punti da cui più spesso arrivano i coloni. I coloni, quelli che da noi appaiono come entità quasi anomale, qui hanno la faccia di un ragazzino che sputa al pastore palestinese che ha l’unica “colpa” di voler pascolare il suo gregge nelle sue terre. Hanno la faccia di quell’uomo che, con un mitra in spalla, schernisce Sheikh Said. Hanno la faccia indistinta e codarda di quel gruppo che a sassate distrugge il pulmino. Uno dei pochi, se non l’unico, rimasto per portare i bambini a scuola in una zona come quella della firing zone, in cui i villaggi sono fatti di poche case, su quel terreno arido e duro come sa esserlo una zona alle porte del deserto. Hanno la faccia di quel ragazzo che, a cavallo, entra nel giardino al calar della sera, calpestando l’orto di famiglia. Hanno la faccia di quella gang che scorrazza in ATV nelle stradine sconnesse del villaggio, ormai abitato da soli uomini. Perché a volte, se si è fortunati, scorrazzano soltanto. Ma a volte, e non sono poche, lanciano sassi, usano bastoni anche contro vecchi, donne e bambini. Così, se puoi, li allontani, cerchi di proteggere i tuoi cari. L’occupazione, quella bestia che ti toglie il respiro fino a farti sentire stordita. È nell’aria che ti sembra di non riuscire a respirare, nella terra che non riesci a calpestare perché troppo vicina a un outpost, una colonia o una farm, dove una vegetazione lussureggiante e non certo autoctona ruba quella stessa acqua che spesso manca nelle case palestinesi. È nel gate che trovi chiuso al mattino e che ti impone di fermarti, di non andare, se ti va bene di ritardare i tuoi impegni. Oppure è nel soldato che, a viso coperto e armato fino ai denti, ti chiede i documenti, a te armata solo di una macchina fotografica. Ti chiede di giustificare perché tu sia lì, magari semplicemente a bere un tè in compagnia di una famiglia palestinese, o perché sei accorsa, chiamata per documentare l’ennesima violenza. È nella paura che quell’incontro, che la fotografia al tuo passaporto e al tuo visto, siano l’anticamera della revoca del visto, se non dell’espulsione, l’anticamera dell’impossibilità di tornare a incontrare queste persone, queste famiglie, questo popolo. E di fronte a tutto questo ti chiedi: ma che senso ha la mia presenza? Come può il mio essere qui avere un senso, avere un peso e un’utilità? Allora li guardi negli occhi e vedi la loro resistenza, la loro resilienza, la loro forza. Quella di Sheikh Said, a cui è stata amputata una gamba a causa di un proiettile esplosivo. Una pallottola illegale ovunque, sparata da un colono. Picchiato e vessato in mille occasioni, di fronte al colono pastore armato di mitra che cerca, con le sue pecore, di distruggere i suoi ulivi, non si lascia intimidire e continua a dissertare con te di religioni e filosofia. È negli occhi di quella ragazza che tiene in braccio la sua bambina di pochi giorni, quella bambina che ha rischiato di non nascere a causa di un colpo ricevuto durante un pogrom dei coloni. È negli occhi di chi ci aspetta nel buio della firing zone. Sì, nel buio, perché con la luce nella firing zone non si può entrare. Zona proibita, inaccessibile anche a chi ci vive. E che ci porta subito un piatto da mangiare, perché stanotte poi c’è una veglia da fare, è tardi e devi riposare un po’ prima. È nella bambina che, orgogliosa del suo inglese, ti chiede: «Ti piacciono di più i coloni o i palestinesi?». È nelle chiacchiere degli shebab che, davanti a un narghilè, ti raccontano degli avamposti. Inutile chiamarli illegali: lo sono per definizione, per il diritto internazionale e, addirittura, per assurdo, lo sono anche per il diritto israeliano. Ma quel diritto qui non c’è, o meglio, non c’è per i palestinesi, che si vedono costantemente piazzare tende, caravan e costruzioni sull’uscio di casa. È nella conta delle vetture sequestrate perché cercavano di portare acqua e cibo in qualche villaggio isolato, perché cercavano di portare aiuto alle famiglie rimaste senza casa dopo una demolizione. È nella fuga a fari spenti, mentre cercavano di riportare a casa un amico arrestato solo perché aveva cercato, con il suo corpo, di impedire l’ennesimo furto di quelle pecore che, in queste zone, sono un mezzo di sussistenza. E allora ti tornano in mente le parole di Hafez, quando sei andata via la prima volta: “Non è tanto per quello che fai qui, ma per il fatto che sei qui.” E allora vedi il sorriso sul volto di chi ti riconosce: sei tornata, non ci hai dimenticato. E allora, in queste piccole cose, trovi il senso della tua presenza, anche fosse solo questo: non vi ho dimenticato, non siete soli, la vostra lotta per l’esistenza è la mia lotta per sentirmi ancora un essere umano.   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
Furundulla 343-Le parole sono importanti…
…ma anche i disegnini hanno un loro senso di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Iperboli e litoti Non resilienzio più!   Fuori dal vaso   L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente: 342 Nooo…bel colpo
October 22, 2026
La Bottega del Barbieri
Faro di Roma: Oltre il cemento e le armi. Memoria operaia, resistenza antifascista e il ritorno del militarismo
DI LAURA TUSSI SU FARO DI ROMA DEL 2 OTTOBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Faro di Roma il 2 ottobr 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «La scelta di approfondire il nesso tra educazione e militarizzazione — evidente nella preoccupante penetrazione di forze armate e dimostrazioni d’uso delle armi all’interno delle istituzioni scolastiche volte a plasmare una gioventù disciplinata ai valori della “difesa della patria” — si inserisce in un quadro geopolitico di riarmo generalizzato. A ciò si aggiunge la localizzazione strategica del Comando NATO (il Quartier Generale permanente della Multinational Division South – Mnd-S) presso la caserma Predieri di Rovezzano, già tristemente nota come snodo logistico della K-Force durante la guerra nei Balcani. Questo presidio di guerra, unito alla retorica governativa sull’incremento delle spese militari giustificata dal conflitto russo-ucraino e alla ventilata reintroduzione di un servizio militare obbligatorio (finora solo sospeso) esteso anche alle giovani generazioni, delinea un disegno di progressiva militarizzazione della società civile. Come denuncia anche una altra realtà attivista L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università che opera e agisce anche a livello nazionale….continua a leggere su www.ilfarodiroma.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
È sangue di noi tutti
di Edoardo Todaro* Nel nuovo romanzo di Valerio Varesi, l’eccidio di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 riapre una pagina decisiva della storia italiana: la continuità degli apparati dello Stato, …
7 OTTOBRE 2023 – 2026: 3 ANNI DI GENOCIDIO, 78 ANNI DI OCCUPAZIONE E… RESISTENZA IN PALESTINA
Tre anni fa, il 7 ottobre 2023, dalla Striscia di Gaza parte l’attacco delle Brigate al-Qassam di Hamas e delle altre fazioni della resistenza palestinese che coglie di sorpresa l’esercito di occupazione israeliano. Negli scontri, prima che l’Idf – dopo diverse ore – riuscisse a riprendere il controllo militare del territorio, 1200 israeliani sono rimasti uccisi e circa 250 furono sequestrati e portati all’interno della Striscia. Da quel giorno, come rappresaglia da parte dello stato di Israele, è iniziata l’attuale fase genocidiaria dell’occupazione sionista iniziata con la Nakba del 1948. In tre anni, i bombardamenti, gli attacchi e le politiche criminali dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza hanno ucciso – secondo i numeri verificati dal Ministero della Sanità di Gaza –  74.245 palestinesi e ne hanno feriti 175.267 (le vittime potrebbero essere anche molte di più, dal momento che Tel Aviv non consente l’ingresso di mezzi idonei alla rimozione delle macerie, sotto le quali potrebbero trovarsi ancora migliaia di corpi senza vita). Le ultime due vittime sono state uccise stamattina da un attacco aereo israeliano che ha colpito il campo profughi di Hamad a Khan Yunis. Il 90% delle infrastrutture di Gaza – ospedali compresi – è ridotto a un cumulo di macerie. A tutto questo si aggiungono gli attacchi, le uccisioni, i rapimenti e le demolizioni quotidiane per mano di coloni fascisti e militari israeliani in Cisgiordania. In questi giorni, sono previste iniziative di solidarietà internazionale con la resistenza e la causa palestinese in tutto il mondo. In Italia l’Unione democratica arabo-palestinese (Udap), i Giovani Palestinesi (Gpi) e altre organizzazioni dei palestinesi hanno lanciato la data del 10 ottobre. Proprio sabato, a Brescia (la città da cui trasmette Radio Onda d’Urto), appuntamento alle ore 15 in Piazza Garibaldi per partire in corteo e raggiungere insieme lo stabilimento della Leonardo per denunciare le complicità italiane con il genocidio. Su Radio Onda d’Urto ne abbiamo parlato, in questa trasmissione, con Shukri Hroub, dell’Unione democratica arabo-palestinese (Udap), e con Fabian Odeh, cittadino italo-palestinese che per lavoro si reca spesso in Cisgiordania, nostro collaboratore. Ascolta o scarica. Diverse le iniziative di solidarietà con il popolo palestinese che sono state vietate con assurdi pretesti, come “la sensibilità delle persone verrebbe urtata dalla presenza di bandiere palestinesi nella data del 7 ottobre”. Così è andata a Lecco e a Bergamo, in quest’ultima città nel pomeriggio di mercoledì si è comunque tenuta una conferenza stampa. Ci siamo collegati con Stefano Bonomi della rete Bergamo per la Palestina poco prima della conferenza stampa. Ascolta o scarica
October 7, 2026
Radio Onda d`Urto
Smisurata preghiera della vetrina
di Mauro Armanino Da Piazza Banchi a Fabrizio De André, l’acciuga che nuota in direzione ostinata e contraria diventa immagine delle resistenze quotidiane: contro la guerra, la rassegnazione e l’anestesia …
Crosetto su diserzione, difesa, Resistenza: ma cosa dicono davvero i numeri?
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha replicato a chi usa in termine positivo la parola “diserzione” riferita alla difesa dello Stato (Repubblica, 17/9/2026), rivendicando che gran parte della guerra di Liberazione fu combattuta dalle forze dell’Esercito che, dopo l’8 settembre 1943, scelsero di resistere ai tedeschi, pagando con seicentomila deportati nei campi di concentramento. È una ricostruzione parziale, che la documentazione disponibile permette di verificare punto per punto. La cifra degli internati Il numero più accreditato per gli Internati Militari Italiani (IMI) è di circa 650.000 uomini, su un totale di circa 800.000 soldati catturati dai tedeschi nei giorni successivi all’armistizio. Sul numero dei morti nei lager non esiste una cifra ufficiale: le stime oscillano tra 37.000 e 50.000, talvolta fino a 60.000. Si tratta comunque di una forma di resistenza passiva — il rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale e di continuare a combattere a fianco dei tedeschi — e non di un’azione militare contro le forze d’occupazione. Le resistenze armate immediate Due episodi concentrano la memoria della resistenza militare attiva. A Roma, tra il 9 e il 10 settembre, la divisione Granatieri di Sardegna, affiancata dai Lancieri di Montebello e da alcuni reparti della Sassari e carabinieri, combatté a Porta San Paolo insieme a civili accorsi spontaneamente: tra 241 e circa 400 caduti civili secondo le stime. A Cefalonia, la divisione Acqui del generale Antonio Gandin scelse di respingere l’ultimatum tedesco e di combattere: le stime sui caduti — tra scontri, fucilazioni di rappresaglia e annegamenti nel trasporto verso il continente — divergono sensibilmente a seconda degli studi, da circa 2.300 a oltre 6.500, con un comunicato ufficiale del 1945 che ne indicava circa 9.400. Gandin fu tra i primi fucilati, il 24 settembre. L’altra componente: la diserzione come atto fondativo della Resistenza partigiana Qui i dati raccontano un fenomeno che la ricostruzione di Crosetto lascia fuori campo. Le prime bande partigiane, formatesi dopo il 25 luglio e soprattutto dopo l’8 settembre, si formarono anche grazie a soldati che abbandonarono reparti ormai privi di comando per darsi alla macchia. A questo nucleo italiano si aggiunse una componente multinazionale: si stimano almeno 15-20.000 combattenti stranieri nella Resistenza italiana, giunti soprattutto tramite diserzione dalle forze armate tedesche o fuga dalla prigionia — tra loro circa 5.000 sovietici, migliaia di jugoslavi, polacchi e cecoslovacchi, 2-3.000 tedeschi e austriaci. Il caso più noto è quello di Fëdor Poletaev, sergente dell’Armata Rossa fuggito nel 1944 da un campo di lavoro a Tortona, caduto nella Battaglia di Cantalupo il 2 febbraio 1945 e insignito di medaglia d’oro al valor militare: la motivazione ufficiale lo descrive come “deportato russo in Italia, fuggito dal campo di concentramento tedesco dove era internato, per raggiungere le formazioni partigiane”. Diserzione ed evasione, in questi casi, non sono l’opposto della Resistenza, ne sono invece una delle vie d’accesso. Il nodo storiografico Claudio Pavone, in “Una guerra civile” (1991), e Santo Peli, in “La Resistenza in Italia” (2004), leggono questi percorsi — la renitenza degli Internati Militari Italiani, la resistenza armata di reparti regolari, la diserzione verso le bande — come componenti compresenti di un’unica crisi dello Stato-nazione, non come alternative gerarchiche sul piano morale. La contrapposizione tra “chi ha resistito in divisa” e “chi ha disertato” non corrisponde, in questa storiografia, a una linea di demarcazione tra legittimità e illegittimità. Il punto lessicale La distinzione che Crosetto rivendica tra “difesa” — termine a cui la Costituzione (art. 52) affianca l’aggettivo “sacro” — e “riarmo” sposta il piano del discorso dal dato materiale a quello valoriale. Ma usare “gran parte della guerra di Liberazione fu combattuta dalle forze dell’Esercito” per liquidare ogni uso positivo della parola “diserzione” richiede di ignorare che una parte sostanziale della stessa Resistenza partigiana nacque esattamente da atti di diserzione — italiana e straniera — e che la storiografia non li tratta come un’onta da cui prendere le distanze. Conclusione Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, resta aperta, al netto della ricostruzione fattuale, una domanda che la polemica politica tende a chiudere in partenza: quando la diserzione può essere un valore? La storiografia citata sopra non offre una risposta univoca, ma un criterio di lettura: la diserzione non ha un segno morale fisso, dipende da cosa si abbandona e verso cosa ci si muove. I disertori tedeschi e austriaci che si unirono alle brigate partigiane lasciarono un esercito di occupazione per combattere contro di esso. Gli Internati Militari Italiani che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana non disertarono: scelsero l’internamento pur di non continuare la guerra a fianco del Reich. I soldati italiani che dopo l’8 settembre abbandonarono reparti ormai senza comando per darsi alla macchia si allontanarono da una catena di comando che aveva smesso di esistere, non da uno Stato capace di dare ordini. Se il criterio è questo — non l’atto in sé, ma la direzione verso cui porta e la natura di ciò che si lascia — allora la domanda che la politica dovrebbe porsi non è se la parola “diserzione” sia di per sé legittima o inaccettabile, ma quale sia, in ogni contesto storico specifico, l’autorità da cui ci si allontana e la causa per cui lo si fa. È su questo crinale che l’Osservatorio intende collocare il proprio contributo al dibattito: non difendere o condannare una parola in astratto, ma restituire alla sua storia la complessità che la ricostruzione di Crosetto, trattando “diserzione” come termine univocamente screditante, lascia fuori campo. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“FUORI I SIONISTI DA BRESCIA, PALESTINA LIBERA!”. IN DUECENTO CONTESTANO L’INCONTRO CON IL MILITARE ISRAELIANO LION UDLER
Più di 200 persone sono scese in strada nel centro storico di Brescia, tra corso Martiri della Libertà e via Moretto, insieme al Coordinamento Palestina e dietro lo striscione “Fuori i sionisti da Brescia, Palestina libera!”. La chiamafa, organizzata in pochissime ore, è nata per opporsi a un’iniziativa di chiara matrice sionista. A Palazzo Averoldi, in via Moretto, l’Associazione Italia-Israele di Brescia ha invitato a intervenire Lion Udler, ex militare dell’intelligence e dei reparti “d’elite” dell’esercito di occupazione israeliano. Ore 18 – La prima corrispondenza di Marco della redazione di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica. Via Moretto è completamente blindata dalla polizia a difesa della conferenza sionista. I manifestanti anti-sionisti, solidali con la causa e la resistenza palestinese, hanno percorso alcune decine di metri in corteo in direzione dello sbarramento delle forze di polizia, per avvicinarsi il più possibile al luogo della conferenza sionista. La seconda corrispondenza di Marco della redazione di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.
October 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Marilyn Monroe. Biografia di una resistente
La miscela che l’uccise a 35 anni è la sintesi di mezzo secolo di epidemie farmacologiche: il Nembutal, barbiturico eminente degli anni ’50-’60, oggi utilizzato per il suicidio assistito e per le esecuzioni capitali, e l’idrato di cloralio, caro agli sbirri di Ellroy.  L’effetto fu moltiplicato dall’assuefazione a farmaci antidolorifici (ossicodone compreso) assunti per controllare un’endometriosi di lunga data e ad altre sostanze occasionali e all’alcol. Incidente o suicidio Ilenia Rossini non si pronuncia, scartando invece decisamente la tesi pop del complotto omicida, che l’associa verosimilmente al pozzo  nero dei Kennedy, relegandola però nel ruolo di vittima sacrificale – ennesima variante “tragediata” della dumb blonde che Marilyn non voleva essere e non fu. Le teorie cospirative negano invece il fatto, sempre rivendicato, di essere stata lei una combattente,  l’artefice del proprio destino attraverso la produzione controllata di immagini – ultima e più durevole quella mortuaria. UNA VITA NON STANDARD Questa doppia biografia (di Marilyn e della storica Ilenia Rossini, che appassionatamente le si è dedicata) scandisce per tappe in parallelo la vita dell’attrice e le occasioni di incontro, dalla  prima rievocazione a sette anni e mezzo per qualche anniversario fino alla stesura del libro o, diciamo meglio, moment di corpo a corpo con un oggetto ribelle a ogni schema. Un’ossessione non individuale, peraltro, bensì condivisa in modi e tempi diversi da milioni di persone – come ha osservato L. Peretti nella sua recensione sul “manifesto”. > Quanto la stessa Marilyn abbia costruito consapevolmente  la sua persona > pubblica, piuttosto che adeguarvisi, rimanda alle sue radici operaie, ai due > anni di esperienza di fabbrica nel reparto verniciatura della Radioplane di > Burbank, alla consuetudine con il “lavoro ben fatto” e la retribuzione > contrattata. È anche la nota distintiva del suo essere di sinistra, non solo > come ricaduta nel mondo dello spettacolo del New Deal (in analogia a Frances > Farmer e a Orson Welles, che peraltro mai avevano lavorato con le mani) e a > differenza delle attrici progressiste della “nuova sinistra” anni ‘60 – Jean > Seberg, Jane Fonda, Susan Sarandon. Marilyn è della razza di Woody Guthrie più > che del giovane  Bob Dylan o di Neil Young. La scelta è, dunque, di soffermarsi più sulla storia lavorativa di Norma Jeane che sulle vicende lacrimose di abbandoni e orfanotrofi, pur descritte con accuratezza. Licenziatasi dalla fabbrica nel 1945 cerca un nuovo lavoro meglio pagato come modella fotografica – alle donne si schiudono allora solo mestieri che facciano perno sul corpo – e Norma Jeane si rende conto che la fotografia non cattura ma costruisce la realtà e la modella può esercitare un diritto di scelta sulle immagini, costruirsi attraverso esse. Quando viene messa sotto contratto dalla Fox, nel 1946, abbandona Norma Jeane e assume il nome su cui costruirà la propria immagine definitiva: Marilyn Monroe. Si apre ora un contenzioso inesauribile fra Marilyn e la Fox, man mano che la modella conquista particine nei film e pretende di controllare personaggi e sceneggiature confrontandosi però con un colosso dell’industria dell’entertainment, non più con singoli fotografi e riviste. Anche qui c’era un precedente, un’altra dumb blonde, che non era stupida per niente e agiva in un contesto ancora non cristallizzato sul piano produttivo e imbrigliato nella censura del codice Hays. Mae West, era riuscita a tener testa ai produttori lavorando sui due versanti del cinema e del teatro, ma siamo ancora nella preistoria del genere che nel secondo dopoguerra  è radicalmente ristrutturato in un sistema chiuso a cinque voci. LA GUERRA INFINITA CON LA FOX A cavallo fra i ’40 e i ’50, quando Marilyn si fa strada, l’industria cinematografica dominata dalle Big Five sta uscendo con una radicale ristrutturazione dalla crisi post-bellica, determinata dall’avvento della Tv e dallo spostamento di cospicui strati benestanti dai centri cittadini ai suburbia. La risposta passa per le innovazioni tecniche (uso generalizzato del colore, nuovi formati giganti dk proiezione e irrigidimento dello star system con riconoscibilità intensificata delle star. La costruzione di un’identità stereotipa era parte del lavoro e Marilyn vi si getta a modo suo, cioè non appiattendosi sui requisiti degli studios ma puntando a un rapporto diretto con il pubblico – memore di quando spendeva buona parte del suo salario per frequentare avidamente le sale di periferia. Grazie all’incontro con un agente efficiente e innamorato, Johnny Hide, la nuova Marilyn comincia a ottenere nel 1949 parti secondarie ma prestigiose, da Una notte sui tetti, con Groucho Marx, a Giungla d’asfalto, diretto da J. Huston (che ritroverà nel suo ultimo film). Nei mesi successivi entra in contatto con il giro dell’Actors Studio, conosce Miller ed Elia Kazan, ancora progressista, di cui divenne amante e che retrospettivamente la definì «una piccola gatta randagia», una sintesi di tutte le sfortunate eroine di Chaplin». Infame, ma acuto. > Il 1952 è però l’anno decisivo: si apre con l’epocale calendario, che rese > pubblico il suo corpo e le consentì tuttavia una sincera difesa che disarmò le > paventate rappresaglie della Fox, e prosegue con l’incontro con Joe DiMaggio  > – che, a mio parere, resterà l’uomo principale, fra alti e bassi,  per tutto > il resto della sua vita al punto a gestirne il funerale e il ricordo come > persona, fuori dal mito. Un amore invadente che si scontrava con l’altro e più > forte desiderio di Marilyn: fare il cinema passando sopra ogni gelosia e > censura. Il noir che realizzò, quell’anno, Niagara di H. Hathaway, le permise di dimostrare le sue capacità in un ruolo tragico – la femme fatale criminale era peraltro il complemento malvagio della svanita dumb blonde – e Rose Loomis in abito scarlatto (nel film e nell’iconica locandina) divenne subito uno dei nuovi simboli di Hollywood, nonché la prima occasione di litigio con il marito. L’anno si chiude con la lavorazione di Gli uomini preferiscono le bionde (diretto da H. Hawks), dove Lorelei Lee recita e canta il valore dei diamanti con ironia insuperabile. È nata una diva: non percepisce ancora stipendi da favola, ma per la prima volta ottiene un camerino tutto suo (quello che era stato di Betty Grable). L’APOGEO Di qui in poi la carriera sullo schermo va tutta in discesa e a inizio 1955 Marilyn ruppe con la Fox e fondò – inaudito! – una propria casa di produzione trasferendoi a New York e stringendo legami sostanziali con l’Actors Studio e gli intellettuali di sinistra che vi gravitavano intorno. Due film con Billy Wilder la inserirono stabilmente nella storia del cinema valorizzando proprio l’ironia con cui gestiva il ruolo della ”bionda”, mentre la vita privata e la salute cominciavano a presentarle il conto dei problemi che riusciva a esorcizzare e rendere produttivi solo sullo schermo.  Sugar Kane sopravvive alla travagliatissima lavorazione, ma la donna è afflitta dall’endometriosi, all’epoca mal conosciuta e peggio curata,  che la costringe a imbottirsi di antidolorifici e sonniferi e causa gravidanze extrauterine con conseguenti e frustranti aborti spontanei. Ne consegue un consumo di anfetamine e stimolanti assortiti per controbilanciare gli effetti sedativi e mantenere i ritmi di lavoro e il peso forma. Con gli anni cresce la dipendenza da alcolici e, peggio ancora, da psichiatri e consulenti. Condizione standard per tutti i performer all’epoca, ma acuita dai problemi fisici e dall’immensa esposizione pubblica in questo caso particolare. Lo stesso matrimonio con Arthur Miller ebbe su Marilyn effetti contrastanti: all’inizio rassicuranti per il suo desiderio di sottrarsi all’ambiente hollywoodiano, ben presto depressivi, a cominciare dal soggiorno londinesi per le riprese di Il principe e la ballerina. I tormenti del comunista immaginario si rivelarono non meno soffocanti della possessività del giocatore di baseball. CURSUM PERFICIO Gli anni ’60 segnano un crescendo di tutti gli aspetti contraddittori della storia di Marilyn. Un’intensa vita sociale che tracima, dai consueti ambienti  dello spettacolo e degli intellettuali di sinistra a una pericolosa contiguità con i vertici del potere – i fratelli Kennedy – attraverso la mediazione del giro Lawford-Sinatra e di tutto il Rat Pack, un’eccellente prestazione attoriale nei Misfits di J. Huston, che vide anche un impegno intenso di Miller – ­ che risultò fallimentare sul piano matrimoniale e, a mio parere, anche su quello della sceneggiatura –, infine un’accelerazione frenetica dei ricoveri e dell’abuso di farmaci. Il 1962 ne segnò il culmine: partecipazione irregolare alle riprese del mai completato Something’s got to give, il celebre Happy birthday, Mr. President al Madison Square Garden, l’acquisto di una casa a Hollywood con l’iscrizione di cui al sottotitolo (“fine corsa”), infine la morte per un’overdose probabilmente involontaria ma annunciata. Marilyn era ben consapevole di quanto aveva deliberatamente costruito per farsi strada: «la gente aveva l’abitudine di guardarmi come se fossi una sorta di specchio invece che una persona, non vedeva me, vedevi propri pensieri osceni. Poi si ripuliva definendo me l’oscena». E questo sopravvive alla morte e infesta tuttora la critica. Ognuno vi ha visto cià che voleva e nessuno di questi punti di vista è del tutto vero o falso. «Marilyn Monroe – conclude Ilenia Rossini – era abbastanza grande e abbastanza contraddittoria da contenere tutto questo, e di più». Dietro l’icona, «c’era una donna che lavorava, leggeva, prendeva posizione, combatteva, temeva, amava, era felice, era disperata, falliva e si rialzava». Immagine di Myron Ehrenberg da Wikimedia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Marilyn Monroe. Biografia di una resistente proviene da DINAMOpress.
October 2, 2026
DINAMOpress