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Torino: manifestare ai tempi dei decreti sicurezza
La manifestazione “Noi la guerra non la vogliamo” è stata la risposta torinese alla chiamata alle piazze indetta a livello nazionale questo sabato. La manifestazione era già stata convocata dal collettivo Torino Partigiana ed ha via via acquistato più importanza dopo i fatti della scorsa settimana: anche le pagine social del Movimento 17 ottobre invitavano a confluire su quella piazza. In piazza Castello a partire dalle 15 si sono radunate qualche migliaio di persone; in situazioni simili la Questura ha sempre fatto partire il corteo anche se non c’era l’autorizzazione preliminare in quanto l’attuazione dell’articolo 17 della Costituzione[1] veniva considerata prioritaria ed anche per diminuire la pressione della piazza. Questa volta la piazza è stata gestita in maniera differente: migliaia di persone si sono trovate stipate senza nessuna via di fuga e con tutti gli accessi chiusi da cordoni di polizia. I manifestanti cercano quindi il modo di uscire dalla piazza tentando di forzare i blocchi dal lato di via Po; la polizia risponde con una carica di alleggerimento, da lì non si passa. La cosa appare talmente eccessiva che persino alcuni passanti esortano la polizia a togliere il blocco per fare passare il corteo in nome della Costituzione, incitandoli a disobbedire agli ordini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» – Passante esorta la polizia a far passare i manifestanti Foto: M.BARIONA Il corteo si posta quindi verso via Cernaia, chiuso anche lì. Si tenta di utilizzare il passaggio su via XX Settembre, la risposta è una nuova carica. Il balletto dura un paio d’ore in cui la gente resta chiusa in piazza. Ad un certo punto un’auto passa a velocità sostenuta in mezzo alla gente; per puro caso nessuno rimane ferito e l’auto ed il relativo autista viene protetto dal cordone di polizia di via Cernaia. Foto e video dell’episodio ce ne sono, confido nel solerte lavoro dell’autorità giudiziaria per scoprire l’identità dell’autista dell’auto. A questo punto si apre una via di fuga su viale Partigiani ed il corteo può partire per il suo lungo percorso, solertemente guidato tramite cariche di alleggerimento e lacrimogeni anche perché ormai è giunto ad Aurora e Barriera, quartieri meno centrali e con minore copertura mediatica. Il corteo dovrebbe chiudersi in piazza Baldissera nel pieno di quella periferia di Torino abbandonata a sé stessa ed alla speculazione immobiliare, dove comincia a diventare difficile trovare case in affitto e la tensione sociale appare più densa[2]: lì intorno non si sono vetrine luccicanti da difendere od obiettivi sensibili. Il corteo è praticamente finito, si è fatto buio ed è quasi ora di cena. I manifestanti che hanno marciato per chilometri e subito diverse salve di lacrimogeni tornerebbero anche a casa: le forze dell’ordine caricano anche lì utilizzando tutto l’armamentario a loro disposizione: manganelli, gas lacrimogeni, persino gli idranti. Poi organizzano un rastrellamento fermando alcuni manifestanti: i vari decreti sicurezza consento il fermo di chiunque, maggiorenne o minorenne, fino a dodici ore per l’identificazione. In questura vengono portate quattro persone (mentre almeno tre sono in stato di fermo da prima della manifestazione). Due di loro verranno rilasciare subito per essere accompagnate in ospedale dove necessitano di ricovero in seguito alle contusioni, quattro vengono rilasciate nella notte dopo le identificazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Appare chiaro che risulta possibile, in momenti con un forte impatto emotivo, utilizzare i social per convocare manifestazioni molto partecipate senza che ci sia un referente preciso; la piazza di Torino di oggi e probabilmente quelle del resto d’Italia ne sono una dimostrazione. Ciò non toglie che ammassare migliaia di persone disorientate e senza riferimenti precisi crea una confusione difficilmente gestibile che lascia troppo spazio all’improvvisazione. L’atmosfera che si respirava oggi in piazza mi ha ricordato quella di Genova 2001: la sostanziale differenza è che 25 anni fa l’ordine pubblico è stato gestito in deroga alle norme vigenti e questo ha generato una serie interminabile di processi[3], ora tutto è perfettamente conforme alla legge. Poi ci sono loro, le ragazze ed i ragazzi che sentono la necessità impellente di farsi sentire e di lottare per una qualche idea di futuro: questa lotta, motore della storia, è stata classificata come un problema di ordine pubblico da uno dei governi più autoritari della storia repubblicana che, per giustificare questa fallimentare strategia di fronte all’opinione pubblica, non esista a degradare i diritti civili, indicare colpevoli a casaccio e manipolare la realtà a questi fini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA [1] I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. [2] Per approfondimenti sulla situazione sociale dei quartieri Aurora e Barriera di Milano a Torino cfr https://www.pressenza.com/it/tag/alimonda-summer-festival/ [3] Per approfondimenti sui percorsi giudiziari dopo Genova 2001 https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/   Giorgio Mancuso
October 25, 2026
Pressenza
Verde Urbano ‘latu sensu’, dalla Bretagna a Bologna – Green Deal
Le ondate di calore di una estate ufficialmente riconosciuta da Copernicus come la più calda mai registrata in Europa Occidentale hanno portato non solo a riflettere sulla urgenza di misure emergenziali in ambito urbano, a partire dalla creazione di rifugi climatici, ma anche alla nascita di una fitta rete di gruppi di cittadini impegnati nella difesa degli spazi verdi che una folle politica di cementificazione distruttrice di suolo per il profitto di pochi intende aggredire senza ritegno, come sappiamo dalle mappe di Ispra curate da Michele Munafò. Ci ricorda Elena Granata come abbiamo progettato città impermeabilizzando il suolo, tombando fiumi e canali, canalizzando l’acqua piovana, eliminando il verde spontaneo. Oggi sappiamo che le città devono trattenere l’acqua, veder aumentare la permeabilità dei suoli e piantare alberi depavimentando, creando ombra, riducendo l’asfalto e appoggiandosi al verde come infrastruttura climatica di sopravvivenza. Secondo Paolo Pileri il progetto urbano ‘deve togliere’ ripensando e ridisegnando gli spazi, rivedendo proporzioni e geometrie per re-inventarsi nuovi suoli, prati, arbusti, piante. Ripermeabilizzazione e depavimentazione significano rimozione completa dell’asfalto e poi ricostituzione del suolo che ne aumenti la permeabilità, dando nuovo fiato alla cultura delle green belts e dei green corridors, decenni fa progettati in funzione della tutela di biodiversità ed ancor più della necessità di dotare le città di barriere vegetative periurbane, come difesa dal particolato fine, che rende cancerogena l’aria padana secondo lo IARC di Lione allora diretto da Renzo Tomatis, con cui condivisi la militanza nella redazione del “Sapere” di Giulio Maccacaro. Spazi verdi: il percorso di Bologna e Parigi Si inserisce in questo contesto una riflessione dell’amico Mauro Felicori, rigeneratore della Reggia di Caserta e prima Dirigente apicale del Comune di Bologna: con lui, Francesco Indovina e Bernardo Rossi Doria lavorammo anche, quaranta anni fa, alla proposta di dedicare uno spazio pubblico di Bologna ad una “Biblioteca ed Emeroteca dell’Ambiente”, che divenisse anche custode degli Archivi dell’Associazionismo ecologista di cui conoscevamo il rischio di dispersione. Sempre in quegli anni a Bologna Pier Luigi Cervellati, lavorando sull’OrtoFotoPiano della città, spiegava come realizzando piccole porte nei muri perimetrali dei giardini che abbellivano gran parte dei palazzi in Centro Storico si sarebbe potuto dare vita ad uno splendido Parco Urbano diffuso da rendere accessibile al passeggio ed alla fruizione pubblica, ovviamente accessibile solo secondo tempistiche coerenti con le esigenze degli abitanti e con rigorosi controlli all’accesso e misure di sorveglianza dei percorsi. L’ iniziativa che Mauro Felicori propone oggi nasce da quando a Parigi gli venne mostrata la mappa termica della città con le aree colorate in base alla temperatura media, mappa da cui emergeva il cimitero del Père-Lachaise come grande areale verde, con qualità dell’aria migliore rispetto alle zone circostanti e fonte d’Ossigeno paragonabile al Bois de Boulogne. Maturò allora in lui l’idea che i nostri cimiteri, nati ‘fuori le mura’ ma già ormai pienamente urbani, potrebbero diventare formidabili foreste urbane, spazi verdi pubblici di grande fascino, contributo alla lotta alla crisi climatica. Peraltro il calo delle sepolture ed il crescente ricorso alla cremazione hanno portato al calo drastico di fabbisogno di spazio cimiteriale, almeno di uno a cinquanta secondo Felicori, per cui a Bologna, Rimini, Ferrara ettari di spazi verdi liberati potrebbero essere riprogettati a giardini e piccoli parchi, mentre i cimiteri monumentali, per il loro significato storico andrebbero tutelati e valorizzati come patrimonio culturale, musei a cielo aperto. Tra sacro e profano: il mistero degli enclos bretoni Questo ragionamento, con cui concordo, mi rimanda ai frequenti viaggi d’un tempo tra l’Inghilterra meridionale del gotico perpendicolare e l’amata Bretagna degli enclos paroissiaux, complessi parrocchiali recintati da lastre di roccia piantate verticalmente, alla maniera delle recinzioni costruite dai Cimbri tra Lessinia e Cansiglio, per separare lo spazio sacro da quello profano. Agli enclos, realizzati in granito bretone tra il XVI e il XVIII secolo attorno al cimitero del borgo, si accede attraverso un arco trionfale per arrivare alla chiesa ornata da splendidi jubès lignei, alla cappella funeraria, all’ossario ed al calvario, raffigurazione in pietra della Passione di Cristo scolpita in occasione di calamità o pestilenze con figure recanti abbigliamento dell’epoca, con funzione didattica per “elevare” a Dio l’anima dei credenti, rivolta ad una popolazione rurale ancora fortemente legata agli antichi culti pagani e per lo più analfabeta. Si ipotizza che ciò possa ricondurre alle croci che i primi Celti convertiti al Cristianesimo ponevano in cima ai menhir (Carnac è sito bretone). Viaggiando per enclos, seduti all’imbrunire a un tavolino del bistrot di paese sorseggiando cydre brut dopo aver gustato una galette de sarrasin, era usuale vedere molte persone, soprattutto donne, superare ritualmente la lastra di granito posta orizzontalmente all’ingresso del prato luogo delle sepolture per fare visita ai propri defunti. Avvertivo sempre, così, segni forti di una cultura riconducibile alle concezioni celtiche della morte che i Celti vivevano come legata alla resurrezione, paragonandola al sole che sorge e tramonta e quindi deve essere nascosta ma sentita il più possibile come evento familiare. Questo ricordo mi rafforza nel condividere la riflessione di Mauro Felicori. *Walter Ganapini è membro onorario del Comitato scientifico dell’Agenzia Europea dell’Ambiente Redazione Italia
October 25, 2026
Pressenza
A Roma protesta contro l’ENI: bloccato l’ingresso all’Auditorium
L’AZIONE DI ULTIMA GENERAZIONE IN UNA GIORNATA IN CUI CRESCE L’ONDA DELLA RABBIA SOCIALE E IL GOVERNO SCHIERA I DRONI ED ESERCITO CONTRO IL DIRITTO MANIFESTARE Il giorno dopo la trimestrale record di Eni, sponsor dell’Accademia di Santa Cecilia, 8 persone di Ultima Generazione si sono stese oggi sulla scalinata dell’ingresso dell’Auditorium della Pace. Erano le 14.30, poco prima della replica del Siegfried di Wagner con cui l’Accademia ha aperto la stagione sinfonica. Coperte da sudari in segno di lutto e da sacchi neri a simboleggiare il petrolio, hanno denunciato la sponsorizzazione di Eni, che ieri ha annunciato 2,8 miliardi di utile nel terzo trimestre, e la partnership con Cassa Depositi e Prestiti. Dopo 15 minuti sono arrivate le forze dell’ordine che hanno spostato le persone dalla scalinata di accesso portandole in questura. L’Accademia di Santa Cecilia è sponsorizzata da Eni e ha come partner Cassa Depositi e Prestiti che oltre alla cultura sponsorizzano gas e petrolio e si arricchiscono con la crisi del carburante. Anna, 21 anni, universitaria, ha dichiarato: “Sono una studentessa, il mio futuro lo stanno ammazzando! Mi stanno levando la voce, mi stanno facendo annegare. Io dovrei studiare, dovrei vivere, e voi dovreste sentirvi la responsabilità dei vostri figli. Questo governo, ENI e CDP dovrebbero sentirsi questa responsabilità. Un giorno io potrei avere dei figli come tutti voi, ma non me lo state dando questo futuro. I vostri soldi vengono usati per ammazzarci. Non è giusto, io combatto per il mio futuro e questo è quello che ci danno! Stiamo morendo, d’estate svengo dal caldo, vi sembra giusto tutto questo?” Bruno, 32 anni, pugliese, ha dichiarato: “Questi sudari simboleggiano il lutto degli autotrasportatori e degli agricoltori del sud che bloccano le strade perché il loro lavoro viene divorato dal caro carburante, il lutto – e la rabbia – delle studentesse e degli studenti e dei giovani delle periferie, lasciati abbandonati in presenza di disagio dinanzi ad un futuro ancora peggiore”. IL GREENWASHING MUSICALE DI ENI E DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI Eni e Cassa Depositi e Prestiti si fanno belli sponsorizzando eventi come questo; usano la cultura per farsi pubblicità. Non sappiamo quanto gli costano queste pubblicità. Sappiamo però che CDP ha finanziato con 650 milioni il gasdotto Mozambique LNG della Total , una di quelle opere che non dovremmo costruire se non vogliamo aggravare la crisi climatica. Sappiamo però quanto ha guadagnato Eni nell’ultimo trimestre: 2,3 miliardi, un miliardo in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Queste mentre gli autotrasportatori fanno la fame perché non riescono a pagare il carburante. La stessa crisi che affama gli uni fa ricchi gli azionisti e i manager del cane a sei zampe; la stessa dipendenza, quella dal gas e dal petrolio, che distrugge il clima e ci porta al collasso sociale, permette a Descalzi e ai suoi colleghi di farsi belli con i rendiconti trimestrali e di distribuire utili agli azionisti. Non è giusto, non è tollerabile. L’azione nonviolenta arriva in giorni di mobilitazione contro il riarmo e il caro prezzi . Il 16 ottobre gli studenti sono scesi in piazza in tutta Italia, 400 mila secondo gli organizzatori, al grido di “soldi alla scuola, non alla guerra”. Il 30 ottobre i portuali di oltre 40 porti europei e del Mediterraneo sciopereranno contro il traffico di armi, e anche gli studenti hanno annunciato la loro adesione. Il 20 novembre è previsto lo sciopero studentesco europeo contro la guerra. Ultima Generazione ci sarà. A SETTEMBRE E’ PARTITA LA NUOVA CAMPAGNA DI ULTIMA GENERAZIONE “Non con i nostri soldi” è la nostra campagna che invita a togliere conti e risparmi dalle banche che finanziano guerre, genocidio e fossili. Sono oltre 9.000 le persone che in pochi giorni hanno aderito a questa chiamata tramite appello. Cartella stampa su tutte le azioni organizzate da dicembre 2021 qui PROSSIMI APPUNTAMENTI: * Online – Oct 25, 2026, 9:00 pm – 10:30 pm Attivati contro la finanza tossica! * Online- Oct 27, 2026, 7:00 pm – 8:30 pm Disinvestiamo dalla finanza tossica! * Cagliari – Oct 29, 2026, 6:00 pm – 7:30 pm Disinvestiamo dalle banche tossiche! * Roma – Nov 13, 2026, 7:00 pm – 9:00 pm Docu-film Come se non ci fosse un domani * Online – Nov 15, 2026, 9:00 pm – 10:30 pm Presentazione online – Non con i nostri soldi! Ultima Generazione
October 24, 2026
Pressenza
Il cemento in Piazza della Libertà a Monterotondo e la beffa di monopattini e bici elettrici
Leggere la delibera che introduce 200 biciclette e monopattini elettrici in sharing mi ha riportato alla memoria un ricordo di molti anni fa e, in apparenza, completamente scollegato dal testo che leggevo. Abito a Monterotondo da anni, ma non sono di qui. Così come accade a tutte le persone “immigrate”, possiamo cogliere meglio aspetti, convenzioni, abitudini e costumi che non conosciamo perché appartengono, di rito, al luogo “originario”. Motivo per cui spesso “noi stranier*” siamo più attent* a dettagli da decodificare. Il ricordo era il seguente: nel palazzo dove eravamo andati ad abitare all’inizio, nel cuore del centro storico, dovevamo decidere a quali lavori condominiali dare la precedenza – il portone su strada o una sistemazione più accurata delle scale anche per maggiore sicurezza. Non era un problema economico, ma sulle scale si sorvolò e sul portone no e così si dovettero accettare anche le lucide targhette in ottone con nomi incisi in nero e con grafia rigorosamente riccioluta. Queste decisioni mi disorientarono, perché mi sembrava assurdo il “maquillage” del portone al posto della sicurezza e rinascita delle scale. Mentre leggevo questa ordinanza ho ritrovato gli stessi, identici condizionamenti: la facciata prima di tutto, ma a oltre ciò si coglie una sorta di contraddizione concettuale e decisionale. Anche le osservazioni e critiche più tecniche dell’Associazione Centro Storico in Movimento, che qui riportiamo, colgono lo stesso sdoppiamento. Voluto o non compreso? C’è un cortocircuito politico e concettuale insanabile che lega le ultime decisioni dell’Amministrazione Comunale di Monterotondo in materia di ambiente, mobilità e tutela del territorio, caratterizzato da una difesa cieca e sorda dalle istanze della cittadinanza. Da un lato la blindatura ad ogni costo del project financing su Piazza della Libertà, con il rischio di abbattimento dei 24 alberi ad alto fusto e la chiusura a riccio verso la cittadinanza, i comitati e le associazioni di tutela come Italia Nostra; dall’altro la Delibera di Giunta n. 318 del 6 ottobre 2026 che approva l’arrivo di 200 veicoli in sharing (100 monopattini ed e-bike) gestiti da Lime, sbandierandoli come un traguardo in coerenza con il PAESC (Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima). Mettere a confronto questi atti fa emergere la profonda contraddizione di una politica che usa la sostenibilità solo come slogan, smentendo nei fatti le sue stesse scelte passate e ignorando il forte dissenso della città. La contraddizione del CO2: attrarre auto in centro e spacciare la micro-mobilità come soluzione Il cortocircuito più vistoso riguarda proprio il bilancio delle emissioni di anidride carbonica. L’Amministrazione sostiene di voler ridurre le emissioni introducendo la mobilità elettrica in sharing, ma la realtà scientifica smentisce clamorosamente questa narrazione su entrambi i fronti: Il parcheggio in centro induce CO2 e cementifica il verde. Costruire un parcheggio interrato per 160 posti a pagamento ed erigere al centro di una storica piazza un centro commerciale alto oltre 16 mt. funziona come un magnete per il traffico veicolare. Invece di scoraggiare l’uso dell’auto, si attirano centinaia di veicoli al giorno direttamente nel centro cittadino, moltiplicando le emissioni di CO2 da tubo di scappamento. A questo si aggiunge un danno irreparabile: l’abbattimento di 24 alberi storici adulti ad alto fusto di cui due monumentali – e la creazione di un’isola di calore – che oggi costituiscono la sola ed effettiva “spugna naturale” in grado di assorbire tonnellate di CO2 e mitigare l’effetto isola di calore. I monopattini in sharing generano CO2 invece di toglierla: numerose analisi del ciclo di vita (LCA) pubblicate dalla letteratura scientifica internazionale dimostrano che i monopattini elettrici in sharing non sono affatto a impatto zero. La loro produzione, il recupero notturno con furgoni termici per la ricarica, la manutenzione e la breve durata delle batterie generano ingenti emissioni di carbonio. Inoltre, i dati mostrano che i monopattini non sostituiscono i viaggi in automobile, ma sottraggono utenti agli spostamenti a piedi, o al trasporto pubblico. Il paradosso è servito: da un lato si promuove un’opera che genera traffico, in contrasto col paesaggio storico e urbanistico e cancella chi l’anidride carbonica la assorbe davvero (gli alberi); dall’altro si introducono mezzi che producono ulteriore CO2 nella filiera di gestione, spacciandoli per la soluzione ecologica. Mentre la Giunta di Monterotondo presenta questa operazione come “innovativa”, il panorama internazionale sta drasticamente voltando pagina. Il caso Parigi e le grandi metropoli Città come Parigi hanno completamente vietato i monopattini elettrici in noleggio libero a seguito di referendum popolari, mentre Roma e Milano hanno dovuto applicare tagli drastici alle flotte, imponendo stalli fisici rigidi per arginare il degrado urbano, gli sprechi e la sosta selvaggia sui marciapiedi. L’illusione dei parcheggi virtuali Affidarsi a “parcheggi virtuali” e semplici foto via app non risolve il problema. Senza infrastrutture dedicate e rastrelliere meccaniche, i mezzi continuano a essere abbandonati in posizioni che creano barriere architettoniche per disabili, anziani e passeggini, scaricando sui cittadini i disagi e sulle forze dell’ordine comunali i costi di controllo e rimozione. Inoltre, introdurre 200 veicoli in sharing senza una preventiva e adeguata pianificazione infrastrutturale espone la cittadinanza a concreti rischi per la salute e la sicurezza stradale. Zero piste ciclabili protette e fondo stradale sconnesso Monterotondo presenta una rete viaria caratterizzata da strade strette, pavimentazioni sconnesse, buche e una totale assenza di una maglia capillare e protetta di piste ciclabili. Inserire monopattini ed e-bike in mezzo al traffico veicolare ordinario significa esporre gli utenti a un elevatissimo rischio di incidenti stradali. I dati clinici ed epidemiologici sui traumi Studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali come Nature e dati dei pronto soccorso evidenziano che la guida dei monopattini elettrici registra tassi di traumi cranici, maxillo-facciali e toracico-addominali notevolmente superiori rispetto alle biciclette tradizionali, a causa del baricentro alto, delle ruote piccole e della ridotta stabilità. Peraltro, dallo studio della delibera emerge che il Corpo di Polizia Locale abbia espresso sulla delibera un parere favorevole esclusivamente con prescrizioni, consapevole delle enormi difficoltà di gestione dei controlli, delle sanzioni e della sicurezza stradale in un contesto urbano non predisposto. La strategia del “doppio binario”: due progetti per nascondere la stessa visione sbagliata L’Amministrazione Comunale gioca volutamente la carta dei “due interventi distinti”: da una parte il project financing su Piazza della Libertà, dall’altra l’attivazione del noleggio dei monopattini in sharing. Presentarli come due capitoli separati serve a far credere che si stia lavorando su fronti diversi della modernizzazione cittadina. La realtà, però, è un’altra: è un unico disegno amministrativo incoerente e privo di pianificazione organica – ossimoro per una Giunta comunale targata PD – in cui siede con la carica di Vicesindaco un esponente dei Verdi (AVS) che cumula l’incarico di Assessore al Verde e all’Urbanistica. Non si possono separare le scelte quando l’impatto sul territorio è il medesimo: si cementifica il verde pubblico consolidato e si consegnano gli stalli ai privati per 21 anni tramite project financing su un versante, mentre sull’altro si introducono sul territorio monopattini come “scelta Green”. Un disegno sordo alle istanze della comunità, come dimostrano le oltre 8.500 firme raccolte in queste ore da cittadine e cittadini nettamente contrari a questo progetto, un dissenso enorme che l’amministrazione continua ostinatamente a ignorare, nonostante le sia stato ribadito in tutte le salse. Parlare di due interventi autonomi è solo una tattica per sviare l’attenzione dal cortocircuito principale: distruggere la natura vera per sostituirla con la finta sostenibilità a uso e consumo dei privati in totale contrapposizione agli obiettivi del PAESC.     Tiziana Pozzessere
October 23, 2026
Pressenza
30 ottobre: Dalla città al Porto, Ravenna sciopera con i portuali di tutto il mondo!
        Il 30 ottobre Ravenna si unisce allo sciopero mondiale dei portuali contro la guerra, indetto dalla rete internazionale Ports in Action composta da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport Workers Federation of India (India). Nel mondo si fermeranno quasi 60 porti e nuove adesioni stanno arrivando.  I portuali di tutto il mondo e la società civile si oppongono ai traffici di armi che alimentano guerre, genocidi ed ecocidi, si oppongono alla militarizzazione dei porti, alla corsa al riarmo e all’automazione portuale che erodono i diritti sociali e dei lavoratori. In Italia ci sarà anche uno sciopero generale intercategoriale indetto da USB, contro il carovita e per aumenti salariali. A Ravenna faremo una intera giornata di mobilitazione e sciopero che partirà dalla città e arriverà al porto (Marina di Ravenna). Il porto di Ravenna, già hub del fossile, è al centro di un processo di militarizzazione inquietante, tra traffici di armi, di materiale “dual use” e precursori di esplosivi come il nitrato di ammonio, verso Israele ma anche verso altre mete per nulla democratiche come Emirati Arabi Uniti ed Egitto.  Le Dogane per oltre un anno hanno cercato di opporre il segreto sulla quantità di armi che passano, invocando anche lo stato di guerra mondiale “ibrida” e permanente. L’avvocatura di Stato che dipende direttamente da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei Ministri, ha dichiarato che il porto di Ravenna è un porto a rilevanza militare (pur essendo classificato come civile e commerciale) e per questo vanno limitati i diritti democratici alla trasparenza. Sconfitte in ogni grado di giudizio dal lavoro della giornalista Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri, le Dogane sono costrette a divulgare i dati, grazie ad una sentenza del Consiglio di Stato che farà giurisprudenza. Dal nostro porto nel 2025 sono stati scoperti traffici di munizioni e componenti di armamenti pesanti verso Israele, nel 2026 sappiamo di altre spedizioni di dual use dirette a Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano, effettuate attraverso il porto ravennate. Ma quelle scoperte sono solo punte di iceberg giganteschi. Si aggiungono anche le spedizioni di merci verso le colonie illegali israeliane in Cisgiordania violando il diritto internazionale. Poche settimane fa a Ravenna ha fatto scalo anche la nave in uso all’esercito italiano, la Capucine. Traffici di armi si incrociano con traffici di gas e petrolio: a Ravenna oltre al petrolchimico abbiamo il rigassificatore, il deposito di gnl, una fitta rete di gasdotti, l’impianto di cattura e stoccaggio  della CO2, tutte infrastrutture critiche che alimentano la crisi climatica ed ecologica, legano sempre di più il territorio alla dipendenza dal sistema fossile  e mettono a rischio la nostra sicurezza.  Ravenna è snodo di tre corridoi Ten-t (reti ferroviarie e portuali europee ad uso civile ma sempre più usate per il trasporto di armi) e, con con il sostanziale avallo da parte dell’autorità portuale, del Comune e della Regione, è candidata ad essere un punto strategico anche del corridoio Imec che collegherà Europa, Israele e India e che verrà usato anche per inviare e importare armi. Il Comune e la Regione, non si sono costituiti ad adiuvandum nella storica vertenza legale contro le dogane, e nonostante le belle parole, come azionisti pubblici di Sapir (gestore del terminal container) hanno approvato un codice etico quantomeno ambiguo, che all’art 3 comma 15 dice che Sapir “valuterà” se instaurare o mantenere rapporti “con soggetti coinvolti in attività illecite, terrorismo, criminalità organizzata, violazione di diritti umani” (!).  Ma la lotta della società civile e dei portuali contro le guerre, contro il traffico di armi, contro genocidio ed ecocidio va avanti.   Dobbiamo impegnarci per l’applicazione integrale (e per il miglioramento) della legge 185/1990, del regolamento europeo sul dual use (UE) 2021/821 e al contempo mettere in evidenza lo strettissimo legame esistente fra guerre e sistema fossile, lavorando per una svolta reale nel modello energetico. Ci rifiutiamo di stare a guardare mentre tutto questo accade sotto i nostri occhi, mentre le guerre continuano a distruggere vite, risorse, salute e natura. Invitiamo tutte e tutti a unirsi a noi il 30 ottobre!   Programma: 9:00 ritrovo degli studenti in piazza del Popolo e corteo verso la Darsena  10:00  concentramento generale alla Darsena (retro stazione) e corteo verso autorità portuale  11:00  partenza per il porto con bici-bus-auto private Per chi va in bici: pedalata antifa (percorso Autorità portuale-ponte mobile- ciclabile verso Marina di Ravenna)  Per chi in bus: prendere bus numero 70 (ogni 30 minuti) 12:30 Marina di Ravenna concentramento presso Piazzale della Marina (sotto la Nave Militare)  pranzo sociale (preparato da Sovversughi) a offerta libera  Interventi, musica, arte 14:00 corteo verso il Canale    Organizzano  Coordinamento popolare contro i traffici di armi porto Ravenna (La comune, Arci brigante Pieve Cesato, Brigate di Solidarietà, Ravenna in comune, Sanitari per Gaza Ravenna, coord.No NATO, SGB Ravenna, Slai Cobas Ravenna, Potere al popolo Ravenna, Carc, Partito Comunista di Unità Popolare) USB Romagna OSA-Opposizione Studentesca d’Alternativa  Cambiare Rotta Giovani palestinesi Bologna BDS Ravenna Sovversughi   Aderiscono  Global Sumud Flotilla Sanitari per Gaza Italia  Cap (comitato autonomo portuale Ravenna) Rete no rigass no gnl Fronte Della Gioventù Comunista  Piceno per la Palestina Ferrovieri contro la guerra Fondazione Cetacea  Coordinamento ravennate per il Clima Fuori dal Fossile  Emergency Ravenna  Mercoledì per la Palestina  Arci Ravenna Agorà    Altri nostri articoli: > La sentenza del Consiglio di Stato su Ravenna fa giurisprudenza Redazione Romagna
October 23, 2026
Pressenza
«No Data Center»: maxi scritta di Extinction Rebellion sull’edificio in cui dovrebbe sorgere il più grande data center d’Italia
Extinction Rebellion ha realizzato delle enormi scritte “No Data Center” sullo stabilimento dismesso dell’ex Ilte e appeso uno striscione con la frase “Fermare l’ecocidio”. Una protesta per denunciare l’impatto ambientale, sanitario e sociale dei data center e di quello che potrebbe diventare il più grande impianto del Paese. «In un mondo che sta collassando, non c’è spazio per altre strutture ecocide»  “No Data Center”. È l’enorme scritta realizzata da Extinction Rebellion sulla facciata dello stabilimento ex-Ilte di Moncalieri, alle porte di Torino, edificio al centro dell’iter per la realizzazione di quello che potrebbe diventare il più grande data center d’Italia. Accanto alla scritta principale, visibile anche dall’autostrada e da Moncalieri, una seconda scritta “Stop Tech Fascism” (Stop tecno-fascismo) è stata realizzata sulla facciata laterale e uno striscione srotolato su una terza facciata con scritto “Fermare l’ecocidio”. «Lasciamo qui questo messaggio affinché sia visibile ovunque e serva da monito a tutte le amministrazioni», spiega Extinction Rebellion. «Un data center di queste dimensioni ha impatti ambientali, sanitari e sociali pericolosissimi ed è incompatibile con qualsiasi obiettivo climatico. In un mondo che sta collassando e in cui il costo della vita sta soffocando la maggioranza della popolazione, non c’è spazio per investimenti miliardari per strutture ecocide». Al centro della protesta ci sono gli enormi consumi energetici e idrici dei data center, oltre ai possibili effetti sociali e sanitari. Un impianto come quello ipotizzato a Moncalieri, da 527 megawatt e 4,5 miliardi di euro, consumerebbe tanta energia quanto tutte le famiglie piemontesi. A ciò si aggiunge l’acqua necessaria a raffreddare i server, in una regione alle prese con una siccità cronica, che ad agosto ha avviato le procedure per chiedere lo stato di calamità naturale per l’emergenza idrica. Anche i refrigeranti identificati come soluzione al consumo d’acqua possono in realtà comportare rischi: molti contengono PFAS, le cosiddette «sostanze chimiche eterne», che si disperdono nell’ambiente e si accumulano nel corpo umano. Un problema che il Piemonte conosce bene: a Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, la produzione di PFAS dello stabilimento Solvay ha già esposto gli abitanti alla contaminazione, e queste stesse sostanze sono state rilevate anche nell’acqua potabile di oltre 70 comuni del torinese. In ultimo, i data center sono diventati veri e propri bersagli militari strategici negli ultimi anni, trasformando le infrastrutture digitali e l’Intelligenza Artificiale in nuovi teatri di guerra. «Moltiplicare queste enormi infrastrutture è folle: significa aumentare la pressione sulle risorse naturali e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio quando la crisi climatica impone di azzerare le emissioni e contenere i consumi», aggiunge Extinction Rebellion. Nel rapporto «Energy and AI» del 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda dei maxi data center è infatti indicata come uno dei motori della crescita della produzione elettrica da gas e carbone fino alla fine del decennio. Lo stesso assessore regionale all’Ambiente, Matteo Marnati, ha ammesso che le rinnovabili non basteranno e ha annunciato che chiederà al governo di escludere i consumi dei data center dal calcolo degli obiettivi di decarbonizzazione. Durante un convegno all’Ordine degli Avvocati di Torino ha poi dichiarato che per alimentarli «è imprescindibile pensare all’energia nucleare». «Le scelte del governo e della Regione sono surreali: prima creano il problema, poi impongono una soluzione che ne genera un altro, ancora più grave, spacciandola per inevitabile», replica Extinction Rebellion. Il progetto del più grande data center di Italia ha già incontrato i primi ostacoli: a ottobre il sindaco di Moncalieri lo ha definito «non accoglibile», anche se il Comune ha tempo fino a fine mese per la decisione. Per questo la protesta è andata in scena proprio sullo stabilimento: mentre l’iter prosegue, la scritta resterà lì, visibile a tutti. Intanto i cittadini del posto hanno lanciato una raccolta firme per fermare il progetto. La richiesta di Extinction Rebellion è netta: fermare il maxi data center, bonificare l’area e restituirla alla comunità. «Al posto di altro cemento e di una nuova struttura energivora, si avvii un percorso partecipato per rinaturalizzare l’area o destinarla all’emergenza abitativa», conclude il movimento. Extinction Rebellion
October 22, 2026
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Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che possono ancora ripartire. A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti in 49 Stati su 50. Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il Consiglio Comunale ha respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico. Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano studi ambientali né dati sul consumo d’acqua. Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata. Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1 miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima. La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati, su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti. Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale, mentre il governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della valutazione ambientale per i nuovi impianti.   L'Indipendente
October 22, 2026
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Ultima Generazione: sospeso dal TAR il decreto di espulsione dall’Italia per Callune
La ragazza francese, che vive e lavora in Italia, era stata raggiunta da un provvedimento di espulsione per aver partecipato a delle proteste nonviolente. Una prima, parziale e non definitiva vittoria riguardo la vicenda giudiziaria che vede suo malgrado protagonista Callune, una ragazza francese di 24 anni che vive e lavora in Italia, a cui è stato notificato ad agosto di quest’anno un decreto di espulsione per aver partecipato a delle proteste nonviolente nel 2022. Il TAR del Lazio ha accolto il ricorso degli avvocati Paola Bevere, Antonello Ciervo e Chiara Salvini e ha sospeso l’applicazione del provvedimento. La vicenda ha portato anche a un’interrogazione parlamentare da parte della deputata Elisabetta Piccolotti di AVS. Calunne aveva partecipato nel febbraio del 2022 alle azioni dirette nonviolente di Ultima Generazione al MiTE (Ministero della Transizione Ecologica, oggi Ministero dell’Ambiente), azioni che permisero alle attiviste e agli attivisti di avere un incontro (chiesto da settimane e costantemente ignorato) con l’allora ministro Roberto Cingolani. A seguito dell’azione il Prefetto di Roma emanò nei confronti di Callune un decreto di espulsione dall’Italia con il divieto di rientrare nel Paese per cinque anni. La motivazione è che la ragazza è “una minaccia per la sicurezza pubblica”. Una tale minaccia che ci hanno messo quattro anni per notificarle il 19 agosto di quest’anno il provvedimento emanato dalla Prefettura nel 2022, lasciandole 30 giorni per abbandonare il Paese in cui si è costruita una vita. Proprio la mancanza di tempestività nell’esecuzione del provvedimento è stata alla base della sospensione dello stesso ordinata dai giudici del TAR: la “minaccia” dell’ordine pubblico deve essere attuale, non riferita al passato. La vicenda non è conclusa, il provvedimento è solo sospeso e il 16 marzo 2027 ci sarà l’udienza per la “definizione del merito”, cioè per capire se Callune verrà espulsa o potrà continuare a vivere in Italia. Uno scudo legale per chi si espone Ultima Generazione continuerà a lottare per un mondo migliore, ma può farlo davvero solo se è in grado di difendere chi si espone più di tutti e tutte. Per sostenere le spese legali del ricorso di Callune e delle persone che verranno, Ultima Generazione lancia una raccolta fondi per il proprio scudo legale: [LINK DONAZIONE]. Processi in corso * 26 ottobre, Tribunale di Roma, ore 12.15, terza udienza predibattimentale per blocco Colombo-Mura aureliane del 22 ottobre 2022 * 26, ottobre Tribunale di Roma, ore 12.00, udienza predibattimentale per blocco GRA Km 63+200 del 29 giugno 2022 * 28 ottobre, Tribunale di Roma, ore 11.00, udienza predibattimentale per blocco GRA del 19 ottobre 2022 I nostri canali: Aggiornamenti in tempo reale saranno disponibili sui nostri social e nel sito web: * Sito web:https://ultima-generazione.com * Facebook@ultimagenerazione.A22 * Instagram@ultima.generazione * Twitter@UltimaGenerazi1 * Telegram@ultimagenerazione Ultima Generazione è una coalizione di cittadini ed è membro del network A22.   Ultima Generazione
October 22, 2026
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Ambiente: Sabato 24 ottobre detenuti e volontari insieme per ripulire 24 città italiane
Ventiquattro città in dieci regioni saranno coinvolte sabato 24 ottobre in una giornata nazionale di pulizia ambientale con la partecipazione di detenuti, persone impegnate in percorsi di esecuzione penale esterna e volontari. L’iniziativa è promossa da Plastic Free Onlus, organizzazione di volontariato impegnata nel contrasto all’inquinamento da plastica, e Seconda Chance APS, associazione attiva nel reinserimento socio-lavorativo delle persone detenute ed ex detenute. Si tratta del primo appuntamento nazionale dopo la sottoscrizione del protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) del Ministero della Giustizia, che prevede almeno due mobilitazioni annuali per favorire responsabilizzazione, inclusione sociale e tutela ambientale attraverso attività di volontariato.Le iniziative si svolgeranno in Campania (Bacoli, Castel Volturno, Mondragone, Napoli e Salerno), Calabria (Corigliano-Rossano, Crotone e Palmi), Lazio (Pofi, Sermoneta e Viterbo), Emilia-Romagna (Castelfranco Emilia, Reggio Emilia, Parma e Ferrara), Lombardia (Monza e Varese), Toscana (Livorno e Prato), Veneto (Padova e Venezia), Friuli-VeneziaGiulia (Trieste), Puglia (Bari) e Sicilia (Catania). A Venezia è stato inoltre sottoscritto un protocollo di inclusione con l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (UEPE), per favorire la partecipazione delle persone in affidamento in prova alle iniziative di pulizia ambientale promosse dalle due associazioni. L’intesa punta a diventare un modello replicabile anche in altri territori italiani. Il 24 ottobre l’appuntamento sarà a Mestre, nel parcheggio dell’OBI di via Maderna, dalle 9.30 alle 12.30, per ripulire un’area commerciale molto frequentata. A Sermoneta parteciperanno 21 detenuti della Casa Circondariale di Frosinone, impegnati nella pulizia delle strade attorno al borgo medievale, seguita da un pranzo e una visita guidata organizzati con il Comune. A Palmi saranno coinvolti cinque detenuti di diversi istituti calabresi e dieci persone affidate all’UEPE di Reggio Calabria. A Bari e Catania parteciperanno anche giovani degli istituti penali per minorenni. A Trieste sono previsti interventi di pulizia sia a terra sia in mare, mentre a Reggio Emilia, Parma e Prato le attività ambientali saranno accompagnate da momenti culturali e di socializzazione. A Ferrara, con il patrocinio del Comune e la collaborazione dell’Università, dell’alleanza universitaria COLOURS e del Gruppo Hera, la raccolta partirà alle 14.30 da Porta Paola e interesserà le aree del sottomura di via Quartieri, verso San Giorgio, e del sopramura di via Baluardi. “Il reinserimento passa anche dalla possibilità di tornare a sentirsi parte attiva della comunità, di contribuire concretamente a qualcosa che ha valore per tutti – dichiara Margherita Maiani, segretario generale di Plastic Free Onlus –. Prendersi cura dell’ambiente diventa un’occasione per esercitare responsabilità, ritrovare fiducia nelle proprie capacità e costruire relazioni al di fuori del contesto detentivo”. Le fa eco Flavia Filippi, presidente e fondatrice di Seconda Chance APS: “Il protocollo con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ci permette di dare maggiore continuità a queste esperienze e di coinvolgere progressivamente altri istituti. Ogni occasione di partecipazione può aiutare a ricostruire rapporti di fiducia e ad affrontare con maggiore consapevolezza il proprio percorso di reinserimento”.Il calendario è in aggiornamento e ulteriori località potranno aggiungersi nei prossimi giorni. Informazioni su www.plasticfreeonlus.it. Redazione Italia
October 22, 2026
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Milano, il mattone e l’inclusione: i rom devono andarsene, gli interessi immobiliari possono restare
A Milano ci sono case che esistono da oltre vent’anni ma devono scomparire e case che esistono soltanto nei progetti, ma hanno già un posto nel futuro della città. Le prime appartengono ai rom del Villaggio delle Rose a Chiesa Rossa. Le seconde compaiono nei progetti immobiliari intorno a Cascina Basmetto, poco distante. Mettere queste due storie una accanto all’altra permette di guardare la vicenda di Chiesa Rossa da un’angolazione rimasta fuori dal dibattito. Il Villaggio delle Rose è un insediamento autorizzato e allestito dal Comune. Le famiglie hanno acquistato le proprie abitazioni prefabbricate, le hanno sistemate, ci hanno cresciuto figli e nipoti. Quando, nel dicembre 2024, l’amministrazione ha deciso il «superamento» del campo, gli abitanti hanno proposto una cooperativa a proprietà indivisa: mettere in comune le case, assumersi la gestione del villaggio, realizzare gli adeguamenti necessari con risorse proprie. Sessantatré famiglie hanno formalizzato il proprio interesse. È stato coinvolto l’architetto Giovanni La Varra, è stato elaborato un progetto e sono stati raccolti fondi. Festa di compleanno al Villaggio delle Rose Una proposta che prende sul serio proprio l’obiettivo dichiarato dal Comune: superare il campo. Trasformare un luogo amministrato come un problema sociale in una comunità che governa il proprio abitare. Il Comune ha aperto il confronto. Poi il percorso si è arenato sulla questione ambientale. La presenza di contaminanti nel sottosuolo è stata presentata come ragione per sgomberare l’intera area, ma nella risposta ricevuta dalla comunità, ARPA ha chiarito che non esiste un divieto generale di effettuare la caratterizzazione in presenza di persone, purché siano garantite le condizioni di sicurezza. Bisogna dunque stabilire come eseguire le indagini e quali precauzioni adottare. L’obbligo tecnico di mandare via tutti non esiste. Gli abitanti chiedono di conoscere i dati prima di perdere le case. Fare la caratterizzazione, valutare il rischio, capire se e dove occorra intervenire, riprendere il progetto della cooperativa sulla base dei risultati. Nel frattempo, il Comune assegna con insistenza 60 alloggi temporanei a famiglie che un’abitazione la possiedono già. In una città attraversata dall’emergenza abitativa, con quasi 500 famiglie in attesa di un alloggio SAT, anche questa scelta merita una spiegazione. Nel racconto pubblico tornano criminalità, degrado, bambini che non vanno a scuola. Gli episodi di criminalità vanno affrontati individuando i responsabili. È folle pensare che un criminale smetta di essere criminale se lo si mette in una casa popolare. Le difficoltà scolastiche vanno ricostruite insieme alla soppressione dello scuolabus, alle richieste delle famiglie di ripristinarlo e ai molti progetti inutili e strafinanziati negli anni, che sono serviti a tutti meno che ai bambini e ai genitori. Le condizioni ambientali vanno lette anche attraverso le denunce formali degli abitanti contro gli sversamenti intorno al campo commessi da quelli che arrivano da fuori e i solleciti per ottenere interventi sulle fogne. La storia documentata del Villaggio contiene tutto questo. Ridurla a quelle poche parole d’ordine, oltre a esprimere razzismo, rende più facile sgomberare e più difficile capire. Poi c’è il territorio intorno. Lo studio AG&P pubblica un progetto del 2011 intitolato «Urbanizzazioni Cascina Basmetto»: superficie indicata di 30.000 metri quadrati, cliente URBAM, progetto architettonico di Dante O. Benini & Partners. Nel 2017 l’Associazione per il Parco Sud Milano descriveva una proposta della cooperativa CMB da 435 appartamenti in edifici di sette piani. Sono documenti di una lunga vicenda progettuale, non la prova di un cantiere imminente, ma l’interesse a costruire in quella zona ha nomi, numeri e una storia. E ha una cornice urbanistica. Il PA4 Basmetto prevede diritti edificatori e ne disciplina l’utilizzo, consentendo anche il trasferimento parziale in altre aree della città. Le modifiche del 2019 hanno introdotto tutele e possibilità di diversa localizzazione, senza cancellare quei diritti. Nella proposta comunale per il superamento di Chiesa Rossa compare, inoltre, una formula che merita attenzione: «mancata valorizzazione delle proprietà comunali». Il patrimonio e il suo valore fanno dunque parte delle motivazioni scritte dall’amministrazione. Non abbiamo documenti che dimostrino che lo sgombero sia stato deciso per favorire un operatore immobiliare. Abbiamo però elementi sufficienti per porre una questione: quali interessi economici possono beneficiare della scomparsa del Villaggio? Non occorre costruire sulle sue case. Se la presenza rom viene considerata un ostacolo alla vendita delle abitazioni vicine, il pregiudizio può diventare un vantaggio economico per chi riesce ad allontanarla. A Chiesa Rossa le famiglie rischiano di perdere un patrimonio reale: case acquistate, risparmi investiti, relazioni costruite. Intorno a Cascina Basmetto esiste una prospettiva di valorizzazione immobiliare. Prima di chiamare tutto questo «inclusione», sarebbe necessario spiegare quale valore si vuole proteggere, quale si accetta di distruggere e a beneficio di chi. Redazione Milano
October 22, 2026
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