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Singapore in prima linea per l’economia circolare e il riciclaggio
> Singapore si sta affermando come uno dei principali poli di innovazione > tecnologica del continente asiatico, grazie ai progressi compiuti in un > laboratorio specializzato nello sviluppo di tecnologie adesive di nuova > generazione. La struttura, realizzata dall’azienda tedesca Tesa in collaborazione con l’Agenzia singaporiana per la Scienza, la Tecnologia e la Ricerca (A*STAR), festeggia il suo primo anno di attività con importanti progressi nello sviluppo di materiali in grado di unire i componenti in modo sicuro per tutta la durata del loro utilizzo e, al contempo, consentirne la separazione quando arriva il momento di riparare, riutilizzare o riciclare il prodotto. Questa tecnologia, nota come Debonding on Demand (DoD), nasce per rispondere a una delle principali sfide dell’industria moderna: come realizzare dispositivi sempre più complessi senza complicarne lo smantellamento al termine del loro ciclo di vita. Durante questo primo anno, gruppi di ricercatori hanno lavorato su nuovi polimeri, nuove formulazioni adesive e tecniche di rivestimento, con l’obiettivo di sviluppare fino a una ventina di modelli destinati ai settori dell’elettronica e dell’automobile. Queste soluzioni consentirebbero, per esempio, di sostituire una batteria o riparare un componente senza danneggiare il resto del dispositivo, riducendo la produzione di rifiuti e favorendo il recupero di materiali di valore. Il progetto testimonia l’impegno di Singapore nel diventare leader mondiale nel campo della manifattura avanzata e delle tecnologie sostenibili. La collaborazione tra l’industria e gli enti pubblici di ricerca mira ad accelerare l’introduzione sul mercato di queste innovazioni, in linea con le crescenti esigenze internazionali di realizzare prodotti più riciclabili e riparabili. Se queste tecnologie riusciranno ad affermarsi su larga scala, potrebbero rivoluzionare il modo in cui vengono progettati telefoni cellulari, veicoli elettrici e altre apparecchiature ad alta tecnologia, promuovendo un modello di produzione più efficiente e in linea con i principi dell’economia circolare. Traduzione dallo spagnolo di Laura Frescina Pressenza IPA
July 21, 2026
Pressenza
Nel nostro sottosuolo un “maxiserbatoio” che alimenta l’84% dell’acqua che beviamo ogni giorno
Il sottosuolo nazionale è ricco di acque sotterranee che soddisfano più dell’84% del fabbisogno nazionale di acqua potabile. Il 66% del nostro territorio è pieno di veri e propri serbatoi naturali con capacità produttiva medio alta che si concentrano prevalentemente nella Pianura Padano-veneta e lungo l’Appennino centrale e meridionale. A quarant’anni dall’ultima grande ricognizione, l’ISPRA mappa un patrimonio nascosto di dimensioni eccezionali: 957 grandi sorgenti con portata superiore a 10 litri al secondo, da cui si captano 2,7 miliardi di metri cubi d’acqua potabile all’anno, pari all’80% dell’acqua sorgiva utilizzata per fini civili nel Paese. Mappati inoltre 60 mila pozzi, 241 sorgenti termominerali e oltre 60 punti di sorgenti sottomarine e costiere, oggi disperse in mare ma potenzialmente utili per l’approvvigionamento idrico futuro. A rivelare l’oro blu nascosto sottoterra, la nuova Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000, presentata di recente a Roma e realizzata da ISPRA – Dipartimento per il Servizio Geologico d’Italia assieme al Dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università degli Studi di Milano, ed in collaborazione con ISTAT e CMCC, con la partecipazione del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, delle Regioni, delle Autorità di bacino distrettuale e di tutta la comunità scientifica di settore. Uno strumento a disposizione di tutti che mappa per la prima volta, in modo totalmente omogeneo e fruibile su scala nazionale, le zone con la maggiore presenza di acque sotterranee, mettendone a nudo i reali “serbatoi naturali”, ovvero gli “acquiferi”. La nuova mappatura include anche la ricognizione capillare dei fontanili della Pianura Padanoveneta, ovvero le sorgenti collocate tra l’alta e la bassa pianura, a conferma di come il sottosuolo italiano sia ricchissimo di acqua quasi ovunque, con una disponibilità diffusa e un patrimonio immenso di risorse idriche sotterranee. A corredo della Carta anche una banca dati online, accessibile a tutti e in costante aggiornamento, che rappresenta il primo passo verso una conoscenza sempre più approfondita: in programma la realizzazione della Banca Dati Nazionale delle Sorgenti e una Carta di maggiore propensione alla ricarica delle falde, pensata per individuare dove sfruttare i serbatoi sotterranei naturali esistenti per stoccare acqua nei periodi di maggiore abbondanza, limitando così la necessità di costruire invasi artificiali in superficie. “La nuova carta idrogeologica d’Italia, ha sottolineato  Alessandra Gallone, presidente ISPRA, rappresenta uno strumento scientifico di fondamentale importanza, considerando che le acque sotterranee sono molto più resistenti agli effetti del cambiamento climatico rispetto a quelle superficiali, come fiumi, laghi e invasi artificiali. Conoscerne esattamente l’ubicazione, capire dove si infiltrano e come scorrono significa mettere le Istituzioni nelle condizioni di gestire meglio la risorsa, pianificare in modo più efficace e aumentare la consapevolezza del valore strategico dell’acqua sotterranea per il Paese.” L’acqua, come si sa, si muove continuamente tra atmosfera, suolo, neve, vegetazione e corsi d’acqua. È un sistema dinamico e interconnesso che controlla il comportamento degli ecosistemi, l’agricoltura, la disponibilità idrica e lo sviluppo degli eventi estremi. Ma molti dei processi che regolano queste interazioni evolvono su scale temporali sub-giornaliere, troppo rapide per essere osservate in modo sistematico dalle attuali infrastrutture satellitari. Per questo, è nata Hydroterra+, una delle quattro missioni candidate selezionate dall’Agenzia Spaziale Europea nell’ambito del programma Earth Explorer 12. Una missione che punta a cambiare il modo in cui osserviamo il ciclo dell’acqua sul pianeta, rendendo possibile il monitoraggio quasi continuo dei processi idrologici e atmosferici che si sviluppano nell’arco di poche ore. La missione si basa sul concetto di GEOSAR, un radar ad apertura sintetica geostazionario capace di osservare continuamente vaste regioni della Terra invece di sorvolarle solo ogni alcuni giorni, come accade per molti satelliti in orbita bassa. Questa configurazione consentirebbe di acquisire dati con frequenza oraria o sub-giornaliera, mantenendo una visione persistente delle stesse aree. Dal punto di vista scientifico, significa poter seguire l’evoluzione dei processi mentre avvengono e osservare relazioni che oggi sfuggono: https://www.cimafoundation.org/news/hydroterra-missione-esa-ciclo-acqua/.  Qui la nuova Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000 realizzata dall’ISPRA: https://sinacloud.isprambiente.it/portal/apps/sites/#/idrogeologia/pages/cartaidrogeologica500k.  Giovanni Caprio
July 20, 2026
Pressenza
“L’Albania siamo noi”: 50 giorni di protesta a Tirana
Rientrato da un paio di giorni in Italia dall’Albania, continuo a seguire attraverso i social e le persone che ho conosciuto lì la Rivoluzione dei Fenicotteri. Ho fatto tre viaggi a Tirana, dove ho potuto toccare con mano un fenomeno che può insegnarci molto e ora tento una sintesi di questa esperienza. Da un Paese dove fino ad un paio di mesi fa sembrava regnare l’apatia politica e sociale, ci arriva un poderoso esempio di impegno civico, di resistenza e di speranza. Soltanto l’11 maggio del 2025 il sedicente partito “socialista” di Edi Rama aveva ottenuto il 53,27% dei voti, il suo alleato “socialdemocratico” del clan di Tom Doshi, il boss di Scutari, era al 3,10%, mentre “l’opposizione” di Sali Berisha era arrivata al 32,93%. In tutto tra governo e un’opposizione che è di fatto il rovescio della stessa medaglia, avevano l’89,30%. Tre piccoli partiti di opposizione (due di centro e uno di sinistra) si aggiudicavano i voti rimanenti e un deputato ciascuno. La partecipazione al voto però era solo del 44,83%. Alla fine di maggio le proteste pacifiche, iniziate da poche decine di persone, da gruppi ecologisti e dal piccolo partito Levizja Bashke (Movimento Insieme), contro il resort voluto dalla figlia di Trump Ivanka e dal marito Kushner nell’isola di Suzuan e nell’area protetta della Laguna di Narta, avevano scatenato una violenta risposta dei vigilantes privati a guardia dell’area. Le immagini, diventate subito virali sui social media, hanno suscitato un forte sdegno, che si è rapidamente trasformato in proteste di massa coinvolgendo decine di migliaia di persone. Queste proteste hanno avuto il loro epicentro a Tirana, dove proseguono ininterrottamente da 50 giorni con quotidiani presidi davanti al palazzo del Primo Ministro e manifestazioni che attraversano la capitale scegliendo ogni giorno una strada diversa. “L’Albania non è in vendita”, “All’Albania serve una Rivoluzione”, “Dimissioni!”, “Per voi è finita”, “No alla corruzione”, “Rama e Berisha in prigione”, “Vogliamo una Nuova Albania”… sono gli slogan più gridati. A partire dalla difesa dell’oasi naturale, dove nidificano i Fenicotteri Rosa, la protesta si è rapidamente allargata ad una serie di questioni legate al malgoverno del Paese. La corruzione, innanzitutto, che riduce la politica a lotta per il potere senza nessun reale progetto di cambiamento e di soluzione dei problemi concreti del popolo. Le proteste, che hanno coinvolto i lavoratori della diaspora e gli albanesi dei Paesi confinanti, hanno messo all’ordine del giorno uno sviluppo sostenibile, che crei posti di lavoro utili alla collettività e non alle speculazioni di un capitalismo straniero rapace e ai profitti degli oligarchi. Così via via le proteste hanno coinvolto anziani con pensioni da fame, lavoratori sfruttati o costretti ad emigrare, disabili a cui sono negati adeguati sussidi e studenti che non hanno garantito un futuro nel Paese. La pacifica determinazione di questo popolo che tenacemente continua la sua lotta quotidiana possa essere un esempio per tutti i popoli che vedono i loro diritti minacciati da una ristrettissima cerchia di persone che si arricchiscono sempre di più e senza alcuno scrupolo etico, con la complicità di politici venduti e corrotti. Mauro Carlo Zanella
July 19, 2026
Pressenza
Prima le persone, prima l’umanità, prima la Terra: una gerarchia etica per il XXI secolo
 Il messaggio del premio Nobel per la pace  ICAN per il disarmo nucleare universale Dalla persona all’ecosistema planetario, ossia la natura da tutelare e preservare L’affermazione “prima le persone, prima l’umanità, prima la Terra” si presenta come una sintesi normativa capace di condensare tre livelli fondamentali dell’agire umano: l’individuo, la collettività globale e l’ecosistema planetario. In un’epoca caratterizzata da crisi interconnesse – sociali, geopolitiche e ambientali – tale triade non è soltanto uno slogan, ma può essere interpretata come una proposta di gerarchia etica che orienta decisioni politiche, economiche e culturali. Analizzare questo enunciato significa interrogarsi sul rapporto tra diritti umani, responsabilità collettive e limiti ecologici, nonché sulla possibilità di conciliare queste dimensioni senza ridurle a una semplice competizione di priorità. Porre “prima le persone” implica un riconoscimento radicale della dignità individuale. Questa prospettiva affonda le sue radici nelle tradizioni filosofiche del personalismo e nei principi dei diritti umani moderni, secondo cui ogni individuo è portatore di valore intrinseco e non strumentale. In tale ottica, politiche pubbliche e modelli economici devono essere valutati in base alla loro capacità di migliorare le condizioni di vita concrete: accesso alla salute, all’istruzione, al lavoro dignitoso. Tuttavia, questa centralità della persona rischia di diventare miope se non viene integrata in una visione più ampia. Un approccio esclusivamente individualistico può infatti generare disuguaglianze sistemiche o ignorare le conseguenze collettive delle azioni individuali. L’umanità in quanto collettività di persone e in quanto predisposizione d’animo contro la violenza e l’odio È qui che interviene il secondo elemento: “prima l’umanità”. Questa espressione richiama una dimensione universalistica che supera i confini nazionali, culturali e identitari. L’umanità viene intesa come comunità morale globale, all’interno della quale le differenze non devono tradursi in gerarchie di valore. In questo senso, il principio si avvicina alle teorie cosmopolitiche che sostengono l’esistenza di obblighi etici transnazionali come il disarmo nucleare secondo il premio Nobel per la pace ICAN.  Le sfide contemporanee – dalle migrazioni ai conflitti armati, fino alle pandemie, fino all’eventualità di una conflagrazione nucleare – dimostrano come le interdipendenze rendano insufficiente qualsiasi prospettiva limitata allo Stato-nazione. Tuttavia, anche questa dimensione presenta tensioni: l’idea di un’umanità unitaria può entrare in conflitto con le specificità culturali o con le esigenze locali, sollevando interrogativi su come bilanciare universalismo e pluralismo. Madre Terra da tutelare dall’apocalisse nucleare Il terzo elemento, “prima la Terra”, introduce una prospettiva ecocentrica che amplia ulteriormente l’orizzonte etico anche contro il nucleare sia civile sia militare. Qui l’attenzione si sposta dal solo essere umano all’intero sistema vivente, riconoscendo che la sopravvivenza e il benessere dell’umanità dipendono dalla salute degli ecosistemi.  Questa posizione si avvicina alle correnti dell’etica ambientale e della sostenibilità, che criticano l’antropocentrismo e propongono una visione più integrata tra umani e natura. La crisi climatica rappresenta l’esempio più evidente di come la subordinazione della Terra a interessi immediati possa compromettere il futuro stesso delle persone e dell’umanità. Tuttavia, porre la Terra come priorità solleva questioni complesse: fino a che punto è legittimo limitare lo sviluppo umano per preservare l’ambiente? e per preservare l’ecosistema da radiazioni nucleari? oppure dal rischio di ecatombe atomica? La forza dello slogan risiede proprio nella tensione tra questi tre livelli. Più che una gerarchia rigida, esso può essere interpretato come un invito a pensare in termini di interdipendenza. Le persone non possono essere tutelate senza considerare il contesto umano globale, così come l’umanità non può prosperare ignorando i limiti della Terra. Allo stesso tempo, la salvaguardia dell’ambiente anche e soprattutto dalla conflagrazione nucleare non può prescindere dalla giustizia sociale: politiche ecologiche che aggravano le disuguaglianze rischiano di essere eticamente e politicamente insostenibili. In questa prospettiva, la triade può essere letta come una struttura dinamica piuttosto che come una sequenza gerarchica. “Prima” non indica necessariamente un ordine cronologico o una priorità assoluta, ma una condizione di possibilità reciproca. Le persone sono il punto di partenza perché ogni sistema etico si fonda sull’esperienza umana; l’umanità rappresenta l’orizzonte di solidarietà che impedisce la frammentazione; la Terra costituisce il limite e al tempo stesso il fondamento materiale che rende possibile ogni forma di vita. Ignorare uno di questi elementi significa compromettere gli altri. Il messaggio etico e morale del premio Nobel per la pace ICAN all’intera umanità In conclusione, “prima le persone, prima l’umanità, prima la Terra” può essere interpretato come un paradigma etico integrato per il XXI secolo come messaggio del premio Nobel per la pace per il disarmo nucleare universale. Esso invita a superare le dicotomie tra individuo e collettività, tra umanità e natura, proponendo una visione in cui queste dimensioni si sostengono reciprocamente. La sua applicazione concreta richiede tuttavia un continuo lavoro di mediazione tra interessi, valori e contesti etici e morali diversi. Proprio in questa tensione risiede la sua rilevanza: non come formula definitiva, ma come orientamento critico capace di guidare il pensiero e l’azione in un mondo sempre più complesso e interconnesso. Il messaggio promosso dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons non è soltanto una posizione politica contro le armi nucleari, ma un richiamo profondo a ridefinire le priorità dell’umanità. Mettere “prima le persone, prima l’umanità e prima la terra” significa rifiutare un sistema fondato sulla minaccia e sulla distruzione reciproca, per abbracciare invece un’idea di sicurezza basata sulla cura, sulla cooperazione e sulla responsabilità condivisa. In questa prospettiva, il disarmo nucleare universale non appare come un’utopia irraggiungibile, ma come una scelta necessaria per garantire un futuro vivibile e dignitoso alle generazioni presenti e future. da unimondo. atlante delle guerre Laura Tussi
July 19, 2026
Pressenza
I paradossi dell’abitare che il Piano Casa rischia di non risolvere
Sono esattamente 79.568.700 gli immobili censiti (con un aumento di circa 465 mila unità rispetto all’anno precedente)  e le unità residenziali rappresentano circa il 45%, per un totale di quasi 36 milioni di abitazioni. Oltre il 50% dello stock immobiliare italiano è ad uso abitativo e le prime tre Regioni per numero di immobili sono Lombardia, Lazio e Veneto. Il patrimonio residenziale nazionale conta 35,8 milioni di abitazioni, con una superficie media di 118 metri quadrati e da una consistenza media di 5,5 vani. Un dato che cela comunque una forte eterogeneità: le abitazioni ultrapopolari presentano una consistenza media di appena 2,3 vani e una superficie di circa 58 metri quadrati, mentre le abitazioni signorili raggiungono mediamente 11,4 vani e una superficie di circa 300 metri quadrati. Gli immobili produttivi valgono quasi un terzo della rendita catastale e oltre 3,8 milioni di immobili sono senza rendita catastale. Aumentano le abitazioni civili e i villini, mentre diminuiscono le categorie popolari. Diminuiscono anche gli uffici, ma aumentano gli immobili ad uso collettivo. Sono alcune delle evidenze che emergono dal Rapporto “Statistiche Catastali 2025- Catasto fabbricati”, a cura della Divisione Servizi Direzione Centrale Servizi Estimativi e Osservatorio Mercato Immobiliare diretta da Gianni Guerrieri. Lo stock immobiliare italiano nel 2025 è aumentato dello 0,6%, circa 465 mila unità in più del 2024 ed è per quasi il 90% di proprietà di persone fisiche, il 10,8% è detenuto da persone non fisiche e una quota residua, circa lo 0,2%, riguarda proprietà comuni. La rendita catastale complessiva attribuita allo stock immobiliare italiano ammonta, nel 2025, a oltre 39 miliardi di euro, di cui quasi il 61% relativo ad immobili di proprietà delle persone fisiche (circa 23,6 miliardi di euro) ed il restante 39,4% (oltre 15,3 miliardi di euro) è detenuto dalle PNF. Risulta pari a 31,3 milioni di euro (solo lo 0,1% del totale) la rendita catastale dei Beni Comuni Censibili. Rispetto al 2024, la rendita catastale è aumentata di quasi 263 milioni di euro, +0,7%. Lo stock abitativo è soprattutto di proprietà delle persone fisiche, oltre 33 milioni di unità, e rappresenta il 93,2% del totale. Alle PNF risultano intestate meno di 2,5 milioni di unità e sono circa 10,9 mila le abitazioni tra i beni comuni. Tra le categorie catastali delle abitazioni, quelle che presentano una maggior quota di unità delle PNF rispetto al dato complessivo, sono le abitazioni di maggior pregio. Le Statistiche Catastali 2025 evidenziano una crescita costante del nostro patrimonio immobiliare, con un peso sempre più forte del comparto residenziale e di quello degli immobili produttivi. Si tratta di evidenze che mal si conciliano con la crisi abitativa con la quale tante famiglie sono costrette a fare i conti. Le case ci sono, ma spesso sono vuote, restano sfitte o  inaccessibili a causa di prezzi proibitivi. Milioni di immobili risultano inutilizzati e tanti altri vengono convertiti in locazioni turistiche a breve termine, riducendo così drasticamente l’offerta di alloggi per residenti e lavoratori a lungo termine e facendo lievitare i canoni. Per non parlare del progressivo disimpegno pubblico nella realizzazione di alloggi popolari, con l’aumento progressivo di persone che non possono accedere al libero mercato, ma che non hanno però i requisiti per l’edilizia residenziale. E anche il Nuovo Piano Casa Italia del Governo, che punta a immettere più alloggi sul mercato attraverso il recupero del patrimonio pubblico inutilizzato e la promozione dell’housing sociale, a parere di molti non appare idoneo a superare la crisi abitativa in atto. Anche l’Istituto Nazionale di Urbanistica – INU, intervenendo in audizione presso la Commissione Ambiente della Camera dei deputati ha presentato critiche puntuali su vari aspetti del Piano. “Innanzitutto – si legge nella relazione – si riscontrano elementi problematici e contraddittori nella natura del Piano, che, nonostante il titolo, si configura piuttosto come un bando per l’erogazione di contributi pubblici (nonché generose semplificazioni procedurali) ai privati, al di fuori di qualsiasi programmazione sia nazionale che locale e a fronte di proposte casuali dei privati”. A parere dell’INU manca “un approccio concreto di pianificazione e programmazione di una strutturale politica abitativa e relativa alimentazione di adeguate risorse”. Poi, sostiene l’INU, le risorse sono insufficienti: “Si tratta infatti di fondi pubblici di entità molto contenuta” e per di più “la distribuzione di questi fondi avverrà in un arco temporale di 5 annualità (2026-2030), nonostante il progressivo intenso aumento degli sfratti (oltre 20.000/anno) e un bisogno inevaso (e stimato da molte fonti e studi) di almeno 650.000 alloggi”. Per l’INU è poi “inaccettabile il processo di alienazione di patrimonio pubblico, come finalità ed esito delle indicazioni del Piano. Ci riferiamo alla facoltà di trasferire quote di alloggi, ora inutilizzati, dall’edilizia sovvenzionata (cioè pubblica) a edilizia per altri regimi, nella forma convenzionata in primis, attraverso il ricorso a operazioni di partenariato pubblico – privato, sotto la guida di Invitalia spa. Si rischia in tal modo di perdere una parte dello stock di alloggi pubblici a favore di soggetti privati, i quali non si pongono credibilmente l’obiettivo prioritario (dichiarato invece nel Piano Casa) di migliorare il mix sociale e generazionale dei quartieri popolari, ma piuttosto di trarre profitto da operazioni in luoghi maggiormente attrattivi (molti quartieri popolari storici si trovano nelle aree più centrali e immobiliarmente appetibili).” (https://www.inu.it/wp-content/uploads/audizione-inu-per-pianocasa-maggio-2026.pdf). Ricordiamo che l’INU a luglio scorso ha presentato in Senato una sua proposta di legge di principi per il governo del territorio: https://www.inu.it/wp-content/uploads/appendice-ui-313-legge-principi-def.pdf. Qui le Statistiche Catastali 2025 – Catasto fabbricati dell’Agenzia delle Entrate – Osservatorio del Mercato Immobiliare: https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/documents/d/guest/statistiche_catastali_2025.     Giovanni Caprio
July 19, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: assemblea No Kings a Palazzo Ducale
Compilo queste brevi note mentre al Palazzo Ducale di Genova si è appena conclusa la “restituzione”, dai vari focus tematici pomeridiani e dopo la partecipatissima Assemblea No Kings che si è svolta in mattinata. Ho scritto Palazzo Ducale e intendo dire proprio: dentro. Dentro quella stessa magnifica sala che 25 anni fa accolse gli 8 Grandi del Pianeta – mentre oltre le alte transenne che delimitavano la Zona Rossa, andava in scena una “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”, come la definì Amnesty International. Ben 45 gli interventi che si sono succeduti nella sessione di stamattina che è stata inaugurata dal saluto di Elena Giuliani e che è sforata ben oltre le previste due ore: ci sarà parecchio su cui lavorare nelle prossime settimane, in vista della prossima assemblea che dovrebbe succedere non oltre la prima settimana di ottobre e soprattutto in vista di un importante appuntamento entro la fine dell’anno su scala europea. E naturalmente c’erano tutti coloro che contribuirono a organizzare quei memorabili giorni di Genova venticinque anni fa. Raffaella Bolini e Walter Massa (ARCI), Marco Bersani (Attac), Alfio Nicotra (Rete Italiana Pace e Disarmo), Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista), e tanti altri. Particolarmente applaudito l’intervento di Vittorio Agnoletto che del Genova Social Forum fu portavoce: “Sebbene possiate considerarci anziani, noi di sogni ne abbiamo ancora tanti…”. Da remoto sono intervenuti anche tre giovani donne iraniane, un certo Cam Kennedy da Minneapolis, una giovane attivista dall’Albania e persino Omar Barghouti, figlio di Marwan, detenuto da anni nelle carcere israeliane e per la liberazione del quale si stanno mobilitando in tanti anche in Italia. Hanno preso il microfono anche parecchi giovani, esponenti di varie organizzazioni studentesche, comitati territoriali, movimenti per la casa, in difesa dell’ambiente, contro il riarmo, i decreti sicurezza, la precarizzazione sul fronte del lavoro. Ci è sembrato particolarmente significativo l’intervento di Carlo Mezzalama di Fridays For Future Torino, che vi proponiamo qui di seguito. Lui che nel 2001 non era ancora nato e adesso che ha solo vent’anni ci dice: Prepariamoci insieme a cambiare tutto. Oggi siamo qua come Fridays For Future, come movimento che nasce spontaneamente nel 2018 da migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze che hanno visto davanti ai loro occhi un tradimento storico, generazionale, un furto del nostro futuro. In milioni abbiamo manifestato in tutto il mondo contro le politiche fossili di governi e multinazionali e con il tempo abbiamo imparato che non si può affrontare la crisi climatica senza guardare in faccia la crisi sociale che ci attanaglia, la corsa alle armi, l’estrattivismo, la battaglia per liberare i popoli dalle eredità del colonialismo e dalle sue nuove forme. È stato proprio per via di questa nuova consapevolezza, per via delle nostre rivendicazioni sempre più radicali che col tempo anche chi inizialmente ci applaudiva e ci stringeva la mano ci ha voltato le spalle. Hanno capito che quel movimento di giovani non sarebbe rimasto in superficie, ma si sarebbe addentrato nelle radici del problema. Oggi hanno paura, ancora più di prima e la risposta si è fatta ancora più violenta, un decreto sicurezza alla volta. Negli ultimi due anni le compagnie fossili hanno ricominciato ad annunciare nuovi piani di estrazione di petrolio e gas, eliminando ogni riferimento a sostenibilità e decarbonizzazione. Siamo diventati ecoterroristi, ecovandali. Il governo Meloni si è premurato di fare delle leggi ad hoc per fermare le nuove forme di protesta che stavano nascendo. Ma gli ultimi 4 anni sono anche stati quelli in cui in Europa abbiamo perso 200 mila persone a causa delle ondate di calore. Sono numeri comparabili con gli effetti della pandemia da Coronavirus in Italia. Ogni anno che passa l’aria si fa più irrespirabile, i fiumi più vuoti, gli incendi e le tempeste più violente. La crisi climatica ci sta ammazzando, è già arrivata e loro lo sanno: ora ci dicono che dobbiamo abituarci. Ci stanno togliendo tutto, mentre annunciano di voler reintrodurre la leva, mentre parlano di fermo preventivo per i minorenni, ci tolgono anche la possibilità di immaginare una vita dignitosa per noi e per chi verrà dopo. Questo non ci ferma, significa che continueremo a riempire le piazze delle nostre città, come un fiume in piena. Non abbiamo scelta, continueremo a lottare e guardiamo a questo autunno come a un momento che può essere davvero di svolta per tutti e tutte noi. Noi siamo in ascolto, pronti a sostenere il percorso che è nato da questa grandissima aggregazione di persone, organizzazioni e idee che è culminata nella piazza del 28 marzo. Non possiamo immaginare che la banda di criminali corrotti che governa il nostro Paese resti nei gangli del potere per altri 5 anni. La svolta sarà possibile solo se faremo rete, se resteremo uniti camminando negli stessi cortei. Per questo ringraziamo chi ha portato in questa sala tutte queste persone. Prepariamoci insieme a cambiare tutto.     Daniela Bezzi
July 18, 2026
Pressenza
Rocca di Montefiore: uno sconcio lasciato a metà
Lasciati a metà i lavori di sventramento del torrione dalla Ghirlanda e lo sfregio di una parte della trecentesca Rocca malatestiana di Montefiore Conca, in provincia di Rimini. Fine lavori prevista per il 31 dicembre 2025, ma nulla è concluso e l’opera incompiuta appare in tutto il suo triste sconcio, lasciando ben intuire lo sconcertante risultato finale qualora fosse portata a termine. Viste le scadenze dei progetti PNRR previste per giugno, il progetto potrebbe non aver più diritto ai finanziamenti. Una colata enorme ed inamovibile di cemento, parzialmente ricoperta da lastroni bianchi provenienti dalla Puglia, gettata ai piedi delle antichissime mura della fortezza, a coronare la distruzione della finestrella del torrione, sventrata per farne una porta mai esistita prima, con tanto di modernissimo architrave in ferro. Il racconto, per così dire “fantasioso”, affidato allo stesso progettista dell’intervento e mai validato da uno storico, in cui si sosteneva l’esistenza della porta anche in passato giustificandone la riproposizione, è stato smontato nel dettaglio da Italia Nostra con documenti d’epoca datati ed inoppugnabili, depositati in Procura a Rimini. Incredibile come la Soprintendenza di Ravenna abbia potuto autorizzare con così tanta leggerezza, senza verificare le fonti documentali disponibili. Incredibile anche che un lavoro di questa importanza e delicatezza, dal momento che a farne le spese è uno dei monumenti più celebri dell’Emilia Romagna e d’Italia, sia stato affidato ad un progettista il quale, a quanto sembra dalle verifiche effettuate dai consiglieri comunali di Montefiore Cipriani, Mazzi e Benvenuti, non possiede dimostrabile esperienza nel settore. Nel frattempo, il cantiere appare abbandonato attorno all’insigne monumento. Gli approfondimenti per cercare di far luce su questa sconcertante vicenda proseguono. Italia Nostra sezioni di Forlì, Valmarecchia e Ravenna Redazione Romagna
July 18, 2026
Pressenza
Dal paradigma del dominio al paradigma della cura: il contributo originale di Giuseppe De Marzo
L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione (Minimum Fax ) di Giuseppe De Marzo ha un ampio respiro teorico che investe il piano ontologico, epistemologico, etico-politico, proponendo un nuovo modo di pensare e di stare al mondo.                        Il nucleo argomentativo risiede nella capacità di articolare teoria radicale e pratiche territoriali: l’autore elabora un orizzonte di pensiero e un lessico inedito, forieri di nuovi paradigmi e categorie alternative. Tali categorie restituiscono centralità ai nessi relazionali tra gli enti e consentono di interpretare la contemporaneità non come sommatoria di emergenze settoriali, bensì come crisi sistemica. Ne consegue il compito di costruire un assetto concettuale in grado di interrompere la razionalità lineare e gerarchica dominante per lasciare spazio a categorie inedite capaci di nominare la realtà, ribaltare la prospettiva su soggetto, cause e soluzioni e operare una decolonizzazione dello sguardo come atto fondativo sul piano politico e metodologico.                                                                       Il saggio decostruisce le crisi interconnesse del presente, evidenziando come il collasso climatico, le disuguaglianze e le guerre non siano fenomeni accidentali ma conseguenze dirette del modello tecnocapitalista, caratterizzato da una tecnologia concepita come meccanismo di dominio, estrazione e accumulazione. Per De Marzo uscire dalla crisi richiede un cambio di paradigma che ripensi insieme giustizia sociale, clima e politica, a partire da un nuovo rapporto tra umani, natura e territorio. Il merito più grande dell’autore è aver sottratto il dibattito sulla crisi climatica al terreno tecnico per ricondurlo alla dimensione politica, giuridica e ontologica.                                                    Il testo non si configura come un saggio sulla “sostenibilità” ma come un manifesto per un salto di civiltà, una rottura epistemologica. L’operazione si dispiega secondo una duplice procedura di sottrazione e ricostruzione. In primo luogo De Marzo demolisce il linguaggio e le categorie del “Capitalocene”, in un gesto di decolonizzazione dello sguardo. In secondo luogo fonda categorie originali per il rovesciamento della visione egemonica. Infine individua il soggetto storico della trasformazione: un soggetto politico globale deputato a “federare” le pratiche.                                              Il punto di partenza è la critica radicale al concetto di “transizione ecologica”. Per De Marzo la transizione è la forma con cui il “Capitalocene”, sistema che trasforma ogni vivente in risorsa, celebrando il  mito della crescita infinita, tenta di salvarsi, non di superarsi. Cambiare gli strumenti lasciando intatta la grammatica economica, la logica dell’estrazione e del comando centralizzato significa riprodurre la crisi con altri mezzi.   Da qui il rovesciamento di prospettiva operato con l’introduzione della categoria di “Conversione”. Essa non è adattamento tecnologico, ma radicale mutamento di paradigma che sposta l’asse interpretativo dalla crescita illimitata all’autolimitazione, dall’individuo isolato all’interdipendenza, dal dominio alla logica della cura. Con questo triplice slittamento dell’orizzonte di senso De Marzo ci conduce a pensare la crisi non nella dimensione quantitativa, relativa alle emissioni di CO2, ma nella sua dimensione qualitativa, ovvero come crisi delle relazioni, come frattura antropologica e giuridica nel rapporto che lega l’uomo alla Terra. La soluzione  della crisi è, pertanto, di natura relazionale: richiede la ricostruzione dell’alleanza con la Terra, il ripensamento del patto di reciprocità, la messa in discussione della categoria di “Antropocene”, definizione all’apparenza neutra ma politicamente problematica. Essa, infatti, appiattisce le differenze e le responsabilità storiche, geografiche e di classe, imputando la crisi all’“Uomo”, inteso come specie, rendendo, così, colpevoli tutti e assolvendo i veri artefici.           Con tale narrazione la crisi viene sottratta alle scelte politiche ed economiche e ricondotta alla sua ineluttabilità. Per contrastare questa costruzione teorica che depoliticizza il conflitto tra capitalismo, potere e giustizia, trasponendolo sul piano tecnico, De Marzo introduce la categoria di “Capitalocene”, che ben individua il regime storico nato nel XV secolo dall’incontro tra colonialismo e capitalismo. Attraverso tale categoria l’autore ricolloca la responsabilità della crisi all’interno di un modello di sviluppo fondato su estrazione, accumulazione e dominio, e restituisce alla crisi climatica la sua natura di prodotto storico e politico.                                                                            Il concetto di “Capitalocene” rappresenta l’antropocentrismo assunto a sistema economico, strutturato su tre separazioni: tra uomo e natura, tra uomo e uomo, tra presente e futuro. La sua forza analitica risiede nella facoltà di ricondurre a un’unica cornice fenomeni trattati come emergenze separate: crisi climatica, alimentare, migratoria, energetica e democratica.                  L’alternativa proposta non è correzione di rotta del sistema esistente, ma un autentico progetto di futuro “ecologico”, sottratto all’accumulazione predatoria del “Capitalocene” e declinato attraverso l’“ecologia delle relazioni”, che all’“uomo padrone”, soggetto atomizzato, colonizzatore della Terra, sostituisce l’essere umano, partecipe in modo interdipendente della comunità della vita.                Sul piano ontologico la Terra, non più nudo capitale naturale, si sostanzia come rete di relazioni da coltivare, dove fiumi, foreste, semi, acqua ed energia non sono risorse, ma soggetti con cui negoziare e ai quali riconoscere diritti. A tal fine De Marzo delinea i tratti di una “giurisprudenza della terra”, orientata al riconoscimento di titolarità e tutela a tutti gli abitanti della Casa comune, una giurisprudenza del vivente, capace di superare la visione del diritto del “Capitalocene” basata sulla proprietà privata assoluta, sul soggetto giuridico individuale che istituzionalizza la separazione tra umano e vivente. Il nodo centrale di questo impianto rovescia il principio istitutivo fondato sul diritto di sfruttare e pone come istanza rivoluzionaria il diritto di curare. Questa istanza è, oggi, resa manifesta da “un universo plurale di alternative al sistema tecnocapitalista”, rappresentato dai movimenti del post-sviluppo, accomunati “dalla necessità di superare il paradigma della crescita economica per perseguire equità sociale e sostenibilità ambientale”. Essi costituiscono un insieme plurale di pratiche e saperi in rottura con l’idea di sviluppo inteso come crescita illimitata e dominio tecnocapitalista. Non è un movimento unitario, ma un reticolo di percorsi eterogenei, tenuto insieme dalla consapevolezza che il problema non sia rendere lo sviluppo più sostenibile, ma superarlo come orizzonte di senso. Dal punto di vista epistemologico questi movimenti rifiutano l’idea di un solo modello o una sola democrazia da universalizzare e postulano la coesistenza di una molteplicità di mondi e saperi. Sul piano storico adottano una prospettiva decoloniale in quanto riconducono  a un’unica matrice le diverse forme di oppressione razziale, di genere, ambientale e di specie prodotte dal medesimo sistema; riconoscono la fragilità come punto di partenza etico di ogni politica, rompendo con il mito dell’infrangibilità e dell’autosufficienza; affermano che “siamo tutte e tutti vulnerabili e fragili” ed evidenziano, infine, l’interdipendenza reciproca: essere “vita in mezzo alla vita che vuole vivere”. Su queste basi De Marzo individua nei movimenti del post-sviluppo la “spina dorsale” del nuovo soggetto politico: “l’Internazionale della Terra”. Un soggetto composito, costituito da coloro che sono stati scartati, esclusi, impoveriti dal sistema dominante. Vi afferiscono movimenti indigeni, reti contadine, organizzazioni ecologiste, comitati popolari, movimenti per l’acqua pubblica e/o di opposizioni a grandi opere. Il compito non è occupare lo Stato, ma costruire dal basso una civiltà della cura, attraverso relazioni di reciprocità, solidarietà e responsabilità verso il vivente. Questa società in movimento incarna l’Internazionale della Terra: una rete che articola dimensioni locale, nazionale e internazionale, e fa emergere la coscienza di appartenere a una comunità di destino di esseri umani e non-umani, legati dal medesimo futuro. Gli obiettivi sono sistemici: decentrare i sistemi di governo; ampliare la soggettività politica con democrazia partecipativa; riconvertire ecologicamente produzione ed energia; superare l’ordinamento giuridico omocentrico; ricollocare l’essere umano nella comunità della Terra. Con la formula “La Terra riflette quello che siamo”, De Marzo ribadisce l’appartenenza inscindibile dell’uomo al sistema Terra. L’Internazionale della Terra ha la funzione di recuperare la multidimensionalità dell’umano, ricostruendo la “ragnatela di relazioni” che lega l’uomo alle altre comunità della vita; è una pratica politica concepita dal basso, plurale e relazionale, fondata sul riconoscimento dell’interdipendenza. Proprio su tali presupposti può essere avviata una conversione ecologica, giuridica e culturale alternativa al dominio e in questa scelta si gioca la possibilità di un futuro: la Terra, conclude De Marzo, rifletterà ciò che noi saremo.      L’Internazionale della Terra si delinea come un testo di rilevante peso teorico e politico, che supera i confini tradizionali della letteratura ambientalista contemporanea. Ciò che rende il testo particolarmente solido è la sua capacità di tenere insieme la diagnosi della crisi, la proposta di un nuovo paradigma e l’individuazione di un soggetto politico in grado di realizzarlo. Il contributo originale e distintivo di De Marzo risiede nell’aver tradotto il principio dell’interdipendenza in categorie operative che sul piano ontologico, ecologico e giuridico ridefiniscono il rapporto tra umano e viventi, la visione meccanicistica a favore di un’“ecologia delle relazioni”, la nascita di un nuovo diritto fondato sulla cura e non sullo sfruttamento. La “Conversione”, in questo senso, non è un’utopia morale, ma un elemento fondamentale che attraversa tutti e tre i piani, recando in sé l’audacia di porre fine al paradigma del dominio per fondare una comunità umana e non-umana sostenuta dal principio della relazione, della responsabilità e della cura.  qui puoi leggere la recensione integrale: rivista online: DAL PARADIGMA DEL DOMINIO AL PARADIGMA DELLA CURA Redazione Palermo
July 18, 2026
Pressenza
L’eco di Genova un quarto di secolo dopo: la profezia inascoltata dell’altermondialismo e la crisi strutturale del presente
La rassegna della letteratura politica, economica e sociologica fiorita a cavallo tra il XX e il XXI secolo, custodita negli scaffali della memoria e delle biblioteche personali, non costituisce un semplice esercizio di nostalgia per una stagione di mobilitazione giovanile. Al contrario, essa rappresenta l’archeologia di un’alternativa possibile, un compendio di analisi strutturali che la storia successiva ha drammaticamente e tragicamente validato. L’autore di questo breve ma intenso trattato dal titolo provocatorio Chiedo scusa se vi parlo di Genova. 25 tesi sull’irruzione del movimento globale, la sua repressione, la sua attualità (edizioni AltrEconomia)  è Lorenzo Guadagnucci che ha vissuto sulla propria pelle i tragici eventi susseguiti in concomitanza del g8 di Genova e che molto amichevolmente mi ha fatto dono della sua opera, come una sorta di passaggio ancora valido e vivido di consegne di pace. Egli inizia il suo saggio con un’ampia panoramica di analisi sociali e geopolitiche. A 25 anni dal G8 di Genova del luglio 2001, lo slogan “Un altro mondo è possibile” si ripresenta al dibattito contemporaneo spogliato di ogni ingenuità utopica, rivelandosi come una diagnosi precoce, lucida e straordinariamente accurata delle contraddizioni che oggi consumano il pianeta e tutto il sistema al collasso, parlando letteralmente.  La liquidazione di quell’esperienza da parte delle élite politiche, accademiche e giornalistiche main stream, che all’epoca la liquidarono come un fenomeno transitorio o irrazionale, si rivela oggi come un meccanismo di rimozione deliberata, necessario a giustificare la persistenza di un modello che ha progressivamente eroso le basi stesse della convivenza civile, della democrazia e della sostenibilità ambientale. Insomma di un “Altro mondo possibile” e necessario. I testi di autori come Naomi Klein, con la sua critica al potere dei grandi marchi e alle privatizzazioni, e Joseph Stiglitz, premio Nobel che analizzò dall’interno i fallimenti delle istituzioni finanziarie globali e internazionali, avevano già allora individuato nella globalizzazione neoliberista e nella deregolamentazione selvaggia i germi di una instabilità sistemica insanabile e di una crisi a trecentosessanta gradi davvero insormontabile.  La successiva transizione verso quello che è stato definito “finanzcapitalismo” ha confermato come la preminenza dell’economia speculativa sulla produzione reale, sui diritti del lavoro e sullo stato sociale non avrebbe condotto al benessere diffuso promesso dai teorici del libero mercato, bensì a una polarizzazione e accumulazione della ricchezza senza precedenti storici e con squallide conseguenze.  In questo contesto, le riflessioni di Susan George e Francesco Gesualdi sulla cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo e sulle asimmetrie del commercio globale non erano rivendicazioni puramente etiche o assistenziali, ma rigorose decostruzioni di un sistema di trasferimento forzato di risorse che perpetuava la dipendenza neocoloniale e la sua abiezione neoliberista a discapito della pace tanto auspicata e resa fattibile e non utopica da noi attivisti altermondialisti. Questa costellazione di pensatori illuminati, arricchita dallo sguardo acuto, ecologista e a tratti poetico di intellettuali provenienti dai vari Sud del mondo – come Vandana Shiva nelle sue battaglie per la sovranità alimentare, Eduardo Galeano e il subcomandante Marcos -, aveva compreso con largo anticipo che la crisi sociale e la crisi ecologica erano due facce della medesima medaglia.  L’illusione capitalistica di una crescita economica infinita, basata sull’estrazione illimitata di risorse in un pianeta geograficamente e biologicamente finito, veniva denunciata come un vicolo cieco. Vent’anni fa la decrescita e i modelli di sviluppo alternativi venivano derisi come nostalgie pre-industriali; oggi, di fronte a un surriscaldamento climatico fuori controllo, e ai cosiddetti cambiamenti e dissesti climatici e ambientali, alla perdita di biodiversità e all’esaurimento delle risorse idriche e del suolo, quelle tesi rappresentano l’unica base scientifica e politica per la sopravvivenza delle specie terrestre, vegetale e animale e umana. Allo stato attuale, in un panorama globale segnato da un degrado morale e etico e civile e politico che ha pochi precedenti nella storia recente dell’Occidente, l’attualità di quel pensiero critico e illuminato e alternativo, contro il bieco sistema dominante, emerge per contrasto. La crisi esistenziale contemporanea, caratterizzata da una profonda depressione collettiva che investe l’idea stessa di futuro, è il risultato diretto del rifiuto sistematico di accogliere quelle istanze di cambiamento radicale dello status quo, del degradato sistema imperante.  Il ritorno della guerra come strumento ordinario, accettato e quasi normalizzato per la risoluzione delle controversie internazionali, rappresenta il fallimento più vistoso dell’ordine mondiale emerso dal crollo del muro di Berlino, che vede noi tutti, l’umanità intera, sul crinale del baratro nucleare e in preda all’ecatombe dell’escalation militarista incontrollata e esponenziale, rendendoci ancora più fragili e vulnerabili. Un ordine globale che ha preferito militarizzare i siti strategici e imposto di nuclearizzare le frontiere e investire nel complesso militare-industriale-fossile e nella deterrenza nucleare piuttosto che affrontare le radici sociali e ambientali dei conflitti su larga scala. Allo stesso modo, l’impianto teorico dedicato allo studio delle istituzioni e del controllo sociale conserva una spaventosa valenza interpretativa. Le analisi sociologiche e politologiche sui corpi di polizia e sulle metamorfosi della gestione dell’ordine pubblico, sviluppate da studiosi come Donatella della Porta e Salvatore Palidda a partire dai tragici fatti della scuola Diaz e di via Tolemaide, non riguardavano solo la cronaca di quei giorni, ma una aberrante attualità. Esse anticipavano la progressiva contrazione degli spazi di dissenso democratico e alternativo e la criminalizzazione dei movimenti sociali a cui assistiamo ancora e soprattutto oggi, nei contesti di azione nonviolenta attuali, dove le risposte penali e poliziesche sostituiscono sistematicamente la mediazione politica e la presunta risoluzione dei bisogni sociali. In conclusione, la ricchissima produzione teorica e militante del movimento altermondialista non ha fallito nella sua capacità di interpretare il mondo, ma è stata travolta da una restaurazione neoliberista e politica ed economica globale che ha preferito guidare l’umanità verso il collasso ecologico e bellico piuttosto che mettere in discussione i propri privilegi e i propri dogmi più retrivi di una visione del mondo altamente superegoica e deviata e criminale.  Rileggere oggi quei volumi e richiamare alla mente i giorni di Genova significa riconoscere che lo slogan di venticinque anni fa non era una formula retorica, ma un avvertimento veritiero aperto e vivo tra noi attivisti che ancora crediamo nel movimento del rinnovamento della nuova e alternativa dimensione planetaria e universale della pace. Un altro mondo non è solo storicamente e materialmente possibile, ma rimane l’unico imperativo etico e politico e morale irrinunciabile se si vuole restituire un senso al concetto di dignità umana e garantire un futuro alle generazioni che verranno. Laura Tussi
July 18, 2026
Pressenza
Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
A venticinque anni dal G8, Genova continua a interrogare il presente: la repressione, lo stato di eccezione permanente e le profezie inascoltate del movimento dei movimenti raccontano le trasformazioni di un mondo segnato da guerre, disuguaglianze e restringimento degli spazi democratici Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione. Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni. Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari. Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani. In quelle piazze si parlava di cambiamento climatico quando ancora era considerato una preoccupazione di pochi; si denunciava il potere delle multinazionali e della finanza globale; si difendevano i beni comuni e i servizi pubblici; si metteva in discussione un sistema economico che avrebbe concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e precarizzato le esistenze di molti. Venticinque anni dopo, è difficile non riconoscere la straordinaria capacità anticipatrice di quel movimento. Le disuguaglianze sono cresciute in misura esponenziale. La crisi climatica è diventata una minaccia esistenziale. Le guerre sono tornate al centro delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come un destino inevitabile. Il genocidio del popolo palestinese viene consumato sotto gli occhi del mondo tra l’indifferenza o la complicità delle grandi potenze. I giganti del capitalismo finanziario e digitale occupano direttamente i luoghi della politica o ne condizionano apertamente le decisioni. La globalizzazione ha cambiato forma, ma non la sua natura predatoria. Anche per questo Genova continua a parlarci. Ci parla perché molte delle questioni poste allora sono ancora senza risposta. E ci parla perché la repressione che si abbatté sul movimento non fu soltanto la risposta contingente a una grande mobilitazione internazionale. Fu il segnale di una trasformazione più profonda. A Genova si è consumata una rottura nella costituzione materiale del Paese. Lo Stato di diritto non è stato formalmente abolito, ma è stato progressivamente svuotato dall’interno attraverso l’introduzione di uno stato di eccezione sempre più ordinario. L’emergenza è diventata una categoria permanente di governo e ha giustificato il progressivo affievolimento delle garanzie democratiche, l’espansione dei poteri di polizia, la compressione del diritto di manifestare e il susseguirsi di legislazioni speciali e decreti sicurezza. Il processo non è iniziato a Genova. Ma a Genova ha trovato una delle sue pietre miliari. Per questo le violenze della Diaz e di Bolzaneto non possono essere liquidate come il frutto di singoli eccessi o di poche mele marce. In quei giorni furono coinvolti tutti gli apparati dello Stato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria. Le violenze furono sistematiche, accompagnate da umiliazioni, praticate spesso a freddo nei confronti di persone inermi e successivamente coperte da depistaggi, false prove e omertà istituzionali. E mentre le vittime attendevano giustizia, molti dei responsabili ricevevano promozioni e incarichi prestigiosi. Non è un dettaglio. Perché l’impunità non riguarda soltanto il passato. Produce effetti sul presente. In questi venticinque anni le violenze delle forze dell’ordine e degli apparati coercitivi hanno continuato a riaffiorare: dalle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini alle torture di Santa Maria Capua Vetere, dai pestaggi nelle carceri alle violenze nei confronti dei migranti e dei detenuti, fino ai numerosi casi di uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni pubbliche, con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e ferimenti gravissimi come quello di “Lince”, la giovane manifestante che ha perso un occhio durante una protesta a Bologna. Ciò che a Genova apparve come un’eccezione si è progressivamente normalizzato. Ma la continuità non riguarda soltanto la persistenza di episodi di violenza o l’impunità di molti dei loro responsabili. Riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto tra potere e conflitto sociale. Una delle eredità più profonde di Genova è stata infatti la ridefinizione delle modalità di governo del dissenso. La repressione non si è esaurita nelle cariche, nella Diaz o a Bolzaneto. Ha continuato a produrre effetti negli anni successivi, contribuendo a modificare i rapporti di forza e i margini di agibilità dei movimenti sociali. Una parte significativa delle energie collettive che prima del G8 erano dedicate alla costruzione di alternative sociali, ambientali e politiche è stata assorbita dalla necessità di difendersi: processi, campagne di solidarietà, raccolte fondi, battaglie legali, ricostruzione di immagini e testimonianze, difesa degli imputati, ricerca di verità e giustizia. La repressione, in questo senso, non agisce soltanto quando colpisce fisicamente. Agisce anche dopo, quando costringe i movimenti a spostare le proprie energie dalla trasformazione del mondo alla difesa della propria stessa esistenza politica. È qui che si coglie una delle eredità più profonde del G8 di Genova. Non soltanto la brutalità della violenza di Stato, ma l’avvio di un paradigma di governo fondato sulla deterrenza, sull’anticipazione e sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Negli anni successivi questo paradigma si è consolidato attraverso l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, i Daspo, le zone rosse, i decreti sicurezza, la sorveglianza tecnologica e la crescente assimilazione delle mobilitazioni sociali a problemi di ordine pubblico. Se il movimento no global aveva intuito che il neoliberismo avrebbe prodotto nuove disuguaglianze e nuove guerre, Genova ci ha anche mostrato quale sarebbe stata la risposta dei governi a quelle contraddizioni: non più mediazione politica e allargamento dei diritti, ma gestione securitaria del conflitto e progressiva riduzione degli spazi democratici.re Parallelamente si è consolidata una trasformazione del rapporto tra sicurezza e libertà. La risposta istituzionale alle disuguaglianze denunciate dal movimento no global non è stata la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento dei diritti sociali o la costruzione di nuovi strumenti di partecipazione democratica. Al contrario, si è affermato un paradigma fondato sull’espulsione e sulla criminalizzazione del disagio sociale. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza intesa come ordine pubblico. Sono arrivati i Daspo urbani, le zone rosse, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, le multe utilizzate come strumenti di intimidazione, il ritorno del reato di blocco stradale, la dilatazione della nozione di pericolosità sociale. La zona rossa di Genova ha anticipato molte delle misure che oggi disciplinano lo spazio pubblico e riducono gli spazi di agibilità democratica. È questo, probabilmente, il lascito più inquietante del G8. Non soltanto la memoria della repressione, ma la consapevolezza che Genova ha rappresentato l’emersione di un processo più ampio di sterilizzazione della democrazia, poi rafforzato dalla guerra al terrorismo, dalla retorica dell’emergenza, dalla crisi economica, dalla pandemia e oggi dal riarmo globale. Un processo che ha progressivamente verticalizzato il potere e ridotto il diritto da limite dell’autorità a strumento flessibile al servizio del potere stesso. Ma Genova è stata anche altro. È stata intelligenza collettiva, convergenza tra differenze, capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. È stata una straordinaria esperienza di costruzione politica e culturale. È stata la prova che soggetti diversi possono riconoscersi in un orizzonte comune di trasformazione sociale. È stata, insieme, una prova di autoritarismo e una prova di resistenza. Per questo il venticinquennale non può ridursi a un anniversario. È un’occasione per aprire finalmente un cantiere di riflessione storica e politica che collochi Genova dentro le grandi trasformazioni degli ultimi decenni e ne interroghi le eredità, non solo per comprendere la repressione, ma anche il progetto politico che quella repressione ha contribuito a interrompere. Perché la domanda che ci consegna Genova non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel luglio del 2001. Riguarda il mondo che è venuto dopo. E se un altro mondo appariva possibile allora, oggi, davanti alle guerre permanenti, alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale e alla progressiva riduzione degli spazi democratici, un altro mondo non è soltanto possibile. È sempre più necessario. Osservatorio Repressione
July 18, 2026
Pressenza