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Le Città del Miele: 25 anni a sostegno di un’eccellenza alimentare italiana
Un grande patrimonio, quello dei mieli del nostro Paese, ma anche un “unicum” in termini di qualità da proteggere, da valorizzare e da far conoscere per sostenere gli sforzi degli oltre 78.000 apicoltori italiani, che gestiscono oltre 1,5 milioni di alveari,  per una produzione nazionale di 30.992 tonnellate nel 2025 fatta di ben 60 tipi di miele. Una produzione però che,  come sottolinea l’ISMEA (https://www.ismea.it/istituto-di-servizi-per-il-mercato-agricolo-alimentare), non cresce in parallelo al numero degli alveari presenti per via delle condizioni meteoclimatiche sempre più spesso anomale che compromettono le fioriture e quindi anche le rese degli stessi. L’avvicendarsi di eventi e situazioni meteo avverse, anche di opposta natura, conferma quanto il cambiamento climatico sia il principale fattore limitante delle produzioni nell’ultimo decennio. Come certifica l’Osservatorio Nazionale Miele: “La seconda metà della stagione estiva ha confermato e accentuato la forte impronta climatica già emersa nei mesi precedenti, con un quadro meteo dominato da insistenti ondate di calore e dalla scarsità di precipitazioni, salvo locali eventi temporaleschi brevi ma molto intensi. Gli elevati livelli di evapotraspirazione hanno accelerato lo stato di siccità dei suoli e ridotto drasticamente la durata delle fioriture estive causando un blocco diffuso dei flussi nettariferi in molte aree del Paese”: https://www.informamiele.it/luglio-2026-rilevazione-mensile/. Comunque, anche nelle annate migliori, la produzione nazionale sfiora il 50% del consumo nazionale. Le nostre produzioni si confrontano con un mercato che è oramai unicamente globale, dominato da prezzi molto bassi e da prodotti molto diversi. Inoltre, se è vero che in Italia si stima un consumo pro-capite annuo di quasi 700 gr, a fronte di una media europea di 600g (con Germania al primo posto con 1,5 Kg pro-capite), occorre sottolineare come l’indice di penetrazione sia ancora basso. L’anello debole è proprio nella fascia di età più giovane. Si pensi che, per quanto riguarda lo share di acquisti in volume, il 43% è costituito da acquirenti oltre i 63 anni; il 21% fra i 55 e i 64 anni; il 18% da 45 a 54 anni e solo il 12% per gli acquirenti tra i 35 e i 44 anni e il 6% per quelli fino a 34 anni. A livello nazionale l’apicoltura è ben diffusa sui territori regionali e le regioni italiane più produttive sono il Piemonte, la Lombardia, la Toscana e la Calabria. Dal 2001 in Italia c’è anche  una rete nazionale dei territori che danno origine e identità ai mieli italiani, Le Città del Miele: https://cittadelmiele.it/, che contribuisce non poco a dare visibilità ai mieli nelle loro caratteristiche di specificità e diversità e promuove i mieli dei territori dando voce e volto agli apicoltori. Nel corso dell’anno, particolarmente in occasione degli eventi di “Andar per Miele”, le Città associate in collaborazione con le associazioni locali di apicoltori organizzano convegni, tavole rotonde e incontri di presentazione e approfondimento su tematiche tecniche legate all’allevamento delle api, alle evoluzioni dei sistemi produttivi, alle criticità del settore. Un contributo rilevante per l’aggiornamento tecnico professionale degli apicoltori. Gli eventi annuali promossi e sostenuti dalle Città associate non sono solo una festa o un mercato dove gli apicoltori di territorio vendono i loro prodotti dell’alveare. Sono soprattutto uno strumento di comunicazione importante, che attiva il dialogo diretto con i consumatori, attraverso il quale gli apicoltori presentano i loro prodotti e fanno assaggiare i loro mieli, specificano le fioriture d’origine, raccontano i prodotti dell’alveare: espressione massima di una comunicazione efficace: https://cittadelmiele.it/eventi-citta-del-miele/. Il 12 e 13 settembre il Convento dei Frati Cappuccini di Renacavata, a Camerino, uno dei 7 Comuni della provincia di Macerata che fanno parte di Le Città del Miele, ospiterà la prima edizione di Miele in Convento. Il convento di Renacavata, che è riconosciuto come il primo monastero al mondo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, fondato nel 1528, ospiterà due giornate per raccontare l’incontro fra il mondo delle api e quello della vita religiosa, trasformando il miele in una chiave originale per entrare nella storia, nei saperi e nel paesaggio di un luogo. Per i più piccoli sono previsti minicorsi dedicati all’apicoltura, con la possibilità di osservare e comprendere il lavoro delle api e concludere l’esperienza con una merenda a base di miele. Il rapporto tra miele e gastronomia sarà anche protagonista di due menu speciali proposti alla tavola del refettorio del convento. Tra gli approfondimenti culturali ci saranno incontri dedicati al miele nell’alimentazione, con degustazioni, a cura degli esperti della Facoltà di Chimica degli alimenti dell’Università di Camerino (https://cittadelmiele.it/eventi/miele-in-convento-2026/). Qui i Musei del Miele: https://cittadelmiele.it/i-musei-del-miele/. Giovanni Caprio
September 6, 2026
Pressenza
Gli alberi “in scatola”, mal riuscita propaganda con soldi pubblici
Mentre le nostre città annegano nella cementificazione e subiscono gli effetti sempre più devastanti della crisi climatica, la giunta comunale di Trieste regala ai cittadini un’ennesima dimostrazione di come la destra intenda il verde urbano. Un contentino scenografico e costoso. La recente e grottesca comparsa dei cosiddetti “alberi in scatola” è infatti un altro fallimento dell’attuale giunta. Un progetto assurdo, venduto dall’amministrazione come un’efficace soluzione contro le isole di calore. La realtà, purtroppo, è assai diversa: cinquantamila euro di soldi pubblici spesi per un arredo precario, trasformatosi in poche settimane in una triste presa in giro. Alberi striminziti, molti dei quali rinsecchiti, soffocati in contenitori inadeguati sotto il sole cocente hanno svelato la fragilità di un progetto tirato su in fretta e furia solo a scopo di propaganda. Questa non è politica ambientale. Invece di pianificare una reale rigenerazione urbana, basata sulla decementificazione / deasfaltizzazione e sullo sviluppo di nuove aree verdi, capaci di produrre ombra e restituire respiro ai quartieri, soprattutto a quelli popolari, e alle piazze soffocate da temperature costantemente sopra la media, la giunta sceglie di seguire la strada della più inutile propaganda.  Non si capisce come, se le risorse per i servizi sociali, la casa, la sanità e i trasporti scarseggiano, si trovano con facilità decine di migliaia di euro per assurdi cassettoni di legno. Trieste merita una visione ecologica seria, democratica e duratura basata su un complessivo progetto di rigenerazione urbana, non un assurdo progetto di mal riuscito ambientalismo di facciata pagato dai cittadini. Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
September 5, 2026
Pressenza
Bosco Ospizio: Conad chiude e il Comune fa da sponda
Riceviamo e diffondiamo “la risposta dell’Assemblea – a freddo – rispetto alla lettera ricevuta da Conad Centro Nord mercoledì scorso, a seguito dell’incontro avvenuto venerdì 28/08 presso la sede comunale. Ci teniamo a sottolineare che, nonostante i titoli sui giornali locali indicassero una apertura al dialogo, la risposta di Conad è stata un rifiuto integrale a tutte le nostre proposte. Di seguito il nostro comunicato integrale.” *UN NO SCRITTO IN CINQUE GIORNI SU UNA PROPOSTA CHE NE MERITEREBBE MOLTI DI PIÙ: CONAD CHIUDE, IL COMUNE FA DA SPONDA Mercoledì sera abbiamo ricevuto, per tramite dell’Amministrazione comunale, la risposta di Conad Centro Nord alla proposta che avevamo illustrato venerdì 28 agosto. La risposta è un no su tutta la linea: no alla conservazione integrale dell’area, no al progetto mantenendo la proprietà attuale, no all’ipotesi di permuta. Questa è l’apertura al dialogo millantata a mezzo stampa dal soggetto attuatore. Ma il punto non è il no, ma che quel no fosse già stato pronunciato in quella stanza prima ancora che la nostra proposta fosse discussa. Nei cinque giorni successivi non è stata fatta alcuna valutazione: è semplicemente stata impaginata una lettera. Per la nostra proposta di permuta lo si può affermare con certezza, perché valutare uno scambio di aree significa istruttoria urbanistica, verifiche economiche, verifiche tecnico-giuridiche delle condizioni ampiamente mutate nel quartiere dal 2015 a oggi. Non è un’operazione che si esaurisce in cinque giorni. O non è mai stata avviata, o era una possibilità già archiviata prima di sedersi al tavolo. Dalla risposta di Conad è sparita anche l’unica cosa concreta uscita da quell’incontro: l’impegno, preso a voce dall’Amministratore Delegato, a non far ripartire i lavori finché fosse in corso un confronto. Ci chiediamo se quel tavolo sia servito a valutare qualcosa o a poter dire, davanti all’opinione pubblica, che un tentativo di dialogo c’era stato. C’è un passaggio della lettera che andrebbe letto con attenzione da tutta la città. Conad si dichiara disponibile a mettere il proprio know-how e le proprie risorse per lo sviluppo o la rigenerazione non su quest’area di sua proprietà, in collaborazione con noi, ma su un’altra area verde cittadina – quindi pubblica – da cui la nostra proposta, pensata per questa area specifica, ovviamente sparisce. Su questo, nessun rilievo o puntualizzazione sui ruoli e su chi debba curare e implementare il verde pubblico da parte dell’Amministrazione. Del resto, il vicesindaco De Franco è intervenuto all’incontro dichiarandosi parte terza e ha poi svolto per intero l’argomentazione del privato: che aree alternative non esistono, che i costi sarebbero insostenibili, che la nostra è una battaglia simbolica. Il sindaco Massari ha chiuso dicendo che l’ipotesi di non costruire su quell’area non esiste nella realtà. Al tavolo non sembravano esserci due parti e un mediatore, ma due soggetti già dalla stessa parte rispetto a una proposta da respingere. Per smentire questa impressione invitiamo – di nuovo – l’amministrazione a farsi reale mediatore: su questo progetto, mentre tiene aperta la collaborazione che ci è stata offerta su altre aree verdi del futuro. Un’ultima considerazione per l’Amministratore Delegato di Conad Centro Nord, che durante l’incontro ha criticato le azioni di boicottaggio che a suo dire minerebbero le basi di una discussione civile, invitandoci a farle cessare. Chiariamo che almeno fino a oggi quelle azioni, e le persone che le promuovono o le agiscono, non sono state guidate o organizzate da noi. Sono individui o gruppi che hanno tratto le loro conclusioni autonomamente, dopo oltre due anni di richieste di confronto ignorate, nove cittadini querelati nel 2025 per essersi seduti davanti ai trattori, un’altra querela depositata il primo giorno del presidio, un’apertura al dialogo annunciata ai giornali e chiusa in cinque giorni. Conad si lamenta di un effetto di cui è la causa. “Persone oltre le cose” non è una frase da bilancio di sostenibilità: nella realtà sono cittadine e cittadini che davanti a tutto questo hanno deciso in autonomia di non voler più avere niente a che fare con l’azienda. La nostra idea progettuale non è un documento chiuso: si arricchisce ogni giorno del contributo di medici, docenti, ricercatori, tecnici, e viene guardata da altri territori come un modello. Non chiediamo un sì. Chiediamo una valutazione vera, con il tempo che una valutazione vera richiede. Una valutazione reale e sull’oggi, non su un futuro ipotetico e su un altrove. E chiediamo che, finché quel tempo non sia stato dato, i lavori non ripartano, mentre temiamo invece che lo faranno a brevissimo, vista questa risposta di Conad. Assemblea Bosco Ospizio Redazione Italia
September 5, 2026
Pressenza
L’Abruzzo brucia ma Marsilio accusa gli ambientalisti
Agosto per l’Abruzzo è stato un mese di fuoco, letteralmente. Gli incendi hanno colpito duramente quella che è la Regione più verde d’Italia, con un terzo del territorio tutelato: tre Parchi nazionali, uno regionale, diverse oasi e riserve regionali. Ma oltre al fuoco è divampato anche il dibattito sulle responsabilità, che ha messo a nudo una politica di prevenzione con molte falle e le carenze strutturali della Protezione Civile abruzzese. In questo quadro tutt’altro che edificante il presidente della Regione Marco Marsilio, detto anche l’uomo della fiamma (la sua carriera politica è iniziata nel MSI), non ha trovato di meglio che prendersela con gli ambientalisti. Ecco le sue parole, rilasciate agli organi di informazione in risposta a cosa avesse fatto per prevenire questa situazione disastrosa: “Sarebbe curioso capire se con i bulldozer si buttasse giù qualche migliaia di alberi per creare strade e sentieri, non troveremmo qualche angelo custode degli alberi che si mette con i cartelli del no e si incatena al primo alberello che deve essere spallato”. Dunque, per Marsilio il problema della prevenzione degli incendi si riduce a “spallare gli alberelli”. Al presidente hanno risposto in po’ tutti, dai partiti di opposizione in Consiglio regionale agli ambientalisti e ai geologi. Ma non è mancato chi ha usato l’arma dell’ironia: “Con tre mari a disposizione possibile che è così difficile spegnere gli incendi in Abruzzo?”. Il riferimento è ad una famosa affermazione fatta pubblicamente da Marsilio: “L’Abruzzo è l’unica Regione italiana che si affaccia su tre mari: l’Adriatico, il Tirreno e lo Ionio. Non è accettabile che non abbia una autorità portuale”. Gli incendi hanno incenerito molte aree della Regione, dal teramano al chietino, dal vastese all’aquilano. La situazione più critica è quella che ha interessato la provincia dell’Aquila, con l’incendio di Lucoli-Roio e soprattutto quello di Monte Morrone, la montagna sacra di papa Celestino V, nel Parco nazionale della Maiella. La stessa montagna fu colpita nel 2017 da un altro grande incendio che portò alla perdita di 1200 ettari di bosco. Ma quella esperienza, evidentemente, non ha insegnato nulla. Quest’anno l’incendio è divampato il 9 agosto ed è stato spento il 1° settembre. Per tre volte il rogo è stato dichiarato spento e per tre volte è ripartito, spinto dalle alte temperature e dal vento. Dunque, ci sono volute quasi quattro settimane per averne ragione, nonostante l’abnegazione di squadre della Protezione Civile regionale, dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri Forestali, dell’Esercito e delle associazioni di volontariato che complessivamente hanno visto all’opera con i loro mezzi una ottantina di persone. Fondamentale è stato anche l’intervento dei mezzi aerei, tre Canadair, un elicottero Erickson e un elicottero Airbus350, che però hanno operato a singhiozzo, a causa sia di avarie tecniche che di indisponibilità perché impegnati in altre aree. Non sono mancati momenti particolarmente pericolosi, come quando l’incendio è arrivato vicino al paese di Roccacasale o quando una squadra rimasta tra le fiamme è stata posta in salvo dall’intervento di un elicottero. Per più giorni una cappa di fumo nero ha coperto la Valle Peligna, soggetta in particolare al fenomeno dell’inversione termica. Alla fine, sono rimasti sul terreno 700 ettari di bosco totalmente bruciati e uno strascico di polemiche e contestazioni. Tanto che anche la Procura della Repubblica di Sulmona ha deciso di aprire una indagine su quanto accaduto. L’intento è quello di capire il perché ci sia voluto un tempo così lungo per arrivare allo spegnimento dell’incendio. Quali sono state le azioni e i sistemi di prevenzione messi in atto, il perché degli errori di valutazione, dei ritardi e delle responsabilità della struttura di Protezione Civile regionale. Il 2026 sarà ricordato come uno degli anni peggiori per l’Abruzzo con quali 6.000 ettari andati in fumo, ma il bilancio è ancora provvisorio. L’anno più critico è stato il 2017, con ben 8.576 ettari persi. Sono ferite gravissime inferte al prezioso ecosistema di una Regione che dal 2012 al 2025 ha visto sparire tra le fiamme 20.295 ettari, di cui11.597 di aree boscate. Eppure, l’Abruzzo dovrebbe mettere al primo posto la prevenzione, data la sua altissima vulnerabilità agli incendi: il 49 per cento dei Comuni – 149 su 305 – è infatti classificato a rischio alto o medio-alto. Il Forum H20 ha richiamato l’attenzione sulle drammatiche conseguenze del riscaldamento globale, sempre più evidenti attraverso gli eventi meteo estremi, tra cui ondate di calore, siccità e incendi, tutti fenomeni annunciati da tempo dalla comunità scientifica internazionale. A fronte di tutto questo il governo regionale non solo non ha messo in atto nessuna politica di contrasto al cambiamento climatico ma sostiene la sconsiderata autorizzazione di nuovi impianti di fonti fossili sul territorio abruzzese come il mega gasdotto Linea Adriatica della Snam, la centrale di compressione di Sulmona al servizio del metanodotto, il potenziamento dello stoccaggio gas a Cupello e l’estrazione di gas a Bomba. Tutti investimenti – sottolinea il Forum – che finiranno per aggravare irresponsabilmente la crisi climatica. La Campagna Per il clima Fuori dal fossile, a proposito di “alberelli da spallare”, ha ricordato a Marsilio le sue gravi responsabilità nell’approvazione del metanodotto Linea Adriatica, di 425 km da Sulmona a Minerbio (BO), la cui realizzazione comporterà lo sventramento delle aree più incontaminate dell’ Appennino con conseguente distruzione degli habitat e notevole perdita di biodiversità. Il Gruppo Unitario Foreste Italiane ha calcolato che da parte della Snam saranno abbattuti due milioni di alberi, sia per l’interramento del tubo che per la realizzazione di nuove piste di accesso nelle aree boscate. L’ordine dei geologi abruzzesi ha espresso la propria preoccupazione per l’aumento del rischio idrogeologico nelle aree boschive incenerite. La pioggia troverà terreni resi impermeabili dalla cenere e fragili per la mancanza di radici, inoltre meno chiome a frenare l’impatto della pioggia con il suolo. Ci sarà meno acqua che si infiltra nel terreno e molta che ruscella, aumentando così la capacità erosiva e il trasporto di materiale verso valle. E’ già successo sul Morrone con l’incendio del 2017 – ricordano i geologici -; pertanto, chiusa l’emergenza incendi, è necessario intervenite sul dissesto idrogeologico. Le forze politiche di opposizione in Regione hanno accusato Marsilio di fare solo propaganda, perché le criticità erano già scritte nello stesso Piano Antincendio Boschivo 2026 – 2028: scarsità di fondi stanziati, prevenzione poco efficace, mezzi e personale insufficienti, formazione carente, rete radio incompleta, vasche antincendio fuori uso e da manutenere, pochi coordinatori nelle operazioni di spegnimento a terra, un’organizzazione con i Vigili del fuoco dichiarata non definitiva. Per quanto riguarda la struttura regionale di Protezione Civile – fanno rilevare dai gruppi di minoranza – mancano professionalità adeguate nei settori strategici, figure di comando individuate (sono vacanti il dirigente del servizio emergenza e quello dell’ufficio colonna mobile). Anche la sala operativa, che è il cuore del sistema di coordinamento delle attività, non è all’altezza del suo compito. Alla riapertura dei lavori in Consiglio si prevede un dibattito molto acceso. Marsilio sarà chiamato a rispondere con fatti, numeri e risorse. Se tutte queste carenze erano già note perché il governo regionale non si è intervenuto per tempo a porvi rimedio? Sotto il profilo economico il costo per l’Abruzzo è pesante. Solo per l’impiego dei mezzi aerei, nell’incendio del Morrone, si sono spesi 4,6 milioni di euro, considerato che ogni lancio da un Canadair costa minimo 6 mila euro. Marsilio ha ringraziato la Protezione Civile nazionale per il supporto dato: “Qui ci sono sempre stati due o tre Canadair al giorno, tranne quando si sono rotti”. Il punto è proprio questo, che i 18 Canadair disponibili a livello nazionale devono coprire l’intero territorio italiano e non di rado sono fermi perché in avaria. Dunque, siamo in un Paese che non ha una adeguata flotta aerea per spegnere gli incendi, ma nello stesso tempo acquista 115 cacciabombardieri F-135 dell’americana Lockheed Martin al costo di 100 milioni di euro l’uno. Ma per Marsilio, evidentemente, questo non è un problema. Comunque, sulle responsabilità il presidente della Regione già si autoassolve. Infatti, a fuoco spento, ha dichiarato alla stampa: “Io non credo che ci sia stata nessuna sottovalutazione; dall’incendio del 2017 ad oggi avremo modo di verificare come si è agito e di cosa si è lasciato in eredità dopo fatti del genere”. Come si vede, Marsilio ha già pronta la sua linea difensiva. Se ci sono responsabilità queste sono, oltre che degli ambientalisti, di chi lo ha preceduto nel governo dell’Abruzzo. Ma questa eredità è toccata a lui gestirla e, se dopo sette anni e mezzo del suo governo regionale siamo al punto di partenza, qualche domanda dovrebbe porsela. E per il futuro cosa succederà? Chissà se Marsilio ha letto il nuovo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), pubblicato il 2 settembre, il quale avverte che il mondo è vicino al superamento della soglia di 1,5° dell’Accordo di Parigi, dopo di che i sistemi naturali saranno soggetti a cambiamenti irreversibili, ci saranno ondate di calore più intense, più incendi e più alluvioni. Se esiste ancora un margine di tempo questo va impiegato per una svolta profonda nelle politiche per il clima, accelerando la riduzione delle emissioni di CO2, eliminando il più rapidamente possibile i combustibili fossili, incentivando la crescita delle rinnovabili e stanziando fondi adeguati per la prevenzione e il ripristino degli ecosistemi. Ma c’è speranza che questo accada fino a quando Marsilio e i suoi referenti al governo nazionale continueranno a credere che il cambiamento climatico sia una “questione ideologica”? Mario Pizzola Redazione Abruzzo
September 5, 2026
Pressenza
Relazioni inseparabili, Festival dell’Ecologia Integrale
Si terrà a 𝐓𝐫𝐞𝐯𝐢𝐠𝐧𝐚𝐧𝐨 𝐑𝐨𝐦𝐚𝐧𝐨,  nei giorni 11-13 𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 2026, il festival dell’ecologia integrale “Relazioni inseparabili”: tre giorni di alta formazione gratuita per giovani attiviste e attivisti, con sessioni formative, confronti, attività in natura e campeggio sul lago. L’iniziativa è organizzata da Scuola Gea in collaborazione con Alianza Colombia Libre de Fracking, Fossil Fuel Treaty Initiative, Emmaus Italia e Rete dei Numeri Pari. A questo indirizzo si può compilare il modulo e inviare la domanda di partecipazione https://forms.gle/rPj6VSiQj7HcFLxE8 Il corpo docenti della Scuola Gea selezionerà le domande pervenute sulla base delle motivazioni, della passione e della disponibilità a continuare il proprio impegno sui territori. Ospiti internazionali dell’edizione del Festival 2026 saranno: Yuvelis Morales Blanco, attivista colombiana e leader dell’Alianza Colombia Libre de Fracking, insignita nel 2026 del “Nobel per l’Ecologia“ per aver impedito l’introduzione del fracking a fini commerciali in Colombia, e Andrés Gómez Orozco, attivista colombiano Coordinatore per l’America Latina della Campagna globale Fossil Fuel Treaty. Insieme per un futuro libero dai combustibili fossili! 𝐕𝐮𝐨𝐢 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮́? Tutte le informazioni sul sito https://www.geascuola.org/i-festival/trevignano-romano-2026/ Redazione Italia
September 5, 2026
Pressenza
I custodi della terra: l’importanza del ritorno all’agroecologia
Il ritorno alle tecniche agricole antiche non è un nostalgico passatismo, ma la più moderna e radicale delle risposte alla crisi ambientale, sanitaria e sociale dell’isola. Coltivare rispettando i cicli biologici e rigenerando il suolo significa scardinare un modello industriale fallimentare per portare a tavola cibi sani. Oggi, a confermare la necessità di questa transizione, non sono solo le lotte storiche dei movimenti ecologisti, ma le prove scientifiche più avanzate. A smontare la narrazione della grande chimica agraria è un recente studio scientifico (2026) pubblicato su Food Research International, condotto dall’Università del Salento in collaborazione con il CIHEAM Bari e il CNR. I ricercatori hanno analizzato i pomodori usando la spettroscopia NMR (risonanza magnetica nucleare), una tecnologia che fotografa l’intero profilo metabolico del frutto. Più nutrienti, meno chimica: I pomodori coltivati con metodi naturali (agricoltura biodinamica e trattati con compost arricchito) sono biologicamente superiori rispetto a quelli dell’agricoltura integrata convenzionale. Hanno mostrato una concentrazione nettamente più alta di preziosi amminoacidi e di carotenoidi come il licopene, il potente antiossidante che protegge la nostra salute. Un suolo vivo contro i cambiamenti climatici: L’analisi del DNA batterico ha rivelato che il terreno naturale ospita fino a 124 famiglie di batteri, contro le sole 51 del suolo sfruttato dalla chimica. Questa straordinaria biodiversità microbica rende la terra resiliente e capace di resistere agli shock ambientali. Lo studio lancia un’idea rivoluzionaria: una tracciabilità scientifica dell’esito. In futuro la qualità non si certificherà più solo sulla carta (i registri burocratici su cosa è stato “spatussato” nei campi), ma misurando oggettivamente la ricchezza nutrizionale dentro il cibo e la vita nel terreno. Favorire questo modello agroecologico in Sardegna significa generare nuove occupazioni green, capaci di restituire dignità ai lavoratori e di contrastare lo spopolamento drammatico delle nostre zone interne. Lavorare la terra con tecniche ecologiche significa garantire il presidio e la cura attiva del territorio, arginando il dissesto idrogeologico e gli incendi che devastano un’isola abbandonata a se stessa. C’è poi una forte valenza politica ed economica: l’agricoltura contadina e di comunità ci sottrae alle speculazioni energetiche. La crisi globale ha dimostrato come i costi dei concimi chimici di sintesi siano legati a doppio filo alle oscillazioni folli del mercato del gas e del petrolio. Sostituire i veleni industriali con il biocompost auto-prodotto spezza la dipendenza dai mercati internazionali e dalle multinazionali dell’energia. La sovranità alimentare diventa così la base della sovranità economica dei territori. In questo scenario, guardiamo con favore al Bando per il Primo Insediamento dei Giovani Agricoltori della Regione Sardegna (Intervento SRE01), che stanzia 40.000 euro a fondo perduto per attrarre gli under 40 nelle campagne. È uno strumento utile, ma parziale. Se vogliamo una reale inversione di rotta, dobbiamo superare lo sbarramento anagrafico. Il sostegno economico deve essere garantito senza limiti d’età a chiunque decida di rigenerare un terreno incolto. Chi sceglie di cambiare vita per dedicarsi all’agricoltura naturale non sta semplicemente aprendo una partita IVA: sta compiendo un atto politico ed etico di resistenza civile. Diventa un custode della biodiversità e della salute pubblica, un argine contro le speculazioni e la desertificazione. E la volontà di proteggere la nostra terra e i nostri diritti non scade a quarant’anni. Redazione Sardigna
September 4, 2026
Pressenza
Albania, settembre comincia con la repressione: 14 arresti alla protesta dei Fenicotteri
Dopo un agosto in cui il movimento dei fenicotteri si è mostrato capace di resistere al caldo, alle vacanze e al silenzio di una parte dei media. Un mese di presìdi quotidiani, iniziative della diaspora e nuove forme di solidarietà internazionale. Agosto aveva visto la diaspora tornare simbolicamente e materialmente in Albania, anche attraverso la traversata della Global Sumud Flotilla da Brindisi a Valona. Settembre si apre invece in modo diverso: con le porte dei commissariati, le immagini dei manifestanti trascinati e 14 persone private della libertà. La sera del 1° settembre, la 94ª giornata consecutiva della Rivoluzione dei Fenicotteri si è conclusa con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, almeno una persona ferita, numerosi accompagnamenti nei commissariati e 14 arresti. ©️Trivet – Un cartello che pone la domanda “Polizia di stato o Stato di Polizia?” La protesta era iniziata come ogni sera davanti alla sede del governo, a Tirana, ma questa volta non c’è stato un presidio come eravamo abituati a vederlo nei 93 giorni scorsi della mobilitazione. Diversamente dalle sere precedenti, non si sono tenuti i consueti discorsi sul viale “Dëshmorët e Kombit”. Quando si è diffusa la notizia che Edi Rama si trovava ancora nel suo ufficio, i manifestanti si sono diretti verso gli ingressi della sede governativa e si sono seduti sulla strada, in rruga Ismail Qemali, bloccando uno degli ingressi principali utilizzati dal primo ministro e dagli altri funzionari. In una prima fase, la polizia è apparsa impreparata. Sono stati necessari circa trenta minuti per far arrivare rinforzi e costruire un cordone di sicurezza. Agli agenti già presenti si sono aggiunti reparti delle “Shqiponja”, le Aquile della polizia albanese, e le Forze di intervento rapido. Sul posto è stato portato anche un mezzo dotato di cannone ad acqua, rimasto però fermo per tutta la durata del blocco. Attraverso un megafono, la polizia ha ripetutamente ordinato ai manifestanti di liberare la strada e gli ingressi. Una parte dei partecipanti si è seduta sull’asfalto e ha continuato il presidio. La situazione si è progressivamente irrigidita fino agli scontri fisici. Le immagini che abbiamo visto, dal vivo e in diretta dai media e sui social hanno mostrato persone trascinate, spinte e caricate sui mezzi della polizia, telefoni sequestrati senza poter avvisare i parenti, e una persona con la mano ferita. Tra le persone portate via dagli agenti  – e ancora in stato di fermo – anche coloro che partecipano da mesi al controllo del microfono durante il presidio o dirigono la marcia. L’attivista Arvina Lleshi, ripresa durante il fermo, ha dichiarato di essere rimasta fino a quel momento in disparte, seduta, e di avere manifestato pacificamente. Ha inoltre denunciato che gli agenti le avrebbero sottratto il telefono cellulare senza poter avvisare la madre e la sorella con disabilità. Andi Tepelena è stato fermato per 4 ore ma poi rilasciato con un procedimento penale a suo carico. Dopo i primi fermi, la mobilitazione si è spostata davanti ai commissariati numero 1 e numero 3, dove i manifestanti hanno chiesto informazioni e la liberazione delle persone trattenute. Sembrerebbe che Edi Rama avrebbe lasciato l’edificio proprio dopo l’allontanamento dei manifestanti. Tuttavia anche davanti al commissariato numero 3 si sono registrati momenti di tensione e nuovi accompagnamenti. Quattordici persone arrestate e tre indagate La mattina del 2 settembre, la Polizia di Tirana ha comunicato che 14 persone, di età compresa tra i 22 e i 52 anni, erano state arrestate in flagranza, mentre altre tre risultavano indagate a piede libero. > Sono stati arrestati in flagranza i cittadini: D. G., 50 anni; J. M., 38 anni; > E. L., 28 anni; E. A., 35 anni; S. B., 50 anni; L. Gj., 47 anni; V. Sh., 52 > anni; F. M., 22 anni; D. A., 29 anni; B. M., 34 anni; A. Ll., 28 anni; Y. B., > 38 anni; A. K., 46 anni e A. D., 30 anni. Gli atti sono stati trasmessi alla > Procura, che ha avviato un procedimento penale a piede libero nei confronti > dei cittadini M. J., 47 anni; A. T., 54 anni e A. G., 56 anni. Secondo Citizens.al, complessivamente 17 persone sono state accompagnate nei commissariati: 14 sono state successivamente arrestate e tre indagate a piede libero. L’avvocato Lulzim Tanushi, che rappresenta le due donne arrestate, ha definito “sproporzionato” l’uso della forza da parte della polizia. Secondo l’elenco pubblicato da BalkanWeb, gli arrestati sono Dritan Goxhaj, Junik Matoshi, Edison Lika, Erlind Almeta, Sokol Bushi, Lulzim Gjini, Valtion Shameti, Florian Manarkolli, Desiderjo Alimucaj, Bora Mitrovica, Arvina Lleshi, Ylli Brahaj, Arben Kola e Aumiraldi Dalliu. La Procura di Tirana procede per quattro ipotesi di reato: organizzazione e partecipazione a manifestazione illegale, resistenza a pubblico ufficiale, disturbo della quiete pubblica e interruzione della circolazione stradale. Nella propria ricostruzione, la polizia sostiene che i manifestanti abbiano impedito l’accesso alla sede del governo mentre al suo interno si trovavano “alte personalità dello Stato”, ostacolandone gli spostamenti. Afferma inoltre che alcuni partecipanti abbiano spinto e colpito gli agenti durante l’intervento. La nota ufficiale, tuttavia, non indica agenti feriti né danni materiali prodotti durante gli scontri, come rilevato anche da Reporter.al, la testata di BIRN Albania. Le responsabilità individuali dovranno quindi essere accertate e tutte le persone arrestate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva. Il deputato di Lëvizja Bashkë Redi Muçi, presente davanti al commissariato numero 3, ha denunciato mancanza di trasparenza sui fermi e un uso violento della forza. Anche Agron Shehaj, leader di Mundësia, ha affermato di avere visto segni di percosse sui corpi di alcuni fermati. Il capogruppo parlamentare del Partito Democratico, Gazment Bardhi, ha invece chiesto la liberazione immediata delle 14 persone, definendo gli arresti un tentativo di intimidire il movimento. Un salto di “qualità” nella risposta repressiva Sebbene gli arresti del 1° settembre non costituiscano un episodio isolato – abbiamo già raccontato che nel corso dei tre mesi di mobilitazione, la polizia è già intervenuta più volte con accompagnamenti, manganelli, spray urticante, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, soprattutto durante le manifestazioni organizzate davanti al Parlamento, la vicenda del 1° settembre rappresenta però un passaggio ulteriore: non soltanto fermi effettuati durante la protesta, ma la trasformazione di 14 accompagnamenti in arresti e l’apertura simultanea di procedimenti per quattro reati. ©Trivet – Poster per il giorno seguente alla protesta repressiva “Le vostre manette non possono imprigionare la nostra rivolta”   ©Trivet – Poster per il giorno seguente alla protesta repressiva “Le vostre manette non possono imprigionare la nostra rivolta” Fioralba Duma
September 3, 2026
Pressenza
Archiviate le accuse contro i nove del Bosco Ospizio querelati nel 2025: nessun reato nel blocco dei trattori
Violenza privata, danneggiamento e invasione di terreni: il fatto non sussiste! A febbraio 2025, nove membri dell’Assemblea del Bosco Ospizio si erano seduti davanti ai trattori per impedire gli sfalci preliminari nell’area. Oggi arriva la notizia di archiviazione, richiesta dal PM già a luglio 2025 e nonostante la resistenza di Conad Centro Nord. Nessun elemento di costrizione, necessario a prefigurare il reato di violenza, nessun danneggiamento a beni o strutture, e una protesta durata poche ore e senza fini di lucro. Grazie alle pratiche di disobbedienza civile non-violenta, che hanno sempre contraddistinto le modalità dell’Assemblea, non emerge, in definitiva, nessun elemento sufficiente a sostenere le accuse. Sono le stesse pratiche che stanno caratterizzando il presidio permanente sorto in Campo di Marte II e che hanno permesso a centinaia di cittadine e cittadini di avvicinarsi, attraversare e popolare quotidianamente il presidio. Oggi dimostriamo, una volta in più, come la resistenza non-violenta si confermi un’espressione di dissenso materialmente efficace, in un sistema politico e giudiziario sempre più repressivi. La notizia ci riempie di fiducia e apre nuovi spiragli davanti alle più recenti denunce contro ignoti depositate da Conad Centro Nord il 3 agosto, quando, di nuovo, abbiamo scelto di usare i nostri corpi per impedire pacificamente l’accesso alle ruspe – questa volta, con un centinaio di persone a sostegno. Oggi dunque festeggiamo: per la chiusura definitiva di un procedimento a nostro carico – e per un intero mese di presidio permanente, che continuerà a difesa di Bosco Ospizio fin quando sarà necessario. Redazione Italia
September 3, 2026
Pressenza
Ridurre le temperature delle città fino a 4 gradi è possibile, con riforestazione e depavimentazione
Le città italiane sono sempre più esposte all’isola di calore urbana, ma con differenze molto marcate. Quasi tutti i capoluoghi superano i 40 °C in estate: Milano 43,1 °C, Torino 43,0 °C, Napoli 42,7 °C, Bologna 42,7 °C, Cagliari 42,9 °C, la città costiera con la temperatura urbana più alta. Le aree rurali sono più fresche, con differenze in media di 5,6 °C, che a Napoli arrivano a 9,4 °C. Nelle zone urbane cemento e asfalto, suolo naturale e vegetazione scarsi, superfici impermeabilizzate trattengono calore. Ridurre le temperature delle città fino a 4 gradi è possibile. Lo dimostrano le simulazioni del progetto MIRIFICUS nelle aree di Roma e Firenze, dove l’introduzione di pavimentazioni che non trattengono calore, la realizzazione di nuovi spazi verdi e la piantumazione di nuovi alberi, producono un calo netto delle temperature nelle ore più calde della giornata. A Settecamini, nella Capitale, e nell’area Mercafir/Piazza Artom del capoluogo toscano, la differenza tra la situazione attuale e quella simulata supera i 4 °C tra le ore 9 e le ore 15. Su base giornaliera, la riduzione si mantiene stabile intorno ai 2–2,2 °C, mostrando che l’effetto non è momentaneo ma continuo. Sono questi i principali risultati del Progetto MIRIFICUS (Monitoraggio degli Intervento di RIForestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti), che vede coinvolti l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e l’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE) in qualità di coordinatore, con il sostegno dell’Agenzia Spaziale Italiana. Il progetto mostra che contrastare le isole di calore non rappresenta solo una necessità ambientale, ma un’opportunità concreta per rendere le città più fresche e più vivibili attraverso soluzioni semplici: più alberi, più suoli naturali, superfici che non si scaldano e una pianificazione urbana che tenga conto dei dati. A Roma, dove la temperatura superficiale estiva dell’area urbana raggiunge in media 43,7 °C, il raffrescamento con l’intervento simulato è evidente già dal mattino. A Firenze, che registra una media urbana superiore ai di 44,°C, il calo è superiore ai 4 °C nelle ore centrali confermando che nelle zone più cementificate è possibile migliorare il microclima. Un altro elemento decisivo è la forma dei quartieri. MIRIFICUS ha analizzato la struttura urbana come un “DNA climatico” delle città, mostrando come disposizione degli edifici, altezza e materiali usati influenzino direttamente la distribuzione del caldo. A Firenze, le zone con edifici compatti di media altezza raggiungono i 44,6 °C, mentre nelle aree con boschi urbani le temperature si riducono a 35,9 °C, un raffrescamento naturale di quasi 9 °C. A Roma, i quartieri industriali con grandi superfici esposte al sole arrivano a 57,2 °C. Infine, la piattaforma webGIS del progetto permette di consultare i dati di ogni comune italiano e di osservare come cambiano le temperature in relazione al consumo di suolo e alla presenza di aree verdi. “I risultati di MIRIFICUS, ha sottolineato Michele Munafò, responsabile del Progetto per ISPRA, ci dicono una cosa molto semplice: possiamo ridurre il caldo nelle città e sappiamo come farlo. Le simulazioni di Roma e Firenze mostrano che gli interventi adottati nei due casi studio riducono le temperature fino a 4 gradi. È una prova concreta che le soluzioni esistono e svolgono più funzioni contemporaneamente: riducono, oltre alla temperatura, gli impatti dei cambiamento climatici, i rischi per salute, benessere e qualità urbana. I dati indicano la strada da seguire, gli interventi corretti le scelte per rendere le città più vivibili e migliorarne la qualità della vita.” E Marco Morabito, CNR-IBE, coordinatore del Progetto, ha aggiunto: “MIRIFICUS dimostra come i dati satellitari possano trasformarsi in strumenti operativi a supporto delle Pubbliche Amministrazioni, per contrastare gli effetti del caldo e rafforzare la resilienza nelle città, permettono di intervenire in modo mirato sulla struttura dei quartieri. Inoltre, la piattaforma webGIS del progetto permette a ogni Comune di consultare i dati e simulare il rapporto tra temperature superficiali, consumo di suolo o aree verdi, di capire dove intervenire e con quali priorità. Con il rilascio della piattaforma e di una Web App basata su Google Earth Engine, accessibili gratuitamente, decisori pubblici, cittadini e tecnici dispongono di mappe interattive, indicatori di stress termico e simulazioni ex ante ed ex post, un supporto scientifico per la pianificazione degli interventi di forestazione urbana e delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici”. Come sostiene Legambiente: “Gli alberi in città non sono solo un elemento decorativo. Le foreste urbane sono vere e proprie infrastrutture verdi che rendono le città più vivibili e capaci di affrontare la crisi climatica. Non si tratta soltanto di parchi. Le foreste urbane comprendono alberature stradali, giardini, gruppi di alberi e aree verdi urbane e periurbane che, insieme, formano una rete ecologica continua. Questa rete migliora la qualità dell’aria, abbassa le temperature estive e contribuisce a gestire l’acqua piovana, riducendo il rischio di allagamenti. Oltre ai benefici ambientali, il verde urbano ha un impatto diretto sulla salute e sul benessere delle persone. La presenza di alberi riduce lo stress, favorisce la socialità e rende gli spazi pubblici più accoglienti e sicuri. Per questo oggi le foreste urbane sono riconosciute come Nature-Based Solutions, soluzioni basate sulla natura fondamentali per città più sane e resilienti. Ma mettere a dimora nuovi alberi funziona solo se lo si fa con criterio: servono pianificazione, competenze tecniche e gestione nel tempo. L’<<albero giusto nel posto giusto>> fa davvero la differenza”. La Regione Emilia-Romagna, nell’ambito dell’interessante progetto “Mettiamo radici per il futuro”, che ha l’obiettivo di estendere la superficie boschiva della regione, da qualche anno mette a disposizione alberi gratuitamente (la prossima distribuzione riprenderà il 1 ottobre 2026 e durerà fino al 15 aprile 2027, con i 21 vivai accreditati in tutta la regione, pronti a consegnare gratuitamente a cittadini, scuole, associazioni ed enti pubblici che ne facciano richiesta le piante di “Mettiamo radici per il futuro”).  Dall’inizio della campagna (1° ottobre 2020) fino al 15 aprile 2026 sono stati distribuiti gratuitamente 3.338.165 alberi tramite i vivai privati, accreditati nell’ambito del Bando distribuzione gratuita piante forestali. A questi nuovi alberi ne vanno aggiunti altri 118.081 dei bandi forestazione urbana promossi dalla Regione e rivolti a Comuni e imprese: https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/radiciperilfuturoer/progetto.   Qui per approfondire il Progetto MIRIFICUS: https://mirificus.isprambiente.it/home/Homepage.html.  Giovanni Caprio
September 3, 2026
Pressenza
C’era una volta…l’albero
Chi ha amici o amiche a quattro zampe sa bene che cosa vuol dire compiere gli stessi tragitti quotidiani, più volte al giorno, in loro compagnia. Le variazioni dei percorsi, che pur avvengono, sono sempre possibili, anche se “il solito giro” è generalmente molto apprezzato. Perlomeno da Elvis. Alla fin fine i giretti consolidati diventano quasi un prolungamento di casa: si esce e si torna presto. Nulla a che vedere con i grandi giri di fasce orarie differenti. Non più di un paio di mesi fa la variazione di percorso è stata per noi quasi una costrizione, tanto è stato profondo il dispiacere. E la rabbia. Alla fine della via dove abitiamo, qui a Monterotondo, era avvenuto un cambiamento drastico. Irreversibile. E per noi insopportabile. Con le nostre mini-passeggiate pomeridiane monitoravamo da tempo la situazione ma lasciavamo sempre, sbagliando, molto spazio alla speranza. Eppure un certo ‘sesto senso’ ci suggeriva che eravamo in errore. Da anni la parte finale di via Goffredo Spinedi (una via senza uscita, a senso unico) si trovava in una situazione di stallo: sul lato destro l’area era occupata da una grande villa moderna di proprietà privata, chiusa e abbandonata; al centro un rettangolo di prato sul quale al piano terra insiste l’uscita del garage appartenente all’altra villa privata, abitata e imponente, sul lato sinistro. Due belle ville che ci sono sempre apparse come due raffinate sentinelle, data la loro posizione elevata rispetto al livello stradale. Ma le sentinelle più belle, le più alte di tutte, l’immagine felice della Natura, erano due splendidi alberi d’alto fusto: un leccio e, soprattutto, un meraviglioso pino marittimo dalla splendida chioma che “guardava” verso sud e verso ovest. Alto, slanciato, sano. Un faro al di sopra di tutte le violenze umane. La sua posizione, pur interna all’area privata della villa a destra, era talmente favorevole al suo slancio signorile da poterlo davvero definire una meraviglia del nostro piccolo mondo quotidiano. La sua ampia chioma produceva un’ombra gentile e frescura su tutta la strada sottostante e, di notte, la sua sagoma si slanciava nel buio del cielo senza confondersi. Apprezzavamo immensamente il fresco che si respirava alla fine della via sotto quella chioma generosa, talmente generosa da sporgere ben al di fuori del perimetro privato. Poi, la scomparsa. Siamo certe di aver visto il magnifico pino e il leccio il giorno prima e il mattino seguente non erano più al loro posto. Oggi la villa a destra non esiste più: al suo posto c’è una voragine di dimensioni enormi dove ruspe e scavatori lavorano alacremente da tempo. Le stesse immagini che ormai cominciano a far visita sotto forma di incubi nei sogni sia dei residenti sia dei commercianti di Piazza della Libertà. Il dispiacere è stato così profondo che non percorriamo più quel tragitto pomeridiano, non soltanto per il caldo soffocante che adesso si sprigiona da quell’area, ma per l’impatto visivo di quell’angolo di strada. C’è solo vuoto, e in questa stagione è soltanto un vuoto mescolato alla nebbiolina dell’afa. Perfino dalla finestra di casa, all’ultimo piano, da dove il pino marittimo svettava sui pur belli cipressi, abeti e magnolie superstiti, il panorama è triste: non resta che immaginare ciò che non c’è più. Di recente ci è capitato di scorrere il sito del Comune di Monterotondo. Alla voce ‘Dipartimento Governo del Territorio’ (Pianificazione Urbanistica e Ambiente) l’occhio è caduto su uno dei tanti Documenti di programmazione e rendicontazione per la Tutela Ambientale. Vi si legge: «Il Comune si è dotato di regolamenti di Tutela Ambientale che garantiscano il diritto alla salute dei residenti, la tutela del paesaggio, la salvaguardia e la corretta gestione del verde e i valori di decoro architettonico della realtà urbana.» Leggendolo oggi, verrebbe voglia di incorniciarlo per ironia. Perché è proprio da quel Dipartimento che partono le autorizzazioni a costruire e nel nostro caso per un edificio di tre piani ed è sempre da lì che è passato il destino dei due alberi. Come sia potuto succedere lo abbiamo capito soltanto alla fine di agosto, quando l’Associazione Centro Storico in Movimento (parte di Italia Nostra – Sezione Aniene) ha finalmente ottenuto i documenti richiesti con l’accesso agli atti. Carte che raccontano una storia fin troppo ordinata. La documentazione Il 23 febbraio 2026 il Comune rilascia il permesso di costruire per la demolizione e ricostruzione dell’edificio. Nel titolo edilizio, degli alberi non c’è alcuna traccia. Il 21 aprile 2026, due mesi dopo il permesso, un tecnico incaricato dalla proprietà  esamina finalmente i due esemplari. Li colloca in “classe C” di propensione al cedimento: una classe che, per prassi e da manuale, comporta controlli periodici e non certo l’abbattimento (riservato alla classe D). Tuttavia, la relazione conclude che gli alberi non possono restare. Il motivo non è la loro salute, ma il cantiere stesso: le lavorazioni scaveranno a meno di mezzo metro dal tronco del leccio asportandone oltre metà delle radici, mentre accanto al pino è previsto un salto di quota di quasi sette metri per la realizzazione dei garage. In sostanza, non ci si è chiesti se il progetto potesse adattarsi agli alberi, ma se gli alberi potessero sopravvivere al progetto. Un ribaltamento logico e normativo, dato che l’articolo 9 del Regolamento comunale del verde impone il rilievo di tutte le alberature prima della progettazione e l’obbligo di tutelare l’alto fusto. Il 18 giugno 2026 l’impresa chiede al Comune l’autorizzazione all’abbattimento. Sul modulo prestampato, tra le motivazioni possibili (albero pericolante, patologie, danni a strutture), non ne viene barrata nessuna di quelle sanitarie. Viene barrata la voce “altro”, aggiungendo a mano: “edificazione di cui al permesso”. Nello stesso foglio, paradossalmente, il richiedente dichiara poche righe sotto che l’abbattimento non è propedeutico all’intervento edilizio. Appena cinque giorni dopo, il 23 giugno 2026, il Comune autorizza il taglio motivandolo esattamente così: “edificazione di cui al permesso”. Nessuna menzione allo stato di salute delle piante, unica causa ammessa dal Regolamento del 2009. Il 29 giugno 2026, quando l’agronomo incaricato dall’Associazione effettua un sopralluogo, trova gli alberi ancora in piedi: sani, vitali, con un’aspettativa di vita superiore ai 25 anni e un rischio di cedimento inferiore a uno su un milione. Un patrimonio dal valore economico e ambientale stimato in oltre 110.000 euro e con più di 16 tonnellate di CO2 immagazzinate. Viene redatta una perizia completa con foto, misure e coordinate GPS. Tutto inutile. A inizio luglio le motoseghe entrano in azione: prima il leccio, poi il pino. L’8 luglio 2026 l’Associazione deposita una diffida formale al Comune allegando la perizia. La risposta degli uffici arriva il 17 luglio: il Comune scrive che la valutazione sull’assentibilità va fatta “caso per caso” e invita la ditta a inviare una planimetria con la posizione delle alberature. Nessun accenno all’autorizzazione al taglio già firmata tre settimane prima. Gli alberi, a quel punto, erano già legna da ardere da più di otto giorni. Questa non è la storia di due alberi malati che andavano rimossi per sicurezza. È la storia di due giganti sani sacrificati in nome di un cubo di cemento, con autorizzazioni ufficiali che lo confermano nero su bianco. L’Associazione Centro Storico in Movimento ha chiesto il riesame dell’atto, l’applicazione delle sanzioni, la verifica sulle piantumazioni compensative previste per legge e ha inoltrato un esposto ai Carabinieri Forestali per chiedere un intervento urgente. A noi, passeggiando con Elvis, non resta che guardare quella voragine di polvere e chiedere conto di come la “Tutela Ambientale” possa ridursi a un timbro su un foglio di carta. Tiziana Pozzessere con l’Associazione Centro Storico in Movimento Redazione Italia
September 2, 2026
Pressenza