Dal paradigma del dominio al paradigma della cura: il contributo originale di Giuseppe De Marzo

Pressenza - Saturday, July 18, 2026

L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione (Minimum Fax ) di Giuseppe De Marzo ha un ampio respiro teorico che investe il piano ontologico, epistemologico, etico-politico, proponendo un nuovo modo di pensare e di stare al mondo.                       

Il nucleo argomentativo risiede nella capacità di articolare teoria radicale e pratiche territoriali: l’autore elabora un orizzonte di pensiero e un lessico inedito, forieri di nuovi paradigmi e categorie alternative. Tali categorie restituiscono centralità ai nessi relazionali tra gli enti e consentono di interpretare la contemporaneità non come sommatoria di emergenze settoriali, bensì come crisi sistemica. Ne consegue il compito di costruire un assetto concettuale in grado di interrompere la razionalità lineare e gerarchica dominante per lasciare spazio a categorie inedite capaci di nominare la realtà, ribaltare la prospettiva su soggetto, cause e soluzioni e operare una decolonizzazione dello sguardo come atto fondativo sul piano politico e metodologico.                                                                      

Il saggio decostruisce le crisi interconnesse del presente, evidenziando come il collasso climatico, le disuguaglianze e le guerre non siano fenomeni accidentali ma conseguenze dirette del modello tecnocapitalista, caratterizzato da una tecnologia concepita come meccanismo di dominio, estrazione e accumulazione. Per De Marzo uscire dalla crisi richiede un cambio di paradigma che ripensi insieme giustizia sociale, clima e politica, a partire da un nuovo rapporto tra umani, natura e territorio. Il merito più grande dell’autore è aver sottratto il dibattito sulla crisi climatica al terreno tecnico per ricondurlo alla dimensione politica, giuridica e ontologica.                                                   

Il testo non si configura come un saggio sulla “sostenibilità” ma come un manifesto per un salto di civiltà, una rottura epistemologica. L’operazione si dispiega secondo una duplice procedura di sottrazione e ricostruzione. In primo luogo De Marzo demolisce il linguaggio e le categorie del “Capitalocene”, in un gesto di decolonizzazione dello sguardo. In secondo luogo fonda categorie originali per il rovesciamento della visione egemonica. Infine individua il soggetto storico della trasformazione: un soggetto politico globale deputato a “federare” le pratiche.                                             

Il punto di partenza è la critica radicale al concetto di “transizione ecologica”. Per De Marzo la transizione è la forma con cui il “Capitalocene”, sistema che trasforma ogni vivente in risorsa, celebrando il  mito della crescita infinita, tenta di salvarsi, non di superarsi. Cambiare gli strumenti lasciando intatta la grammatica economica, la logica dell’estrazione e del comando centralizzato significa riprodurre la crisi con altri mezzi.  

Da qui il rovesciamento di prospettiva operato con l’introduzione della categoria di “Conversione”. Essa non è adattamento tecnologico, ma radicale mutamento di paradigma che sposta l’asse interpretativo dalla crescita illimitata all’autolimitazione, dall’individuo isolato all’interdipendenza, dal dominio alla logica della cura. Con questo triplice slittamento dell’orizzonte di senso De Marzo ci conduce a pensare la crisi non nella dimensione quantitativa, relativa alle emissioni di CO2, ma nella sua dimensione qualitativa, ovvero come crisi delle relazioni, come frattura antropologica e giuridica nel rapporto che lega l’uomo alla Terra.

La soluzione  della crisi è, pertanto, di natura relazionale: richiede la ricostruzione dell’alleanza con la Terra, il ripensamento del patto di reciprocità, la messa in discussione della categoria di “Antropocene”, definizione all’apparenza neutra ma politicamente problematica. Essa, infatti, appiattisce le differenze e le responsabilità storiche, geografiche e di classe, imputando la crisi all’“Uomo”, inteso come specie, rendendo, così, colpevoli tutti e assolvendo i veri artefici.          

Con tale narrazione la crisi viene sottratta alle scelte politiche ed economiche e ricondotta alla sua ineluttabilità. Per contrastare questa costruzione teorica che depoliticizza il conflitto tra capitalismo, potere e giustizia, trasponendolo sul piano tecnico, De Marzo introduce la categoria di “Capitalocene”, che ben individua il regime storico nato nel XV secolo dall’incontro tra colonialismo e capitalismo. Attraverso tale categoria l’autore ricolloca la responsabilità della crisi all’interno di un modello di sviluppo fondato su estrazione, accumulazione e dominio, e restituisce alla crisi climatica la sua natura di prodotto storico e politico.                                                                           

Il concetto di “Capitalocene” rappresenta l’antropocentrismo assunto a sistema economico, strutturato su tre separazioni: tra uomo e natura, tra uomo e uomo, tra presente e futuro. La sua forza analitica risiede nella facoltà di ricondurre a un’unica cornice fenomeni trattati come emergenze separate: crisi climatica, alimentare, migratoria, energetica e democratica.                 

L’alternativa proposta non è correzione di rotta del sistema esistente, ma un autentico progetto di futuro “ecologico”, sottratto all’accumulazione predatoria del “Capitalocene” e declinato attraverso l’“ecologia delle relazioni”, che all’“uomo padrone”, soggetto atomizzato, colonizzatore della Terra, sostituisce l’essere umano, partecipe in modo interdipendente della comunità della vita.               

Sul piano ontologico la Terra, non più nudo capitale naturale, si sostanzia come rete di relazioni da coltivare, dove fiumi, foreste, semi, acqua ed energia non sono risorse, ma soggetti con cui negoziare e ai quali riconoscere diritti. A tal fine De Marzo delinea i tratti di una “giurisprudenza della terra”, orientata al riconoscimento di titolarità e tutela a tutti gli abitanti della Casa comune, una giurisprudenza del vivente, capace di superare la visione del diritto del “Capitalocene” basata sulla proprietà privata assoluta, sul soggetto giuridico individuale che istituzionalizza la separazione tra umano e vivente.

Il nodo centrale di questo impianto rovescia il principio istitutivo fondato sul diritto di sfruttare e pone come istanza rivoluzionaria il diritto di curare. Questa istanza è, oggi, resa manifesta da “un universo plurale di alternative al sistema tecnocapitalista”, rappresentato dai movimenti del post-sviluppo, accomunati “dalla necessità di superare il paradigma della crescita economica per perseguire equità sociale e sostenibilità ambientale”. Essi costituiscono un insieme plurale di pratiche e saperi in rottura con l’idea di sviluppo inteso come crescita illimitata e dominio tecnocapitalista. Non è un movimento unitario, ma un reticolo di percorsi eterogenei, tenuto insieme dalla consapevolezza che il problema non sia rendere lo sviluppo più sostenibile, ma superarlo come orizzonte di senso.

Dal punto di vista epistemologico questi movimenti rifiutano l’idea di un solo modello o una sola democrazia da universalizzare e postulano la coesistenza di una molteplicità di mondi e saperi. Sul piano storico adottano una prospettiva decoloniale in quanto riconducono  a un’unica matrice le diverse forme di oppressione razziale, di genere, ambientale e di specie prodotte dal medesimo sistema; riconoscono la fragilità come punto di partenza etico di ogni politica, rompendo con il mito dell’infrangibilità e dell’autosufficienza; affermano che “siamo tutte e tutti vulnerabili e fragili” ed evidenziano, infine, l’interdipendenza reciproca: essere “vita in mezzo alla vita che vuole vivere”.

Su queste basi De Marzo individua nei movimenti del post-sviluppo la “spina dorsale” del nuovo soggetto politico: “l’Internazionale della Terra”. Un soggetto composito, costituito da coloro che sono stati scartati, esclusi, impoveriti dal sistema dominante. Vi afferiscono movimenti indigeni, reti contadine, organizzazioni ecologiste, comitati popolari, movimenti per l’acqua pubblica e/o di opposizioni a grandi opere. Il compito non è occupare lo Stato, ma costruire dal basso una civiltà della cura, attraverso relazioni di reciprocità, solidarietà e responsabilità verso il vivente.

Questa società in movimento incarna l’Internazionale della Terra: una rete che articola dimensioni locale, nazionale e internazionale, e fa emergere la coscienza di appartenere a una comunità di destino di esseri umani e non-umani, legati dal medesimo futuro. Gli obiettivi sono sistemici: decentrare i sistemi di governo; ampliare la soggettività politica con democrazia partecipativa; riconvertire ecologicamente produzione ed energia; superare l’ordinamento giuridico omocentrico; ricollocare l’essere umano nella comunità della Terra.

Con la formula “La Terra riflette quello che siamo”, De Marzo ribadisce l’appartenenza inscindibile dell’uomo al sistema Terra. L’Internazionale della Terra ha la funzione di recuperare la multidimensionalità dell’umano, ricostruendo la “ragnatela di relazioni” che lega l’uomo alle altre comunità della vita; è una pratica politica concepita dal basso, plurale e relazionale, fondata sul riconoscimento dell’interdipendenza. Proprio su tali presupposti può essere avviata una conversione ecologica, giuridica e culturale alternativa al dominio e in questa scelta si gioca la possibilità di un futuro: la Terra, conclude De Marzo, rifletterà ciò che noi saremo.     

L’Internazionale della Terra si delinea come un testo di rilevante peso teorico e politico, che supera i confini tradizionali della letteratura ambientalista contemporanea. Ciò che rende il testo particolarmente solido è la sua capacità di tenere insieme la diagnosi della crisi, la proposta di un nuovo paradigma e l’individuazione di un soggetto politico in grado di realizzarlo. Il contributo originale e distintivo di De Marzo risiede nell’aver tradotto il principio dell’interdipendenza in categorie operative che sul piano ontologico, ecologico e giuridico ridefiniscono il rapporto tra umano e viventi, la visione meccanicistica a favore di un’“ecologia delle relazioni”, la nascita di un nuovo diritto fondato sulla cura e non sullo sfruttamento. La “Conversione”, in questo senso, non è un’utopia morale, ma un elemento fondamentale che attraversa tutti e tre i piani, recando in sé l’audacia di porre fine al paradigma del dominio per fondare una comunità umana e non-umana sostenuta dal principio della relazione, della responsabilità e della cura. 

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Redazione Palermo