“Non vi ho dimenticato, non siete soli.” Testimonianza dalla Cisgiordania occupataQuella che segue è la testimonianza di una volontaria internazionale, tornata
recentemente in Cisgiordania dopo un’esperienza vissuta negli stessi territori
un anno prima.
Durante la sua permanenza ha condiviso momenti della vita quotidiana delle
comunità palestinesi, accompagnandole e documentando le violenze dei coloni, le
restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e le forme di
resistenza con cui queste comunità cercano di continuare a vivere sulla propria
terra.
Per ragioni di sicurezza e per tutelare la possibilità di proseguire questa
attività, abbiamo scelto di non pubblicare il suo nome.
Il suo racconto restituisce qualcosa che spesso sfugge alle cronache: non
soltanto la violenza dell’occupazione, ma il significato della presenza, della
solidarietà e dei legami umani che resistono anche nelle condizioni più
difficili.
E’ passato un anno da quando, su questa stessa seggiola, cercavo di mettere in
fila i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie emozioni.
Ora come allora ho mille cose che mi frullano per la testa, ho mille emozioni
che premono nel petto per uscire e oggi, come allora, non so come gestirle.
Un anno e la situazione è peggiorata anche oltre quello che potevo immaginare.
In quest’anno ho seguito con ansia le notizie che arrivavano, ho ascoltato con
attenzione le parole dei volontari che si alternavano sul campo, eppure non ero
pronta, eppure non ero preparata ad affrontare tutto questo.
Non ero preparata a vedere le ferite, non solo fisiche, di quelle persone la cui
vita mi era capitato di incrociare in quelle settimane.
Non ero preparata a non trovare più le case in cui avevo, seppur per brevissimi
periodi, mangiato, chiacchierato, passato ore con lo sguardo rivolto agli
schermi delle telecamere di sicurezza, oppure lontano, ai punti da cui più
spesso arrivano i coloni.
I coloni, quelli che da noi appaiono come entità quasi anomale, qui hanno la
faccia di un ragazzino che sputa al pastore palestinese che ha l’unica “colpa”
di voler pascolare il suo gregge nelle sue terre.
Hanno la faccia di quell’uomo che, con un mitra in spalla, schernisce Sheikh
Said.
Hanno la faccia indistinta e codarda di quel gruppo che a sassate distrugge il
pulmino. Uno dei pochi, se non l’unico, rimasto per portare i bambini a scuola
in una zona come quella della firing zone, in cui i villaggi sono fatti di poche
case, su quel terreno arido e duro come sa esserlo una zona alle porte del
deserto.
Hanno la faccia di quel ragazzo che, a cavallo, entra nel giardino al calar
della sera, calpestando l’orto di famiglia.
Hanno la faccia di quella gang che scorrazza in ATV nelle stradine sconnesse del
villaggio, ormai abitato da soli uomini. Perché a volte, se si è fortunati,
scorrazzano soltanto. Ma a volte, e non sono poche, lanciano sassi, usano
bastoni anche contro vecchi, donne e bambini. Così, se puoi, li allontani,
cerchi di proteggere i tuoi cari.
L’occupazione, quella bestia che ti toglie il respiro fino a farti sentire
stordita. È nell’aria che ti sembra di non riuscire a respirare, nella terra che
non riesci a calpestare perché troppo vicina a un outpost, una colonia o una
farm, dove una vegetazione lussureggiante e non certo autoctona ruba quella
stessa acqua che spesso manca nelle case palestinesi.
È nel gate che trovi chiuso al mattino e che ti impone di fermarti, di non
andare, se ti va bene di ritardare i tuoi impegni.
Oppure è nel soldato che, a viso coperto e armato fino ai denti, ti chiede i
documenti, a te armata solo di una macchina fotografica. Ti chiede di
giustificare perché tu sia lì, magari semplicemente a bere un tè in compagnia di
una famiglia palestinese, o perché sei accorsa, chiamata per documentare
l’ennesima violenza.
È nella paura che quell’incontro, che la fotografia al tuo passaporto e al tuo
visto, siano l’anticamera della revoca del visto, se non dell’espulsione,
l’anticamera dell’impossibilità di tornare a incontrare queste persone, queste
famiglie, questo popolo.
E di fronte a tutto questo ti chiedi: ma che senso ha la mia presenza? Come può
il mio essere qui avere un senso, avere un peso e un’utilità?
Allora li guardi negli occhi e vedi la loro resistenza, la loro resilienza, la
loro forza.
Quella di Sheikh Said, a cui è stata amputata una gamba a causa di un proiettile
esplosivo. Una pallottola illegale ovunque, sparata da un colono. Picchiato e
vessato in mille occasioni, di fronte al colono pastore armato di mitra che
cerca, con le sue pecore, di distruggere i suoi ulivi, non si lascia intimidire
e continua a dissertare con te di religioni e filosofia.
È negli occhi di quella ragazza che tiene in braccio la sua bambina di pochi
giorni, quella bambina che ha rischiato di non nascere a causa di un colpo
ricevuto durante un pogrom dei coloni.
È negli occhi di chi ci aspetta nel buio della firing zone. Sì, nel buio, perché
con la luce nella firing zone non si può entrare. Zona proibita, inaccessibile
anche a chi ci vive. E che ci porta subito un piatto da mangiare, perché
stanotte poi c’è una veglia da fare, è tardi e devi riposare un po’ prima.
È nella bambina che, orgogliosa del suo inglese, ti chiede: «Ti piacciono di più
i coloni o i palestinesi?».
È nelle chiacchiere degli shebab che, davanti a un narghilè, ti raccontano degli
avamposti. Inutile chiamarli illegali: lo sono per definizione, per il diritto
internazionale e, addirittura, per assurdo, lo sono anche per il diritto
israeliano. Ma quel diritto qui non c’è, o meglio, non c’è per i palestinesi,
che si vedono costantemente piazzare tende, caravan e costruzioni sull’uscio di
casa.
È nella conta delle vetture sequestrate perché cercavano di portare acqua e cibo
in qualche villaggio isolato, perché cercavano di portare aiuto alle famiglie
rimaste senza casa dopo una demolizione.
È nella fuga a fari spenti, mentre cercavano di riportare a casa un amico
arrestato solo perché aveva cercato, con il suo corpo, di impedire l’ennesimo
furto di quelle pecore che, in queste zone, sono un mezzo di sussistenza.
E allora ti tornano in mente le parole di Hafez, quando sei andata via la prima
volta: “Non è tanto per quello che fai qui, ma per il fatto che sei qui.”
E allora vedi il sorriso sul volto di chi ti riconosce: sei tornata, non ci hai
dimenticato.
E allora, in queste piccole cose, trovi il senso della tua presenza, anche fosse
solo questo: non vi ho dimenticato, non siete soli, la vostra lotta per
l’esistenza è la mia lotta per sentirmi ancora un essere umano.
Redazione Italia