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Appello di Combatants for Peace per fermare le distruzioni e lo sfollamento forzato in Cisgiordania
Ieri, 23 ottobre, due uomini armati palestinesi hanno ucciso due soldati israeliani nei pressi di Hebron. In risposta, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di distruggere l’intera area da cui provenivano gli aggressori.  «Innanzitutto, agiremo per distruggere questo luogo, per trasformarlo completamente», ha affermato. Ha poi dichiarato: «Evacueremo i residenti», descrivendo perquisizioni in ogni casa. Ha anche detto che il suo governo avrebbe valutato la possibilità di estendere questo approccio ad altre città e ha aggiunto che l’esercito era pronto a lanciare un’operazione in Cisgiordania su una scala mai vista dai tempi della Guerra dei Sei Giorni del 1967 — una guerra che ha causato lo sfollamento di centinaia di migliaia di palestinesi. Il primo ministro, responsabile dell’uccisione di decine di migliaia di civili a Gaza e dello sfollamento di quasi tutta la sua popolazione, sta ora annunciando apertamente lo sfollamento di massa dei civili palestinesi in Cisgiordania. Le operazioni militari e le demolizioni sono già iniziate a Hebron. Punire un intero quartiere per le azioni di due persone è una punizione collettiva, ma queste misure devono anche essere intese come parte di un più ampio disegno volto a effettuare una pulizia etnica dei palestinesi in vaste aree della Cisgiordania attraverso vessazioni, demolizioni di abitazioni e l’agevolazione e l’incitamento al terrorismo dei coloni. Noi, palestinesi e israeliani che da vent’anni ci battiamo insieme contro lo spargimento di sangue, chiediamo ai governi, alle istituzioni internazionali e alle persone di tutto il mondo di agire immediatamente per fermare questi crimini e proteggere chi è in pericolo. Le dichiarazioni di condanna e i gesti simbolici non sono più sufficienti. I governi devono usare la loro influenza diplomatica ed economica per fermare le distruzioni e lo sfollamento forzato. Esortiamo i nostri sostenitori in tutto il mondo a chiedere ai propri rappresentanti di agire subito. Non aspettate fino a dopo le elezioni israeliane. Qualunque sia il risultato, l’attuale governo rimarrà in carica fino a quando un nuovo governo non subentrerà. Un’elezione non sospende il suo potere di distruggere case o di cacciare le persone dalla loro terra. Quante altre famiglie perderanno le loro case prima che il mondo agisca?   Combatants for Peace
October 24, 2026
Pressenza
“Non vi ho dimenticato, non siete soli.” Testimonianza dalla Cisgiordania occupata
Quella che segue è la testimonianza di una volontaria internazionale, tornata recentemente in Cisgiordania dopo un’esperienza vissuta negli stessi territori un anno prima. Durante la sua permanenza ha condiviso momenti della vita quotidiana delle comunità palestinesi, accompagnandole e documentando le violenze dei coloni, le restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e le forme di resistenza con cui queste comunità cercano di continuare a vivere sulla propria terra. Per ragioni di sicurezza e per tutelare la possibilità di proseguire questa attività, abbiamo scelto di non pubblicare il suo nome. Il suo racconto restituisce qualcosa che spesso sfugge alle cronache: non soltanto la violenza dell’occupazione, ma il significato della presenza, della solidarietà e dei legami umani che resistono anche nelle condizioni più difficili. E’ passato un anno da quando, su questa stessa seggiola, cercavo di mettere in fila i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie emozioni. Ora come allora ho mille cose che mi frullano per la testa, ho mille emozioni che premono nel petto per uscire e oggi, come allora, non so come gestirle. Un anno e la situazione è peggiorata anche oltre quello che potevo immaginare. In quest’anno ho seguito con ansia le notizie che arrivavano, ho ascoltato con attenzione le parole dei volontari che si alternavano sul campo, eppure non ero pronta, eppure non ero preparata ad affrontare tutto questo. Non ero preparata a vedere le ferite, non solo fisiche, di quelle persone la cui vita mi era capitato di incrociare in quelle settimane. Non ero preparata a non trovare più le case in cui avevo, seppur per brevissimi periodi, mangiato, chiacchierato, passato ore con lo sguardo rivolto agli schermi delle telecamere di sicurezza, oppure lontano, ai punti da cui più spesso arrivano i coloni. I coloni, quelli che da noi appaiono come entità quasi anomale, qui hanno la faccia di un ragazzino che sputa al pastore palestinese che ha l’unica “colpa” di voler pascolare il suo gregge nelle sue terre. Hanno la faccia di quell’uomo che, con un mitra in spalla, schernisce Sheikh Said. Hanno la faccia indistinta e codarda di quel gruppo che a sassate distrugge il pulmino. Uno dei pochi, se non l’unico, rimasto per portare i bambini a scuola in una zona come quella della firing zone, in cui i villaggi sono fatti di poche case, su quel terreno arido e duro come sa esserlo una zona alle porte del deserto. Hanno la faccia di quel ragazzo che, a cavallo, entra nel giardino al calar della sera, calpestando l’orto di famiglia. Hanno la faccia di quella gang che scorrazza in ATV nelle stradine sconnesse del villaggio, ormai abitato da soli uomini. Perché a volte, se si è fortunati, scorrazzano soltanto. Ma a volte, e non sono poche, lanciano sassi, usano bastoni anche contro vecchi, donne e bambini. Così, se puoi, li allontani, cerchi di proteggere i tuoi cari. L’occupazione, quella bestia che ti toglie il respiro fino a farti sentire stordita. È nell’aria che ti sembra di non riuscire a respirare, nella terra che non riesci a calpestare perché troppo vicina a un outpost, una colonia o una farm, dove una vegetazione lussureggiante e non certo autoctona ruba quella stessa acqua che spesso manca nelle case palestinesi. È nel gate che trovi chiuso al mattino e che ti impone di fermarti, di non andare, se ti va bene di ritardare i tuoi impegni. Oppure è nel soldato che, a viso coperto e armato fino ai denti, ti chiede i documenti, a te armata solo di una macchina fotografica. Ti chiede di giustificare perché tu sia lì, magari semplicemente a bere un tè in compagnia di una famiglia palestinese, o perché sei accorsa, chiamata per documentare l’ennesima violenza. È nella paura che quell’incontro, che la fotografia al tuo passaporto e al tuo visto, siano l’anticamera della revoca del visto, se non dell’espulsione, l’anticamera dell’impossibilità di tornare a incontrare queste persone, queste famiglie, questo popolo. E di fronte a tutto questo ti chiedi: ma che senso ha la mia presenza? Come può il mio essere qui avere un senso, avere un peso e un’utilità? Allora li guardi negli occhi e vedi la loro resistenza, la loro resilienza, la loro forza. Quella di Sheikh Said, a cui è stata amputata una gamba a causa di un proiettile esplosivo. Una pallottola illegale ovunque, sparata da un colono. Picchiato e vessato in mille occasioni, di fronte al colono pastore armato di mitra che cerca, con le sue pecore, di distruggere i suoi ulivi, non si lascia intimidire e continua a dissertare con te di religioni e filosofia. È negli occhi di quella ragazza che tiene in braccio la sua bambina di pochi giorni, quella bambina che ha rischiato di non nascere a causa di un colpo ricevuto durante un pogrom dei coloni. È negli occhi di chi ci aspetta nel buio della firing zone. Sì, nel buio, perché con la luce nella firing zone non si può entrare. Zona proibita, inaccessibile anche a chi ci vive. E che ci porta subito un piatto da mangiare, perché stanotte poi c’è una veglia da fare, è tardi e devi riposare un po’ prima. È nella bambina che, orgogliosa del suo inglese, ti chiede: «Ti piacciono di più i coloni o i palestinesi?». È nelle chiacchiere degli shebab che, davanti a un narghilè, ti raccontano degli avamposti. Inutile chiamarli illegali: lo sono per definizione, per il diritto internazionale e, addirittura, per assurdo, lo sono anche per il diritto israeliano. Ma quel diritto qui non c’è, o meglio, non c’è per i palestinesi, che si vedono costantemente piazzare tende, caravan e costruzioni sull’uscio di casa. È nella conta delle vetture sequestrate perché cercavano di portare acqua e cibo in qualche villaggio isolato, perché cercavano di portare aiuto alle famiglie rimaste senza casa dopo una demolizione. È nella fuga a fari spenti, mentre cercavano di riportare a casa un amico arrestato solo perché aveva cercato, con il suo corpo, di impedire l’ennesimo furto di quelle pecore che, in queste zone, sono un mezzo di sussistenza. E allora ti tornano in mente le parole di Hafez, quando sei andata via la prima volta: “Non è tanto per quello che fai qui, ma per il fatto che sei qui.” E allora vedi il sorriso sul volto di chi ti riconosce: sei tornata, non ci hai dimenticato. E allora, in queste piccole cose, trovi il senso della tua presenza, anche fosse solo questo: non vi ho dimenticato, non siete soli, la vostra lotta per l’esistenza è la mia lotta per sentirmi ancora un essere umano.   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
Cisgiordania: visti revocati e arresti illegittimi
E’ questo il trattamento riservato agli italiani dalla cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente”. L’Italia e l’Europa – proxy informali di Israele – intensificano sorveglianza, repressione e militarizzazione “C’è ancora qualcuno che crede che lo Stato sionista sia una democrazia – e addirittura la sola in “medioriente”? Il Governo italiano risponde con il nuovo Decreto Sicurezze già in azione contro gli scioperi dei trasportatori al Sud. Mentre le forze di occupazione sioniste danno seguito alle operazioni di distruzione sistematica dei villaggi palestinesi in Cisgiordania, servendosi dei coloni, dodici persone, di cui cinque italiane, sono state sequestrate dall’IOF nel villaggio di al-Bweib , vicino a Hebron (nome originario arabo Al-Khalil ), nel sud della Cisgiordania. Partecipavano alle attività di raccolta delle olive e di protezione degli agricoltori palestinesi. La polizia israeliana ha dichiarato che gli attivisti stavano partecipando alla raccolta delle olive in una zona militare riservata senza coordinarsi con le autorità israeliane (un’accusa usata in passato anche in modo pretestuoso per ostacolare palestinesi e attivisti). Questa settimana nella zona erano già stati fermati e poi espulsi altri due attivisti italiani, Alberto e Manuel Tartarotti, padre e figlio di Bolzano, con l’accusa di terrorismo. Inutile dire che le accuse sono del tutto infondate: gli attivisti facevano parte della carovana umanitaria “Youth of Sumud” impegnata nel sostegno alla comunità palestinese durante il periodo della raccolta delle olive. Uno dei due, Manuel, ha raccontato alla stampa di essere stato bendato e rinchiuso nel retro di un blindato, picchiato e trattenuto illegalmente – o per meglio dire, rapito – per due giorni, al termine dei quali è stato rilasciato ed espulso con divieto di ingresso per i prossimi 10 anni. Contestualmente, è stato revocato il visto a Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, la cui “colpa” è quella di aver denuncia il genocidio in corso a Gaza e l’illegittimità dell’occupazione dei territori palestinesi. La motivazione fornita dalle autorità sioniste – “le circostanze relative al suo caso sono cambiate” – non nasconde la realtà: le viene vietato l’ingresso per aver fatto il proprio dovere di parlamentare – e di essere umano. Una domanda a questo punto diventa indifferibile: c’è ancora qualcuno che crede che lo Stato sionista sia una democrazia? – e addirittura la sola in Medio Oriente? Uno Stato che dalla sua fondazione occupa e devasta le terre altrui, che vieta l’ingresso ai dissidenti, che pratica la pulizia etnica e la segregazione come elementi fondanti del suo sistema sociale, che arresta ed espelle senza legittimità attivisti disarmati impegnati nella solidarietà con il popolo palestinese, può definirsi una “democrazia”? La risposta è nei fatti, e i fatti parlano di un regime che commette crimini e viola il diritto internazionale, in ogni sua forma. L’ALLINEAMENTO EUROPEO: SORVEGLIANZA, REPRESSIONE, MILITARIZZAZIONE Quanto accaduto a Manuel, Alberto e Stefania è parte di un sistema repressivo coordinato che permette ai governi europei di agire come proxy di Israele, criminalizzando la solidarietà con la Palestina e colpendo chiunque osi denunciare il genocidio. Le misure adottate in tutta Europa compongono un quadro coerente, fondato su sorveglianza, repressione e militarizzazione. In Germania si moltiplicano le banche dati di polizia dedicate ai movimenti pro-Palestina; in Francia le misure amministrative di controllo giudiziario e le interdizioni dal territorio vengono utilizzate per monitorare e neutralizzare preventivamente i dissidenti; in Italia le relazioni dei servizi e i dossier trasmessi alle procure disegnano una mappa del dissenso che precede e orienta l’azione repressiva. Non si tratta di prevenzione del reato, ma di sorveglianza politica di opinioni e appartenenze. L’Europa ha compiuto una scelta di campo strutturale. L’aumento delle spese militari è diventato il vincolo principale delle politiche di bilancio; i programmi di riarmo non sono più oggetto del dibattito democratico; la ricerca è sempre più orientata verso il dual-use. Si prepara una generazione alla cultura della guerra attraverso la militarizzazione della scuola, le forze armate e le aziende della difesa entrano negli istituti scolastici attraverso progetti didattici e percorsi di orientamento, mentre il welfare viene smantellato per finanziare gli armamenti. Sul piano della repressione, in Germania, cinque attivisti pro-Palestina – cittadini britannici, spagnoli, irlandesi e tedeschi – sono detenuti da mesi in cinque carceri diverse, accusati di “associazione a delinquere” per aver protestato contro Elbit Systems, il maggiore produttore di armi israeliano, e rischiano pene fino a 20 anni. Il loro processo è stato definito dalle stesse difese un “ show trial ” politico, con detenzioni che superano i limiti di legge. A Praga , Youssef Moursi, studente egiziano di 25 anni, è in carcere preventivo da sei mesi con l’accusa di “terrorismo” per un incendio mai provato; i primi tre mesi li ha trascorsi in isolamento – una tortura psicologica, come ha denunciato lui stesso, per “spezzare” gli attivisti. Nel Regno Unito, attivisti di Palestine Action sono stati condannati con l’accusa di “reato terroristico” per aver danneggiato una fabbrica di armi destinata a israele. Il denominatore comune: ” Chi tocca gli interessi dell’industria bellica e quindi dello stato sionista viene trattato come un terrorista “. E l’Europa, invece di difendere i diritti dei propri cittadini, si allinea supinamente a questa narrazione, trasformando le proprie procure e le proprie polizie in strumenti di una repressione che serve gli interessi di Tel Aviv. IL NUOVO DDL SICUREZZA: IL “MODELLO ISRAELE” ATTECCHISCE I governi occidentali sono ottimi allievi dell'”unica democrazia del Medio Oriente”, l’Italia al primo banco. La deriva repressiva arriva anche da noi, con il nuovo, ennesimo, DDL Sicurezza , approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre 2026. Il provvedimento – che si somma al decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella legge n. 54 del 24 aprile 2026– introduce misure “ di dubbia costituzionalità ” e “ destinate a restringere ulteriormente gli spazi di libertà e di manifestazione ”. Il nuovo testo estende il fermo preventivo a 24 ore e applicabile anche ai minorenni (con presunzione di imputabilità dai 14 anni), introduce il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” che punisce con pene fino a 12 anni chi organizza o promuove gruppi di protesta, prevede sanzioni amministrative ai genitori dei minori coinvolti, il divieto di raduno per i minorenni e l’arresto in flagranza differita basato su immagini e video. A tal proposito, è importante ricordare che il 30 settembre è entrato in vigore il Decreto Legislativo n. 160/2026, che consente alle forze dell’ordine di utilizzare l’intelligenza artificiale per l’identificazione degli individui, senza la necessità di beneplacito di un giudice. A tutto questo si aggiunge l’invio di 500 militari a Milano per il controllo del territorio. Il decreto si inserisce in un momento storico di particolare consapevolezza: nell’anno appena trascorso abbiamo assistito ad arresti di massa, processi alle intenzioni, profilazione dei manifestanti e narrazioni mediatiche a dir poco inverosimili, elementi che contribuiscono alla percezione della norma come strumento di punizione, che potrebbe colpire chiunque, anche chi manifesta in modo pacifico. Il decreto intende rispondere alle questioni sociali, economiche e democratiche che affliggono il paese trasformandole in problemi di ordine pubblico, con la restrizione degli spazi del dissenso e colpendo l’agibilità dell’azione sindacale, sociale e democratica. Lo stato sociale è definitivamente sostituito con lo stato di Polizia, ne è una prova la repressione in corso contro gli scioperi dei trasportatori. Global Sumud Italia Mail : it-media@gmtgaza.org – gsf.italia.stampa@proton.me Global Sumud Flotilla
October 24, 2026
Pressenza
Michele Giorgio dalla Cisgiordania
Michele Giorgio, inviato del Manifesto in Cisgiordania, commenta gli ultimi eventi in Cisgiordania e la situazione politica in Israele a pochi giorni dalle elezioni che si terranno il 27 ottobre.
October 24, 2026
Radio Onda Rossa
Il ‘calendario’ di un dramma epocale: la devastazione dei raccolti dei palestinesi
La serie di infografiche composte da Visualizing Palestine (VP) in collaborazione con Growing Palestine illustra come in campi e pascoli della Cisgiordania il 2025 sia trascorso scandito, anziché al ritmo delle stagioni, dalle molteplici violenze e aggressioni perpetrate dai coloni israeliani. VP ha presentato questo illuminante ‘calendario’ nel giugno scorso: > Nell’anno raffigurato nelle immagini, il 2025, il Primo Ministro israeliano > Benjamin Netanyahu ha ‘promesso’: “Non ci sarà alcuno Stato palestinese. > Questo paese appartiene a noi” > [https://www.dw.com/en/netanyahu-vows-there-will-be-no-palestinian-state/a-73967725], > così dimostrando l’esplicita intenzione di Israele di attuare una pulizia > etnica e di annettere la Cisgiordania. > > Questa ‘collezione’ di infografiche completa la serie creata per la > campagna Il cibo è vita: proteggiamo gli agricoltori palestinesi dalla > violenza israeliana di Growing Palestine (GP). In questi giorni VP ripresenta il ‘calendario’ Sowing Terror in Palestine’s Harvest (Seminare il terrore tra i raccolti della Palestina) rammentando: > Nel pieno della stagione del raccolto delle olive, ricondividiamo il nostro > calendario “Seminare il terrore nei raccolti della Palestina.” > > Gli attacchi dei coloni israeliani si sono intensificati, con 200 attacchi > legati al raccolto delle olive documentati dall’inizio di settembre (Nazioni > Unite, 19 ottobre 2026). > > Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari > Umanitari (OCHA), questi attacchi hanno causato 5 palestinesi uccisi e 246 > feriti. > > Gli attacchi hanno colpito anche giornalisti, convogli diplomatici e gruppi di > solidarietà. > > Il 16 ottobre 2026, coloni hanno attaccato una giornalista del Washington > Post, ferendola gravemente. > > Il giorno seguente, coloni israeliani hanno attaccato un convoglio diplomatico > europeo, incluso un sindaco francese, vicino al villaggio palestinese di > Taybeh nella Cisgiordania occupata. > > Secondo il Ministero dell’Agricoltura palestinese, 286.000 ulivi sono stati > danneggiati in Cisgiordania tra il 2023 e la fine di settembre 2026, inclusi > 100.000 solo nel 2026, anche prima dell’inizio della stagione del raccolto. > > Il raccolto delle olive è una fonte essenziale di cibo, reddito e > sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi. Prendere di mira il > raccolto delle olive significa prendere di mira il diritto dei palestinesi > alla sovranità alimentare, a rimanere sulla loro terra e a esistere e > prosperare. Su PRESSENZA sono divulgate anche Le infografiche che illustrano l’inchiesta sulla hasbara nel quarto potere degli USA che VP ha realizzato per illustrare l’inchiesta del team americano Prism. Il 21 ottobre scorso Standing Together ha informato e comunicato: > Barbara Gaffin, un’attivista di Standing Together di Boston, è stata arrestata > dalla polizia israeliana dopo essersi unita ad altri 80 attivisti vicino a > Nahalin, a ovest di Betlemme, per fornire una presenza pacifica e protettiva > agli agricoltori palestinesi durante il raccolto delle olive. > > Insieme a Rabbis for Human Rights e altre associazioni, aiutavano gli > agricoltori ad accedere a uliveti che non potevano raggiungere da tre anni, > dal 7 ottobre, e a raccogliere le loro olive nonostante il terrore dei coloni. > > I volontari sono arrivati mercoledì mattina e hanno raccolto per circa due ore > prima che le forze israeliane arrivassero e dichiarassero l’area zona militare > chiusa per 24 ore. > > Sebbene i volontari accettassero di andarsene, i soldati fermarono tutti i > presenti e fotografarono le loro carte d’identità e passaporti. > > Non c’è nulla di minaccioso nel fatto che le persone si uniscono per aiutare i > contadini palestinesi a raccogliere le loro olive. Ma anche questo atto > pacifico di solidarietà viene considerato minaccioso dalle autorità > israeliane, che vogliono isolare le comunità palestinesi e, perciò, intimidire > chi le sostiene e soccorre. > > Noi, ebrei e palestinesi, continueremo a sostenerci a vicenda, proteggendo il > raccolto e rifiutandoci di lasciare che il terrore dei coloni stabilisca chi > resti sulle proprie terre. > > Standing Together / https://lnkd.in/p/dC9htMvB SOWING TERROR IN PALESTINE’S HARVEST Maddalena Brunasti
October 23, 2026
Pressenza
Raccolta delle olive in Cisgiordania, arrestati attivisti solidali con i contadini palestinesi
Due italiani sono stati arrestati dall’esercito israeliano mentre erano in visita nella Palestina occupata durante la raccolta delle olive. Manuel Tartarotti, 35 anni, e il padre Alberto, 67, erano in Palestina per la campagna di solidarietà con i contadini sottoposti alle vessazioni dei coloni e dell’esercito di occupazione. Sono stati maltrattati, ammanettati con gli occhi bendati e caricati sulle camionette, per essere arrestati per un giorno e poi espulsi per terrorismo. I due si trovavano in Cisgiordania per consegnare il Premio Langer all’associazione Youth of Sumud, vinto per il riconoscimento della resistenza nonviolenta palestinese. Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 90 persone, tra cui il candidato democratico al Congresso Brad Lander, mentre accompagnavano dei contadini palestinesi nella raccolta delle olive nella città di Nahalin, a ovest di Betlemme. L’organizzazione israeliana Rabbis for Human Rights ha dichiarato che martedì scorso le autorità hanno arrestato Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti per il 10° distretto di New York alle elezioni del mese prossimo, mentre partecipava alla raccolta delle olive nella Cisgiordania occupata. Brad Lander è un politico ebreo-statunitense che in passato ha ricoperto la carica di revisore dei conti della città e si è candidato a sindaco di New York. È noto anche per le sue critiche alla guerra israeliana nella Striscia di Gaza ed è un alleato di Zohran Mamdani. ANBAMED
October 22, 2026
Pressenza
Heba Morayef: “Escalation di violenza dei coloni israeliani, gli stati intervengano”
A seguito delle ultime azioni violente dei coloni israeliani sostenuti dallo stato nella Cisgiordania occupata, che hanno preso di mira anche diplomatici europei e la fotogiornalista Heidi Levine del “Washington Post”, la direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord – Heba Morayef – ha diffuso questo commento: > Ancora una volta il sistema israeliano di apartheid sta trasformando quella > della raccolta delle olive in una stagione di terrore per le famiglie > palestinesi della Cisgiordania occupata. > Gli attacchi dei coloni sostenuti dallo stato contro i contadini, la > distruzione e il furto dei raccolti e le limitazioni militari all’accesso ai > terreni stanno causando sofferenze e perdite economiche immense alle persone > palestinesi. > Gli attacchi dei coloni del fine settimana contro gli abitanti di Khirbet Abu > Falah e Taybeh, nella zona di Ramallah, che hanno preso di mira anche una > delegazione di diplomatici europei e una fotogiornalista del ‘Washington > Post’, offrono uno spaccato dell’incessante aggressione contro le persone > palestinesi. > I tentativi, da parte di alti rappresentanti dello stato israeliani e di > candidati alle elezioni di vari schieramenti politici, di definire questa > brutalità sponsorizzata dallo stato come opera di pochi individui sono > un’evidente distorsione della realtà. > Da tempo Amnesty International ha lanciato l’allarme sull’aumento esponenziale > della violenza dei coloni sostenuti dallo stato contro le persone palestinesi: > l’obiettivo è, attraverso metodi che incutono terrore, la pulizia etnica delle > persone palestinesi dalla Cisgiordania occupata. > L’aumento della violenza è alimentato dalla costante assenza, da parte della > comunità internazionale, di iniziative concrete contro il sistema che rende > possibile la continua oppressione delle persone palestinesi. > Gli ultimi attacchi devono suscitare una forte risposta da parte degli stati > che affermano di opporsi all’annessione territoriale palestinese, alla > continua espansione degli insediamenti e alla violenza dei coloni sostenuta > dallo stato. > Gli stati devono riconoscere che gli attacchi dei coloni non sono azioni > isolate ma rappresentano una politica centrale dello stato israeliano. > Devono attuare misure concrete per rispettare i loro obblighi di diritto > internazionale ed evitare di essere complici delle violazioni dei diritti > umani e dei crimini internazionali contro le persone palestinesi. > In che modo? Interrompendo tutti i commerci, gli investimenti e la > cooperazione che contribuiscono al mantenimento dell’occupazione illegale, > dell’apartheid e della campagna di pulizia etnica in corso. > Gli stati devono inoltre imporre sanzioni mirate contro le autorità israeliane > credibilmente implicate in gravi violazioni del diritto internazionale e > sostenere la giustizia internazionale e l’accertamento delle responsabilità. > Nascondersi dietro una vuota retorica significa non solo essere codardi, ma > anche favorire ulteriore violenza. > Per le persone palestinesi, tutto questo continua ad avere conseguenze > mortali. Amnesty International
October 20, 2026
Pressenza
Cisgiordania: il progetto di eliminazione/3
di B’Tselem (*) Continua da qui. Pulizia etnica e appropriazione territoriale Il modo in cui Israele si appropria del territorio e le crescenti manifestazioni di pulizia etnica in Cisgiordania sono le espressioni più evidenti delle due dimensioni dell’eliminazione coloniale: da un lato, lo smantellamento delle condizioni di esistenza dei palestinesi nel territorio; dall’altro, la creazione di uno spazio israeliano contiguo
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
Gerusalemme occupata, ma il mondo si oppone…
Nel tentativo di cancellare l’identità araba e islamica di Gerusalemme, i coloni guidati dall’estremista Eliyahu Lipman e dal membro della Knesset Avi Ma’oz stanno affiggendo cartelli per cambiare il nome di via Salah al-Din al-Ayyubi in “Via degli Eroi di Guerra”, in concomitanza con l’anniversario della riconquista della città da parte del leader ayyubide. guarda il video Coloni ebrei e diplomatici europei Dopo l’aggressione contro la giornalista statunitense, ieri coloni israeliani hanno attaccato un gruppo di diplomatici europei nei pressi del villaggio palestinese di Taybeh, vicino a Ramallah. Sul posto erano presenti diplomatici belgi, polacchi e francesi, tra cui il console francese a Gerusalemme e un sindaco di una città francese, secondo quanto riportato dagli attivisti sul campo. I coloni mascherati e muniti di bastoni hanno lanciato pietre contro i veicoli diplomatici. Immagini e testimonianze dai nostri contatti sul campo hanno riferito che una banda di uomini mascherati e armati sono arrivati nella zona a bordo di quad, hanno circondato il veicolo di uno dei diplomatici chiedendo i documenti d’identità e hanno poi infranto a sassate il finestrino dell’auto del consolato belga. Il sindaco francese di 79 anni ha denunciato che è stato colpito con una sbarra di ferro e buttato a terra. Il terrorismo ebraico è oramai senza freni e colpisce tutti i giorni i contadini palestinesi e tutti gli osservatori internazionali, che siano attivisti, giornalisti o diplomatici non ha per loro nessuna importanza, perché sanno di aver la copertura di governo e esercito. Il criminale di guerra ricercato ha messo in dubbio la vicenda e ha addossato la colpa sulla delegazione europea. Qusra Sono passati due mesi e 9 giorni dall’inizio dell’assedio, da parte dei coloni e dell’esercito israeliano, delle tre famiglie palestinesi di Qusra. 11 persone che non possono né uscire da casa, né rientrarvi. Niente scuola e niente lavoro. Altri casi simili alle tre famiglie di Qusra avvengono tutti i giorni: ieri, coloni ebrei arrivati da ogni dove hanno tagliato e rubato cavi elettrici, dopo aver abbattuto i pali della luce nel villaggio di Majdal Bani Fadil, a sud di Nablus. Sono tornati stamattina e hanno tagliato le tubature dell’acquedotto ed eretto una tenda, issando sopra la bandiera israeliana. BDS contro normalizzazione Elbit Systems, fornitrice di armi al genocidio a Gaza, si prepara a partecipare a una fiera militare ad Aqaba. La Fiera e Conferenza delle Forze per le Operazioni Speciali (SOFEX 2026) si terrà ad Aqaba, in Giordania, dal 27 al 29 ottobre, preceduta da una Conferenza dei Comandanti delle Forze per le Operazioni Speciali il 26 ottobre, con il supporto delle Forze Armate Giordane. Elbit Systems è uno dei principali produttori di armi israeliani e un importante fornitore dell’esercito israeliano. -Da Göteborg a Marsiglia: uffici Elbit sotto assedio, stabilimento Eurolinks di componenti per armi chiuso I manifestanti hanno assediato gli uffici di Elbit Systems nel quartiere di Kalebäck a Göteborg, in Svezia, mentre gli attivisti hanno bloccato gli ingressi dello stabilimento Eurolinks alla periferia di Marsiglia, che fornisce componenti per armi a Israele. Secondo il sito web francese Disclose, l’azienda ha esportato 100.000 connettori per munizioni nell’ottobre 2023, con una licenza governativa francese. -“Nessun posto per il genocidio nei nostri porti” I lavoratori di oltre 40 porti si mobilitano contro le spedizioni di armi il 30 ottobre. I sindacati di Francia, Grecia, Paesi Baschi, Turchia, Marocco e Italia hanno indetto una giornata di mobilitazione internazionale, con ciascun sindacato che sceglierà la propria forma di protesta, che va dagli scioperi al blocco del carico di armi. L’appello prevede anche un blocco di un giorno del traffico container dal sud della Francia al porto del Pireo. -Sulle orme dei lavoratori degli anni ’80: attivisti irlandesi svuotano gli scaffali di Home Bargains a Richmere, Craigavon Il gruppo BDS di Craigavon ha organizzato una protesta all’interno del punto vendita della catena, affermando che è ancora costretta a rimuovere dagli scaffali i prodotti che finanziano l’economia genocida. Hanno ricordato il rifiuto di Mary Manning e dei suoi colleghi negli anni ’80 di trattare con prodotti sudafricani, sostenendo che abbia giocato un ruolo cruciale nella caduta dell’apartheid. -Con la partecipazione dell’ambasciatrice palestinese, il concerto dei Kickap in Messico si trasforma in una piattaforma di solidarietà di fronte a migliaia di persone Nadia Leila Rashid, ambasciatrice palestinese in Messico, ha guidato il pubblico in cori di “Palestina libera” ed espressioni di solidarietà durante il concerto della band irlandese Kickap a Città del Messico. Sindacati per la Palestina contro il genocidio: in piazza 30 ottobre, sciopero mondiale dei portuali Da Marsiglia a Genova e a Gioia Tauro, dal Pireo a Istanbul, dal Marocco al Messico e all’India, venerdì 30 ottobre è il grande giorno dello sciopero mondiale dei lavoratori portuali contro i traffici d’armi, il genocidio di Gaza e la guerra israelo-americana in Iran. L’hanno promosso a fine luglio i sindacati del settore riuniti a Istanbul dopo la prima giornata di lotta del 6 febbraio scorso. Puntano a coinvolgere 57 scali marittimi in tutto il mondo. È un percorso lungo, al quale partecipano dall’Italia l’Unione sindacale di base (Usb) che ha promosso anche uno sciopero generale nel nostro Paese e Orsa Porti, capace di raccogliere adesioni importanti che finora non c’erano. Due su tutte: il sindacato Cgt Ports and Docks, il primo del settore in Francia e il Fsui, Forward Seamen’s Union of India, Paese sempre più strategico per il traffico mondiale di sistemi e componenti d’arma. Oltre alle due sigle italiane lo sciopero è promosso da Endep (Grecia), Liman-Is (Turchia), Lab (Paesi Baschi), Odt (Maroccho), Siptu (Irlanda)   ANBAMED
October 18, 2026
Pressenza
Coloni assaltano diplomatici europei. È la normalità della Cisgiordania occupata
Sabato 17 ottobre un convoglio diplomatico dell’Unione Europea è stato fermato e aggredito a nord-est di Ramallah, nei pressi del villaggio cristiano di Taybeh. Il gruppo era composto da funzionari e consoli di Belgio, Francia e Polonia, ed era accompagnato da esponenti cattolici e attivisti per i diritti umani. La […] L'articolo Coloni assaltano diplomatici europei. È la normalità della Cisgiordania occupata su Contropiano.
October 18, 2026
Contropiano