I cappelletti di Lenin
«Declinate le vostre generalità!», ordina il presidente del Tribunale.
«Sono Amilcare Cipriani, fu Felice, di 47 anni, domiciliato a Rimini, di
professione pubblicista», risponde l’imputato.
«Siete mai stato condannato?».
«Sì, varie volte, ma quelle condanne mi onorano!».
Ottobre 1891, si è appena aperto il processo per i fatti del Primo Maggio
romano. Sono sessantadue gli imputati stipati in un gabbione di ferro costruito
proprio per l’occasione. Trentaquattro avvocati difensori, 125 testi d’accusa,
325 a difesa, fra i quali ci sono anche Andrea Costa e il professore della
Sapienza Antonio Labriola. Tra gli imputati c’è anche lui, il colonnello della
Comune, Amilcare Cipriani, cappello a cencio, barba nerissima, capelli lunghi
spioventi, sguardo profondo e intelligente.
Gli imputati sono accusati di essere un’associazione di malfattori per aver
organizzato il grande comizio a Santa Croce in Gerusalemme, il primo Primo
Maggio della storia di Roma. L’appuntamento, a cui hanno partecipato
repubblicani, massoni, anarchici e socialisti, si è concluso con un bilancio
pesante: muoiono una guardia di città, Carmelo Raco, ucciso da un colpo di
pugnale alla spalla e da una ferita di rivoltella alla bocca, e Antonio
Piscitelli, carrettiere sanlorenzino di origine umbra che per lavoro consegna
vino, salumi, verdure e formaggi alle molteplici osterie del quartiere.
Piscitelli ha 21 anni e viene ucciso da un colpo di fucile Wetterly sparato da
un agente.
VIVA LA RICOTTA!
La situazione nella giovane capitale del Regno d’Italia è tesa da tempo. La
città è meta di una moltitudine di poveri cristi giunti nella Roma neo-capitale
in cerca di un lavoro. In questo momento però si vive una grande difficoltà a
causa dell’esplosione della bolla speculativa che ha posto fine alla cosiddetta
febbre edilizia, un periodo di euforica crescita economica durato dal 1883 al
1887, trainato dalla costruzione dei nuovi quartieri e dei nuovi edifici
ministeriali. I lavori si interrompono con il giungere della crisi, il prezzo
più pesante, naturalmente, lo paga il proletariato: si stima che a dicembre del
1887 siano 30 mila i disoccupati e oltre 10 mila i soggetti allontanati con
fogli di via. Le strade del centro sono attraversate da cortei e manifestazioni,
anche spontanee. I manifestanti si aggirano in bande di venti persone, armati di
spranghe, picconi, pale e sassi. Si dirigono verso i nuovi palazzi del potere
prendendo d’assalto depositi alimentari, forni e poveri cascherini che
incontrano lungo il percorso, addentando le calde pagnotte con grande voracità.
Un urlo rimbomba tra le strade del centro: «Viva la ricotta!». Il popolo ha
fame, in questa battaglia per riempire la pancia necessita qualcosa di nutriente
ma anche saporito. Il gusto non può essere un privilegio delle classi agiate,
come da secoli immaginano loro.
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