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I cappelletti di Lenin
«Declinate le vostre generalità!», ordina il presidente del Tribunale. «Sono Amilcare Cipriani, fu Felice, di 47 anni, domiciliato a Rimini, di professione pubblicista», risponde l’imputato. «Siete mai stato condannato?».  «Sì, varie volte, ma quelle condanne mi onorano!». Ottobre 1891, si è appena aperto il processo per i fatti del Primo Maggio romano. Sono sessantadue gli imputati stipati in un gabbione di ferro costruito proprio per l’occasione. Trentaquattro avvocati difensori, 125 testi d’accusa, 325 a difesa, fra i quali ci sono anche Andrea Costa e il professore della Sapienza Antonio Labriola. Tra gli imputati c’è anche lui, il colonnello della Comune, Amilcare Cipriani, cappello a cencio, barba nerissima, capelli lunghi spioventi, sguardo profondo e intelligente.  Gli imputati sono accusati di essere un’associazione di malfattori per aver organizzato il grande comizio a Santa Croce in Gerusalemme, il primo Primo Maggio della storia di Roma. L’appuntamento, a cui hanno partecipato repubblicani, massoni, anarchici e socialisti, si è concluso con un bilancio pesante: muoiono una guardia di città, Carmelo Raco, ucciso da un colpo di pugnale alla spalla e da una ferita di rivoltella alla bocca, e Antonio Piscitelli, carrettiere sanlorenzino di origine umbra che per lavoro consegna vino, salumi, verdure e formaggi alle molteplici osterie del quartiere. Piscitelli ha 21 anni e viene ucciso da un colpo di fucile Wetterly sparato da un agente. VIVA LA RICOTTA! La situazione nella giovane capitale del Regno d’Italia è tesa da tempo. La città è meta di una moltitudine di poveri cristi giunti nella Roma neo-capitale in cerca di un lavoro. In questo momento però si vive una grande difficoltà a causa dell’esplosione della bolla speculativa che ha posto fine alla cosiddetta febbre edilizia, un periodo di euforica crescita economica durato dal 1883 al 1887, trainato dalla costruzione dei nuovi quartieri e dei nuovi edifici ministeriali. I lavori si interrompono con il giungere della crisi, il prezzo più pesante, naturalmente, lo paga il proletariato: si stima che a dicembre del 1887 siano 30 mila i disoccupati e oltre 10 mila i soggetti allontanati con fogli di via. Le strade del centro sono attraversate da cortei e manifestazioni, anche spontanee. I manifestanti si aggirano in bande di venti persone, armati di spranghe, picconi, pale e sassi. Si dirigono verso i nuovi palazzi del potere prendendo d’assalto depositi alimentari, forni e poveri cascherini che incontrano lungo il percorso, addentando le calde pagnotte con grande voracità. Un urlo rimbomba tra le strade del centro: «Viva la ricotta!». Il popolo ha fame, in questa battaglia per riempire la pancia necessita qualcosa di nutriente ma anche saporito. Il gusto non può essere un privilegio delle classi agiate, come da secoli immaginano loro. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo I cappelletti di Lenin proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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Alimentari comunali a New York
Un secolo fa, i «socialisti delle fogne» di Milwaukee venivano derisi dal resto del movimento per il fatto di aver puntato tutta la loro politica su tubature, scarichi e parchi pubblici. I progetti erano di modesta portata, sostenevano i detrattori, e non meritavano lo sforzo di una battaglia politica. Ma i sindaci Emil Seidel e Frank Zeidler sapevano bene che la sopravvivenza e la dignità delle persone cominciano dalle cose fondamentali. Capivano che la proprietà pubblica dei sistemi idrici, dei servizi igienico-sanitari, dei parchi e delle infrastrutture essenziali era l’unico modo per garantire che queste cose esistessero per tutti, non solo per chi poteva pagarle. «Qualche sapientone della costa est coniò il termine  ‘socialismo delle fogne’. Sì, volevamo le fogne nelle case dei lavoratori; ma volevamo molto, molto di più di questo - ha raccontato Emil Seidel - Volevamo che i nostri lavoratori avessero aria pulita; volevamo che avessero il sole, case di muratura, salari dignitosi, attività ricreative per giovani e anziani, formazione professionale. Volevamo che ogni essere umano avesse la possibilità di essere forte e vivere una vita felice». Obiettivi che si potevano raggiungere in un solo modo, diceva Eidel: «Lottando». Un secolo dopo, il sindaco Zohran Mamdani ha ricevuto risposte altrettanto sprezzanti alla sua proposta di costruire cinque negozi di alimentari municipali a New York, uno per in ogni distretto. Come i socialisti delle fogne prima di lui, Mamdani ha lanciato quest’idea per rispondere a un’ingiustizia che a qualcuno potrebbe sembrare banale, ma che in realtà è alla base della qualità della vita della working class e dei ceti più bassi. Si stima che circa tre milioni di residenti di New York vivano nei cosiddetti «deserti alimentari» senza accesso a veri e propri negozi di quartiere. E dove i negozi esistono, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari spesso rende le opzioni più sane e nutrienti fuori portata per i loro portafogli. Mamdani oggi sta semplicemente proponendo che il governo intervenga per fare quello che il mercato privato non è riuscito a realizzare: vendere cibo ai newyorkesi. Gli scaffali dei negozi di alimentari odierni sono le fognature dell’inizio del XX secolo: una componente fondamentale della vita quotidiana, gestita in modo incredibilmente disfunzionale. E proprio come il progetto di espansione e miglioramento delle fogne pubbliche un secolo fa fu deriso finché non divenne indispensabile, i negozi di alimentari municipali sembreranno una cosa ovvia una volta che saranno costruiti e si potrà percepire la differenza che fanno. L’ECONOMIA DEGLI SCAFFALI VUOTI ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Alimentari comunali a New York proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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A tavola nel socialismo
Nel centro di Varsavia c’è una strada chiamata Nowy Świat, «Via del Nuovo Mondo». È una via in pieno stile neoclassico, costruita tra il XVIII e il XIX secolo e poi ricostruita con meticolosità dopo la distruzione quasi totale della capitale polacca da parte della Germania nazista nel 1944. Oggi Nowy Świat è il cuore della Polonia borghese, il luogo dove coloro che hanno avuto la meglio nella «transizione» al capitalismo post-1989 si ritrovano per bere in bar costosi, acquistare merci di vario genere a prezzi esorbitanti e, in generale, passeggiare lungo ampi marciapiedi diretti verso quella trappola per turisti che è diventata la Città Vecchia. Lo sfarzo di Nowy Świat salta all’occhio a chiunque la percorra, ma quasi nessuno nota un piccolo locale lungo la strada. Un’insegna modesta accanto a un caffè «in stile francese» chiamato Croque Madame e di fronte alla Thai Bali Spa, dove si legge Bar Familjny, Bar per famiglie. Entrando, si viene subito catapultati in un’atmosfera completamente diversa dal paesaggio urbano intercambiabile dell’euro-capitalismo contemporaneo. Il Bar Familjny è un tipico esempio, anche se insolitamente situato in centro, di quella realtà che in Polonia viene chiamata bar mleczny, una sorta di tavola calda o mensa popolare con le caratteristiche dei «bar bianchi» di una volta, quelli che nel dopoguerra non vendevano alcolici e si rivolgevano a una clientela di minorenni. Il termine significa letteralmente «latteria» o «cremeria», come i milk bar anni Cinquanta che andavano forte anche nel Regno unito e negli Stati uniti, nell’idea di incoraggiare i giovani a non sviluppare il gusto per l’alcol. Ma il bar mleczny polacco è leggermente diverso dai suoi corrispettivi anglosassoni e, a suo modo, è la maggiore istituzione sopravvissuta all’eredità spesso derisa ma stranamente duratura della pianificazione socialista statale dell’alimentazione proletaria.  La prima cosa che si nota (magari con l’aiuto di un’app di traduzione, dato che i turisti non fanno parte della clientela abituale del Familjny) è che il cibo è incredibilmente economico. Una volta deciso cosa mangiare, ci si mette in fila davanti a una piccola nicchia dove si prende un foglietto con l’ordine. Poi si va a fare la fila davanti a una nicchia più grande, dietro alla quale si vede la cucina, si consegna il foglietto a un membro del personale in divisa, solitamente di mezza età o più anziano, e si aspetta che questi scodelli sul piatto la porzione di cibo ordinata. Prima di andare via, dopo aver mangiato seduti, si lasciano piatto e posate su una rastrelliera. Il servizio ai tavoli è inesistente, ma il sistema ha i suoi svantaggi. Mi è capitato solo una o due volte di trovarmi in un bar mleczny che avesse un bagno, per esempio, e le lunghe file che si trovano soprattutto all’ora di pranzo sono scoraggianti. Il concetto di fondo è mangiare e poi tornare rapidamente a casa o al lavoro. In ogni caso, si mangia un pasto decente composto di tre portate – zuppa, piatto principale e una fetta di torta – per l’equivalente di massimo 5 sterline in un paese in cui il costo della vita è quasi paragonabile a quello della Gran Bretagna.  Il menù del bar mleczny polacco cambia regolarmente a seconda della disponibilità e dell’ispirazione del momento, ma in genere si basa sulle specialità tradizionali polacche: borscht (o barszcz, come dicono da quelle parti), zuppa di segale fermentata (zurek). Con un po’ di attenzione è possibile evitare i latticini, ma i vegani devono tenere presente che nella maggior parte delle zuppe è probabile ci sia un uovo sodo. Dopo la zuppa si passa ai pierogi con una varietà di ripieni, accompagnati da un’insalata di carote, kasza (un porridge di grano saraceno), e/o patate, e infine una fetta di crostata. Il tutto si accompagna al meglio con un bicchiere di kompot, bevanda a base di frutta schiacciata in cui solitamente galleggiano pezzi di frutta fresca. Il cibo è fresco, di provenienza locale e buono: niente di sbalorditivo, ma di sicuro dopo aver mangiato ci si sente meglio, soprattutto in inverno (ma anche in estate: il chłodnik, il borscht freddo, è incredibilmente buono).  APPETITO PER LA RIVOLUZIONE  ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo A tavola nel socialismo proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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In cima al talent. E ritorno
Eleonora Riso è una cuoca italiana, poco più che trentenne. Nata e cresciuta fra Livorno e provincia, si trasferisce a Firenze per studiare. Frequenta il liceo scientifico, si iscrive a Ingegneria Edile e poi ad Architettura e per pagarsi gli studi e l’affitto lavora come cameriera a Firenze e lì incontra e si innamora della ristorazione. Nel 2024 partecipa per gioco a MasterChef Italia 13 e vince. La popolarità le toglie l’intimità e la possibilità di rifugiarsi e così tira su un ciclo di incontri di cucina e cultura nei circoli Arci in Toscana ed Emilia Romagna. L’abbiamo intervistata per raccontarci queste esperienze e il suo rapporto col cibo e la cucina.  Come mai da Masterchef sei arrivata ai circoli Arci?  Forse sarebbe meglio dire «Come mai dai circoli Arci sono arrivata a Masterchef»! Ho sempre amato osservare e frequentare questi luoghi in cui si respira così forte la cura per la comunità. Nell’area fiorentina conoscevo i circoli di Fiesole, Porta a Prato, Le vie Nuove e anche l’Impruneta. Non ci andavo tutti i giorni, ma spesso sì.  Quindi è stata una tua idea?  Sì, ho spinto tanto per tornare nei circoli Arci. Mi ricordo che ero in Sant’Ambrogio ed è stata un’illuminazione, un pensiero nitido. È stato un bisogno mio, volevo stare lontana dall’alienazione del personaggio pubblico ed egoisticamente volevo dedicare le mie energie a qualcosa di reale, vero, palpabile. Sono uscita dal programma con tanta popolarità, numeri altissimi di follower sui social, ma nella realtà quotidiana cosa era cambiato? Lavorare con i circoli Arci è stato un modo per conoscere le persone che mi avevano seguita, che mi scrivevano sui social. Volevo la presenza fisica, reale, dare un aspetto a questa comunità virtuale in posti tranquilli.  ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo In cima al talent. E ritorno proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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La convergenza è necessaria. Anche a tavola
Come si rompe la dicotomia per cui il cibo «buono e giusto» è un lusso per pochi, mentre il cibo industriale a basso costo è l’unica opzione per le classi popolari?  Nell’orizzonte comune e di convergenza politica per trasformare il cibo da merce a terreno di lotta e autodeterminazione, ho coinvolto in più momenti in presenza, online e tramite intervista Dario Salvetti del collettivo di fabbrica ex Gkn di Campi Bisenzio, Eva Maria Verde del Mecopo (mercado de consumo popular) argentino, Cesare Casarino, Gigi Conte e Greta Tommesani di Contadinazioni Palermo e della neo-nata cooperativa Terra Sumud, Carlo Farneti di Campi Aperti, associazione bolognese di produttori e co-produttori, Paola Maretti e Giovanni Notarangelo di Camilla, l’emporio di comunità autogestito a Bologna, Piero Maestri e Betta Crippa dell’emporio e bistrot sociale Eufemia di Milano. L’interesse, la necessità, l’urgenza di occuparsi di cibo emerge in contesti e modalità differenti, e la consapevelezza collettiva dei limiti strutturali delle pratiche che si sviluppano attorno alla produzione di cibo arriva ciclicamente ed è su questo che le realtà coinvolte in questo confronto fanno un lavoro quotidiano e concreto da anni.  OLTRE I LIMITI DELLE PRATICHE ALTERNATIVE I limiti delle pratiche alternative legate al settore alimentare, di cui l’accessibilità del prezzo è quella più generale e complessiva, emergono in particolar modo quando il cibo, e il lavoro per produrlo, sono proposti fuori dalla cerchia di consumatori attenti o in ambienti e contesti distanti dalle riflessioni ecologiste o sulla sovranità alimentare. L’ostacolo dei prezzi alti dei prodotti contadini senza sfruttamento, nell’attuale condizione generale di redditi e salari, pone la necessità di creare strumenti e strategie organizzative comuni. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo La convergenza è necessaria. Anche a tavola proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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Il McLavoro frammentato
Com’è noto, il settore del fast food negli Stati uniti si basa sul modello del franchising. Il meccanismo è il seguente: un imprenditore, chiamato «affiliato», paga una grande società con un marchio riconosciuto come McDonald’s per ottenere il diritto di utilizzo del nome e dell’immagine nel suo ristorante. In cambio, l’affiliato ottiene solitamente i diritti esclusivi per operare con il nome del concessionario in una determinata zona. Oggi il franchising è il mezzo preferito di espansione per le due più grandi aziende di fast food al mondo, McDonald’s e Yum! Brands, società che dal 1997 controlla Taco Bell, KFC e Pizza Hut. Nel 2023 l’86% dei ristoranti McDonald’s e il 98% di quelli di Yum erano gestiti da affiliati. Subway, la seconda catena di ristoranti al mondo dopo McDonald’s, è da anni un brand composto al 100% da punti vendita in franchising. Anche Burger King ha adottato rapidamente un «modello quasi interamente in franchising», da quando è passata sotto l’egida di un fondo di private equity brasiliano dieci anni fa. Nel 2010, il 13% dei punti vendita Burger King era gestito direttamente dall’azienda, nel 2023 questa quota si è ridotta al 2%. Il franchising non è stato sempre così diffuso nel settore del fast food. Nel 1994, circa un quinto di tutti i McDonald’s e la metà di tutti i Taco Bell, Kfc e Pizza Hut erano gestiti dalle aziende che possiedono i marchi. All’apparenza il cambiamento può sembrare solo una questione contabile, ma in realtà ha importanti conseguenze per i lavoratori del settore. Il passaggio al franchising infatti ha creato per i proprietari dei grandi marchi uno scudo comodo che consente loro di mantenere uno stretto controllo sulle condizioni di lavoro nei ristoranti a loro affiliati, venendo totalmente sgravati dalla responsabilità legale per le violazioni del diritto del lavoro. In sostanza, il franchising offre ai grandi marchi del fast food il meglio di entrambi i mondi, a spese unicamente dei lavoratori e delle lavoratrici. Il modello del franchising ormai è entrato nell’immaginario collettivo: ne parla il film del 2016 The Founder, che traccia le origini del fondatore di McDonald’s. Franchise è il titolo di un saggio di Marcia Chatelain, premio Pulitzer, sul ruolo di McDonald’s nella storia afroamericana. L’idea che migliaia di ristoranti con un’identità aziendale uniforme fossero in realtà di proprietà di singoli imprenditori radicati nelle loro comunità è stata fondamentale anche per la costruzione dell’identità del settore dei fast food. Del resto, già negli anni Ottanta McDonald’s si presentava agli investitori come «la più grande piccola impresa del mondo». GRANDI AZIENDE TRASFORMATE IN PICCOLE IMPRESE ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Il McLavoro frammentato proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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Lost in the Supermarket
Quante volte ci capita di correre al supermercato a dieci minuti dalla chiusura, o la domenica, perché durante la settimana non si riesce a trovare tempo? Le condizioni di lavoro, i ritmi folli e le difficoltà nell’incastrare vita lavorativa e vita privata sono temi ben noti, che toccano tutte e tutti molto da vicino. Ma quante volte ci si ferma a riflettere sulle conseguenze che questo meccanismo produce su chi lavora nel settore della grande distribuzione organizzata, offrendo un servizio, a tutti gli effetti, a dir poco essenziale?  La scarsa attenzione riservata a questa fetta del mondo del lavoro non si riscontra solo nel dibattito pubblico, ma anche nella letteratura tradizionale della sociologia del lavoro, soprattutto in riferimento agli indicatori di job quality. Eppure, guardando più da vicino al settore dei servizi al consumo (si vedano ad esempio le ricerche di Giovanna Fullin), il quadro che emerge è tutt’altro che roseo e, anzi, dovrebbe spingere ad ampliare la riflessione.  SUPERMERCATO DELLO SFRUTTAMENTO Chi lavora nei supermercati non può lavorare da remoto, ha margini ridotti di autonomia e si muove dentro un’organizzazione fortemente vincolata. Il lavoro è scandito da turni che possono cambiare frequentemente e con scarso preavviso, in funzione dei flussi di clientela e degli obiettivi di vendita. Questo significa che il tempo di lavoro non è mai pienamente prevedibile e che la possibilità di organizzare la propria vita quotidiana è costantemente esposta a variazioni. In questo quadro rigidamente dipendente sia da fattori esterni (imprevedibili) sia da strategie aziendali volte al risparmio (molto più prevedibili), le assunzioni a tempo parziale diventano lo strumento perfetto per gestire la flessibilità. Spesso però non per scelta di chi lavora. La flessibilità, dunque, presentata come una risorsa, si traduce in una forma di controllo sul tempo di lavoro e, di conseguenza, sulla vita quotidiana. Ma soprattutto, conseguenza diretta del lavoro a tempo parziale è il percepimento di una retribuzione minore, nonché la possibilità di percorsi di carriera limitati, che rendono difficile immaginare un miglioramento delle proprie condizioni di vita. ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Lost in the Supermarket proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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Un trattore si aggira per l’Europa
Nell’inverno del 2024 le strade di numerosi paesi europei sono state invase dai trattori degli agricoltori in protesta. Cosa ne è stato di quelle mobilitazioni? Si sono già spente senza lasciare alcuna traccia? In realtà, proprio mentre scriviamo – a più di due anni di distanza – in varie regioni della Francia e dell’Irlanda è in corso una nuova ondata di manifestazioni per via dell’aumento del prezzo del carburante e dei concimi causato dalla guerra in Medio Oriente. Ma già dall’inizio del 2026 i trattori sono tornati a occupare le piazze in diverse occasioni, per dire no all’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur. È accaduto anche in Italia, con la vasta mobilitazione del 9 gennaio di Milano o quelle di Roma del 6 e 7 marzo.  Il mondo agricolo europeo – o almeno una parte di esso – resta in fermento. Ma chi sono questi agricoltori? Di cosa ci parlano le loro lotte e qual è il loro orientamento politico? È abbastanza diffusa l’idea che si tratti di movimenti di destra, populisti, animati da sentimenti euroscettici e antiambientalisti. Eppure, se si presta maggiore attenzione alle loro rivendicazioni e le si analizza alla luce delle più ampie trasformazioni agrarie degli ultimi decenni, emerge un quadro più articolato. Per chi ambisce alla costruzione di alternative al sistema agroindustriale dominante, è doveroso chiedersi come provare a intessere delle alleanze con questi movimenti. IL MOVIMENTO DEI TRATTORI ITALIANO DAL 2024 A OGGI  In Italia, nell’inverno del 2024 centinaia di trattori hanno occupato le strade al suono di slogan quali: «L’agricoltura è vita, sì alle tradizioni, no alle politiche europee», «Prezzi equi per i nostri prodotti», «Coltiviamo il futuro, non la burocrazia». Da Nord a Sud, i presidi e le manifestazioni, costruiti senza l’aiuto delle grandi organizzazioni di categoria – e, anzi, in aperta polemica con queste – hanno visto una nutrita partecipazione, anche di agricoltori e agricoltrici che non erano mai scesi in piazza prima di allora. Le manifestazioni nazionali, come la grande adunanza di trattori nelle strade di Roma del febbraio del 2024, hanno conquistato le prime pagine dei giornali, destando qualche motivo di apprensione all’attuale governo e dando prova della forza strutturale su cui può ancora contare il mondo agricolo.  Dalle prime manifestazioni del 2024 – non scevre da tensioni interne – sono anche nate delle nuove organizzazioni, tra cui Agricoltori Italiani, Agricoltori Autonomi Italiani e Riscatto Agricolo, alcune delle quali, insieme a realtà già esistenti, quali Altragricoltura e Movimento dei Pastori Sardi, hanno avviato la costituzione di un coordinamento nazionale (Coapi- Coordinamento Agricoltori e Pescatori Italiani). ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Un trattore si aggira per l’Europa proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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Lotta di classe al ristorante
A Firenze ormai si parla di mangificio con la presenza di circa 400 ristoranti a kilometro quadrato, un’impresa di somministrazione di cibo e bevande ogni 32 abitanti, una geografia del lavoro che ridisegna i rapporti di forza. L’industria diffusa del turismo prende per la gola l’intera città e soffoca la sua abitabilità e accessibilità come calpesta le condizioni di lavoro.  In città il settore – mi spiega Cosimo Barbagli, autore di una tesi inchiesta sulla ristorazione a Firenze e attivista del sindacato Sudd Cobas – coinvolge circa 20.000 addetti ed è caratterizzato da diversi elementi concatenati: un forte peso della rendita (alti costi di affitti dei locali); stipendi medi molto bassi; orari domenicali e notturni che riducono la socialità e con ritmi sonno-veglia poco attraenti; uso delle lavoratrici di genere femminile (part time per conciliare lavoro di cura, lavori stagionali, scarsa possibilità di promozione) che vengono sessualizzate a vantaggio della vendita del prodotto (quasi totalità di uomini in cucina e forte presenza di giovani donne in sala); gran numero di lavoratrici e lavoratori con storia di migrazione costrette dal ricatto del permesso di soggiorno e dagli affitti brevi che innescano il rialzo del costo degli affitti medio-lunghi e spingono la forza lavoro ad accettare condizioni peggiori e lavorare di più per sopravvivere; esercito di riserva di studenti universitari che hanno bisogno sempre più di lavorare vista la proliferazione di studentati di lusso e l’assenza di affitti calmierati, che devono conciliare il tempo lavorativo col tempo di studio e accettano condizioni di sfruttamento con la promessa che quelle condizioni e quel lavoro sarà solo transitorio. A tutto questo si sommano le inchieste della Guardia di finanza e della Direzione distrettuale antimafia di Firenze su decine di ristoranti con accuse di associazione a delinquere per appropriazione indebita, autoriciclaggio e uso di denaro di provenienza illecita: le cucine viaggiano sulla doppia evasione, quella del lavaggio di denaro sporco e del pagamento in nero dei suoi lavapiatti.  Dare la colpa ai turisti che infestano la città sarebbe autoescludente. Dovremmo ragionare su come è cambiata la cultura del bere e mangiar fuori. Negli anni Ottanta si andava al ristorante solo in occasioni particolari, adesso è un segno di status oltre che un premio di consolazione o bolla di decantazione fra lavori remunerati e lavori di cura, prima di chiudersi nello scoramento dei propri spazi privati. C’è poi la cultura generale della sovranità del cliente che contribuisce a definire ancora di più la subalternità nel rapporto di lavoro: una cattiva recensione online può gravare molto più su chi ci lavora piuttosto che sulla proprietà.  In Toscana negli ultimi quindici anni il processo di foodification si è intensificato: secondo i dati delle Camere di commercio ci sono 3.000 locali in più. A Prato vi è stato l’incremento maggiore con +22,3% (da 1.221 a 1.493). Prato è anche la provincia con la più alta percentuale di contratti part time della Toscana. Un dato che è sempre emerso nelle ricerche di Irpet (ente regionale di ricerca economica e sociale) e in quelle dell’Ires (l’ente di ricerca della Cgil) come maschera del lavoro grigio: ti assicuro per poche ore, ma ne svolgi il doppio, il triplo, il quadruplo.  TASTE THE STRIKE ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Lotta di classe al ristorante proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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Il paradigma MasterChef
Nel 2007 il film d’animazione Disney Pixar Ratatuille rende popolare un topino-chef al grido: «Chiunque può cucinare». Dal 2012 la versione tricolore del format britannico Masterchef va a caccia del «miglior cuoco amatoriale d’Italia» per trasportarlo nella fascia più alta del settore della ristorazione professionale. Quindici stagioni per un susseguirsi di impiegati dal cuore triste, avvocati col pallino del fornello, casalinghe in cerca di un ruolo extra domestico, arzilli pensionati e, con sempre maggiore frequenza, studenti e under 25 ancora fuori dal mondo del lavoro ma con in testa un chiaro obiettivo: il primo ristorante di proprietà. Insieme ai concorrenti, via via più skillati e consapevoli delle regole del format, il pubblico matura un approccio ambivalente: ribadire l’ovvia superiorità della cucina italiana (la più bella del mondo, come la Costituzione) mentre si mette al bando la sua versione casalinga, così tanto provinciale, così poco instagrammabile. Nessuno, parola dell’Unesco, cucina come noi. Nemmeno noi, a quanto pare. Al grido «Abbasso i mappazzoni!» apprendiamo la necessità di strumenti, dal coppapasta all’abbattitore, tecniche (l’affumicatura e la cottura sottovuoto) e ingredienti (il topinambur!) che ci sarebbero apparsi esotici fino a qualche anno fa. Per una nazione ossessionata dal rispetto della vera cucina italiana, che si accapiglia sulla sacralità di ricette a tradizione inventata, vedi la carbonara, un potenziale acceleratore di contraddizioni.  Peccato che, invece di farle esplodere e favorire un immaginario meno beceramente sovranista, tv show come Masterchef impongano una narrazione basata sull’esaltazione dei più triviali luoghi comuni della ristorazione italica, dal nonnismo esercitato su chi si trova alla base della catena produttiva (i concorrenti bistrattati dagli chef-giudici) allo sfruttamento come unica via per creare cibo di qualità. Aprire la dispensa ad alimenti provenienti da ogni parte del mondo e ospitare pluristellati di fama internazionale, al pari dell’introduzione della categoria green per premiare l’approccio ecosostenibile, catapulta concorrenti, giudici e spettatori in un grottesco safari nelle stranezze di un vasto mondo bizzarro del gusto, per poi inscatolarlo nella ben più gestibile area di una mistery box.  In altri talent show si viaggia zaino in spalla in luoghi sperduti, contando sull’ospitalità dei locali che «non hanno niente ma ti danno tutto» e, in ogni caso, «sorridono sempre», solo per scoprire quanto è bello tornare a casa. Nella Fantasilandia del cibo tv si attraversano gastronomie sconosciute collezionando ingredienti-souvenir da esibire nel proprio percorso verso la riscoperta delle origini, vera ossessione della versione nostrana del programma. L’edizione numero quattordici viene ricordata per la vittoria di una chef italiana di «seconda generazione», Anna Zhang, ma fin dal primo masterchef, il greco Spyros Theoridis, modenese d’adozione, la questione dell’identità è centrale.  ABBONATI A JACOBIN ITALIA PER CONTINUARE A LEGGERE Attiva Accedi se sei già abbonato L'articolo Il paradigma MasterChef proviene da Jacobin Italia.
June 10, 2026
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