
Accelerare o decrescere
Jacobin Italia - Wednesday, March 11, 2026Tornare al socialismo, al netto delle sconfitte storiche del Novecento e di qualche esperienza abortita anche nel nuovo secolo, significa anche fare i conti con alcuni temi di fondo vecchi e nuovi. Ne prenderò di petto due che appaiono tra loro inconciliabili, ma che forse così inconciliabili non sono: la tensione verso il progresso e l’ecologia. E per affrontarli parto da due correnti di pensiero: accelerazionismo e ambientalismo della decrescita. Correnti che, seppur minori, sono ricche di conseguenze teoriche e politiche.
«Accelerare» a sinistra
Nell’accelerazionismo convivono due impostazioni opposte: una di destra, che vorrebbe spingere alle estreme conseguenze il capitalismo, e l’altra di sinistra, che anela al superamento del capitalismo stesso attraverso lo sviluppo delle sue interne contraddizioni. La prima vede nella tecnologia lo strumento per consolidare una classe dominante dai colori anche suprematisti. La seconda, invece, essenzialmente marxista, ritiene che il capitalismo sia una tappa dello sviluppo umano e vuole una società postcapitalista capace di valorizzare al meglio le potenzialità insite nella tecnologia. Alex Williams e Nick Srnicek, autori di un Manifesto accelerazionista, partono dalla registrazione delle sconfitte senza appello della sinistra, in particolare degli ultimi decenni, per mettere l’accento sulla necessità di un progetto che non sia di resistenza al presente ma che immagini «nuovi mondi». Si tratta, dicono nel loro successivo libro, Inventare il futuro, di scegliere un nuovo terreno di gioco per costruire una risposta «contro-egemonica». Un’impostazione da cui traspare una certa freschezza, un tentativo di mettersi in sintonia con i tempi attuali, di scrollarsi di dosso quell’alone di vecchiume e impotenza che da troppo tempo stritola la sinistra. Essi affermano che un «legame tra capitalismo e modernizzazione sopravvive», seppur con modalità sempre più labili e tale ragionamento per gli autori è funzionale a «impossessarsi del tema della modernità». Il capitalismo ha messo in campo un progetto ritenuto incompiuto e monco, lasciando aperto uno spazio «contendibile».
Sfruttare la tendenza
Le libertà politiche e tecniche create dal capitalismo sono state dedicate a una ristrettissima élite, impedendo all’intera umanità la possibilità di massimizzare tale libertà ed espandere i propri orizzonti collettivi. Il capitalismo inibisce un ulteriore e conseguente sviluppo attraverso la compressione delle forze produttive, vincolandole a un continuo ciclo di accumulazione e alla conservazione dei rapporti sociali esistenti. Srnicek e Williams avanzano un progetto che «vuole insomma sfruttare una tendenza già esistente e interna al capitalismo per spingerla oltre i parametri accettabili dalle relazioni sociali riconosciute dal capitalismo stesso». Da qui la consapevolezza che la crescente automazione, resa possibile e auspicabile dalla tecnica, genera «un surplus di popolazione» non più occupabile. Tale processo in potenza potrebbe far scomparire gran parte del lavoro, quello peggiore e più gravoso, generando al contempo ricchezza sociale diffusa e maggiore tempo libero. Gli autori invitano ad abbandonare un’astratta cultura del lavoro che da secoli sfrutta le persone, per reindirizzare energie nei segmenti dove la componente umana è sempre necessaria, dove l’automazione non è impiegabile, dove il lavoro è volontà e non necessità. Rivendicare politicamente l’automazione come obiettivo utopico per ridurre il più possibile il lavoro umano necessario.
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