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Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione
Di ANTONIO PIO LANCELLOTTI Il primo dibattito del lunedì di Sherwood Festival 2026 si è aperto con una formula che suona come necessità politica: oltre i blocchi. Sul Second Stage, voci dall’Iran, dal Venezuela e dall’Argentina hanno affrontato una delle principali domande che attraversano i movimenti in questa fase storica: come opporsi all’imperialismo senza trasformare l’anti-imperialismo in assoluzione dei regimi? Come rifiutare la grammatica delle potenze? Come costruire un internazionalismo che non sia la memoria statica del Novecento, ma pratica viva dentro le lotte di oggi? Sandro Mezzadra, introducendo e moderando l’incontro, ha collocato la discussione dentro l’attuale congiuntura di guerra. La proliferazione dei conflitti, il genocidio a Gaza, la militarizzazione dell’economia, della società e della politica compongono un regime globale che restringe gli spazi della possibilità ed è in aperto dialogo con i disegni neoautoritari che attraversano diverse aree del mondo.  Per questo, un progetto politico contro la guerra deve innanzitutto ricostruire un orizzonte internazionalista che nasca dalle lotte sociali, dai movimenti di resistenza, dalle soggettività che in diverse parti del pianeta si sottraggono alla logica dei blocchi. Iran, Venezuela, Argentina sono stati così attraversati non come “casi” geopolitici, ma come luoghi in cui il regime di guerra incontra corpi, territori e movimenti. La prima voce è stata quella di Sara, attivista iraniana per i diritti delle donne. Il suo intervento ha rifiutato ogni semplificazione, raccontando cosa significhi vivere in Iran dentro emozioni difficili da tradurre politicamente: l’amore per il proprio Paese, il desiderio di una vita dignitosa, la lotta contro un regime corrotto e repressivo, ma anche il terrore di vedere il proprio quartiere trasformato in bersaglio militare. Il suo attivismo, ha ricordato, è iniziato con il calcio: nel 2005, quando l’Iran si qualificò ai Mondiali, la richiesta era semplice e radicale insieme, il diritto delle donne di entrare negli stadi. Nella sua testimonianza, quella battaglia ha assunto un significato che andava ben oltre lo sport. Rivendicare l’accesso agli stadi significava affermare il diritto delle donne a occupare lo spazio pubblico e, allo stesso tempo, mostrare un volto dell’Iran diverso da quello che domina nel racconto internazionale. Attraverso questa esperienza, Sara ha cercato di riportare al centro la vita quotidiana di milioni di persone che studiano, lavorano, si innamorano, costruiscono relazioni e lottano per i propri diritti. Un modo per sottrarre l’Iran alle rappresentazioni che lo riducono esclusivamente a conflitto geopolitico, programma nucleare o repressione, cancellando la complessità della società e le aspirazioni di chi cerca semplicemente di vivere una vita libera e dignitosa. La sua esperienza racconta il contrario. Durante le proteste di gennaio, mentre il regime interrompeva internet e comunicazioni, in strada si costruivano forme immediate di solidarietà: persone diverse marciavano insieme, si proteggevano, aprivano le case per offrire rifugio. Fuori dall’Iran, invece, prendevano spazio l’incitamento alla violenza, le molestie online, l’idea che chi non sosteneva il ritorno della monarchia fosse automaticamente dalla parte della Repubblica islamica. La guerra di questi mesi ha reso tutto ancora più chiaro: le bombe possono colpire figure del regime, ma non distinguono tra un comandante, un bambino a scuola, una persona in palestra o un vicino che dorme. La guerra ferma la vita, e quando la vita normale diventa impossibile è il regime stesso a trarne vantaggio.  > Si può combattere ogni giorno la Repubblica islamica e, allo stesso tempo, > rifiutare che la propria liberazione passi attraverso le bombe di un’altra > potenza.  Il passaggio al Venezuela ha mostrato una risonanza evidente. Anche qui la questione non è scegliere tra il governo Maduro e l’intervento imperialista. Ángel Arias, sociologo e sindacalista venezuelano, ha parlato da un Paese che definisce sottoposto a dominazione neocoloniale: una subordinazione imposta con le bombe e resa possibile dal collaborazionismo di un personale politico proveniente dal chavismo, un tempo capace di parlare il linguaggio dell’anti-imperialismo e oggi, secondo Arias, ridotto ad amministrare un protettorato statunitense. La sua posizione è stata netta: nessun sostegno al governo Maduro, combattuto duramente dai movimenti, ma nessun cedimento all’intervento degli Stati Uniti. Dopo i bombardamenti di gennaio, ha spiegato, si sarebbe aperto un controllo neocoloniale sull’economia venezuelana: appropriazione del petrolio, autorizzazioni concesse dall’esterno, pagamenti su conti statunitensi, modifiche legislative richieste da Washington. Il Venezuela diventa così un tassello della competizione globale per energia, oro, terre rare, risorse naturali. Dentro questi ingranaggi, ha detto Arias, la vita concreta delle persone non conta nulla. Arias ha poi spostato la questione sul terreno internazionale della lotta di classe: i rapporti di forza non si definiscono soltanto dentro i confini. Le mobilitazioni per la Palestina, il “blocchiamo” tutto in Italia, il movimento No Kings, le rivolte contro l’ICE in California e Minnesota, la ribellione popolare boliviana indicano che la crisi sistemica del capitalismo mondiale non produce solo fenomeni reazionari come Milei o Trump. Produce anche radicalizzazioni dal basso, possibilità di risposta, rotture. Per questo la resistenza è indispensabile ma non sufficiente: bisogna tornare a pensare una strategia che porti alla vittoria delle classi sfruttate e impoverite. L’Argentina ha portato il dibattito su un altro terreno della stessa guerra. Rosalia Pellegrini, militante delle organizzazioni contadine, del femminismo popolare e campesino e di Ni Una Menos, ha descritto l’ascesa di Milei come espressione di un malessere sociale profondo e di una crisi egemonica delle forme tradizionali di mediazione. L’Argentina aveva già conosciuto nel 2001, con l’Argentinazo, una crisi simile: allora ampi settori popolari risposero costruendo movimenti di disoccupati, fabbriche recuperate, assemblee di quartiere, organizzazioni comunitarie.  > Oggi la crisi prende la forma di un progetto ultraneoliberale che combina > posizioni proprie dell’estrema destra e una visione radicale del libero > mercato. Per Pellegrini le nuove destre non promettono davvero un miglioramento della vita della maggioranza. Propongono una società modellata dalla competizione individuale e dal mercato come principio ordinatore di ogni relazione. Non è casuale che il governo Milei parli continuamente di battaglia culturale, arrivando perfino a recuperare Gramsci per spiegare la necessità di costruire egemonia. La disputa è sul senso comune, e la destra riesce a condurla perché intreccia malesseri reali, frustrazioni accumulate, errori delle forze popolari, dei partiti, dei sindacati e delle stesse organizzazioni sociali. La promessa del libero mercato, ha sostenuto Pellegrini, è però anche la principale debolezza del progetto. Salute, istruzione, lavoro, cura, riproduzione quotidiana della vita non sono mai stati garantiti dal mercato. La vita si sostiene attraverso reti di cooperazione, solidarietà, mutualismo. La nuova destra, invece, offre un trasferimento di ricchezza e beni comuni verso i settori concentrati del potere economico e territoriale: indebolimento delle politiche pubbliche, attacco ai diritti conquistati, avanzata sui territori e sugli ecosistemi. La “politica della crudeltà” consiste nella normalizzazione dell’idea che i più poveri siano superflui, senza diritto a sostegno, diritti o vita dignitosa. Nonostante la repressione, il femminismo argentino resta per Pellegrini un esempio di capacità politica: organizzare la rabbia, costruire alleanze e scegliere l’assemblea come spazio di decisione. Non si tratta solo di resistere, ma di organizzare il comune. Produzione agroecologica, saperi indigeni e campesini, difesa degli ecosistemi, reti comunitarie di cura, solidarietà e cooperazione compongono una politica della sostenibilità della vita. Da qui nascono domande scomode, ma centrali: quante forme democratiche e istituzionali vanno difese, e quante invece hanno segnato i limiti dei progetti emancipatori? Difendere i diritti resta essenziale, ma il compito non può limitarsi a restaurare l’ordine precedente. Occorre immaginare nuove forme di democrazia, nuove organizzazioni collettive, nuove forme di potere popolare. È da queste risonanze che Michael Hardt, in collegamento da Seattle, ha raccolto il filo conclusivo. Sara e Arias, ha osservato, hanno mostrato che si può contestare nello stesso tempo l’imperialismo e il regime repressivo del proprio Paese. L’anti-imperialismo, da solo, non è una politica: deve essere riempito. E Angel e Rosalia hanno mostrato, ciascuno a suo modo, che la resistenza non basta se non apre un orizzonte di liberazione. Hardt ha poi allargato la riflessione al livello mondiale, a partire dal memorandum tra Iran e Stati Uniti emerso nelle notizie di quelle ore. Non una pace, piuttosto il possibile ritorno al regime di guerra precedente, ma comunque un passaggio utile a leggere due elementi fondamentali. Il primo è il limite del potere militare statunitense e israeliano, la rottura dell’immagine di invincibilità delle loro macchine di guerra. Il secondo è il ruolo del mercato mondiale nel produrre questi limiti.  > La minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, ha spiegato, ha funzionato > come una forma di pressione globale: anche una potenza dotata di produzione > energetica interna come gli Stati Uniti non può sottrarsi al mercato mondiale > del petrolio.  In questo senso, la guerra non può essere compresa soltanto dentro la cornice nazionale o bilaterale: è sempre presa dentro catene, mercati, dipendenze e rapporti di forza globali. Da qui la necessità di pensare l’internazionalismo come pratica concreta e multilivello. La base, per Hardt, resta quella dei movimenti e delle resistenze: la lotta contro il genocidio in Palestina, le tende nei campus universitari statunitensi, i blocchi dei porti in Italia, le manifestazioni di piazza, la Flotilla come simbolo immediato di un internazionalismo di resistenza. Ma questo livello non esaurisce il campo. Hardt ha richiamato anche il ruolo di alcune iniziative statali e sovranazionali: il Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, le prese di posizione di Colombia, Spagna e Irlanda, il terreno ambiguo ma non irrilevante del diritto internazionale, che in questi anni ha mostrato insieme la propria impotenza e la possibilità di essere forzato, innovato, usato per legittimare parole e categorie politiche, a partire da quella di genocidio. L’internazionalismo, però, non nasce semplicemente dall’individuazione di un nemico comune. Non basta dire “imperialismo americano” per costruire una politica condivisa. Serve, ha detto Hardt, una vera e propria “macchina di traduzione”: non solo linguistica, ma politica. Tradurre significa mettere in relazione contesti differenti, lotte femministe, operaie, antirazziste, ecologiste, esperienze di resistenza che non sono identiche e non devono diventarlo. L’internazionalismo non cancella l’eterogeneità, la attraversa. Costruisce connessioni senza ridurre tutto a un’unica grammatica, sapendo che liberazione operaia, liberazione femminista, liberazione antirazzista e liberazione ecologica non coincidono automaticamente, ma possono imparare a parlarsi. L’ultimo passaggio è stato forse il più esigente.  > Se esiste già un internazionalismo della resistenza, oggi bisogna avere il > coraggio di pensare anche un internazionalismo della liberazione.  Proprio nei tempi più duri, quando per molti popoli la sopravvivenza sembra l’unico obiettivo possibile, Hardt ha sostenuto la necessità di non abbassare l’orizzonte. Liberazione può voler dire inventare nuove forme democratiche di vita comune, nuove forme di cooperazione sociale, una rottura con l’individualismo obbligatorio che il capitalismo impone come destino. Per cercarne le tracce non serve nostalgia per i movimenti del passato, anche se la storia internazionalista delle lotte di liberazione resta una risorsa preziosa. Bisogna guardare piuttosto dentro le resistenze del presente: nel movimento Donna Vita Libertà in Iran, nelle pratiche femministe e comunitarie argentine, nelle lotte che già contengono nuclei di un mondo diverso. Il dibattito si è chiuso così, non con una sintesi, ma con un compito. Costruire un nuovo internazionalismo significa ripetere questo esercizio di traduzione politica: non scegliere tra blocchi, non scambiare l’anti-imperialismo per assoluzione dei regimi, non ridurre la solidarietà a dichiarazione morale. Significa tenere insieme resistenza e liberazione, sopravvivenza e organizzazione, difesa dei diritti e invenzione di nuove forme democratiche. Questo articolo è stato pubblicato su Global Project il 18/06/2026. Immagine di copertina: Belo (Sherwood Foto). I video degli interventi possono essere visti cliccando qui. L'articolo Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione proviene da EuroNomade.
June 24, 2026
EuroNomade
Mehdi Bouzguenda è stato liberato
Dopo quasi tre settimane di detenzione illegale,  Mehdi Bouzguenda è stato liberato e si è ricongiunto con i suoi amici e la sua famiglia in Tunisia. Festeggiamo la sua libertà, ma dieci dei nostri volontari rapiti rimangono detenuti a Bengasi . Il loro rilascio immediato non è negoziabile. E non sono soli.  Quasi 10.000 prigionieri palestinesi sono detenuti dal regime israeliano. Ogni singolo giorno, decine di migliaia di persone in tutto il mondo sono detenute ingiustamente, i loro diritti ignorati, le loro sofferenze invisibili. Non distoglieremo lo sguardo. Nessuno di noi è libero finché non lo siamo tutti. Mobilitiamoci. Continuiamo a fare pressione. Global Sumud Flotilla
June 8, 2026
Pressenza
La scomparsa di Edgar Morin, una riflessione sul suo pensiero
Per quanto sia difficile sintetizzare in pochi elementi la ricerca dell’intellettuale e sociologo francese Edgar Morin (Parigi, 8 luglio 1921 – 29 maggio 2026), scomparso all’età di 104 anni, circondato da diffuso riconoscimento quale uno dei più autorevoli e influenti intellettuali del Novecento francese, è tuttavia possibile individuare gli elementi cardine della sua traiettoria intellettuale.  Si tratta di una traiettoria che ha disegnato un percorso esistenziale lungo un secolo e una traccia epistemologica di grande impatto nell’arco della seconda metà del XX e dell’inizio di questo XXI secolo, situata a crocevia tra sociologia, filosofia (con particolare riferimento all’epistemologia, spinta al punto da abbracciare la riflessione conoscitiva ed esistenziale sulla più vasta dimensione umana, e quindi connotata di ampi tratti di epistemologia umanistica) ed ecologia (nel senso più profondo che può essere assegnato a tale orientamento disciplinare, quale scienza delle relazioni e interazioni che intercorrono tra i viventi e i contesti ambientali, e anche come scienza degli ecosistemi, che, in quanto sistemi complessi di interazione, non può fare a meno della dimensione propria della complessità).  È possibile individuare, nella sua traiettoria, alcuni fattori influenti, che, se da un lato caratterizzano in maniera più spiccata il nucleo della sua riflessione, individuano in maniera più nitida, dall’altro, le sue componenti più incisive nella storia della ricerca sociale della seconda metà del XX secolo. Fondamentale fu, nella sua vicenda esistenziale e nella sua maturazione intellettuale, la scelta partigiana. Prese parte alla Resistenza antifascista: fu tenente delle forze combattenti, membro del Partito Comunista Francese dal 1941, tra i protagonisti della Liberazione di Parigi del 1944. È qui che matura la prima piena consapevolezza intorno ai destini dell’umano e alla complessità della dinamica sociale; ed è qui che trova conferma la sua collocazione politica a sinistra, tra le forze di progresso: aveva maturato il proprio orientamento socialista sin dai tempi del Fronte Popolare; militò nel Partito Comunista Francese dal 1941 al 1951; tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta tornò a una più forte relazione politica con il Partito Socialista Francese e, del resto, aveva conosciuto François Mitterrand sin dai tempi della Resistenza. Abbiamo cioè di fronte la figura di un intellettuale a tutto tondo, capace di unire all’esercizio intellettuale l’impegno pubblico, come dimostrò anche il suo impegno, negli anni Cinquanta, contro la Guerra in Algeria.  Il suo primo contributo fondamentale, a partire dalla distinzione da lui istituita tra “cultura” (il complesso dei saperi elaborati che caratterizza una determinata comunità) e “civiltà” (il processo di trasmissione delle conoscenze da una generazione all’altra e da una comunità all’altra), è l’elaborazione intorno alla (e finalizzata alla) “riforma del pensiero”. Il punto di partenza è avvertito nell’esigenza di un approccio contemporaneo alla questione del pensiero, all’elaborazione, formazione e, in definitiva, educazione del pensiero, educazione alla conoscenza. Il punto di arrivo è la formulazione di una teoria del pensiero non semplicemente in grado di abbracciare la dimensione della complessità, ma propriamente in grado di rispecchiare e organizzare tale complessità: è il nucleo fondamentale della sua teoria del “pensiero complesso”.  Si tratta, cioè, di superare la divisione e la frammentazione del pensiero: da un lato, la divisione del sapere nei due campi del sapere “umanistico” e del sapere “scientifico”; dall’altro, la frammentazione del sapere in mille discipline separate, che finiscono per privare il soggetto della capacità di comprendere, interpretare e trasformare i fenomeni nella loro articolazione e interrelazione, dialogica e dialettica, e lo rendono, di conseguenza, non un “intellettuale”, bensì un “esperto”, limitato a una conoscenza parziale, settoriale, incapace di fare i conti con le sfumature e le complessità. La conseguenza di tale postura è, inevitabilmente, la deresponsabilizzazione del conoscitore-esperto: se, da un lato, l’esperto “perde la capacità di concepire il globale”, il cittadino, dall’altro, “perde il suo diritto alla conoscenza piena” e l’intellettuale, avulso dalla complessità, smarrisce la capacità di penetrare il reale e di ingaggiare la sfida nella società per la sua trasformazione.  Il tema della educazione alla cultura viene quindi a declinarsi propriamente nei termini della educazione alla complessità. Si tratta, legato al precedente, del secondo contributo fondamentale della ricerca sociale di Morin: il principio della complessità. Il pensiero è complesso e allude a un vero e proprio “pensiero della complessità”, perché deve essere in grado di stabilire le interrelazioni tra le diverse discipline del sapere e i diversi fenomeni del reale, integrando unità e molteplicità, contrastando separazione e frammentazione, ma anche fissità e sclerotizzazione della conoscenza. La dinamica sociale risponde altresì al medesimo principio: essa è intrinsecamente complessa e la “politica della civiltà” ha tra i suoi compiti quelli di promuovere la conoscenza e l’interazione tra le culture e di costruire relazione e dialogo tra le civiltà, stabilendo gli opportuni nessi con le dinamiche di contesto.  Lontano da approcci sociali ideologici, Morin è convinto che l’indicazione qualitativa possa e debba prevalere sulla propensione meramente quantitativa, privilegiare il “meglio” anziché il “maggiore”, definire, a seconda dei contesti, dove far prevalere la dimensione della crescita e dove lasciar spazio al contenimento della crescita, e orientare nel senso della civiltà propriamente umana. È il principio della città dell’uomo, che porta con sé la tesi della “umanizzazione della città”. Rispecchia, tale principio, il motto che, in ambito pedagogico, resta tra i suoi lasciti più memorabili, la preferenza nei confronti di “una testa ben fatta anziché una testa ben piena”: non accumulazione delle conoscenze, bensì capacità, in base alla facoltà di organizzare e articolare, di definire il terreno della ricerca, di stabilire nessi e relazioni.  Da qui si giunge al terzo suo tema fondamentale: l’individuazione dei saperi necessari all’educazione. I saperi necessari sono sette: conoscere modi e forme della conoscenza; sviluppare una conoscenza globale, le questioni nella loro globalità e i fenomeni nei rispettivi contesti; conoscere la condizione umana, vale a dire la dimensione di complessità che è propria dell’identità (individuale e collettiva); conoscere l’identità terrestre e il destino planetario, la tesi della cosiddetta “terrestrità”, proprio perché il destino umano e il destino terrestre, planetario, non possono essere separati; la consapevolezza della dimensione di incertezza, o anche, con una formulazione tanto suggestiva quanto efficace, “apprendere a navigare in un oceano d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza”; educare alla comprensione, nella duplice direzione, della “responsabilità” e della “cittadinanza”; educare alla complessità della persona umana, in quanto soggetto in un contesto sociale, culturale, planetario, e in quanto articolazione e inter-connessione di individuo, parte di una società e parte di una specie. Anche questa interpretazione porta con sé una sfida di eminente carattere politico: in quanto individuo-parte di un contesto relazionale, di una società, si afferma l’esigenza e l’urgenza della democrazia; in quanto soggetto-parte di società e specie, si impone uno sguardo sulla umanità come “comunità umana di destino condiviso”, come comunità planetaria.  Educazione, società, cultura sono dunque le tre parole chiave che forse, meglio di altre, definiscono lo spazio della sua ricerca. Non è un caso che, nell’ambito della sua ricerca pedagogica, i suoi tre saggi fondamentali, “La testa ben fatta” (1999), “I sette saperi necessari all’educazione del futuro” (2000) e “Insegnare a vivere” (2014), abbiano ricevuto il patrocinio dell’Unesco, proprio perché attrezzano una grammatica dell’educazione alla conoscenza e dell’educazione alla cultura all’altezza delle sfide della complessità e della cittadinanza planetaria. E così, il suo saggio più complesso, “Il Metodo” (1977-2004), in sei volumi, delinea i termini fondamentali della ricerca complessiva, sin dal tema di ciascun tomo: La Natura della Natura; La Vita della Vita; La Conoscenza della Conoscenza; Le Idee; L’Umanità dell’Umanità: l’Identità Umana; L’Etica. Cosa resta dunque della riflessione di Morin? Si tratta di una miriade di spunti di estrema attualità: contro le separatezze e il pensiero diviso, l’idea di una unica umanità, di un destino condiviso, di un pensiero guidato dall’etica e dalla responsabilità, di una battaglia necessaria a difesa della democrazia.  Gianmarco Pisa
May 30, 2026
Pressenza
Thiago e Saif liberati ed espulsi da Israele
Questa mattina, 10 maggio 2026, gli avvocati di Adalah hanno confermato la notizia che attendevamo da ieri: Thiago Avila e Saif Abukeshek, rapiti e arrestati in acque internazionali nella notte tra il 29 e il 30 aprile e detenuti in condizioni durissime in un carcere israeliano per più di una settimana sono stati liberati ed espulsi dal Paese. Secondo fonti della Global Sumud Flotilla, Saif, palestinese con cittadinanza spagnola, è stato portato ad Atene, da dove proseguirà per Madrid, mentre Thiago passerà dall’Egitto e da lì prenderà un volo per il Brasile. La loro liberazione è senz’altro frutto della mobilitazione internazionale e delle pressioni dei governi spagnolo e brasiliano, mentre il governo italiano ha brillato come al solito per inerzia e complicità con Israele, nonostante i due attivisti viaggiassero a bordo di una barca battente bandiera italiana. Le barche della flotilla scampate all’assalto israeliano sono arrivate a Marmaris, in Turchia, dove si terrà un’assemblea per decidere come proseguire la missione per rompere l’assedio illegale di Gaza. Le hanno raggiunte cinque imbarcazioni greche e altre ancora provenienti dalla Turchia. Redazione Italia
May 10, 2026
Pressenza
Giorgio Marincola: «patria significa libertà e giustizia».
di Bruno Lai 4 maggio 1945: Giorgio Marincola muore combattendo per la libertà dell’Italia. Con l’insurrezione generale del 25 aprile del 1945, l’Italia dovrebbe essere liberata dall’occupante tedesco e dai criminali fascisti. Ma non è così dappertutto. Entro il 1° maggio quasi tutta l’Italia settentrionale è liberata grazie al coraggioso sacrificio dei patrioti antifascisti, i partigiani dei diversi orientamenti politici.
«Non siam scappati più»
di Bruno Lai 29 aprile 1945: nasce Paolo Pietrangeli. In un certo senso, potremmo considerare Paolo Pietrangeli un “figlio d’arte”. I genitori, infatti, sono il regista Antonio Pietrangeli e la montatrice cinematografica Margherita Ferrone. Paolo Pietrangeli è un intellettuale poliedrico, che svolge un ruolo fondamentale per la cultura italiana del secondo Novecento. Pietrangeli è, prima di tutto, un uomo di
Macerie su Macerie – PODCAST 27/04/26 Di Liberazione, Resistenza e guerra civile
A due giorni dalla Festa della Liberazione, questa puntata di Macerie su Macerie entra nelle crepe della memoria ufficiale per far emergere una parte della complessità simbolica della Liberazione. Prendendo avvio dal caso di Torino, dove l’insurrezione contro l’occupazione si sviluppò tra il 26 e il 28 aprile 1945, il racconto si allontana dalla retorica della data catartica per accennare al ritmo reale degli eventi, fatto di combattimenti urbani, decisioni collettive e di una varietà di tensioni sociali legate alla lotta contro il nazifascismo, che si riveleranno inconciliabili poco dopo la guerra. A guidare questa lettura è il lavoro del partigiano e storico Claudio Pavone (1920-2016), con il suo libro Una guerra civile, che interpreta la Resistenza come un intreccio di guerre, patriottica, civile e di classe, offrendo uno sguardo più profondo sulle tensioni che attraversavano l’Italia di allora e che permangono tutt’oggi. Tra vuoti di potere, incertezza istituzionale e nascita di nuove forme di legittimità, il quadro del biennio 1943-1945 descritto da Pavone appare umano e morale più che politico e storico.
April 28, 2026
Radio Blackout - Info
Macerie su Macerie – PODCAST 27/04/26 Di Liberazione, Resistenza e guerra civile
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