Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazioneDi ANTONIO PIO LANCELLOTTI
Il primo dibattito del lunedì di Sherwood Festival 2026 si è aperto con una
formula che suona come necessità politica: oltre i blocchi. Sul Second Stage,
voci dall’Iran, dal Venezuela e dall’Argentina hanno affrontato una delle
principali domande che attraversano i movimenti in questa fase storica: come
opporsi all’imperialismo senza trasformare l’anti-imperialismo in assoluzione
dei regimi? Come rifiutare la grammatica delle potenze? Come costruire un
internazionalismo che non sia la memoria statica del Novecento, ma pratica viva
dentro le lotte di oggi?
Sandro Mezzadra, introducendo e moderando l’incontro, ha collocato la
discussione dentro l’attuale congiuntura di guerra. La proliferazione dei
conflitti, il genocidio a Gaza, la militarizzazione dell’economia, della società
e della politica compongono un regime globale che restringe gli spazi della
possibilità ed è in aperto dialogo con i disegni neoautoritari che attraversano
diverse aree del mondo.
Per questo, un progetto politico contro la guerra deve innanzitutto ricostruire
un orizzonte internazionalista che nasca dalle lotte sociali, dai movimenti di
resistenza, dalle soggettività che in diverse parti del pianeta si sottraggono
alla logica dei blocchi. Iran, Venezuela, Argentina sono stati così attraversati
non come “casi” geopolitici, ma come luoghi in cui il regime di guerra incontra
corpi, territori e movimenti.
La prima voce è stata quella di Sara, attivista iraniana per i diritti delle
donne. Il suo intervento ha rifiutato ogni semplificazione, raccontando cosa
significhi vivere in Iran dentro emozioni difficili da tradurre politicamente:
l’amore per il proprio Paese, il desiderio di una vita dignitosa, la lotta
contro un regime corrotto e repressivo, ma anche il terrore di vedere il proprio
quartiere trasformato in bersaglio militare. Il suo attivismo, ha ricordato, è
iniziato con il calcio: nel 2005, quando l’Iran si qualificò ai Mondiali, la
richiesta era semplice e radicale insieme, il diritto delle donne di entrare
negli stadi. Nella sua testimonianza, quella battaglia ha assunto un significato
che andava ben oltre lo sport. Rivendicare l’accesso agli stadi significava
affermare il diritto delle donne a occupare lo spazio pubblico e, allo stesso
tempo, mostrare un volto dell’Iran diverso da quello che domina nel racconto
internazionale. Attraverso questa esperienza, Sara ha cercato di riportare al
centro la vita quotidiana di milioni di persone che studiano, lavorano, si
innamorano, costruiscono relazioni e lottano per i propri diritti. Un modo per
sottrarre l’Iran alle rappresentazioni che lo riducono esclusivamente a
conflitto geopolitico, programma nucleare o repressione, cancellando la
complessità della società e le aspirazioni di chi cerca semplicemente di vivere
una vita libera e dignitosa.
La sua esperienza racconta il contrario. Durante le proteste di gennaio, mentre
il regime interrompeva internet e comunicazioni, in strada si costruivano forme
immediate di solidarietà: persone diverse marciavano insieme, si proteggevano,
aprivano le case per offrire rifugio. Fuori dall’Iran, invece, prendevano spazio
l’incitamento alla violenza, le molestie online, l’idea che chi non sosteneva il
ritorno della monarchia fosse automaticamente dalla parte della Repubblica
islamica. La guerra di questi mesi ha reso tutto ancora più chiaro: le bombe
possono colpire figure del regime, ma non distinguono tra un comandante, un
bambino a scuola, una persona in palestra o un vicino che dorme. La guerra ferma
la vita, e quando la vita normale diventa impossibile è il regime stesso a
trarne vantaggio.
> Si può combattere ogni giorno la Repubblica islamica e, allo stesso tempo,
> rifiutare che la propria liberazione passi attraverso le bombe di un’altra
> potenza.
Il passaggio al Venezuela ha mostrato una risonanza evidente. Anche qui la
questione non è scegliere tra il governo Maduro e l’intervento
imperialista. Ángel Arias, sociologo e sindacalista venezuelano, ha parlato da
un Paese che definisce sottoposto a dominazione neocoloniale: una subordinazione
imposta con le bombe e resa possibile dal collaborazionismo di un personale
politico proveniente dal chavismo, un tempo capace di parlare il linguaggio
dell’anti-imperialismo e oggi, secondo Arias, ridotto ad amministrare un
protettorato statunitense.
La sua posizione è stata netta: nessun sostegno al governo Maduro, combattuto
duramente dai movimenti, ma nessun cedimento all’intervento degli Stati Uniti.
Dopo i bombardamenti di gennaio, ha spiegato, si sarebbe aperto un controllo
neocoloniale sull’economia venezuelana: appropriazione del petrolio,
autorizzazioni concesse dall’esterno, pagamenti su conti statunitensi, modifiche
legislative richieste da Washington. Il Venezuela diventa così un tassello della
competizione globale per energia, oro, terre rare, risorse naturali. Dentro
questi ingranaggi, ha detto Arias, la vita concreta delle persone non conta
nulla.
Arias ha poi spostato la questione sul terreno internazionale della lotta di
classe: i rapporti di forza non si definiscono soltanto dentro i confini. Le
mobilitazioni per la Palestina, il “blocchiamo” tutto in Italia, il movimento No
Kings, le rivolte contro l’ICE in California e Minnesota, la ribellione popolare
boliviana indicano che la crisi sistemica del capitalismo mondiale non produce
solo fenomeni reazionari come Milei o Trump. Produce anche radicalizzazioni dal
basso, possibilità di risposta, rotture. Per questo la resistenza è
indispensabile ma non sufficiente: bisogna tornare a pensare una strategia che
porti alla vittoria delle classi sfruttate e impoverite.
L’Argentina ha portato il dibattito su un altro terreno della stessa
guerra. Rosalia Pellegrini, militante delle organizzazioni contadine, del
femminismo popolare e campesino e di Ni Una Menos, ha descritto l’ascesa di
Milei come espressione di un malessere sociale profondo e di una crisi egemonica
delle forme tradizionali di mediazione. L’Argentina aveva già conosciuto nel
2001, con l’Argentinazo, una crisi simile: allora ampi settori popolari
risposero costruendo movimenti di disoccupati, fabbriche recuperate, assemblee
di quartiere, organizzazioni comunitarie.
> Oggi la crisi prende la forma di un progetto ultraneoliberale che combina
> posizioni proprie dell’estrema destra e una visione radicale del libero
> mercato.
Per Pellegrini le nuove destre non promettono davvero un miglioramento della
vita della maggioranza. Propongono una società modellata dalla competizione
individuale e dal mercato come principio ordinatore di ogni relazione. Non è
casuale che il governo Milei parli continuamente di battaglia culturale,
arrivando perfino a recuperare Gramsci per spiegare la necessità di costruire
egemonia. La disputa è sul senso comune, e la destra riesce a condurla perché
intreccia malesseri reali, frustrazioni accumulate, errori delle forze popolari,
dei partiti, dei sindacati e delle stesse organizzazioni sociali.
La promessa del libero mercato, ha sostenuto Pellegrini, è però anche la
principale debolezza del progetto. Salute, istruzione, lavoro, cura,
riproduzione quotidiana della vita non sono mai stati garantiti dal mercato. La
vita si sostiene attraverso reti di cooperazione, solidarietà, mutualismo.
La nuova destra, invece, offre un trasferimento di ricchezza e beni comuni verso
i settori concentrati del potere economico e territoriale: indebolimento delle
politiche pubbliche, attacco ai diritti conquistati, avanzata sui territori e
sugli ecosistemi. La “politica della crudeltà” consiste nella normalizzazione
dell’idea che i più poveri siano superflui, senza diritto a sostegno, diritti o
vita dignitosa. Nonostante la repressione, il femminismo argentino resta per
Pellegrini un esempio di capacità politica: organizzare la rabbia, costruire
alleanze e scegliere l’assemblea come spazio di decisione.
Non si tratta solo di resistere, ma di organizzare il comune. Produzione
agroecologica, saperi indigeni e campesini, difesa degli ecosistemi, reti
comunitarie di cura, solidarietà e cooperazione compongono una politica della
sostenibilità della vita. Da qui nascono domande scomode, ma centrali: quante
forme democratiche e istituzionali vanno difese, e quante invece hanno segnato i
limiti dei progetti emancipatori? Difendere i diritti resta essenziale, ma il
compito non può limitarsi a restaurare l’ordine precedente. Occorre immaginare
nuove forme di democrazia, nuove organizzazioni collettive, nuove forme di
potere popolare.
È da queste risonanze che Michael Hardt, in collegamento da Seattle, ha raccolto
il filo conclusivo. Sara e Arias, ha osservato, hanno mostrato che si può
contestare nello stesso tempo l’imperialismo e il regime repressivo del proprio
Paese. L’anti-imperialismo, da solo, non è una politica: deve essere riempito. E
Angel e Rosalia hanno mostrato, ciascuno a suo modo, che la resistenza non basta
se non apre un orizzonte di liberazione.
Hardt ha poi allargato la riflessione al livello mondiale, a partire
dal memorandum tra Iran e Stati Uniti emerso nelle notizie di quelle ore. Non
una pace, piuttosto il possibile ritorno al regime di guerra precedente, ma
comunque un passaggio utile a leggere due elementi fondamentali. Il primo è il
limite del potere militare statunitense e israeliano, la rottura dell’immagine
di invincibilità delle loro macchine di guerra. Il secondo è il ruolo del
mercato mondiale nel produrre questi limiti.
> La minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, ha spiegato, ha funzionato
> come una forma di pressione globale: anche una potenza dotata di produzione
> energetica interna come gli Stati Uniti non può sottrarsi al mercato mondiale
> del petrolio.
In questo senso, la guerra non può essere compresa soltanto dentro la cornice
nazionale o bilaterale: è sempre presa dentro catene, mercati, dipendenze e
rapporti di forza globali.
Da qui la necessità di pensare l’internazionalismo come pratica concreta e
multilivello. La base, per Hardt, resta quella dei movimenti e delle resistenze:
la lotta contro il genocidio in Palestina, le tende nei campus universitari
statunitensi, i blocchi dei porti in Italia, le manifestazioni di piazza, la
Flotilla come simbolo immediato di un internazionalismo di resistenza. Ma questo
livello non esaurisce il campo. Hardt ha richiamato anche il ruolo di alcune
iniziative statali e sovranazionali: il Sudafrica davanti alla Corte
internazionale di giustizia, le prese di posizione di Colombia, Spagna e
Irlanda, il terreno ambiguo ma non irrilevante del diritto internazionale, che
in questi anni ha mostrato insieme la propria impotenza e la possibilità di
essere forzato, innovato, usato per legittimare parole e categorie politiche, a
partire da quella di genocidio.
L’internazionalismo, però, non nasce semplicemente dall’individuazione di un
nemico comune. Non basta dire “imperialismo americano” per costruire una
politica condivisa. Serve, ha detto Hardt, una vera e propria “macchina di
traduzione”: non solo linguistica, ma politica. Tradurre significa mettere in
relazione contesti differenti, lotte femministe, operaie, antirazziste,
ecologiste, esperienze di resistenza che non sono identiche e non devono
diventarlo. L’internazionalismo non cancella l’eterogeneità, la attraversa.
Costruisce connessioni senza ridurre tutto a un’unica grammatica, sapendo che
liberazione operaia, liberazione femminista, liberazione antirazzista e
liberazione ecologica non coincidono automaticamente, ma possono imparare a
parlarsi.
L’ultimo passaggio è stato forse il più esigente.
> Se esiste già un internazionalismo della resistenza, oggi bisogna avere il
> coraggio di pensare anche un internazionalismo della liberazione.
Proprio nei tempi più duri, quando per molti popoli la sopravvivenza sembra
l’unico obiettivo possibile, Hardt ha sostenuto la necessità di non abbassare
l’orizzonte. Liberazione può voler dire inventare nuove forme democratiche di
vita comune, nuove forme di cooperazione sociale, una rottura con
l’individualismo obbligatorio che il capitalismo impone come destino. Per
cercarne le tracce non serve nostalgia per i movimenti del passato, anche se la
storia internazionalista delle lotte di liberazione resta una risorsa preziosa.
Bisogna guardare piuttosto dentro le resistenze del presente: nel
movimento Donna Vita Libertà in Iran, nelle pratiche femministe e comunitarie
argentine, nelle lotte che già contengono nuclei di un mondo diverso.
Il dibattito si è chiuso così, non con una sintesi, ma con un compito. Costruire
un nuovo internazionalismo significa ripetere questo esercizio di traduzione
politica: non scegliere tra blocchi, non scambiare l’anti-imperialismo per
assoluzione dei regimi, non ridurre la solidarietà a dichiarazione morale.
Significa tenere insieme resistenza e liberazione, sopravvivenza e
organizzazione, difesa dei diritti e invenzione di nuove forme democratiche.
Questo articolo è stato pubblicato su Global Project il 18/06/2026. Immagine di
copertina: Belo (Sherwood Foto). I video degli interventi possono essere visti
cliccando qui.
L'articolo Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione proviene
da EuroNomade.