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Inventare il comune - Sovvertire il presente

Teiko, numero Uno
"Teiko" n. 1: un insieme di strumenti per pensare politicamente il mondo in cui viviamo L'articolo Teiko, numero Uno proviene da EuroNomade.
Intervista a Michael Hardt: “Trump gioca sul ricatto globale permanente, caos e confusione sono la sua tattica”
di ANTONIO MUSELLA. riproponiamo l’intervista a Michael Hardt pubblicata su Fanpage il 12 gennaio 2026 L’attacco al Venezuela, la minaccia alla Groenlandia, in politica estera, i blitz armati degli uomini dell’ICE nelle principali metropoli del paese in politica interna, in questo modo Donald Trump sta cambiando, apparentemente senza possibilità di ritorno, le politiche globali in […] L'articolo Intervista a Michael Hardt: “Trump gioca sul ricatto globale permanente, caos e confusione sono la sua tattica” proviene da EuroNomade.
Spotify: il braccio musicale del tecnofascismo
Oggi la posta in gioco dell’intelligenza storico-collettiva è la modalità materiale della produzione e condivisione culturale L'articolo Spotify: il braccio musicale del tecnofascismo proviene da EuroNomade.
Chile: dalla dignità a Colonia Dignità
Il Cile rappresenta oggi un capitalismo sempre più distruttivo, che alterna progressismi sempre più limitati e fascismi sempre più audaci L'articolo Chile: dalla dignità a Colonia Dignità proviene da EuroNomade.
TRUMP A CARACAS
di SANDRO MEZZADRA Per una volta non si può dire che la “strategia di sicurezza nazionale” statunitense sia soltanto un manifesto retorico. Secondo le linee che avevamo descritto poche settimane fa, l’“operazione militare straordinaria” dell’amministrazione Trump in Venezuela ha posto in atto il “corollario” alla Dottrina Monroe enunciato in quel documento. La rottura rispetto al diritto internazionale, la liquidazione di ogni sistema “basato sulle regole” è apertamente rivendicata. E come ha notato Celso Amorim, diplomatico brasiliano di lungo corso e primo consigliere del Presidente Lula in materia di politica estera, nelle parole di Trump non c’è alcun tentativo di “dissimulare” le ragioni dell’intervento. Petrolio, risorse, pieno dominio sull’“emisfero occidentale” ed esclusione di ingerenze “straniere” (si legga “cinesi”, in primo luogo): nessuna menzione per i diritti umani e per la democrazia appare più necessaria. Il regime di guerra globale inaugurato dall’invasione russa dell’Ucraina conosce con la seconda amministrazione Trump una torsione ormai apertamente imperialistica. Frenati dal peso del debito e incapaci di esercitare un’egemonia globale, gli Stati Uniti puntano a ridefinire gli spazi per la proiezione della propria potenza politica, militare ed economica – prima di tutto ristabilendo il loro controllo sull’America latina, che si era in qualche modo allentato dopo la fine della guerra fredda. Altrove, in Asia occidentale, il compito di riorganizzare un dominio regionale è affidato a Israele, mentre il genocidio di Gaza non sembra ostacolare nuove alleanze con le monarchie del Golfo. La Russia e soprattutto la Cina potrebbero approfittarne, costruendo le proprie geografie regionali di potenza, mentre Paesi come l’India e la Turchia avrebbero a loro volta l’opportunità di fare il proprio gioco. Sono solo pochi cenni al mondo che si intravede seguendo le scie degli elicotteri, degli aerei e dei droni che hanno attraversato il cielo di Caracas nella notte tra il 2 e il 3 gennaio. Il multipolarismo centrifugo e conflittuale che aveva preso forma all’indomani della crisi finanziaria del 2007/8 (e delle guerre statunitensi in Iraq e in Afghanistan) sembra mutarsi in un mondo nuovamente diviso in blocchi, l’uno contro l’altro armato. Nulla vi è tuttavia a ricordare l’età della guerra fredda, quando secondo il celebre detto di Raymond Aron la pace era impossibile ma la guerra improbabile. Troppo profonda è l’interdipendenza nel mondo di oggi, in primo luogo sotto il profilo del funzionamento del modo di produzione capitalistica. E i blocchi sono in formazione, tutt’altro che delimitati da stabili linee di confine. La guerra è destinata a segnare la congiuntura, tanto nel processo di formazione dei blocchi quanto – come possibilità sempre data – tra di essi. La guerra, del resto, non si limita alle operazioni militari contro altri Stati. Si diffonde sempre più, secondo una geometria variabile, anche nelle società e nelle economie: questo intendiamo parlando di regime di guerra. Non può sfuggire, e Trump lo ha affermato direttamente, il nesso tra un’operazione come quella condotta a Caracas e l’invio dei militari nelle grandi metropoli statunitensi, a copertura degli sgherri dell’ICE e delle deportazioni di massa dei migranti. La violenza è il segno distintivo di un progetto che punta a determinare un allineamento delle forme di vita, delle modalità di espressione, delle forme di cooperazione cancellando gli spazi di dissenso, libertà e uguaglianza. È la logica bellica del blocco, nella forma specifica in cui si manifesta oggi negli USA: a spingerla sono trasformazioni profonde del capitalismo, nel segno del monopolio, sia esso quello di Big Tech e delle grandi piattaforme infrastrutturali o quello delle compagnie petrolifere, “le più grandi al mondo” come ha ricordato Trump. I processi che abbiamo sommariamente descritto pongono un’ipoteca pesantissima sullo sviluppo delle lotte sociali e sulle prospettive di trasformazione politica in ogni parte del mondo. Lo avvertono con chiarezza, in questo momento, i movimenti, le forze di sinistra e i governi progressisti in America latina. La mobilitazione contro l’intervento statunitense in Venezuela non può che guardare, pur nella consapevolezza della difficoltà, alla ricostruzione di una prospettiva regionale capace di contrastare la nuova dottrina Monroe statunitense. Ma la questione è più generale: nel momento in cui si ridisegnano con violenza gli spazi globali, di fronte al regime globale di guerra quella che siamo abituati a chiamare politica internazionale diventa una dimensione essenziale della politica interna. È all’altezza di questa sfida che dobbiamo ridefinire il modo in cui pensiamo e pratichiamo la politica, su qualsiasi scala. Abbiamo parlato spesso in questi ultimi anni della necessità di un nuovo internazionalismo. Lo straordinario movimento contro il genocidio a Gaza, tra settembre e ottobre, ne ha dato in Italia una prima esemplificazione. L’intervento statunitense in Venezuela ci spinge a proseguire su quel terreno e contemporaneamente ad approfondire la ricerca e la sperimentazione. Reti e mobilitazioni internazionali, rapporti tra forze politiche, pratiche di solidarietà, attenzione a quel che si muove sullo stesso piano istituzionale: tutto questo è necessario. Ma per spezzare il regime di guerra globale, il nuovo internazionalismo deve vivere nella quotidianità, deve farsi interno alle lotte e ai comportamenti sociali, deve orientare la costruzione di rapporti e modi di cooperazione che esprimano un radicale rifiuto della guerra, una diserzione capace di tradursi efficacemente in sabotaggio. Liberare le nostre vite dall’ipoteca della guerra indica oggi il terreno generale su cui dobbiamo disporre la nostra azione. Non è qualcosa che possa essere separato (magari per affermarne la “priorità”) dall’insieme delle lotte sociali, sul tema dell’abitare, della difesa degli spazi, del salario, del rifiuto del patriarcato e del razzismo, della giustizia climatica. Non può che attraversare tutte queste lotte, mentre soltanto da esse deriva la propria forza affermativa. Nuovo internazionalismo significa anche far vivere il rifiuto della guerra in una mobilitazione di quartiere o contrastare l’autoritarismo di un governo nazionale. Significa poi inventare nuovi spazi di azione politica, che per noi sono anche gli spazi europei nella crisi e nel disfacimento degli assetti istituzionali dell’Unione. È su questa molteplicità di livelli che dobbiamo imparare ad agire e pensare per fermare la guerra e aprire nuovi spazi per la trasformazione sociale. L'articolo TRUMP A CARACAS proviene da EuroNomade.
L’Ilva di Taranto
di LIDIA GRAZIELLA MARINO. Come direbbe Henri Lefebvre, seguendo il pensiero di Marx, in Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre (1975), là dove vi è una statualità, che predetermina una realtà economica, in base a determinati saperi, sarebbero questi stessi saperi che andrebbero verificati nei suoi elementi basici, da parte della comunità di riferimento presente in quel territorio. Questo sarebbe da applicarsi anche nel caso dell’ex-Ilva di Taranto, una realtà che ha avuto nella sua evoluzione storica e nella sua determinazione socio-economica contraddizioni rilevanti, date dal contesto in cui essa è situata. Questa fabbrica, infatti, è stata collocata in una realtà del Sud e sorse come tentativo di rendere questa parte di territorio italico, e specificatamente Taranto, una realtà industriale globale e protratta nel futuro, favorita da quel porto, considerato elemento imprescindibile per ogni «fabbrica siderurgica e petrolchimica». Taranto, città plurimillenaria, si è vista infatti determinare la propria storia in gran parte attraverso questa sua peculiare posizione strategica sul territorio e attraverso il tramite delle proprie rotte marittime e di terra. Questo luogo di stazionamento gli aveva consentito infatti di diventare crocevia di culture, le quali incontrandosi e intersecandosi, avevano determinato un’evoluzione di questa città, anche a livello architettonico e urbanistico, di grande interesse, con una pluralità di stili architettonici veramente peculiari, che rendeva e rende questa città di mirabile interesse. Di grande interesse sono anche le periferie, formatesi successivamente ad un’urbanizzazione prorompente, dettata da un’immigrazione forzata. Esse sembrano detenere, al loro interno, per come sono state pensate e per come sono state costruite, «un’intelligenza collettiva» non indifferente, una capacità tutta tarantina, di progettare modalità di organizzazione delle esistenze singole, accompagnandole e accompagnandoli nella loro quotidianità. Sembrano sintomatiche, queste periferie, di un intelletto collettivo presente, che ha consentito la formazione di squarci di realtà urbani «stilisticamente» di grande interesse. Costituisce quello che Marx definirebbe la “fissazione della differenza [che] rappresenta […] il punto di svolta, il quale è definito dalla diversità essenziale, ossia da ciò che è storicamente determinato” (Zanini 2025, 139). In questo senso vi sono interessanti pagine sulla modalità di estensione di questa città, in L’acciaio in fumo – L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, di Salvatore Romeo, che descrisse, storicamente, l’organizzazione di questa estensione della città di Taranto sul suo attuale territorio. Alessandro Leogrande, in Fumo sulla città, 2013, descrisse, inoltre, come l’espansione sul territorio della città di Taranto fosse stato caratterizzato da un’urbanizzazione «selvaggia», conseguente ad una repentina crescita della popolazione, che provenne da luoghi adiacenti alla città di Taranto. Questa popolazione pervenne come manovalanza, prima dell’Arsenale, che costituì, in questa città, un rilevante complesso militare-industriale, fino alla fine della seconda guerra mondiale, accogliendo esigenze di politiche statali. Successivamente, sopravvenne l’industria siderurgica, che assieme alle industrie petrolifere, furono considerate nuova panacea produttiva di questa realtà cittadina. Nella maggior parte, questa popolazione immigrata era caratterizzata da singoli individui, aventi storie e culture folkloristiche diverse, senza una storia collettiva, ed erano prevalentemente contadini, sottoproletari, o persone che avevano sempre svolto mansioni considerate umili. Provenivano da diversi territori quali quelli della Basilicata, del Salento e della Calabria. Leogrande definì questa popolazione tarantina come “composta da un magma denso ed eterogeneo, strappato dalle proprie radici, gettato in un contesto già di per sé irrazionale e illogico, distribuito e compresso sul territorio”. La caratterizzava inoltre con: “Assenza di legami storici. Assenza di legami sociali, esistenziali. Assenza di legami politici” (Leogrande 2013, 112-113). Questo favorì la formazione di una mentalità piccolo borghese consumistica, a cui non fu data l’opportunità di dover convergere in un substrato comunitario, che potesse accomunare questa popolazione in un destino collettivo. L’analisi di Leogrande, in Fumo sulla città, 2013, risulta essere interessante, inoltre, in quanto tale analisi è indicativa di un elemento culturale che caratterizzava questa città, definito come compreso all’interno di un continuo dualismo tra ricerca di realtà di assistenzialismo e ricerca di una parvenza di costruttivismo: “Le crisi al Sud non mettono in crisi la conservazione: la rafforzano, estendendo le sue maglie ideali. Più una società appare instabile, più è stabile il consenso verso lo status quo” (Leogrande 2013, 116). In L’acciaio in fumo di Salvatore Romeo, l’autore svolse un’attenta analisi sulla storia della fabbrica, facendo convergere la storia della fabbrica e la storia della città e facendo confluire, queste due realtà descritte, in un mirabile affresco rappresentativo di una storia contradittoria, sospesa tra un dover essere ed un poter essere: “Necessità e provvisorietà sono in definitiva i poli di una dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai nostri giorni. D’altra parte, proprio sulla sua «necessarietà» in rapporto alle esigenze del paese Taranto aveva fondato la sua identità fino a quel momento. Una condizione che, nella crisi, si ribaltava in provvisorietà, cioè in radicale mancanza di senso. Necessità e provvisorietà sono in definitiva i poli di una dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai giorni nostri. Il presupposto di tutto questo è un modello di sviluppo che in diversi momenti si dimostra estremamente aperto all’orizzonte nazionale, ma altrettanto separato dalla dimensione territoriale. L’identità della Taranto moderna è un corollario di quello che il paese assume nelle diverse fasi della sua trasformazione, mentre resta sullo sfondo il rapporto col contesto locale, in particolare con le campagne circostanti” (Romeo 2019, 32). In La forma Stato – Per la critica dell’economia politica della Costituzione, Toni Negri ha ben chiara questa convergenza tra realtà statuale ed economica, rilevando il limite di tale organizzazione, avendo egli la consapevolezza della sua necessaria trasformazione attraverso la formazione di un contropotere reale interno alla società: “La produzione capitalistica si sussume la società intera, le impone la forma d’impresa – e con ciò nega e distrugge tutte le condizioni formali della conflittualità fra le classi” (Negri 2012, 25). Pur tuttavia nella crisi degli anni Ottanta una nuova narrazione prese piede quale quella per la quale “l’insediamento dell’Arsenale, prima, e del siderurgico dopo, non erano più considerati momenti attraverso i quali Taranto aveva rafforzato il suo legame, con lo Stato unitario e con l’economia nazionale, traendo una potente spinta propulsiva, bensì episodio di una sottomissione rispetto alla quale le classi dirigenti locali erano state accondiscendenti” (Romeo 2019, 226). Era dunque una forma peculiare di sussunzione della forza lavoro al capitale, attuata dalla classe politica e manageriale: “All’interno di questo processo di produzione capitalistico, la relazione tra cose si scioglie e si mostra per ciò che è, un rapporto di sfruttamento di lavoro vivo da parte del lavoro morto: forma capitalistica della produzione di merci” (Zanini 2025, 166). Il lavoro morto del capitale costante sembra infatti aver preso il sopravvento sul lavoro vivo in questa parte di realtà tarantina, una realtà che sembra non riesca ancora a rendersi artefice del proprio futuro: ““La proprietà del lavoro morto di essere mezzo di comando sul lavoro vivo appare non solo come inerente in sé e per sé ai mezzi di produzione, ma addirittura come proprietà che a essi compete in quanto cose” (Zanini 2025, 181)” Inoltre, oltre a quello che si definirebbe una sussunzione del lavoro vivo al lavoro morto del capitale, l’astrazione dell’attività lavorativa renderebbe capitale morto anche “l’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, […] nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio” (Zanini 2025, 185). Il lavoro vivo della manovalanza risulta essere quindi totalmente messo in subordine “venendo ridotti […] a momento certamente indispensabile, ma subalterno, rispetto al lavoro scientifico generale” per il quale “l’abilità parziale dell’operato individuale scompare come un infimo accessorio dinanzi alla scienza e al lavoro sociale di massa” (Zanini 2025, 187-190). Questa analisi risulta essere rilevante dal momento in cui tale rappresentazione della realtà economica e della sua evoluzione, metterebbe in rilievo le motivazioni, che determinerebbero la continuazione di questa produzione industriale, anche là dove non ve ne sarebbe assolutamente bisogno come merce, non solo a livello nazionale, ma anche a livello internazionale. Inoltre, vi sarebbe da chiedersi come possa effettivamente sopravvivere una popolazione di quasi duecento mila abitanti, che abbia una popolazione attiva di ottomila/diecimila lavoratori, nel settore della siderurgia, senza che parte di tale popolazione debba migrare, considerando anche il fatto che investire, in una popolazione ammalata, sarebbe difficile per qualsiasi imprenditore, che avesse consapevolezza del proprio ruolo. Ulteriormente, questa perduranza di questa fabbrica, – nonostante questa realtà estremamente problematica, poiché risulterebbe responsabile dell’20% di anidride carbonica dispersa in Italia, del 62% di mercurio italiano disperso nel mare di Taranto e dell’8% della diossina emessa in tutta Europa (Leogrande 2013) – incrocia diverse cause quali: l’assenza di opportunità lavorative alternative, che abbiano medesimi diritti retributivi, riconosciuti in ambito lavorativo; l’assenza di una classe sindacale, che si immedesimasse maggiormente nella classe operaia, e non in quella della dirigenza politica e industriale; la presenza di una ricchezza fortemente sperequata distribuita, con presenza di importanti realtà nobiliari anche imprenditrice; la presenza di una classe politica che aveva e ha difficoltà a gestire una realtà così complessa come quella di Taranto. Inoltre, questa strutturazione dell’economia cittadina, con «la monocultura siderurgica» ha determinato l’affermarsi di aziende locali, prevalentemente, in tre settori: l’edilizia, le attività che erano connesse in funzione tecnica-funzionale alla siderurgia; le attività della meccanica che erano legati anch’essi al settore della siderurgia. I settori tradizionali, quali l’abbigliamento, il tessile, il mobilio, le calzature erano invece «sottodimensionate». Infatti, quello che contraddistinse l’evoluzione di questa città, dirà Romeo, fu una “propensione alla speculazione immobiliare e il carattere parassitario dell’impresa” (Romeo 2019, 117). Questa fabbrica apparirebbe oggi come un destino ineluttabile di questa città: prima Italser, poi Ilva, nel 1989, successivamente privatizzata prima con i Riva, nel 1995, e poi con ArcelorMittal, nel 2015, dopo essere stata commissariata, nel 2013. Con questa nuova «nazionalizzazione» attuale della fabbrica e con una «parallela ricerca» di nuovi proprietari, farebbe pensare ad una storia infinita, che non trova alcun precedente nelle storie delle fabbriche siderurgiche. Tuttavia, ciò è stato reso possibile attraverso continue reiterazioni di AIE, Autorizzazione Integrata Ambientale, compiute da parte dei vari governi e con il tramite di «decreti leggi» ad hoc, concepiti sempre dai diversi governi, anche là dove esistevano grossi limiti di opportunità, sia dal punto di vista ambientale e sia dal punto di vista delle opportunità di vivere in un ambiente salubre, da parte della popolazione tarantina. Anche dal punto di vista occupazionale, questo settore produttivo non sembra dare quelle stesse opportunità lavorative durature e reali, come in passato. Molto efficaci sono le parole che trova Rondinelli, nell’introduzione del libro Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto di Raffaele Cataldi, in cui egli afferma: “[…]viviamo lo sgomento di scelte di Stato reiteratamente irresponsabili, come posizionare ai vertici del commissariamento delle fabbriche dirigenti coinvolti in infortuni mortali e per essi condannati, chi in via definitiva chi in primo grado; come pianificare impianti ulteriormente impattanti, rigassificatori e dissalatori, pur di tenere legato alla canna del gas un impianto giunto da tempo a fine corsa ma ancora in grado di consentire larghi profitti” (Rondinelli 2025, 10). Interessante è anche il recente film, Palazzina Laf, di Michele Riondino, del 2023, che costituirebbe una rappresentazione adeguata di quello che avveniva in quella fabbrica, in termini di mobbing, nei riguardi dei lavoratori. In, Malesangue, è stato dato rilievo, inoltre, ad una figura importante, ancora ricordata nei diversi momenti di raduno di questa città, che è quella di Massimo Battista, lavoratore Ilva, che aveva subito forme di disumanizzazione in ambito lavorativo, come vien ben descritto in un documentario, Conta le Barche di Cardellicchio e Giusto. L’assenza della politica, e il suo più totale silenzio su quello che avveniva e avviene in questa fabbrica e nella città di Taranto, costituisce una delle grandi responsabilità di questa parte della politica, che si è conclusa con diverse condanne da parte della «Corte di Giustizia dell’Unione Europea» (CGUE) e della «Corte Europea dei Diritti dell’Uomo» (CEDU), per «disastro ambientale» della città di Taranto e per le «condizioni di salute» della popolazione tarantina e questo nonostante il «colpevole silenzio» della politica nostrana. Inoltre, a dare rilevanza mediatica alla situazione epidemiologica della popolazione tarantina e sul livello di inquinamento ambientale presente a Taranto, vi fu una sentenza della magistratura, del 26 luglio 2012, in cui il giudice per le indagini preliminari, di Taranto, decise di emettere «un’ordinanza di sequestro» agli impianti dell’area a caldo, considerati come quelli maggiormente inquinanti. Inoltre, vennero anche sequestrate due tonnellate di laminati pronti ad essere commerciati, in quanto prodotti da un impianto inquinante. Parallelamente, vi fu l’inchiesta della procura chiamata Ambiente svenduto, che si occupava di indagare i «livelli d’inquinamento» prodotti da questa fabbrica siderurgica. Queste azioni della magistratura furono rilevanti anche solo nel rendere consapevole alla popolazione tarantina di quanto la presenza di questa fabbrica fosse pericolosa per «essa stessa» e di cosa volesse dire avere una fabbrica siderurgica nella propria città, con questa «classe aziendale e politica». Alla sentenza del 2012, seguirono grandi manifestazioni di protesta, da parte degli operai della fabbrica, che scesero nelle strade a manifestare il loro diritto al mantenimento di questa attività lavorativa, e parimenti manifestarono il loro diritto a lavorare in un ambiente salubre. Questa sentenza si inseriva infatti in un contesto che conosceva: la disoccupazione del sud, con un tasso effettivo del 25,6%; una contrazione del Pil del 6,1%, tra il 2007 e il 2011, e con una conseguente riduzione dell’occupazione dell’11% nello stesso periodo (Rapporto Svimez: Le sfide del Mezzogiorno: industria, città, ambiente, 2012, (Leogrande 2013)). Sulla legittimità nel proseguo di questa produzione si pronuncerà anche la corte costituzionale, nel 2013, decretando come l’ennesimo decreto «salva Ilva» non fosse anti-costituzionale, derogando dalla sentenza del tribunale di Taranto, poiché rientrava nella possibilità del legislatore legiferare su tale materia, purché venissero recepite le indicazioni dell’Aia, del 2012. Nel 2015, fu introdotto, nel decreto «salva Ilva», lo «scudo penale», abrogato nel 2019, e, nel 2017, fu ceduta ad ArcelorMittal società italo-indiana. Sarà questa fabbrica nuovamente commissariata, nel 2024. Interessante fu come dopo la sentenza del 2012, vi fossero state, da parte della cittadinanza, una loro propria organizzazione, con la formazione di «collettivi e associazioni», che avevano la finalità di cogliere e organizzare prospettive diverse e maggiormente salubre per questa «città tarantina»: in quel periodo nacque Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. Nei decenni successivi vi furono, da parte della popolazione tarantina, tramite manifestazioni e convegni, predisposti da diverse associazioni e collettivi, molti sforzi nel cercare di dichiarare l’urgenza nel rendersi indipendenti, a livello produttivo, da l’«infausta realtà industriale siderurgica». Tra questi si può ricordare: Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, Peacelink, FLMUniti – CUB, Giustizia per Taranto, Tamburi Combattenti, Taranto Respira, TuttaMiaLaCittà, Acli Taranto, Associazione GiorgioForever, Comitato Legamjomic, Collettivo Morricella, Comito Niobe, ISDE Medici per l’ambiente Massafra, Movimento TuttaMiaLaCittà, singole e singoli cittadine/i. Inoltre, questi stessi gruppi hanno elaborato un primo Piano Taranto, che incontra ancora riguardevoli continuazioni programmatiche, da parte di cittadini e cittadine, che cercano ancora di rintracciare destini di possibile evoluzione di questa città, rendendosi consapevoli e protagonisti di un «cambiamento necessario e rilevante della struttura socio-economica» della città tarantina. Tra questi si può ricordare: T.R.A.C.C.E. – Taranto Rigenerata Attraverso Cultura, Comunità ed Ecologia di Gladys Spiliopoulos, Giada Marossi, Giuseppe Barbalinardo; Exit – La via d’uscita di Antonello Cafagna e Stefania Semitaio. Bibliografia: Cataldi R. 2025, Malesangue – Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto, Alegre, Roma; Leogrande A., 2013, Fumo nella città, Fandango Libri, Roma; Lefebvre H, 2025, Hegel Marx Nietzsche o il regno delle ombre, DeriveApprodi, Bologna Romeo S., 2019, L’acciaio in fumo – L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi, Donzelli Editore, Roma; Zanini A, 2024, Filosofia economica – Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche, DeriveAprodi, Bologna. L'articolo L’Ilva di Taranto proviene da EuroNomade.
Un autunno costituente
di NA HABY STELLA FAYE. Riprendiamo da Global Project questa intervista doppia ad Anna Guerini e Rossella Puca pubblicata il 23 dicembre 2025. Il movimento contro il genocidio in Palestina ha dato uno scossone a questo paese. Un movimento che per partecipazione, maturità del discorso e radicalità nelle pratiche, farà senz’altro la storia. Sono passati più di due mesi dal “weekend lungo” del 3-4 ottobre, due giornate che hanno visto 3 milioni di persone scendere in piazza. Questa intervista doppia ha l’ambizione di mettere a sistema o, quantomeno, in dialogo tra loro, le diverse prospettive e riflessioni emerse durante questi mesi. Milioni di persone sono scese in piazza contro il genocidio in Palestina; indubbiamente, tuttavia, il discorso di questo movimento è andato oltre il caso singolo, e ha messo al centro il rifiuto della normalizzazione della guerra, dello sterminio di massa e del dominio coloniale come elementi costitutivi di un nuovo ordine globale. La Palestina Globale di cui parla Ilan Pappé infatti definisce da una parte l’Israele globale, ovvero la generalizzazione a livello sistemico dei principi e degli strumenti del fascismo coloniale rappresentato dal regime israeliano, dove il concetto stesso di diritto si restringe sempre di più. Dall’altra, invece, la Palestina globale dei movimenti, dei popoli che intessono alleanze radicali contro la violenza del regime di guerra e genocidio. Quali sono i nodi fondamentali a cui guardare per comprendere i processi di questo movimento? Anna Guerini – Intanto vi ringrazio per avermi proposto questa intervista doppia con Rossella. Secondo me possiamo iniziare — non ancora in un’ottica propriamente storica, perché per quella servirà molto più tempo — quantomeno a cogliere ciò che questo movimento ha innescato.  E possiamo riconoscere le difficoltà che stiamo incontrando nel mantenerlo vivo, e ragionare sugli snodi e sui momenti di difficoltà e di impasse. Prima di passare a questo, parto con un aneddoto. Sono reduce dal Convegno Internazionale Marxista-femminista a Porto e tra le varie compagne con cui mi è capitato di parlare,  molte condividevano con me e le altre italiane lo stupore e l’ammirazione per le piazze del lungo weekend del 2-3-4 ottobre, che a ben vedere inizia il 22 settembre. Insomma mi restituivano una gioia immensa nel vedere le piazze italiane. Evidentemente la mobilitazione italiana ha avuto una diffusione, dal punto di vista dell’immagine della potenza, che va ben oltre i confini italiani ed europei. Non ci siamo neanche noi resi conto del tutto della specificità di quello che è successo, perché non è stato dappertutto così. Questo ci porta a chiedere che cosa abbia funzionato particolarmente bene dal punto di vista dell’attivazione di quella mobilitazione, che cosa è scattato e che cosa ci consente di tenere vivo il processo che in quelle settimane si è innescato. Credo che il punto di partenza fondamentale sia stata una sorta di indignazione generalizzata che ha coinciso con il momento apicale del genocidio e la mobilitazione della Flottiglia che, per il suo carattere “civile” e “umanitario” diciamo così, ovviamente rendeva la brutalità del genocidio e più complessivamente l’impunità di Israele ancora più evidente. > Credo che si sia progressivamente delineata nella testa di tante/i l’idea > dell’Israele globale, e quindi il legittimo terrore che quel margine di > impunità concesso ad Israele negli ultimi settant’anni rischi di diventare il > criterio con cui le democrazie – visto che consideriamo Israele l’unica grande > democrazia del Medioriente – complessivamente possano riorganizzare il loro > intervento politico e sociale in una fase di evidente crisi. Qua ci sarebbe da discutere se si tratta di una crisi o del definitivo esaurimento di una fase politica ed economica specifica, che abbiamo definito fase neoliberale negli ultimi quarant’anni. Forse la crisi è finita e questi cambi di intervento e queste accelerazioni lo indicano. Però appunto credo che sia balenata nella testa di molti la paura che questo grado di impunità potesse rovesciarsi anche all’interno dei Paesi occidentali. Questo da un lato è positivo, ha finalmente costretto molte persone a fare i conti e guardare in faccia la violenza genocida di Israele. Aggiungo però che è sintomatico che tutta questa mobilitazione incredibile sia esplosa nel momento in cui c’erano degli attivisti in larga parte occidentali ad attraversare il Mar Mediterraneo verso le coste di Gaza con la Global Sumud Flotilla. Il tema è che quella è stata riconosciuta come una mobilitazione non violenta e umanitaria, ma in primo luogo fondamentalmente politica, unita all’invocazione molto chiara dei portuali di Genova “Se toccano la Global Sumud Flotilla, noi blocchiamo tutto”. Questo ha segnato un punto di rottura. La domanda fondamentale da porsi è: che cosa ha innescato quel quid in più che ha dato vita a quella reazione? Io credo che sia stato il rispecchiamento con chi stava sulla Flotilla, che pur nella sua azione pacifica è stato aggredito, attaccato, oggetto di veri e propri atti di terrorismo da parte del Governo israeliano e di attacchi frontali da parte dei governi occidentali. Un rispecchiamento che ci fa temere per la repressione che possiamo subire, indipendentemente dalla forma di protesta che mettiamo in campo. E questo ha segnato uno stacco, perché la retorica degli antagonisti dei centri sociali non regge più. Questo ha costretto tutti a fare i conti con quello che stava succedendo da due anni, ma più complessivamente da settant’anni, e ha avuto una ricaduta dal punto di vista dell’attivazione. Nel frattempo, il fatto che Trump sia intervenuto in modo molto netto sulla situazione e che si stia cominciando a discutere seriamente, e non più soltanto in termini astratti, di piani di riarmo dell’Europa, ha cambiato la configurazione; credo poi che uno degli altri stimoli principali sia stato il timore per i nostri salari e per la nostra capacità di sopravvivere da qui ai prossimi anni dentro un regime di guerra, che evidentemente sta imponendo delle trasformazioni che riguardano tutti.  Un’altra questione è che questo movimento ha potuto contare su una serie di processi accumulati almeno negli ultimi dieci anni, processi sociali di mobilitazione molto ampi – penso in particolare allo sciopero femminista, visto che ieri era il 25 di novembre, e al movimento per il clima, che hanno riattivato lo strumento dello sciopero, restituendogli una dimensione sociale, che in questi lunghi weekend è tornato ad essere fondamentale anche all’interno del fronte sindacale. In entrambi i casi erano scese in piazza delle composizioni sociali molto ampie. Quel tipo di attivazione, sommata ai processi di attivazione e agli spazi politici che le strutture di movimento da anni tengono vivi, ha consentito di estendere la mobilitazione in modo inimmaginabile. Rossella Puca – Io partirei da un punto che di solito crea imbarazzo negli ambienti istituzionali: il crollo di credibilità del diritto internazionale davanti al genocidio in Palestina. Non è un dettaglio esterno al movimento, anzi. Perché ciò che è successo nell’ultimo anno – e che milioni di persone hanno percepito con una chiarezza sorprendente – è che le norme poste a tutela dell’umanità si sono rivelate incapaci di vincolare il potere quando il potere è alleato dei Paesi centrali dell’ordine mondiale. Immagine iconica su tutte le altre: La Corte Penale Internazionale emette un mandato di arresto contro Netanyahu; ma il suo aereo con lui dentro, sorvola senza ostacoli gli spazi aerei europei. Ora, se il diritto penale internazionale è valido solo per gli Stati “periferici”, ciò che viene meno non è una procedura, ma la sua natura di diritto: perché un diritto che si applica a geometria variabile diventa immediatamente un atto politico travestito da norma. Allo stesso modo, venendo ora al ruolo dell’ONU questo si è ridotto all’impotenza strutturale: risoluzioni ignorate, veti permanenti, appelli umanitari continuamente disattesi. L’ONU ha mostrato di essere un luogo dove il linguaggio del diritto sopravvive come forma, ma sembra quasi non possedere più alcun potere conformativo. Poi c’è il tema dei notissimi doppi standard. Nel caso della guerra Russa-Ucraina abbiamo assistito a un ricorso quasi immediato all’apparato sanzionatorio, al linguaggio della responsabilità internazionale dello Stato aggressore, alla mobilitazione retorica di “valori comuni” da difendere. Nel caso palestinese, dinanzi ad un genocidio quello stesso apparato è stato silenziato o usato in modo simbolico. > Questo non è solo ipocrisia: è la dimostrazione che l’ordine giuridico > internazionale non è un sistema, ma un campo di forza in cui prevale > l’interesse geopolitico. Il movimento ha colto tutto questo con lucidità: la percezione condivisa è che, quando i crimini vengono commessi da chi detiene un ruolo centrale nell’economia globale della guerra, il diritto non interviene. E non interviene perché sembra non sia stato costruito per farlo. Il diritto, qui, ha smesso di essere strumento di limite: è diventato strumento di legittimazione dell’impunità. Parallelamente, abbiamo assistito all’azione degli Stati che, invece di perseguire la violazione del diritto, hanno perseguito chi la denuncia. Si sono viste misure disciplinari nelle scuole, tentativi di censura dell’autonomia scolastica ed universitaria, denunce contro i manifestanti o anche solo identificazioni per aver sventolato bandiere della Palestina o per aver pronunciato parole considerate indesiderabili. È un rovesciamento radicale: non si reprimeva quella violenza – quel genocidio, ma chi provava a renderli visibili. Ecco perché, secondo me, il nodo fondamentale per comprendere questo movimento è che le persone hanno percepito un fatto essenziale: quando il diritto è incapace di proteggere le vite che dovrebbe proteggere, allora l’unico luogo in cui può essere difesa la giustizia è lo spazio pubblico. Il movimento è stato questo: la rivendicazione collettiva di un’etica della responsabilità che il diritto internazionale ha abbandonato. Durante questa ondata di mobilitazioni, è stato posto l’interrogativo centrale dell’organizzazione, ed in particolare della sfida per le strutture di mettere a disposizione i propri strumenti, favorendo l’attivazione e la mobilitazione senza soffocarla con gli identitarismi. Che ruolo hanno avuto strutture e organizzazioni in questa fase? Che ruolo hanno invece avuto i percorsi nazionali che nell’anno passato hanno visto l’attivazione di migliaia di persone contro l’autoritarismo e la repressione del dissenso, come, ad esempio, quello contro il DdL – poi Decreto – Sicurezza? Anna Guerini – Rispetto al ruolo delle strutture, questo movimento ha posto un tema rispetto all’organizzazione. Dobbiamo fare una riflessione su diversi piani: ciascuno di noi ha conosciuto prevalentemente i contesti in cui si è mobilitata, per cui bisognerebbe capire se le mobilitazioni sul piano locale sono state uguali, se i processi si assomigliano tutti – cosa che non credo. Credo che alcuni processi innescati nel mio territorio siano stati particolarmente efficaci. Le strutture di movimento, ad esempio, hanno mostrato disponibilità a tenere aperto lo spazio politico, uno spazio di confronto, di dialogo e di messa a disposizione non passiva, ma organizzativa, di strumenti, conoscenze e pratiche di piazza. Ciò ha consentito di organizzare delle mobilitazioni che hanno rivendicato un certo grado di “illegalità”. La pratica del blocco non era scontata fino a qualche tempo fa, e forse il fatto che qualunque tipo di mobilitazione, anche la più pacifica e umanitaria, venga attaccata con le bombe a ultrasuoni, ha fatto capire che si può provare a spingere in questo senso. Altrettanto importante è stato lo sforzo per mettere in comunicazione una serie di realtà e di singoli che altrimenti sarebbero stati dispersi, dando un contributo in termini di organizzazione ecosistemica, se vogliamo usare i termini di di Rodrigo Nunes. Le assemblee cittadine a Padova sono state uno strumento formidabile in questo senso. Ovviamente facendo tesoro di una serie di mobilitazioni degli ultimi anni. Anche le università sono state centrali. Erano due anni che le e gli studenti, riunite in collettivi, occupavano le università contro il genocidio in Palestina, costruendo un discorso politico che alla fine, faticosamente, si è affermato perché si è rivelato corretto dal punto di vista dell’analisi. E quindi l’organizzazione ha messo a disposizione l’aspetto dell’intelligenza e della costruzione di un ragionamento collettivo, senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato quello spostamento dal punto di vista della potenza della mobilitazione. > Cosa rimane da fare adesso? Credo che il problema sia cercare di individuare > gli elementi di scarto rispetto ai due anni precedenti. Il tema che poneva Rossella sul diritto internazionale secondo me è fondamentale. Il campo giuridico si sta rivelando un campo di contesa sempre più esposto alla trasformazione. Da un lato, il diritto internazionale si è rivelato per quello che è storicamente – uno strumento con un forte impianto ed eredità coloniale. Questa volta, però, proprio i Paesi del cosiddetto “Sud Globale” hanno avviato i processi contro Netanyahu per genocidio, rilanciando l’attività e la funzione politica del diritto internazionale, provando a rovesciarne il segno. Nel momento in cui il diritto internazionale si è rivelato per quello che è, la mobilitazione ha fatto sua la grammatica e l’ha usata come strumento politico dal basso. È un campo di contesa che ci potrebbe consentire di fare un passo in avanti, per non limitarci a rivendicare e rimpiangere la sovranità liberale o il sistema del diritto internazionale.  > Credo che dalle piazze venga l’indicazione di tenere aperti processi ampi e > spazi di confronto, facendo passare il messaggio che non è il momento di > muoversi da soli con iniziative scollegate che rischiano di mettere in > discussione quegli stessi processi e depotenziarli, compromettendo mesi di > lavoro politico. Un’ultima cosa: il problema che stiamo identificando sempre più precisamente è quello del regime di guerra, e dei modi in cui sta implodendo nei nostri Paesi, dalla manovra finanziaria, agli annunci sulla leva, ad una serie di trasformazioni che riguardano l’università. Il problema è identificare i punti di attacco a quello che abbiamo chiamato Israele globale e capire come mobilitarci efficacemente in questo senso. Rossella Puca – La questione dell’organizzazione, in questa fase, è stata decisiva. Ma non nel senso classico dell’organizzazione come struttura compatta-gerarchica, dotata di una linea congressuale e di un piano. È emersa invece una forma di organizzazione non identitaria, che ha funzionato proprio perché non ha cercato di capitalizzare politicamente la mobilitazione. Le strutture – quelle che già esistevano, in Italia dai centri sociali alle reti antirazziste, fino alle realtà sindacali di base  – hanno avuto un ruolo che definirei “di servizio”, nel senso più alto e politico del termine: mettere a disposizione strumenti, spazi, competenze, reti di cura e di difesa legale, senza pretendere di dirigere la dinamica. > Le organizzazioni che hanno saputo leggere questa fase hanno capito una cosa > molto semplice: l’energia sociale non si governa, si accompagna. E > accompagnarla significa rinunciare a trasformarla in identità. Questo movimento non voleva un soggetto che parlasse al posto suo. Voleva, semmai, una cornice in cui agire, un’infrastruttura che rendesse possibile l’emersione spontanea di una politica che è stata al tempo stesso radicale e popolare. E qui entra in gioco anche l’altra parte della domanda: il ruolo dei percorsi contro l’autoritarismo e la repressione dell’ultimo anno. Io credo che quei percorsi siano stati una sorta di precondizione politica. Le mobilitazioni contro il DdL Sicurezza, contro l’inasprimento delle pene, contro la criminalizzazione del dissenso, hanno prodotto due cose fondamentali: – una grammatica condivisa sulla repressione, cioè un lessico comune per riconoscere le forme del potere – tramite i convegni studi che non avevano nulla di accademico… – una rete fondamentale di soggetti – giuristi, attivisti, collettivi, insegnanti, studenti – capaci di attivarsi rapidamente. Quando la piazza palestinese è esplosa, queste reti erano già col motore acceso. E si è visto nelle pratiche: dalla gestione dei fermi alla lettura politica delle denunce, dalla protezione delle scuole autorganizzate alla capacità di disinnescare l’uso strumentale delle retoriche dell’antiterrorismo, all’essere presenti compatti in vari territori: dal porto di Venezia sino alla piazza di Bologna, passando per la manifestazione di Udine contro la partita Italia-Israele. Senza quel lavoro precedente, il tentativo di soffocare la mobilitazione avrebbe avuto un peso molto maggiore. In questo senso, direi che strutture ed il percorso anti deriva autoritaria hanno permesso al movimento di non essere solo emotivo, ma di essere politicamente solido e ben radicato. Come abbiamo visto in questi mesi, la controparte si sta riorganizzando. Dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra finanziaria che mette al centro il riarmo, a discapito dei servizi e del welfare, senza prevedere investimenti strutturali per contrastare povertà e disuguaglianze. Di fronte a questo scenario, quali saranno le sfide per i movimenti? Rossella Puca – Le misure che stanno avanzando – dal DdL Gasparri al piano casa, fino a una manovra centrata sul riarmo e priva di investimenti strutturali contro povertà e disuguaglianze – non sono episodi isolati. Indicano una tendenza precisa: lo Stato sta riorganizzando il proprio impianto politico-giuridico in chiave di governo della crisi, e il costo di questa riorganizzazione ricade quasi interamente sui diritti sociali e sulle forme di conflitto (l’intervista è stata fatta prima dello sgombero del centro sociale Askatasuna, le cui modalità ricadono pienamente in questa strategia ndr). Accanto a questo livello più visibile c’è un versante meno appariscente ma non meno rilevante: quello della riforma della giustizia presentata come aggiornamento tecnico ed efficientista. La promessa è quella di una giustizia più rapida e accessibile. La realtà è un processo di razionalizzazione autoritativa, in cui la velocità diventa il pretesto per ridurre garanzie sino ad arrivare chissà ad ampliare gli strumenti discrezionali della magistratura requirente del pm. È una trasformazione culturale prima che normativa: la giustizia smette di bilanciare poteri e tende a diventare un dispositivo amministrativo di ordine pubblico. Su questo sfondo si colloca anche il dibattito referendario costituzionale che ci attende. Non è un dettaglio tecnico né uno scontro tra addetti ai lavori: è il tentativo di fissare in Costituzione un rapporto più verticale tra società e istituzioni, dentro un contesto in cui la spesa sociale arretra mentre il settore militare avanza. > Ridurre i contrappesi mentre si espandono sicurezza, repressione e riarmo > significa ridefinire il patto democratico in senso difensivo: lo Stato si > protegge, non protegge. Le elezioni regionali confermano una tendenza chiara ma non monolitica. La destra è strutturalmente forte, soprattutto dove riesce a intercettare paure materiali e una domanda diffusa di stabilità. Ma non vince ovunque, e questo è significativo: soprattutto nel Mezzogiorno emergono spazi politici che non si allineano automaticamente al blocco di governo, territori in cui gli effetti concreti delle politiche nazionali – tagli al welfare, alla sanità – sono percepiti in modo più immediato. La frattura Nord/Sud non esprime solo differenze economiche: evidenzia modelli diversi di relazione con lo Stato, diverse forme di aspettativa sociale. Per i movimenti, questo significa che il campo non è chiuso. È discontinuo quindi in un certo senso attraversabile. Le sfide, allora, si giocano su due piani intrecciati. Sul terreno giuridico, comprendere come il diritto stia cambiando funzione: non più limite al potere, ma strumento per stabilizzare un modello di governo fondato su sicurezza, austerità e militarizzazione. Ma le nostre battaglie non devono essere solo difensive: saranno battaglie per produrre diritto, per imporre principi e pretese che oggi non trovano spazio nella cornice istituzionale. Sul piano sociale-territoriale, ricostruire solidarietà reali dove il welfare arretra. Non in termini assistenzialistici-cattolici, ma in termini politici: reti che sappiano fare ciò che lo Stato non fa più, e che allo stesso tempo denuncino in senso critico il perché non lo fa. Per quanto riguarda lo sguardo generazionale, una parte consistente della generazione politica attiva, oggi non si sente minimamente rappresentata dal discorso istituzionale dominante, ma non vive però il conflitto come un’eccezione: anzi, lo vive come il modo normale di stare nel presente. Questa è la vera forza del momento: la capacità di non lasciarsi definire dal quadro dato, ma di produrre nuovi linguaggi che il quadro non riesce a contenere. È da qui che passa la sfida dei movimenti, non solo opporsi, ma spostare il campo. E farlo con l’ambizione – sempre più concreta – di ridisegnare ciò che oggi viene raccontato come inevitabile. Anna Guerini – Parto dall’ultima cosa che ha detto Rossella. Questa ambiguità del diritto ha prodotto uno scarto nella posizione degli Stati, tanto che abbiamo l’occasione per provare ad andare oltre ai quadri giuridici, politici e sociali di cui può venire nostalgia in un momento come questo. L’obiettivo può essere, in questo caso, superare e forzare quegli stessi quadri. La riforma della giustizia è un’altra questione fondamentale. Io ovviamente non ci torno, viste le competenze che ha Rossella, però mi sembra che sia assolutamente interna alla trasformazione complessiva a cui stiamo assistendo, e che sta avvenendo molto rapidamente. Essa riguarda da un lato la cancellazione dei limiti: la crisi viene stabilizzata come tale, senza che si abbia la necessità di risolverla. Dall’altro, assistiamo all’accentramento sempre maggiore dei poteri esecutivi. L’abbiamo visto con il DDL sicurezza, con il suo impianto repressivo del tutto specifico, che aveva come obiettivo proprio quelle forme di solidarietà diffusa che si sono attivate nei mesi scorsi. La proposta di riforma della governance universitaria è altrettanto emblematica. Se uniamo la riforma della giustizia, la proposta del premierato – l’altro grande obiettivo del Governo Meloni – il decreto sicurezza, i vari DDL Gasparri/Del Rio, e questo testo sull’università, l’obiettivo sembra essere la riorganizzazione dei poteri dello Stato, al fine di riorientare complessivamente i flussi economici e finanziari dentro l’economia di guerra. Per questo silenziare l’opposizione sociale alla guerra è tanto importante. Mi soffermo su questa ennesima riforma dell’università del Governo Meloni, che si aggiunge a quella sul reclutamento e sull’ASN. La riforma della governance degli atenei, che ha l’obiettivo di consolidare i rettori, raddoppia la durata del rettorato e introduce la conferma quasi per acclamazione, e nel frattempo depotenzia pesantemente i Senati accademici e punta a inserire un membro del Governo dentro il CdA di Ateneo – attacca quindi le già deboli e problematiche “istituzioni intermedie”, che in un modo o nell’altro, fungevano appunto, da limiti, da argini. Sembra che persino le attribuzioni dei fondi premiali agli atenei saranno strettamente vincolate alle valutazioni ministeriali. > È un attacco frontale all’autonomia universitaria, che acquisisce uno > specifico peso in questo momento, visto che l’università è stata e continua ad > essere una fucina di elaborazione di pensiero critico, di opposizione al > genocidio, al regime di guerra, al governo. Ora: questa riforma fa venire nostalgia meccanismi e organismi che abbiamo giustamente avversato per 15 anni. Penso ad esempio all’ANVUR o all’ASN. Il problema non è rivendicare il ritorno alla riforma Gelmini, che era un disastro e ha distrutto l’università. Il problema è cogliere l’occasione per fare un passo in avanti e ripensare complessivamente le istituzioni sociali, perché questo è un momento in cui, forse, lo possiamo fare. Serve un grande sforzo di elaborazione, di immaginazione e ragionamento politico collettivo. Una riflessione analoga vale per la manovra finanziaria, attraversata, ad esempio, da una linea marcatamente patriarcale: le donne figurano solo come madri,, hanno diritto ad essere “ricompensate” solo perché tali e l’obiettivo sembra essere ricacciarle nel part time. Anche questo è un segno molto chiaro di che cos’è l’economia di guerra e di come va organizzandosi la società a partire dalla sua riproduzione. Abbiamo veramente davanti dei campi molto ampi di lavoro politico. Dobbiamo evitare la trappola della nostalgia per il vecchio e dedicarci a immaginare il nuovo. L'articolo Un autunno costituente proviene da EuroNomade.