Source - EuroNomade

La scuola nella società di guerra. Produzione di soggettività tra tempo, comando e usi
di ROBERTA POMPILI. Regime di guerra e assemblaggi sociotecnici A Baiano di Spoleto si producono munizioni. L’accordo decennale sottoscritto nel 2025 fra Agenzia Industrie Difesa e KNDS Ammo Italy rafforza lo stabilimento militare e ne programma lo sviluppo tecnologico e industriale; nello stesso polo opera una collaborazione con Leonardo per munizionamento destinato alla difesa.[1] In questo caso la destinazione della produzione è dichiarata. Ma che cosa accade quando la capacità di guerra dipende da conoscenze informatiche, infrastrutture di calcolo, componenti aerospaziali e saperi che circolano anche altrove? E che cosa avviene, dentro questa trama, alla formazione di chi quei saperi li produce, li apprende, li mette al lavoro? Mi interessa partire dalla presenza delle Forze armate negli istituti, documentata dalle inchieste dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, per seguire anche ciò che accade nell’organizzazione del lavoro e della formazione. Gli accordi con il Ministero della Difesa, le attività di orientamento e le collaborazioni con aziende militari restano oggetti immediati della critica. Ma ricerca, industria, lavoro e formazione partecipano anche a un processo più ampio: vi si producono conoscenze e tecnologie e, inseparabilmente, si formano soggettività, relazioni con il sapere, modi di cooperare e di riconoscere o contestare l’autorità. È su questo terreno che la destinazione della conoscenza diventa una questione politica. L’espressione guerra atmosferica, utilizzata da Sandro Mezzadra, restituisce qualcosa di questa congiuntura: la guerra continua ad avere luoghi concreti, corpi esposti in modo radicalmente diseguale, territori distrutti; nello stesso tempo, la sua preparazione modifica priorità economiche, investimenti tecnologici, discorsi pubblici e forme di governo anche lontano dai fronti. Parlare di regime di guerra significa interrogare la stabilizzazione di questo orizzonte, quando la sicurezza diventa criterio di selezione delle spese, la produzione industriale viene riorganizzata in funzione della disponibilità militare e l’insicurezza della vita quotidiana può alimentare nuove domande di protezione e disciplina. L’accelerazione di questa fase è riconoscibile dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 e nella successiva riorganizzazione delle politiche europee di difesa. Nel 2024 la spesa militare dei ventisette Stati dell’Unione ha raggiunto 343 miliardi di euro, il 19 per cento in più rispetto al 2023; nel marzo 2025 il Libro bianco europeo sulla Defence Readiness 2030 ha posto al centro dell’azione pubblica il rafforzamento della base industriale e dell’innovazione tecnologica per la difesa.[2] Questi passaggi danno consistenza materiale al regime di guerra: investimenti, capacità produttive, priorità tecnologiche e linguaggi della sicurezza acquistano una durata che eccede le singole decisioni. Le riforme scolastiche che comprimono i tempi e concentrano il comando hanno una genealogia neoliberale anteriore a questa accelerazione; nella congiuntura attuale incontrano però un campo di forze che ne può orientare le finalità e rafforzare la subordinazione del sapere alla domanda produttiva. La guerra non ne costituisce l’origine unica: interviene sulle condizioni storiche nelle quali quelle riforme operano. L’antropologia critica ha mostrato da tempo che la militarizzazione attraversa le istituzioni civili e la vita ordinaria. Catherine Lutz ne ha messo in evidenza il carattere storico e contraddittorio; Cynthia Enloe ha interrogato il lavoro quotidiano e i rapporti di genere che la sostengono; Cynthia Cockburn ha ricostruito le continuità fra gerarchie sociali e organizzazione della violenza. La militarizzazione prende forma attraverso decisioni distribuite, interessi convergenti, pratiche istituzionali e investimenti che sedimentano nel tempo. L’idea di assemblaggio sociotecnico, utile anche nella lettura di Michele Lancione dei rapporti fra università e apparati militari, permette di seguire tali connessioni senza immaginare un unico centro di comando e senza cancellare le differenze fra gli elementi coinvolti. La capacità di fare la guerra si costruisce attraverso assemblaggi sociotecnici nei quali entrano bilanci pubblici, credito, commesse, laboratori, imprese, sistemi informatici e istituzioni formative. Il comando collega attività differenti, seleziona gli investimenti, distribuisce il lavoro e imprime durata alle scelte attraverso impianti, personale, brevetti, piattaforme e dipendenze industriali. La filiera mette così al lavoro, per finalità militari, la potenza produttiva di una cooperazione che la precede e la eccede. Orientare questa potenza significa intervenire anche sulle condizioni in cui si producono soggettività: tempi dell’apprendimento, divisioni del lavoro, possibilità di decidere degli usi. La «capacità di guerra» indica questa organizzazione materiale del comando, senza attribuire una natura militare ai saperi o ai soggetti che vi vengono coinvolti. Le filiere aerospaziali e tecnologiche umbre permettono di osservare un altro livello del problema posto da Baiano. Nell’Umbria Aerospace Cluster convivono attività con destinazioni civili e di difesa. Baiano non costituisce la prova di un’unica catena di fornitura estesa a tutte le imprese del cluster. Il territorio permette invece di osservare una produzione bellica con destinazione dichiarata accanto a filiere nelle quali ricerca, componentistica, software e lavoro qualificato circolano fra usi civili e militari. Seguire le connessioni significa interrogare come il comando organizzi il lavoro sociale in una capacità di guerra, chi la finanzi e chi possa determinarne o interromperne gli impieghi. È questo il nodo del dual use. La stessa competenza di cybersecurity può difendere la rete di un ospedale o concorrere a un’operazione militare. Un sistema di visione artificiale può essere sviluppato per l’analisi di immagini diagnostiche oppure per classificare oggetti e persone in un ambiente di sorveglianza. Ma fra questi impieghi non esiste una libera intercambiabilità: cambiano dati, requisiti, infrastrutture, finanziatori, vincoli operativi e responsabilità. Le finalità penetrano nelle caratteristiche stesse della tecnica. Una capacità rimane contendibile soltanto entro condizioni materiali che occorre conoscere e, se necessario, trasformare. La riconversione resta indispensabile dove si producono armamenti. Lungo le filiere duali la questione si complica: chi può interrompere la dipendenza dalle commesse militari? Chi decide quali ricerche finanziare? Chi dispone dei saperi collettivamente prodotti e può orientarne gli impieghi? La contesa degli usi si apre dentro l’organizzazione del lavoro e della conoscenza, assai prima dell’utilizzo finale di una macchina. Poiché nessuna filiera opera senza cooperazione, apprendimento e trasformazione dei soggetti che vi partecipano, la militarizzazione incontra qui direttamente la formazione. Il suo problema politico si articola nel governo del tempo, nei rapporti di comando e nella destinazione degli usi. Il tempo della formazione e le gerarchie del comando Ogni riforma della scuola tecnica parla della necessità di avvicinare formazione e lavoro. Ma la domanda che proviene dal sistema produttivo non è un dato naturale: è costruita attraverso investimenti, strategie industriali, scelte pubbliche, rapporti di forza. Alcune professionalità diventano strategiche, altre perdono risorse e riconoscimento; alcune tecnologie vengono sostenute per decenni, altre rimangono senza infrastrutture. Quando questa selezione entra nella scuola sotto il nome apparentemente neutro di «domanda di competenze», una decisione politica si presenta come una necessità tecnica alla quale adeguare gli studi. La sottrazione del tempo avviene dentro un’istituzione già attraversata da gerarchie e profondamente trasformata. La scuola repubblicana non ha mai distribuito in modo eguale il potere e le possibilità di formazione: la separazione fra indirizzi, le differenze sociali, le gerarchie dei saperi e dei ruoli hanno convissuto con un’intensa cooperazione quotidiana fra chi insegna e chi apprende. I decreti delegati del 1974 avevano aperto spazi di partecipazione attraverso gli organi collegiali, senza sciogliere queste contraddizioni. Le riforme dell’autonomia e della dirigenza hanno poi modificato la distribuzione dei poteri. Il DPR 275 del 1999 ha posto flessibilità ed efficienza fra i criteri dell’organizzazione scolastica; l’articolo 25 del decreto legislativo 165 del 2001 attribuisce al dirigente poteri di direzione, gestione delle risorse e responsabilità dei risultati; con la legge 107 del 2015 il collegio dei docenti elabora il piano dell’offerta formativa sulla base degli indirizzi definiti dal dirigente, mentre il consiglio d’istituto lo approva.[3] La collegialità rimane formalmente presente, ma agisce entro rapporti di comando mutati. La divisione del lavoro educativo si accompagna così a una crescente verticalizzazione del comando. L’autonomia, promessa come capacità della comunità scolastica di decidere, può tradursi nella discrezionalità della direzione e nella responsabilizzazione individuale di chi insegna rispetto a obiettivi e risultati fissati altrove. È questa una contraddizione della scuola-impresa neoliberale: il suo funzionamento continua a dipendere da relazioni cooperative, mentre il potere di orientarle tende a concentrarsi. Insegnare, apprendere, sostenersi, costruire un laboratorio o discutere un testo richiedono iniziativa e intelligenza collettiva, che nessun organigramma riesce a produrre per decreto. La forza di tale cooperazione, tuttavia, non basta da sola a sottrarla alle gerarchie. Nell’orizzonte del regime di guerra l’assetto gestionale può conoscere una torsione più autoritaria, rendendo più agevole subordinare tempi e attività a priorità presentate come indiscutibili. Il comando sul lavoro scolastico e la subordinazione del curricolo alle esigenze produttive si incontrano nel governo del tempo: chi può disporne, interromperlo, accelerarlo, destinarlo allo studio di ciò che non produce un risultato immediatamente misurabile? La riorganizzazione dei percorsi interviene su questi rapporti di potere. La legge 121 del 2024 istituisce la filiera tecnologico-professionale 4+2, nella quale il diploma secondario può essere conseguito attraverso un percorso quadriennale, con la possibilità di proseguire nei due anni dell’ITS Academy. Dal 2026/2027, per effetto del decreto-legge 127 del 2025, convertito nella legge 164 del 2025, i percorsi della filiera entrano nell’offerta ordinamentale del secondo ciclo. I due anni successivi non rappresentano un quinto e un sesto anno di scuola comune garantiti a tutti: appartengono a un’altra istituzione e a una scelta ulteriore. La disciplina prevede inoltre contratti di prestazione d’opera con soggetti del sistema delle imprese e delle professioni per attività di insegnamento e formazione, nonché di addestramento nell’ambito delle attività laboratoriali e dei percorsi scuola-lavoro.[4] La riforma generale degli istituti tecnici disciplinata dal DM 29 del 2026 è distinta dalla filiera quadriennale, ma interviene anch’essa sul tempo e sull’organizzazione del curricolo, rafforzando il rapporto con le filiere produttive. Nell’articolo 5 contempla periodi di osservazione dei docenti presso le imprese; nell’articolo 6 istituisce i Patti educativi 4.0, attraverso cui scuole, ITS, università, centri di ricerca e soggetti economici possono condividere risorse, professionalità e laboratori. Considerate insieme, queste trasformazioni pongono una domanda che supera il conteggio delle ore: a chi appartiene il tempo della formazione? Comprimere in quattro anni un percorso che normalmente ne occupa cinque significa modificare la durata nella quale una persona può sostare su un problema, incontrare conoscenze che non aveva cercato, tornare su un errore, apprendere senza dover dimostrare immediatamente l’utilità di ciò che apprende. Le compensazioni orarie e l’intensificazione dei ritmi non restituiscono automaticamente il tempo della maturazione intellettuale. È un tempo attraversato da esitazioni, letture, discussioni, deviazioni; un tempo nel quale il giudizio può prendere distanza dal compito assegnato. Ridurre questo tempo significa intervenire sulle possibilità di diventare altro da ciò che viene richiesto. Qui emerge la linea di classe della riorganizzazione scolastica. Per chi dispone di risorse familiari, prolungare gli studi, cambiare strada, dedicare anni alla filosofia, alla storia, all’arte, alla letteratura, e perfino permettersi di non sapere ancora che cosa farà, rimane una possibilità concreta. Per altri, soprattutto quando l’istruzione tecnica e professionale viene presentata come una via rapida alla spendibilità lavorativa, lo stesso tempo rischia di apparire come un costo da comprimere. Le conoscenze che non producono un’utilità immediatamente certificabile diventano allora un privilegio distribuito secondo la posizione sociale. È in questa asimmetria che la riduzione del tempo scuola può diventare un furto alla soggettività in formazione: si sottrae a chi ne avrebbe maggiormente bisogno il tempo per acquistare distanza dalle necessità che già gravano sulla sua vita. Non c’è alcuna ragione per contrapporre il sapere tecnico alla filosofia o la formazione al lavoro alla cultura generale. Conoscere una macchina, un processo produttivo, un linguaggio informatico richiede astrazione, storia, capacità di immaginare altri impieghi; anche il lavoro può aprire domande sulla società e sul potere. La dequalificazione comincia quando l’istruzione tecnica viene ristretta all’addestramento per problemi definiti dall’impresa, e quando alle studentesse e agli studenti si chiede una crescente competenza sui mezzi senza riconoscere loro il potere di discutere e contestare i fini. La presenza dell’impresa nella formazione diventa così un problema di governo del sapere, e non soltanto di opportunità occupazionali. Chi decide che cosa sia necessario imparare? Con quali tempi? Chi può interrompere una richiesta produttiva per interrogare i suoi presupposti e le sue conseguenze? Il comando sul tempo scolastico appartiene alla tecnologia politica del regime di guerra in senso esteso. Cybersicurezza, intelligenza artificiale, aerospazio e infrastrutture tecnologiche acquistano un’importanza crescente nelle strategie industriali e di difesa. Attraverso partenariati, laboratori e indirizzi curricolari, una domanda produttiva già selezionata da investimenti e decisioni politiche può assumere il carattere di un’urgenza formativa. Le priorità del regime di guerra contribuiscono a stabilire quali competenze appaiano indispensabili e quanto rapidamente debbano essere rese disponibili. È così che la razionalizzazione dei percorsi può diventare comando sul tempo necessario a prendere distanza dal compito, a dissentire, a immaginare altri usi della tecnica. La disponibilità dei mezzi cresce; la possibilità di discutere i fini rischia di restringersi. Per questo propongo di portare a diciotto anni l’obbligo di istruzione scolastica, oggi fermo a sedici, distinguendolo dal diritto-dovere di istruzione e formazione che già arriva fino alla maggiore età.[5] Significherebbe ampliare, anziché abbreviare, il tempo pubblico sottratto alla necessità di rendersi subito disponibili al lavoro, e impedire che apprendistato precoce e percorsi aziendali sostituiscano pezzi dell’esperienza educativa. Non per separare artificialmente la scuola dal mondo produttivo, ma perché il rapporto con il lavoro possa essere conosciuto, discusso e trasformato prima di diventare un destino assegnato. Anche negli istituti tecnici la filosofia, le arti, la storia e la riflessione scientifica sulle conseguenze della tecnica dovrebbero appartenere alle possibilità effettive della formazione, non al tempo libero eventualmente disponibile dopo l’addestramento. La formazione tecnica produce, insieme alle competenze, un rapporto del soggetto con la propria competenza: l’apprendimento è già produzione di soggettività. Nel laboratorio si imparano procedure, si affrontano errori, si coopera, si costruiscono relazioni con gli altri e con il proprio sapere. Si apprende anche chi abbia il potere di fissare lo scopo del lavoro e quali decisioni vengano sottratte a chi lo esegue. La divisione fra competenza sui mezzi e decisione sui fini può così diventare parte della formazione stessa. Rivendicare tempo per la scuola significa intervenire su questa divisione, mantenendo aperta la possibilità di giudicare e trasformare gli usi di ciò che si apprende. Il problema degli assemblaggi sociotecnici arriva fino ai luoghi in cui si formano le competenze. Al Campus di Perugia dell’ITS Umbria è presente un Cyber Range, un ambiente di simulazione per attacchi e difese informatiche che l’istituto presenta come una tecnologia sviluppata originariamente per scopi militari e oggi impiegata anche in contesti civili.[6] È un esempio di circolazione di capacità fra campi differenti, senza che ciò implichi un collegamento industriale diretto con le altre realtà umbre richiamate. Nel laboratorio si impara a riconoscere una vulnerabilità di rete, simulare una risposta, valutare un rischio. Ma quale infrastruttura si intende proteggere? Da chi? Con quali possibilità di raccogliere dati, sorvegliare utenti, intervenire sui sistemi altrui? Gli aspetti politici e giuridici entrano nella definizione del problema tecnico. Espellerli dall’insegnamento produrrebbe una competenza meno completa, non più scientifica. La circolazione di questo dispositivo mostra come funziona un assemblaggio sociotecnico: la sicurezza informatica si costruisce attraverso piattaforme, standard, lavoro e luoghi di ricerca e formazione, che possono essere riarticolati fra ambiti civili e militari. Il laboratorio non dimostra un legame organizzativo con la filiera della difesa; mostra invece che una tecnica circola insieme alle pratiche necessarie a farla funzionare. Anche la relazione dello studente con quella tecnica si forma qui, nella possibilità di eseguire un compito oppure di interrogare le ragioni e le conseguenze della sua esecuzione. Una formazione autonoma richiede dunque che docenti e discenti possano conoscere e mettere in discussione le decisioni che organizzano il laboratorio, il programma e il futuro impiego delle competenze. La scuola pubblica può rapportarsi al territorio senza tradurne automaticamente le gerarchie economiche in priorità educative. Ma perché questo accada, autonomia deve significare potere di discutere anche la domanda di competenze e difendere il tempo nel quale quella discussione diventa possibile, anziché soltanto libertà di scegliere i mezzi più efficaci per soddisfarla. Intelligenza sociale, tecnica e contesa degli usi L’intelligenza artificiale porta questa contraddizione dentro l’architettura della tecnica contemporanea. Matteo Pasquinelli, ricostruendone la storia sociale, mostra che l’automazione prende forma attraverso operazioni, classificazioni, misure e divisioni del lavoro precedenti alla macchina. Ciò che viene presentato come intelligenza del sistema deriva da conoscenze, attività e relazioni sociali trasformate in procedure calcolabili. Dietro l’algoritmo si incontrano lavoro umano, archivi, convenzioni, infrastrutture e istituzioni che hanno deciso quali operazioni valesse la pena riprodurre e automatizzare. Il riferimento marxiano al general intellect, ripreso dalla tradizione post-operaista, consente di riconoscere nell’intelligenza collettiva una forza produttiva che si costituisce nelle relazioni sociali e nel lavoro vivo. La cooperazione produce conoscenze, ma trasforma nello stesso movimento i soggetti che vi partecipano. Il capitale cerca di governare questa produttività, appropriandosi delle infrastrutture, disciplinando l’accesso ai saperi, organizzando tempi e prestazioni. L’IA condensa tale contraddizione: sistemi proprietari e infrastrutture centralizzate incorporano attività e conoscenze provenienti da una storia sociale molto più ampia, mentre il comando tenta di fissarne funzioni e destinazioni.[7] Qui la destinazione militare non arriva come un’etichetta incollata a una tecnologia già compiuta. Si pensi, per esempio, a un sistema di identificazione di bersagli basato sull’analisi di immagini. La selezione delle fonti, la definizione delle categorie da riconoscere, la costruzione del dataset, il criterio che distingue un riconoscimento corretto da un errore, la soglia oltre la quale una previsione viene considerata sufficientemente affidabile: ciascuna di queste operazioni contiene decisioni. L’addestramento del modello incorpora già un’idea di ciò che conta, di ciò che deve essere reso visibile e del rischio che si è disposti a imporre ad altri. Il contesto militare conferisce a tali scelte una posta in gioco irreversibile, perché l’errore può concorrere alla produzione della morte. La precisione matematica con cui una prestazione viene misurata non decide la legittimità dello scopo perseguito. Un sistema può migliorare nella classificazione rispetto agli obiettivi che gli sono stati assegnati e, proprio per questo, diventare più efficace nel realizzare un’operazione politicamente e moralmente inaccettabile. Occorre allora riportare la domanda sugli usi dentro la progettazione: chi ha definito il problema, in quale istituzione, attraverso quali criteri, sotto quali vincoli e con quale facoltà, per chi partecipa al lavoro, di sottrarsi o intervenire? La specializzazione rende queste domande più difficili. Chi annota le immagini, chi programma una componente, chi misura le prestazioni, chi integra il sistema in una piattaforma e chi autorizza un’operazione possono incontrarsi soltanto attraverso protocolli e risultati intermedi. Lucy Suchman ha mostrato quanto sia mistificante attribuire un’azione autonoma alla macchina isolandola dalle relazioni sociotecniche che la fanno funzionare. L’autonomia proclamata del sistema oscura un insieme di azioni distribuite fra persone, organizzazioni e dispositivi. La divisione del lavoro può diventare così anche una divisione della responsabilità: ciascuno conosce una parte, mentre il potere di decidere la finalità complessiva si concentra altrove. Questo non significa distribuire indistintamente la colpa su chiunque abbia scritto una riga di codice o prodotto un dato. Al contrario, esige di riconoscere le asimmetrie di potere dentro la cooperazione: la posizione di chi svolge un compito tecnico non è quella di chi sceglie la commessa, definisce i criteri operativi o autorizza l’azione. Proprio per questo il problema non può essere risolto con la sola responsabilità individuale. Investimenti, segreti industriali, vincoli contrattuali e gerarchie decisionali contribuiscono a separare il sapere di chi produce dal potere di chi dispone del prodotto. Che cosa significa, allora, insegnare IA, programmazione e cybersecurity? Rendere conoscibile il percorso sociale di un’operazione tecnica: da dove provengono i dati, quali lavoratori e istituzioni li producono, perché vengono adottate certe classificazioni, a quali prestazioni si attribuisce valore, quali errori vengono tollerati e chi ne sopporta le conseguenze. In questa ricostruzione si forma anche il soggetto capace di porre domande sul proprio lavoro e di riconoscere le relazioni di potere che lo attraversano. Un’educazione alla pace dentro la tecnica partirebbe da qui: la critica degli usi appartiene alla conoscenza del sistema, e alla possibilità collettiva di intervenire su di esso. Soggettività in conflitto, istituzioni da inventare Il problema della soggettività attraversa dunque l’intero processo formativo. La scuola è uno dei luoghi in cui si apprendono insieme saperi e rapporti sociali: si esercitano iniziativa e cooperazione, ma si può anche imparare a considerare le finalità della propria attività come una prerogativa altrui. Nel regime di guerra questa separazione trova nuovi punti d’appoggio: la sicurezza può rendere indiscutibili le priorità pubbliche, la disciplina amministrare il dissenso, la prestazione individuale assorbire contraddizioni collettive. Si chiede allo studente autonomia nella soluzione dei problemi, mentre il potere di scegliere quali problemi affrontare resta concentrato altrove. Le soggettività, però, prendono forma dentro condizioni di vita e relazioni che nessun curricolo controlla. La precarietà delle aspettative, la dipendenza economica, i tempi della cura, la distribuzione diseguale del lavoro domestico e le vulnerabilità familiari entrano quotidianamente a scuola. Possono rendere attraenti promesse autoritarie di ordine e protezione; possono anche sostenere solidarietà e riconoscimenti reciproci che cambiano il significato dell’esperienza educativa. La prospettiva femminista ha insegnato a non separare la produzione del sapere dalle condizioni materiali che permettono di vivere, studiare e lavorare. Senza queste condizioni, la libertà del soggetto rimane una formula astratta. Anche il controllo della parola interviene sulla formazione. Nelle controversie scolastiche intorno a Gaza, la possibilità di ispezioni, contestazioni o sanzioni può indurre forme di autocensura anteriori a qualsiasi divieto: è il meccanismo che il diritto e le scienze sociali chiamano chilling effect. La questione riguarda ciò che una comunità smette di discutere perché teme il costo del dissenso. Quando l’assenza di controversia diventa il metro della neutralità, la scuola rischia di perdere proprio la pratica del giudizio che dovrebbe rendere possibile. La discussione della guerra, dei diritti e della violenza non sottrae rigore alla formazione; obbliga a esercitarlo pubblicamente. La guerra a Gaza ha insieme investito violentemente le condizioni materiali dell’educazione palestinese e prodotto, in molte scuole e università del mondo, mobilitazioni di solidarietà. Le esperienze non sono simmetriche, ma la loro relazione politica ha permesso a soggetti lontani di interrogare la destinazione di risorse, conoscenze e istituzioni. In questo movimento, la scuola appare nello stesso tempo come un luogo attraversato dai dispositivi di governo e come una rete di rapporti che può essere orientata in un’altra direzione. Le mobilitazioni studentesche di queste settimane, attraverso occupazioni, assemblee e cortei in numerose città italiane, hanno messo ripetutamente in relazione le condizioni materiali della scuola e le priorità della spesa pubblica.[8] Le richieste di finanziamenti per edifici, laboratori, personale e diritto allo studio si intrecciano alla contestazione del riarmo e delle politiche di guerra. La diffusione di parole d’ordine che rivendicano risorse per l’istruzione anziché per gli armamenti segnala un terreno di politicizzazione che attraversa esperienze scolastiche differenti. La loro ricorrenza non equivale a una composizione politica già raggiunta: è nelle pratiche di mobilitazione che bisogni, conflitti e prospettive possono entrare in relazione, trasformando il modo in cui studenti e studentesse percepiscono la propria posizione e la possibilità di intervenire sulle decisioni collettive. In Francia, le proteste dei liceali dell’autunno 2026 hanno preso avvio da carenze di insegnanti, sovraffollamento e deterioramento degli edifici; attraverso blocchi scolastici, assemblee e manifestazioni hanno coinvolto anche genitori e personale della scuola.[9] Qui le condizioni materiali dell’apprendere sono diventate una questione pubblica capace di uscire dal singolo istituto. Le forme assunte dal movimento, le differenze fra i partecipanti e le risposte delle istituzioni rimangono attraversate da contraddizioni; il conflitto può esaurirsi, frammentarsi oppure generare legami che durano. La soggettivazione non possiede un esito assicurato. Nelle assemblee e nelle occupazioni studenti e insegnanti trasformano il rapporto con la propria posizione: mettono in discussione chi possa decidere, su che cosa e con quale autorità. Le relazioni di fiducia, i linguaggi, l’intelligenza pratica e le reti che sostengono la vita di una scuola possono essere messi al lavoro in un’assemblea, in un’inchiesta, in un’occupazione, in una presa di parola pubblica. Ma questa trasformazione richiede organizzazione, continuità, confronto fra differenze. La demilitarizzazione comincia con pratiche necessarie e verificabili: sottrarre opacità agli accordi con l’industria militare, seguire i finanziamenti, discutere le partnership formative, sostenere la riconversione delle produzioni belliche, contrastare la chiusura autoritaria degli spazi di parola, contestare la verticalizzazione delle decisioni e difendere il tempo della scuola dalla sua conversione anticipata in prestazione produttiva. La contesa degli usi ne amplia la posta. Chiede di intervenire sulle condizioni che fanno apparire alcune tecnologie inevitabili, certi investimenti prioritari, alcune competenze necessarie e altre sacrificabili. Non basta poter prendere parola su decisioni già prese: si tratta di trasformare i rapporti che separano la produzione collettiva del sapere dal potere di deciderne le finalità. Da qui deriva una questione che investe le istituzioni della formazione e la distribuzione sociale del tempo per apprendere. Difendere la scuola pubblica significa difendere le condizioni materiali del sapere comune, senza idealizzare la scuola esistente: le sue gerarchie, la selezione sociale e le asimmetrie di potere hanno una storia più lunga delle recenti riforme manageriali. Eppure, attraverso e talvolta contro quelle gerarchie, studenti, insegnanti, personale e famiglie hanno costruito pratiche di cooperazione, spazi di discussione e capacità di decidere insieme. È da questa forza concreta, che non coincide con l’assetto istituzionale ma ne rende possibile la vita quotidiana, che possono prendere forma trasformazioni ulteriori. Il sapere prende forma anche nella relazione fra docenti e discenti: nelle domande, nelle interpretazioni, negli errori e nelle scoperte che modificano il lavoro di entrambi. Questa produzione comune, pur nella differenza dei ruoli e delle responsabilità, è ciò su cui si esercita il comando e da cui può nascere la capacità di contestarlo. L’autonomia acquista consistenza quando docenti e discenti dispongono del tempo, delle risorse e del potere per decidere le priorità della formazione. Rivendicarla significa contendere questo potere a chi pretende di fissare quelle priorità sulla base di una domanda produttiva sottratta alla discussione. La destinazione della conoscenza non è definitivamente scritta nelle macchine, nei curricoli o nei rapporti sociali che oggi la organizzano. La cooperazione può essere subordinata alla valorizzazione e alla guerra, ma può anche diventare il terreno di un conflitto capace di trasformare le istituzioni che la governano. Quali istituzioni della formazione possiamo costruire a partire da questi conflitti? La posta è rendere comune il tempo per apprendere, trasformare i rapporti di comando e affermare il potere di docenti e discenti di decidere insieme le finalità del sapere che producono. Testo preparatorio per Ricreazione. Festival della scuola pubblica, democratica, coraggiosa, Perugia, 29 ottobre-1 novembre2026: “La scuola sempre più in grigioverde. Sulla militarizzazione della formazione”, 31 ottobre Note documentarie [1] Agenzia Industrie Difesa, «AID e KNDS Ammo Italy siglano un accordo di collaborazione strategico», 23 giugno 2025, [online: agenziaindustriedifesa.it]; Agenzia Industrie Difesa, «AID e Leonardo siglano un Accordo di Collaborazione Strategico», 4 luglio 2025, [online: agenziaindustriedifesa.it]; Umbria Aerospace Cluster, «Chi siamo», [online: umbriaerospace.com]. [2] European Defence Agency, «EU defence spending hits €343 bln in 2024, EDA data shows», 2 settembre 2025, [online: eda.europa.eu]; Commissione europea e Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Joint White Paper for European Defence Readiness 2030, 19 marzo 2025, [online: eur-lex.europa.eu]. [3] DPR 31 maggio 1974, n. 416, art. 1, «Organi collegiali», [online: normattiva.it]; DPR 8 marzo 1999, n. 275, art. 1 e art. 5, [online: gazzettaufficiale.it]; d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 25, [online: gazzettaufficiale.it]; legge 13 luglio 2015, n. 107, art. 1, comma 14, [online: gazzettaufficiale.it]. [4] Legge 8 agosto 2024, n. 121, «Istituzione della filiera formativa tecnologico-professionale», Gazzetta Ufficiale, 22 agosto 2024, [online: gazzettaufficiale.it]; art. 25-bis del decreto-legge 23 settembre 2022, n. 144, introdotto dall’art. 1 della legge 121/2024, commi 1, 2 e 6, lettera e; comma 8-bis introdotto dall’art. 2 del decreto-legge 9 settembre 2025, n. 127, convertito con modificazioni dalla legge 30 ottobre 2025, n. 164. Ministero dell’Istruzione e del Merito, decreto 19 febbraio 2026, n. 29, artt. 1, 5 e 6, [online: istruzioneer.gov.it]. Testo coordinato del DL 127/2025, art. 2. [5] Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, «Formazione professionale iniziale e diritto-dovere», [online: lavoro.gov.it]; FLC CGIL Toscana, «Scuola, Flc Cgil Toscana: “Le superiori di 4 anni nei tecnici-professionali sono scorciatoia che penalizza studenti”», 9 febbraio 2026, [online: cgiltoscana.it]. [6] ITS Umbria Academy, «Campus Perugia», sezione dedicata al Cyber Range, [online: itsumbria.it]. [7] Per le due diverse linee teoriche richiamate in questa sezione: Matteo Pasquinelli, The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence, Verso, 2023; Lucy Suchman, Human-Machine Reconfigurations: Plans and Situated Actions, Cambridge University Press, 2007. [8] ANSA, «Gli studenti in piazza, cortei in tutta Italia. Tre minorenni arrestati a Torino», 16 ottobre 2026, [online: ansa.it]; RaiNews, «Scuola e clima, venerdì di scioperi e cortei in tutta Italia: studenti e docenti in piazza», 16 ottobre 2026, [online: rainews.it]. [9] Janis Laizans e Clotaire Achi, «Greta Thunberg joins French teens on new day of school protests», Reuters, 13 ottobre 2026, [online: internazionale.it]. Bibliografia essenziale Cockburn, Cynthia, «The Continuum of Violence: A Gender Perspective on War and Peace», in Wenona Giles e Jennifer Hyndman (a cura di), Sites of Violence: Gender and Conflict Zones, University of California Press, 2004, pp. 24–44. Enloe, Cynthia, Globalization and Militarism: Feminists Make the Link, Rowman & Littlefield, 2007. Lancione, Michele, Università e militarizzazione. Il duplice uso della libertà di ricerca, Eris, 2023. Lutz, Catherine, «Making War at Home in the United States: Militarization and the Current Crisis», American Anthropologist, 104(3), 2002, pp. 723–735. Marx, Karl, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), manoscritti 1857–1858. Mezzadra, Sandro e Brett Neilson, The Rest and the West. Per la critica del multipolarismo, Meltemi, 2025. Negri, Antonio, Marx oltre Marx. Quaderno di lavoro sui Grundrisse, Feltrinelli, 1979. Pasquinelli, Matteo, The Eye of the Master: A Social History of Artificial Intelligence, Verso, 2023. Pompili, Roberta, «Guerra, sapere e soggettività: la scuola tecnica nella fase aperta da Gaza», EuroNomade, 5 maggio 2026, [online: euronomade.info]. Pompili, Roberta, «Organizzare: Sciopero e contropotere oltre l’Occidente», EuroNomade, 11 gennaio 2026, [online: euronomade.info]. Suchman, Lucy, Human-Machine Reconfigurations: Plans and Situated Actions, Cambridge University Press, 2007. L'articolo La scuola nella società di guerra. Produzione di soggettività tra tempo, comando e usi proviene da EuroNomade.
October 21, 2026
EuroNomade
Il cambiamento non chiede permesso
di MARCO BASCETTA. Dopo ogni mobilitazione in cui avvengono tafferugli, il più delle volte di modesta entità, siamo costretti ad assistere alla replica di uno stucchevole sceneggiato. La parte governativa, dopo aver doverosamente elogiato il diritto di manifestare in astratto, senza alcuna promessa di interlocuzione, ne condanna il concreto svolgersi per le forme violente che lo accompagnano, cui non farebbero seguito immediate prese di distanza da parte dei «manifestanti pacifici». I partiti di opposizione replicano a orecchie basse che, certamente la violenza è sempre esecrabile, ma metterla al centro dell’attenzione distoglie dalle legittime ragioni della maggioranza dei manifestanti. Meno subalterno alle retoriche di legge e ordine sarebbe stato ricordare che i giovani sono arrabbiati e se un corso d’acqua viene trascurato e soffocato per decenni poi non si può pretendere che non straripi. Ad ogni buon conto questa miserevole caricatura della democrazia a cui partecipano tutte le parti politiche senza eccezione non ha ben chiara la distinzione tra lotta e mendicità. I movimenti non sono processioni di postulanti che reclamano garbatamente da chi li governa «pane, lavoro e sconti fiscali», come piacerebbe a una destra specializzata nell’elargizione mirata di aiutini e prebende. Le lotte partono piuttosto dalla presa di coscienza collettiva che qualcosa è stato sottratto, qualcos’altro negato o dirottato non per errore ma per scelta interessata. Che una collettività ha subito danni e trova di fronte a sé strade sbarrate da precise decisioni politiche. Dunque perché la propria voce possa avere forza, e questa forza essere temibile, qualcosa deve essere almeno temporaneamente sottratto al normale svolgimento della vita del paese. Il rispetto delle regole deve essere aggirato, sospeso o reinterpretato, che si tratti di scioperi o di occupazioni (di edifici e di suolo pubblico), di sospensione di servizi, di blocco delle merci o altre forme di boicottaggio. Per mostrare concretamente, oltre che affermarlo, che «non si può andare avanti così». Lo scriveva anche Machiavelli che senza tumulti la Repubblica degenera e i governanti inclinano verso l’arbitrio e la tirannia. E i tumulti, per dirla in cinese antico, «non sono un pranzo di gala». La società francese applica da sempre questa forma di correttivo alle politiche di governo e assai frequentemente con successo. L’attuale movimento degli studenti non fa eccezione La destra, quella originale, così come quella subalterna dei partiti socialdemocratici, vedono la conflittualità sociale come il fumo negli occhi, come un assortimento di reati e di manipolazioni politiche da denunciare e perseguire. Tuttavia scontrarsi con questo principio d’ordine è il solo modo per smuovere rapporti sociali stagnanti e arrestare l’avanzata di forme sempre più autoritarie di governo. Beninteso il conflitto e le forme di lotta possono essere interpretati in diversi modi e a diversi gradi di intensità, in alcuni casi discutibili se non proprio controproducenti. Così come anche la risposta delle forze dell’ordine, che va dal semplice presidio di luoghi sensibili fino alla Diaz e Bolzaneto, segue una modulazione politicamente guidata da governi che secondo le opportunità intendono intimorire o rassicurare, simulare un dialogo o sbandierare intransigenza. E che si sono dotati di strumenti repressivi sempre più mirati a colpire pesantemente proprio quelle forme di lotta che per amplificare la voce della protesta mirano a interrompere o turbare il normale svolgimento delle attività quotidiane. Gli autotrasportatori e gli agricoltori, generalmente orientati a destra, sono stati risparmiati, ma cosa accadrà al primo blocco stradale degli studenti? questo intervento è stato pubblicato sul manifesto del 18 ottobre 2026 L'articolo Il cambiamento non chiede permesso proviene da EuroNomade.
October 21, 2026
EuroNomade
Francia: debito pubblico e scelta democratica
di FANT PRECARIO. Le condizioni alle quali la Francia ottiene finanziamenti da investitori/mercato possono incidere sulle alternative offerte agli elettori. Per comprendere occorre partire dai conti pubblici, distinguere rischio tasso e rischio credito e chiarire il ruolo dei Credit Default Swap al fine di analizzare il potere delle condizioni di finanziamento sui programmi politici (c’è, non c’è, chissà…). 1. Che cos’è l’avanzo primario? L’avanzo primario è la differenza positiva fra le entrate pubbliche e le spese pubbliche escluse quelle per interessi sul debito. Si calcola dopo aver contabilizzato pensioni, sanità, stipendi, forniture, investimenti e tutte le altre spese diverse dagli interessi. Se la differenza è negativa, si parla di disavanzo primario (puro Carlo). Se uno Stato incassa 100 e spende 98 prima degli interessi, ha un avanzo primario di 2. Se deve inoltre pagare interessi per un importo di 5, il saldo complessivo diventa negativo per 3. Quel 5 è una spesa/numero, non un tasso percentuale: il tasso si applica al capitale sul quale maturano gli interessi, altra storia…. Se invece le entrate sono 100 e le spese prima degli interessi sono 103, il disavanzo primario è già 3. Gli interessi aggravano uno squilibrio esistente. Quindi osserviamo che la distinzione fra spese primarie e interessi è contabile e non descrive l’ordine materiale dei pagamenti. 2 Il rapporto tra avanzo/disavanzo e emissione di obbligazioni Quando le entrate non coprono le spese complessive, lo Stato deve finanziare la differenza. Lo fa principalmente emettendo obbligazioni: riceve denaro dagli investitori e assume l’obbligo di pagare gli interessi e rimborsare il capitale a scadenza secondo le condizioni del titolo. Di solito, contemporaneamente, lo Stato deve anche rimborsare le obbligazioni precedentemente emesse che arrivano a scadenza, spesso sostituendole con nuove emissioni. Il rimborso del capitale non è classificato come “una nuova spesa” nel calcolo del deficit, ma richiede liquidità. Quindi il fabbisogno di finanziamento può essere molto superiore al disavanzo annuale. L’emissione di obbligazioni non è una destinazione dell’avanzo primario, è un’operazione di finanziamento. Anche uno Stato con avanzo primario può dover emettere nuovi titoli, perché gli interessi superano quell’avanzo oppure perché deve rifinanziare debito in scadenza. 2 bis La domanda diventa: a quali rendimenti e per quali scadenze gli investitori sono disposti a prestare? 3 Il rischio tasso e il rischio credito Il rischio tasso riguarda la variazione del valore di un’obbligazione quando cambiano i rendimenti di mercato. Se salgono i rendimenti di titoli comparabili tra loro, il prezzo di un’obbligazione a tasso fisso generalmente scende. Chi la vende può subire una perdita anche se il debitore paga regolarmente. Il rischio credito riguarda invece la possibilità che il debitore non rispetti integralmente e puntualmente i propri obblighi (oppure, sorpresa!, che ristrutturi il debito a condizioni sfavorevoli ai creditori?). Quindi un premio maggiore può essere richiesto per compensare questo specifico rischio. Per lo Stato, rendimenti più elevati aumentano il costo delle nuove emissioni e del rifinanziamento, e non modificano immediatamente le cedole dei titoli a tasso fisso già emessi (Carlo di nuovo): infatti il costo medio del debito cambia gradualmente, in funzione delle scadenze e della composizione del debito (serie di emissioni e relativi tassi). Il passaggio dal rischio tasso al rischio credito indica un cambiamento nella preoccupazione dominante: il peso si sposta dalla perdita di valore del titolo al dubbio sul rimborso. I due rischi possono rafforzarsi, perché interessi più elevati possono peggiorare i conti (ma un deficit non fa primavera) e non equivale automaticamente a insolvenza. 4 Che cosa sono i Credit Default Swap (for dummies… eh!) I Credit Default Swap, o CDS, sono contratti derivati che trasferiscono il rischio credito: chi acquista protezione paga un premio e chi la vende si impegna a compensarlo se si verifica un “evento di credito” previsto dal contratto, come un mancato pagamento. Non occorre necessariamente un default per guadagnare (vincere?): se cresce il valore della protezione acquistata, la posizione può essere chiusa prima, al netto dei premi pagati e dei costi. Il premio del CDS è una questione regolata sul mercato, non dal Tesoro dello Stato di riferimento, qui nasce appunto la speculazione… (divieti?). 5 Il caso francese La Francia presenta un disavanzo già prima degli interessi, dunque le entrate francesi non coprono la spesa pubblica ancora prima di aggiungere gli interessi. La Francia, quindi, deve finanziare lo squilibrio annuale e rifinanziare i titoli in scadenza. Se aumenta la sfiducia, gli investitori hanno più strade: possono chiedere rendimenti maggiori o ridurre l’esposizione o virare su CDS e proteggere le esposizioni. Il loro rincaro (il premio di cui sopra) può amplificare la tensione sulle obbligazioni e quindi sul soggetto che le ha emesse. 6 Le condizioni di finanziamento e la scelta democratica Se prevale il rischio tasso, la discussione riguarda soprattutto come affrontare un costo del denaro elevato, e questo è un problema condiviso con altri paesi: ne consegue una maggiore “indifferenza” da parte degli investitori nei confronti dei programmi elettorali. Se però aumenta il peso del rischio credito, gli investitori valutano più direttamente la compatibilità dei programmi con il rimborso del debito e la capacità politica di attuarli, e il gioco diventa meno indifferente. Lineare (non so, dica lei) questa distinzione; però: se i tassi (non il rischio tasso) diminuiscono oppure diminuisce il rischio credito? O, per complicare, diminuisce uno solo dei due? Una riduzione del rischio credito può diminuire il premio richiesto e ampliare i margini politici anche se i tassi generali restano elevati. Una discesa dei tassi europei può invece dare un beneficio limitato se persiste la sfiducia specifica verso il paese emittente (qui c’è una certa indifferenza) Arriviamo al conflitto: chi deve sopportare gli aggiustamenti per raddrizzare la situazione? Lavoratori, pensionati, imprese, grandi patrimoni o creditori/investitori. Arriviamo alla democrazia, al voto e ci chiediamo: quanto la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori resti effettivamente determinabile dagli elettori? 7 Un precedente: Léon Blum e il “muro del denaro” Quanto detto finora pesa in modo particolare se a Parigi arrivasse un governo guidato da La France Insoumise. Ritorno della pensione a sessant’anni, aumento del salario minimo, disponibilità dichiarata a disattendere le regole fiscali europee: è esattamente il tipo di programma che gli investitori valutano con la lente del rischio credito, non del rischio tasso. La tensione sui titoli non verrebbe letta come un costo del denaro più alto, condiviso con altri paesi, ma come un dubbio sulla volontà di rimborsare. Da quel momento la crisi, reale o soltanto potenziale, diventa un argomento politico. La Francia ha già visto questo film. Giugno 1936: Léon Blum forma il governo del Fronte Popolare dopo una vittoria elettorale netta. Gli accordi di Matignon portano aumenti salariali dal 7 al 15 per cento; seguono la settimana di quaranta ore e le ferie pagate. Blum riforma anche lo statuto della Banque de France, togliendone il controllo ai grandi azionisti (le famose “duecento famiglie”). I CDS non esistevano, ma esisteva il loro equivalente funzionale: la fuga dei capitali e la conversione dei franchi in oro. La Banque de France perde riserve settimana dopo settimana. Blum aveva escluso la svalutazione e deve accettarla a fine settembre 1936. Aveva escluso anche il controllo dei cambi, per non spaventare i mercati e gli alleati anglosassoni: rinuncia così all’unica difesa disponibile, senza ottenere in cambio la fiducia. Febbraio 1937: Blum annuncia la “pausa” delle riforme. Giugno 1937: dopo una nuova ondata di vendite sul franco chiede i pieni poteri in materia finanziaria. La Camera, dove ha la maggioranza, li concede. Il Senato, con Joseph Caillaux alla guida della commissione Finanze, li nega. Blum si dimette. Nell’aprile 1938 il suo secondo governo, durato meno di un mese, cade al Senato nello stesso modo. Il seguito è la parte più istruttiva. Nel novembre 1938 Paul Reynaud, ministro delle Finanze del governo Daladier, vara per decreto il risanamento: tra le misure c’è lo smantellamento di fatto delle quaranta ore, la conquista simbolo del 1936. Lo sciopero generale del 30 novembre fallisce ed è seguito da licenziamenti e sanzioni. Ciò che il voto aveva dato, l’emergenza finanziaria lo riprende, e lo riprende con un consenso che una richiesta esplicita non avrebbe mai ottenuto. Non serve una congiura per spiegarlo, e una congiura di palazzo è raramente il segno di una ricostruzione corretta. Basta un meccanismo, che si ripete con regolarità: la crisi, o anche solo la sua minaccia, viene brandita in nome del rigore per ottenere dai ceti popolari e dal ceto medio sacrifici che, chiesti apertamente, verrebbero rifiutati. Il rigore diventa così il linguaggio con cui una scelta su chi debba pagare (la domanda del punto 6) viene presentata come una necessità. L’Italia lo conosce bene. Novembre 2011: spread oltre i 500 punti, governo Monti, riforma Fornero approvata in poche settimane. In condizioni normali avrebbe richiesto anni di negoziato, se mai fosse passata. Il “vincolo esterno”, per usare l’espressione di Guido Carli, ha funzionato esattamente così; la Grecia del 2015 ne è stata la versione estrema. In Francia l’oggetto del contendere è da trent’anni lo stesso: le pensioni. Nel 1995 il piano Juppé viene ritirato dopo settimane di scioperi; nel 2010 l’età legale sale da 60 a 62 anni; la riforma a punti del 2019-2020 viene accantonata; nel 2023 l’età passa a 64 anni con il ricorso al 49.3, cioè senza un voto finale dell’Assemblea, contro una piazza mobilitata per mesi. Nel settembre 2025 Bayrou ha chiesto la fiducia proprio sull’emergenza del debito, e l’ha persa; il successore Lecornu, per sopravvivere alle mozioni di censura, ha dovuto proporre la sospensione della riforma del 2023. La resistenza popolare, insomma, regge finché il debito resta un problema di tassi. Una crisi letta come crisi del credito offrirebbe ciò che trent’anni di tentativi non hanno ottenuto: l’argomento per dire che non c’è alternativa. Oggi i protagonisti sono cambiati, i ruoli no. Al posto della fuga dell’oro ci sono le vendite di OAT, l’allargamento dello spread sul Bund e il rincaro dei CDS sulla Francia, che (punto 4) può anticipare e amplificare la tensione sui titoli senza che nessuno debba attendere un default. Al posto delle riserve della Banque de France c’è la disponibilità della BCE a intervenire. Lo strumento pensato per questi casi, il Transmission Protection Instrument, contrasta le tensioni «ingiustificate» sui titoli pubblici, ma solo per i paesi che rispettano il quadro fiscale europeo, hanno un debito giudicato sostenibile e non presentano squilibri gravi. La Francia è già sottoposta a procedura per disavanzo eccessivo. Le condizioni per ottenere protezione coincidono quasi alla lettera con l’agenda che gli elettori francesi hanno finora respinto. Per un governo La France Insoumise lo scenario sarebbe quasi obbligato. Lo spread si allarga; la tensione viene definita «giustificata dai fondamentali»; la protezione viene subordinata a «riforme strutturali», e in cima alla lista ci sarebbero le pensioni. Intanto il circolo si autoalimenta: rendimenti più alti aumentano il fabbisogno (punto 2), il fabbisogno conferma i timori, i timori alzano i rendimenti. Il governo che ha vinto promettendo la pensione a sessant’anni si troverebbe a scegliere tra smentirsi e cadere. In entrambi i casi la riforma arriva: la fa lui, come Blum fece la “pausa”, o la fa chi viene dopo, come Reynaud nel 1938. Per onestà va aggiunto che i mercati non inventano la crisi. Gli errori di Blum e dell’intero schieramento di sinistra sono innegabili, e si riconoscono tanto guardando gli eventi da destra quanto da sinistra: parte della storiografia (Alfred Sauvy in testa) indica la svalutazione tardiva e le quaranta ore introdotte proprio quando l’economia avrebbe dovuto produrre di più. E i conti francesi di oggi sono quelli del punto 5: disavanzo già prima degli interessi. Il caso di Liz Truss nel 2022 ricorda poi che i mercati sanno punire anche governi di segno opposto. La tesi, quindi, non è che la crisi sia inventata né che qualcuno la orchestri. È che una crisi reale ammette molte risposte diverse (patrimoni, rendite finanziarie, composizione della spesa, perfino i creditori) e la narrazione dell’emergenza serve a farne apparire possibile una sola. Torniamo così alla domanda con cui si chiudeva il punto 6. Se la combinazione di entrate, spese e rapporti con i creditori la scelgono gli elettori, ma la possibilità di attuarla la decide chi stabilisce se una tensione sia “giustificata”, quanto resta della scelta democratica? Blum rinunciò al controllo dei cambi per conquistare una fiducia che non arrivò mai, e due anni dopo le quaranta ore se ne andarono per decreto. La domanda per La France Insoumise è quale sia, oggi, la sua alternativa a quella rinuncia (e se la risposta fosse: nessuna, anche questo sarebbe un dato politico). L'articolo Francia: debito pubblico e scelta democratica proviene da EuroNomade.
October 16, 2026
EuroNomade
“Brucia le banche, bruciane tante” (ci hanno rubato il lavoro)
di FANT PRECARIO. Parte prima: sono il prologo Il panorama bancario italiano conserva, a prima vista, l’aspetto della pluralità. Grandi gruppi nazionali, banche territoriali, credito cooperativo, operatori specializzati e gruppi stranieri compongono un paesaggio nel quale le insegne sono ancora numerose e ciascuna porta con sé una storia, una geografia. Eppure le insegne possono ingannare. Contare le banche significa contare delle entità giuridiche, non necessariamente i luoghi nei quali vengono prese le decisioni. Il primo è un dato amministrativo; il secondo è un dato economico e, inevitabilmente, politico, perché riguarda la distribuzione della capacità di decidere dove il denaro viene raccolto, dove viene investito, a chi viene prestato e a quali condizioni. Vista da questa altezza, la geografia bancaria italiana appare assai meno affollata. Al vertice stanno Intesa Sanpaolo e UniCredit, due grandi gruppi sistemici costruiti secondo logiche differenti: il primo attorno a una forte integrazione tra banca commerciale, private banking, risparmio gestito e assicurazioni; il secondo dentro una dimensione paneuropea che fa dell’Italia uno dei territori di una piattaforma finanziaria più vasta. Intorno a loro si è consolidata una terza costellazione. BPER, dopo l’aggregazione con la Popolare di Sondrio, ha unito crescita dimensionale e un’importante eredità territoriale; Banco BPM ha portato nel proprio perimetro Anima, avvicinando definitivamente la rete bancaria alla fabbrica del risparmio; l’aggregazione fra Monte dei Paschi e Mediobanca mette in relazione banca commerciale, investment banking, gestione dei patrimoni e partecipazioni strategiche. Persino il credito cooperativo racconta la stessa storia. Le BCC conservano nomi, autonomie giuridiche e radicamento locale, ma la loro organizzazione intorno a Iccrea e Cassa Centrale riconduce quella molteplicità entro architetture comuni di direzione e coordinamento. A queste si aggiungono le banche italiane solo in senso geografico: profondamente inserite nell’economia del Paese, ma appartenenti a gruppi il cui centro ultimo di decisione si trova altrove. BNL-BNP Paribas ne è il caso più evidente. La distinzione diventa allora essenziale: la geografia delle insegne non coincide più con la geografia del comando. È forse questa una delle trasformazioni più importanti del sistema bancario italiano degli ultimi decenni. Mentre i centri decisionali si concentrano, la banca fisica si ritira: gli sportelli diminuiscono, alcuni territori perdono del tutto la presenza bancaria e una parte crescente delle operazioni e delle relazioni migra verso piattaforme digitali e strutture centralizzate. Non sono due movimenti contrari, ma lo stesso movimento osservato dai suoi due estremi: concentrazione verso l’alto, rarefazione verso il basso (che chiameremo “indifferenza” dei sedicenti istituti di credito). La distanza che conta, allora, non è più soltanto quella tra il cliente e lo sportello più vicino; è quella, assai meno visibile, tra il luogo nel quale nasce un bisogno di credito e il luogo nel quale qualcuno decide se quel bisogno meriti credito. La banca che non è più soltanto una banca, se è ancora tale Anche parlare di concentrazione bancaria rischia ormai di essere riduttivo (o forse unicamente assertivo e autoreferenziale), perché ciò che si concentra non sono soltanto gli attivi: si concentrano funzioni. La banca contemporanea tende a raccogliere intorno a sé attività che un tempo potevano apparire distinte (credito, gestione del risparmio, assicurazioni, previdenza, private banking, investment banking, pagamenti) e non è più soltanto un intermediario fra chi possiede denaro e chi ne ha bisogno. Diventa progressivamente un ambiente nel quale il denaro viene seguito durante quasi tutto il suo ciclo di vita, dalla creazione, fittizia, alla estinzione poiché reso cimiteriale elargizione allo stato privatizzato (o all’impresa sovvenuta per legge). Per questo il sistema assomiglia sempre meno a una piramide ordinata di banche grandi, medie e piccole e sempre più a una rete. Seguendo le partecipazioni, le società di gestione, le compagnie assicurative e le fabbriche prodotto, i confini diventano porosi: soggetti che competono sul mercato bancario possono incontrarsi negli stessi grandi nodi finanziari, mentre banche, fondi e assicurazioni si collegano attraverso investimenti, partecipazioni ed esposizioni comuni. Non bisogna naturalmente confondere questi legami con il controllo. Proprietà, influenza e interconnessione sono fenomeni differenti, e proprio la necessità di distinguerli mostra quanto sia diventata insufficiente la vecchia cartografia. Non emerge necessariamente un unico centro di comando, quanto piuttosto un numero relativamente ristretto di grandi ecosistemi finanziari, concorrenti e insieme interdipendenti. La concorrenza non cancella la rete: avviene dentro la rete. La lunga catena del risparmio Seguendo questa rete si comprende perché una parte così importante delle strategie bancarie più recenti conduca verso il risparmio gestito, le assicurazioni e il private banking. La posta in gioco non è più semplicemente conquistare un deposito, ma conquistare una “relazione patrimoniale”. In un Paese nel quale la ricchezza privata delle famiglie (alcune…) rimane enorme, il cliente che possiede patrimonio può essere accompagnato per decenni: il denaro viene raccolto, investito, assicurato, amministrato e, un giorno, chissà, trasferito alla generazione successiva (fairy tale). La banca non custodisce più semplicemente la ricchezza, cerca di circondarla. È una trasformazione importante perché modifica la natura stessa della competizione: il cliente patrimonializzato diventa il centro di una relazione finanziaria potenzialmente permanente e la banca tende a trasformarsi in una sorta di infrastruttura privata della ricchezza, una famiglia, un family banker…. (cfr. cerchi sulla sabbia). Osservare il sistema soltanto da questo lato produce però un curioso effetto ottico: sembra che tutti abbiano qualcosa da investire. Non è così. C’è un altro paese che entra nella finanza senza portare patrimonio; porta il proprio lavoro, meglio la propria vita. Chi entra in banca senza patrimonio… Per chi vive essenzialmente del proprio reddito, la banca assume, rispetto a quanto detto sopra, una funzione quasi speculare. Non è il luogo nel quale depositare una ricchezza già accumulata, ma quello al quale rivolgersi quando il reddito di oggi non basta a pagare ciò di cui si ha bisogno oggi: una casa, un’automobile necessaria per lavorare, un computer per un figlio, una spesa imprevista. O una dentiera. La dentiera è forse un oggetto poco nobile per un discorso sulla grande finanza, e proprio per questo è utile: ci ricorda che tra le sofisticate architetture del capitale e la vita materiale non esiste una frontiera impermeabile. Il bisogno nasce nel presente, il denaro manca nel presente e il credito risolve questa dissonanza andando a cercare risorse nel futuro. Appaiono così due figure quasi speculari. Chi possiede un patrimonio consegna alla finanza il proprio passato economico, la ricchezza che è riuscito ad accumulare; chi non possiede patrimonio ma dispone di un reddito consegna alla finanza, in qualche misura, il proprio futuro economico, ciò che dovrà ancora guadagnare. La banca si colloca tra questi due tempi: da una parte mette al lavoro ciò che è già stato accumulato, dall’altra rende spendibile ciò che non è stato ancora prodotto. Il futuro (il passato che non passa?) messo al lavoro Un prestito personale, un mutuo o una cessione del quinto non sono soltanto contratti che trasferiscono denaro, ma dispositivi che mettono in relazione presente e futuro. Il credito permette di vivere oggi qualcosa che il reddito consentirebbe di pagare soltanto domani, ma nel farlo trasforma una parte del reddito futuro in un’obbligazione coniugata al tempo presente. In questo senso il debito è anche una forma di organizzazione del tempo. Il credito può (dovrebbe) ampliare la libertà materiale, rendere possibile un investimento e distribuire razionalmente nel tempo un costo troppo elevato. La questione cambia, però, quando non serve più soltanto ad anticipare il desiderabile, ma sempre più spesso il necessario. Se il reddito presente non basta alla vita presente, il credito interviene anticipando il reddito futuro, e ciò che appare contabilmente come maggiore disponibilità nel presente è, dall’altro lato, una porzione di futuro già impegnata. Due porte, stessa banca La disuguaglianza patrimoniale non stabilisce soltanto quanto ciascuno possiede: stabilisce anche da quale porta si entra nella finanza. Chi possiede capitale incontra un sistema che compete per averlo; chi ha bisogno di capitale incontra un sistema che deve giudicarlo. Al primo vengono offerte consulenza, pianificazione e gestione personalizzata; del secondo si misurano reddito, stabilità lavorativa, storia creditizia e probabilità di insolvenza. Da una parte il private banker, dall’altra lo scoring: figure lontanissime che appartengono tuttavia alla stessa macchina. C’è, in questa simmetria, un paradosso. Quanto maggiore è il patrimonio, tanto più la finanza tende a diventare personale: qualcuno conosce il cliente, ne studia la famiglia, gli obiettivi e l’orizzonte temporale. Quanto più modesto è il credito richiesto, tanto più la relazione può diventare impersonale, riducendosi a dati, soglie, procedure, algoritmi. La ricchezza riceve una biografia; il bisogno rischia di ricevere un punteggio. La progressiva scomparsa dello sportello acquista, da questa prospettiva, un significato meno banale. Non si tratta di rimpiangere il vecchio direttore di filiale: la conoscenza personale poteva significare prossimità, ma anche arbitrio, paternalismo ed esclusione, mentre la standardizzazione può rendere le decisioni più coerenti e controllabili (mah …. vedi Conto Arancio). Ciò che cambia è la natura della conoscenza. Una storia lavorativa, una famiglia, una difficoltà temporanea devono essere tradotte in informazioni leggibili da un sistema. La biografia economica diventa dato; la persona diventa rischio. Una geografia del potere Possiamo a questo punto tornare alle banche italiane. Intesa, UniCredit, BPER, Banco BPM, MPS, i gruppi cooperativi e gli operatori internazionali: la loro evoluzione può essere letta come una normale vicenda industriale fatta di efficienza, economie di scala, tecnologia, fusioni e concorrenza. Ma questa è soltanto una parte della storia. Quando diminuiscono i centri decisionali e aumentano le funzioni concentrate in ciascuno di essi, si concentra anche una particolare capacità di organizzare rapporti sociali e creare un certo assetto mentale: decidere dove allocare il credito e come amministrare il risparmio, quali redditi siano affidabili e quali forme di lavoro sufficientemente stabili, quali bisogni possano essere finanziati e a quale prezzo sia possibile trasformare il futuro in presente. La nuova geografia del potere finanziario italiano non può dunque fermarsi alle partecipazioni societarie. Deve seguire il denaro fino al punto nel quale incontra l’esistenza materiale. Lì si comprende finalmente che la finanziarizzazione non consiste soltanto nel fatto che la finanza occupi uno spazio crescente nell’economia, ma anche nella crescente necessità che pezzi della vita passino attraverso la “forma finanziaria” per poter essere vissuti. Ma qui emerge un’ultima conseguenza. Se la geografia delle insegne non coincide più con quella del comando, se il credito, il risparmio, l’assicurazione, la gestione patrimoniale e i pagamenti tendono a ecosistemi più vasti, allora anche la parola banca comincia a perdere parte della propria capacità descrittiva. La banca forse non scompare: continuano a esistere la sua forma giuridica, le sue funzioni specifiche, la sua indispensabilità nell’architettura monetaria e creditizia. Ciò che si indebolisce è la possibilità di considerarla come l’unità fondamentale attraverso la quale leggere il sistema. Da questo punto di vista, la banca sopravvive quasi come forma istituzionale di una potenza finanziaria multiforme che ormai la supera. Un feticcio per dimostrare che esiste il credito come quello della fabbrica per dimostrare che esistono gli operai, o l’impresa per dimostrare che esiste una cosa, una casa, un einaudi che misura la vita come più di 100 anni fa la terra [un catasto per ogni corpo sconfitto). La banca continua dunque a esistere, ma non coincide più con il luogo del potere che il suo nome lascia immaginare. Proprio mentre la finanza penetra più profondamente nella vita, la banca diventa meno visibile. Si ritira dallo spazio fisico, perde autonomia dentro strutture più vaste, si dissolve in applicazioni, fondi, assicurazioni, algoritmi e piattaforme, la funzione finanziaria che la attraversa diventa più pervasiva. La banca diventa troppo piccola per contenere ciò che chiamiamo finanza ma sempre troppo grande per non soggiogare la vita del precario indebitato. ***** Proveremo allora a guardare a distanze diverse: abbastanza da lontano da cogliere la trama di una finanza che infiltra le nostre vite, abbastanza da vicino da vedere come quella stessa trama le stringa La banca che non è più soltanto una banca Vedremo come la banca abbia progressivamente oltrepassato i propri confini tradizionali, fino a diventare il punto di accesso a un sistema molto più vasto, nel quale credito, risparmio, assicurazione, previdenza e investimento tendono sempre più a intrecciarsi. La lunga catena del risparmio Seguiremo il denaro lungo il suo ciclo di vita: da quando entra nel sistema finanziario a quando viene investito, gestito, protetto e infine trasmesso. Cercheremo soprattutto di capire chi lo incontra lungo questa catena, chi decide dove indirizzarlo e chi ne ricava valore. Chi entra in banca senza patrimonio? Cambieremo prospettiva e seguiremo chi alla banca non porta un capitale, ma chiede denaro: per una casa, un’automobile, una spesa imprevista o semplicemente per il proprio presente. È qui che incontreremo l’altra faccia della finanza: quella che non amministra la ricchezza, ma finanzia il bisogno. Il futuro messo al lavoro Ci chiederemo che cosa accade quando, non avendo un patrimonio presente, si mette a disposizione il proprio reddito futuro. Mutui, prestiti e cessioni del quinto ci porteranno dentro una finanza capace non soltanto di muovere il denaro nello spazio, ma anche di anticiparlo nel tempo: rendendo disponibile oggi una parte di ciò che guadagneremo domani. Due porte, stessa banca Entreremo nella stessa banca da due porte diverse: quella di chi possiede un patrimonio e quella di chi chiede credito. Vedremo come cambiano linguaggi, strumenti e criteri di valutazione e perché, nello stesso sistema, la ricchezza può ricevere una biografia mentre il bisogno rischia di ricevere un punteggio come ad una mostra canina Seguiremo la trasformazione attraverso la quale reddito, lavoro, consumi e comportamenti diventano informazioni misurabili. Scoring, profilazione, algoritmi e intelligenza artificiale ci porteranno a una domanda più grande: che cosa cambia quando conoscere una persona significa sempre più trasformarla in dati? Una geografia del potere Proveremo allora a ridisegnare la mappa da cui siamo partiti. Non guarderemo soltanto chi possiede chi, ma dove si concentra la capacità di decidere: chi ottiene credito, quali rischi vengono finanziati, dove viene indirizzato il risparmio e quali possibilità vengono aperte o chiuse (dulcis in fondi). Il paradosso del salotto buono….il rischio non c’è! Prenderemo il caso paradossale di una banca orientata soprattutto alla gestione di grandi patrimoni, che presenta ogni anno come elemento di solidità un NPE ratio estremamente basso. Ma che cosa misura davvero quell’indicatore se l’attività creditizia è marginale? Se si presta poco, si produce inevitabilmente poco credito deteriorato. Il dato resta corretto, ma cambia il significato che possiamo attribuirgli. Da qui una questione più generale: un indicatore di rischio può essere letto indipendentemente dal modello di banca che quel rischio decide, a monte, di assumere? L'articolo “Brucia le banche, bruciane tante” (ci hanno rubato il lavoro) proviene da EuroNomade.
October 2, 2026
EuroNomade
La scuola inclusiva non ha fallito
di GIROLAMO DE MICHELE. Il 22 luglio 1946, in un’aula della Costituente dove ancora risuonavano le vibranti parole di protesta, appena pronunciate, di Sandro Pertini per la scarcerazione dei criminali fascisti susseguente all’amnistia – e l’imbarazzata replica di Togliatti – prese la parola l’insegnante socialista Bianca Bianchi, una delle madri costituenti: il suo discorso, di cui rifiutò l’anticipata lettura ai colleghi maschi, fu la prima presa di parola della Repubblica sulla scuola. Se «fra i precetti degli uomini civili c’è quello di dare la mercede agli operai», disse Bianchi, «ce n’è un altro giustissimo: dare il sapere liberatore agli spiriti». È per questo che «bisognerebbe prendere con serietà il problema della scuola»: che «in Italia non è mai stata libera, è stata sempre asservita a qualche cosa o a qualcuno». È sotto il segno di queste parole che Anna Granata pone il suo La scuola inclusiva ha fallito, ultimo volume della collana fact-checking di Laterza (pp. 176, euro 17). Il titolo antifrastico richiama uno stereotipo ripetuto dai molti che criticano «l’idea di scuola inclusiva, aperta agli alunni neurodivergenti o con disabilità, agli studenti migranti di ogni età, a coloro che non parlano ancora la lingua italiana o non sono mai andati a scuola». Al contrario, Granata dimostra che nella storia dell’Italia democratica eccellenza e inclusione sono andate a braccetto, realizzandosi l’una attraverso l’altra, «tanto che possiamo parlare di una vera e propria eccellenza inclusiva». Si dipana quindi una doppia storia della scuola democratica: quella della progressiva inclusione dei soggetti esclusi, retaggio del Ventennio e dell’incompiutezza risorgimentale; e quella delle donne e uomini che, all’interno delle istituzioni educative, hanno messo in moto, esemplificato, dimostrato la fattibilità dei processi di inclusione. Sicché, a fronte di uno stanco e inconcludente discorrere di pretesi distinguo fra diritti civili e diritti sociali, viene facile rispondere che la scuola è il contesto concreto che dimostra la strumentalità di una distinzione fra diritti: e che la conquista dei diritti civili – cioè la realizzazione degli artt. 34 e 38 della Costituzione – è avvenuta all’interno di quel progresso sociale previsto dall’art. 3. I soggetti dell’inclusione sono (con le parole vintage dell’autrice) i marmocchi, i disadattati, le giovinette, i meridionali, gli analfabeti. Per tutti vale quanto sottotitola Granata per gli ultimi due: in un Paese diviso, è il padroneggiamento della lingua che unisce, facendo della cultura una pratica attiva della libertà. Come su uno schermo vediamo, attraverso questi capitoli dedicati a ciascuno dei soggetti, scorrere la storia d’Italia attraverso i luoghi dell’istruzione: l’abolizione delle classi differenziali e l’affermazione delle classi miste, l’alfabetizzazione dei figli della forza lavoro che realizzava il boom economico e le sperimentazioni delle didattiche per le disabilità, fino all’accettazione dell’infanzia come dimensione autonoma, non riconducibile all’adulto in miniatura. In ciascun caso si è trattato di dismettere lo sguardo e la pratica coloniale coi quali si riduceva l’altro al sé, e di accettare il principio che «da vicino nessuno è normale». E dentro questo film attraversano lo schermo – cioè la storia della Repubblica – don Milani e Mario Lodi, Massimo Amanniti e Alessandra Ginzburg, Emma Castelnuovo e Alberto Manzi, Gianni Rodari e Bruno Ciari, Mirella Antonione Casale, Anna Maria Melli ed Ernesto Codignola, Albino Bernardini e Rosa Calzecchi Onesti – che mette a verifica quel «multiforme ingegno» con cui, da traduttrice, aveva definito Odisseo nella pratica delle 150 ore, dove l’ingegno è multiforme perché collettivo. Ma una storia che non sia orientata alla creazione del futuro diventa inevitabilmente antiquaria, o archeologica: ecco quindi che questo libro, scritto dentro e contro il «progressivo lavoro di decostruzione di un patrimonio didattico ed educativo costruito negli anni» e caratterizzante la nostra scuola – non solo dai governi di destra: la ferita della Buona Scuola è tuttora aperta –, quando, per un solo apparente paradosso, «anziché estendere all’età adulta l’idea di una formazione culturale ampia e svincolata da scopi strumentali, si è estesa un’idea utilitaristica del sapere all’età infantile e giovanile», diventa uno strumento di difesa e di lotta contro il neocolonialismo, l’autoritarismo, in una parola il neoliberalismo: un programma per l’anno scolastico che prende il via in questi giorni. questo testo è stato pubblicato sul manifesto il 14 settembre 2026 L'articolo La scuola inclusiva non ha fallito proviene da EuroNomade.
October 1, 2026
EuroNomade
L’uso capitalistico delle macchine
di MARCO BASCETTA. Completamente proiettato verso il futuro, il dibattito sull’Intelligenza artificiale e i suoi rischi dimentica di guardarsi alle spalle dove forse troverebbe qualche risposta ai più inquietanti interrogativi che lo sviluppo di questa tecnologia solleva. Un antico concetto critico che risale addirittura agli albori della meccanica manifatturiera metteva già a fuoco quella deriva della tecnica e quell’oggettivazione del comando, che poi si è puntualmente sviluppata accompagnando tutta la storia dell’industrializzazione. Si chiamava «uso capitalistico delle macchine», espressione incompatibile con il gergo neoliberale e dunque bandita dal vocabolario della contemporaneità. Non stupisce dunque che amministratori delegati e padroni delle grandi industrie tecnologiche nel cominciare a valutare i rischi dell’Ai non sfiorino neanche la logica della concorrenza spietata, dell’accumulazione, dell’appropriazione di risorse e dello sfruttamento che muove e motiva le loro aziende. Si sostiene piuttosto che l’apocalisse tecnologica potrebbe essere generata da un processo autopoietico (e cioè dalla qualità più preziosa dell’Ai, quella di accrescersi e perfezionarsi autonomamente) sfuggito al controllo e nel quale la soggettività e l’interesse particolare dei magnati dell’industria informatica, l’input dottrinario e metodologico trasmesso al sistema per ottimizzare i loro scopi, sparirebbero senza lasciare traccia in una sorta di incontrollabile reazione a catena scatenata dai capricci del grande cervello artificiale. Noi di fare qualche passo indietro possiamo invece permettercelo. Cosa si intendeva con «uso capitalistico delle macchine»? Per semplificare, che una innovazione, un nuovo macchinario, che avrebbe potuto alleviare la fatica o sostituirsi alle mansioni più pericolose e debilitanti, veniva invece utilizzato per aumentare il ritmo del lavoro, incrementarne l’intensità e la ripetitività, accrescere la produttività e lo sfruttamento a tutto vantaggio dei profitti. Nonché usato per ricattare i lavoratori e abbattere il costo della loro forza con la minaccia (o la realtà) della disoccupazione da investimenti. Ma c’è un passo ulteriore e decisivo che muove verso la potenza del sapere e la sua appropriazione. In un celebre brano dei Grundrisse, lo studiatissimo «frammento sulle macchine» Marx elaborava il concetto di general intellect, un insieme di saperi e conoscenze sedimentato nelle macchine, riconducibile alla storia e all’esperienza dell’intera società. Un sapere sociale generale destinato a divenire anche la principale forza produttiva immediata, che avrebbe ridotto il lavoro materiale salariato e il suo tempo di applicazione a «un miserabile residuo» e trasformato l’operaio in controllore del processo più che suo agente. Questa potenza, negata nella sua genesi collettiva, rimaneva però assorbita nel capitale, presentandosi come sua proprietà e più precisamente come pertinenza del capitale fisso, ovverosia delle macchine di proprietà del capitalista. Oggi l’enorme patrimonio cognitivo sociale, l’insieme delle interazioni e delle innovazioni, dei linguaggi e delle informazioni riversati nell’addestramento dell’Ai, in breve l’intera vita mentale del pianeta, si presenta riorganizzata nelle grandi strutture dell’Intelligenza artificiale come proprietà di Big Tech e in ultima istanza del capitale finanziario. Che può decidere di rallentare o accelerare lo sviluppo dei sistemi, quali funzioni sostituire e quali modificare, quali pericoli scongiurare (soprattutto il rischio sempre più concreto di perdere molto denaro) e quali invece correre (catastrofi sociali e umanitarie), quali arbitri scegliersi per governare gli eccessi della concorrenza. Ciò che l’Ai deciderà di rendere superfluo dipenderà comunque dalla direzione di marcia impressa alla tecnologia da un apprendistato tutt’altro che neutrale. La superiore razionalità che sarà chiamata a perfezionarsi, rimuovendo ogni ostacolo e scrupolo eccessivo, è quella dell’accumulazione capitalistica e del comando oligarchico. E ci sono pochi dubbi su quale sarà l’uso capitalistico della «macchina pensante» da parte dei tecno oligarchi. Un potere che già è ampiamente dispiegato. Il famoso detto secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo vuol dire probabilmente che la prima sarà opera del secondo. Il rischio più immediato è invece che il fine, dettato da una feroce demenza naturale, venga perseguito con mezzi selezionati e perfezionati dall’ Ai capaci di una imprevista potenza distruttiva. A Gaza abbiamo avuto l’orrenda illustrazione di come il prezzo sostenibile in termini di vite palestinesi per l’uccisione di ogni singolo miliziano di Hamas venisse affidato a un calcolo automatizzato. Questo affidamento e la rimozione di ogni scrupolo è stata però opera di un decisore politico. E così come l’Onu e altri organismi sovranazionali fondati su principi universalistici si sono rivelati impotenti a fermare il massacro e perseguirne i mandanti, così è improbabile che un analogo organismo riesca a mettere la museruola all’Ai. Almeno fino a quando i suoi padroni e i poteri politici che la usano come strumento di sopraffazione e di dominio non saranno sconfitti da una forza collettiva decisa a riappropriarsi di ciò che le appartiene. questo intervento è stato pubblicato sul manifesto il 20 settembre 2026 L'articolo L’uso capitalistico delle macchine proviene da EuroNomade.
September 29, 2026
EuroNomade
Perché non basta la paura
di MARCO BASCETTA. Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata, condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale, e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd. Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt, ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da rivendicazioni economiche e materiali. Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare, promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli ultimi sondaggi sembrerebbe indicare. Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta, e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del “cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza, evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste. Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla “sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un volto particolarmente amichevole. Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che non si potrebbe propriamente definire moderato. E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt, al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump. Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa, iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in Sachsen-Anhalt. questo intervento è stato pubblicato su il manifesto il 6 settembre 2026 L'articolo Perché non basta la paura proviene da EuroNomade.
September 6, 2026
EuroNomade
Di chi è il mare? Il comune oltre la proprietà
di ROBERTA POMPILI. Il nuovo Piano demaniale di Vasto (CH) prevede nuovi usi lungo la scogliera di Casarza, San Nicola e Vignola. Oltre duemila firme lo contestano. Ma il conflitto comincia prima del privato: nel modo in cui il pubblico governa il demanio, decide gli usi e rende un territorio disponibile alla concessione. Di chi è il mare? La risposta più spontanea — di tutti — ha il pregio delle evidenze e il difetto di nascondere quasi tutto ciò che conta. Il demanio marittimo sottrae una parte essenziale della costa alla normale circolazione proprietaria in ragione degli usi pubblici del mare, senza per questo collocarla fuori dalla storia. Le forme della tutela, le attività consentite, il confine tra fruizione generale e uso particolare mutano insieme alla società e ai rapporti di forza capaci di tradursi in decisione pubblica. Pensare il demanio come una superficie immobile, preservata una volta per tutte dalla proprietà pubblica, impedisce dunque di coglierne la natura politica. Il regime giuridico stabilisce vincoli essenziali, ma lascia aperta la questione di chi possa usare il bene, in quale modo e con quale capacità di determinarne il futuro. È dentro questa distanza tra proprietà pubblica e governo degli usi che si colloca il conflitto aperto a Vasto sul nuovo Piano demaniale. Lungo la costa rocciosa di Casarza, San Nicola e Vignola sono state previste nuove destinazioni e possibilità di concessione. Italia Nostra, il Comitato per la tutela del territorio e altre realtà ambientaliste le contestano; oltre duemila firme chiedono di preservare la scogliera e di riprendere il percorso per l’istituzione della Riserva naturale regionale di Casarza. Nella protesta convergono tutela ambientale, libera fruizione e pratiche sedimentate nel tempo, tra cui quelle legate alla piccola pesca. Si potrebbe aggiungere la vicenda al lungo catalogo delle privatizzazioni delle coste italiane. Non sarebbe sbagliato, ma si arriverebbe in ritardo sul luogo del “delitto”, quando il privato è già entrato in scena. A Vasto la questione interessante si presenta un momento prima. La scogliera non viene venduta e resta demaniale; cambia però il campo dei suoi possibili usi. Prima che qualcuno possa ottenere una concessione deve essere stata prodotta la possibilità stessa di concedere. E la concedibilità non appartiene alla natura di una scogliera: occorre individuarne una porzione, delimitarla, tradurla in superficie amministrabile e attribuirle una destinazione. Ogni pianificazione procede attraverso classificazioni, misure e confini, ma queste operazioni non si limitano a descrivere il territorio: selezionano anche ciò che esso potrà diventare. Il conflitto sulle concessioni comincia dunque prima del concessionario, nella scelta pubblica che riorganizza gli usi presenti in funzione di quelli futuri. Per questo la contrapposizione tra pubblico e privato non basta. Il problema non è soltanto quanto demanio venga affidato ai privati, ma che cosa il pubblico faccia del demanio. Può proteggerne la funzione collettiva e sottoporlo a vincoli ecologici; può anche organizzarne parti intorno a usi particolari. La proprietà pubblica, da sola, non predetermina una politica del demanio e né esiste alcun automatismo: una concessione non ne modifica la natura demaniale. D’altra parte le destinazioni decise oggi possono trasformarne nel tempo gli usi e l’assetto concreto. In questo quadro acquista un significato meno innocente una parola onnipresente nel lessico delle politiche territoriali: «valorizzazione». Il termine gode dell’invidiabile privilegio di presentare come incremento di valore ciò che presuppone una decisione su quale valore debba contare. Una caletta dove si trascorre gratuitamente un pomeriggio, una scogliera sulla quale si pesca, si nuota o si rimane davanti al mare hanno davvero bisogno che qualcuno assegni loro una funzione? Quei luoghi non attendono una destinazione per acquistare senso. Sono già attraversati da relazioni, saperi e consuetudini; producono benessere, piacere, memoria e socialità senza bisogno di presentarsi alla cassa per dimostrare la propria utilità. È precisamente questa gratuità a renderli deboli nel confronto con il lessico dello sviluppo. Un investimento porta con sé cifre, occupazione promessa, servizi, presenze turistiche; una giornata di pesca, un bagno o qualche ora trascorsa sugli scogli non dispongono della stessa eloquenza contabile. Il primo arriva davanti alla decisione pubblica già certificato come valore, gli altri come semplici abitudini, quasi dovessero ancora giustificare la propria esistenza. È anche attraverso questi usi apparentemente improduttivi che una società riproduce se stessa. La scogliera è, in questo senso, un’infrastruttura della vita comune: sostiene relazioni e pratiche proprio perché non è obbligata, ogni volta, a trasformarle in reddito. La messa al lavoro del territorio non richiede necessariamente il trasferimento della proprietà. Paesaggio, accesso all’acqua, biodiversità e storia sociale sono ricchezze già esistenti che possono diventare condizioni gratuite di una successiva valorizzazione. Il bene resta pubblico mentre alcune delle sue qualità vengono riorganizzate secondo una misura economica. Ma un nuovo uso, inoltre, non occupa soltanto i metri quadrati racchiusi nel perimetro di una concessione. Può richiedere accessi, acqua, energia, gestione dei reflui e dei rifiuti, interventi sul suolo e sulla vegetazione circostante. Sarebbe scorretto anticipare quali opere saranno necessarie sulla scogliera vastese; proprio per questo la domanda dovrebbe precedere l’assegnazione: quale infrastrutturazione occorre per rendere produttiva una porzione di costa oggi poco antropizzata, e quali trasformazioni produce oltre i confini del lotto? Nel mezzo di una crisi climatica la questione non è ornamentale. Vegetazione costiera, suoli permeabili ed ecosistemi di transizione contribuiscono alla biodiversità, alla regolazione microclimatica e alla resilienza del territorio. Anche qui ciò che non presenta un conto rischia di diventare invisibile: un suolo permeabile o la vegetazione costiera svolgono gratuitamente funzioni da cui dipende l’abitabilità del luogo, proprio come chi resta sugli scogli senza consumare non produce un incasso. Una costa liberamente accessibile ammette allora una figura sempre più eccentrica: qualcuno che può semplicemente esserci, senza acquistare, prenotare o dimostrare con la capacità di spesa la legittimità della propria presenza. L’esclusione non richiede un divieto: basta che una caletta cambi funzione, poi quella successiva, finché gli spazi accessibili senza pagare diventano residuali. Il prezzo può svolgere la funzione del recinto senza che sia necessario costruirne uno. La costa libera conserva dunque la possibilità di una presenza non subordinata alla solvibilità. Ma una prospettiva ecologica impedisce di trasformare questa libertà in un diritto illimitato sulla natura: un ecosistema fragile può richiedere restrizioni. Dire che “il mare è di tutti”, dunque, non basta. Condividere un territorio significa decidere quali usi siano compatibili con la sua riproduzione e che cosa una collettività sia capace di dichiarare indisponibile: non nel significato tecnico del termine, ma in quello politico di ciò che si sceglie di non tradurre integralmente in opportunità economica. L’indisponibilità non congela il territorio: introduce nella trasformazione un limite alla valorizzazione. Le oltre duemila firme raccolte a Vasto non costituiscono di per sé un comune, né una comunità locale possiede per natura una superiore razionalità ecologica. Mostrano però pratiche, conoscenze e relazioni con il territorio che chiedono di contare nella determinazione del suo futuro. Eppure da questo conflitto emerge la questione politica del comune, prima ancora che se ne possa definire una forma compiuta. Non una terza proprietà da aggiungere al pubblico e al privato, né una comunità già costituita alla quale consegnare il bene, ma l’apertura di una questione di potere: come possano acquistare capacità di decisione coloro che un territorio lo usano, lo conoscono e contribuiscono alla sua riproduzione; attraverso quali istituzioni e procedure; entro quali limiti ecologici. Su questo terreno le risposte sono ancora largamente da costruire. Ma il conflitto sulle concessioni rende già visibile una domanda che la sola proprietà pubblica non risolve: chi partecipa alla decisione su ciò che un territorio può diventare? Di chi è il mare? La domanda, allora, non riguarda più soltanto la proprietà. Investe il potere di determinarne gli usi, le forme di valore capaci di trasformarlo e ciò che una collettività sceglie di sottrarre alla disponibilità economica. Prima della concessione viene la concedibilità e prima ancora, una decisione su ciò che un territorio può diventare: e lì che inizia il conflitto per il comune. questo testo è stato pubblicato, in una versione più breve, sul manifesto del 20 agosto 2026 L'articolo Di chi è il mare? Il comune oltre la proprietà proviene da EuroNomade.
August 22, 2026
EuroNomade
Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti
di SANDRO MEZZADRA. «Il mondo è di chi si muove», recitava uno striscione esposto a Roma al corteo contro la «remigrazione», lo scorso 13 giugno. Un’analoga intenzione politica aveva motivato la scelta di aprire con una manifestazione dedicata al tema delle migrazioni le tre giornate di contestazione del G8 di Genova, il 19 luglio del 2001. Libertà di movimento, libertà senza confini, era scritto sul grande striscione di apertura. Leggere politicamente le pratiche di mobilità era l’obiettivo che quella manifestazione, di decine di migliaia di persone, si poneva. Lungi dal potere essere ridotti a «vittime» della globalizzazione neoliberale, come pure molte voci ripetevano all’interno del movimento che si era presentato sulla scena tra Seattle e Porto Alegre, i e le migranti diventavano incarnazione della lotta per un «altro mondo possibile». Attraverso i loro movimenti e le loro lotte quotidiane disegnavano il profilo di una diversa globalizzazione, di un insieme di geografie «subalterne» che costituivano una delle infrastrutture fondamentali su cui innestare desideri e progetti di trasformazione radicale dell’esistente. In Italia e in Europa, Genova 2001 diventò così – tra molte altre cose – uno snodo fondamentale per lo sviluppo dell’attivismo attorno ai temi delle migrazioni e dei confini, che ha caratterizzato fino a oggi i movimenti sociali: dalle mobilitazioni per il permesso di soggiorno alle iniziative contro la violenza dei confini, dal protagonismo dei migranti nelle lotte per la casa e sul lavoro fino ad arrivare alla «flotta civile» impegnata nel soccorso in mare nel Mediterraneo. Ma l’indicazione fondamentale di quel 19 luglio, almeno nella prospettiva di chi organizzò la manifestazione, era di portata ancora più generale: la migrazione e i confini non dovevano essere assunti come temi per «specialisti» ma piuttosto come lenti, come un metodo per leggere nel loro insieme le trasformazioni del capitalismo e della società dal punto di vista delle potenzialità di lotta e liberazione che le caratterizzavano. Venticinque anni dopo, si impone un bilancio. E in prima battuta non può essere positivo: si deve piuttosto riconoscere che in molte parti del mondo, a partire dall’Italia e dall’Europa, sono state le destre più o meno radicali a utilizzare quella lente e quel metodo, rovesciandoli. Attorno al rifiuto della migrazione e all’ossessione identitaria per i confini sono stati costruiti progetti aberranti di società chiuse in difesa dell’esistente, con sempre più espliciti riferimenti a gerarchie razziali da ristabilire. La violenza delle polizie di frontiera penetra all’interno delle aree metropolitane; si combina con le tecnologie digitali e con l’intelligenza artificiale per braccare i soggetti mobili, mentre gli strumenti di protezione giuridica di questi ultimi si fanno sempre più evanescenti – negli Stati uniti di Trump così come nell’Europa del nuovo Patto su migrazione e asilo. Non era certo rosea la condizione migrante nel luglio del 2001 – e ancor più dura sarebbe divenuta dopo l’11 settembre e con l’avvio della «guerra globale al terrore». E tuttavia oggi, mentre la congiuntura è segnata dalla proliferazione di guerre di diversa natura, occorre riconoscere che siamo di fronte a un salto di qualità nell’attacco ai e alle migranti. Certo, in Europa come negli Stati uniti i tessuti metropolitani costruiti attorno alla presenza migrante resistono con efficacia, e spesso con successo, all’offensiva portata da forze di destra che non di rado operano in continuità con l’azione e le retoriche dei governi «progressisti». L’umanitario diventa in queste condizioni un terreno essenziale di conflitto, mentre la resistenza può avvalersi della generosità e delle competenze irrinunciabili di giuristi e giuriste. Ma la resistenza, pur così necessaria, non è sufficiente. L’indicazione del 19 luglio 2001 – la politicizzazione delle pratiche di mobilità – risulta oggi in questo senso ancora più attuale. Tornare a leggere il mondo attraverso la lente della migrazione, costruire attorno alla libertà di movimento nuovi progetti di società, esaltare il protagonismo migrante nella lotta sociale e nella costruzione di coalizioni politiche capaci di trasformare realmente i rapporti di potere: in un mondo drasticamente mutato, queste indicazioni che arrivano da un passato ormai lontano ancora attendono di essere riprese e reinventate nella nostra quotidianità. questo testo è stato pubblicato sullo speciale del manifesto “Cicatrici” il 17 luglio2026 L'articolo Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti proviene da EuroNomade.
July 18, 2026
EuroNomade
Benedetto Vecchi. Un intellettuale dai piedi scalzi
A cura di Sergio Bianchi, è on line da oggi su Ahidaonline una silloge di scritti di Benedetto Vecchi. Al suo interno il primo capitolo del libro cui Benedetto stava lavorando “Tecnoutopie”, ritrovato nel suo PC dopo la sua scomparsa. Lo ripubblichiamo ringraziando la curatrice del testo Laura Fortini, e Sergio Bianchi per la raccolta. Un futuro a portata di immaginazione (prima versione dell’agosto 2019 revisionata da Laura Fortini)
 Un mondo dove la miseria e la condanna al lavoro sono stati banditi e tutti i lavori sporchi sono svolti da macchine intelligenti, ma prone a qualsiasi ordine umano nel pieno rispetto delle bronzee leggi sui robot stilate da uno scrittore in odore di filosofo. Oppure la chimera di una realtà dove tutti riescono ad arricchirsi facendo leva su un individualismo tanto radicale quanto tendente a un perfetto equilibrio, consentendo cioè agli altri umani di perseguire lo stesso desiderio di ricchezza e benessere. In ogni caso, la leva per il mondo perfetto è data da un sistema di macchine così evoluto da far parlare di macchine intelligenti. Certo, c’è sempre qualcuno che preferisce disegnare scenari apocalittici, dove le macchine svolgono un ruolo, consolidare cioè il potere di una minoranza nei confronti della maggioranza della popolazione. Un medioevo tecnologico seguito a una apocalisse sociale che ha negato la possibilità di liberazione data da un uso intensivo ed estensivo di macchine, intelligenza artificiale e biotecnologie. In questo caso l’intelligenza artificiale e la scienza – nel medioevo tecnologico la manipolazione genetica serve a selezionare una razza padrona – sono l’ambito per edificare una società dove non c’è spazio invece per immaginare un futuro che prova a rendere reale la chimera mondana di un paese della cuccagna dove è bandita sofferenza e miseria. La negazione dell’utopia si affianca tuttavia a rinnovate proposizioni di buone società e del buon vivere. Le utopie hanno infatti il potere di affascinare ogni volta che sono proferite, perché proiettano l’uditorio in una terra misteriosa dove tutto diventa possibile. Ciò che era noto rivela la sua insopportabilità, assumendo le caratteristiche di una camicia di forza che impedisce libertà di movimento; e di immaginazione. Quel che appariva come rassicurante e protettivo – la vita quotidiana scandita dagli stessi gesti e volti senza molte variazioni, le relazioni di vicinato così prevedibili nel loro manifestarsi – diventa una costrizione, come quando si indossa un abito troppo stretto che spezza il respiro e rende goffi nei movimenti. In nome di ciò che non è ancora, possono invece essere forzati i vincoli e i limiti della realtà inseguendo il sogno di costruire un altro mondo. Il potere attrattivo delle utopie non viene meno neppure quando sono messe all’indice in nome di un principio di realtà al quale aderire. Poco importa se condiviso o, all’opposto, rigettato in nome di un futuro da costruire con metodo e dedizione. L’utopia è qui considerata una maledizione che distoglie dal buon vivere, deviando lo scorrere della vita dal giusto procedere. Il principio di realtà è l’insieme di consuetudini e norme che non possono essere aggirate in nome di una società ideale perché così facendo si mette in pericolo l’esistenza di una comunità. I nemici dell’utopia non hanno dubbi: il futuro non può mai segnare una distanza dal presente, perché in ballo c’è sempre la riproduzione del già noto, senza la quale l’insieme dei rapporti sociali è messo in pericolo. Inutile, balbetta così il cantore dello status quo, sostenere che senza la promessa di un futuro altro da quello già tracciato, l’umanità è condannata alla stanca ripetizione di una esistenza che impedisce proprio quel buon vivere tanto agognato. All’ignoto del futuro, è dunque preferibile il ritorno del sempre eguale. La tensione esistente tra principio di realtà e utopia svela quindi l’insopprimibile opposizione tra l’adesione allo status quo e il suo obbligato tradimento per migliorare la propria e altrui vita. Sta in questa tensione il fascino dell’utopia, che manifesta la sua attrattiva anche in chi la aborre. L’utopia è cioè una tentazione alla quale va opposto ogni mezzo necessario proprio per la sua aura di futuro che rompe il lento e previsto procedere del vivere in società. Ma chi si propone di svelare la profondità dell’abisso scavato dalla proposizione di un arido realismo corre tuttavia il rischio del più ignobile e amaro fallimento, se il futuro proposto non è preventivamente avvolto nelle riposanti e stordenti spire di una forte immaginazione sociale. A scanso di equivoci. Il rischio di fallimento dell’utopia sta non in una immaginazione troppo fervida o spregiudicata, bensì nel fatto che non può essere lasciata libera a se stessa, manifestando insopportabili banalità e un fine ben diverso da quella vaticinato. L’immaginazione, e il suo fratello gemello, il realismo, sono cioè ritenuti entrambi portatori di sventura se svincolati da quella realtà dalla quale annunciano il congedo o la più forte adesione. Quale sia la via che conduca oltre il baratro del realismo e l’abisso di un inferno nascosto dietro l’annuncio di un paradiso terrestre, ci troviamo di fronte a una operazione spericolata e piene di insidie come stanno a testimoniare secoli di utopie destinante tutte a riempire di macerie la storia dell’umanità. Quello che però si manifesta con sorprendente regolarità è il fatto che nonostante i fallimenti e le tragedie consumate in nome dell’utopia, i propositi di riscatto e di felicità tornano a turbare i sonni e il quieto vivere delle società. Pensare il divenire storico senza immaginazione sociale, argomentava con acume Bronislaw Baczko ne L’utopia, è un’operazione parziale, monca. Da qui la riproposizione di città ideali, isole che non ci sono, repubbliche ideali. L’utopia, e il suo fratello, il realismo, sono attitudini destituite di fondamento logico se non sorrette da una idea forte, che faccia deviare il corso degli eventi dalla traiettoria stabilita dalla freccia del tempo scoccata a suoi tempo dai sui custodi. E se l’utopia prospetta un mondo da modellare sotto le mani più o meno sapienti degli umani, il realismo manifesta indipendentemente dai propositi di chi lo invoca una analoga e comunque oppositiva forza modellatrice della realtà nella riproposizioni delle consuetudini, dell’ordinario, delle relazione sociali modellate secondo le regole immarcescibili dello stato di natura. Tra utopia e realismo, dunque, sono molti più i punti di congiunzione di quelli stabiliti dalla filosofia; o dalla teologia. Da una parte, quindi, c’è un futuro da modellare secondo quanto è dato possibile immaginare; dall’altra c’è la forza normativa del noto, del consueto, dell’ordine dato che si propone comunque di plasmare le menti e i corpi. L'articolo Benedetto Vecchi. Un intellettuale dai piedi scalzi proviene da EuroNomade.
July 17, 2026
EuroNomade
Anubi, comunista impenitente, ha pagato la sua generosità
Anubi è stato uno dei leader della Pantera romana, dirigente politico dei Giovani Comunisti e di Rifondazione, giornalista a Liberazione, militante no global, disobbediente, attivista del movimento romano, instancabile cospiratore in lotta per un mondo nuovo. Per noi è stato un fratello, un amico e un pezzo di vita comune. Abbiamo abitato insieme, spartito riunioni interminabili, scritto centinaia di documenti politici, litigato, riso e pianto, partecipato fianco a fianco a lotte e assemblee, cortei e organizzazioni. In ogni istante condiviso Anubi è stato generatore di differenza, apertura di senso, talento critico. Indubbio è ch’egli sia stato il più colto, intelligente, acuto, dissacrante militante politico della nostra generazione. Se fosse vero che il mondo si organizza secondo i meriti, avrebbe mietuto riconoscimenti e gratitudine invece la vita è stata dura con lui, oltremodo e fino alla fine. Forse perché, in questo tempo cattivo, la generosità e il disinteresse si pagano. Certamente perché noi tutte e tutti non abbiamo saputo aiutarlo come avremmo voluto e dovuto. Comunista impenitente, rivoluzionario indefesso dal sorriso beffardo e un po’ aristocratico, Anubi era nell’organizzazione un irregolare, nel movimento uno spirito inquieto, nella vita di ogni giorno un visionario scombiccherato e geniale. Così profondo, sensibile, dolce e ingenuo da non sembrare di questo mondo. Ed in effetti, questo mondo qua, non se lo meritava. Le strade che ci hanno portato a Genova abbiamo saputo percorrerle, perché Anubi ci teneva per mano. Cauzione preziosa per lanciare il nostro assalto al cielo. E quando lo stato del capitale, nel caldo soffocante di quella estate lontana, ci sparò in testa tutta la sua violenza, togliendoci fiato, pensieri e concetti fu ancora Anubi a dire quale rotta dovevamo percorrere per il tempo che restava. Lo ricordiamo in mezzo a quella assemblea muta, allo stadio Carlini, farsi spazio, prendere il microfono, alzare lentamente un braccio e ficcare negli occhi di tutte e tutti noi un bossolo stretto tra pollice e indice. Poi ridarci voce, regalandoci le parole per dire che se lo stato aveva deciso di passare la prima di moltissime future soglie della violenza accettabile, noi non dovevamo lasciare che il potere potesse trasformarci con la morte che ci cuciva addosso. Perché il desiderio di cambiare il mondo non lascia spazio a passioni tristi. Perché eravamo altro e Anubi ha continuato ad esserlo fino all’ultimo. In queste ore di dolore assordante possiamo solo dire che il debito che ci lega a quanto egli ha saputo insegnarci non ha misura alcuna. Marco Assennato, Luca Casarini, Michele De Palma, Peppe De Cristofaro, Daniele Farina, Nicola Fratoianni, Giulio Lauri, Gennaro Migliore, Niccolò Pecorini, Betta Piccolotti. L'articolo Anubi, comunista impenitente, ha pagato la sua generosità proviene da EuroNomade.
July 4, 2026
EuroNomade
Il divenire geopolitico della sovranità
di UGO ROSSI. Relazione presentata al convegno Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale, Università di Salerno, 18-19 giugno 2026. Premessa La critica della sovranità – intesa come espressione giuridico-politica della ragione di Stato, contro le istanze di trasformazione  e di continua innovazione istituzionale messe in campo dalla moltitudine – rappresenta un tema centrale – se non il tema chiave – nel pensiero politico di Antonio Negri. Si fa riferimento qui in particolare alla produzione teorica negriana che va dalla pubblicazione a firma singola di La Forma Stato nel 1977, passando per L’Anomalia Selvaggia nel 1981 e Il Potere Costituente nel  1992, fino a giungere a Labor of Dionysus nel 1994, il primo della serie di libri (cinque in tutto, oltre a saggi più brevi) scritti insieme a Michael Hardt,  che termina con Assembly, apparso nel 2017. In questa fase, Empire, pubblicato nel 2000, spicca in modo particolare perché il libro – un vero e proprio tour de force di confronto serrato con il dibattito critico sulla globalizzazione, allora in piena fase ascendente – è  costruito nella sua proposta interpretativa intorno alla critica della sovranità associata all’avvento del nuovo ordine “imperiale” del capitalismo globale. Da parte sua, Assembly, scritto all’indomani della crisi del 2008 e alla luce della grande emergenza del ciclo di movimenti globali originatosi nel 2011 (da Occupy Wall Street alle primavere arabe alle acampadas spagnole, fino agli esperimenti municipalisti in Europa e nelle Americhe e all’insurrezione post-nazionale e confederalista del Rojava curdo nel corso degli anni 2010), è il lavoro dove si trova traccia delle indicazioni più puntuali sulla pratica di una politica moltitudinaria, alternativa all’idea di sovranità. Il filo conduttore che lega queste opere è la critica “ontologica” della sovranità. Si dice “ontologica” perché la critica di Negri e poi di Hardt-Negri è rivolta alla sovranità in quanto tale, alla sua essenza e a come questa si manifesta nelle diverse articolazioni della politica moderna e contemporanea: dalla versione realista che individua nella figura del sovrano il custode supremo della ragione di Stato (da Hobbes a Carl Schmitt e la sua idea dello stato d’eccezione come momento rivelatore del potere decisionale del sovrano), fino alla teoria democratico-rappresentativa della sovranità, che individua nel “popolo” unitariamente inteso il soggetto capace di rappresentare la “volontà generale” (nella formulazione originaria di Jean Jacques Rousseau).  Il tema della critica della sovranità è a tal punto centrale nel pensiero negriano che si può affermare che come in Marx e in Marx-Engels la “critica dell’economia politica” rappresenta il filo rosso che tiene insieme la loro opera, in Negri e in Hardt-Negri tale ruolo spetta appunto alla “critica della sovranità”. L’intervento che segue offre una rivisitazione del tema negriano della critica della sovranità alla luce dell’attuale congiuntura politico-economica. La congiuntura attuale, così come ha preso forma negli ultimi cinque anni, nel periodo che  intercorre tra la fine della pandemia di Covid, l’inizio dell’invasione della Russia in Ucraina e le attuali guerre in Medio Oriente/Asia Occidentale, è segnata da ciò che denomino “divenire geopolitico della sovranità”. Il divenire geopolitico della sovranità è l’esito di un contesto segnato da una prolungata instabilità nei mercati internazionali, dall’esplosione di tensioni e rivalità strategiche, commerciali e tecnologiche tra gli Stati, con forti ripercussioni sulle economie nazionali (ad esempio, aumento generalizzato del costo della vita), e dal conseguente moltiplicarsi di guerre e cosiddette “operazioni” militari in regioni cruciali del pianeta dal punto di vista geopolitico ed energetico, tale da imporre un vero e proprio “regime di guerra” sul mondo contemporaneo. In una prospettiva più lunga, le origini dell’attuale congiuntura politico-economica possono essere fatte risalire alla crisi immobiliare e finanziaria del 2008 negli Stati Uniti e alla successiva crisi dell’Eurozona tra fine anni 2000 e inizio anni 2010. La crisi di fine anni 2000 ha segnato infatti uno spartiacque fondamentale nell’esaurirsi della parabola ascendente della globalizzazione, che si può definire “globalista”, a guida atlantica (statunitense in particolare), e nell’avvio di una fase segnata da un riassetto delle relazioni interstatali in senso multipolare, caratterizzata da revanchismi nazionali e imperialistici che hanno condotto fino al “regime di guerra” che oggi abbiamo davanti.  Nella congiuntura attuale si sono trovate a coesistere principalmente due distinte modalità politico-strategiche di affermazione della sovranità, che convergono in quel che denomino “divenire geopolitico della sovranità”: 1. Una modalità di matrice conservatrice-reazionaria: vale a dire, quel che è noto come “sovranismo” nel discorso pubblico. A mio avviso, si possono distinguere due versioni di sovranismo, emerse entrambe nel corso degli anni 2010: una “domestica” (di tipo difensiva) e un’altra “esterna” (di tipo offensiva). Il sovranismo “domestico” – esemplificato da leader attivi in paesi medio-grandi come Orban, Bolsonaro, Modi, Farage – è fondato principalmente sulla difesa del proprio territorio e dunque dei propri confini nazionali, sul nazionalismo economico, sulla promozione dei valori tradizionali e dell’identità nazionale minacciata dall’immigrazione straniera. Il sovranismo “esterno” dal canto suo, esemplificato dalla seconda Presidenza Trump e con proprie peculiarità da Putin in Russia, è sì anch’esso caratterizzato dal nazionalismo economico e dall’identitarismo nazionale, ma è al tempo stesso orientato anzitutto al disconoscimento dell’autorità rappresentata dalle organizzazioni internazionali (a partire dalle Nazioni Unite) e dal sistema di relazioni multilaterali ad esse collegato.  A dispetto delle previsioni iniziali che attribuivano a Trump una linea isolazionista in materia di politica estera, il sovranismo statunitense si origina – al di là delle sue motivazioni ideologiche (il “ritorno al fascismo”) – da una duplice necessità strategica dell’amministrazione statunitense: sul piano energetico, di ricostruire una propria filiera transnazionale delle risorse minerarie di valore strategico (i cosidetti critical minerals), contrastando la posizione di quasi monopolio conquistata dalla Cina negli scorsi anni nel controllo delle “terre rare” e delle materie prime critiche; sul piano tecnologico, di affermare il proprio controllo sulle infrastrutture materiali e immateriali che sovrintendono i flussi di global data del capitalismo delle piattaforme, come le monete digitali, la cybersecurity e le infrastrutture digitali urbane.     2. Una seconda modalità di manifestazione della sovranità è di matrice tecnocratica, associabile in primo luogo all’Unione Europea e con proprie peculiarità alla Cina e ad altri paesi che perseguono strategie di cosiddetto “tecno-nazionalismo”. Nel contesto dell’UE, tale modalità di sovranità è emersa con forza negli anni della transizione post-pandemica. Come nel caso del sovranismo esterno dell’amministrazione Trump, la sovranità tecnocratica si origina da una spinta al tempo stesso tecnologica, infrastrutturale ed energetica. Da un lato, il boom dell’Intelligenza Artificiale generativa nella prima metà degli anni 2020 ha imposto un’accelerazione nell’investimento statale in tecnologie digitali e in produzioni e infrastrutture strategiche come i semiconduttori e le fibre ottiche. A partire dal 2025, l’Unione Europea ha intensificato la strategia di sovranità tecnologica con l’approvazione di una serie di documenti strategici che hanno l’obiettivo di rafforzare la competitività europea e ridurre la dipendenza da fornitori esteri.   Al tempo stesso, la crisi energetica innescata dapprima dall’invasione della Russia in Ucraina e poi dalla crisi dello Stretto di Hormuz generata dall’offensiva bellica di Israele e Stati Uniti contro l’Iran hanno imposto un’accelerazione nella strategia di sovranità energetica in seno all’Unione Europea, nel senso della fuoriuscita dalla dipendenza dai combustibili fossili e nello sviluppo di filiere di energie cosiddette “pulite”. In modo simile all’Unione Europea, sebbene non utilizzi esplicitamente il termine “sovranità”, l’ultimo piano quinquennale approvato dalla Cina per gli anni 2026-2030 è incentrato su strategie di autosufficienza energetica e tecnologica, in funzione dell’obiettivo di raddoppiare le dimensioni dell’economia nazionale entro il 2035. Come si vede, le motivazioni che sono dietro l’emergere delle due modalità di sovranità appena indicate sono simili, se non addirittura coincidenti. Tali motivazioni sono rivelatrici di quella che David Harvey ha denominato “geopolitica del capitalismo”, in un saggio apparso nell’ormai lontano 1985. Secondo Harvey, la geopolitica del capitalismo si origina dalla frizione che viene a crearsi tra la tendenza del capitale a un’espansione fluida e irrispettosa dei confini nazionali, da un lato, e l’interesse strategico degli stati nazionali, con il loro ancoraggio a territori, confini e popolazioni, dall’altro. Ciò che denomino “divenire geopolitico della sovranità” è dunque l’esito della dialettica, ancora oggi irrisolta, tra logiche capitalistiche di espansione dei mercati in ambito tecnologico, energetico e infrastrutturale e logiche statuali di competizione per il dominio globale.   Al tempo stesso, il fenomeno del “divenire geopolitico della sovranità”, nel disvelare la forma assunta dalla geopolitica del capitalismo al tempo del regime di guerra globale, ha l’effetto di dissolvere le illusioni per una sovranità nazionale rivendicata in nome del “popolo”, a lungo coltivate da settori significativi della sinistra, a livello internazionale e anche in Italia, rappresentata negli scritti di teoriche e teorici come Jodi Dean, Chantal Mouffe, Slavoj Zizek. La “geopoliticizzazione” della sovranità che oggi occupa la sfera pubblica e il suo immaginario lascia poco spazio per una sua rivendicazione in senso democratico e popolare. La fine dell’illusione della sovranità popolare apre invece la strada alla pratica di una politica non-sovrana dei futuri possibili, oltre il regime di guerra presente. “Pensare oltre lo Stato” la transizione energetica e climatica e inventare quelle che Hardt e Negri hanno chiamato “istituzioni non sovrane” è la sfida che si pone oggi ai movimenti collettivi che lottano per la giustizia sociale e ambientale. L'articolo Il divenire geopolitico della sovranità proviene da EuroNomade.
June 26, 2026
EuroNomade