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Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti
di SANDRO MEZZADRA. «Il mondo è di chi si muove», recitava uno striscione esposto a Roma al corteo contro la «remigrazione», lo scorso 13 giugno. Un’analoga intenzione politica aveva motivato la scelta di aprire con una manifestazione dedicata al tema delle migrazioni le tre giornate di contestazione del G8 di Genova, il 19 luglio del 2001. Libertà di movimento, libertà senza confini, era scritto sul grande striscione di apertura. Leggere politicamente le pratiche di mobilità era l’obiettivo che quella manifestazione, di decine di migliaia di persone, si poneva. Lungi dal potere essere ridotti a «vittime» della globalizzazione neoliberale, come pure molte voci ripetevano all’interno del movimento che si era presentato sulla scena tra Seattle e Porto Alegre, i e le migranti diventavano incarnazione della lotta per un «altro mondo possibile». Attraverso i loro movimenti e le loro lotte quotidiane disegnavano il profilo di una diversa globalizzazione, di un insieme di geografie «subalterne» che costituivano una delle infrastrutture fondamentali su cui innestare desideri e progetti di trasformazione radicale dell’esistente. In Italia e in Europa, Genova 2001 diventò così – tra molte altre cose – uno snodo fondamentale per lo sviluppo dell’attivismo attorno ai temi delle migrazioni e dei confini, che ha caratterizzato fino a oggi i movimenti sociali: dalle mobilitazioni per il permesso di soggiorno alle iniziative contro la violenza dei confini, dal protagonismo dei migranti nelle lotte per la casa e sul lavoro fino ad arrivare alla «flotta civile» impegnata nel soccorso in mare nel Mediterraneo. Ma l’indicazione fondamentale di quel 19 luglio, almeno nella prospettiva di chi organizzò la manifestazione, era di portata ancora più generale: la migrazione e i confini non dovevano essere assunti come temi per «specialisti» ma piuttosto come lenti, come un metodo per leggere nel loro insieme le trasformazioni del capitalismo e della società dal punto di vista delle potenzialità di lotta e liberazione che le caratterizzavano. Venticinque anni dopo, si impone un bilancio. E in prima battuta non può essere positivo: si deve piuttosto riconoscere che in molte parti del mondo, a partire dall’Italia e dall’Europa, sono state le destre più o meno radicali a utilizzare quella lente e quel metodo, rovesciandoli. Attorno al rifiuto della migrazione e all’ossessione identitaria per i confini sono stati costruiti progetti aberranti di società chiuse in difesa dell’esistente, con sempre più espliciti riferimenti a gerarchie razziali da ristabilire. La violenza delle polizie di frontiera penetra all’interno delle aree metropolitane; si combina con le tecnologie digitali e con l’intelligenza artificiale per braccare i soggetti mobili, mentre gli strumenti di protezione giuridica di questi ultimi si fanno sempre più evanescenti – negli Stati uniti di Trump così come nell’Europa del nuovo Patto su migrazione e asilo. Non era certo rosea la condizione migrante nel luglio del 2001 – e ancor più dura sarebbe divenuta dopo l’11 settembre e con l’avvio della «guerra globale al terrore». E tuttavia oggi, mentre la congiuntura è segnata dalla proliferazione di guerre di diversa natura, occorre riconoscere che siamo di fronte a un salto di qualità nell’attacco ai e alle migranti. Certo, in Europa come negli Stati uniti i tessuti metropolitani costruiti attorno alla presenza migrante resistono con efficacia, e spesso con successo, all’offensiva portata da forze di destra che non di rado operano in continuità con l’azione e le retoriche dei governi «progressisti». L’umanitario diventa in queste condizioni un terreno essenziale di conflitto, mentre la resistenza può avvalersi della generosità e delle competenze irrinunciabili di giuristi e giuriste. Ma la resistenza, pur così necessaria, non è sufficiente. L’indicazione del 19 luglio 2001 – la politicizzazione delle pratiche di mobilità – risulta oggi in questo senso ancora più attuale. Tornare a leggere il mondo attraverso la lente della migrazione, costruire attorno alla libertà di movimento nuovi progetti di società, esaltare il protagonismo migrante nella lotta sociale e nella costruzione di coalizioni politiche capaci di trasformare realmente i rapporti di potere: in un mondo drasticamente mutato, queste indicazioni che arrivano da un passato ormai lontano ancora attendono di essere riprese e reinventate nella nostra quotidianità. questo testo è stato pubblicato sullo speciale del manifesto “Cicatrici” il 17 luglio2026 L'articolo Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti proviene da EuroNomade.
July 18, 2026
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Benedetto Vecchi. Un intellettuale dai piedi scalzi
A cura di Sergio Bianchi, è on line da oggi su Ahidaonline una silloge di scritti di Benedetto Vecchi. Al suo interno il primo capitolo del libro cui Benedetto stava lavorando “Tecnoutopie”, ritrovato nel suo PC dopo la sua scomparsa. Lo ripubblichiamo ringraziando la curatrice del testo Laura Fortini, e Sergio Bianchi per la raccolta. Un futuro a portata di immaginazione (prima versione dell’agosto 2019 revisionata da Laura Fortini)
 Un mondo dove la miseria e la condanna al lavoro sono stati banditi e tutti i lavori sporchi sono svolti da macchine intelligenti, ma prone a qualsiasi ordine umano nel pieno rispetto delle bronzee leggi sui robot stilate da uno scrittore in odore di filosofo. Oppure la chimera di una realtà dove tutti riescono ad arricchirsi facendo leva su un individualismo tanto radicale quanto tendente a un perfetto equilibrio, consentendo cioè agli altri umani di perseguire lo stesso desiderio di ricchezza e benessere. In ogni caso, la leva per il mondo perfetto è data da un sistema di macchine così evoluto da far parlare di macchine intelligenti. Certo, c’è sempre qualcuno che preferisce disegnare scenari apocalittici, dove le macchine svolgono un ruolo, consolidare cioè il potere di una minoranza nei confronti della maggioranza della popolazione. Un medioevo tecnologico seguito a una apocalisse sociale che ha negato la possibilità di liberazione data da un uso intensivo ed estensivo di macchine, intelligenza artificiale e biotecnologie. In questo caso l’intelligenza artificiale e la scienza – nel medioevo tecnologico la manipolazione genetica serve a selezionare una razza padrona – sono l’ambito per edificare una società dove non c’è spazio invece per immaginare un futuro che prova a rendere reale la chimera mondana di un paese della cuccagna dove è bandita sofferenza e miseria. La negazione dell’utopia si affianca tuttavia a rinnovate proposizioni di buone società e del buon vivere. Le utopie hanno infatti il potere di affascinare ogni volta che sono proferite, perché proiettano l’uditorio in una terra misteriosa dove tutto diventa possibile. Ciò che era noto rivela la sua insopportabilità, assumendo le caratteristiche di una camicia di forza che impedisce libertà di movimento; e di immaginazione. Quel che appariva come rassicurante e protettivo – la vita quotidiana scandita dagli stessi gesti e volti senza molte variazioni, le relazioni di vicinato così prevedibili nel loro manifestarsi – diventa una costrizione, come quando si indossa un abito troppo stretto che spezza il respiro e rende goffi nei movimenti. In nome di ciò che non è ancora, possono invece essere forzati i vincoli e i limiti della realtà inseguendo il sogno di costruire un altro mondo. Il potere attrattivo delle utopie non viene meno neppure quando sono messe all’indice in nome di un principio di realtà al quale aderire. Poco importa se condiviso o, all’opposto, rigettato in nome di un futuro da costruire con metodo e dedizione. L’utopia è qui considerata una maledizione che distoglie dal buon vivere, deviando lo scorrere della vita dal giusto procedere. Il principio di realtà è l’insieme di consuetudini e norme che non possono essere aggirate in nome di una società ideale perché così facendo si mette in pericolo l’esistenza di una comunità. I nemici dell’utopia non hanno dubbi: il futuro non può mai segnare una distanza dal presente, perché in ballo c’è sempre la riproduzione del già noto, senza la quale l’insieme dei rapporti sociali è messo in pericolo. Inutile, balbetta così il cantore dello status quo, sostenere che senza la promessa di un futuro altro da quello già tracciato, l’umanità è condannata alla stanca ripetizione di una esistenza che impedisce proprio quel buon vivere tanto agognato. All’ignoto del futuro, è dunque preferibile il ritorno del sempre eguale. La tensione esistente tra principio di realtà e utopia svela quindi l’insopprimibile opposizione tra l’adesione allo status quo e il suo obbligato tradimento per migliorare la propria e altrui vita. Sta in questa tensione il fascino dell’utopia, che manifesta la sua attrattiva anche in chi la aborre. L’utopia è cioè una tentazione alla quale va opposto ogni mezzo necessario proprio per la sua aura di futuro che rompe il lento e previsto procedere del vivere in società. Ma chi si propone di svelare la profondità dell’abisso scavato dalla proposizione di un arido realismo corre tuttavia il rischio del più ignobile e amaro fallimento, se il futuro proposto non è preventivamente avvolto nelle riposanti e stordenti spire di una forte immaginazione sociale. A scanso di equivoci. Il rischio di fallimento dell’utopia sta non in una immaginazione troppo fervida o spregiudicata, bensì nel fatto che non può essere lasciata libera a se stessa, manifestando insopportabili banalità e un fine ben diverso da quella vaticinato. L’immaginazione, e il suo fratello gemello, il realismo, sono cioè ritenuti entrambi portatori di sventura se svincolati da quella realtà dalla quale annunciano il congedo o la più forte adesione. Quale sia la via che conduca oltre il baratro del realismo e l’abisso di un inferno nascosto dietro l’annuncio di un paradiso terrestre, ci troviamo di fronte a una operazione spericolata e piene di insidie come stanno a testimoniare secoli di utopie destinante tutte a riempire di macerie la storia dell’umanità. Quello che però si manifesta con sorprendente regolarità è il fatto che nonostante i fallimenti e le tragedie consumate in nome dell’utopia, i propositi di riscatto e di felicità tornano a turbare i sonni e il quieto vivere delle società. Pensare il divenire storico senza immaginazione sociale, argomentava con acume Bronislaw Baczko ne L’utopia, è un’operazione parziale, monca. Da qui la riproposizione di città ideali, isole che non ci sono, repubbliche ideali. L’utopia, e il suo fratello, il realismo, sono attitudini destituite di fondamento logico se non sorrette da una idea forte, che faccia deviare il corso degli eventi dalla traiettoria stabilita dalla freccia del tempo scoccata a suoi tempo dai sui custodi. E se l’utopia prospetta un mondo da modellare sotto le mani più o meno sapienti degli umani, il realismo manifesta indipendentemente dai propositi di chi lo invoca una analoga e comunque oppositiva forza modellatrice della realtà nella riproposizioni delle consuetudini, dell’ordinario, delle relazione sociali modellate secondo le regole immarcescibili dello stato di natura. Tra utopia e realismo, dunque, sono molti più i punti di congiunzione di quelli stabiliti dalla filosofia; o dalla teologia. Da una parte, quindi, c’è un futuro da modellare secondo quanto è dato possibile immaginare; dall’altra c’è la forza normativa del noto, del consueto, dell’ordine dato che si propone comunque di plasmare le menti e i corpi. 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July 17, 2026
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Anubi, comunista impenitente, ha pagato la sua generosità
Anubi è stato uno dei leader della Pantera romana, dirigente politico dei Giovani Comunisti e di Rifondazione, giornalista a Liberazione, militante no global, disobbediente, attivista del movimento romano, instancabile cospiratore in lotta per un mondo nuovo. Per noi è stato un fratello, un amico e un pezzo di vita comune. Abbiamo abitato insieme, spartito riunioni interminabili, scritto centinaia di documenti politici, litigato, riso e pianto, partecipato fianco a fianco a lotte e assemblee, cortei e organizzazioni. In ogni istante condiviso Anubi è stato generatore di differenza, apertura di senso, talento critico. Indubbio è ch’egli sia stato il più colto, intelligente, acuto, dissacrante militante politico della nostra generazione. Se fosse vero che il mondo si organizza secondo i meriti, avrebbe mietuto riconoscimenti e gratitudine invece la vita è stata dura con lui, oltremodo e fino alla fine. Forse perché, in questo tempo cattivo, la generosità e il disinteresse si pagano. Certamente perché noi tutte e tutti non abbiamo saputo aiutarlo come avremmo voluto e dovuto. Comunista impenitente, rivoluzionario indefesso dal sorriso beffardo e un po’ aristocratico, Anubi era nell’organizzazione un irregolare, nel movimento uno spirito inquieto, nella vita di ogni giorno un visionario scombiccherato e geniale. Così profondo, sensibile, dolce e ingenuo da non sembrare di questo mondo. Ed in effetti, questo mondo qua, non se lo meritava. Le strade che ci hanno portato a Genova abbiamo saputo percorrerle, perché Anubi ci teneva per mano. Cauzione preziosa per lanciare il nostro assalto al cielo. E quando lo stato del capitale, nel caldo soffocante di quella estate lontana, ci sparò in testa tutta la sua violenza, togliendoci fiato, pensieri e concetti fu ancora Anubi a dire quale rotta dovevamo percorrere per il tempo che restava. Lo ricordiamo in mezzo a quella assemblea muta, allo stadio Carlini, farsi spazio, prendere il microfono, alzare lentamente un braccio e ficcare negli occhi di tutte e tutti noi un bossolo stretto tra pollice e indice. Poi ridarci voce, regalandoci le parole per dire che se lo stato aveva deciso di passare la prima di moltissime future soglie della violenza accettabile, noi non dovevamo lasciare che il potere potesse trasformarci con la morte che ci cuciva addosso. Perché il desiderio di cambiare il mondo non lascia spazio a passioni tristi. Perché eravamo altro e Anubi ha continuato ad esserlo fino all’ultimo. In queste ore di dolore assordante possiamo solo dire che il debito che ci lega a quanto egli ha saputo insegnarci non ha misura alcuna. Marco Assennato, Luca Casarini, Michele De Palma, Peppe De Cristofaro, Daniele Farina, Nicola Fratoianni, Giulio Lauri, Gennaro Migliore, Niccolò Pecorini, Betta Piccolotti. L'articolo Anubi, comunista impenitente, ha pagato la sua generosità proviene da EuroNomade.
July 4, 2026
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Il divenire geopolitico della sovranità
di UGO ROSSI. Relazione presentata al convegno Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale, Università di Salerno, 18-19 giugno 2026. Premessa La critica della sovranità – intesa come espressione giuridico-politica della ragione di Stato, contro le istanze di trasformazione  e di continua innovazione istituzionale messe in campo dalla moltitudine – rappresenta un tema centrale – se non il tema chiave – nel pensiero politico di Antonio Negri. Si fa riferimento qui in particolare alla produzione teorica negriana che va dalla pubblicazione a firma singola di La Forma Stato nel 1977, passando per L’Anomalia Selvaggia nel 1981 e Il Potere Costituente nel  1992, fino a giungere a Labor of Dionysus nel 1994, il primo della serie di libri (cinque in tutto, oltre a saggi più brevi) scritti insieme a Michael Hardt,  che termina con Assembly, apparso nel 2017. In questa fase, Empire, pubblicato nel 2000, spicca in modo particolare perché il libro – un vero e proprio tour de force di confronto serrato con il dibattito critico sulla globalizzazione, allora in piena fase ascendente – è  costruito nella sua proposta interpretativa intorno alla critica della sovranità associata all’avvento del nuovo ordine “imperiale” del capitalismo globale. Da parte sua, Assembly, scritto all’indomani della crisi del 2008 e alla luce della grande emergenza del ciclo di movimenti globali originatosi nel 2011 (da Occupy Wall Street alle primavere arabe alle acampadas spagnole, fino agli esperimenti municipalisti in Europa e nelle Americhe e all’insurrezione post-nazionale e confederalista del Rojava curdo nel corso degli anni 2010), è il lavoro dove si trova traccia delle indicazioni più puntuali sulla pratica di una politica moltitudinaria, alternativa all’idea di sovranità. Il filo conduttore che lega queste opere è la critica “ontologica” della sovranità. Si dice “ontologica” perché la critica di Negri e poi di Hardt-Negri è rivolta alla sovranità in quanto tale, alla sua essenza e a come questa si manifesta nelle diverse articolazioni della politica moderna e contemporanea: dalla versione realista che individua nella figura del sovrano il custode supremo della ragione di Stato (da Hobbes a Carl Schmitt e la sua idea dello stato d’eccezione come momento rivelatore del potere decisionale del sovrano), fino alla teoria democratico-rappresentativa della sovranità, che individua nel “popolo” unitariamente inteso il soggetto capace di rappresentare la “volontà generale” (nella formulazione originaria di Jean Jacques Rousseau).  Il tema della critica della sovranità è a tal punto centrale nel pensiero negriano che si può affermare che come in Marx e in Marx-Engels la “critica dell’economia politica” rappresenta il filo rosso che tiene insieme la loro opera, in Negri e in Hardt-Negri tale ruolo spetta appunto alla “critica della sovranità”. L’intervento che segue offre una rivisitazione del tema negriano della critica della sovranità alla luce dell’attuale congiuntura politico-economica. La congiuntura attuale, così come ha preso forma negli ultimi cinque anni, nel periodo che  intercorre tra la fine della pandemia di Covid, l’inizio dell’invasione della Russia in Ucraina e le attuali guerre in Medio Oriente/Asia Occidentale, è segnata da ciò che denomino “divenire geopolitico della sovranità”. Il divenire geopolitico della sovranità è l’esito di un contesto segnato da una prolungata instabilità nei mercati internazionali, dall’esplosione di tensioni e rivalità strategiche, commerciali e tecnologiche tra gli Stati, con forti ripercussioni sulle economie nazionali (ad esempio, aumento generalizzato del costo della vita), e dal conseguente moltiplicarsi di guerre e cosiddette “operazioni” militari in regioni cruciali del pianeta dal punto di vista geopolitico ed energetico, tale da imporre un vero e proprio “regime di guerra” sul mondo contemporaneo. In una prospettiva più lunga, le origini dell’attuale congiuntura politico-economica possono essere fatte risalire alla crisi immobiliare e finanziaria del 2008 negli Stati Uniti e alla successiva crisi dell’Eurozona tra fine anni 2000 e inizio anni 2010. La crisi di fine anni 2000 ha segnato infatti uno spartiacque fondamentale nell’esaurirsi della parabola ascendente della globalizzazione, che si può definire “globalista”, a guida atlantica (statunitense in particolare), e nell’avvio di una fase segnata da un riassetto delle relazioni interstatali in senso multipolare, caratterizzata da revanchismi nazionali e imperialistici che hanno condotto fino al “regime di guerra” che oggi abbiamo davanti.  Nella congiuntura attuale si sono trovate a coesistere principalmente due distinte modalità politico-strategiche di affermazione della sovranità, che convergono in quel che denomino “divenire geopolitico della sovranità”: 1. Una modalità di matrice conservatrice-reazionaria: vale a dire, quel che è noto come “sovranismo” nel discorso pubblico. A mio avviso, si possono distinguere due versioni di sovranismo, emerse entrambe nel corso degli anni 2010: una “domestica” (di tipo difensiva) e un’altra “esterna” (di tipo offensiva). Il sovranismo “domestico” – esemplificato da leader attivi in paesi medio-grandi come Orban, Bolsonaro, Modi, Farage – è fondato principalmente sulla difesa del proprio territorio e dunque dei propri confini nazionali, sul nazionalismo economico, sulla promozione dei valori tradizionali e dell’identità nazionale minacciata dall’immigrazione straniera. Il sovranismo “esterno” dal canto suo, esemplificato dalla seconda Presidenza Trump e con proprie peculiarità da Putin in Russia, è sì anch’esso caratterizzato dal nazionalismo economico e dall’identitarismo nazionale, ma è al tempo stesso orientato anzitutto al disconoscimento dell’autorità rappresentata dalle organizzazioni internazionali (a partire dalle Nazioni Unite) e dal sistema di relazioni multilaterali ad esse collegato.  A dispetto delle previsioni iniziali che attribuivano a Trump una linea isolazionista in materia di politica estera, il sovranismo statunitense si origina – al di là delle sue motivazioni ideologiche (il “ritorno al fascismo”) – da una duplice necessità strategica dell’amministrazione statunitense: sul piano energetico, di ricostruire una propria filiera transnazionale delle risorse minerarie di valore strategico (i cosidetti critical minerals), contrastando la posizione di quasi monopolio conquistata dalla Cina negli scorsi anni nel controllo delle “terre rare” e delle materie prime critiche; sul piano tecnologico, di affermare il proprio controllo sulle infrastrutture materiali e immateriali che sovrintendono i flussi di global data del capitalismo delle piattaforme, come le monete digitali, la cybersecurity e le infrastrutture digitali urbane.     2. Una seconda modalità di manifestazione della sovranità è di matrice tecnocratica, associabile in primo luogo all’Unione Europea e con proprie peculiarità alla Cina e ad altri paesi che perseguono strategie di cosiddetto “tecno-nazionalismo”. Nel contesto dell’UE, tale modalità di sovranità è emersa con forza negli anni della transizione post-pandemica. Come nel caso del sovranismo esterno dell’amministrazione Trump, la sovranità tecnocratica si origina da una spinta al tempo stesso tecnologica, infrastrutturale ed energetica. Da un lato, il boom dell’Intelligenza Artificiale generativa nella prima metà degli anni 2020 ha imposto un’accelerazione nell’investimento statale in tecnologie digitali e in produzioni e infrastrutture strategiche come i semiconduttori e le fibre ottiche. A partire dal 2025, l’Unione Europea ha intensificato la strategia di sovranità tecnologica con l’approvazione di una serie di documenti strategici che hanno l’obiettivo di rafforzare la competitività europea e ridurre la dipendenza da fornitori esteri.   Al tempo stesso, la crisi energetica innescata dapprima dall’invasione della Russia in Ucraina e poi dalla crisi dello Stretto di Hormuz generata dall’offensiva bellica di Israele e Stati Uniti contro l’Iran hanno imposto un’accelerazione nella strategia di sovranità energetica in seno all’Unione Europea, nel senso della fuoriuscita dalla dipendenza dai combustibili fossili e nello sviluppo di filiere di energie cosiddette “pulite”. In modo simile all’Unione Europea, sebbene non utilizzi esplicitamente il termine “sovranità”, l’ultimo piano quinquennale approvato dalla Cina per gli anni 2026-2030 è incentrato su strategie di autosufficienza energetica e tecnologica, in funzione dell’obiettivo di raddoppiare le dimensioni dell’economia nazionale entro il 2035. Come si vede, le motivazioni che sono dietro l’emergere delle due modalità di sovranità appena indicate sono simili, se non addirittura coincidenti. Tali motivazioni sono rivelatrici di quella che David Harvey ha denominato “geopolitica del capitalismo”, in un saggio apparso nell’ormai lontano 1985. Secondo Harvey, la geopolitica del capitalismo si origina dalla frizione che viene a crearsi tra la tendenza del capitale a un’espansione fluida e irrispettosa dei confini nazionali, da un lato, e l’interesse strategico degli stati nazionali, con il loro ancoraggio a territori, confini e popolazioni, dall’altro. Ciò che denomino “divenire geopolitico della sovranità” è dunque l’esito della dialettica, ancora oggi irrisolta, tra logiche capitalistiche di espansione dei mercati in ambito tecnologico, energetico e infrastrutturale e logiche statuali di competizione per il dominio globale.   Al tempo stesso, il fenomeno del “divenire geopolitico della sovranità”, nel disvelare la forma assunta dalla geopolitica del capitalismo al tempo del regime di guerra globale, ha l’effetto di dissolvere le illusioni per una sovranità nazionale rivendicata in nome del “popolo”, a lungo coltivate da settori significativi della sinistra, a livello internazionale e anche in Italia, rappresentata negli scritti di teoriche e teorici come Jodi Dean, Chantal Mouffe, Slavoj Zizek. La “geopoliticizzazione” della sovranità che oggi occupa la sfera pubblica e il suo immaginario lascia poco spazio per una sua rivendicazione in senso democratico e popolare. La fine dell’illusione della sovranità popolare apre invece la strada alla pratica di una politica non-sovrana dei futuri possibili, oltre il regime di guerra presente. “Pensare oltre lo Stato” la transizione energetica e climatica e inventare quelle che Hardt e Negri hanno chiamato “istituzioni non sovrane” è la sfida che si pone oggi ai movimenti collettivi che lottano per la giustizia sociale e ambientale. L'articolo Il divenire geopolitico della sovranità proviene da EuroNomade.
June 26, 2026
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Vannacci e i regimi di traduzione della crisi
di ROBERTA POMPILI. Negli ultimi mesi il dibattito attorno a Roberto Vannacci si è mosso tra due polarità prevedibili. Da una parte la denuncia delle sue posizioni sessiste, omofobe e nazionaliste e dall’altra la loro rivendicazione come espressione del “buonsenso” contro il politicamente corretto. In entrambi i casi il rischio è lo stesso: assumere Vannacci come un fenomeno eccezionale invece che come un sintomo della congiuntura. Da questo punto di vista, gli interventi che hanno invitato a prendere sul serio il fenomeno hanno avuto il merito di spostare la discussione dal personaggio alle condizioni della sua affermazione. La questione non riguarda infatti il carattere più o meno provocatorio delle sue dichiarazioni, ma il tipo di consenso che esse riescono a organizzare. Adesso forse, però, possiamo compiere un ulteriore passo. In altri termini noi oggi non dobbiamo limitarci a chiederci perché Vannacci raccoglie consensi, ma possiamo interrogare il modo in cui il suo discorso rende leggibile una crisi che attraversa molte società contemporanee. Viviamo dentro una congiuntura segnata dall’intensificazione delle interdipendenze e dalla crisi delle istituzioni che le organizzano: la precarietà abitativa prolunga la dipendenza economica dalle famiglie; la crisi dei servizi scarica sulle relazioni private una quota crescente di lavoro di cura; l’accesso al welfare si fa più difficile; la salute mentale emerge come questione di massa; la guerra torna a occupare il centro dello spazio pubblico. Contemporaneamente il genocidio di Gaza ha mostrato il collasso delle promesse universalistiche che avevano accompagnato l’ordine liberale degli ultimi decenni e allo stesso tempo, la vita quotidiana richiede una quantità crescente di lavoro invisibile di riproduzione. Dentro questo scenario, l’offensiva anti-femminista non appare come un fenomeno marginale. Al contrario essa costituisce uno dei principali dispositivi attraverso cui la crisi viene interpretata e organizzata politicamente: per questo la figura di Vannacci acquista significato. La sua forza non consiste semplicemente nel proporre un ritorno a un ordine tradizionale. Un ordine tradizionale integro, in realtà, non esiste più. Le trasformazioni del lavoro, delle famiglie, delle relazioni di genere e della composizione sociale sono troppo profonde perché sia possibile immaginare una semplice restaurazione. Ma perché proprio l’antifemminismo diventa uno dei linguaggi privilegiati attraverso cui la crisi contemporanea viene raccontata? Come fanno processi così differenti – precarietà, trasformazioni della famiglia, crisi della riproduzione, fragilità delle mediazioni sociali – a convergere in una narrazione che individua nel femminismo uno dei propri principali bersagli? Ciò che il discorso reazionario offre è qualcosa di diverso. Esso offre un particolare regime di traduzione della crisi. Con questa espressione non intendiamo una semplice operazione ideologica. Ogni società deve continuamente tradurre la complessità delle proprie interdipendenze in forme intelligibili, problemi riconoscibili e soluzioni praticabili. La politica è sempre anche una lotta per l’interpretazione e l’organizzazione del reale. In questo regime di traduzione autoritario e regressivo le crisi della riproduzione vengono così tradotte in crisi della famiglia, le trasformazioni delle relazioni di genere diventano crisi della maschilità, mentre le difficoltà della cooperazione sociale vengono tradotte in perdita di autorità, le interdipendenze globali diventano minaccia esterna; la pluralità delle forme di vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Ancora la pluralità delle forme di vita viene tradotta in deviazione dalla normalità. Chiaramente in questa operazione il femminismo occupa una posizione centrale. Non perché sia la causa delle difficoltà contemporanee, ma perché negli ultimi decenni ha rappresentato una delle principali forze capaci di politicizzare la riproduzione sociale, rendendo visibili il carattere storico e conflittuale dell’organizzazione della vita, della famiglia, della cura e della differenza sessuale. Basterebbe osservare la proliferazione di comunità digitali costruite esplicitamente attorno all’ostilità verso il femminismo. Non si tratta più soltanto di polemiche episodiche o di provocazioni mediatiche. Decine di migliaia di persone si riconoscono stabilmente in pagine, gruppi e canali che individuano nel femminismo il principale responsabile delle trasformazioni contemporanee. Il fatto che una pagina costruita attorno allo slogan “meglio una di meno che una femminista di troppo” riesca a raccogliere oltre 54.000 aderenti non rappresenta un’anomalia folkloristica della rete. Segnala piuttosto l’esistenza di una comunità affettiva e politica che trova nell’anti-femminismo una chiave di lettura della propria condizione. La questione non riguarda semplicemente l’odio verso le donne o verso il femminismo. Riguarda il modo in cui esperienze molto differenti – precarietà, perdita di status, incertezza, trasformazioni delle relazioni affettive, crisi delle forme tradizionali della maschilità – vengono tradotte in un racconto coerente che individua un responsabile e promette una ricomposizione dell’ordine sociale. Da questo punto di vista, il successo di Vannacci non deriva dalla persistenza di un ordine tradizionale ormai intatto. Deriva dalla capacità di offrire una forma regressiva di organizzazione dell’interdipendenza. Di fronte all’estensione delle connessioni sociali e alla crisi delle mediazioni che le sostengono, il suo discorso promette di ricondurre la cooperazione entro gerarchie familiari, sessuali e nazionali presentate come naturali. La sua operazione non consiste dunque nel negare la complessità del presente. Consiste piuttosto nel renderla governabile attraverso la semplificazione e per questo limitarsi alla denuncia morale rischia di essere insufficiente. La questione politica decisiva riguarda i regimi di traduzione che oggi contendono il significato della crisi. Da una parte, forme autoritarie che organizzano la vulnerabilità attraverso identità, gerarchie e appartenenze esclusive. Dall’altra, la possibilità di costruire istituzioni capaci di sostenere l’interdipendenza senza trasformarla in subordinazione. Forse è su questo terreno che dovremmo misurare la portata del fenomeno Vannacci. Non come residuo di un passato che ritorna, ma come sintomo di una battaglia contemporanea sulle forme attraverso cui la società traduce, organizza e governa la propria crisi. Se l’antifemminismo e figure come Vannacci riescono oggi a organizzare consenso, non è soltanto per la forza delle loro parole. È perché riescono a tradurre una crisi reale in un racconto politico coerente. La questione che si apre allora non è soltanto come contrastare questi regimi di traduzione, ma quali istituzioni, quali pratiche e quali forme di organizzazione collettiva siano oggi capaci di produrne altri. L'articolo Vannacci e i regimi di traduzione della crisi proviene da EuroNomade.
June 25, 2026
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Toni Negri: la resistenza al regime di guerra e ai nuovi fascismi
di GISO AMENDOLA. All’indomani delle giornate su Toni Negri a Salerno, pubblichiamo la presentazione di Giso Amendola. Seguiranno altri contributi provenienti dalla due giorni Gli anni Novanta erano appena trascorsi: al centro della scena, la globalizzazione neoliberista, l’impressione della costruzione di uno spazio sovranazionale liscio e unificato nel segno del dominio del mercato, o, in altri termini, della fine della storia proclamata dieci anni prima. Ma quel decennio è anche ricco di trasformazioni interne ai movimenti sociali, che superano l’impasse del decennio precedente e fanno emergere una nuova composizione transnazionale. In questo contesto, esce, nel 2000, Empire, di Toni Negri e Michael Hardt. La globalizzazione viene passata a contropelo dal metodo operaista: l’ipotesi assunta, come tendenza di carattere generale, è quella della formazione di un nuovo ordine mondiale, non interpretabile con le categorie ereditate dalla storia degli stati nazionali, e, in particolare, non più leggibile alla luce della centralità del concetto di sovranità. La crisi degli stati nazionali e la costruzione della governance imperiale sono riportate, appunto seguendo la lezione operaista della priorità delle lotte, alla rottura prodotta dai movimenti di decolonizzazione. Oggi sarebbe facile archiviare quest’ipotesi alla luce degli anni terribili che sono intercorsi. All’ordine del giorno c’è la destrutturazione radicale di ogni ipotesi di ordine globale. La frammentazione in blocchi segna lo spazio transnazionale molto più che la produzione di reti. Soprattutto: la nuova forma di postsovranità imperiale che sembrava in formazione subisce il contraccolpo del ritorno dei nazionalismi e alla centralità del regime di guerra. E non c’è dubbio che Impero sia un libro, per molti versi, datato e legato a un momento “alto” dello sviluppo del multilateralismo liberale, oggi irreparabilmente frantumato. Eppure, non ci sembra affatto il momento di abbandonare quel lungo progetto di ricerca che da Impero si è sviluppato attraverso altri 25 anni di lavoro teorico e di militanza. A Salerno dedichiamo due giorni di dibattito proprio al Negri “globale” in un seminario internazionale, Negri oltre Negri (II), che prende il testimone dal primo seminario della serie, tenutosi a Parigi lo scorso anno. Lo facciamo perché pensiamo che quel lavoro, proprio nel confronto con il regime di guerra, possa produrre frutti politici ancora impensati. Riguardo all’ordine globale, per esempio: che non ci sia alcun ordine giuridico mondiale all’orizzonte, è un fatto innegabile. Ma le spiegazioni in termini di deglobalizzazione e ritorno dello Stato non spiegano nulla della crisi contemporanea. Il capitale mondiale si sviluppa attraverso un altissimo grado di interdipendenza, moltiplicando reti e connessioni: una interdipendenza di fronte al quale le pretese di comando nazionali si infrangono. Semmai, il comando si riarticola intorno a grandi blocchi, che conservano ben poco della classica forma statale: pensare la frizione continua e probabilmente irrisolvibile tra la logica dei blocchi e le connessioni globali del capitale, è così una chiave essenziale per comprendere la guerra come caratteristica costante di un multilateralismo centrifugo e non stabilizzabile L’interdipendenza però è anche, vista dal basso, la condizione chiave della produzione contemporanea. La centralità della riproduzione sociale, ormai innegabile dopo la crisi pandemica, ci racconta della forza della cooperazione nel capitalismo contemporaneo, una cooperazione continuamente sfruttata, formattata e disciplinata dentro le piattaforme estrattivistiche, ma in ogni caso una cooperazione che installa il comune come motore della produzione contemporanea. Un comune che si produce continuamente attraverso le differenze e l’eterogeneità delle soggettività contemporanee. Impossibile evitare allora la sfida politica lanciata ancora dalla moltitudine e dai problemi che la moltitudine pone alla soggettività politica. Come trasformare l’eterogeneità che vive nella cooperazione sociale contemporanea e che sfida continuamente le gerarchie tradizionali di classe, razza e genere, in soggettività politica che possa reggere l’impatto del regime di guerra? Come trasformare l’intersezionalità che vive e anima i movimenti sociali globali del nostro presente, a partire dai movimenti ecologisti e femministi, in qualcosa in più che una troppo fragile logica della semplice alleanza tra lotte, senza riprodurre l’impossibile pretesa di sintesi dall’alto del soggetto tradizionale? Nell’opera di Toni Negri c’è questo filo continuo: cercare nelle differenze la continua produzione del comune, per far saltare il tavolo di chi, sulle differenze, vuole imporre invece le parole d’ordine del comando e della guerra. Più che un seminario, probabilmente cercheremo a Salerno un’approssimazione nella costruzione di questo comune degli affetti e della cooperazione. questo testo è stato pubblicato sulla pagina on line del manifesto il 17 giugno 2026 L'articolo Toni Negri: la resistenza al regime di guerra e ai nuovi fascismi proviene da EuroNomade.
June 24, 2026
EuroNomade
Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione
Di ANTONIO PIO LANCELLOTTI Il primo dibattito del lunedì di Sherwood Festival 2026 si è aperto con una formula che suona come necessità politica: oltre i blocchi. Sul Second Stage, voci dall’Iran, dal Venezuela e dall’Argentina hanno affrontato una delle principali domande che attraversano i movimenti in questa fase storica: come opporsi all’imperialismo senza trasformare l’anti-imperialismo in assoluzione dei regimi? Come rifiutare la grammatica delle potenze? Come costruire un internazionalismo che non sia la memoria statica del Novecento, ma pratica viva dentro le lotte di oggi? Sandro Mezzadra, introducendo e moderando l’incontro, ha collocato la discussione dentro l’attuale congiuntura di guerra. La proliferazione dei conflitti, il genocidio a Gaza, la militarizzazione dell’economia, della società e della politica compongono un regime globale che restringe gli spazi della possibilità ed è in aperto dialogo con i disegni neoautoritari che attraversano diverse aree del mondo.  Per questo, un progetto politico contro la guerra deve innanzitutto ricostruire un orizzonte internazionalista che nasca dalle lotte sociali, dai movimenti di resistenza, dalle soggettività che in diverse parti del pianeta si sottraggono alla logica dei blocchi. Iran, Venezuela, Argentina sono stati così attraversati non come “casi” geopolitici, ma come luoghi in cui il regime di guerra incontra corpi, territori e movimenti. La prima voce è stata quella di Sara, attivista iraniana per i diritti delle donne. Il suo intervento ha rifiutato ogni semplificazione, raccontando cosa significhi vivere in Iran dentro emozioni difficili da tradurre politicamente: l’amore per il proprio Paese, il desiderio di una vita dignitosa, la lotta contro un regime corrotto e repressivo, ma anche il terrore di vedere il proprio quartiere trasformato in bersaglio militare. Il suo attivismo, ha ricordato, è iniziato con il calcio: nel 2005, quando l’Iran si qualificò ai Mondiali, la richiesta era semplice e radicale insieme, il diritto delle donne di entrare negli stadi. Nella sua testimonianza, quella battaglia ha assunto un significato che andava ben oltre lo sport. Rivendicare l’accesso agli stadi significava affermare il diritto delle donne a occupare lo spazio pubblico e, allo stesso tempo, mostrare un volto dell’Iran diverso da quello che domina nel racconto internazionale. Attraverso questa esperienza, Sara ha cercato di riportare al centro la vita quotidiana di milioni di persone che studiano, lavorano, si innamorano, costruiscono relazioni e lottano per i propri diritti. Un modo per sottrarre l’Iran alle rappresentazioni che lo riducono esclusivamente a conflitto geopolitico, programma nucleare o repressione, cancellando la complessità della società e le aspirazioni di chi cerca semplicemente di vivere una vita libera e dignitosa. La sua esperienza racconta il contrario. Durante le proteste di gennaio, mentre il regime interrompeva internet e comunicazioni, in strada si costruivano forme immediate di solidarietà: persone diverse marciavano insieme, si proteggevano, aprivano le case per offrire rifugio. Fuori dall’Iran, invece, prendevano spazio l’incitamento alla violenza, le molestie online, l’idea che chi non sosteneva il ritorno della monarchia fosse automaticamente dalla parte della Repubblica islamica. La guerra di questi mesi ha reso tutto ancora più chiaro: le bombe possono colpire figure del regime, ma non distinguono tra un comandante, un bambino a scuola, una persona in palestra o un vicino che dorme. La guerra ferma la vita, e quando la vita normale diventa impossibile è il regime stesso a trarne vantaggio.  > Si può combattere ogni giorno la Repubblica islamica e, allo stesso tempo, > rifiutare che la propria liberazione passi attraverso le bombe di un’altra > potenza.  Il passaggio al Venezuela ha mostrato una risonanza evidente. Anche qui la questione non è scegliere tra il governo Maduro e l’intervento imperialista. Ángel Arias, sociologo e sindacalista venezuelano, ha parlato da un Paese che definisce sottoposto a dominazione neocoloniale: una subordinazione imposta con le bombe e resa possibile dal collaborazionismo di un personale politico proveniente dal chavismo, un tempo capace di parlare il linguaggio dell’anti-imperialismo e oggi, secondo Arias, ridotto ad amministrare un protettorato statunitense. La sua posizione è stata netta: nessun sostegno al governo Maduro, combattuto duramente dai movimenti, ma nessun cedimento all’intervento degli Stati Uniti. Dopo i bombardamenti di gennaio, ha spiegato, si sarebbe aperto un controllo neocoloniale sull’economia venezuelana: appropriazione del petrolio, autorizzazioni concesse dall’esterno, pagamenti su conti statunitensi, modifiche legislative richieste da Washington. Il Venezuela diventa così un tassello della competizione globale per energia, oro, terre rare, risorse naturali. Dentro questi ingranaggi, ha detto Arias, la vita concreta delle persone non conta nulla. Arias ha poi spostato la questione sul terreno internazionale della lotta di classe: i rapporti di forza non si definiscono soltanto dentro i confini. Le mobilitazioni per la Palestina, il “blocchiamo” tutto in Italia, il movimento No Kings, le rivolte contro l’ICE in California e Minnesota, la ribellione popolare boliviana indicano che la crisi sistemica del capitalismo mondiale non produce solo fenomeni reazionari come Milei o Trump. Produce anche radicalizzazioni dal basso, possibilità di risposta, rotture. Per questo la resistenza è indispensabile ma non sufficiente: bisogna tornare a pensare una strategia che porti alla vittoria delle classi sfruttate e impoverite. L’Argentina ha portato il dibattito su un altro terreno della stessa guerra. Rosalia Pellegrini, militante delle organizzazioni contadine, del femminismo popolare e campesino e di Ni Una Menos, ha descritto l’ascesa di Milei come espressione di un malessere sociale profondo e di una crisi egemonica delle forme tradizionali di mediazione. L’Argentina aveva già conosciuto nel 2001, con l’Argentinazo, una crisi simile: allora ampi settori popolari risposero costruendo movimenti di disoccupati, fabbriche recuperate, assemblee di quartiere, organizzazioni comunitarie.  > Oggi la crisi prende la forma di un progetto ultraneoliberale che combina > posizioni proprie dell’estrema destra e una visione radicale del libero > mercato. Per Pellegrini le nuove destre non promettono davvero un miglioramento della vita della maggioranza. Propongono una società modellata dalla competizione individuale e dal mercato come principio ordinatore di ogni relazione. Non è casuale che il governo Milei parli continuamente di battaglia culturale, arrivando perfino a recuperare Gramsci per spiegare la necessità di costruire egemonia. La disputa è sul senso comune, e la destra riesce a condurla perché intreccia malesseri reali, frustrazioni accumulate, errori delle forze popolari, dei partiti, dei sindacati e delle stesse organizzazioni sociali. La promessa del libero mercato, ha sostenuto Pellegrini, è però anche la principale debolezza del progetto. Salute, istruzione, lavoro, cura, riproduzione quotidiana della vita non sono mai stati garantiti dal mercato. La vita si sostiene attraverso reti di cooperazione, solidarietà, mutualismo. La nuova destra, invece, offre un trasferimento di ricchezza e beni comuni verso i settori concentrati del potere economico e territoriale: indebolimento delle politiche pubbliche, attacco ai diritti conquistati, avanzata sui territori e sugli ecosistemi. La “politica della crudeltà” consiste nella normalizzazione dell’idea che i più poveri siano superflui, senza diritto a sostegno, diritti o vita dignitosa. Nonostante la repressione, il femminismo argentino resta per Pellegrini un esempio di capacità politica: organizzare la rabbia, costruire alleanze e scegliere l’assemblea come spazio di decisione. Non si tratta solo di resistere, ma di organizzare il comune. Produzione agroecologica, saperi indigeni e campesini, difesa degli ecosistemi, reti comunitarie di cura, solidarietà e cooperazione compongono una politica della sostenibilità della vita. Da qui nascono domande scomode, ma centrali: quante forme democratiche e istituzionali vanno difese, e quante invece hanno segnato i limiti dei progetti emancipatori? Difendere i diritti resta essenziale, ma il compito non può limitarsi a restaurare l’ordine precedente. Occorre immaginare nuove forme di democrazia, nuove organizzazioni collettive, nuove forme di potere popolare. È da queste risonanze che Michael Hardt, in collegamento da Seattle, ha raccolto il filo conclusivo. Sara e Arias, ha osservato, hanno mostrato che si può contestare nello stesso tempo l’imperialismo e il regime repressivo del proprio Paese. L’anti-imperialismo, da solo, non è una politica: deve essere riempito. E Angel e Rosalia hanno mostrato, ciascuno a suo modo, che la resistenza non basta se non apre un orizzonte di liberazione. Hardt ha poi allargato la riflessione al livello mondiale, a partire dal memorandum tra Iran e Stati Uniti emerso nelle notizie di quelle ore. Non una pace, piuttosto il possibile ritorno al regime di guerra precedente, ma comunque un passaggio utile a leggere due elementi fondamentali. Il primo è il limite del potere militare statunitense e israeliano, la rottura dell’immagine di invincibilità delle loro macchine di guerra. Il secondo è il ruolo del mercato mondiale nel produrre questi limiti.  > La minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, ha spiegato, ha funzionato > come una forma di pressione globale: anche una potenza dotata di produzione > energetica interna come gli Stati Uniti non può sottrarsi al mercato mondiale > del petrolio.  In questo senso, la guerra non può essere compresa soltanto dentro la cornice nazionale o bilaterale: è sempre presa dentro catene, mercati, dipendenze e rapporti di forza globali. Da qui la necessità di pensare l’internazionalismo come pratica concreta e multilivello. La base, per Hardt, resta quella dei movimenti e delle resistenze: la lotta contro il genocidio in Palestina, le tende nei campus universitari statunitensi, i blocchi dei porti in Italia, le manifestazioni di piazza, la Flotilla come simbolo immediato di un internazionalismo di resistenza. Ma questo livello non esaurisce il campo. Hardt ha richiamato anche il ruolo di alcune iniziative statali e sovranazionali: il Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, le prese di posizione di Colombia, Spagna e Irlanda, il terreno ambiguo ma non irrilevante del diritto internazionale, che in questi anni ha mostrato insieme la propria impotenza e la possibilità di essere forzato, innovato, usato per legittimare parole e categorie politiche, a partire da quella di genocidio. L’internazionalismo, però, non nasce semplicemente dall’individuazione di un nemico comune. Non basta dire “imperialismo americano” per costruire una politica condivisa. Serve, ha detto Hardt, una vera e propria “macchina di traduzione”: non solo linguistica, ma politica. Tradurre significa mettere in relazione contesti differenti, lotte femministe, operaie, antirazziste, ecologiste, esperienze di resistenza che non sono identiche e non devono diventarlo. L’internazionalismo non cancella l’eterogeneità, la attraversa. Costruisce connessioni senza ridurre tutto a un’unica grammatica, sapendo che liberazione operaia, liberazione femminista, liberazione antirazzista e liberazione ecologica non coincidono automaticamente, ma possono imparare a parlarsi. L’ultimo passaggio è stato forse il più esigente.  > Se esiste già un internazionalismo della resistenza, oggi bisogna avere il > coraggio di pensare anche un internazionalismo della liberazione.  Proprio nei tempi più duri, quando per molti popoli la sopravvivenza sembra l’unico obiettivo possibile, Hardt ha sostenuto la necessità di non abbassare l’orizzonte. Liberazione può voler dire inventare nuove forme democratiche di vita comune, nuove forme di cooperazione sociale, una rottura con l’individualismo obbligatorio che il capitalismo impone come destino. Per cercarne le tracce non serve nostalgia per i movimenti del passato, anche se la storia internazionalista delle lotte di liberazione resta una risorsa preziosa. Bisogna guardare piuttosto dentro le resistenze del presente: nel movimento Donna Vita Libertà in Iran, nelle pratiche femministe e comunitarie argentine, nelle lotte che già contengono nuclei di un mondo diverso. Il dibattito si è chiuso così, non con una sintesi, ma con un compito. Costruire un nuovo internazionalismo significa ripetere questo esercizio di traduzione politica: non scegliere tra blocchi, non scambiare l’anti-imperialismo per assoluzione dei regimi, non ridurre la solidarietà a dichiarazione morale. Significa tenere insieme resistenza e liberazione, sopravvivenza e organizzazione, difesa dei diritti e invenzione di nuove forme democratiche. Questo articolo è stato pubblicato su Global Project il 18/06/2026. Immagine di copertina: Belo (Sherwood Foto). I video degli interventi possono essere visti cliccando qui. L'articolo Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione proviene da EuroNomade.
June 24, 2026
EuroNomade
Dal Mediterraneo al Baltico: dalla porosità al montaggio critico
Pubblichiamo il testo dell’intervento di Iain Chambers al convegno internazionale di Transcultural Studies Give and Take: Transdisciplinary Spaces of “Cohesive Netting” (Riga, 1 luglio 2026). -------------------------------------------------------------------------------- Di IAIN CHAMBERS Controcorrente rispetto al consenso istituzionale, come possiamo riflettere sulle narrazioni storiche e culturali negate che mettono in discussione il nostro presente politico: colonialismo, migrazione, regimi di guerra e genocidio? Ciò ha molto a che fare con il liberarci dalla chiusura di un’identità unica e omogenea e con l’abbandono della retorica gretta dei governi europei e del loro fascismo sempre più virulento. Significa insistere sulla sfida aperta dell’appartenenza a storie intrecciate e a eterogeneità culturali in cui nulla è netto, inequivocabile o incontestabile. Come sempre, pone la domanda: chi ha il diritto di narrare e spiegare il mondo? In questa maniera, lo spazio-tempo va piegato per produrre altri racconti che sostengono altri orizzonti. Riflettere con Ajsa Lacis, lettone, autrice del famoso saggio sulla porosità napoletana con Walter Benjamin, suggerisce connessioni inaspettate e trasversali, per esempio, dal Baltico al Mediterraneo. Tramite tali buchi nel tempo il passato si insinua nel presente. Esso propone altre risposte alle urgenze politiche contemporanee, sia al generale irrigidimento delle identità sia alle belligeranze più precise degli Stati baltici «in prima linea» che cercano il conflitto con i loro vicini russi. Ad esempio, considerare le premesse della formazione coloniale degli Stati baltici implica riconoscere i poteri stratificati dei colonialismi concorrenti che emergono dalle espansioni territoriali dei potenti vicini. Se recentemente la Russia e l’Unione Sovietica sono state entità coloniali, lo sono stati anche l’Ordine monastico dei Cavalieri Teutonici, la Confederazione polacco-lituana e l’Impero svedese di Carlo XII. Lo stesso espansionismo russo aveva certamente radici profonde nella contesa sia contro il potere teutonico che contro quello mongolo. Anche la Chiesa cattolica, promotrice delle Crociate del Nord del XIII secolo, che presumibilmente miravano a sradicare il paganesimo locale, a imporre il cristianesimo e a contrastare la Chiesa ortodossa a est, era chiaramente una potenza colonizzatrice. L’insistenza della sedimentazione e della stratificazione storica suggerisce qualcosa di decisamente più complesso e, al tempo stesso, più aperto. I vichinghi attraversarono il Baltico diretti a Bisanzio. I Mongoli ci arrivarono quasi. Nella battaglia del lago Peipus, nella primavera del 1242, l’Ordine dei Cavalieri Teutonici fu sconfitto da Aleksandr Nevski, immortalato nel film del 1938 di Sergej Eisenstein. Il vincitore fu successivamente convocato nella capitale mongola di Karakorum, un viaggio di andata e ritorno a cavallo di circa 12.000 chilometri, per essere investito come Gran Principe di Novgorod e Kiev. Prendendo in prestito il noto concetto cinematografico di Eisenstein, questo montaggio propone ogni sorta di connessioni storiche che ci portano ben lontano dalle mappe a noi familiari: da Riga a Roma e Costantinopoli, dal Baltico al Mediterraneo e poi attraverso l’Asia centrale fino a Karakorum, in un sistema mondiale del XIII secolo. Le estensioni geografiche ci trascinano anche nelle sedimentazioni e nei ritmi più profondi del tempo storico, che mettono in discussione le semplici cronologie e una narrazione uniforme della nazione moderna. Fu Federico II, cresciuto a Palermo e che probabilmente parlava arabo, che a Rimini nel 1226 concesse ai Cavalieri Teutonici la sovranità sulla Prussia e autorizzò la cristianizzazione di queste terre pagane, inaugurando le brutali Crociate del Nord. Dalla Sicilia mediterranea con echi dell’Islam ai rituali sciamanici con i serpenti nel Baltico pagano: tutto ciò evidenzia i processi creolizzanti dell’appartenenza e la fallacia delle identità omogenee. Sono sempre all’opera sedimentazioni profondamente intrecciate in legami culturali, religiosi e storici che non si fermano ai confini moderni. La decolonizzazione non consiste semplicemente nello spogliare un dominio e una lingua esistenti e nel contestare un’identità imposta con un’altra alternativa. Non si tratta semplicemente del ritorno dell’indigeno. Caliban, oggi, si muove e parla nella lingua del padrone. È la ripetizione a generare la differenza. Chi, esattamente, è l’indigeno in questo scenario? Richiede piuttosto l’esame critico dei poteri, delle premesse e delle procedure che consentono a una particolare narrazione storica e culturale di imporsi. Ed è proprio qui che vacilla il concetto stesso di identità. Opporre un’identità stabile e conosciuta, anche se subalterna e in rivolta, a un’altra, egemonica, significa rimanere per sempre intrappolati in una dialettica viziosa e ripetitiva. Sarebbe difficile, e nonostante i miti romantici sulla creazione omogenea della nazione e del suo popolo, sostenere seriamente, in termini storici, culturali e politici, che ciascuno di noi incarni identità stabili. La cultura e la lingua sono processi aperti, sempre in divenire e soggetti a trasformazione. Entrambe si alimentano del movimento delle relazioni storiche, che ci impone di abbandonare le idee di identità e le loro conseguenze, spesso terribili, legate alla ricerca di sicurezza nel sangue e nel suolo. In questo momento stiamo assistendo ai costi omicidi del genocidio e della pulizia etnica perpetrati nel Mediterraneo orientale da un regime coloniale di ebrei europei migranti che impongono con una violenza oscena un diritto al ritorno, che si sta concretizzando attraverso lo sterminio programmato dei palestinesi. Nel frantumare la prigione mortale dell’identità, la migrazione – che è forse la storia chiave della modernità occidentale, dalla colonizzazione del pianeta a coloro che arrivano oggi dai molteplici sud del mondo – ci insegna una lezione fondamentale sulla costruzione mobile dell’appartenenza, che richiede una traduzione continua sia del luogo da cui si proviene sia di quello in cui si cerca accoglienza. Adottare una prospettiva più fluida di appartenenza nel movimento attraverso il mondo significa rivolgersi alle molteplici possibilità sostenute nel divenire sempre incompleto della storia, della cultura e del linguaggio. Ciò equivarrebbe ad adottare una comprensione storica radicalmente incisiva della formazione culturale del presente. Qui le arti propongono uno spazio critico insospettato. Qui il passato irrompe nel presente e innesca una spirale di ritorno in cui, nella ripetizione, si sprigiona il nuovo, l’inaspettato e il non autorizzato. Delacroix viene disorientato e riorientato per consentire ad altre storie, culture e vite di emergere e narrare altre testimonianze del Mediterraneo e della modernità. Alla fine, l’orologio coloniale si ferma, la bussola si guasta. Le storie a cui fanno riferimento Nord e Sud, Est e Ovest, l’Occidente e il resto del mondo si dissolvono. Diventano porose, potenzialmente più democratiche. L'articolo Dal Mediterraneo al Baltico: dalla porosità al montaggio critico proviene da EuroNomade.
June 23, 2026
EuroNomade
Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale
La figura di Antonio Negri rappresenta una delle esperienze più radicali e originali del pensiero politico contemporaneo. Filosofo e teorico della trasformazione sociale, Negri ha posto al centro della propria riflessione la relazione costitutiva tra produzione e potere, tra le forme della cooperazione sociale e i dispositivi di comando che cercano di catturarne e normalizzarne la potenza costituente. Nei suoi testi – da La forma Stato (1977) a Il potere costituente (1992), fino a Impero (2000, con Michael Hardt) e ai successivi Moltitudine, Comune, Assemblea (sempre con Hardt) – Negri interpreta il capitalismo come un processo dinamico di sussunzione della vita stessa entro i meccanismi della valorizzazione, dove produzione e riproduzione, economia e politica, lavoro e vita, diventano dimensioni sempre più indistinte. Se nelle società industriali il potere si esercitava principalmente attraverso la disciplina dei corpi e l’organizzazione della fabbrica, nelle società postfordiste e digitali il comando si estende ai linguaggi, ai saperi, agli affetti e alle forme di relazione, trasformando la cooperazione sociale in produzione biopolitica. In questo orizzonte, il lavoro non è più soltanto forza produttiva ma produzione di soggettività, e la lotta politica si sposta sul terreno della vita, del desiderio e della conoscenza. Oggi, nel contesto di un regime di guerra globale, di una finanziarizzazione diffusa e di un comando algoritmico che governa la cooperazione sociale, la riflessione di Negri acquista una nuova centralità. La sua analisi consente di leggere criticamente le trasformazioni della produzione contemporanea – cognitiva, digitale, affettiva ed ecologica – e di comprendere le nuove forme di sfruttamento, estrazione e soggettivazione che attraversano la moltiplicazione delle forme di sfruttamento e oppressione. In questo quadro, la portata teorica e politica del pensiero negriano non può essere compresa appieno senza confrontarsi con l’irruzione di nuove soggettività e con le rotture epistemologiche determinate da altre genealogie critiche che, a partire dagli anni Settanta, hanno messo in questione le categorie della modernità politica. Il convegno – in programma giovedì 18 e venerdì 19 giugno in Aula SP/A Edificio D2 al campus di Fisciano – intende dunque interrogare il pensiero di Toni Negri come punto di incontro e di tensione tra diverse linee di critica radicale: marxista, femminista, postcoloniale, ecologista, foucaultiana. L’obiettivo è quello di aprire un dialogo tra filosofia politica, teoria critica dell’economia, studi postcoloniali e decoloniali, ecologia politica e teorie della soggettività, per ripensare – a partire da Negri e oltre Negri – le condizioni di possibilità di una politica della liberazione all’altezza del nostro tempo. Programma della due giorni L'articolo Negri oltre Negri (II). Forma stato, potere costituente e Impero nel regime di guerra globale proviene da EuroNomade.
June 17, 2026
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Le Indicazioni Nazionali per i Licei: dalle “acerbe adolescenze” alla “Stupid Girl” di Pink
di GIROLAMO DE MICHELE. I Il primo numero de Il Baretti, pubblicata da Piero Gobetti il 23 dicembre 1924 – a un anno dalla sua morte, di cui si celebra quest’anno il centenario – si apre, dopo l’editoriale programmatico Illuminismo, con un eloquente testo di Natalino Sapegno: Resoconto di una sconfitta. L’allora ventitreenne critico espone le ragioni del «fallimento» del metodo e del sistema crociano: con rammarico, ma senza tentennamenti. Gobetti dev’essere apparso agli estensori delle Indicazioni Nazionali per i Licei autore minore, giacché non v’è sua menzione in alcuna disciplina. Ma che un secolo addietro, in una temperie storica che aggiungeva al fallimento teorico anche la sconfessione delle categorie storiche e politiche di Croce e dello stesso Hegel, si potesse già parlare di fallinento del neo-idealismo italiano, è cosa degna di nota, a fronte di una franca e acritica riproposizione dei suoi presupposti e programma in queste Indicazioni. Tornano allora a mente le parole con le quali Gobetti, dopo aver additato quei letterati che «vestirono abiti di corte, felici di plaudire al successo e di cantare le arti di chi regna», concludeva col proposito di dedicare «tutte le nostre forze per salvare la dignità prima che la genialità, per ristabilire un tono decoroso e consolidare una sicurezza di valori e convinzioni». Stefano Jossa ha evidenziato con precisione la natura neoidealistica di queste Indicazioni, all’interno della quale vanno poste in situazione le indicazioni delle specifiche discipline. Basta sottolineare due, fra i molti, punti non problematici, ma catastrofici: l’idea di adolescenza (cioè del destinatario della pratica educativa) e il rapporto passato-presente come presentificazione e storicizzazione del passato; senza che si abbozzi una ontologia del presente, secondo la lettura che del Che cos’è l’illuminismo? di Kant fece Foucault – altro minore di cui non v’è traccia, se non come autore di una enigmatica «antropologia dei mondi contemporanei», nelle indicazioni di Antropologia, che è l’opposto di ciò che Foucault ha fatto a partire da Le parole e le cose. Il che sarebbe già grave, se non fosse che la coordinatrice della commissione di Scienze Umane è Loredana Perla, coordinatrice scientifica delle Indicazioni. Non è l’unico capovolgimento: nella introduzione alle Scienza Umane l’inserzione di un “non” all’interno di una citazione di Hannah Arendt stravolge il senso del suo Vita activa: > È molto improbabile che noi […] NON possiamo mai essere in grado di fare lo > stesso per noi: sarebbe come scavalcare la nostra ombra. Al prezzo di una incoerenza della metafora esplicativa, si fa baluginare la fine della ricerca e il raggiungimento di quell’oggettività che ovunque, in queste Indicazioni, è posta a fronte di un soggetto/discente tutto empiria e sensazione. Non è qui questione di acribia arendtiana: che la ricerca del sé sia un compito infinito discende dall’essere l’umano un progetto incompiuto, privo di un’essenza – una prospettiva incompatibile con queste Indicazioni. Si spiegano così affermazioni come «la letteratura del passato parla dell’esperienza umana, che va messa in relazione con quella ancora acerba degli studenti», dove non si saprebbe dire se quell’ancora acerba esperienza è una citazione da Gentile o da Mogol. Ma dove è chiarissimo quel carattere del rapporto col passato che Alessandro Giammei, nel suo Gioventù degli antenati, ha definito «necrofilo»: portare i morti nel presente, in un’eterna attualizzazione del passato, invece di entrare nel passato come in un’alterità di cui fare esperienza non per custodirla o preservarla, ma per superarla. Tornando all’ontologia del presente: stiamo attraversando un’epoca contrassegnata dal proliferare delle crisi (economica, ambientale, pandemica, migratoria, geo-politica) che richiama le nozioni di “perdita di mondo” (De Martino) e “interregno” («la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati»: Gramsci – un altro che nelle Indicazioni non c’è). Una “policrisi” che richiederebbe, per essere compresa e messa a critica, una scuola che la ponga al centro della propria ragion d’essere. Ma di tutto questo nelle Indicazioni non c’è nulla (quelle di storia neanche vi arrivano!): la scuola sembra sospesa a mezz’aria, fra il cielo dell’ideale e la terra delle crisi, come le figure di Chagall. Come se davvero esistesse un mondo di qua, un nido pascoliano di rifugio, e un mondo là fuori, nel quale si entrerà solo dopo il liceo. E che dire della definizione di “scuola dell’adolescenza”? > L’adolescenza è il tempo delle cose che accadono per la prima volta. Per la > prima volta egli [“il giovane”] si arrischia in uno spazio libero e non > protetto in cui mettersi alla prova e conquistare una misura stabile e > attendibile del proprio valore. Per la prima volta le basi emotive della vita > infantile verificano la propria stabilità nell’incontro con l’altro. Rousseau, scansati!, verrebbe da dire. L’adolescenza come soglia fra la beata dimensione infantile – con le dovute cautele: gli 11 anni dell’Emilio e delle pagine di pedagogia di Kant saranno apparse troppo azzardate –, il confronto della “soggettività giovanile” col “corpo oggettivo di conoscenze”, e con un docente che sa quel che fa, giacché «ciò che distingue docenti della scuola secondaria di secondo grado è innanzitutto la conoscenza approfondita di cosa e come insegnare»: chissà le/i docenti dei cicli passati, invece… Una adolescenza dalla quale sembra assente ogni ipotesi di maturazione di un pensiero critico e dissenziente, ogni prospettiva conflittuale che non sia quella della «mera autonomia individuale, svincolata da regole e responsabilità», che finisce col «ridursi ad espressione di proteste, come quelle che sfociano a volte in atti illeciti», o «a forme meramente oppositive o reattive». Come se l’adolescenza non fosse, al contrario dello spaventapasseri creato ad hoc da questi “esperti”, il luogo nel quale tutti i conflitti trovano la loro compresenza: da quello generazionale, al conflitto fra l’educazione della società – ogni società è a suo modo educante, e fornisce modelli performativi – e quella scolastica; da quello sociale, che attraversa lo spazio fisico della scuola anche sotto forma di linea del colore; fino al conflitto insito nella stessa prassi educativa, che al tempo stesso è trasmissione del sapere (della classe) dominante, e produzione di strumenti per la critica e la sovversione dello stato di cose esistente. Una volta disciplinato, reso liscio e pacificato questo corpo adolescenziale, sarà possibile praticare quella educata libertà – sempre sotto l’occhio vigile del docente – «intesa come capacità di esprimere dissenso in modo argomentato e orientato alla trasformazione democratica dei contesti di vita scolastica» Peraltro, questo adolescente è sempre delineato nella sua dimensione individuale, mai come parte di una collettività da cui discende la sua identità singolare; persino l’Intelligenza Artificiale è rappresentata come una modalità di connessione con la quale lo studente si relaziona con modalità che potrebbe facilmente esperire nel vivo del collettivo: si vedano le Indicazioni di storia, dove si suggerisce allo studente di chiedere all’AI di creare un personaggio storico con cui «simulare interazioni», o di creare uno scenario storico alternativo. Il tutto calato all’interno di una dimensione monolinguistica: tutto accade dentro e attraverso il linguaggio verbale, estroflessione del sapere umanistico che satura ogni porosità. Per trovare un abbozzo di interdisciplinarietà fra saperi umanistici e scientifici tocca ringraziare gli estensori delle indicazioni di Storia dell’Arte, che pongono fra gli obiettivi «comprendere come le Avanguardie abbiano introdotto concetti (caso, indeterminazione, processo) che risuonano nella scienza e nella filosofia contemporanea»: peccato che non risuonino nelle indicazioni di filosofia, italiano, scienze umane, storia… Infine: tutto questo è filtrato e normato dalla impositiva “didattica per competenze”, che dovrà verificare il conseguimento delle 8 competenze europee, declinate attraverso una serie di indicatori e descrittori non univoci, che mescolano competenze (presunte) reali e abilità, e suddivise in 57 [!!] obiettivi del cui conseguimento un consiglio di classe dovrebbe rendicontare. E alla cui verifica devono adeguarsi, acquattarsi e lasciarsi sottomettere e frammentare i contenuti, anche nel caso ve ne fossero di innovativi. Una sottomissione disciplinare e disciplinante che rinvia a quella dell’educazione al mondo del lavoro attraverso le ore di orientamento, finalizzate alla «diminuzione del disallineamento (mismatch) formazione e lavoro». Chiunque abbia consultato uno studio sull’andamento delle imprese, sa bene che questa del disallineamento è una fake news, creata dall’agenzia McKinsey col rapporto del 2014 Studio ergo lavoro, del quale si servì Renzi per la Buona Scuola. È l’impresa italiana, che non ama innovare, a creare il divario fra le legittime aspettative lavorative e una domanda dequalificata. Dietro la pretesa che le competenze servano a distinguere i meritevoli di successo nel mondo del lavoro, si celano l’ideologia della meritocrazia e la naturalizzazione della divisione della società in vincenti e perdenti. Questa piramide si appoggia sulla punta di spillo di una menzogna, che produce a cascata altre menzogne: come la fittizia distinzione fra unskilled e skilled jobs – ovvero, fingere di non sapere che certi lavori sono definiti unskilled solo per poterli retribuire meno. Però questi “esperti” che avallano in modo consapevole una menzogna non si peritano di perorare «la capacità di convincere e di trasmettere verità» e di suggerire un percorso sulla «questione della verità». Stefano Jossa ha scritto che «c’è tuttavia chi sostiene di aver aderito alle commissioni per contenere la deriva delle destre governative, ma la guida politica si è rivelata più forte di loro». Si può chiosare con la sempre attuale immagine di Pink: la ragazza che sognava di essere la prima presidente donna ora balla in un video di 50 Cent (Stupid girl). Se non ché questi sottoscrittori del disegno di Valditara-Perla-della Loggia si rivolgono a docenti ai quali capita, a volte, di parlare del caso Eichmann e del pilota di Hiroshima, della zona grigia, della banalizzazione del male e dell’autoassoluzione del mero funzionario che non si sente coinvolto nel problema etico generale. Pur tenendo a mente la distinzione (di un minore dell’Ottocento sfuggito agli estensori delle Indicazioni di filosofia) fra eventi che accadono in forma di tragedia e di farsa, e della conseguente distinzione di ruoli dei rispettivi attori, questi coordinatori ed esperti potranno pure credersi assolti, ma sono lo stesso coinvolti (è un verso di uno di quei cantautori «che di norma piacciono agli studenti»). II È alla luce di questo disegno generale che vanno analizzate le Indicazioni di filosofia e storia. Per le prime, basti dire che in un testo sciatto, nel quale manca persino una definizione di che cos’è la filosofia, si accompagna una proposta di argomenti che sembra una riproposizione del De Ruggero-Canfora. Si tratta di fatto di un’occasione persa per svecchiare le Indicazioni e la manualistica, aggiornando la disciplina alle ricerche avviate nel secondo dopoguerra. Qualche esempio. Il permanere della continuità Heidegger-esistenzialismo non consente di affrontare, con Arendt in controcanto, l’ineludibile questione dei rapporti col nazismo di Heidegger; per contro, l’esistenzialismo liberato dal suo rapporto con le origini potrebbe essere prolungato in un confronto con la “perdita di mondo” di Ernesto de Martino – che l’accademia filosofica ha bellamente ignorato, a differenza della critica letteraria più aggiornata (Bologna, Cataldi), con la quale si potrebbero praticare feconde trasversalità. L’omissione, dopo aver elencato alcune pensatrici del passato, dell’intero pensiero femminile e femminista contemporaneo: Simone de Beauvoir, Judith Butler, Martha Nussbaum, Donna Haraway, Gayatri Chakravorty Spivak, Judith Revel, come minimo; e, per l’Italia – ma non certo perché scrivono in italiano: Carla Lonzi, Luisa Muraro, Lea Melandri, Elena Pulcini, Roberta De Monticelli, Donatella Di Cesare. L’infibulazione praticata al pensiero italiano, all’interno di un impianto che esalta oltre misura l’identità italiana, richiama l’equivalente recisione del prima e poi rispetto al neo-idealismo: mancano non solo Bruno, Vico, il Leopardi filosofo e Gramsci, ma il contributo di alcuni pensatori alla formazione di una coscienza civile democratica – Paci e Preti, per dirne solo due; e poi Enzo Melandri e il suo La linea e il circolo, e il pensiero cosiddetto post-operaista, oggi fra i più tradotti e frequentati nel mondo: Negri, Virno, Agamben, Cacciari. E ancora, l’assenza del pensiero post-coloniale, cioè di tutto ciò che non è Occidente, che costituisce oggi la parte più viva della pratica filosofica, in risposta a quell’ontologia del presente e delle sue crisi di cui si è detto; e del post-strutturalismo francese – ma anche (salvo per le Scienze Umane) dello stesso strutturalismo. O la mancanza, al di là di qualche sciatta enunciazione, di un confronto con studiosi come Franco Farinelli (geografia), Carlo Rovelli (fisica quantistica), Telmo Pievani (evoluzionismo), ma anche Eco e Fabbri (semiotica), nei cui testi c’è più filosofia di tanti stanchi ripetitori del pensiero altrui. Certo, la parola chiave di queste Indicazioni è “ad esempio”: ma se sono io docente a dovermi creare una programmazione, che senso ha istituire una commissione di “esperti” che non sono in grado di far altro che ripetere il già noto, senza togliere la polvere accumulatasi sulle loro programmazioni? Diverso, e ben più grave, è il caso delle Indicazioni di storia. Che si propongono come vincolanti e imperative sia nel metodo che nei contenuti, salvo risultare impraticabili nella prassi scolastica. In aperta violazione alla libertà d’insegnamento, che è valore costituzionale, la commissione della Loggia-di Luzio impone un’unica modalità di approccio storico: > Obbedendo a una consolidatissima tradizione le indicazioni nazionali tengono > ferma anche per i licei la scelta di indicare nella storia politica la via > maestra per accostarsi allo studio del passato. Scompaiono quindi la storia economico-sociale, la storia dell’ambiente, la storia di genere, in uno battuta qualsivoglia approccio plurale e sfaccettato al “fatto storico”, che con buona pace della Scuola delle Annales ridiventa un “fatto oggettivo”. Ma l’argomento del “fino a oggi” argomento non è: è una fallacia di presunzione – per l’esattezza, una Petitio principii; e sono una «consolidatissima tradizione» anche picchiare la moglie, parlare a vanvera di cose di cui non si ha contezza, e lamentarsi dell’annullamento del goal di Turone. Sta di fatto che d’arbitrio scompaiono le cause materiali, i processi economici, quell’economia che, se non l’unico, è fuor di dubbio uno dei motori della storia, oltre che una delle strutture argomentative che connettono i singoli eventi in un orizzonte di senso. Un indicatore linguistico: la parola “borghesia” ricorre una sola volta, ne «l’affermazione della borghesia» nel primo Ottocento. Non a proposito della rivoluzione industriale, non a proposito del fascismo. Quanto ai contenuti, con una motivazione stupefacente viene imposto «di incentrare lo studio della storia sulle vicende della nostra Penisola e di quell’area geografico-culturale che è l’Europa e l’Occidente in genere», con un ragionamento per assurdo. Estendere lo studio ad altri luoghi ed altre contrade sarebbe «un’impresa disperata»: > Come sarebbe disperata l’impresa – infatti mai suggerita da alcuno: e ci sarà > una ragione! – di estendere ad esempio lo studio della letteratura, oltre che > alla letteratura italiana a quella non si dice dell’Islam o della Cina ma > neppure della Spagna o della Scandinavia. Ora, basta consultare l’indice di un qualsivoglia manuale d’italiano (tipo La scrittura e l’interpretazione di Luperini, Cataldi, Marchiani e Marchese) per trovarvi Ibsen e Strindberg, e Il Cid, Cervantes, Calderón de la Barca, García Lorca, per non dire della letteratura spagnola d’Oltreoceano, da Borges a García Márques. E andando oltre questi confini, la letteratura americana e quella russa. Quel che viene imposto è uno scorrere di contenuti ineludibili privi di una ragione causale nel loro svolgersi. Si veda il fascismo, per il quale è praticata la forclusione delle due principali comprensioni storiografiche, quella gobettiana – il fascismo come autobiografia della nazione – e quella gramsciana – il fascismo come esito dell’incompiutezza del processo risorgimentale. Cassato anche il ruolo della borghesia, ne residua un evento privo di spiegazione: manca solo l’esplicita riproposizione dell’analogia con la venuta degli Hyksos. Nondimeno, dopo aver sottolineato la necessità di «evitare ogni faziosità e a mostrarsi capaci di ascoltare e comprendere le ragioni degli altri», le Indicazioni operano precise e mirate scelte storiografiche, leggibilissime in filigrana: ad esempio, sono rivoluzioni quelle americane e francesi, ma non quella d’Ottobre, che è un «colpo di Stato»; e la francese è sì rivoluzione, ma separata da «giacobinismo e Terrore». Non è qui questione di essere pro o contro Furet, né di distinguere quale Furet: ciò che è inaccettabile è che al docente venga imposto cosa insegnare, come insegnarlo, e da quale specifica scuola trarre lezione. Basti questo: prolungare la discussione sulla teoria storiografica nasconderebbe il dato che le Indicazioni di storia prescrivono – «non potranno essere tralasciati» – per il secondo biennio 15 percorsi, declinati in 109 «punti rilevanti che i docenti potranno variamente approfondire e integrare»; per il quinto anno, i percorsi sono 14, declinati in 115 spunti. Un docente ha, salvo che nel liceo classico, 66 ore di insegnamento della storia all’anno. Detratte – ci si perdonerà il ricorso al calcolo di don Milani – le ore del viaggio d’istruzione, dei moduli d’orientamento, delle attività del PCTO e dei test INVALSI, e la necessità di valutazioni sia scritte che orali, le ore di didattica si riducono a una quarantina. Valuti il lettore come in 40 ore possono essere svolti 14 ineludibili percorsi, suddivisi in 115 spunti. In altri termini, chi ha redatto questo novello registro di Leporello non ha la minima cognizione di cos’è la scuola, com’è strutturata, quali sono i suoi quadri orari, quali le pratiche didattiche. Possiamo però esser certi che il fallimento di queste Indicazioni sarà imputato al corpo docente. questo intervento è stato pubblicato su doppiozero.com il 27 maggio 2026 L'articolo Le Indicazioni Nazionali per i Licei: dalle “acerbe adolescenze” alla “Stupid Girl” di Pink proviene da EuroNomade.
May 31, 2026
EuroNomade
Bringing the State Back In (Afresh)
di SANDRO CHIGNOLA. Pubblichiamo il testo della relazione introduttiva di Sandro Chignola al seminario di Euronomade No maps for these territories. Fine della razionalità neoliberale? Stato, capitale e svolta autoritaria nel regime di guerra globale (Padova, 9 maggio 2026) Era la metà degli anni ’80 quando Theda Skopcol registrava il significativo passaggio in corso nelle scienze storico-sociali e riteneva fosse giunto il momento di reintrodurre il tema dello Stato nell’agenda di ricerca di quelle politiche. Nel farlo, già in quel momento Skopcol segnalava come le formule organizzative dello Stato operassero sul punto di giunzione tra logiche territoriali e logiche di mutua implicazione e di competizione internazionale che andavano assunte come cruciali e che andavano studiate nella loro complessità. Strutture sociali, relazioni transnazionali e costanza di iniziativa e di azione politica dello Stato erano i tre poli che andavano tenuti in debita considerazione e che nella loro reciproca tensione non potevano essere slegati l’uno dagli altri anche qualora, ed era necessario farlo, ci si ponesse il problema di rimettere lo Stato e i suoi apparati al centro della scena. Si tratta, io credo, di compiere un’operazione non dissimile, dato che è ormai assodato che, almeno a partire dalla crisi del 2008, il neoliberalismo ha cambiato le sue logiche operative e che, nel dibattito scientifico, ci si è tornati a interrogare sul ruolo che lo Stato, con le decisive trasformazioni che lo coinvolgono, viene a svolgere rispetto a quest’ultime. Non è il caso, in questa sede di tornare sulla genealogia del neoliberalismo e sul rapporto che, a dispetto delle sue retoriche mercatiste, lo Stato, come dispositivo autoritario, ha sempre rivestito nell’impianto e nell’implementazione dei meccanismi di valorizzazione neoliberale. Ciò che mi sembra rilevante, piuttosto, è il mettere a tema qualche elemento utile a complicare il quadro con il quale pensiamo e dentro il quale agiamo politicamente e a reindirizzare l’analisi su processi la cui rilevanza mi sembra decisamente significativa. Nel corso degli ultimi decenni – dal 2008, ma alcuni importanti esperimenti avevano già avuto luogo nella risposta alla crisi dei mercati asiatici del 1997 – il neoliberalismo ha profondamento ristrutturato i suoi dispositivi operativi e il capitalismo ha assunto un volto più immediatamente politico. Al punto che, nel dibattito internazionale, si è progressivamente venuto generalizzando il termine «capitalismo di Stato», in genere riservato a Russia e Cina, in quanto sistemi politico-economici eccentrici o marginali rispetto a quello che ha trainato la fase espansiva della globalizzazione finanziaria e dei mercati, per denotare le caratteristiche mutanti di un neoliberalismo zombie, in grado di sopravvivere alla propria catastrofe e di adattarsi alla congiuntura di policrisi che caratterizza la fase attuale dei rapporti capitalistici. Per dirlo in forma schematica, il neoliberalismo può essere ricostruito seguendo almeno tre differenti assi analitici. Il primo è quello della storia delle idee e della teoria economica (Hayek, Fiedmann, la Mont Pèlerin Society), senza slegarlo dalla pressoché indiscussa egemonia conquistata dal paradigma neoclassico in università e istituzioni accademiche. Il secondo è quello dell’azione di smantellamento del compromesso fordista in pressoché tutti i paesi del globo dove esso ancora reggesse, con la conseguente riarticolazione dei dispositivi di potere a vantaggio dei processi di immediata valorizzazione del capitale. Il terzo è quello che concerne le differenti modalità di risposta, o di adattamento, del neoliberalismo alle crisi da esso stesso sollevate e dalle sue crescenti difficoltà nel reagire alle proprie contraddizioni. È su questo terzo asse, che permette di mettere a tema ruolo e trasformazioni dello Stato neoliberale, che intendo condurre il mio intervento. Va da sé che il rapporto tra neoliberalismo e Stato non è mai stato improntato, se non nelle retoriche degli economisti, a una drastica separazione tra logiche politiche e logiche di mercato. La finanziarizzazione dei mercati non ha implicato l’esaurimento delle funzioni dello Stato, quanto piuttosto una trasformazione dello Stato e dei compiti che gli sono ascritti in uno scambio che dà adito a inediti processi organizzativi nella stessa misura in cui dispiega potenti effetti politici. Nello scenario della composizione contemporanea del capitale un ruolo significativo lo svolgono, ad esempio, i fondi sovrani di investimento. Nella cui dicitura è a sua volta implicata una decisa torsione di ciò che significa «sovrano». È in risposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali e alla volatilità dei capitali finanziari che, nei primi decenni degli anni 2000, prende l’avvio la nuova fase del neoliberalismo, quella fase che è possibile definire l’«era dei fondi di investimento sovrani». Il loro numero si moltiplica e la loro capitalizzazione cresce in modo esponenziale. Lo Stato torna come Stato imprenditore, ma con significative mutazioni rispetto ai suoi precedenti storici. La scossa che mette in movimento questa trasformazione è la crisi del 2008 e ciò che la accelera è la crisi pandemica. Si tratta di un processo nel quale le logiche organizzative dello Stato sul terreno dell’economia non confliggono, ma, al contrario, si coordinano con quelle del libero mercato. Non soltanto lo Stato detiene direttamente quote, maggioritarie o di minoranza, di imprese nelle quali investe capitale pubblico derivato dai fondi pensione, dal surplus fiscale, dai capitali a disposizione nelle banche di sviluppo e dagli stessi fondi di investimento sovrani, ma, dopo averle in gran parte privatizzate, ne modifica la ragione sociale trasformando, anche in questo caso, il proprio ruolo e finendo con l’agire come investitore paritario più che come garante pubblico. Questa prima forma del capitalismo politico, quella dello Stato-impresa, concerne assets strategici e coinvolge settori – dall’acciaio, alle telecomunicazioni, dall’elettricità, alle produzioni militari e alle infrastrutture digitali – che sin dagli anni ’80 e ’90 vengono progressivamente finanziarizzate, ristrutturate quanto a governance e ragione sociale, organizzate secondo criteri di valorizzazione per gli shareholders e di socializzazione delle perdite, allineandosi alle tendenze apicali di rimodulazione degli interessi del capitale transnazionale. Oltre al proprio ruolo come imprenditore – una costante nel processo storico di nazionalizzazione dei mercati e, in particolare nella fase postcoloniale, ciò che permette allo Stato di rivendicare il proprio compito di modernizzazione e di custodia dei propri assets strategici –, lo Stato, finanziarizzando nel corso degli ultimi decenni i propri profili di gestione, viene dotandosi di strumenti di investimento che ne ristrutturano forma e ruolo annidandolo nelle traiettorie descritte dai flussi di capitale finanziario e risignificandone posizione e funzioni nel complesso sistema di fattori all’opera nel quadro dei mercati globali. Per questo motivo, e cioè per i processi che mentre lo trasformano dall’interno, contemporaneamente lo proiettano nel sistema di relazioni internazionali che determina lo sviluppo ineguale e combinato degli assetti capitalistici, lo Stato, per come qui ne parlo, va inteso come Stato globale. Che Stato e azione dello Stato non siano mai declinati nel contesto della globalizzazione, ma che, al contrario, lo Stato sia stato investito da significativi processi di trasformazione lo dimostra la rapida, esponenziale crescita dei fondi sovrani di investimento e la loro proiezione transnazionale come apportatori di risorse e componente fondamentale del capitale aggregato messo globalmente a valore. Attualmente ne esistono 94 e gestiscono capitali per circa 15 trilioni di dollari con significative concentrazioni nel fondo pensioni norvegese, nei diversi fondi sovrani Cinesi (il principale tra di essi è la China Investment Corporation) e negli Emirati Arabi (Abu Dhabi Investment Authority). Nati per sopperire all’instabilità dei mercati finanziari con compiti di assicuratori in ultima istanza, con finalità di messa a valore dell’enorme rendita petrolifera o con compiti di solidarietà intergenerazionale (pensioni o tutela ambientale), e perciò molto differenziati quanto alle loro tipologie, essi si sono rapidamente allineati alla strategia di investimento e di uso finanziario delle risorse pubbliche che ha ristrutturato missione e posizionamento degli Stati al punto di incrocio tra le tensioni che percorrono i processi globali e i limiti di manovra assegnati dalla loro pressione sulle singole politiche nazionali. Da questo punto di vista, il concetto di «sovranità» coinvolto dalla loro definizione, non implica, nella proliferazione dei fondi sovrani di investimento, una difesa o una resistenza dell’interesse o della ricchezza nazionale nel quadro della concorrenza sui mercati globali, quanto piuttosto lo stringersi del nodo tra deterritorializzazione e riterritorializzazione dei flussi finanziari che produce lo spazio operativo del capitale aggregato su scala mondiale. Da questo è possibile trarre un paio di conseguenze. La prima riguarda un autentico paradosso. I fondi sovrani di investimento, pienamente allineati, nonostante la loro diffusione globale, a modelli di governance di impresa occidentale e indirizzati da strategie di messa a valore che sono le stesse che guidano gli investimenti della finanza globale, avrebbero invece la loro ragione sociale originaria in quella di attutire, a livello dei territori dai quali estraggono le risorse che investono, l’impatto delle forze e dei poteri che trainano proprio la finanza globale. Viene così serrandosi un curioso circuito. Da un lato, l’invenzione dei fondi sovrani di investimento come strumento anticrisi e per la difesa «sovrana» degli interessi nazionali rispetto alla volatilità dei mercati finanziari e alla matrice anonima di circolazione del capitale, dall’altro il fatto che essi operano come investitori sullo stesso ciclo deterritorializzato del capitale del quale alimentano i flussi contribuendo direttamente al suo allargamento. Viene così definendosi quell’ibridazione tra capitale e Stato che marca, non la fine del neoliberalismo, ma quella sua trasformazione che, riconfigurando le geografie della produzione e della circolazione del capitale modula in forma inedita e riorganizza su scala globale spazi e tempi dell’accumulazione. Per quanto riguarda la dimensione spaziale, le traiettorie di investimento, circolazione e redditività del capitale messo a valore dai fondi di investimento sovrani non vengono contenute nel perimetro della tradizionale dimensione territoriale dello Stato, che al contrario programmaticamente eccedono; per quanto riguarda la dimensione temporale, essa si sviluppa in termini molto differenti rispetto al ciclo crisi-sviluppo che aveva caratterizzato fasi storicamente precedenti dello Stato-impresa e, nel quadro del farsi permanente della crisi, quelle stesse traiettorie assegnano un ruolo diverso allo Stato, inteso come attore – contemporaneamente promotore, detentore e gestore di capitale – nel quadro in costante ridefinizione dei mercati globali: sia per quanto riguarda la loro finanziarizzazione, sia per quanto materialmente riguarda gli investimenti relativi alla posa in opera di infrastrutture e alla piattaformizzazione logistica delle catene di fornitura dalle quali quest’ultimi dipendono quanto alla loro espansione. Si assiste, potrebbe essere detto, a un vorticoso e contraddittorio ciclo di mutua costituzione tra formazione ibride di Stato e capitale (dai fondi sovrani di investimento alle banche centrali, dalle imprese partecipate dallo Stato alle banche di sviluppo) e statismo «muscolare» di ritorno (neomercantilismo e reintroduzione di politiche daziarie, competizione per il mantenimento o la ridefinizione dell’egemonia monetaria per gli scambi commerciali o per il consolidamento del debito, capitalizzazione e controllo delle grandi aziende tecnologiche) che determina la costante ridefinizione degli spazi di accumulazione e che produce, attraversandole e colmandole di tensioni, le nuove geografie globali. Particolarmente significativo, da questo punto di vista e per il ruolo che viene incrementalmente a svolgere nel quadro di tensioni e di aperto confronto bellico degli ultimi anni, è il nesso tra piattaforme e complesso militare indotto dalla progressiva digitalizzazione della guerra. In questo caso l’ibridazione tra Stato globale e capitale privato è assoluta. Tanto negli Stati Uniti quanto in Cina, pur con le differenze e le specificità che caratterizzano i due antagonisti che si contendono l’egemonia sulle sfere di influenza globali, sono i grandi oligopoli «privati» a detenere i dati e le infrastrutture (dai data center, alle reti satellitari a bassa quota, ai cavi sottomarini) dai quali dipendono tanto le tecnologie militari (missili a intelligenza artificiale, sistemi d’arma a geolocalizzazione globale, robotica bellica) quanto quelle di sorveglianza interna (estrazioni e tracciatura dei dati personali, dispositivi per il riconoscimento facciale) e sono apparati e strategie politiche a istruire situazioni per addestrare l’intelligenza artificiale (la guerra a Gaza, quelle in Medioriente, almeno a partire dalla guerra all’Iraq), a consentire l’uso di infrastrutture civili (telecamere urbane, semafori, piattaforme come quelle sanitarie, delle anagrafi, delle università) per fornire i dati che potranno, di ritorno, essere sfruttati a fini di controllo o di targeting per gli omicidi mirati diventati strumenti di guerra a bassa intensità o a garantire l’approvvigionamento di terre rare per l’industria dei microchips. Il rapporto tra Big Tech e Stato, nel quale le prime non possono più essere definite imprese «private» in senso classico, il secondo non può più essere inteso come detentore sovrano della decisione politica, e la dipendenza reciproca tra le une e l’altro è la misura dell’ibridazione irrecuperabile intervenuta tra di essi, è fatto di oscillazioni nei rapporti di forza tra i due attori, Big Tech e Stato globale, ed è una delle caratteristiche definitorie dell’ingresso in una fase politico-economica altamente differente da quelle che la hanno preceduta. Lo Stato, risignificato quanto alla sua «sovranità», dato che essa, quanto alle sue caratteristiche definitorie non può più essere detta coincidere né con la detenzione del monopolio della violenza su di un territorio, né volta a scavare e a conservare la differenza tra pubblico e privato, o tra politica e mercato, si comporta come impresa ibrida e contribuisce alla realizzazione dell’insieme di mediazioni, giuridiche e di potenza, che ristrutturano sul piano transnazionale le sfere della produzione, della circolazione, dell’estrazione e della distribuzione del valore. Si tratta del processo contraddittorio, frenetico e complicato che, molto più in generale, ridisegna ininterrottamente le geografie dell’accumulazione e muove la geopolitica, patente e nascosta, tra attori regionali del multipolarismo imperiale con i differenti e reciprocamente contraddittori interessi che le tengono in tensione. Il concetto di «capitalismo politico» di recente introdotto da Sandro Mezzadra e Brett Neilson, che ha anche il pregio di disambiguare l’espressione «capitalismo di Stato» circolante in parte della letteratura internazionale, fotografa con precisione la complessiva trasformazione che segna se non la fine del neoliberalismo, quantomeno il suo ingresso in una nuova fase, nella quale le logiche del capitalismo estrattivo, la centralità assunta dalle infrastrutture logistiche e il controllo dei flussi di uomini, merci e denaro, diventano imprescindibili e rendono di nuovo significativo il ruolo dello Stato come sincronizzatore, come dispositivo di scambio e come apportatore di risorse finanziarie per le operazioni aggregate del capitale e per l’inedita produzione di assemblaggi tra territori, potere e diritti nel quale esse possono circolare. Lo Stato, deterritorializzato dai processi che lo attraversano e che non può ostacolare (movimento dei capitali finanziari, tensioni sui mercati valutari, investimenti a scopo di riarmo nel quadro delle alleanze internazionali o richiesti dalla creazione di infrastrutture transnazionali) può così rientrare nel campo analitico come polo di attrazione per i flussi finanziari globali grazie alle funzioni di coordinamento, di accelerazione o di disciplinamento che è localmente in grado di realizzare contribuendo alla loro riterritorializzazione. In un libro oggettivamente importante, Ilias Alami e Adam D. Dixon hanno fissato quattro diverse funzioni assunte dal capitalismo politico negli ultimi decenni. Una fase, peraltro anticipata rispetto alla crisi finanziaria del 2008 e alla crisi pandemica, segnata dalla ripresa di compiti regolatori dello Stato in economia. Basti ricordare la politica monetaria e il nuovo ruolo assunto dalle Banche centrali negli USA e in Europa o gli enormi piani di stimolo in Cina evidentemente stridenti con la presunta ortodossia del neoliberalismo e con l’idea di una spontanea autoregolazione dei mercati. La prima è una funzione immediatamente produttiva. In essa lo Stato investe i capitali che è in grado di attrarre dalla finanza globale o che ha a disposizione come risparmio pubblico per rafforzare il posizionamento delle proprie industrie nel quadro di networks transnazionali ad alto valore aggiunto o a favore di progetti strategici di innovazione tecnologica. Significativi, in questo senso, sono il progetto tedesco National Industrial Strategy 2030, i progetti France 2030, Saudi Vision 2030, Singapore Economy 2030, Made in China 2025 o gli ambiziosi progetti europei REPowerEU, EU Green Deal, EU Chips Act. Ma altrettanto significativi sono altri progetti in Africa, Asia e America Latina volti a finanziare la connettività intra e interregionale, a stimolare sviluppo e competitività delle industrie locali e a costruire le condizioni per l’inserimento di imprese e nodi infrastrutturali specifici nelle catene di fornitura globale, contribuendo con ciò alla costante ridefinizione degli spazi operativi del capitale. La seconda funzione è una funzione assorbente. Lo Stato, attraverso significative trasformazioni delle sue istituzioni economiche, assorbe e reinveste capitale pubblico trasformandolo in capitale finanziario che mette in movimento, e quindi a valore, su diversi livelli e su differenti scale geografiche contribuendo alla composizione allargata e aggregata del capitale globale. Facendolo, esso svolge anche la funzione di assorbire crediti deteriorati o assets in sofferenza, socializzando le perdite e mettendo finanziariamente a valore il saldo che è possibile trarre da questo scambio. La terza funzione è una funzione di stabilizzazione, che viene svolta, tanto in funzione anticiclica quanto in funzione permanente, ad esempio dalle Banche centrali (politiche dei tassi di interesse o creazione di moneta) o, ad esempio in America Latina, Africa o Asia, dalle Banche di sviluppo che hanno agito rispetto ai rischi di contrazione del credito e di erosione del risparmio privato susseguenti alla crisi del 2008 e alla crisi pandemica. Vanno inquadrate in questa funzione anche l’ampia diffusione di strumenti finanziarizzati e digitalizzati di assistenza sociale o di credito al consumo – mi riferisco in particolare ai programmi G2Px («Government to Personx») incentivati, su scala nazionale, dalla Banca Mondiale, in particolare in Africa e in America Latina, allo scopo di privatizzare e di spoliticizzare le tensioni e i conflitti che rilevano da povertà e marginalità sociale. La quarta e ultima funzione del capitalismo politico è una funzione immediatamente disciplinare. Essa viene svolta tanto all’interno quanto all’esterno dei singoli Stati, contribuendo alla costante ritracciatura delle frontiere dell’accumulazione capitalistica. All’interno, addomesticando la produzione di soggettività e assicurando il filtraggio della frazione migrante del lavoro vivo, per allineare l’una e l’altra agli imperativi di competitività del capitalismo globale. Precarietà e debito, ma anche forme inedite di colonialismo interno, sono i perni di questa operazione, un’operazione che si potrebbe qualificare come diretta operazione di «counterinsurgency» contro le lotte condotte su questo stesso terreno che hanno ritmato gli ultimi decenni, che attacca frontalmente i processi della riproduzione sociale. Sul piano esterno, la funzione disciplinare si esercita invece scaricando aggressivamente altrove il peso degli aggiustamenti strutturali o cercando di ridefinire muscolarmente la divisione internazionale del lavoro per mezzo di strumenti di ricatto (dalle politiche tariffarie, ai dazi, alle guerre monetarie) o per mezzo di strumenti di finanziamento e di incentivazione di ricerca e innovazione nei settori tecnologicamente più avanzati, che a loro volta rilanciano e alimentano rivalità inter e infrarimperiali. Lo Stato ritorna in auge come perno per operazioni molteplici e multiscalari del capitale e, in forza degli apparati giuridici, disciplinari e di dominio dei quali esso resta garante pur nell’ampia ristrutturazione che lo modifica nel quadro neoliberale, torna anche come strumento per canalizzare e mettere a valore i flussi del capitale finanziario globale, sia nei territori di prossimità dove insiste immediatamente la sua azione, sia nel sistema allargato di rapporti geoeconomici e geopolitici al quale apporta le risorse che investe attraverso i suoi fondi di investimento sovrano. L’infrastrutturazione logistica del mondo e l’estrattivismo che essa rende possibile – dalle risorse naturali o fossili, ai dati, al lavoro vivo che si muove sulle rotte migratorie – sono ampiamente finanziati a livello globale da capitali che si muovono e che vengono messi a valore da logiche di investimento che passano anche per gli Stati e che si rimodulano in relazione alle specifiche occasioni o congiunture strategiche che vengono offerte alla loro territorializzazione. In questo senso, lo Stato, assieme a una molteplicità di altri attori politici, dalle organizzazioni internazionali ai grandi players privati, inquadra, modella e orienta accumulazione e valorizzazione del capitale nel contesto di operazioni che agiscono su differenti livelli, su differenti scale geografiche e che fanno perno (anche) sulle istituzioni economiche e politiche dello Stato per allargare il loro ciclo. Espropriato delle sue capacità di regolazione e di gestione della circolazione del capitale per mezzo degli strumenti di pianificazione, di welfare e fiscali dei quali esso era tradizionalmente dotato, lo Stato si trova a proiettare le sue politiche su scala nazionale ed extranazionale, acuendo le tensioni e i conflitti che da ciò derivano, sia ai fini della captazione e del controllo dei flussi finanziari e di investimento che può mettere a terra, sia ai fini del modellamento delle reti sulle quali si muovono uomini, merci e capitali; reti che striano e che ritagliano, tra cooperazione transnazionale e conflitto, le nuove geografie dell’accumulazione. Da un lato l’uso di tecnologie giuridiche che permettano l’affondo su quanto residua come inceppo al dispiegarsi del «libero» mercato sul territorio nazionale – l’assoluta continuità e costanza dello smantellamento del welfare e dello Stato sociale, la privatizzazione della sanità e dell’istruzione, la messa in carico disciplinare al singolo individuo della responsabilità della riproduzione –; dall’altro la proiezione dello Stato oltre i suoi confini, allo scopo di filtrare, controllare e organizzare i flussi dai quali dipendono approvvigionamento energetico, catene di fornitura, lavoro umano, capitali e denaro. È questa doppia modalità di intervento, che, è forse banale ricordarlo, non riguarda principalmente le dimensioni economiche dello Stato, ma la sua azione immediatamente politica, che consente di mettere a tema un ultimo, centrale elemento che guida la sua riattivazione. Lo Stato non controlla fino in fondo i processi che lo attraversano e il ridefinirsi in senso autoritario della sua azione accende una spia sulla centralità acquisita dalle lotte che si producono sul piano di circolazione e riproduzione della forza lavoro e sulle tensioni che attraversano il controllo sulla moneta. Per quanto riguarda la prima delle due cose, ampio è stato negli ultimi anni il ciclo di lotte globali per le pensioni, l’istruzione, la salute e l’ambiente. Ma, più in generale, la definizione dei lavori essenziali nel contesto della crisi pandemica, oltre a medici e sanitari, ha fotografato anche la centralità dei lavoratori della logistica dell’ultimo miglio, di fattorini e riders, degli operatori nelle catene di fornitura e negli hubs all’interno dei quali vengono organizzate circolazione e sincronizzazione dei flussi di merci globali. Si tratta di una tendenza cruciale che intensifica le risposte autoritarie dello Stato accentuando le trasformazioni del suo profilo giuridico indotte dal suo riorganizzarsi come regime di guerra nel contesto di tensioni che attraversano le relazioni internazionali. Lo Stato si ristruttura in senso apertamente autoritario sia per quanto riguarda le sue dimensioni costituzionali – si tratta di una tendenza ampiamente diffusa a livello globale, che determina l’indebolimento della divisione dei poteri e dei meccanismi di controllo giurisdizionale, ma anche la secca esecutivizzazione delle funzioni di governo –, sia per quanto riguarda l’insieme di condizioni che permettono di competere con le altre potenze in termini di estrazione di plusvalore, controllo sulla circolazione di uomini, merci e dati, organizzazione e difesa delle infrastrutture e dei nodi che connettono gli Stati a networks globali in via di costante ridefinizione e ritracciatura. La seconda delle due cose è altrettanto rilevante. Non solo perché uno dei poli principali di accelerazione delle tensioni internazionali riguarda i tentativi di dedollarizzazione degli scambi commerciali perseguiti da differenti attori internazionali e perché una delle forme di ritorno dello Stato è anche la battaglia per il controllo delle criptomonete e della moneta digitale – dalle «stablecoins» private alla «Central Bank Digital Currency» garantita dalle banche centrali, che di fatto disintermediano la funzione della finanza privata –, ma anche perché una delle costanti dell’azione degli Stati nel quadro neoliberale, in controtendenza con l’ortodossia di quest’ultimo, sono state, sin dagli anni precedenti la crisi del 2008, le politiche monetarie di stimolo all’economia. Si tratta di un punto particolarmente rilevante. In momenti di acuta crisi economica, la moneta viene deliberatamente sganciata sia dall’ancoraggio a un valore esistente sia dalla promessa di valorizzazione futura, e la creazione di denaro viene usata per colmare gli squilibri strutturali che ciclicamente sfociano in crisi finanziarie oppure per intervenire su situazioni emergenziali, qual è ad esempio stata la crisi del debito sovrano del 2012. Si tratta di una creazione di moneta ex-nihilo e senza contropartita che viene immessa nel circuito economico in maniera del tutto indipendente dalla relazione debito-credito e che esprime in massimo grado la funzione di comando che è ad essa immanente. Essa non serve (ma evidentemente questa è la posta in gioco) a scopo di redistribuzione della ricchezza o per finanziare interventi sulla crisi climatica e, in particolare nella congiuntura di guerra che attraversiamo, l’accesso alla liquidità viene riservato a soggetti privilegiati, ad esempio monopoli digitali o industria militare, consolidando le gerarchie esistenti e riproducendole a fini di valorizzazione. La spesa militare, si tratta di un caso paradigmatico, mette in sospensione le politiche di pareggio di bilancio (apripista in questa direzione è la riforma costituzionale tedesca del 2025, ma se ne discute in altri paesi europei), così come mai è successo a favore delle politiche sociali o di welfare. Anche in quest’ambito, il ritorno dello Stato attesta una certa continuità nel combinato disposto tra politiche monetarie, proiezione internazionale e riproduzione delle funzioni di controllo del mercato, della ricerca e dell’innovazione, della mobilità. Lo Stato ritorna anche come regime di guerra, e cioè come veicolo di una militarizzazione della vita politica ed economica che eccede l’effettivo dispiegamento delle forze militari e che può esistere del tutto indipendentemente dalla loro effettiva mobilitazione. Controllo delle infrastrutture logistiche transnazionali, disciplinamento per mezzo dell’alternanza tra definanziamento e incentivazione di università e centri di ricerca, sorveglianza delle frontiere e loro proiezione oltre i confini nazionali, sviluppo di più efficaci tecnologie di vigilanza digitale, richiedono investimenti per i quali la funzione di comando della moneta sono essenziali e i processi di riorganizzazione dei poteri dello Stato decisivi. Ma i processi sono tali, perché sempre contrastati e conflittuali. Lo sono nel quadro di evidente crisi delle relazioni internazionali, lo sono anche perché molti di questi processi di trasformazione sono stati resi necessari dalla necessità di rispondere alla continuità delle lotte globali. È su questo terreno che ci muoviamo. A noi la sfida di organizzarci dentro il sistema di coordinate che queste trasformazioni ci offrono. Riferimenti: Alami I. – Dixon A. D., The Spectre of State Capitalism. Critical Frontiers of Theory, Research and Policy in International Development Studies, Oxford, Oxford UP, 2024. Alami I. – Copley J. – Moraitis A., The “Wicked Trinity” of Late Capitalism: Governing in an Era of Stagnation, Surplus Humanity, and Environmental Breakdown, «Geoforum», 153, 2024, pp. 1-13. Alami I., State Theory in the Age of State Capitalism 3.0, «Science and Society», 85, 2, 2021, pp. 162-170. Bhorat Z. (ed.), Decoding Digital Authoritarianism, Report Prepared for Global Affairs Canada, 2023. Brandt U. – Sekler N. (eds.), Postneoliberalism. 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May 31, 2026
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Adone Brandalise: un ricordo
di GIROLAMO DE MICHELE. Non è semplice, e forse neanche utile, circoscrivere all’interno di un unico perimetro la complessa varietà del contributo che Adone Brandalise, scomparso lo scorso 14 maggio, ha dato al pensiero non solo italiano. Complessità che certo non si risolve nelle scarne note biografiche, e l’intensa attività di promozione degli studi interculturali. Tanto vale, allora, tentare qualche carotaggio all’interno della sua produzione, soprattutto orale, facendo un esercizio di memoria reso possibile dalla presenza, nel sito creato da alcuni suoi allievi adonebrandalise.it, di una notevole quantità di corsi universitari, conferenze, incontri: il tutto all’insegna di quell’oralità che, congiunta alla sua formidabile memoria, costituiva la cifra principale del suo pensiero sempre producente e produttivo, ossia – come l’essenza spinoziana – sempre in atto. Il suo è stato un pensiero “dentro il confine”, per riprendere il titolo di una silloge di interventi. Dove “confine” non indica un limite, ma una condizione: quella di una parzialità che si relaziona sempre con un “altrove”, all’insegna di quel lacaniano “non cedere mai al proprio desiderio” che segnala uno degli autori con cui più a lungo Brandalise ha intrattenuto un confronto. Letture di autori come Lacan e Benjamin, diceva Brandalise, spostano il confine un po’ più in là: una lettura di Lacan molto diversa da certi lacanismo oggi di moda, dove il tema dell’alterità viene riterritorializzato, o per meglio dire rimbalza all’indietro, sul ritorno della figura paterna (o sulla sua nostalgia) sotto la quale, alla fine, ci si acquatta. Accanto a Lacan, l’altro autore di una conversazione interminata è stato Shakespeare, del quale sin dall’adolescenza Brandalise conosce l’opera integrale: sino ad affermare che l’intera sua riflessione, attraverso una miriade di temi ed autori, non è stata altro che un continuo ripensamento del grande Bardo. Ma a questo punto si rischia di non comprendere più qual è il confine fra letteratura, filosofia e psicoanalisi: ma, per l’appunto, il pensiero di Brandalise era un pensiero che, mentre cercava di spostare in avanti il limite, non infrangeva, ma sovranamente ignorava gli steccati disciplinari. Si legge in esergo nel sito a lui dedicato: > “Più che nel veicolare contenuti filosofici, la letteratura incrocia il > desiderio della filosofia dove questo, per non cedere su se stesso, deve > tentare di rendere non cancellabile il proprio movimento, né il tempo di vita > in cui esso è costantemente chiamato a riaprirsi”, Quale enorme differenza con la miseria dell’attuale accademia, esemplificata dalle recenti Indicazioni per i Licei, dove ogni disciplina contempla in modo autoreferenziale il proprio ombellico, sprecando l’occasione di fare delle istituzioni del sapere il luogo nel quale discipline e saperi comunicano. Il che rimanda alle ragioni per cui, dopo una stagione che aveva visto la sua Padova essere un laboratorio di innovazione, tentando un salto di qualità nelle istituzioni culturali che andava in sincrono con il tentativo di una diversa organizzazione dei rapporti di lavoro – una richiesta di nuova e superiore qualità di vita e di valorizzazione del capitale sociale – Brandalise si era in apparenza ritirato nel suo insegnamento, senza cessare di produrre stimoli, concetti, parole nuove in favore di tempi e studi futuri. Una di queste è “decostituzionalizzazione”: lo studio, da altri proseguito, di come compiti e funzioni della gestione dei rapporti di potere vengono dislocati al di fuori dei confini della carta costituzionale, sottraendoli al controllo democratico; un tema, oggi, di stringente attualità. Sicché Brandalise poteva affermare che alla domanda “dov’è il pensiero dell’Università?”, la risposta è stata fornita da una sorta di complementarietà tra economia e pedagogia – sicché “gli obiettivi, i valori, i significati, l’importanza di ciò che è Università la definisce un discorso economico, finanziario e gestionale”. La ricerca di un altrove rispetto a questo stato di cose, che Brandalise praticava in tutti i luoghi nei quali la sua voce diventava pensiero in progress, lo portava spesso a incontrare Platone, che per lui era il modello, forse unico, di un pensiero che invece di cannibalizzare l’altro nella disputa e nella dimostrazione delle proprie ragioni, lasciava coesistere le ragioni avverse, consentendo un prolungamento infinito del testo platonico: il “Platone orale” non era altro che questo esercizio interminabile del pensiero. questo testo è stato pubblicato sul manifesto del 22 maggio 2026 L'articolo Adone Brandalise: un ricordo proviene da EuroNomade.
May 23, 2026
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