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Adone Brandalise: un ricordo
di GIROLAMO DE MICHELE. Non è semplice, e forse neanche utile, circoscrivere all’interno di un unico perimetro la complessa varietà del contributo che Adone Brandalise, scomparso lo scorso 14 maggio, ha dato al pensiero non solo italiano. Complessità che certo non si risolve nelle scarne note biografiche, e l’intensa attività di promozione degli studi interculturali. Tanto vale, allora, tentare qualche carotaggio all’interno della sua produzione, soprattutto orale, facendo un esercizio di memoria reso possibile dalla presenza, nel sito creato da alcuni suoi allievi adonebrandalise.it, di una notevole quantità di corsi universitari, conferenze, incontri: il tutto all’insegna di quell’oralità che, congiunta alla sua formidabile memoria, costituiva la cifra principale del suo pensiero sempre producente e produttivo, ossia – come l’essenza spinoziana – sempre in atto. Il suo è stato un pensiero “dentro il confine”, per riprendere il titolo di una silloge di interventi. Dove “confine” non indica un limite, ma una condizione: quella di una parzialità che si relaziona sempre con un “altrove”, all’insegna di quel lacaniano “non cedere mai al proprio desiderio” che segnala uno degli autori con cui più a lungo Brandalise ha intrattenuto un confronto. Letture di autori come Lacan e Benjamin, diceva Brandalise, spostano il confine un po’ più in là: una lettura di Lacan molto diversa da certi lacanismo oggi di moda, dove il tema dell’alterità viene riterritorializzato, o per meglio dire rimbalza all’indietro, sul ritorno della figura paterna (o sulla sua nostalgia) sotto la quale, alla fine, ci si acquatta. Accanto a Lacan, l’altro autore di una conversazione interminata è stato Shakespeare, del quale sin dall’adolescenza Brandalise conosce l’opera integrale: sino ad affermare che l’intera sua riflessione, attraverso una miriade di temi ed autori, non è stata altro che un continuo ripensamento del grande Bardo. Ma a questo punto si rischia di non comprendere più qual è il confine fra letteratura, filosofia e psicoanalisi: ma, per l’appunto, il pensiero di Brandalise era un pensiero che, mentre cercava di spostare in avanti il limite, non infrangeva, ma sovranamente ignorava gli steccati disciplinari. Si legge in esergo nel sito a lui dedicato: > “Più che nel veicolare contenuti filosofici, la letteratura incrocia il > desiderio della filosofia dove questo, per non cedere su se stesso, deve > tentare di rendere non cancellabile il proprio movimento, né il tempo di vita > in cui esso è costantemente chiamato a riaprirsi”, Quale enorme differenza con la miseria dell’attuale accademia, esemplificata dalle recenti Indicazioni per i Licei, dove ogni disciplina contempla in modo autoreferenziale il proprio ombellico, sprecando l’occasione di fare delle istituzioni del sapere il luogo nel quale discipline e saperi comunicano. Il che rimanda alle ragioni per cui, dopo una stagione che aveva visto la sua Padova essere un laboratorio di innovazione, tentando un salto di qualità nelle istituzioni culturali che andava in sincrono con il tentativo di una diversa organizzazione dei rapporti di lavoro – una richiesta di nuova e superiore qualità di vita e di valorizzazione del capitale sociale – Brandalise si era in apparenza ritirato nel suo insegnamento, senza cessare di produrre stimoli, concetti, parole nuove in favore di tempi e studi futuri. Una di queste è “decostituzionalizzazione”: lo studio, da altri proseguito, di come compiti e funzioni della gestione dei rapporti di potere vengono dislocati al di fuori dei confini della carta costituzionale, sottraendoli al controllo democratico; un tema, oggi, di stringente attualità. Sicché Brandalise poteva affermare che alla domanda “dov’è il pensiero dell’Università?”, la risposta è stata fornita da una sorta di complementarietà tra economia e pedagogia – sicché “gli obiettivi, i valori, i significati, l’importanza di ciò che è Università la definisce un discorso economico, finanziario e gestionale”. La ricerca di un altrove rispetto a questo stato di cose, che Brandalise praticava in tutti i luoghi nei quali la sua voce diventava pensiero in progress, lo portava spesso a incontrare Platone, che per lui era il modello, forse unico, di un pensiero che invece di cannibalizzare l’altro nella disputa e nella dimostrazione delle proprie ragioni, lasciava coesistere le ragioni avverse, consentendo un prolungamento infinito del testo platonico: il “Platone orale” non era altro che questo esercizio interminabile del pensiero. questo testo è stato pubblicato sul manifesto del 22 maggio 2026 L'articolo Adone Brandalise: un ricordo proviene da EuroNomade.
May 23, 2026
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Dopo il securitarismo, governare la città frammentata. Per una politica della composizione urbana
di ROBERTA POMPILI. I conflitti urbani che attraversano oggi molte città europee vengono quasi sempre raccontati male. La scena è ormai familiare: abitanti che denunciano rumore, sporcizia, impossibilità di dormire, deterioramento della salute e della qualità della vita; giovani che rivendicano il diritto alla socialità e all’uso libero dello spazio pubblico; commercianti e operatori della nightlife che difendono il proprio lavoro e l’economia urbana legata alla vita notturna. Intorno a questi conflitti si costruisce rapidamente una narrazione morale: ordine contro caos, sicurezza contro libertà, residenti contro movida, diritto al riposo contro diritto alla città. Eppure ciò che emerge dentro queste tensioni è qualcosa di molto più profondo. Non semplicemente uno scontro tra interessi incompatibili, ma la crisi delle forme tradizionali attraverso cui la modernità politica aveva pensato l’idea stessa di universalità. Per molto tempo il governo della città si è fondato sull’idea implicita che esistesse un punto di vista generale capace di organizzare gerarchicamente bisogni e temporalità sociali. La città moderna funzionava attraverso una relativa stabilità delle forme di vita: il giorno del lavoro, la notte del riposo, lo spazio pubblico come luogo di attraversamento più che di permanenza, il conflitto urbano come deviazione rispetto a una norma relativamente condivisa. Le metropoli contemporanee non funzionano più così perché nello stesso spazio convivono oggi temporalità incompatibili e forme di vita eterogenee: chi lavora di notte e chi deve dormire, chi vive la strada come luogo di socialità e chi come spazio della riproduzione quotidiana, chi produce valore economico attraverso la nightlife e chi ne subisce gli effetti materiali sul proprio corpo e sulla propria salute. Non esiste più un centro stabile capace di rappresentare automaticamente l’interesse generale e per questo motivo i conflitti urbani diventano politicamente decisivi. Perché il rischio contemporaneo è che questa pluralità irriducibile venga immediatamente tradotta in guerra permanente tra identità contrapposte. Il residente preoccupato per rumore e igiene viene rapidamente trasformato in figura “reazionaria” ostile alla vitalità urbana; il giovane che occupa lo spazio pubblico diventa automaticamente “degrado”; il commerciante che lavora la sera viene ridotto a semplice agente della rendita. Ogni soggetto viene moralizzato e identitarizzato ed è in questo modo che il conflitto smette di essere compreso nella sua materialità. Perché ciascuno di questi soggetti esprime in realtà una verità parziale. Il problema è che nessuna di queste verità coincide più da sola con l’universale. Gli abitanti che denunciano rumore, saturazione dello spazio, sporcizia e impossibilità di dormire esprimono una questione reale di sostenibilità urbana e salute collettiva. La crisi ecologica delle città riguarda anche la possibilità materiale dei corpi di abitare uno spazio senza essere continuamente esposti a pressione sonora, stress e saturazione permanente della vita quotidiana. Anche la figura del “residente”, spesso evocata come soggetto unitario e compatto, nasconde in realtà una composizione sociale frammentata: anziani, lavoratori precari, studenti, famiglie, affittuari temporanei, professionisti impoveriti, nuovi abitanti attratti dalla valorizzazione dei centri storici e soggetti progressivamente espulsi da altre aree urbane sempre più costose. La domanda di quiete e vivibilità urbana non coincide allora automaticamente con nostalgia dell’ordine o rifiuto della socialità. Esprime spesso una crisi materiale della riproduzione quotidiana dentro città sempre più intensive, orientate all’estrazione continua di valore. Il problema della salute, del sonno, della pressione sonora e della possibilità stessa di abitare stabilmente uno spazio urbano riguarda forme molto concrete di vulnerabilità contemporanea. Ma anche qui l’ambivalenza resta decisiva. Perché la figura dell’abitante può essere simultaneamente soggetto esposto agli effetti della valorizzazione urbana e parte di dinamiche di esclusione, chiusura o richiesta securitaria. È precisamente questa ambivalenza che rende insufficiente sia la retorica della “città vetrina” sia la semplice opposizione moralistica tra residenti e movida. Ma altrettanto reale è la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili contemporanee. In città sempre più privatizzate e mercificate, dove ogni forma di aggregazione tende a essere mediata dal consumo, lo spazio pubblico resta uno dei pochi luoghi di accesso relativamente gratuito alla vita collettiva. La nightlife contemporanea, allora, non può essere letta semplicemente come spazio di libertà né come puro dispositivo di degrado. È una forma profondamente ambivalente della metropoli neoliberale. Da una parte rappresenta ancora uno dei pochi spazi relativamente accessibili di socialità, cooperazione e produzione culturale dentro città sempre più individualizzate. Lo stare insieme nello spazio pubblico, l’occupazione informale delle piazze, la costruzione di reti relazionali e affettive fuori dai circuiti strettamente domestici o lavorativi rispondono a bisogni reali prodotti dalla crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità urbana. Ma questa stessa cooperazione sociale viene continuamente catturata e valorizzata economicamente. La nightlife contemporanea non è estranea all’economia urbana: ne costituisce uno dei dispositivi produttivi centrali. Attrattività turistica, branding urbano, valorizzazione immobiliare, consumo culturale, economie della ristorazione e dell’intrattenimento estraggono valore proprio da quella socialità diffusa che la città neoliberale simultaneamente produce e sfrutta. Questo valore viene però catturato in modo profondamente diseguale: attraverso l’aumento degli affitti commerciali, la crescita della rendita immobiliare e la trasformazione delle abitazioni in economie turistiche e affitti brevi, sono soprattutto i soggetti che controllano proprietà e infrastrutture urbane a beneficiare stabilmente della valorizzazione del quartiere. In questo senso anche la spontaneità urbana viene continuamente trasformata in rendita. Emerge cosi la contraddizione fondamentale: la stessa città che trae profitto economico dalla concentrazione della nightlife tende poi a governarne gli effetti quasi esclusivamente attraverso dispositivi emergenziali di sicurezza, controllo e contenimento. La socialità urbana viene prima incentivata come fattore di valorizzazione economica e successivamente trattata come problema di ordine pubblico quando i suoi costi ricadono sui territori e sui corpi che abitano quotidianamente la città. Sarebbe però insufficiente leggere tutto questo esclusivamente come effetto automatico della rendita urbana o della valorizzazione neoliberale della città. I conflitti contemporanei attorno alla nightlife e allo spazio pubblico non sono soltanto conflitti economici mascherati. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni più profonde delle forme di vita urbane: mutamenti generazionali, crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi, diffusione di pratiche intensive di consumo e mutamento dei rapporti tra corpi, tempi e città. La metropoli contemporanea non produce soltanto estrazione economica; produce anche nuove sensibilità, nuove vulnerabilità e nuove forme di esposizione reciproca. I conflitti urbani contemporanei non possono quindi essere letti semplicemente come effetti automatici della rendita o della valorizzazione neoliberale della città. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni profonde delle forme di vita: mutamenti generazionali, crisi delle infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi e diffusione di pratiche intensive di consumo. La richiesta di quiete e sostenibilità espressa dagli abitanti non può essere ridotta semplicemente a falsa coscienza conservatrice, così come la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili non coincide automaticamente con una forma di resistenza alla mercificazione urbana. Entrambe sono realtà profondamente ambivalenti, attraversate simultaneamente da bisogni autentici e da forme di cattura neoliberale. Come suggerisce anche Karen Barad, i soggetti non preesistono semplicemente alle relazioni che abitano, ma vengono continuamente prodotti dentro configurazioni materiali specifiche. La città contemporanea non mette semplicemente in contatto soggetti già dati: li organizza, li separa, li espone reciprocamente. Il residente esasperato dal rumore, il giovane che occupa lo spazio pubblico perché escluso da forme sempre più costose e privatizzate di socialità, il commerciante che dipende economicamente dalla nightlife, non sono mondi completamente estranei tra loro. Sono effetti differenti della stessa organizzazione urbana neoliberale. Il conflitto urbano contemporaneo non oppone dunque semplicemente identità già costituite. è la città stessa, attraverso la distribuzione degli spazi, dei costi, delle possibilità di accesso e delle forme della valorizzazione economica, a produrre continuamente i soggetti del conflitto. Il giovane che rimane in strada fino a tardi non esiste indipendentemente da una città che privatizza progressivamente gli spazi di aggregazione; così come il residente esasperato non esiste indipendentemente da una organizzazione urbana che concentra flussi turistici, nightlife e rendita immobiliare negli stessi quartieri senza redistribuirne i costi sociali. I soggetti del conflitto vengono prodotti dentro la stessa infrastruttura urbana. Per evitare il rischio dell’equidistanza o del semplice pluralismo sofisticato, il punto decisivo è chiarire che il conflitto urbano contemporaneo non si sviluppa dentro un campo neutrale. Le differenti soggettività coinvolte non occupano la stessa posizione dentro i processi di valorizzazione della città. La governance neoliberale produce infatti una asimmetria strutturale: mentre la cooperazione sociale urbana viene continuamente trasformata in valore economico, i costi materiali di questa valorizzazione vengono redistribuiti in modo diseguale. Non tutte le posizioni hanno dunque lo stesso potere. La rendita immobiliare, i proprietari dei fondi commerciali, le economie urbane legate al turismo e agli affitti brevi dispongono di una capacità molto maggiore di orientare le trasformazioni della città rispetto agli abitanti o ai soggetti che vivono quotidianamente gli effetti di questi processi. Mentre il valore prodotto dalla socialità urbana viene privatizzato attraverso proprietà e mercato immobiliare, i costi materiali della valorizzazione – rumore, saturazione dello spazio, aumento dei canoni abitativi e pressione turistica – vengono redistribuiti sui corpi e sulla vita quotidiana degli abitanti. È precisamente questa asimmetria che rende insufficiente una lettura puramente moralista o culturalista del conflitto. Quando il residente viene descritto semplicemente come soggetto conservatore ostile alla vitalità urbana o il giovane come puro problema di ordine pubblico, il conflitto reale scompare. Ciò che viene rimosso è il modo in cui la città neoliberale organizza selettivamente accessi, spazi, infrastrutture e possibilità di esistenza, lasciando poi che soggetti differenti entrino in collisione tra loro dentro un terreno già strutturato dalla rendita e dalla valorizzazione economica. La questione decisiva diventa allora come costruire forme di convivenza politica capaci di organizzare conflitti reali senza lasciarli precipitare – per riprendere una formulazione di Étienne Balibar – in forme permanenti di guerra civile diffusa. Anche le città tendono oggi sempre più a essere governate attraverso dispositivi emergenziali, giuridici e securitari che amministrano gli effetti della frammentazione sociale senza intervenire sulle asimmetrie materiali che la producono. È qui che riappare il problema politico decisivo: la composizione. Non nel senso di una pacificazione amministrativa del conflitto o di una neutralizzazione tecnocratica delle differenze, ma nel senso della costruzione di istituzioni urbane del comune capaci di organizzare democraticamente una pluralità irriducibile senza lasciarla precipitare nella guerra permanente tra soggetti reciprocamente frammentati. La città contemporanea non può più essere governata attraverso un universalismo astratto imposto dall’alto, ma nemmeno attraverso la semplice giustapposizione competitiva di interessi particolari. Serve qualcosa di diverso: una politica della composizione urbana capace di intervenire sulle asimmetrie materiali prodotte dalla rendita, redistribuire costi e infrastrutture della vita collettiva e costruire dispositivi permanenti di mediazione democratica. È per questo che le esperienze urbane più avanzate risultano interessanti non quando eliminano il conflitto, ma quando costruiscono istituzioni capaci di organizzarlo. Tavoli territoriali permanenti, governance della notte, mediazione sociale, infrastrutture pubbliche, redistribuzione dei costi urbani, coinvolgimento reale degli abitanti e dei giovani: tutto questo non rappresenta semplicemente una tecnica amministrativa più efficiente. Rappresenta il tentativo di ricostruire forme di convivenza politica dentro una città sempre più frammentata dalla valorizzazione neoliberale. La vera alternativa oggi non è tra ordine e caos. È tra una città governata democraticamente e una città lasciata alla gestione intermittente delle emergenze prodotte dalla rendita urbana. Ed è probabilmente qui che si gioca una delle questioni decisive del presente: la capacità di costruire forme di convivenza politica che non cancellino le differenze ma nemmeno le trasformino in guerra permanente tra soggetti che condividono, in forme differenti, la stessa esposizione ai processi contemporanei di frammentazione urbana. L'articolo Dopo il securitarismo, governare la città frammentata. Per una politica della composizione urbana proviene da EuroNomade.
May 19, 2026
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Guerra, sapere e soggettività: la scuola tecnica nella fase aperta da Gaza
di ROBERTA POMPILI. La riforma degli istituti tecnici introdotta dal DM 29/2026 non rappresenta un semplice riordino dell’offerta formativa. Interviene sul rapporto tra sapere e produzione, ridefinendo le condizioni in cui il sapere viene organizzato, distribuito e messo al lavoro. Riduzione del tempo scuola, rafforzamento delle discipline di indirizzo, ampliamento della flessibilità: questi elementi non agiscono su un segmento limitato del sistema educativo. Incidono su un nodo più profondo, in una fase in cui il lavoro cognitivo e la cooperazione sociale costituiscono il cuore della valorizzazione. Il curricolo non è più soltanto dispositivo di trasmissione. Diventa spazio di organizzazione della cooperazione cognitiva e, insieme, di governo delle soggettività. Curricolo e mutazione delle discipline La riduzione del monte ore e l’introduzione di ampi margini di flessibilità producono un curricolo instabile, continuamente modulabile. La flessibilità non amplia semplicemente l’autonomia: governa il curricolo attraverso la gestione della variabilità. In questo senso, la flessibilità rappresenta una forma contemporanea di comando. La trasformazione delle discipline è il punto decisivo. Esse non scompaiono, ma vengono ridefinite: aggregate in ambiti, rese modulari, subordinate a obiettivi trasversali. Perdono il proprio statuto epistemologico e vengono integrate in un sistema orientato alla produzione di competenze. Ciò che viene meno non è soltanto un’organizzazione del sapere, ma una sua funzione: la disciplina come spazio di temporalità lunga, di costruzione critica, di resistenza all’immediatezza dell’utilità. Il passaggio è leggibile nella traiettoria indicata da Gilles Deleuze: dalle forme disciplinari chiuse a dispositivi di controllo fondati sulla modulazione continua. Il sapere non è più organizzato per coerenza interna, ma per utilizzabilità. La competenza diventa principio regolatore: spendibilità, trasferibilità, adattabilità continua. Questo processo investe anche il lavoro docente, producendo instabilità, frammentazione e una progressiva perdita di controllo sul processo formativo. Capitalismo cognitivo e cattura del sapere Nel capitalismo contemporaneo, il sapere è forza produttiva immediata. Le analisi di Antonio Negri sul general intellect mostrano come linguaggio, cooperazione e capacità cognitive diffuse costituiscano il terreno centrale della produzione di valore. La crisi della forma disciplinare è un effetto strutturale di questa trasformazione. Il sapere eccede i suoi contenitori tradizionali, si produce in forme diffuse, reticolari. Il nodo non è la crisi della disciplina, ma la sua direzione. Nel capitalismo cognitivo, la cooperazione sociale non si emancipa automaticamente. Il general intellect non è lasciato libero, ma viene catturato. La cattura del general intellect non inaugura un processo inedito, ma radicalizza una logica già inscritta nella storia del capitalismo: l’estrazione e la gerarchizzazione dei saperi. In questo senso, il capitalismo cognitivo prolunga e riorganizza dispositivi di appropriazione che affondano le proprie radici anche nella storia coloniale della conoscenza. La riforma degli istituti tecnici si colloca precisamente in questo spazio. Interdisciplinarità, competenze e flessibilità non aprono uno spazio di autonomia del sapere. Costruiscono le condizioni della sua messa a valore. Il curricolo non riconosce semplicemente questa trasformazione: la governa. Il sapere viene selezionato, orientato, reso funzionale. Formazione e produzione tendono a coincidere nello stesso spazio operativo. Produzione di soggettività e indebolimento del sapere critico La scuola non trasmette soltanto conoscenze: produce soggettività. La flessibilità curricolare, l’enfasi sulle competenze e l’anticipazione del rapporto con il lavoro costruiscono soggetti capaci di muoversi in contesti instabili, ma orientati a rispondere alle esigenze del sistema produttivo. Il punto non è la scomparsa del soggetto critico, ma la trasformazione delle condizioni che lo rendono possibile. Riduzione dei tempi, subordinazione del sapere all’utilità immediata, compressione degli spazi di autonomia rendono più difficile la costruzione di forme di pensiero capaci di distanza, riflessione, critica. Parallelamente, si rafforza la produzione di soggettività funzionali: non più disciplinate dall’esterno, ma modulate dall’interno dei processi, capaci di interiorizzare adattabilità, disponibilità e precarietà. Questa trasformazione si produce, non a caso, in una fase in cui ampi movimenti giovanili hanno riportato al centro questioni come la guerra, la crisi climatica e la violenza sessista e razzista, esprimendo forme di politicizzazione che eccedono i tradizionali spazi di mediazione. In queste mobilitazioni emerge una tensione che non si limita alla difesa dell’esistente, ma investe direttamente la produzione di nuove soggettività e forme di vita. È qui che si rende visibile una linea di frattura: tra un uso istituzionale e difensivo delle categorie politiche e una loro possibile riattivazione in senso trasformativo, capace di operare sul terreno stesso della formazione sociale. La riforma della scuola si colloca dentro questa tensione, intervenendo proprio sul livello in cui tali processi si producono: quello della formazione e dell’organizzazione del sapere. In questo senso, il tentativo di riorganizzare il curricolo e orientare la produzione di competenze può essere letto anche come risposta preventiva alla possibilità che queste soggettività eccedano i dispositivi esistenti. Questa dinamica si intreccia con la riorganizzazione della riproduzione sociale. Come mostra Verónica Gago, la fase contemporanea non si limita a trasformare la produzione, ma investe direttamente le condizioni della vita, producendo una crescente gerarchizzazione e differenziazione delle forme della soggettività. In questo senso, la riforma della scuola non interviene soltanto sul sapere, ma contribuisce a stabilizzare e riprodurre tali differenze. Guerra, comando e salto di scala La riforma si colloca in una fase segnata da crisi sistemiche e dal ritorno della guerra come elemento permanente dello scenario globale. La guerra non è soltanto evento: è dispositivo che riorganizza produzione, riproduzione e governo delle popolazioni. In questo contesto, si consolidano forme di comando più dirette e meno mediate. La difficoltà a governare una realtà frammentata produce un irrigidimento autoritario e una riduzione degli spazi di mediazione. Ciò che accade in contesti come Gaza rende visibile questa dinamica. La distruzione delle infrastrutture educative — descritta anche nei termini di “scolasticidio” — mostra come gli spazi della formazione possano essere direttamente investiti dalle logiche del conflitto. In questo quadro, la distinzione tra produzione, riproduzione e conflitto tende a dissolversi. La scuola è parte di un dispositivo di organizzazione e governo del lavoro vivo. Le trasformazioni degli istituti tecnici non sono un intervento isolato. Le indicazioni della commissione Bertagna (2023) segnalano una tendenza più generale: riduzione dei tempi della formazione e integrazione crescente con il sistema produttivo. Ciò che emerge nei tecnici è un’anticipazione. La riorganizzazione investe l’intero sistema educativo. La riforma degli istituti tecnici, concludendo, non rappresenta un semplice aggiornamento del sistema educativo, ma un passaggio nella trasformazione del sapere in dispositivo, dentro una fase segnata da guerra, instabilità e riorganizzazione del comando. Il nodo non è la difesa della disciplina contro la competenza, ma il conflitto tra autonomia del sapere e sua cattura nei processi di valorizzazione. È in questo spazio che la scuola torna a essere un terreno politico centrale: non come residuo del passato, ma come luogo in cui si gioca la forma delle soggettività future. Questo testo è un ampliamento di un precedente testo pubblicato sulla rivista Micropolis L'articolo Guerra, sapere e soggettività: la scuola tecnica nella fase aperta da Gaza proviene da EuroNomade.
May 5, 2026
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No maps for these territories. Fine della razionalità neoliberale? Stato, capitale e svolta autoritaria nel regime di guerra globale
A partire dal 2007-2008, al netto delle crisi di diversa natura (economica, ecologica, pandemica), l’assunto in base al quale la logica neoliberale ordina il rapporto tra comando politico e modalità di accumulazione capitalistica è rimasto fondamentalmente stabile. Quella logica, scossa da più parti ma in costante riorganizzazione, assumeva la crisi come paradigma di governo. Oggi, alla luce delle conseguenze della pandemia e nella congiuntura segnata da regimi di guerra, pensiamo si debba prendere sul serio l’ipotesi di avere di fronte qualcosa d’altro. Il mutato rapporto fra produzione, riproduzione sociale, circolazione delle merci e concentrazione del capitale sembrano rimescolare le carte, in un gioco che riorganizza e radicalizza il comando sul lavoro vivo. Le regole di questo gioco sono in via di definizione, perché sono continuamente sfidate.  La cosiddetta svolta autoritaria è una delle conseguenze – e dei sintomi – più evidenti di questo processo antagonistico: repressione del dissenso, criminalizzazione della solidarietà, attacco agli spazi sociali, “esecutivizzazione” del potere sono tendenze comuni nei paesi in cui l’agenda dall’Internazionale Nera trova spazio, nel tentativo di esautorare qualunque alternativa al diritto proprietario o penale. Per questo, crediamo che sia necessario interrogare rigorosamente il ruolo dello Stato, a partire dalle ambiguità che stanno caratterizzando la sua riconfigurazione, consapevoli che l’ipotesi di un suo semplice “ritorno” si scontra con l’incapacità degli attori statali di guidare, arrestare o ricomporre le spinte centrifughe che caratterizzano il multipolarismo contemporaneo.  Il seminario che si svolgerà a Padova il 9 maggio, a partire dalle 14.30 (Radio Sherwood, vicolo Pontecorvo 1a) interrogherà questo complesso intreccio, a partire dalle lotte che trova di fronte a sé. Solo a partire dalle mobilitazioni “No Kings” che, in molti paesi, hanno rilanciato l’opposizione alla logica del regime di guerra, dalla Global Sumud Flotilla – che fa nuovamente rotta verso Gaza – dalle lotte nei magazzini della logistica, nelle scuole e nelle università, nei quartieri popolari, si può articolare un rilancio e un allargamento delle lotte e delle mobilitazioni all’altezza del presente. L'articolo No maps for these territories. Fine della razionalità neoliberale? Stato, capitale e svolta autoritaria nel regime di guerra globale  proviene da EuroNomade.
April 29, 2026
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Alle origini del declino dell’egemonia statunitense: crisi e possibilità
di UGO ROSSI. Gli avvenimenti geopolitici degli ultimi mesi, culminati con l’improvvisa offensiva bellica di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, hanno rinsaldato la convinzione di trovarsi di fronte a una crisi strutturale dell’ordine unipolare incentrato sugli Stati Uniti che si era imposto dopo il 1989 nella globalizzazione post-Guerra fredda. Le conseguenze geopolitiche di tale scenario sono note: la proliferazione di tensioni interstatali, di guerre commerciali e strategie di sovranità nazionale in campo tecnologico ed energetico; il riemergere di imperialismi regionali e macroregionali; il prevalere di relazioni internazionali improntate al bilateralismo a discapito del multilateralismo; la progressiva marginalizzazione delle Nazioni Unite e persino di organizzazioni internazionali dichiaratamente di parte come la Nato. E come esito di tutto ciò, il profilarsi di un vero e proprio “regime di guerra” intorno al quale si definisce il “caos sistemico” dell’attuale congiuntura globale. Esiste ormai consenso diffuso intorno all’idea secondo cui le continue prove di forza di cui dà dimostrazione la seconda Presidenza Trump siano indicative del passaggio dall’egemonia dell’ordine unipolare post-1989 al dominio per mezzo della forza e al di fuori di ogni principio di legalità internazionale che contraddistingue l’attuale disordine multipolare. Mentre vi è un ampio dibattito intorno alle caratteristiche dello scenario appena delineato, meno chiare sembrano essere le cause strutturali all’origine del declino dell’egemonia statunitense. In questo intervento avanzo la tesi secondo cui la crisi dell’egemonia statunitense sia da ricondurre alla crisi del monopolio statunitense nella produzione di capitale umano al servizio del capitalismo tecnologico e al concomitante avvento del boom dell’intelligenza artificiale generativa nella prima metà degli anni Duemilaventi. Il combinato di questi due fattori ha portato a una crisi sistemica dell’idea di “capitale umano” intorno alla quale si era costruita l’egemonia statunitense nell’era “globalista”, oggi messa in discussione dalla politica “sovranista”, esemplificata in modo particolare – ma non esclusivo – dalla seconda Presidenza Trump. Foucault interprete del neoliberalismo statunitense: l’idea di capitale umano Nel 1979, in un celebre ciclo di lezioni tenuto al Collège de France Michel Foucault offrì una interpretazione dell’allora ascendente “neoliberalismo” in cui distingueva la variante neoliberale “statunitense” da quella europea continentale definita come “ordoliberalismo”. Si possono dare varie interpretazioni della scelta di Foucault di trattare il neoliberalismo per varianti nazionali o macro-nazionali: ad esempio, si può ritenere che lo sguardo dello studioso francese risentisse del “nazionalismo metodologico” allora (e in larga parte ancora oggi) prevalente nelle scienze umane e sociali, che tendeva a incasellare i fenomeni studiati dentro i confini nazionali. Alcuni autori hanno persino denunciato un intento di apologia del neoliberalismo USA da parte di Foucault. Qui però si vuole avanzare un’altra tesi interpretativa: ponendo enfasi sull’ascesa dell’idea di capitale umano come tratto distintivo della variante statunitense del neoliberalismo Foucault intendeva affermare la tesi secondo cui l’egemonia globale e la relativa razionalità geopolitica degli Stati Uniti si fondassero sull’idea di capitale umano. In che modo, secondo Foucault, l’ascesa dell’idea di capitale umano segnalava il passaggio a un’età neoliberale? Secondo Foucault, l’idea di capitale umano sottendeva, in primo luogo, la ridefinizione della concezione dell’homo oeconomicus, non più solo come soggetto votato alla massimizzazione dell’utilità individuale ma come imprenditore di se stesso; in secondo luogo, l’idea di capitale umano “valorizzava” il ruolo della formazione, intesa non solo come istruzione, ma come investimento nel futuro, quindi con una chiara valenza speculativa (infatti di lì a poco, negli anni Ottanta, sarebbe esploso il fenomeno del debito studentesco); e infine l’idea di capitale umano segnava l’ingresso nell’era del dominio incontrastato svolto dall’imperativo (dall’ideologia, per meglio dire) della crescita e dell’innovazione. Foucault non era affatto il primo studioso a teorizzare il capitale umano. La sua analisi riprendeva un’idea messa a punto dagli economisti neoliberali della scuola di Chicago fin dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Negli studi di economisti di Chicago come Jacob Mincer, Theodore Schultz e Gary Becker gli individui erano considerati non più come lavoratori appartenenti a una medesima classe sociale ma come agenti razionali e in competizione tra loro, chiamati a investire tramite la spesa in formazione nelle proprie capacità e nella propria conoscenza sulla base di un calcolo costi-benefici tra investimento iniziale e ritorni attesi dopo un certo lasso di tempo. È la stessa logica speculativa che ha guidato l’evoluzione del capitalismo contemporaneo, fino alla sua consacrazione con il trionfo del capitalismo finanziario negli ultimi decenni. Nell’analisi di Foucault sul “neoliberalismo statunitense”, vi era dunque un implicito riconoscimento del capitale umano come base fondamentale della razionalità geopolitica che porterà gli Stati Uniti ad affermare la propria egemonia nel mondo post-1989. La governamentalità neoliberale che, secondo Foucault, affermava il principio dell’individuo come impresa è infatti all’origine della revisione del ruolo dello Stato a partire dagli anni Settanta del Novecento: non più l’entità politico-amministrativa che si fa carico delle strategie anti-cicliche e di riequilibrio produttivo necessarie alla sopravvivenza del capitalismo, come nella concezione keynesiana, ma un agente dinamico e “discorsivo” che investe nell’imprenditorializzazione della società secondo logiche e principi di innovazione e crescita economica. Negli anni Novanta, l’idea di capitale umano fu ripresa ed espansa dagli economisti della new growth theory, come Robert Lucas e Paul Rohmer, in concomitanza con il passaggio alla cosiddetta economia basata sulla conoscenza, nel contesto dell’ordine unipolare “globalista”, come fu definito in seguito. L’egemonia statunitense sul capitale umano e il suo declino Per circa tre decenni, le performance della Silicon Valley e in particolare delle sue imprese più iconiche (come le cosiddette GAFAM) hanno rafforzato l’idea secondo cui la supremazia tecnologica giustificasse il primato geopolitico degli Stati Uniti nel contesto di una globalizzazione unipolare. La presunzione di supremazia del capitalismo statunitense a base tecnologica reggeva sul presupposto secondo cui la particolare combinazione di fattori all’origine del successo della Silicon Valley – in particolare la triangolazione imprese-università-governi locali – fosse irripetibile altrove, a dispetto dei molteplici tentativi di creare distretti tecnologici innovativi in molte regioni del mondo. La supremazia tecnologica statunitense si è retta in particolare sul monopolio di fatto degli Stati Uniti, per molti decenni, nella produzione di capitale umano al servizio delle imprese tecnologiche, non solo statunitensi, ma di tutto il globo (dall’Asia all’Africa, all’Europa e al Sudamerica). Tale monopolio è stato garantito dal predominio incontrastato a lungo detenuto dalle università statunitensi nella formazione e nell’alta specializzazione di ingegneri, informatici e altre figure “qualificate” (high-skill come si dice nel linguaggio economico convenzionale) e ben remunerate. Fino a soli 15 o 10 anni fa, dunque ancora negli anni Dieci del Duemila, aver conseguito una laurea in discipline informatiche in una università statunitense blasonata era garanzia di successo per una carriera ben remunerata come programmatore nelle aziende tecnologiche di tutto il mondo, al punto che nei magazine di economia manageriale era comune tra gli anni Duemila e Duemiladieci leggere di “guerra globale per i talenti”: l’ordine globalista unipolare si reggeva sulla competizione per la popolazione, in particolare per il lavoro tecnologico qualificato che garantiva il successo delle grandi imprese tecnologiche. Tale meccanismo si incrina negli ultimi anni a causa di due fattori concomitanti: la perdita progressiva del primato incontrastato delle università statunitensi nei settori scientifici tecnologici e applicati, a causa dell’avanzata delle università asiatiche, in particolare della Cina; il boom dell’intelligenza artificiale generativa nella prima metà degli anni Duemiladieci. I dati più recenti ad esempio evidenziano che il numero di studenti internazionali in arrivo negli Stati Uniti sia stato nel 2025 inferiore del 19 percento a quello dell’anno precedente. Ciò spiega anche perché Trump abbia di recente deciso, con un’iniziativa orchestrata a livello mediatico, di tagliare i visti per gli studenti stranieri nelle università americane, comprese quelle più titolate come Harvard. Le stesse università che un tempo erano considerate dai governanti statunitensi come una miniera d’oro perché formavano il “capitale umano” che consentiva alle imprese tecnologiche di prosperare sono divenute quasi superflue, se non dannose agli occhi dell’Amministrazione Trump, perché associate a un capitale umano pericoloso e sovversivo: quello woke delle mobilitazioni per i diritti delle minoranze e quello leftist delle proteste internazionaliste per la Palestina e contro la guerra. Al tempo stesso, le università cinesi hanno iniziato a scalare le posizioni nei ranking globali delle università più prestigiose al mondo nei settori scientifico-applicati, mettendo in discussione il primato statunitense, che fino a inizio anni Duemila appariva inscalfibile. E diversi analisti pronosticano che la Cina diventerà entro il 2050 il paese leader a livello mondiale in ambito scientifico e tecnologico. Negli Stati Uniti, nel settore industriale-tecnologico si osserva ormai da qualche anno (dal 2022 in poi) un trend alla contrazione occupazionale, registrando un brusco arresto nell’assunzione di lavoro qualificato, insieme a periodiche ondate di licenziamenti di massa da parte delle aziende tecnologiche, comprese quelle di punta. Da ultima, Meta ha annunciato in questi giorni di apprestarsi a licenziare circa 8mila dipendenti (ossia un decimo dei suoi dipendenti), per far posto all’investimento in Intelligenza Artificiale. Dopo la pandemia, un insieme di fattori ha concorso a creare una crisi diffusa nel lavoro tecnologico: la fine della bolla pandemica di investimenti statali, l’aumento dei tassi di interesse a causa dell’inflazione prolungata e, per l’appunto, l’accelerazione senza precedenti di investimenti nell’IA. Nell’agosto 2025, il quotidiano New York Times dedicava un’approfondita analisi ai dati sul mercato del lavoro diffusi dalla Federal Reserve statunitense, che mostravano come i laureati in discipline informatiche avessero tra i più elevati tassi di disoccupazione negli Stati Uniti tra i neo-laureati, mentre poche settimane prima il Wall Street Journal aveva annunciato l’ingresso nell’era della Great Hesitation, segnata dalla difficolta nel conquistare un lavoro stabile e ben retribuito nell’industria tecnologica, vale a dire nell’economia che oggi conta a livello capitalistico. L’ottimismo che aveva segnato l’era globalista del capitale umano negli anni della sua ascesa dunque sembra sfaldarsi. La crescita vertiginosa dell’IA ha giocato un ruolo decisivo in tal senso. Secondo gli esperti di IA oggi siamo dinanzi a un paradosso: da un lato, si genera un’eccedenza di competenze lavorative ritenute obsolete, generando massicci licenziamenti o un brusco calo nella domanda di lavoro tecnologico qualificato, un tempo molto richiesto; dall’altro lato, vi è una ricerca di cosiddetti super-talenti dell’IA, così come di lavoratori tecnici specializzati in grado di far funzionare i data center che sono dietro l’IA, sebbene le ricadute occupazionali di entrambe queste figure siano numericamente limitate. La cosiddetta skills crisis, la crisi delle competenze lavorative, determinata dall’avvento della IA ha l’effetto di generare una forte incertezza intorno al futuro del lavoro, su cui nessun analista oggi se la sente di fornire previsioni. Tale incertezza, in queste proporzioni inedita, sul futuro del lavoro svolge un ruolo chiave nella strumentalizzazione dell’ansia generata dall’indebolirsi dell’egemonia statunitense nell’era post-Guerra Fredda che si reggeva sul monopolio di fatto nella generazione di capitale umano qualificato a disposizione delle grandi imprese tecnologiche. Crisi e ridefinizione della razionalità neoliberale In questo intervento ho voluto mostrare come l’idea statunitense di capitale umano abbia operato come fattore-chiave durante la fase cosiddetta “globalista” dell’era post-Guerra fredda. In questa fase, il capitale umano “globalista” ha funzionato da presupposto di base della “razionalità geopolitica” egemonica, dando forma alle economie tecnologiche dominanti (come la Silicon Valley e le sue molteplici imitazioni in aree disparate del pianeta) e a corrispondenti ideologie politico-sociali, come l’idea del soluzionismo tecnologico, che ripone una fiducia illimitata nella capacità delle tecnologie digitali di risolvere i problemi della nostra società. Tale idea era capitalocentrica, nella misura in cui enfatizzava l’operare della tecnologia a sostegno della crescita economica e dell’innovazione. Centrale, in questa ottica, era il discorso sulle “capacità innovative” del capitale umano e sul ruolo di traino delle università nell’economia della conoscenza. Tale idea di capitale umano era radicata in una concezione “globalista” che vedeva nei confini aperti, o relativamente aperti, vale a dire aperti solo alle componenti più istruite e formalmente qualificate della popolazione, una fonte di esternalità positive e dunque di prosperità economica. La visione geopolitica che ne scaturiva era incentrata sull’idea della competizione tra gli stati per i talenti come base per la crescita e l’innovazione. La recente reazione “sovranista” esemplificata dalla seconda Presidenza Trump si è sbarazzata della razionalità neoliberale dell’età globalista, perché nel frattempo sono venute a mancare o sono mutate radicalmente le condizioni socio-materiali e tecnologiche di base, vale a dire il monopolio statunitense sulla generazione di capitale umano. Oggi, imprese tecnologiche come Palantir, specializzata nel data mining, e altri colossi tecnologici stabiliscono strette alleanze con il governo americano, allo scopo di piegare la tecnologia alle esigenze militari dell’attuale regime di guerra o delle misure sempre più stringenti e liberticide di controllo della popolazione, come si è visto con la campagna dell’ICE nello stato del Minnesota in particolare. Ciò segnala il connubio tra investimento tecnologico e politiche militaristiche e autoritarie, animate da un impulso di controllo del territorio e delle sue risorse umane e naturali. La razionalità neoliberale non si estingue in questo quadro, ma si ridefinisce, come si vede per l’insofferenza sempre più manifesta da parte delle grandi corporation e delle elite politico-economiche (comprese quelle tecnocratiche dell’Unione Europea, si veda il recente rapporto Draghi sulla competitività) per regolamentazioni e limitazioni alla libertà incondizionata d’impresa. La razionalità neoliberale dunque si rimodella a partire dalla logica sovranista della guerra per il controllo delle risorse in una logica di tecno-nazionalismo combinata con la riaffermazione della libertà assoluta di impresa. Per le forze progressiste e i movimenti sociali di base, la situazione corrente chiama non solo a una necessaria politica di resistenza di fronte alla torsione autoritaria e reazionaria in corso, ma con il moltiplicarsi delle possibilità di automazione completa del lavoro delinea all’orizzonte anche una rinnovata prospettiva di rilancio della lotta per la liberazione dal lavoro salariato e per la conquista di un reddito di base di portata universale. L'articolo Alle origini del declino dell’egemonia statunitense: crisi e possibilità proviene da EuroNomade.
April 28, 2026
EuroNomade
Scuola, coltelli e neoliberismo
di GIROLAMO DE MICHELE. questo testo è stato pubblicato su doppiozero.com il 9 aprile 2026 Il messaggio scritto e postato su un canale social dallo studente tredicenne prima del tentato omicidio della sua insegnante in una scuola lombarda è un vero e proprio manifesto politico, e come tale merita di essere considerato, al netto degli psicologismi più o meno fai-da-te che hanno infestato le sue interpretazioni. In altri termini, piuttosto che letture prive dell’indispensabile riscontro empirico del rapporto diretto fra lo psicologo e il soggetto – e dunque destituite di valore scientifico – le parole del mancato omicida dovrebbero essere considerate un prodotto e un segno di un preciso ordine del discorso che circola nella sfera sociale (non solo nell’infosfera): più o meno come con i manifesti dei vari Breivik, dovremmo chiederci a cosa fanno segno i suoi lucidi deliri. Questo testo – che sia un prodotto autonomo del suo autore o frutto di una cooperazione (che sarebbe da dimostrare) con l’AI – sottoscritto e postato da chi se ne dichiara autore ha infatti molto da dirci sulla crisi sociale in cui siamo immersi, e sul ruolo della scuola all’interno di questa crisi. In primo luogo: “le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, sono qualcosa che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo della vendetta, punire chi mi ha fatto del male. Ho sempre amato infrangere le regole, che fossero etiche, morali o legali, tutte queste cose mi limitano, e se qualcosa sfida la mia libertà, lo sento come un attacco personale alla mia autonomia”. Qui parla quel peculiare individualismo frainteso come rivendicazione di libertà che contraddistingue(va) il pensiero di Charlie Kirk: da qui all’idea (di Kirk) che il Civil Rights Act andrebbe abolito, perché tramite esso lo Stato impone un’ideologia egualitaria sul libero cittadino, in violazione del primo emendamento della Costituzione americana, il passo è breve. “Per quanto riguarda la maglietta, la scelta non è stata casuale… [anche] l’uniforme militare non è una scelta casuale… Non ho scelto la solita roba da selezione naturale… Ogni dettaglio del mio abbigliamento è stato pensato per un motivo”: in questa inconsapevole rovesciamento della pièce teatrale del 1973 di Umberto Simonetta Sta per venire la rivoluzione e non ho niente da mettermi fa segno a un’estetizzazione della violenza, sulla quale Walter Benjamin ha ancora molto da dirci – soprattutto in un’epoca che pare aver dimenticato quanto l’estetizzazione del gesto contribuisca alla messa in disparte della capacità di giudizio etico. “La mia insegnante di francese […] è così impotente nella sua vita che decide che sfogare la sua rabbia su un gruppo di ragazzini delle medie sia un ottimo modo per rilassarsi”: qui non c’è alcuna relazione, solo una connessione con l’altro percepito a partire dalla propria coscienza sciolta da qualsivoglia congiunzione o relazione sociale. Una modalità non conflittuale, ma bellica (il Jocker non è Antoine Duanel, così come Tarantino non è Truffaut), che non potrebbe essere più lontana dal sartriano “l’inferno sono gli Altri” e da una qualsivoglia dialettica fra coscienze: come un sistema gassoso nel quale le singole coscienze in sé, come particelle in un movimento caotico, si urtano fra loro o urtano contro le pareti che le contengono. “La goccia che ha fatto traboccare il vaso e mi ha spinto a prendere questa decisione radicale è stata la mia diagnosi di ADHD [disturbo dell’attenzione]”; l’autopercezione del soggetto fa segno al modo in cui vengono spesso interpretate le certificazioni dei disturbi dell’apprendimento, e più in generale al cattivo esito di una norma dettata da buone intenzioni. Le certificazioni sono infatti talvolta usate, nella prassi scolastica, non come ausilio per una corretta relazione fra parti, ma come scudo difensivo da interporre fra il soggetto certificato e il corpo docente, implicitamente percepito come qualcosa di ostile o comunque da tenere a distanza; la diffidenza con cui la certificazione è a volte intesa dai docenti, anche in ragione della sua pretesa di oggettività da parte di un soggetto (il medico certificante) esterno ed estraneo al processo educativo, non fa che ispessire questo diaframma che si interpone fra i due poli della relazione, spezzandola. “Visto che a quanto pare i “ragazzi” non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio”: il sarcasmo di queste parole fa segno, di nuovo, a una pseudo-relazione che è una mera connessione, nella quale il polo soggettivo non riconosce alcuna capacità di giudizio difforme dalla propria autopercezione. Nel contesto scolastico, questa autopercezione autoconclusiva è talvolta rafforzata dall’analoga percezione del genitore, che – lo notava Alessandro Leogrande all’alba del “ritorno del merito” – è pronto ad affermare che “devono andare avanti solo i bravi”, ma non è “disposto ad ammettere di non essere fra questi, né che suo figlio non sia il nuovo Messi o il nuovo Mozart”: né è disposto a riconoscere a un “estraneo” (la/il docente) la capacità di formulare un simile giudizio. Come questo ordine del discorso sia arrivato ad essere espresso da un tredicenne è questione che dev’essere senz’altro affrontata. Ma che questi enunciati circolino nella sfera sociale è un fatto che non può essere negato, e col quale dobbiamo fare i conti. Un paio di decenni fa era ancora possibile affermare che, in una società impazzita come una maionese non riuscita, due sole “istituzioni” ancora tenevano, indipendentemente dal loro scopo e dai mezzi a disposizione: la famiglia e la scuola. Oggi bisogna riconoscere che anche l’argine famigliare sta crollando. Chiedersi come siamo arrivati a ciò è inscindibile dal chiedersi qual è, e quale dovrebbe essere, il compito della scuola nella situazione in cui si trova gettata. Il filosofo Adone Brandalise disse una volta, in un incontro scolastico: “diffidate di chi vi parla della durezza del mondo che incontrerete fuori dalla scuola – non perché non ci sia un mondo fuori dalla scuola, ma perché chi afferma questo crede di conoscerlo”. A questa considerazione bisognerebbe fare una sola glossa: che non c’è più un “fuori” distinto da quell’aldiqua che sarebbe la scuola; nella quale bisogna riconoscere quelle stesse tonalità affettive – paura, cinismo, opportunismo – “di una Terra messa a disposizione del sistema di produzione neoliberale”, come affermavano alcuni studiosi in una raccolta di saggi, Sentimenti dell’aldiqua, che fece un qualche rumore quarant’anni or sono. In questi quarant’anni il neoliberismo ha talmente impregnato di sé ogni ambiente – e di certo la scuola non fa eccezione – da produrre un paradosso: capita, a volte, di sentirsi chiedere cosa sia il neoliberismo, più o meno come i pesci della barzelletta di David Foster Wallace chiedono cos’è l’acqua, perché nuotandovi dentro non la vedono. O forse bisognerebbe citare quell’altra battuta sul diavolo, il cui maggior successo è essere riuscito a far credere che non esiste. Sicché è sembrata un’affermazione provocatoria, o scandalosa, la constatazione che il discorso neoliberale ha sussunto al proprio interno anche le pur benemerite pratiche delle pedagogie progressiste o democratiche – come se fosse un’affermazione recente, e non fosse già stata formulata da Angélique del Rey nel suo Alla scuola delle competenze, quindici anni or sono (peraltro, la traduzione della riedizione del fondamentale saggio di del Rey sembra essere sfuggita ai più). Cosa c’entra il neoliberismo con le questioni che ponevo in precedenza? Evitando facili battute: non è stato “il neoliberismo” ad accoltellare un’insegnante, è stato un suo studente con un nome, un cognome e una data di nascita. Il neoliberismo ha creato il mondo, e all’interno di questo la scuola, in cui quell’evento è accaduto, secondo le modalità relazionali del neoliberismo stesso: un mondo nel quale la gestione delle risorse umane ha sostituito l’emancipazione attraverso l’istruzione. Nel 2018 mi è capitato di fare questa affermazione, in un incontro al Parlamento Europeo di Bruxelles cui ero stato invitato: > Il mondo del lavoro attuale vede una coesistenza fra un capitalismo basato su > intelligenze e linguaggi artificiali, algoritmi, messa a valore di stili di > vita e relazioni umane, creazione di reti e piattaforme connettive; e un > capitalismo che trae valore da forme sempre più sofisticate e violente di > controllo sociale, di frammentazione dei tempi lavorativi, di catene sempre > più lunghe della logistica. Si tratta di due modelli che coesistono e si > appoggiano l’uno sull’altro, come due facce della stessa moneta. Due mondi > solo in apparenza distanti, ma correlati fra loro, come il sottosopra di > Stranger Things. In questo sottosopra la scuola è coinvolta sin nelle più minute pratiche didattiche. Dalla riduzione del sapere a unità discrete, valutabili singolarmente attraverso l’uso pervasivo dei test a risposta multipla piuttosto che attraverso pratiche che implicano l’uso della ragione critica; alla cosiddetta didattica per competenze, che spezzetta la complessità degli apprendimenti in tanti mattoncini che rappresentano quelle abilità pratico-operative richieste oggi dal mercato, a dispetto della rapida obsolescenza di queste abilità pratiche; fino alla concretizzazione di un paradigma economicistico che pensa il futuro degli studenti in base a un ipotetico futuro inserimento nelle dinamiche produttive: in una battuta, la scuola neoliberale. Nella quale il docente è relegato a un ruolo che con disprezzo viene definito come “erogatore di prestazioni”, frammentato nella sua stessa pratica didattica fra le mille suddivisioni analitiche del suo insegnamento – basti pensare alle griglie di valutazione messe a disposizione dagli “ambienti didattici virtuali”; e alla ammiccante pervasività degli ambienti di apprendimento, che trasformano la quotidianità scolastica in consumo di pacchetti didattici preconfezionati, e sostituiscono la relazione vivente con la passività dello studente-spettatore che si vede catapultato in un cineforum o in un canale youtube. Per contro, il soggetto dell’apprendimento è concepito come uno “studente senza qualità”, un corpo liscio sul quale iscrivere le “buone” competenze standardizzate. Spezzettato e riflesso in mille specchi, come nel finale della Signora di Shangai di Orson Welles, la/il docente riesce con sempre maggiore difficoltà a incarnare il ruolo di uno dei due poli di una relazione didattica ed educativa che è priva di senso se cessa di essere un processo continuo, un flusso fra coscienze che si riconoscono in un rapporto dinamico: diventa un “erogatore” a gettone, un facilitatore di pratiche scolastiche rivolte a un discente che a sua volta pretende questa facilitazione a buon mercato, misurabile un valutazioni numeriche standardizzate, nelle quali la sua singolarità, il suo desiderio non sono chiamate in causa – a differenza delle sue “competenze digitali” con le quali è sempre più facile conseguire la valutazione desiderata. L’esito di questi processi è la problematicità di sistema della possibilità di una relazione scolastica difforme dalle relazioni tossiche che si danno nella società, e la percezione di ostilità verso il docente che si ostina a praticare un processo educativo che comporta l’impegno in didattiche e pratiche complesse, alternative e avverse alla facilitazione connettiva e alla semplificazione cui allude l’idea che “i contenuti sono già nella rete” – che era alla base della Buona Scuola. La cosiddetta crisi del neoliberismo, da alcuni frettolosamente festeggiata anzitempo, significa null’altro che questo: come l’11 settembre 2001 svelò il volto hard della globalizzazione, ponendo fine a quella che Aldo Bonomi aveva definito “la Belle Époque della globalizzazione”, così le recenti torsioni del neoliberismo non hanno fatto altro che portare alla luce il suo aspetto feroce, dismettendo quella patina di ipocrisia che lo celava. Possiamo sintetizzare due di queste manifestazioni della ferocia neoliberale, che occhieggia dietro l’inconsapevole manifesto dello studente accoltellatore: la traduzione della libertà di parola in diritto illimitato al godimento (ne è l’esempio più evidente la modalità comunicativa di Trump), che è cosa ben diversa dal non cedere davanti al proprio desiderio, proprio nella misura in cui il preteso diritto al godimento non riconosce alcun limite, dunque alcuna necessità dell’esperienza dello scacco, della sconfitta. E la formattazione dell’intelletto sociale in modalità connettiva, priva di capacità congiuntive, in assenza delle quali ogni dimensione comune o collettiva diviene impossibile: pur senza condividere l’ineluttabilità di questo processo affermata da tempo da Bifo, è doveroso considerare questo passaggio come un problema da porsi. È pur vero che all’interno del mondo scolastico, e del mondo sociale di cui la scuola è parte, e non impero nell’impero separato dal resto, altri ordini del discorso, altre rivendicazioni improntate a un rifiuto etico dell’ingiustizia si stanno manifestando. Che relazioni di scambio e interazione, influenze e concatenazioni nel contesto scolastico sono ancora possibili, e confliggono con il discorso neoliberale. Nella situazione di interregno in cui il vecchio mondo muore e il nuovo ancora non si vede, sono possibili i fenomeni più morbosi, ma anche le prefigurazioni di quel mondo che ancora non appare. Proprio per questo una scuola militante, oggi, deve riconoscere l’esistenza di una vera e propria emergenza sociale: che si tratta di gestire il momento critico, salvaguardare il valore dei processi didattici ed educativi, limitare il più possibile le conseguenze negative dei processi in atto. In una battuta, si tratta di riconoscere il neoliberismo come un evento, a fronte del quale cercare di attivare un contro-evento. In questo contesto la scuola non può accettare compromissioni con i prodotti stessi del neoliberismo, perché ne va degli stessi processi di soggettivazione e di liberazione delle coscienze che la scuola può mettere in atto. È necessaria una intransigenza gobettiana, in favore di un tempo futuro, nella consapevolezza che la fuoriuscita dalla società neoliberale verso un mondo migliore comincia dalla costruzione di questo mondo nella pratica quotidiana di una scuola e una didattica orientate in direzione ostinata e contraria allo stato di cose esistente. Nel mentre, apprendiamo di un minorenne neonazista che intendeva replicare Columbine nella scuola in cui anni fa un valente insegnante, colse la genialità di un giovane alunno e lo aiutò ad organizzare la sua prima mostra. Quell’alunno era Andrea Pazienza. Se il suo insegnante avesse praticato la didattica per competenze, scomponendo le sue opere d’arte nei singoli dettagli analitici (applicando le griglie di valutazione oggi in uso anche per le produzioni artistiche), Andrea Pazienza avrebbe passato la vita a fare disegnetti per gli amici, e a noi sarebbe stata evitata la fatica di dover essere costretti a pensare davanti ad ogni sua tavola. L'articolo Scuola, coltelli e neoliberismo proviene da EuroNomade.
April 11, 2026
EuroNomade
L’ontologia del caos nella guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran
di ALI ZOKAI. Teheran, 23 marzo Uno: La polvere e il fumo generati dai bombardieri hanno avvolto l’intera città; le esplosioni devastanti hanno bloccato ogni possibilità di espressione all’interno della società e la parola è rimasta soffocata in gola. Ora, dopo l’ascesa al potere di Mojtaba Khamenei e con l’estensione della guerra oltre i dieci giorni, la gioia diffusa dei primi giorni si è trasformata in ansia e disperazione; ci troviamo di fronte a una singolare impasse: il potere è apertamente passato nelle mani dei militari, che hanno intensificato, in tempo di guerra, la precedente governamentalità poliziesca; al contempo, la guerra ha ulteriormente frammentato una società iraniana già indebolita. Al di là della gioia popolare per gli attacchi contro figure del regime della Repubblica Islamica, questa guerra ha rafforzato le basi del dominio sul popolo e si può forse affermare che, in questo contesto, le lotte dal basso si siano trasformate in un edificio smarrito dietro la coltre di polvere. La via è un’altra: abbiamo bisogno di una fuga, di un’uscita collettiva, di un movimento verso la costituzione di consigli autogestiti; anche se minoritari, essi rappresentano quella voce la cui stessa flebile eco costituisce oggi una necessità urgente. Tale fuga deve necessariamente collocarsi al di fuori delle attuali relazioni di potere nazionaliste e campiste e, certamente, per opporsi alle politiche di controllo territoriale di Trump e Netanyahu, non deve ricadere sotto un regime militare-poliziesco. Occorre dunque adottare una politica plurale. Così come nei processi insurrezionali della rivoluzione del 1979 alcuni gruppi non solo dichiararono la propria indipendenza dal processo di formazione dello Stato, ma, invece di enfatizzare il nazionalismo e la costruzione di uno Stato postcoloniale fondamentalista, insistettero sulla formazione di consigli operai e comitati regionali autogestiti. Questi gruppi, pur assumendo una posizione anti-imperialista, resistettero anche alla costituzione di uno Stato centrale e furono infine repressi proprio attraverso il discorso anti-coloniale — e, paradossalmente, capitalistico — del potere centrale. Il nostro corpo collettivo, in questo frangente, appare come un’entità lacerata, simile a una massa informe ma ferita; il nichilismo diffuso nella società iraniana, risultato di una impoverimento sistematico, di un governo poliziesco e della violenza omicida, è giunto a una forma di complicità con una guerra il cui ruolo è la riorganizzazione dello Stato-capitale e delle macchine di governo nell’attuale contesto di caos ontologico. Questa guerra e tali macchine di governo, incapaci di produrre un nuovo ordine determinato, mirano alla creazione di ordini plurali e decentrati all’interno del caos. Gli attori definiti di un ordine ormai obsoleto, ciascuno già inscritto in un sistema di rappresentazione, sono scomparsi; ciò che resta è una sorta di teatro privo di centro, in cui ogni ruolo o polo di potere può rapidamente generare una nuova centralità e assumere una funzione inedita. Un caos puro, nel quale una figura come Trump sogna di essere l’attore principale, mentre la Repubblica Islamica, con un nichilismo apocalittico e una governamentalità suicida, contribuisce alla perpetuazione di una guerra senza fine — una guerra che, pur consapevole della propria inferiorità tecnologica, tenta, attraverso una strategia di logoramento, di destabilizzare i flussi di scambio, in particolare mediante la crisi delle transazioni petrolifere e del gas, mettendo così in discussione l’ordine energetico globale. Un teatro il cui esito rimane incerto. E tuttavia, in modo quasi spettrale, le singolarità della “moltitudine” vi appaiono debolmente rappresentate: proprio quelle che incarnano la possibilità di fuga dalle macchine di governo e dall’ordine fondato sui regimi di guerra. In questo contesto, è evidente che gli Stati Uniti non possiedono la piena capacità di produrre un ordine conforme ai propri desideri; ciò è chiaramente osservabile nell’andamento attuale della guerra. Tuttavia, tale incapacità, insieme alle forme di governamentalità della Repubblica Islamica, contribuisce a riprodurre e riorganizzare il caos presente. Pertanto, l’incapacità degli Stati Uniti, contrariamente a quanto sostenuto dai campisti, non implica necessariamente una diminuzione del male; piuttosto, comporta una riproduzione e redistribuzione del dominio in forme molteplici, all’interno delle quali nasce l’ordine attuale, il cui obiettivo è la soppressione totale delle potenzialità insite nelle lotte di classe contro lo Stato-capitale. Come sostengono Negri e Hardt nel loro libro Impero, dopo il declino dell’egemonia unilaterale degli Stati Uniti, il mondo multipolare risulta già intrinsecamente instabile e privo di egemonia. Tale instabilità può forse essere reinterpretata alla luce di un’ontologia del caos, dove dominio e governamentalità si riproducono attraverso relazioni dinamiche e immanenti. Quando un regime poliziesco assume il controllo attraverso i volti e le articolazioni militari del potere e, come è apparso evidente negli ultimi anni, traduce il proprio regime di guerra nella governance interna, producendo una realtà fondata sulla repressione sociale, le lotte si trasformano in un’aura interna di nichilismo. Invece di assistere a un movimento simultaneamente anti-bellico e democratico, capace di esprimere corpi collettivi e affetti sociali attivi nelle organizzazioni e nelle istituzioni, si osserva l’emergere di fautori della guerra come via di liberazione dalla dittatura e, al contempo, di una fazione che, sotto molteplici denominazioni — dai fondamentalisti all’“asse della resistenza”, fino al campismo e ad alcune correnti della sinistra ad esso vicine — mira a preservare l’ordine statale. La terza via, ossia la fuga da questa frammentazione repressiva, risulta smarrita; la polvere della guerra ha distrutto la bussola di queste linee di fuga. In generale, quando le dinamiche sociali vengono represse e molte vie vengono chiuse attraverso il controllo, la prigionia e la violenza omicida, si diffonde una disposizione all’inazione. Al posto di un corpo comune-singolare capace di investire nelle lotte dal basso, si afferma una forma di rivalsa priva del desiderio di creare una nuova società. Il sostegno ai bombardamenti da parte di una parte della popolazione iraniana deriva proprio da questa condizione: si tratta di un desiderio passivo, radicato in anni di lotte, sconfitte e resistenze fallite, tutte represse con estrema violenza. Per agire in una simile situazione, è dunque necessario opporsi al nichilismo dominante e, per questo, diventa imprescindibile una rifondazione dei valori. Tali valori, tuttavia, non devono basarsi su un’etica predefinita, ma su linee di lotta volte alla riorganizzazione contro regimi decentrati che, in forma dispersa ma totalizzante, insieme alla guerra e all’adozione di politiche economiche repressive — come le guerre tariffarie — hanno colonizzato la nostra vita. La guerra attuale non è dissimile da questo stesso nichilismo diffuso nella società iraniana. Contrariamente alla visione dell’opposizione di destra iraniana, che idealizza il ruolo degli Stati Uniti e di Israele e abbellisce questo conflitto caotico con uno scenario ottimistico predeterminato, tale guerra si inscrive nello stesso orizzonte ontologico del caos. L’instabilità dei poli di potere che, nell’ordine globale precedente, detenevano la leadership mondiale contribuisce alla redistribuzione di questo caos. Si può quindi affermare che la strategia di Trump sia intrappolata in una forma peculiare di nichilismo, che tenta di risolvere esclusivamente attraverso rivendicazioni di potenza militare. Egli ha più volte dichiarato che questa guerra durerà poche settimane, ma con la sua estensione a un conflitto regionale ha sostenuto di disporre di un esercito in grado di combattere fino alla fine del mondo. È evidente che tali affermazioni implicano, nella pratica, la continuazione della riproduzione del dominio in assenza di egemonia; una riproduzione che, incapace di generare un nuovo ordine, è costretta a mantenere i propri centri di potere attraverso l’organizzazione interna al caos. Per questo motivo, la guerra è diventata lo strumento principale per la perpetuazione delle diverse forme di governamentalità e delle loro articolazioni a livello globale. In un mondo multipolare e caratterizzato da un dominio decentrato, ciò può contribuire profondamente alla proliferazione di guerre senza fine — come, finora, è effettivamente avvenuto. Due: Come possiamo osservare nella situazione attuale, l’espansione del caos non è intrinsecamente in grado di distruggere le forze reazionarie; allo stesso modo, le intensità sociali nelle tonalità dei movimenti sociali non conducono necessariamente alla libertà. Al contrario, le politiche identitarie della destra possono frammentarle e reintegrarle in nuove composizioni di classe e in pratiche rinnovate di governamentalità. Pertanto, sebbene le intensità sociali e le lotte di classe siano anteriori ai regimi di potere e alle macchine di governo, esse necessitano di organizzazione e, con tale organizzazione, devono necessariamente confrontarsi con i nuovi nazionalismi, che presentano differenze significative rispetto a quelli del passato. Attualmente, in Iran, si possono distinguere due forme di nazionalismo, entrambe orientate alla perpetuazione dello stato di eccezione nel quadro dello Stato-capitale e dei regimi di guerra. Il primo è un nazionalismo emerso dall’interno del fondamentalismo islamico; il secondo è una forma di nazionalismo favorevole alle potenze imperialiste, che, attraverso il discorso dell’identità iraniana antica, ha già inscritto il marchio dell’autoritarismo nel proprio percorso. Il primo tipo, influenzato dal discorso dell’“asse della resistenza” (campismo), riduce l’intero campo politico alla securitizzazione, eliminando di fatto le classi e le lotte di classe e configurando la popolazione, designata come “nazione”, come una totalità priva di fratture, interamente assorbita nel governo e nelle sue forme di militarizzazione. In questa prospettiva, tutte le lotte e i movimenti non sono altro che una prosecuzione della guerra esterna all’interno dello spazio nazionale: una forma di cospirazionismo che sacrifica la popolazione. Il secondo nazionalismo è rappresentato da quelle forze che hanno imposto sulla società lo spettro del fascismo attraverso una ridefinizione dell’ideologia iranista, una sorta di fondamentalismo arcaicizzante. Al di là delle possibilità effettive di conquista del potere da parte di questi gruppi monarchici di matrice fascista, tale discorso e tali forze si sono radicati in modo molecolare nella società, aderendo ai corpi collettivi come un dispositivo repressivo. Il nazionalismo presente nella corrente monarchica assume per lo più la forma di un identitarismo nichilistico, incline ad accettare integralmente il dominio occidentale sull’Iran, senza alcuna critica, ad esempio, alle recenti dichiarazioni di Donald Trump sulla possibile presa di controllo dello Stretto di Hormuz e delle isole petrolifere. Questo nazionalismo è già istituzionalizzato nei regimi di potere esistenti e trova una sua rappresentazione strutturale nel regime israeliano e nel progetto di penetrazione regionale ad esso associato. Ne deriva un discorso bellicista che mira a instaurare uno stato di eccezione permanente attraverso crisi geopolitiche, cogliendo un momento in cui la società è già repressa e privata delle proprie capacità di auto-organizzazione. Di conseguenza, l’opposizione di destra iraniana non ha alcun interesse a una trasformazione sociale fondata su insurrezioni o sulla continuità delle mobilitazioni dal basso; essa vuole la guerra, poiché attraverso la crisi degli spazi sociali può più facilmente instaurare le proprie strutture di potere e le proprie macchine di governo. In questo tipo di nazionalismo si annida dunque una contraddizione fondamentale: il sostegno agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele. Per questa ragione, i monarchici si oppongono all’eredità dell’anti-colonialismo e delle lotte anti-imperialiste in Iran, arrivando persino a negare il colpo di Stato anglo-americano contro il governo di Mohammad Mossadegh. È quindi necessario, in questo momento storico cruciale, procedere a una rifondazione dei valori e a una rilettura dell’eredità anti-coloniale, tenendo conto del fatto che le attuali macchine di governo differiscono profondamente dalle forme coloniali del passato, senza tuttavia ridurre l’intensità dei processi di territorializzazione e occupazione. Al contrario, con l’accelerazione tecnologica, assistiamo oggi a una crescente espansione della governamentalità e dell’accumulazione di capitale attraverso pratiche estrattive e occupazioni territoriali. In questo senso, il movimento monarchico risulta codificato attraverso le pratiche di occupazione territoriale israeliane e l’espansione delle basi militari e delle imprese statunitensi e transnazionali. D’altra parte, è noto che le reti di potere e le macchine di governo della Repubblica Islamica hanno costruito parte del proprio discorso sull’anti-colonialismo; strategie come quella della “profondità strategica” e la trasformazione delle forze militari in entità economiche derivano in larga misura da questa matrice discorsiva. Negli anni Settanta, il discorso anti-imperialista e anti-coloniale era riuscito ad attivare una “potenza costituente” contro il regime dipendente dall’imperialismo, dando origine a una forma di nazionalismo dal basso. Tuttavia, tale potenzialità emancipatrice si è rapidamente tradotta, con la rivoluzione del 1979, in una forma di governo poliziesco e, con la successiva riorganizzazione globale del potere, in un sistema capace di realizzare cicli di accumulazione attraverso reti militari sia interne che transnazionali. Il nazionalismo anti-coloniale si è così trasformato in un nazionalismo costruito e ibridato con il fondamentalismo. I nazionalisti monarchici, pur condividendo alcuni elementi con l’attuale sistema di governo — in particolare l’enfasi sull’autorità statale e la sacralizzazione della proprietà — rappresentano un nodo in cui si manifestano le molteplici articolazioni di un ordine di classe fondato su oppressione e sfruttamento. In tale contesto, le frontiere interne vengono continuamente prodotte e riprodotte attraverso processi di centralizzazione e marginalizzazione, assumendo forme molteplici e dinamiche. Di conseguenza, anche qualora si ritenesse possibile un cambiamento di regime — ipotesi di per sé discutibile — la guerra attuale mostra chiaramente come le macchine di governo siano in grado di riprodursi all’interno di un nuovo ordine. La presenza militare degli Stati Uniti e di Israele suggerisce strategie di occupazione finalizzate all’estrazione di risorse, come evidenziato, ad esempio, dall’approccio statunitense nei confronti dell’isola di Kharg. Tuttavia, tali processi estrattivi non si limitano alle risorse naturali, ma investono anche i territori sociali e le forme di vita collettiva. Siamo dunque di fronte a una svolta storica: da un lato, la negazione totale dell’eredità anti-coloniale della rivoluzione del 1979 e del periodo precedente; dall’altro, l’accettazione incondizionata delle forze armate, delle imprese e delle potenze occidentali — al punto che il movimento monarchico può essere considerato l’unico movimento popolare a sostenere apertamente l’esercito israeliano, accusato di pratiche genocidarie. Tale svolta è strettamente connessa al nichilismo menzionato in apertura: un atteggiamento che considera la rivoluzione priva di significato e, proprio per questo, si orienta verso la legittimazione del dispotismo monarchico e della dominazione occidentale. Diventa quindi necessario riconoscere nuovamente l’eredità anti-coloniale e, attraverso una sua genealogia critica, analizzare le trasformazioni dei sistemi di dominio a livello globale. Tuttavia, occorre anche estrarre da tale eredità il veleno del nazionalismo, poiché è evidente che, quando un movimento anti-coloniale viene reinscritto in un sistema poliziesco, esso finisce per produrre e moltiplicare nuove forme di dominio, sostenendo al contempo una governamentalità predatoria e neoliberale fondata sull’estrazione e sulle reti militari. È dunque necessario generare, a partire dalle lotte del passato, un corpo singolare che non mantenga alcuna continuità con quel passato — anzi, che possa persino porsi in opposizione ad esso. Tradire quell’eredità potrebbe essere l’unico modo per rigenerare le lotte a partire dal loro stesso interno e per creare nuovi spazi politici nel cuore del caos. Tre: I movimenti contro la guerra, come quelli dell’epoca della guerra del Golfo e del cambiamento di regime in Iraq, non sono di per sé sufficienti; essi non possono svolgere il ruolo di un «potere costituente» di fronte alle macchine della governance. Gli assi etici del «no alla guerra» non sono mai in grado di arrestare i dispositivi di potere né di creare una resistenza reale fondata sulla produzione del comune. I fini etici costruiti unicamente sul «né questo né quello» non hanno la capacità di tracciare linee di fuga dai regimi di potere. Per dare forma a possibilità collettive e ai limiti necessari per riconoscere le forze politico-sociali, occorre distruggere anche questi fini etici, affinché emerga un campo di possibilità e di limiti. La guerra inserisce le popolazioni in meccanismi di omogeneizzazione; le singolarità vengono rappresentate nell’ordine stabilito dal sovrano e le lotte della «moltitudine dei poveri» si trasformano in corpi funzionali alle macchine della governance. Di conseguenza, le lotte di classe e i regimi di guerra, nel loro intreccio, si trovano nella loro condizione più ambigua. L’accettazione delle tecnologie di guerra come fine delle lotte partigiane, pur essendo in parte realistica, conduce a un apocalitticismo oggi largamente diffuso. È necessario rovesciare questa prospettiva e orientare il vettore del sapere apocalittico verso la produzione di nuove possibilità. Nel mondo multipolare contemporaneo, con l’espansione dei regimi di guerra, è necessario rafforzare la biopolitica della resistenza, l’organizzazione delle singolarità e la produzione di interazioni sociali. Le lotte dal basso e la creazione di istituzioni di contropotere possono tracciare linee di fuga dai poteri dominanti e liberare l’opposizione alla guerra dai limiti dell’etica. La produzione di una soggettività contro la guerra e di un’anti-etica contagiosa rende possibile la combinazione delle lotte di classe con i movimenti contro la guerra. In Iran e nella regione, le lotte operaie e sociali represse negli ultimi anni sono un esempio della fragilità dei flussi produttivi e riproduttivi di fronte ai regimi di guerra. Solo l’organizzazione dei corpi dal basso e la diffusione delle lotte locali possono arretrare gli ordini securitari e gerarchici e creare nuovi territori. Lo studio e la produzione di sapere nel corso delle lotte ci liberano da una visione apocalittica, a condizione che emergano istituzioni capaci di mettere in crisi il rapporto tra Stato-capitale e i flussi produttivi e riproduttivi. È dunque necessario considerare, nel processo delle lotte, una forma di alternativa per trasformare le relazioni. Ad esempio, Antonio Negri e Michael Hardt, nella prima parte del libro Assembly, propongono un’idea proprio su questo mutamento delle relazioni: tenendo conto della trasformazione nella composizione del «lavoro» e della molteplicità delle singolarità della «moltitudine», essi rovesciano il rapporto tra la figura del leader e la moltitudine. Di conseguenza, le strategie si realizzano dal basso e la figura del leader svolge un ruolo di cooperazione a livello tattico. Per questo motivo, le lotte contro il regime di guerra non possono essere efficaci limitandosi a sottolineare valori liberali contro la guerra; nella situazione attuale, infatti, il regime di guerra non rappresenta un’interruzione della governance, ma ne costituisce piuttosto una modalità fondamentale di organizzazione su scala globale. Anche qui, una valorizzazione etica e trascendente della pace non è in grado né di combattere la guerra né di comprendere la logica delle dinamiche della biopotenza contemporanea. Perciò, una certa strategia di leadership e la sua emersione dall’interno dei flussi produttivi e riproduttivi rappresentano l’unica alternativa davanti a noi. Allo stesso modo, attraverso la partecipazione e il rafforzamento delle lotte, possiamo trasformare i movimenti del «no alla guerra» in movimenti contro i regimi di guerra. Le lotte contro i regimi di guerra sono inevitabilmente lotte contro le macchine della governance. Il rapporto tra regimi di guerra e interessi del capitale è diventato più ambiguo nella situazione attuale, e la crisi energetica derivante dalla guerra contro l’Iran ha ulteriormente accentuato tale ambiguità; tuttavia, come detto, i regimi di guerra operano a livello di riorganizzazione della biopotenza su scala globale, e una molteplicità di fattori interviene in questa riorganizzazione. In questa molteplicità e nei poli di potere, è forse possibile riconoscere uno dei poli attraverso le lotte, quello che è stato sottomesso alla sovranità e alla proprietà del capitale. Per questo esiste una pluralità di lotte parallele, ciascuna portatrice di una singolarità a livello locale; il pericolo principale è che queste lotte possano perdere le proprie singolarità nelle forme del nazionalismo contemporaneo o della frammentazione identitaria, venendo così assorbite nelle forme della governance. Questa è una delle crisi che colpiscono le lotte in Iran e nella regione e che impedisce la loro traduzione reciproca nello spazio del comune. Il ritorno dei nazionalismi contemporanei può essere analizzato attraverso lo strumento concettuale della «ri-nazionalizzazione»; Sandro Mezzadra e Brett Neilson la definiscono una forma di «inclusione differenziale». Questa forma di soggettivazione può delimitare territori sottoposti a violenze, discriminazioni e territorializzazioni sovrane. Allo stesso modo, la ri-territorializzazione nazionalista può produrre una nuova composizione del lavoro a diversi livelli e, mentre estende la governance disciplinare-controllo, segue le dinamiche dei cicli di scambio. Pertanto, i nazionalismi iraniani, sia nella forma del fondamentalismo islamico sia a livello secolare, non rappresentano un ritorno al passato, ma nuove forme di territorializzazione a livello della sovranità. Di conseguenza, invece di insistere su blocchi unitari, è necessario porre l’accento su forme di dinamica delle lotte aperte alle relazioni e alle interazioni; come afferma Baruch spinoza, le relazioni non si fondano necessariamente su una razionalità trascendente, ma sulla capacità di affezionare ed essere affetti. Pertanto, una politica di organizzazione contro i regimi di guerra deve creare un terreno per coordinare affetti e affezioni. Riferimenti: Michael Hardt and Antonio Negri. Empire. Cambridge, MA: Harvard University Press, 2000. Michael Hardt and Antonio Negri. Assembly. New York: Oxford University Press, 2017. Sandro Mezzadra. The Rest and the West: Capital and Power in a Multipolar World. Durham: Duke University Press, 2024. Spinoza, Baruch. Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico. A cura di Emilia Giancotti. Torino: Einaudi, 2010. L'articolo L’ontologia del caos nella guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran proviene da EuroNomade.
March 24, 2026
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No al referendum giustizia
di ROBERTA POMPILI. Viviamo in una fase storica in cui la guerra non è più soltanto un evento esterno, confinato in alcuni teatri militari. La guerra è diventata una forma di governo del mondo. La crisi dell’egemonia statunitense e occidentale, le tensioni tra blocchi, l’instabilità monetaria, la competizione permanente per risorse e influenza hanno prodotto un ordine internazionale fragile, attraversato da conflitti che non sono più eccezioni, ma parte strutturale del funzionamento del sistema. In questo quadro, la guerra non organizza soltanto la politica estera: ristruttura anche le politiche interne, legittima l’emergenza permanente, normalizza la compressione delle garanzie, giustifica la concentrazione del potere esecutivo. Per anni abbiamo detto, giustamente, che vivevamo dentro un neoliberalismo in crisi permanente: una razionalità capace di trasformare la crisi stessa in paradigma di governo. Oggi però questa lettura non basta più. Le conseguenze della pandemia, la guerra in Ucraina, il riarmo, la frammentazione dell’ordine globale, le tensioni sul piano monetario e geopolitico ci dicono che siamo entrati in una fase diversa. Il rapporto tra produzione, riproduzione sociale e accumulazione del capitale sta cambiando. L’accumulazione è sempre più concentrata, oligopolistica, legata non solo allo sfruttamento del lavoro, ma anche all’estrazione di valore da un “fuori” dalla produzione: dalla guerra, dalla crisi, dall’emergenza, dalla distruzione. In questo quadro, lo Stato assume uno statuto ambiguo ma decisivo: non è più garante della protezione sociale, non è nemmeno davvero in grado di governare razionalmente il caos globale, ma diventa sempre più apparato di comando, di sicurezza, di repressione. È così che prende forma quello che possiamo chiamare un regime di guerra permanente. Non perché ogni giorno cadano bombe, ma perché la logica dell’emergenza, del comando, della decisione rapida, della riduzione degli spazi di conflitto e di controllo democratico diventa la grammatica ordinaria del governo. Dentro questa cornice si colloca la gestione della crisi sociale. Crisi che non è astratta: è fatta di lavoro precario, salari insufficienti, case che non si trovano, sanità e scuola in difficoltà, territori interi lasciati senza servizi. Questa è l’insicurezza reale, materiale, quotidiana. Ma invece di rispondervi con più diritti, più welfare, più protezione sociale, la politica dominante sceglie un’altra strada: sostituire la sicurezza sociale con la sicurezza penale. Dove si ritrae il welfare, avanza il controllo. Dove mancano i servizi, si promette ordine. Dove cresce il disagio, si risponde con disciplina e repressione. È una scelta politica precisa. E qui bisogna dirlo con chiarezza: in una democrazia il conflitto sociale non è una patologia. È parte costitutiva della vita democratica. I conflitti dovrebbero essere riconosciuti, rappresentati, indirizzati, non criminalizzati. Quando il conflitto viene trattato come un problema di ordine pubblico, la democrazia si svuota e si trasforma in amministrazione autoritaria dell’emergenza. Invece oggi vediamo una tendenza opposta. Vediamo la costruzione sistematica del nemico interno. Il linguaggio politico e le piattaforme digitali spingono alla polarizzazione continua. La rabbia sociale viene deviata verso figure simboliche: il migrante, la donna che rivendica diritti, la persona LGBTQ+, il povero, il dissidente. L’altro diventa il problema. Così si evita di guardare alle cause strutturali delle disuguaglianze e si governa la paura. Questa logica si traduce in leggi precise. I decreti e i disegni di legge sulla sicurezza non sono semplici aggiustamenti tecnici. Sono dispositivi che ampliano i poteri di polizia, restringono gli spazi del dissenso, trasformano pratiche di conflitto in fattispecie da reprimere. I primi e i secondi pacchetti sicurezza hanno introdotto decine di articoli che estendono misure preventive, aggravano pene, colpiscono la possibilità stessa di manifestare e di organizzarsi. E il salto più grave è l’introduzione di strumenti come il fermo preventivo: non punire per ciò che si è fatto, ma per ciò che si potrebbe fare. Questa stessa razionalità la vediamo all’opera nella scuola, che è uno dei laboratori più evidenti del nuovo paradigma. La scuola pubblica italiana è da anni sottofinanziata: edifici spesso inadeguati, classi sovraffollate, personale precario, mancanza di servizi di supporto soprattutto nei territori più fragili. Eppure la risposta politica non è stata un grande investimento strutturale sul welfare educativo. La risposta è stata lo spostamento verso disciplina e controllo. Sotto la gestione di Valditara sono state introdotte misure molto chiare in questa direzione. È stato reintrodotto il voto di condotta come criterio selettivo, al punto che un 5 in condotta può comportare la non ammissione all’anno successivo. Sono state previste sanzioni più dure e persino multe fino a 10.000 euro per reati contro il personale scolastico. È stato rafforzato l’impianto disciplinare della valutazione, con il ritorno a giudizi sintetici nella scuola primaria. Parallelamente, il Ministero ha annunciato investimenti mirati – per esempio oltre 150 milioni di euro destinati agli istituti tecnici e professionali – che però non cambiano il quadro generale: la scuola pubblica resta strutturalmente sottofinanziata, mentre cresce lo spazio del privato e delle scuole paritarie sostenute anche con risorse pubbliche. Il messaggio politico è chiaro: al disagio sociale che entra nelle scuole sotto forma di povertà, fragilità, conflitti, non si risponde con più educatori, più tempo scuola, più servizi, più inclusione. Si risponde con l’ordine. Meno welfare educativo, più disciplina. A questo si aggiunge un crescente intervento sui contenuti e sull’autonomia della didattica. Si restringe lo spazio della libertà di insegnamento. Si alimenta un clima di controllo e di autocensura. Arrivano proposte come quella di equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, cioè di confondere la critica politica con l’odio razziale, riducendo lo spazio del dissenso legittimo. Anche qui, non siamo di fronte a episodi isolati: siamo dentro una logica di governo che considera il sapere critico come un problema da contenere. Lo stesso schema lo ritroviamo nella sanità, dove il servizio pubblico viene progressivamente indebolito, mentre cresce lo spazio per grandi strutture e per il privato finanziato con risorse pubbliche. Il risultato è un sistema più diseguale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a curarsi. E poi c’è il disegno di legge Bongiorno sul consenso, che sposta l’asse dalla libertà presunta alla libertà da dimostrare. Non è una finezza giuridica. È un cambio di paradigma: i diritti non sono più il presupposto, diventano l’eccezione da provare. I soggetti diventano casi da valutare. È, ancora una volta, la grammatica del securitarismo: sospetto, controllo, selezione delle vulnerabilità ritenute credibili. In questo contesto, anche il diritto cambia funzione. Non serve più a mediare i conflitti sociali o a garantire diritti universali. Serve sempre più a selezionare, prevenire, punire, neutralizzare. È per questo che la giustizia diventa un terreno centrale di scontro politico. Ed è qui che si colloca il referendum. Non è una riforma tecnica. È un passaggio politico decisivo. Si tenta di rendere la magistratura più debole, più ricattabile, più subordinata all’esecutivo. Non più un potere autonomo capace di rappresentare un limite e un controllo, ma sempre più un ingranaggio allineato al comando politico. Questo si lega perfettamente agli altri pezzi del disegno: all’autonomia differenziata che spezza l’uguaglianza dei diritti tra territori, al progetto di premierato che concentra il potere, alla moltiplicazione dei decreti che svuotano il Parlamento, alla riduzione dei contrappesi istituzionali. È un’unica architettura: centralizzazione, comando, riduzione dei controlli, riduzione dei diritti. In un regime di guerra permanente, interno ed esterno, questa è la direzione: meno democrazia, più autorità. Meno welfare, più polizia. Meno diritti, più disciplina. PERCHÉ IL NO È IMPORTANTE Ed è qui che bisogna essere molto concreti, perché questa riforma non è un gioco tra palazzi. Riguarda la vita quotidiana delle persone. Riguarda il rapporto tra i cittadini e il potere, tra i più deboli e i più forti. Se la magistratura viene resa più debole, più esposta, più condizionabile dall’esecutivo, a perdere non sono le élite: perdono quelli che hanno bisogno della giustizia per difendersi. Pensiamo, per esempio, al rapporto tra cittadini e forze di polizia. In un contesto in cui si propone uno scudo penale per gli agenti, e in cui sappiamo benissimo — ce lo dice la cronaca — che errori, abusi e violenze possono accadere, una magistratura più fragile significa una cosa molto semplice: meno possibilità di accertare responsabilità, meno possibilità di ottenere giustizia per chi subisce. Non per sfiducia ideologica, ma per un dato strutturale: quando il potere esecutivo pesa di più, il controllo giudiziario pesa di meno. E chi sta dall’altra parte di un manganello o di una divisa resta più solo. Pensiamo poi a quello che succede dopo i Decreti Sicurezza. Chi protesta, chi manifesta, chi occupa, chi sciopera, chi prova a portare il conflitto sociale nello spazio pubblico, viene sempre più spesso trascinato in procedimenti penali. In questo scenario, una magistratura più debole e più allineata significa meno tutela per studenti, giovani, lavoratori, movimenti, e più facilità nel trasformare il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico da reprimere, non in una questione politica da affrontare. Pensiamo al lavoro. Oggi sappiamo che solo grazie a interventi della magistratura è stato possibile, in alcuni casi, fermare pratiche di sfruttamento evidenti. Un esempio noto è quello dei rider: aziende come Glovo sono state costrette a cambiare pratiche e a fermare modelli di sfruttamento perché c’è stato un intervento giudiziario che ha riconosciuto che pagare due o tre euro a consegna, senza tutele, senza diritti, non è “innovazione”, è sfruttamento. Se la magistratura diventa più prudente, più timorosa, più condizionata politicamente, chi avrà davvero il coraggio di andare fino in fondo contro una multinazionale? Pensiamo alle donne vittime di violenza. In un sistema in cui i diritti diventano sempre più selettivi, in cui la protezione si indebolisce e il potere si rafforza, il rischio è evidente: la giustizia diventa sempre meno uguale per tutte e tutti. La possibilità di ottenere tutela, di vedere punito uno stupratore, di essere credute e protette, rischia di dipendere sempre di più dalle risorse, dal ceto, dalla posizione sociale. Non perché qualcuno lo scriva in una legge, ma perché un sistema giudiziario indebolito tende strutturalmente a proteggere i forti più dei deboli. Pensiamo infine al lavoro industriale, alle cosiddette “morti bianche”. Ogni volta che un operaio muore in fabbrica, sappiamo che dietro ci sono quasi sempre risparmi sulla sicurezza, catene di appalti, pressioni sui tempi e sui costi. Anche qui, senza una magistratura realmente autonoma e determinata, le responsabilità risalgono sempre meno in alto, si fermano sempre più in basso, e le grandi aziende, i grandi gruppi, le grandi filiere produttive restano sempre più protette. Una fabbrica, un’impresa, un grande datore di lavoro avrà di fatto più scudi e meno controlli. Questo è il punto: una giustizia più debole non è una giustizia “più efficiente”. È una giustizia più selettiva. Più dura con chi protesta, più prudente con chi comanda. Più severa con chi è già fragile, più indulgente con chi ha potere, soldi, relazioni. È per questo che questa riforma non è neutra. E non riguarda solo i magistrati. Riguarda il rapporto tra cittadini e potere. Riguarda chi viene protetto e chi viene esposto. Riguarda se la legge resta, almeno in parte, uno strumento di difesa dei deboli, o diventa sempre di più un ingranaggio del comando Per questo il NO è così importante. Non perché risolva tutto, ma perché ferma l’esecutivo adesso. Perché dà una battuta d’arresto a un potere che si sente intoccabile. Perché riapre uno spazio politico in cui torna possibile parlare di rapporti di forza, di diritti, di alternative. E qui veniamo al punto decisivo. La nostra battaglia non è semplicemente difendere la Costituzione come un feticcio. Quella Costituzione, soprattutto nella sua parte sociale, è stata svuotata per decenni. Il neoliberismo lo ha fatto da destra, ma lo ha fatto anche il centro-sinistra: tagli al welfare, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, riduzione sistematica dei diritti sociali. La Costituzione è rimasta spesso sulla carta. La vera sfida è renderla effettiva. Rendere effettivi il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro dignitoso, alla casa, alla protezione sociale, all’uguaglianza. E questo non succede per buona volontà. Succede solo se si ricostruiscono rapporti di forza reali. Questa è una sfida radicale. Non riguarda solo la ricomposizione di sigle, partiti, movimenti o strutture politiche. Riguarda qualcosa di più profondo: ricostruire le connessioni tra la molteplicità dei bisogni e dei desideri dei soggetti che oggi compongono la moltitudine: lavoratori e lavoratrici precarie, studenti, donne, migranti, territori abbandonati, soggettività LGBTQ+, pezzi di società che oggi vivono separati ma subiscono la stessa logica di comando. O fermiamo adesso questa deriva autoritaria, o il prezzo sarà ancora più alto. Dire NO non è la fine della battaglia. È l’inizio necessario per riaprire uno spazio di conflitto, di democrazia reale, di trasformazione. Non per difendere l’esistente, ma per riprenderci la scena e rendere reali i diritti che ci sono stati tolti. questo intervento è stato pubblicato su UmbriaLeft L'articolo No al referendum giustizia proviene da EuroNomade.
March 18, 2026
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Faccio l’avvocata penalista e voterò NO
di VALENTINA RESTAINO. Faccio l’avvocata penalista e al referendum costituzionale voterò NO. Non perché la magistratura mi sia particolarmente simpatica — anzi. Chi fa questo mestiere sa bene cosa significhi confrontarsi con decisioni ingiuste, atteggiamenti arroganti, talvolta veri e propri squilibri di potere. Ma non si vota per antipatia. E non si decide per ritorsione. Si vota dentro un quadro. E il quadro, oggi, è questo. In queste settimane si moltiplicano letture rassicuranti della riforma: un intervento tecnico, quasi igienico; una razionalizzazione del sistema; una separazione delle carriere che renderebbe i giudici più imparziali e riequilibrerebbe il rapporto tra accusa e difesa. Tutto molto neutro, molto ordinato. E profondamente fuorviante. Perché — e questo è il punto — le riforme costituzionali non vivono nel vuoto pneumatico. Non sono mai “solo tecniche”. Si collocano dentro un contesto politico, e quel contesto ne orienta il senso, ne determina gli effetti, ne rivela le finalità reali. E il contesto, oggi, racconta altro. Racconta di decreti sicurezza che anticipano la soglia dell’intervento penale, che estendono l’area della repressione, che rendono più facile colpire il dissenso e la marginalità. Racconta di un linguaggio pubblico in cui i magistrati che adottano decisioni sgradite — su migranti, ambiente, lavoro, libertà personali — diventano bersagli polemici quotidiani. Racconta, infine, di una proposta di legge elettorale con un premio di maggioranza talmente ampio da trasformare la “governabilità” in una sostanziale blindatura dell’esecutivo. Ora, ciascuna di queste scelte, presa singolarmente, può essere condivisa o contestata. Ma la Costituzione non si legge per compartimenti stagni. È un sistema di equilibri; e quando più interventi si muovono nella stessa direzione, il baricentro si sposta. Separare le carriere non è un gesto neutro. Significa incidere sulla struttura di uno dei poteri dello Stato. E qui conviene ricordare una cosa semplice: la separazione dei poteri non è un vezzo teorico, ma un dispositivo di difesa. Non serve a rendere il sistema più elegante; serve a impedire che uno dei poteri — storicamente, l’esecutivo — prevalga sugli altri. Quando si interviene su quell’equilibrio, la domanda da farsi non è “funzionerà meglio?”, ma “chi diventa più forte?”. E allora la domanda diventa inevitabile: se il pubblico ministero smette di appartenere a un corpo unitario e diventa un segmento distinto, non diventa forse più semplice — nel tempo — intervenire sul suo statuto, sulle sue priorità, sulle sue dinamiche interne? Non serve immaginare scenari espliciti di controllo politico. Basta molto meno. Basta incidere sui criteri di priorità dell’azione penale. L’obbligatorietà, formalmente, resterà. Ma sappiamo bene — chiunque pratichi il diritto penale lo sa — che l’obbligatorietà vive dentro la selezione concreta dei casi. E la selezione passa dalle priorità. Decidere cosa perseguire con maggiore energia e cosa con minore intensità è già fare politica criminale. E allora viene da chiedersi: quali saranno queste priorità? Davvero pensiamo che saranno i reati finanziari? L’evasione sofisticata? Le grandi responsabilità economiche? Oppure, più realisticamente, conflitto sociale, ordine pubblico, migrazioni? Non serve molta immaginazione. Basta ascoltare il discorso pubblico di questi anni. Pochi giorni fa il Ministro Nordio ha detto che i criteri di priorità potrebbero essere stabiliti dal Parlamento. E qui il cerchio si chiude: perché, nello stesso tempo, si lavora a una legge elettorale che rischia di trasformare il Parlamento in una sede di ratifica delle decisioni dell’esecutivo. E allora il problema non è più tecnico. È strutturale. Quando l’esecutivo si rafforza — grazie a meccanismi elettorali che ne amplificano il peso — e contemporaneamente si riorganizza il sistema che dovrebbe controllarlo, il punto non è se ogni singola riforma sia, in astratto, difendibile. Il punto è l’effetto combinato. Non si tratta di difendere una categoria professionale. Non si tratta — davvero — di “stare con i magistrati”. Si tratta di ricordare che la democrazia costituzionale nasce dalla diffidenza verso il potere concentrato. Se il Parlamento diventa sempre più funzione dell’esecutivo, e la magistratura viene resa più frammentata — e quindi più esposta a interventi esterni — l’equilibrio non crolla all’improvviso. Si assottiglia. Ed è proprio così che le libertà si perdono: non in un giorno drammatico, ma in una lenta erosione. Quando i limiti al potere vengono raccontati come ostacoli. Quando i contrappesi diventano fastidi da rimuovere. Quando l’efficienza diventa l’argomento che giustifica tutto. La democrazia esiste solo dove il potere incontra limiti reali. Quando quei limiti si indeboliscono, non si rafforza lo Stato: si restringe lo spazio delle libertà. E no, non è una questione di simpatia. È una questione di equilibrio. L'articolo Faccio l’avvocata penalista e voterò NO proviene da EuroNomade.
March 18, 2026
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Referendum: il no è lotta contro il progetto neoautoritario
di GISO AMENDOLA. Il referendum sulla giustizia viene raccontato come un intervento tecnico, quasi neutro, sulla separazione delle carriere dei magistrati. È una rappresentazione completamente fuorviante: in gioco non c’è un dettaglio dell’ordinamento giudiziario, ma un passaggio decisivo nell’evoluzione del nostro sistema costituzionale. Per comprenderlo, bisogna collocare questa riforma dentro un quadro più ampio: quello di una trasformazione dei sistemi democratici in senso sempre più autoritario, in cui l’esecutivo tende ad accumulare potere a scapito degli altri poteri dello Stato. Non è evidentemente un fenomeno esclusivamente italiano. Ma in Italia, con questa proposta di controriforma, si manifesta in modo particolarmente esplicito, sistematico e – direi – costituzionalmente organizzato. Negli ultimi anni abbiamo assistito a uno slittamento continuo: il rapporto tra sicurezza e libertà è stato progressivamente riequilibrato a favore della prima. La logica securitaria è diventata la grammatica ordinaria del potere. Dal decreto “rave” fino al cosiddetto decreto Caivano, sino alla lunga sequela di decreti sicurezza, questo processo ha assunto un ritmo incalzante. La controriforma costituzionale si colloca esattamente in questa traiettoria: ne è il punto di consolidamento. Non introduce qualcosa di radicalmente nuovo, ma iscrive nella Costituzione formale ciò che abbiamo già visto operare nella prassi. Per questo la battaglia contro questa riforma è la stessa battaglia che è stata condotta – e che continua, con la partecipazione determinate di reti sociali e di “convergenze” dal basso – contro i decreti sicurezza. Non sono piani distinti: sono espressioni diverse di un unico disegno neoautoritario. La separazione che indebolisce La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante viene presentata come una misura di chiarezza. In realtà, spezza l’unità della giurisdizione. Il pubblico ministero, nel nostro ordinamento, non è semplicemente un accusatore: è – o dovrebbe essere – una figura che partecipa alla funzione di garanzia. Separarlo significa trasformarlo progressivamente in altro: in un soggetto sempre più vicino alla polizia giudiziaria che alla cultura del giudicare. Nella prima fase l’assetto del nuovo “autogoverno” delle Procure si presenterà come completamente autoreferenziale, sganciato come sarà dalla necessità del confronto con la funzione giudicante. Ma questo assetto è instabile. Ed è proprio qui che si comprende il senso politico della riforma: un pubblico ministero isolato è più facilmente ricondotto, nel passaggio successivo, sotto l’orbita dell’esecutivo. Non serve che questo sia scritto esplicitamente. Basta predisporre le condizioni perché accada. Del resto, l’appiattimento della pubblica accusa su una logica securitaria e poliziesca, e l’attrazione nell’orbita dell’orientamento politico Frammentare per governare La riforma non si limita a dividere il Consiglio Superiore della Magistratura. Separa anche l’esercizio del potere disciplinare, moltiplica i centri decisionali, ridefinisce i meccanismi di selezione. Il risultato è una magistratura più frammentata e quindi più governabile. Un autogoverno più debole, più esposto. Magistrati sorteggiati e quindi meno strutturati sul piano istituzionale; membri laici legati alla maggioranza parlamentare. Non è un dettaglio tecnico: è un dispositivo politico. Quando si rompe l’unità della magistratura e si indeboliscono le sue forme di autogoverno, ciò che si riduce non è un privilegio corporativo, ma la capacità di esercitare una funzione di limite rispetto al potere. L’incubo della destra: il circuito virtuoso tra certa magistratura e lotte sociali Questo disegno si chiarisce se si guarda a quale magistratura risulta particolarmente sotto il tiro delle destre. La destra ha presentato il sorteggio come un’arma contro le correnti, e, dietro le correnti, contro la magistratura “politicizzata”.  In realtà, siamo ben lontani, oggi, dal quadro “post-Tangentopoli”, in cui poteva essere messo all’ordine del giorno, non senza qualche ragione, il problema di una magistratura “supplente” rispetto alla crisi della politica. Oggi, una “politicizzazione” generale della magistratura è tema che sussiste praticamente solo nella propaganda della destra, come del resto dimostrato anche da tutte le più recenti elezioni del CSM, che vedono costantemente il prevalere delle correnti conservatrici. Emerge però un altro fronte: la presenza di una magistratura, spesso “nuova” non solo culturalmente ma anche generazionalmente, che propone una lettura “attivistica” della costituzione, delle carte internazionali e della giurisprudenza sovranazionale, in nome di una rinnovata lotta per il diritto e i diritti, in settori cruciali, nei quali l’attività parlamentare è da tempo paralizzata e ridotta ad un ruolo ancillare rispetto al volere dei governi e delle maggioranze politiche. Gli esempi sono molteplici: la difesa dei diritti dei migranti, dei richiedenti asilo e, in generale, del sistema di protezione internazionale, che gli interventi governativi tentano continuamente di destrutturare (non a caso, Meloni ha cominciato la campagna referendaria evocando la questione del fallimento dei campi per richiedenti in Albania come esempio paradigmatico dell’impossibilità di agire per la sicurezza per “colpa” della magistratura); i rapporti di lavoro, come stanno mostrando le inchieste sullo sfruttamento lavorativo che hanno oggetto il nuovo caporalato delle piattaforme; la violenza di genere, come mostra la centralità del consenso nella fattispecie di stupro, affermata dalla giurisprudenza ben prima della controriforma reazionaria del ddl Bongiorno. L’efficienza come parola d’ordine Si dice che questa riforma renderà la giustizia più efficiente. Ma non c’è nulla che incida sui tempi dei processi o sulle disfunzioni degli uffici. L’unica efficienza che viene perseguita è un’altra: quella di ridurre gli ostacoli all’azione dell’esecutivo. Quegli “ostacoli”, quei “rallentamenti” – che il potere vive come un problema – sono in realtà il cuore della democrazia. Sono i contropoteri: sono quei contrappesi sociali, tra i quali oggi, nell’impasse della politica tradizionale “democratica” e del potere legislativo, emergono in particolare i circuiti tra certa giurisprudenza avanzata e le lotte dell’attivismo, che impediscono al neoautoritarismo di stabilizzare definitivamente un nuovo equilibrio reazionario. Eliminare questi contropoteri, per ristabilire una finora impossibile unità del comando, è l’unica efficienza cui mira questa controriforma. Autoritarismo e regime di guerra C’è infine l’elemento di sfondo e determinante, che rende questi processi ancora più intelligibili: il contesto di guerra. La trasformazione neoautoritaria, l’“esecutivizzazione” del sistema, è strettamente connessa a un regime di guerra. La guerra – tragicamente – ci aiuta a capire ciò che altrimenti apparirebbe tecnico: i governi non tollerano ostacoli, non tollerano rallentamenti, non tollerano contropoteri. Devono decidere rapidamente, concentrare comando, neutralizzare dissenso. Ma proprio ciò che per il potere appare intollerabile – i limiti, i conflitti, i ritardi – è ciò che per la democrazia è essenziale. Per questo la mobilitazione per il No al referendum non è isolata. È intrecciata con quella contro i pacchetti sicurezza ed è, allo stesso tempo, intrecciata con l’opposizione alla guerra. Si tratta di un unico terreno di conflitto: contro l’autoritarismo, contro la guerra, contro la riduzione degli spazi democratici. Non difendere, ma riattivare Non si tratta, semplicemente, di “difendere la Costituzione”. Certo, in un tempo in cui viene violata e piegata, essa va rispettata e onorata più che mai. Ma non possiamo nasconderci che il suo disegno è stato già eroso da decenni di neoliberismo, dalla distruzione del welfare, dall’indebolimento del principio di eguaglianza. Anche l’equilibrio tra i poteri è saltato da tempo: l’esecutivo ha già divorato ampie porzioni della funzione legislativa e della centralità del Parlamento. Per questo la posta in gioco non è conservativa. Non si tratta di difendere equilibri che non esistono più. Si tratta di riattivarli. Di contrattaccare. Riattivare elementi costituenti dentro e oltre la “difesa” della Costituzione significa ricostruire contropoteri democratici, riappropriarsi del welfare, reinventare forme di partecipazione e di conflitto. Significa dare forza a quelle reti e a quelle esperienze che già oggi stanno producendo nuove soggettività politiche: dai movimenti femministi a quelli ecologisti, dalle lotte sociali ai percorsi di mutualismo, fino alle reti che mettono in connessione queste esperienze. È lì che la Costituzione può tornare a vivere: non come testo da difendere, ma come processo da riaprire. Una scelta politica Il referendum sulla giustizia non è una questione tecnica. È una scelta politica fondamentale. Non riguarda la difesa della magistratura in quanto tale. Riguarda la possibilità stessa di mantenere – e reinventare – uno spazio democratico in cui il potere incontri limiti, resistenze, conflitti. Nessuno ha stabilito che autoritarismo e guerra siano un destino. Ma per impedirlo, bisogna riconoscerne la connessione e organizzare l’opposizione. È esattamente questo il senso del voto L'articolo Referendum: il no è lotta contro il progetto neoautoritario proviene da EuroNomade.
March 18, 2026
EuroNomade
Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio
di GIROLAMO DE MICHELE. È da poche settimane in libreria la raccolta di saggi Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio [ed. or. Making Death and Life in Palestine, Pluto Press 2025], a cura di Tithi Bhattacharya e Susan Ferguson, all’interno della collana “Feminist” diretta da Francesca Coin e Sara Farris per le Edizioni Alegre. Il volume si avvale della Prefazione di Ruth Wilson Gilmore, e comprende saggi, oltre che delle curatrici, di Asmaa AbuMezied, Mai Abu Moghli, Rachel Rosen, Tal-Hi Bitton, Jemima Repo, Mai Taha, Sigrid Vertommen, Weeam Hammoudeh, Michael Nahman, Fady Joudah. Ci sono molte ragioni per considerare imprescindibile la lettura di questi saggi: a partire dal concatenamento fra le biografie scientifiche delle autrici, col correlato delle loro precedenti e attuali ricerche, con gli specifici temi qui approfonditi, e con i più generali temi della riproduzione sociale e del genocidio in atto. Le bibliografie dei singoli saggi approfondiscono e/o aprono campi di ricerca inediti, o quasi, in Italia, dove il dibattito storiografico risente dall’assenza – che a volte suona quasi come una diserzione – dalla decennale ricerca dei Genocide Studies, dalle voci non occidentali e non maschili, dalla rivoluzione concettuale rappresentata dall’imporsi sulla scena del pensiero critico (e non solo “di genere”) della riproduzione sociale. Il che non ha impedito alla critica militante di procedere, lungo altre vie e con altri mezzi, su questi percorsi (Euronomade ha dedicato uno dei suoi seminari a “Riproduzione sociale: sguardi, lotte, scenari”). Eppure uno dei significati che ha assunto l’imporsi del significante “genocidio” nelle piazze e strade globali è stato quello di una appropriazione, da parte del sud del mondo, di un termine che, subito dopo essere stato coniato e sancito come crimine internazionale, è stato sequestrato dall’Occidente, risemantizzato nell’unicità ed eccezionalità della Shoah, e usato come ulteriore argomento per escludere dalla storia chi non aveva – o non avrebbe dovuto avere – accesso alla scrittura della storia. Le imbarazzate ammissioni di “storici laureati” di non conoscere adeguatamente le condizioni di vita, sfruttamento, esclusione vigenti oggi in Israele e nei Territori occupati, a fronte delle contestazioni provenienti dal pubblico, dicono tutto. Per contro, è proprio da quel sud del mondo, da quei regimi coloniali, patriarcali e imperiali di esclusione che vengono le voci femminili e femministe che parlano in questi saggi, contribuendo a ridefinire il concetto di genocidio in termini sia estensivi che intensivi. Com’è noto, per genocidio, Convenzione del 1948 alla mano, si intende «ciascuno degli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale»; ed è un fatto che l’ONU riconosce, attraverso le sue istituzioni, il popolo palestinese come uno di questi “gruppi protetti”. Ci si sofferma meno sull’elenco degli atti genocidiari, che non sono solo l’uccisione o le lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo – da cui le aberranti discussioni sul “numero esatto” delle vittime e sulle condizioni delle loro sepolture. Ci si sofferma meno su atti genocidiari quali il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale, e le misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo: atti la cui continuità nel tempo, ben prima del 7 ottobre 2023, contribuisce a creare quel “pattern of conduct” da cui dedurre come unica ragionevole intenzione l’intento di distruzione del popolo palestinese (come affermato nel rapporto della Commissione indipendente internazionale dell’ONU sul genocidio dei palestinesi in Gaza nel settembre 2025). È su questo piano che interviene il metodo della riproduzione sociale, che mira a individuare le condizione in cui, al tempo stesso, vengono prodotte le condizioni di vita e l’assoggettamento della vita al potere in un contesto sociale determinato. Condizioni che, nel contesto del colonialismmo israeliano, sono altresì condizioni di morte: da cui la scelta delle curatrici del volume di anteporre la parola “Death” a “Life” nel titolo. Così facendo, le studiose della riproduzione sociale arricchiscono di senso una fulminante battuta di Raphael Lemkin, il giurista che coniò la parola “geoncidio” (battendosi poi per tutta la restante vita contro i depotenziamenti e i riduzionismi del termine, ossia delle cose che stanno dietro al nome): «Il genos è sia l’unità contro cui è diretto il crimine sia l’unità da cui ha origine. Il genocidio è un crimine perpetrato da un genos contro un altro». Affermazione che, va segnalato, Anne O’Byrne pone in esergo al primo capitolo del suo The Genocide Paradox. Perché quel genos che appare unitario e univoco (ma non era così per Lemkin), sottoposto al vaglio critico si mostra spacchettato analiticamente nelle pratiche sociale di cura e riproduzione della vita: dalla gestazione e nascita del bios, alla cura dell’infanzia, alle condizioni di cui la vita è prodotta e costretta; dall’istruzione, sia essa quella imposta dall’occupante sia quella prodotta dalle istituzione palestinesi; dalle pratiche sociali e culturali in cui si forma e si rafforza l’identità palestinese, compreso il rapporto con la natura; all’accesso alle cure mediche e alla preservazione della vita. Ciascuno di questi aspetti, indagato nella sua duplice natura di produzione e oppressione della vita – o, anche: di assoggettamento e soggettivazione – viene rovesciato, con un esame analitico delle pratiche necropolitiche di segregazione e apartheid, prima, e di esplicita cancellazione tramite steerminio o sradicamento e deportazione, nel rovescio della vita, cioè nella morte. Da cui un’apparente proliferazione di neologismi – scolasticidio, iatrocidio, spaziocidio, fino a riprodutticidio – che rischia di essere frainta come tendenza al un panpenalismo che mira a creare un numero crescente di crimini in luogo di un’unica fattispecie criminosa: laddove non si tratta di moltiplicare il nome dei crimini, ma di individuare gli specifici atti concreti attraverso i quali non solo si manifesta l’intento genocidiario; e di segnalare la preesistente possibilità di un potenziale esito genocida insito nelle pratiche di assoggettamento della vita. La presenza della morte e dell’oppressione nei singoli frame di quotidianità smaschera le campagne di rebranding con cui lo Stato israeliano, e le comunità a suo sostegno, hanno cercato negli ultimi anni di recuperare consenso distogliendo l’attenzione dell’opinione pubblica globale «dall’impressionante storia di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale di Israele, mettendo in luce i traguardi culturali del paese e la sua cultura cosmopolita», cercando altresì di imporre l’immagine di Israele come unico «paese civile, mentre i palestinesi sono barbari, omofobi, incivili fanatici che si fanno saltare in aria», come scrive Nada Elia nel suo La Palestina è una questione femminista (il primo libro pubblicato da Coin e Farris quando hanno assunto la direzione della collana). Anche il rapporto fra genocidio e colonialismo d’insediamento (settler colonialism) viene in parte arricchito, ma anche messo in discussione dalla critica della riproduzione sociale. Il concetto di colonialismo d’insediamento è stato formulato da Patrick Wolfe (e ripreso da Francesca Albanese nel suo rapporto Genocidio come cancellazione culturale), che ne ha tracciato un confronto col genocidio: «In comune con il genocidio come lo definì Raphael Lemkin, il colonialismo dei coloni [settlers] ha dimensioni sia negative che positive. Negativamente, spinge alla dissoluzione delle società native. Positivamente, erige una nuova società coloniale sulla base della terra espropriata. Nel suo aspetto positivo, l’eliminazione è un principio organizzativo della società coloniale dei coloni piuttosto che un evento una tantum». Caso esemplare presentato da Wolfe è l’affermazione di Theodor Herzl: «Se voglio sostituire un vecchio edificio con uno nuovo, prima di costruire devo demolire». Con un’analisi più marxiana di quella di Wolfe, Tal-Hi Bitton, nel suo contributo “La decolonizzazione come lotta di classe della riproduzione sociale” osserva che la “natura eliminatoria e strutturale” del colonialismo d’insediamento non mette in chiaro come, accanto alla modalità eliminatoria, esista la modalità dello sfruttamento attraverso la creazione di condizioni sociali e lavorative: «in molte colonie lo sfruttamento dei colonizzati è un processo sociale fondamentale, tanto quanto l’appropriazione, aspetto che complica la composizione di classe nelle colonie d’insediamento». In breve, si tratta di intendere il colonialismo d’insediamento all’interno delle dimaniche del capitale, con la conseguente creazione di una Working Class che se per un verso, all’interno delle condizioni di vita predeterminate prodotte dal capitale, è inizialmente «priva della capacità di agire sulla propria esistenza quotidiana», per altro, cimentandosi nella lotta le soggettività intraprendono «una trasformazione del sé, dei propri valori e della comprensione di sé, nello sforzo di mutare le proprie condizioni» – in altri termini un “protagonismo” (termine derivato da Marta Harnecker e Michael Lebowitz) che fa sviluppare capacità concrete di solidarietà, resilienza e resistenza (Sumud) della comunità ed espansione della riproduzione della working class. La lotta contro la colonizzazione è quindi non solo resistenza all’espropriazione, ma «una forma di lotta di classe in opposizione alla separazione vera e propria tra produzione e riproduzione sociale creata dall’imperialismo e dal colonialismo d’insediamento»: una lotta nella quale il protagonismo delle donne palestinesi, che hanno connesso la lotta per la liberazione nazionale all’espanzione della riproduzione sociale, coglie la necessità di lottare non solo contro la sovranità politica, ma anche contro la struttura stessa delle relazioni sociali capitalistiche che sottendono e si espandono attraverso i processi coloniali. Una considerazione che sembra decisiva sia sul piano del metodo, sia alla luce della resistenza che la vita stessa – ben altro che “nuda” – pone in atto contro il divenire genocida del colonialismo sionista. L'articolo Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio proviene da EuroNomade.
March 9, 2026
EuroNomade
Epstein Files. O dell’irriformabilità del maschio cishet (e dell’Occidente)
di MADDALENA FRAGNITO. Riprendiamo dal sito di Effimera questo intervento di Maddalena Fragnito, pubblicato il 9 febbraio 2026. Quello che emerge dai cosiddetti Epstein Files — torture, abusi, stupri, sparizioni sospette e possibili omicidi di ragazze, traffico di bambini e bambine, impunità e insabbiamenti bipartisan — non è una sequenza di crimini eccezionali né l’ennesima prova della degenerazione delle élite. È un punto di condensazione oltre il quale diventa difficile continuare a fingere che le forme di violenza sessista, razzista e classista siano perversioni individuali o aliene alle tecnologie di potere. Anche qui l’orrore non è un eccesso: è linguaggio coerente di un dominio maschile che si esercita senza limiti, sui corpi, sui territori, sul tempo, sulla vita e sulla morte. La costruzione dell’Occidente, del resto, intesa come struttura di dominazione coloniale più che come entità geografica, si è sempre articolata attraverso il controllo dei nostri corpi e il governo delle pulsioni: decidere quali corpi siano disponibili, sacrificabili, violabili, e quali invece degni di protezione, opacità, immunità. Pertanto, il punto a proposito di questi documenti non è tanto cedere al moral panic, un dispositivo che l’infrastruttura delle relazioni di potere conosce bene utilizzandolo a proprio vantaggio, ma interrogare ciò che in questo panico resta indicibile. Il non detto, perché troppo vicino al cuore di tenebra del potere stesso: lo stupro come infrastruttura dell’ordine costituito; l’abuso come tecnica politica di disciplinamento. Tuttavia, ciò che mi ha colpita non è solo l’orrore dei fatti riportati e la rete di interessi internazionali che ne emerge — dicevamo, appropriazione e stupro come tecnologie politiche sono il fondamento non dichiarato della “civiltà occidentale” — quanto l’assenza di reazioni da parte di molti compagni. Uomini che si dichiarano anticapitalisti, anticoloniali, critici dell’autoritarismo contemporaneo, che restano indenni di fronte agli aspetti strutturali di quella che chiamiamo “egemonia corazzata di coercizione”. Questa assenza ha reso ancora più evidente una reazione comune che abbiamo provato in tante* davanti ai documenti pubblicati: la nausea. Un senso di disgusto fisico e politico che è diventato la parola ricorrente negli scambi tra compagne quando commentiamo i file. È un sapere collettivo femminista che passa dal corpo, una forma di riconoscimento condiviso, immediato e non mediato, che segnala come il dominio maschile continui a esercitarsi impunito. È a partire da questa risposta corporea, ciò che il femminismo ha elaborato come sapere incarnato, che ho interrogato le reazioni, o le non reazioni, degli uomini intorno a me, oscillanti tra minimizzazione e spostamento. Provare nausea per gli Epstein Files sarebbe “un riflesso un po’ MAGA” e la nostra una reazione di tipo “caratteriale”. Oppure non ci sarebbe nulla da dire: “sappiamo quanto le élite siano perverse!”. Un’alzata di spalle in stile TINA (There Is No Alternative), traslata dal neoliberismo alla cultura dello stupro. Eppure questa postura non è neutra. E ha una storia. Da decenni il pensiero femminista insiste su un punto che continua a essere rimosso: la separazione tra razionalità e corpo è una costruzione funzionale al potere. La distanza, la neutralità, la capacità di non essere toccati dalla nausea, sono stati storicamente requisiti simbolici della soggettività maschile occidentale: il patriarcato capitalista suprematista funziona anche attraverso una distribuzione differenziale della vulnerabilità. Ciò nonostante, le emozioni non sono residui irrazionali, ma forme di orientamento collettivo verso il mondo, modi in cui il potere si fa sentire letteralmente sulla pelle – e dopo tre anni di genocidio del popolo palestinese in streaming questo dovrebbe essere evidente. Benché i media mainstream ne parlino raramente, nei materiali oggi disponibili, oltre all’orrore delle violenze raccontate, emergono connessioni tra Jeffrey Epstein, la sua rete di relazioni (tra cui spiccano intellettuali, CEO e politici, oltre alla compagna Ghislaine Maxwell) e diversi apparati di potere statali e para-statali, inclusi ambiti riconducibili a Israele e all’intelligence israeliana (tra cui Leslie Wexner, Robert Maxwell, Alan Dershowitz, Ehud Barak e Lord Mandelson).[1] In ricostruzioni giornalistiche e giudiziarie, Epstein appare come un gestore di “trappole al miele”, inserito in circuiti capaci di incidere su settori della politica statunitense e su snodi diplomatici cruciali.[2] Si tratta di indizi, ancora in parte da verificare, che tuttavia segnalano il grado di opacità e impunità entro cui queste reti hanno potuto operare per decenni. Ciò che conta, qui, è il fatto che la violenza sessuale organizzata funzioni come dispositivo di ricatto delle élite, di governo e di regolazione del mondo da parte della classe dominante, attraversando confini nazionali, istituzioni e alleanze internazionali: in sintesi, è l’esito di rapporti di classe. Epstein non è un’eccezione, ma un nodo operativo dentro un sistema in cui abuso, segretezza e potere si rafforzano reciprocamente. E mentre si apparecchiavano le partite di Risiko dei potenti, nella stanza accanto si torturavano bambine, descritte nei documenti attraverso un linguaggio che riduce i loro corpi a “vagine strette” e costrette al silenzio sotto la minaccia di diventare “fertilizzante per le ultime nove buche”.[3] Del campo da golf, si intende.[4] Per quanto redatti a protezione dei carnefici, ciò che emerge nei documenti pubblicati negli archivi del Dipartimento di Giustizia statunitense sembra non bastare ancora a rendere visibile il nesso tra reti internazionali di interessi occidentali e dominio maschile (certo non ce lo aspettiamo dai media mainstream, ma forse dai compagni sarebbe anche l’ora). È qui, infatti, che si incontra il punto di massimo attrito: ciò che non passa, ciò che viene espulso dal discorso perché troppo compromettente. Non certo per eccesso di orrore, ma perché troppo vicino al funzionamento ordinario. Lo scarto tra ciò che viene trattato come affare di Stato e ciò che resta relegato a scandalo non è accidentale: è parte integrante del funzionamento ordinario del dominio maschile. Altrimenti non sarebbe così difficile capire come lo sfruttamento di intere popolazioni sia intrinsecamente connesso al dominio maschile, né riconoscere come lo sterminio del mondo origini dalla violenza contro corpi di cui il maschio cishet al comando pensa ancora di poter disporre come proprietà da vendere, abusare, uccidere. Quando gli Epstein Files vengono liquidati come “eccessi”, si attiva esattamente questo meccanismo: mostri al posto di persone comuni, élite predatorie invece di una struttura di potere. In questo senso, non provare nausea davanti a questi documenti diventa una forma di complicità silenziosa. Non tanto nei confronti di Epstein come individuo, quanto dell’impalcatura che lo ha reso possibile, protetto e normalizzato per decenni. Liquidarli come sensazionalismo, come pornografia dell’orrore o come arma retorica reazionaria significa rifiutare di guardare ai nessi, perché proprio quei nessi rendono visibile, in forma concentrata, una logica strutturale del capitalismo: l’accumulazione attraverso l’appropriazione sistematica, l’uso, l’abuso e la distruzione di corpi e territori. Gli Epstein Files si inscrivono in una lunga storia in cui la produzione e la riproduzione sociale sono state organizzate attraverso lo sfruttamento sistematico di soggettività sessualizzate, razzializzate, schiavizzate ed espropriate. La violenza che ne emerge è una pedagogia della crudeltà che produce gerarchie e inscrive nei corpi chi comanda e chi deve servire o soccombere. Il corpo femminile – categoria storicamente prodotta dal patriarcato e che include tutte le soggettività femminilizzate – è stato il primo territorio colonizzato, il laboratorio in cui si sono sperimentate forme di dominio poi estese su scala globale. Il controllo dei nostri corpi è un dispositivo di organizzazione materiale del lavoro, della riproduzione e della proprietà. Non viene dopo lo sfruttamento economico: ne è la premessa. Durante la schiavitù la violenza sessuale sui corpi delle donne nere è la condizione strutturale di quel regime economico. I nostri corpi sono al tempo stesso forza lavoro e mezzi di riproduzione della forza lavoro. Genere, razza e classe non sono assi separabili nel patriarcato capitalista suprematista – un’impalcatura culturale fatta di norme, pratiche e aspettative che rendono possibile la sopraffazione e che, al tempo stesso, vengono rafforzate da questa stessa agibilità. La possibilità per alcuni uomini di restare intatti e in silenzio davanti all’orrore è una posizione sociale costruita all’incrocio tra genere, razza e classe. Un primo silenzio è quello di chi ha continuato a fare affari con Epstein e a ricevere donazioni da lui, nonostante le accuse pubbliche che, a partire dal 1996, si sono accumulate grazie alle denunce di centinaia di donne, tra cui Maria Farmer e Annie Farmer. Accuse rimaste per anni intrappolate in procedure legali e cavilli burocratici, sulle scrivanie di quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto renderne conto. Un altro tipo di silenzio è quello dei compagni: il privilegio di decidere di non vedere né farsi toccare dalla violenza su cui si fonda la propria posizione di uomini, di far finta che quella violenza sia la condizione del mondo. There Is No Alternative, baby. E invece le alternative ci sono, e il vostro silenzio, oltre a essere insostenibile, non è così diverso dal primo. Le analisi sul neoliberismo, sull’imperialismo, sull’estrattivismo globale non possono fermarsi, come troppo spesso accade, all’uscio del dominio maschile, proprio quando in controluce si intravvede che esso è l’infrastruttura dello stesso sistema che si mette quotidianamente a critica. Così la cultura dello stupro viene ricacciata nel registro della “morale”, del “privato”, del “mostro”, proprio nel punto in cui dovrebbe essere riconosciuta come fondamento. Separare la lotta contro il capitalismo da quella contro il patriarcato è una scelta politica che consente, certamente #NotAllMen, di mantenere una zona di comfort: quella di non mettere in discussione il proprio rapporto con il possesso del corpo delle altre* come risorsa materiale e simbolica. Interrogare la mascolinità occidentale e la sua resistenza alla trasformazione significa chiedersi, una volta ancora, se sia possibile vivere con gli uomini. È una diagnosi politica fondata su decenni di analisi femminista materialista e decoloniale, che continua a fare i conti con una forma storica di soggettività cristallizzata attraverso secoli di violenza patriarcale, schiavista e capitalista. Una forma che ha fatto del non essere toccato, del non sentire e del non rispondere la condizione stessa della propria esistenza come soggetto politico. Tuttavia, proprio perché questa forma è storica, potrebbe e dovrebbe mutare. Ma la teoria non basta. La trasformazione non avviene spontaneamente, né per buona volontà individuale. Deve passare da un conflitto radicale e collettivo con le forme di essere che il patriarcato capitalista suprematista ha prodotto. Finché la critica del capitalismo non sarà anche una critica radicale della mascolinità e della fratellanza tra uomini che la riproduce attraverso reti di protezione reciproca e complicità silenziosa, ogni progetto ricompositivo di lotta resterà incompleto. Ovvero: se il vostro antagonismo arriva fin lì, non sta mettendo in discussione il sistema, sta imparando a viverci senza sporcarsi le mani. La nausea che proviamo è una rottura necessaria con l’idea che la trasformazione possa avvenire senza conflitto. È il punto oltre il quale la mediazione non è più possibile, in cui diventa necessario scegliere da che parte stare. Non si tratta di dichiarazioni di principio, ma della disponibilità a sentire l’orrore invece di allontanarlo, a riconoscere la complicità invece di esternalizzarla sui “mostri”. Significa capire che non possiamo più provare nausea da sole, né continuare a prenderci cura, gratuitamente, per riparare corpi e territori martoriati dalla violenza predatoria del dominio maschile, e dalla continua esposizione a essa. Significa anche accettare che non siamo più disposte* a sentire minimizzati gli effetti di questa violenza sulle nostre vite e su quelle di tutti voi, perché il dominio maschile è la condizione stessa del nostro sfruttamento. L’immunità dalla nausea non smantellerà mai la casa del padrone. È lo strumento del padrone, nella sua forma più intima. Consigli di lettura Sara Ahmed, The Cultural Politics of Emotion (2004) Judith Butler, Vite precarie (2004) R.W. Connell, Masculinities (2005) Angela Davis, Donne, razza, classe (ed. italiana, 2018) Denise Ferreira da Silva, Toward a Global Idea of Race (2007) Silvia Federici, Calibano e la strega (ed. italiana, 2015) Miranda Fricker, Epistemic Injustice: Power and the Ethics of Knowing (2009) Manon Garcia, Vivere con gli uomini (ed. italiana, 2025) Saidiya Hartman, Scenes of Subjection. Terror, Slavery, And Self-Making In Nineteenth-Century America (1997) bell hooks – Elogio del margine/Scrivere nel buio (ed. italiana, 2020) – Il femminismo è per tutti (ed. italiana, 2021) Audre Lorde, Uses of the Erotic (1978) Lea Melandri, Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà (2011) Maria Mies, Patriarchy and Accumulation on a World Scale (1986) Carole Pateman, Il contratto sessuale (ed. italiana, 1997) Rita Segato – La guerra contro le donne (ed. italiana, 2023) – Contro-pedagogie della crudeltà (ed. italiana, 2024) Hortense Spillers, Mama’s Baby, Papa’s Maybe: An American Grammar Book (1987) Gayatri Chakravorty Spivak, Can the Subaltern Speak? (1988) Klaus Theweleit, Fantasie virili. Donne Flussi Corpi Storia. La paura dell’eros nell’immaginario fascista (1997) NOTE [1] Ad esempio, si veda la testimonianza di Ari Ben-Menashe, processo G. Maxwell, 2021. Per cominciare a navigare i file pubblicati, suggerisco di partire dalle inchieste di Dropsite News ( https://www.dropsitenews.com/p/jeffrey-epstein-leslie-abigail-wexner-pro-israel-philanthropic-foundation?utm_source=publication-search). Di seguito un caso che riguarda l’Italia, di cui hanno parlato Report (https://www.raiplay.it/video/2025/12/Report—Puntata-del-04012026-555b0545-08e3-4eaa-a566-7b883c49989c.html) e la Stampa ( https://www.lastampa.it/politica/2026/01/02/news/epstein_e_quella_rete_che_porta_a_mister_eternit-15453263/). [2] Ad esempio, il rapporto tra Epstein e l’ambasciatrice Mona Juul, figura di spicco negli accordi di Oslo (https://it.insideover.com/media-e-potere/norvegia-lo-scandalo-epstein-investe-lambasciatrice-mona-juul-i-contatti-con-barak-e-quel-testamento-sospetto.html) e quello con Sultan Sulayem, figura di spicco dell’élite economica emiratense (https://www.dropsitenews.com/p/jeffrey-epstein-united-arab-emirates-sultan-sulayem-dubai-dp-world). [3] Si veda il documento: EFTA01660679, p. 2 (https://www.justice.gov/epstein/files/DataSet%2010/EFTA01660679.pdf). [4] Avrei voluto non scrivere mai queste ultime frasi. L'articolo Epstein Files. O dell’irriformabilità del maschio cishet (e dell’Occidente) proviene da EuroNomade.
February 21, 2026
EuroNomade