Femministe musulmane: un atlante contro patriarcato e islamofobia«Per me vivere il femminismo dentro un’esperienza musulmana significa rifiutare
una falsa alternativa: o la fede o la libertà».
Le parole di Marisa Iannucci – studiosa, attivista e voce tra le più
interessanti del femminismo musulmano in Italia – attraversano Femministe
musulmane ancora prima di aprirlo per immergercisi dentro. Il cuore politico e
teorico di questo libro sta precisamente qui: nel rifiuto di una
contrapposizione che, per lungo tempo, ha dominato il modo in cui le donne
musulmane sono state raccontate, soprattutto in Europa. Da una parte la
religione come spazio inevitabile di oppressione, dall’altra la libertà
immaginata solo come distanza dalla spiritualità, dalla tradizione, dall’islam
stesso.
Femministe musulmane rompe questa semplificazione con forza, intelligenza e
complessità. Per questo motivo è un libro importante, davvero importante. Uno di
quei libri che dovrebbero entrare nelle scuole, nelle università, nei gruppi di
lettura e negli spazi pubblici di discussione, perché ha la capacità rara di
smontare stereotipi sedimentati senza mai trasformarsi in un manuale ideologico.
Attraverso un linguaggio accessibile e una forma visiva potente, questo saggio
grafico restituisce profondità a un tema troppo spesso raccontato in maniera
superficiale: il rapporto tra islam, femminismo, spiritualità e
autodeterminazione.
> Il grande merito del libro di Jamal Ouazzani e Zainab Fasiki è quello di
> mostrare come non esista un unico femminismo musulmano, ma una costellazione
> di esperienze, pratiche e pensieri che attraversano geografie, generazioni e
> posizionamenti differenti.
Le venti figure raccontate nel libro — studiose, attiviste, imam, giuriste,
intellettuali — emergono come soggettività vive, attraversate da conflitti,
ricerca, coraggio politico e tensione etica. È proprio questa pluralità a
rendere il libro necessario, perché obbliga chi legge ad abbandonare le
categorie semplicistiche con cui troppo spesso vengono osservate le donne
musulmane.
Lontano sia dalla retorica paternalista occidentale della “donna da salvare”,
sia dalle narrazioni conservatrici che vorrebbero relegare il femminile al
silenzio, Femministe musulmane apre uno spazio di riflessione radicale e
profondamente contemporaneo. Le protagoniste di queste pagine rivendicano la
possibilità di reinterpretare i testi religiosi, di abitare la spiritualità
senza rinunciare alla libertà, di immaginare giustizia e uguaglianza dentro e
oltre le tradizioni. In questo senso, potremmo dire che il libro non parla
soltanto al mondo musulmano: parla a chiunque voglia conoscere i femminismi, dai
processi di decolonizzazione del sapere, alle lotte queer, alle questioni
dell’autorità e della rappresentazione.
La scelta del formato grafico rende il volume ancora più incisivo. Le
illustrazioni di Zainab Fasiki amplificano il testo, lo rendono corporeo,
emotivo, immediato. Il risultato è un’opera capace di tenere insieme rigore
teorico e accessibilità, approfondimento e coinvolgimento, senza mai sacrificare
la complessità.
Non è un caso che Femministe musulmane sarà al centro dell’incontro del 21
maggio, organizzato da Un Ponte Per e dalla Casa Internazionale delle donne di
Roma, primo di tre appuntamenti dedicati al pensiero femminista nel Sud del
mondo in preparazione di Arene Decoloniali (Tor Marancia, 7–13 settembre), che
nel 2026 sarà dedicata proprio ai femminismi. Attraverso le riflessioni di
Renata Pepicelli, Marisa Iannucci e Nadia Pizzuti, ex-corrispondente
dell’agenzia ANSA a Teheran e autrice del libro Iran. La lunga marcia delle
donne, l’incontro proverà a interrogare il rapporto tra islam, femminismo,
spiritualità e autodeterminazione, mettendo al centro le genealogie plurali dei
femminismi musulmani. Il percorso proseguira il 28 maggio al Nuovo Cinema Aquila
con un appuntamento dedicato al femminismo indigeno sudamericano e la proiezione
del film La revolución de las flores, mentre il 5 giugno sarà la volta dei
femminismi in Iran. Tre appuntamenti che provano a costruire uno spazio di
ascolto e confronto capace di attraversare esperienze, linguaggi e geografie
differenti senza appiattirne le differenze.
A dare ulteriore profondità al volume è anche il contributo teorico e politico
di Renata Pepicelli, direttrice della collana Manifesta di Astarte Edizioni,
docente all’Università di Pisa e tra le più autorevoli studiose italiane dei
movimenti femministi nei contesti musulmani. Pepicelli, autrice di Femminismo
islamico (2010) e del volume Femminismi musulmani. Prospettive secolari,
islamiche, islamiste, in uscita a settembre per Carocci, legge Femministe
musulmane come uno strumento capace di incrinare in maniera radicale la
narrazione dominante sulle donne musulmane.
«Purtroppo l’immaginario che viene costruito attorno alle donne musulmane
risente ancora di un immaginario orientalista», spiega a DinamoPress. Una
visione che continua a muoversi dentro una rappresentazione rigida e dicotomica:
«Le donne musulmane sono spesso costrette dentro un’immagine o della donna
necessariamente vittima della propria religione, della propria cultura, della
propria tradizione, oppure della donna vista come minaccia ai diritti acquisiti
qui in Occidente, come minaccia alla sicurezza e persino ai diritti delle donne
occidentali».
> È proprio questa doppia semplificazione che il libro prova a smontare,
> attraverso una pluralità di percorsi politici e spirituali che raramente
> trovano spazio nel dibattito pubblico europeo. «Sono movimenti che smentiscono
> entrambi questi immaginari», sottolinea Pepicelli. «Ci parlano di una grande
> pluralità delle storie, dei posizionamenti delle donne all’interno dei
> contesti musulmani e di donne che rivendicano da decenni uguaglianza, libertà
> e diritti».
Secondo la studiosa, il grande merito del volume è anche quello di mostrare come
il femminismo islamico non sia un fenomeno marginale o recente, ma un movimento
che emerge già tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento e che nel tempo si è
articolato in forme molteplici e spesso profondamente diverse tra loro. «Il
femminismo islamico è una delle correnti, una delle risposte che le donne dei
contesti musulmani danno alla misoginia, al patriarcato e alla discriminazione
di genere», afferma. «Una risposta che passa attraverso la reinterpretazione dei
testi religiosi islamici e il tentativo di riportare al centro quello che molte
femministe islamiche considerano il nucleo autentico del messaggio coranico: la
giustizia e l’uguaglianza tra gli esseri umani. La condizione di discriminazione
vissuta da molte donne musulmane non è quindi espressione dell’islam, ma il
prodotto di letture misogine e patriarcali dei testi religiosi». Da qui la
centralità dell’ermeneutica femminista: una rilettura critica del Corano, degli
hadith e della tradizione islamica che prova a mettere in discussione
interpretazioni sedimentate nei secoli e utilizzate per costruire gerarchie tra
i generi.
Pepicelli insiste però anche su un altro elemento fondamentale: la pluralità
interna di questi movimenti. «Il femminismo islamico non è un movimento
omogeneo», precisa. «È un movimento molto plurale al suo interno, con diversi
posizionamenti».
Negli ultimi anni, osserva la studiosa, alcune correnti del femminismo islamico
hanno inoltre aperto una riflessione importante sulle questioni queer e
LGBTQIA+, ampliando ulteriormente il campo del dibattito. «Almeno una parte del
femminismo islamico sta portando avanti anche questi orizzonti», spiega,
confermando come il movimento continui a trasformarsi e ridefinirsi.
Nella sua prefazione Pepicelli invita a leggere il femminismo islamico dentro
una geografia più ampia dei movimenti delle donne nei mondi musulmani da
considerare «rigorosamente al plurale». Accanto al femminismo islamico convivono
infatti femminismi secolari, transfemminismi, reti decoloniali e forme di
attivismo di genere sviluppatesi dentro movimenti islamisti. «Abbiamo tre grandi
correnti», sintetizza: «una corrente di femminismo secolare, una corrente di
femminismo islamico e un attivismo di genere all’interno di una cornice
islamista».
Anche sul piano della partecipazione alle strutture spirituali e ai processi
decisionali, secondo Pepicelli qualcosa sta cambiando. Pur ricordando che
l’islam non possiede una struttura gerarchica centralizzata paragonabile a
quella della Chiesa cattolica, la studiosa sottolinea come negli ultimi decenni
sia cresciuta la presenza femminile nei luoghi di formazione e produzione
dell’autorità religiosa. Alcune figure del femminismo islamico, come Amina
Wadud, hanno persino aperto il dibattito sull’imamato femminile, mentre in
diversi Paesi musulmani le donne ricoprono oggi ruoli di insegnamento, guida
spirituale e consulenza religiosa.
Pepicelli cita, ad esempio, il caso del Marocco, dove esistono da anni le
murshidāt, guide religiose femminili incaricate di attività di formazione e
accompagnamento spirituale. Oppure il percorso di Asma Lamrabet, una delle
figure presenti nel libro, che ha diretto il Centro di Studi Femminili in seno
alla Rabita Mohammadia degli Ulema, importante istituzione religiosa marocchina.
Anche la riforma della Mudawwana, il codice della famiglia marocchino, avvenuta
tra il 2003 e il 2004, vide la partecipazione diretta di donne all’interno della
commissione incaricata della revisione.
Accanto alla riflessione storica e politica proposta da Renata Pepicelli,
abbiamo intervistato Marisa Iannucci, la quale apre uno spazio più direttamente
spirituale ed esperienziale. Lavora da anni sull’esegesi di genere, sulla
rilettura femminista del Corano e sui rapporti tra spiritualità,
autodeterminazione e giustizia sociale. Il suo lavoro si muove lungo un confine
che prova continuamente a sottrarsi alle semplificazioni: quello tra fede e
libertà, tra appartenenza religiosa e critica delle strutture patriarcali.
«Il punto è riconoscere che la spiritualità può essere anche un luogo di
autonomia, di coscienza critica e di resistenza», spiega. «Non parlo di una
spiritualità astratta o consolatoria, ma di una pratica etica che interroga il
potere, le gerarchie, le disuguaglianze. In questa prospettiva, il femminismo
islamico non nasce come mediazione fragile tra due identità considerate
inconciliabili – essere musulmana ed essere femminista – ma come una domanda
radicale di giustizia. Se Dio è giusto, come possono essere sacralizzate la
subordinazione, la tutela permanente, l’obbedienza imposta?».
Per Iannucci, il nodo sta proprio nel sottrarre la fede alla sua riduzione
patriarcale. «La fede non può essere usata per ridurre l’autodeterminazione
delle donne; e la libertà non deve necessariamente comportare lo sradicamento
dalla propria tradizione spirituale». Da qui l’importanza di un lavoro che sia
allo stesso tempo critico e ricostruttivo: «Il femminismo musulmano, nelle sue
forme migliori, apre proprio questo spazio: la possibilità di restare dentro una
genealogia religiosa, ma senza consegnarsi alle sue sedimentazioni patriarcali».
Un percorso che, secondo la studiosa, non consiste nel rifiuto dell’islam, ma
nel tentativo di «restituire all’islam il suo nucleo etico di giustizia,
misericordia, dignità e uguaglianza».
Al centro della sua riflessione c’è poi il tema della parola e dell’autorità
religiosa. «La riappropriazione della parola è centrale. Per secoli il sapere
religioso islamico è stato prodotto e legittimato quasi esclusivamente da
uomini: esegeti, giuristi, predicatori, custodi dell’ortodossia. Questo non
significa che la tradizione islamica sia monolitica. La storia dell’islam è
attraversata da dibattiti, divergenze, scuole, interpretazioni, ma le donne
sono state progressivamente escluse dai luoghi in cui il sapere religioso veniva
prodotto, trasmesso e autorizzato».
> È qui che l’interpretazione dei testi religiosi assume una portata
> fondamentale. «Reinterpretare i testi è un atto politico, spirituale e
> conoscitivo. Significa distinguere tra il testo sacro e le letture storiche
> sedimentate nei secoli, riconoscendo che molte norme presentate come divine
> sono in realtà il prodotto di contesti patriarcali e rapporti di potere
> specifici».
Il lavoro teorico di Iannucci si concentra in particolare sull’esegesi di genere
e sulla traduzione femminista del Corano in italiano. «Tradurre il sacro non è
mai un’operazione neutra», spiega. «Ogni scelta linguistica rende visibile
qualcosa e ne oscura qualcos’altro. Molto spesso, il linguaggio coranico è stato
trasformato in un dialogo prevalentemente maschile, dove gli uomini sono
soggetti della rivelazione e le donne diventano oggetto del discorso religioso».
Nel suo attuale lavoro di traduzione del Corano, Iannucci prova quindi a
liberare il testo dalle sedimentazioni patriarcali che ne hanno condizionato la
ricezione. «Termini complessi come qiwāma, nushūz o ḍaraba – spesso utilizzati
per giustificare gerarchie di genere – vengono riletti nella loro
stratificazione linguistica e storica, evitando traduzioni che trasformano il
maschile in universale umano e cancellano la soggettività spirituale delle
donne. Una traduzione femminista non è una traduzione “per le donne”»,
chiarisce, «ma una traduzione più fedele alla pluralità del testo, più
consapevole delle relazioni di potere e più responsabile sul piano etico».
Questa riappropriazione della parola, per Iannucci, ha anche una dimensione
profondamente collettiva, che riguarda la trasformazione concreta delle
comunità, dell’educazione religiosa, del diritto di famiglia e del linguaggio
pubblico sull’islam. «L’autorità religiosa non dovrebbe essere pensata come
possesso, gerarchia o monopolio, ma come responsabilità ermeneutica condivisa».
> È una prospettiva che entra direttamente in dialogo con quella di molte delle
> figure raccontate nel libro: da amina wadud ad Asma Lamrabet, da Ziba
> Mir-Hosseini a Kecia Ali. Donne che, secondo Iannucci, dimostrano come
> l’interpretazione religiosa non sia mai neutra: «Può riprodurre dominio oppure
> aprire spazi di giustizia».
L’altra grande questione che emerge dalle sue parole riguarda il tema
dell’autorappresentazione delle donne musulmane in Italia. «Vengono spesso
nominate, classificate, giudicate, ma raramente ascoltate come soggetti
politici, intellettuali e spirituali», osserva. «Il discorso pubblico continua
infatti a collocarle dentro immagini rigide: vittime da salvare, simboli di
alterità culturale, presenze percepite come minaccia o oggetti permanenti del
dibattito sul velo, sull’integrazione, sulla sicurezza».
Secondo Iannucci questa dinamica produce una doppia espropriazione: «sottrae
complessità alle vite delle donne musulmane e impedisce alla società italiana di
comprendere l’islam come realtà plurale e attraversata da pratiche critiche e
femministe. La donna musulmana diventa una figura retorica utile alla politica,
ai media o al discorso securitario, ma raramente riconosciuta come
interlocutrice».
Per questo creare spazi di autorappresentazione significa innanzitutto
modificare i rapporti di parola. «Non si tratta di “dare voce”», precisa,
«perché anche questa espressione conserva una postura paternalistica. Si tratta
piuttosto di riconoscere voci che esistono già, saperi che sono già prodotti,
pratiche che sono già in corso».
È proprio qui che Femministe musulmane trova una delle sue funzioni più
importanti: nel rendere visibili genealogie intellettuali, esperienze politiche
e percorsi spirituali che esistono da tempo e che troppo spesso vengono
ignorati. «Le donne musulmane devono poter raccontare da sé la propria
esperienza», conclude Iannucci. «Solo così si esce dalla rappresentazione
semplificata e si entra in uno spazio realmente democratico, dove l’islam non è
più oggetto del discorso altrui, ma campo vivo di elaborazione critica,
femminista e plurale».
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