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HO UCCISO L’ANGELO DEL FOCOLARE: IL RUOLO DELLE DONNE NERE NEL BLACK PANTHER PARTY. LOTTA, ORGANIZZAZIONE, LIBERAZIONE
Ho ucciso l’angelo del focolare è l’approfondimento quindicinale dedicato alle questioni di genere. Va in onda sulle frequenze di Radio Onda d’Urto ogni due settimane – il venerdì pomeriggio alle ore 18,45 – dentro la Cassetta degli Attrezzi. In questa ultima puntata, andata in onda il 23 ottobre 2026, abbiamo tradotto l’intervista che la saggista e attivista Leela Yellesetty ha realizzato per l’International Socialist Review alle attiviste e ricercatrici statunitensi afroamericane Mary Phillips, Ashley Farmer e Robyn Spencer (attive nel Intersectional Black Panther History Project) rispetto al ruolo storico che hanno avuto le donne nere nel Black Panther Party e nel movimento di liberazione afroamericana. Buon ascolto. Ascolta o scarica. -------------------------------------------------------------------------------- Le scorse puntate: * 9 ottobre 2026 – In questa puntata siamo tornatə sul tema dell’aborto per provare a mappare lo stato di salute di questo servizio sanitario essenziale per il benessere di più della metà della popolazione mondiale. Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, sono ancora 25 milioni gli aborti non sicuri effettuati annualmente nel mondo, un numero che pone l’Interruzione volontaria di gravidanza ancora (Ivg) ben lontana dall’essere un servizio sanitario garantito e, tanto meno, un diritto sessuale e riproduttivo acquisito. Eppure, avanzamenti tecnologici, culturali e legislativi sono stati registrati negli ultimi anni in molte parti del mondo, con alcuni esempi luminosi come Francia e Argentina. Allora perché accade? Quanto pesano divieti legislativi, criminalizzazione ed emarginazione sociale su questo stato di cose? E perché è ancora necessario lottare per l’aborto? Un giro del mondo, tra luci e ombre, che abbiamo compiuto grazie a Tina Marinari, coordinatrice campagne Amnesty International, Eleonora Cirant, antropologa, attivista femminista, tra le fondatrici di Pro choice – Rete italiana contraccezione e aborto, e Ilaria di Obiezione respinta. Buon ascolto Ascolta o scarica * 25 settembre 2026 – La storia della “sposa bambina” divenuta la più ricercata bandita dell’India: Phoolan Devi. Nella prima puntata della nuova stagione 2026/27, abbiamo parlato di Phoolan Devi, la sanguinaria bandita che ha infiammato l’India dagli anni ’70 fino all’inizio del nuovo millennio. Violentata ripetutamente, vessata e picchiata per anni, si vendicò sanguinosamente e per anni tenne in scacco polizia e esercito indiano. Dopo una resa spettacolare, restò 11 anni in prigione e, simbolo di riscatto delle caste basse, diventò parlamentare con il Partito Socialista Samajwadi. Era chiamata “Bellezza dacoit (brigante)“, o “Angelo vendicatore“, “Ribelle dei burroni“, poiché la sua regione è cosparsa di strettissimi burroni, ideali per nascondigli e agguati. La sua fama la rende simile a quei “banditi sociali” di cui ha parlato Eric Hobsbawm in Bandits, volumetto tradotto da Einaudi (1969). Ascolta o scarica. STAGIONE 2025 / 2026: * 12 giugno 2026 – Invisibili. La condizione delle persone trans detenute nelle carceri italiane. Abbiamo approfondito il tema con Daniela Falanga di Arcigay e Susanna Marietti di Antigone  Ascolta o scarica * 29 maggio 2026 – Essere hacker (e femminista) ai tempi di algoritmi, profitto e violenza. Intervista ad Agnese Trocchi. In un mondo sconvolto dalla “Grande Peste di Internet”, un gruppo di hacker e artiste trova rifugio in una valle dimenticata dai droni. Come in un moderno “Decamerone”, queste “cronache antiche” attraversano le macerie di una società ormai piegata agli algoritmi del profitto. Attraverso la pedagogia hacker di C.I.R.C.E., il nuovo testo della scrittrice, artista e tecnologa, Agnese Trocchi, intitolato “Internet, mon amour”, smonta i dispositivi autoritari delle Big Tech e apre la possibilità di un rapporto più ecologico con le macchine. Ascolta o scarica * 15 maggio 2026 – Il sex work e il paradosso italiano. Quando lo stigma oltrepassa il diritto. Un settore economico in forte evoluzione, dal giro d’affari milionario, che nel nostro paese si scontra però con un paradosso normativo e culturale. In Italia il sex work, infatti, non è illegale, ma non è nemmeno ufficialmente riconosciuto. Una contraddizione che ha molto a che fare con lo stigma, il pregiudizio e una cultura di stampo patriarcale, e molto poco con la realtà della professione.  Alla luce di questa cornice paradossale, qual è la condizione di chi esercita oggi il sex work in Italia? Quali le difficoltà principali che incontra? Come viene regolamentato nel resto d’Europa? E cosa servirebbe allə sex workers per migliorare la propria situazione? Abbiamo approfondito il tema con Pia Covre, storica attivista per i diritti civili delle prostitute e co-fondatrice del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP), e con Ombre Rosse, collettivo transfemminista di sex workers e alleatə.Ascolta o scarica * 17 aprile 2026 – Il nuovo paradigma bellico e gli effetti del riarmo su donne e soggettività marginalizzate. In questa decima puntata abbiamo guardato alle logiche che sottendono le attuali politiche di riarmo messe in campo dall’Europa e all’impatto che hanno, e avranno, su donne e soggettività marginalizzate con con Paola Rudan, parte di Connessioni Precarie e dell’Assemblea donne del Coordinamento Migranti, e con Michela Flores, sindacalista di USB e parte, per il sindacato, della Rete degli sportelli antiviolenza e antimolestia sui luoghi di lavoro. Ascolta o scarica * 3 aprile 2026 – Parliamo di supremazia maschile, Incel e misoginia con Manolo Farci. In questa nona puntata  abbiamo affrontato il tema della crisi dell’identità maschile alla luce della diffusione di fenomeni subculturali come gli Incel, l’antifemminismo e la misoginia che li accompagna con Manolo Farci, professore associato di Studi culturali e di genere all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e autore del recente libro “Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità” edito da Nottetempo edizioni (2025). Ascolta o scarica * 20 marzo 2026 – Tra femonazionalismo e falsi femminismi. Come le nuove destre strumentalizzano le questioni di genere. In questa ottava puntata abbiamo approfondito come le nuove destre globali strumentalizzano le questioni di genere per i propri obiettivi politici con Viola Carofalo, del progetto Meti e Marina Nasi, giornalista freelance e collaboratrice della rivista “La valigia blu. Ascolta o scarica * 6 marzo 2026 – “L’amore non ci basta”. I motivi della denatalità in Italia, con Francesca Coin, sociologa e autrice tra gli altri del libro “Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita” (Einaudi, 2023) e Silvana Agatone, presidente dell’Associazione LAIGA – Libera Associazione Italiana Ginecologi non obiettori per l’Applicazione della 194 Ascolta o scarica * 23 gennaio 2026 – Sessismo da tastiera. Quando l’odio di genere corre online, con Vera Gheno, saggista, sociolinguista e ricercatrice presso l’Università di Firenze, e Paola Rizzi, giornalista e vicepresidente dell’associazione Giulia Giornaliste che, nel 2021, ha scritto con Silvia Garambois il volume “#Staizitta giornalista! Dall’hate speech allo zoombombing, quando le parole imbavagliano”. Ascolta o scarica * 12 dicembre 2025 – Femminismo e Marxismo. Intervista a Leopoldina Fortunati, teorica femminista, già militante di Lotta Femminista e del movimento per il Salario al Lavoro Domestico. Tra le prime studiose a occuparsi del rapporto tra donne, lavoro e tecnologie, ha insegnato Sociologia della Comunicazione e della Cultura all’Università di Udine, ed è autrice de L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale Ascolta o scarica * 28 novembre 2025 – Violenza transfobica e vita transgenere. Voci di lotta e di resistenza, con Roberta Parigiani, avvocata, attivista e attuale presidente del MIT – Movimento di Identità Trans di Bologna ed Elisa Ruscio, attivista parte di Milano Pride e di Acet – Associazione per la cultura e l’etica transgenere Ascolta o scarica * 14 novembre 2025 – Educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Ascolta o scarica * 31 ottobre 2025 – Il femminicidio di Cinzia Pinna e la narrazione mediatica della violenza, con Serena Bersani, presidente di Giulia Giornaliste – Associazione Giornaliste Unite, Libere e Autonome e Paola di Non Una di Meno Nord Sardegna Ascolta o scarica * 17 ottobre 2025 – La lotta delle donne arabe tra femminismo, Islam e Palestina. Intervista a Mjriam Abu Samra. L’intervista a Mjriam Abu Samra, attivista e ricercatrice italo-palestinese alla Ca’ Foscari di Venezia, con la quale abbiamo approfondito alcune discussioni aperte riguardo il concetto di liberazione, e di resistenza, per le donne arabe e palestinesi. Ascolta o scarica   STAGIONE 2024 / 2025: * 24 giugno 2025 – Detenutə tra stigma e oblio. Il carcere femminile al tempo del dl sicurezza Ascolta o scarica * 23 maggio 2025 – Tecnologie del controllo. Una prospettiva di genere e di lotta Ascolta o scarica * 9 maggio 2025 – Le mondine Ascolta o scarica * 28 marzo 2025 – Processo per stupro. Il caso di Gisèle Pelicot  Ascolta o scarica * 14 marzo 2025 – La storia della Pastora Ascolta o scarica * 28 febbraio 2025 – L’educazione sessuale nelle scuole nell’era Meloni Ascolta o scarica * 31 gennaio 2025 – La storia della Partigiana Laura Seghettini Ascolta o scarica * 17 gennaio 2025 – Presentazione libro lgbq Ascolta o scarica * 22 novembre 2024 – Molestie nelle Scuole di Giornalismo Ascolta o scarica * 25 ottobre 2024 –  La solitudine delle donne in carcere Ascolta o scarica STAGIONE 2023 / 2024 * 21 giugno 2024 – Lo stupro come arma di guerra Ascolta o scarica * 7 giugno 2024 – Attivismo: femminismo sui social vs. realtà Ascolta o scarica * 24 maggio 2024 – La violenza sulle donne disabili Ascolta o scarica * 26 aprile 2024 – Orfani Femminicidi Ascolta o scarica * 12 aprile 2024 – Le pubblicità degli anni Settanta e il ruolo delle donne Ascolta o scarica * 29 marzo 2024 – Stereotipi femminili e materie Stem Ascolta o scarica * 15 marzo 2024 – Genere Razza Classe Ascolta o scarica * 2 febbraio 2024 – Donne Felici Senza Figli Ascolta o scarica * 19 gennaio 2024 – Violenza e Metaverso Ascolta o scarica * 5 gennaio 2024 – Salario e Lavoro Domestico Ascolta o scarica * 22 dicembre 2023 – Storia e Leggende di Santa Lucia Ascolta o scarica * 25 novembre 2023 – Il 25 novembre  Ascolta o scarica * 10 novembre 2023 – Streghe di Brescia: Benvegnuda Pincinella Ascolta o scarica * 27 ottobre 2023 – Donne e caporalato Ascolta o scarica
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
La voce di Carla Lonzi
«Mi colpì ogni frase, ogni parola, e soprattutto la sfrontata libertà di pensiero. Sottolineai tantissime frasi con forza, segnai punti esclamativi, freghi verticali. Sputare su Hegel. Sputare sulla cultura degli uomini, sputare su Marx, su Engels, su Lenin. E sul materialismo storico. E su Freud. E sulla psicoanalisi e l’invidia del pene. E sul matrimonio, sulla famiglia. E sul nazismo, sullo stalinismo, sul terrorismo. E sulla guerra. E sulla lotta di classe. E sulla dittatura del proletariato. E sul socialismo. E sul comunismo. E sulla trappola dell’uguaglianza. E su tutte le manifestazioni della cultura patriarcale. E su tutte le sue forme organizzative. Opporsi alla dispersione delle intelligenze femminili. Deculturalizzarsi. Disacculturarsi a partire dalla maternità, non dare figli a nessuno. Sbarazzarsi della dialettica servo-padrone. Strapparsi dal cervello l’inferiorità. Restituirsi a se stesse. Non avere antitesi. Muoversi su un altro piano in nome della propria differenza». Non sappiamo se siano state queste frasi di Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante, in cui la protagonista Lenù racconta della sua scioccante e illuminante esperienza di lettura di Sputiamo su Hegel a iniziare questa rinascita di attenzione verso Carla Lonzi. Certo è che negli ultimi sono usciti tantissimi libri e scritti dedicati a Lonzi – su tutti ci piace ricordare Carla Lonzi. Un’arte della vita di Giovanna Zapperi e la raccolta in lingua inglese Feminism in Revolt curata da Luisa Lorenza Corna e Jamila M. H. Mascat, ma ce ne sarebbe mille altri – oltre che ripubblicati gran parte dei suoi scritti dalla rediviva casa editrice La Tartaruga, oggi diretta da Claudia Durastanti. > Mentre i rapporti tra il femminismo della differenza di quella generazione e > il transfemminismo contemporaneo non sono sempre stati tra i più facili (anche > se in realtà Lonzi era più vecchia di una decina d’anni della generazione di > Luisa Muraro), Lonzi sembra parlare in modo quasi naturale ai movimenti > femministi di oggi. In realtà l’attenzione verso Lonzi non si è mai fino in fondo interrotta – L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi di Maria Luisa Boccia è del 1990 – eppure chi ha avuto la fortuna o l’occasione di leggerla non può non provare la sensazione di come l’importanza della sua esperienza, teorica, politica ed esistenziale, non si sia accompagnata da un adeguato riconoscimento. Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo di Francesca Archibugi, presentato alle Giornate degli Autori dell’ultimo Festival di Venezia (uscirà in sala il 26 ottobre, anche se per soli tre giorni, distribuito da Fandango) è il primo documentario a lei dedicato. E per una volta il film di impianto biografico, di cui spesso si è abusato nel documentario recente, ha una sua ragion d’essere: non soltanto perché una delle questioni centrali del pensiero di Lonzi è proprio la problematizzazione del confine tra riflessione teorica ed esperienza esistenziale, ma anche perché il pensiero di Lonzi è, fin dall’inizio, inseparabile dal suo percorso di vita. Non è un caso che uno dei suoi libri più importanti, Taci, anzi parla, sia un lunghissimo diario, scritto tra il 1972 e il 1977 e composto da oltre mille pagine, dove politica e vita, femminismo e percorso esistenziale sono di fatto indistinguibili. È proprio attraverso le parole di questo testo che si costruisce gran parte della voce fuori campo del documentario che, insieme alle interviste ad alcune delle persone che hanno conosciuto Lonzi, costituisce il filo rosso dell’intero racconto. Ma c’è anche un’altra ragione per cui il film assume una dimensione così fortemente biografica, e riguarda la stessa Francesca Archibugi. Per chi conosce la sua filmografia, Archibugi non è probabilmente il primo nome che verrebbe in mente pensando a un documentario su una delle figure più radicali del femminismo italiano. E tuttavia la regista è la compagna di Battista Lena, compositore e unico figlio di Carla Lonzi. Il suo incontro con Lonzi avviene dunque innanzitutto attraverso uno spazio familiare, che le permette di accedere a una quantità straordinaria di materiali d’archivio. > Nonostante la vastissima produzione di scritti che Lonzi ha lasciato, il film > riesce così a restituire anche aspetti meno conosciuti della sua vita: dalle > lettere scritte durante gli anni di scuola, in cui racconta i bombardamenti di > Firenze, alle testimonianze delle nipoti, figlie della sorella, fino a quella > dello stesso Battista Lena. Ne emerge un lavoro di ricostruzione biografica particolarmente prezioso, capace di riportare alla luce materiali e testimonianze che difficilmente avrebbero trovato spazio in una ricostruzione affidata soltanto agli scritti più conosciuti. Il film si articola sostanzialmente in tre parti, che corrispondono ai tre momenti principali della vita di Carla Lonzi. Il primo è quello della formazione, a partire dagli anni dell’infanzia e dal contesto familiare: il difficile rapporto con il padre, l’esperienza del collegio di Badia a Ripoli, dove viene mandata negli anni Quaranta quando ha appena nove anni, il periodo trascorso a Firenze e poi quello di studio a Parigi. Ma è soprattutto la formazione universitaria a segnare questa prima fase della sua vita. Prima di diventare una delle figure più importanti del femminismo italiano, Lonzi è infatti una storica dell’arte, formatasi alla scuola di Roberto Longhi, uno dei maggiori storici dell’arte italiani del Novecento, con il quale si laurea discutendo una tesi dal titolo Rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell’800. Una tesi che Longhi apprezza particolarmente, tanto da incoraggiarla a intraprendere la carriera universitaria. Lonzi, tuttavia, decide di non seguire quella strada, scegliendo invece di dedicarsi alla critica d’arte. È la prima di una serie di uscite, di abbandoni di luoghi e percorsi già tracciati, che segneranno profondamente la sua vita. Gli anni della formazione sono segnati anche da alcuni incontri decisivi, a partire da quello con Marisa Volpi, conosciuta a Firenze e con la quale da subito ebbe un’amicizia travolgente. Nel 1954 vanno alla Biennale di Venezia e vedono la mostra di Ben Shahn nel Padiglione americano e decidono di scrivere un articolo a quattro mani («perchè non volevamo fare una cosa egoica», dirà Volpi) che poi uscirà su “Paragone”. È un episodio che sembra già anticipare un tratto importante del percorso di Lonzi: l’idea che il pensiero debba prendere forma attraverso un rapporto e un’esperienza condivisa. Ma sono anche gli anni dell’incontro con Mario Lena, con il quale avrà il suo unico figlio, anche se i due si separeranno poco dopo la nascita di Battista. La seconda parte del film è invece dedicata agli anni della critica d’arte. La decisione di rinunciare alla carriera accademica nasce anche dal desiderio di occuparsi più direttamente dell’arte contemporanea, ma soprattutto di entrare in rapporto con le artiste e gli artisti, di parlare con loro, anziché limitarsi a interpretarne le opere dall’esterno. Sono gli anni in cui Lonzi diventa una una critica d’arte riconosciuta e in cui incontra anche Pietro Consagra, che sarà uno dei grandi amori della sua vita (e con il quale, anni dopo, scriverà Vai pure dove le tensioni e le impossibilità del rapporto tra uomo e donna vengono drammatizzate attraverso la forma stessa del dialogo). È durante gli anni di Autoritratto, pubblicato nel 1969, che questa esperienza raggiunge il suo punto più significativo. Il libro nasce da una serie di conversazioni registrate al magnetofono con alcuni artisti, che Lonzi monta e ricompone in un testo nel quale la parola viene restituita direttamente ai suoi interlocutori. È un esperimento rivoluzionario per l’epoca, perché mette in discussione il ruolo tradizionalmente attribuito al critico come colui che deve interpretare l’opera d’arte e produrne il significato. Lonzi sembra voler rinunciare proprio a questa posizione di autorità, lasciando che siano gli artisti stessi a parlare, attraverso conversazioni libere, digressive, nelle quali spesso l’arte finisce quasi per rimanere sullo sfondo. > Più che proporre una nuova interpretazione delle opere, Autoritratto mette > così in discussione l’ideologia stessa della critica d’arte e il rapporto di > potere che essa istituisce tra chi produce un’opera e chi pretende di > spiegarne il significato. Ma è forse nella terza parte, dedicata al periodo più propriamente femminista della vita di Carla Lonzi, che il film inizia a mostrare qualche limite. È il 1970 quando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Lonzi fonda il collettivo di Rivolta Femminile, inizialmente attorno a un manifesto che comincia a circolare e a essere discusso tra gruppi di donne in diverse città italiane, e poi attraverso testi come Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale (rispettivamente del 1970 e del 1971). Si apre così quella che è senz’altro la stagione più importante della sua vita, destinata a interrompersi soltanto nel 1982, con la sua morte prematura a causa di un tumore, e di cui il film restituisce anche la dimensione più intima attraverso alcuni filmati privati di grande intensità. È proprio qui che sarebbe stato forse necessario fare un passo ulteriore rispetto all’impianto strettamente biografico del documentario, per mettere maggiormente a tema l’originalità e la portata dirompente del pensiero di Lonzi. A partire, per esempio, da una questione che il film accenna, ma che avrebbe meritato un approfondimento maggiore: la discontinuità, più volte rivendicata dalla stessa Lonzi, tra il femminismo e il Sessantotto. > Il femminismo non nasce infatti semplicemente come una prosecuzione dei > movimenti di quegli anni, ma anche in discontinuità. C’è poi anche una > specificità generazionale che non andrebbe sottovalutata: nel 1968 Lonzi ha > già 37 anni, non appartiene alla generazione degli studenti che scendono nelle > piazze e ha alle spalle un percorso intellettuale e professionale già molto > articolato, che le permette forse di cogliere con maggiore distanza alcuni dei > limiti di quell’esperienza. Da questo punto di vista, il femminismo di Rivolta Femminile appare per molti versi più in sintonia con le trasformazioni politiche degli anni Settanta che con la stagione del Sessantotto. Un altro elemento decisivo è naturalmente quello del separatismo, che va ben al di là di qualsiasi dimensione semplicemente provocatoria (esilarante un frammento video di Primo Moroni che si lamenta della decisione di Rivolta Femminile di non mandare i libri alla Calusca per l’assenza di una donna nel collettivo della libreria). L’esperienza dell’autocoscienza, che costituisce uno dei momenti più originali dell’attività di Rivolta Femminile, non riguarda infatti soltanto la ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato, tra parola soggettiva e presa di parola politica, o persino, se vogliamo, tra inconscio e spazio pubblico. Wikimedia È anche il luogo in cui viene sperimentata una forma inedita di pratica politica, fondata sulla possibilità di prendere la parola a partire da sé. E il film è particolarmente efficace nel mostrare quanto questa possibilità fosse tutt’altro che scontata, e quanto fosse difficile, faticoso, a volte persino fisicamente doloroso. Sono forse tra i momenti più belli del documentario le interviste ad Angela De Carlo, che racconta proprio la fatica di riuscire a parlare di sé anche davanti a un piccolo gruppo di donne. > La pratica di Rivolta femminile appare qui non semplicemente come la conquista > di uno spazio di espressione precedentemente negato, ma come l’invenzione > stessa di una parola che prima non esisteva, o che comunque non aveva ancora > trovato le condizioni per potersi articolare. Il film riesce a restituire questa dimensione anche attraverso alcuni materiali d’archivio particolarmente preziosi, tra cui una delle rarissime testimonianze filmate di un’esperienza di autocoscienza, mostrata e discussa durante un incontro con Maria Luisa Boccia a Lucha y Siesta. E tuttavia è proprio in questa parte che si avverte maggiormente la mancanza di interlocutrici capaci di entrare più a fondo nella specificità del pensiero di Lonzi, di ricostruirne non soltanto la vicenda esistenziale, ma anche la radicalità delle innovazioni teoriche e politiche. La stessa Boccia, che a Lonzi ha dedicato alcuni dei lavori più importanti, avrebbe forse potuto avere uno spazio maggiore. Questi limiti non tolgono tuttavia nulla all’importanza del lavoro fatto da Archibugi, che realizza un documentario ricchissimo di materiali, attraversato da momenti memorabili, spesso di grande intensità emotiva. Più discutibile è forse la scelta di ricostruire attraverso l’intelligenza artificiale la voce di Carla Lonzi, utilizzandola per leggere i brani dei suoi stessi scritti, soprattutto Taci, anzi parla, che costituiscono il filo conduttore della voce fuori campo. È una soluzione certamente audace, ma che introduce anche una certa ambiguità mimetica, tanto più singolare in un film dedicato a una figura che ha fatto della presa di parola e della singolarità della propria voce una questione politica fondamentale. Non è chiaro, in fondo, che cosa avrebbe perso il documentario affidando quelle stesse parole alla voce di un’altra persona, senza cercare di riprodurre artificialmente quella di Lonzi. Resta in ogni caso un documento di grande importanza, la cui circolazione non dovrebbe esaurirsi nei pochi giorni della distribuzione cinematografica, ma trovare una continuazione nei prossimi mesi anche in spazi politici e militanti. Immagine di copertina Carla Lonzi da wikimedia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. 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October 16, 2026
DINAMOpress
Marilyn Monroe. Biografia di una resistente
La miscela che l’uccise a 35 anni è la sintesi di mezzo secolo di epidemie farmacologiche: il Nembutal, barbiturico eminente degli anni ’50-’60, oggi utilizzato per il suicidio assistito e per le esecuzioni capitali, e l’idrato di cloralio, caro agli sbirri di Ellroy.  L’effetto fu moltiplicato dall’assuefazione a farmaci antidolorifici (ossicodone compreso) assunti per controllare un’endometriosi di lunga data e ad altre sostanze occasionali e all’alcol. Incidente o suicidio Ilenia Rossini non si pronuncia, scartando invece decisamente la tesi pop del complotto omicida, che l’associa verosimilmente al pozzo  nero dei Kennedy, relegandola però nel ruolo di vittima sacrificale – ennesima variante “tragediata” della dumb blonde che Marilyn non voleva essere e non fu. Le teorie cospirative negano invece il fatto, sempre rivendicato, di essere stata lei una combattente,  l’artefice del proprio destino attraverso la produzione controllata di immagini – ultima e più durevole quella mortuaria. UNA VITA NON STANDARD Questa doppia biografia (di Marilyn e della storica Ilenia Rossini, che appassionatamente le si è dedicata) scandisce per tappe in parallelo la vita dell’attrice e le occasioni di incontro, dalla  prima rievocazione a sette anni e mezzo per qualche anniversario fino alla stesura del libro o, diciamo meglio, moment di corpo a corpo con un oggetto ribelle a ogni schema. Un’ossessione non individuale, peraltro, bensì condivisa in modi e tempi diversi da milioni di persone – come ha osservato L. Peretti nella sua recensione sul “manifesto”. > Quanto la stessa Marilyn abbia costruito consapevolmente  la sua persona > pubblica, piuttosto che adeguarvisi, rimanda alle sue radici operaie, ai due > anni di esperienza di fabbrica nel reparto verniciatura della Radioplane di > Burbank, alla consuetudine con il “lavoro ben fatto” e la retribuzione > contrattata. È anche la nota distintiva del suo essere di sinistra, non solo > come ricaduta nel mondo dello spettacolo del New Deal (in analogia a Frances > Farmer e a Orson Welles, che peraltro mai avevano lavorato con le mani) e a > differenza delle attrici progressiste della “nuova sinistra” anni ‘60 – Jean > Seberg, Jane Fonda, Susan Sarandon. Marilyn è della razza di Woody Guthrie più > che del giovane  Bob Dylan o di Neil Young. La scelta è, dunque, di soffermarsi più sulla storia lavorativa di Norma Jeane che sulle vicende lacrimose di abbandoni e orfanotrofi, pur descritte con accuratezza. Licenziatasi dalla fabbrica nel 1945 cerca un nuovo lavoro meglio pagato come modella fotografica – alle donne si schiudono allora solo mestieri che facciano perno sul corpo – e Norma Jeane si rende conto che la fotografia non cattura ma costruisce la realtà e la modella può esercitare un diritto di scelta sulle immagini, costruirsi attraverso esse. Quando viene messa sotto contratto dalla Fox, nel 1946, abbandona Norma Jeane e assume il nome su cui costruirà la propria immagine definitiva: Marilyn Monroe. Si apre ora un contenzioso inesauribile fra Marilyn e la Fox, man mano che la modella conquista particine nei film e pretende di controllare personaggi e sceneggiature confrontandosi però con un colosso dell’industria dell’entertainment, non più con singoli fotografi e riviste. Anche qui c’era un precedente, un’altra dumb blonde, che non era stupida per niente e agiva in un contesto ancora non cristallizzato sul piano produttivo e imbrigliato nella censura del codice Hays. Mae West, era riuscita a tener testa ai produttori lavorando sui due versanti del cinema e del teatro, ma siamo ancora nella preistoria del genere che nel secondo dopoguerra  è radicalmente ristrutturato in un sistema chiuso a cinque voci. LA GUERRA INFINITA CON LA FOX A cavallo fra i ’40 e i ’50, quando Marilyn si fa strada, l’industria cinematografica dominata dalle Big Five sta uscendo con una radicale ristrutturazione dalla crisi post-bellica, determinata dall’avvento della Tv e dallo spostamento di cospicui strati benestanti dai centri cittadini ai suburbia. La risposta passa per le innovazioni tecniche (uso generalizzato del colore, nuovi formati giganti dk proiezione e irrigidimento dello star system con riconoscibilità intensificata delle star. La costruzione di un’identità stereotipa era parte del lavoro e Marilyn vi si getta a modo suo, cioè non appiattendosi sui requisiti degli studios ma puntando a un rapporto diretto con il pubblico – memore di quando spendeva buona parte del suo salario per frequentare avidamente le sale di periferia. Grazie all’incontro con un agente efficiente e innamorato, Johnny Hide, la nuova Marilyn comincia a ottenere nel 1949 parti secondarie ma prestigiose, da Una notte sui tetti, con Groucho Marx, a Giungla d’asfalto, diretto da J. Huston (che ritroverà nel suo ultimo film). Nei mesi successivi entra in contatto con il giro dell’Actors Studio, conosce Miller ed Elia Kazan, ancora progressista, di cui divenne amante e che retrospettivamente la definì «una piccola gatta randagia», una sintesi di tutte le sfortunate eroine di Chaplin». Infame, ma acuto. > Il 1952 è però l’anno decisivo: si apre con l’epocale calendario, che rese > pubblico il suo corpo e le consentì tuttavia una sincera difesa che disarmò le > paventate rappresaglie della Fox, e prosegue con l’incontro con Joe DiMaggio  > – che, a mio parere, resterà l’uomo principale, fra alti e bassi,  per tutto > il resto della sua vita al punto a gestirne il funerale e il ricordo come > persona, fuori dal mito. Un amore invadente che si scontrava con l’altro e più > forte desiderio di Marilyn: fare il cinema passando sopra ogni gelosia e > censura. Il noir che realizzò, quell’anno, Niagara di H. Hathaway, le permise di dimostrare le sue capacità in un ruolo tragico – la femme fatale criminale era peraltro il complemento malvagio della svanita dumb blonde – e Rose Loomis in abito scarlatto (nel film e nell’iconica locandina) divenne subito uno dei nuovi simboli di Hollywood, nonché la prima occasione di litigio con il marito. L’anno si chiude con la lavorazione di Gli uomini preferiscono le bionde (diretto da H. Hawks), dove Lorelei Lee recita e canta il valore dei diamanti con ironia insuperabile. È nata una diva: non percepisce ancora stipendi da favola, ma per la prima volta ottiene un camerino tutto suo (quello che era stato di Betty Grable). L’APOGEO Di qui in poi la carriera sullo schermo va tutta in discesa e a inizio 1955 Marilyn ruppe con la Fox e fondò – inaudito! – una propria casa di produzione trasferendoi a New York e stringendo legami sostanziali con l’Actors Studio e gli intellettuali di sinistra che vi gravitavano intorno. Due film con Billy Wilder la inserirono stabilmente nella storia del cinema valorizzando proprio l’ironia con cui gestiva il ruolo della ”bionda”, mentre la vita privata e la salute cominciavano a presentarle il conto dei problemi che riusciva a esorcizzare e rendere produttivi solo sullo schermo.  Sugar Kane sopravvive alla travagliatissima lavorazione, ma la donna è afflitta dall’endometriosi, all’epoca mal conosciuta e peggio curata,  che la costringe a imbottirsi di antidolorifici e sonniferi e causa gravidanze extrauterine con conseguenti e frustranti aborti spontanei. Ne consegue un consumo di anfetamine e stimolanti assortiti per controbilanciare gli effetti sedativi e mantenere i ritmi di lavoro e il peso forma. Con gli anni cresce la dipendenza da alcolici e, peggio ancora, da psichiatri e consulenti. Condizione standard per tutti i performer all’epoca, ma acuita dai problemi fisici e dall’immensa esposizione pubblica in questo caso particolare. Lo stesso matrimonio con Arthur Miller ebbe su Marilyn effetti contrastanti: all’inizio rassicuranti per il suo desiderio di sottrarsi all’ambiente hollywoodiano, ben presto depressivi, a cominciare dal soggiorno londinesi per le riprese di Il principe e la ballerina. I tormenti del comunista immaginario si rivelarono non meno soffocanti della possessività del giocatore di baseball. CURSUM PERFICIO Gli anni ’60 segnano un crescendo di tutti gli aspetti contraddittori della storia di Marilyn. Un’intensa vita sociale che tracima, dai consueti ambienti  dello spettacolo e degli intellettuali di sinistra a una pericolosa contiguità con i vertici del potere – i fratelli Kennedy – attraverso la mediazione del giro Lawford-Sinatra e di tutto il Rat Pack, un’eccellente prestazione attoriale nei Misfits di J. Huston, che vide anche un impegno intenso di Miller – ­ che risultò fallimentare sul piano matrimoniale e, a mio parere, anche su quello della sceneggiatura –, infine un’accelerazione frenetica dei ricoveri e dell’abuso di farmaci. Il 1962 ne segnò il culmine: partecipazione irregolare alle riprese del mai completato Something’s got to give, il celebre Happy birthday, Mr. President al Madison Square Garden, l’acquisto di una casa a Hollywood con l’iscrizione di cui al sottotitolo (“fine corsa”), infine la morte per un’overdose probabilmente involontaria ma annunciata. Marilyn era ben consapevole di quanto aveva deliberatamente costruito per farsi strada: «la gente aveva l’abitudine di guardarmi come se fossi una sorta di specchio invece che una persona, non vedeva me, vedevi propri pensieri osceni. Poi si ripuliva definendo me l’oscena». E questo sopravvive alla morte e infesta tuttora la critica. Ognuno vi ha visto cià che voleva e nessuno di questi punti di vista è del tutto vero o falso. «Marilyn Monroe – conclude Ilenia Rossini – era abbastanza grande e abbastanza contraddittoria da contenere tutto questo, e di più». Dietro l’icona, «c’era una donna che lavorava, leggeva, prendeva posizione, combatteva, temeva, amava, era felice, era disperata, falliva e si rialzava». Immagine di Myron Ehrenberg da Wikimedia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Marilyn Monroe. Biografia di una resistente proviene da DINAMOpress.
October 2, 2026
DINAMOpress
Silenziare aborto e lotte: Women on Web, Women Help Women, Autistici/Inventati
Women on Web e Women Help Women sono organizzazioni non governative che dal 2005 (WoW) e dal 2014 (WHW) offrono informazioni e consulenza online riguardo l’aborto farmacologico e l’uso di mifepristone e misoprostolo in contesti dove l’accesso sicuro all’aborto è ostacolato o negato. Operano attraverso help desk multilingue gestiti da volontariə, professionistə sanitarie e attivistə femministe. Da febbraio 2026, entrambi i siti delle due ONG sono oscurati in Italia. Quello della censura, shadowbanning e deindicizzazione dei risultati sulla salute sessuale e riproduttiva e nello specifico dell’interruzione di gravidanza (IVG) è un tema tutt’altro che nuovo. Le modalità di oscuramento possono derivare da censure legate alle policy delle grandi piattaforme (Google e Meta) o dagli Internet Service Provider (ISP), ovvero i gestori che a livello nazionale forniscono accesso alla rete internet (ad esempio, tra gli altri, Tim, Vodafone, o Wind). Se negli Stati Uniti, dal 2022, l’annullamento della sentenza Roe v. Wade che garantiva a livello federale il diritto all’interruzione di gravidanza ha rinsaldato l’alleanza tra gli oligarchi delle grandi piattaforme e la nuova destra reazionaria al governo, più sottile e meno evidente è la censura esercitata attraverso i provider di servizi internet. NON SOLO IN ITALIA Prima del grande dibattito scaturito a seguito della decisione statunitense del 2022 e delle sue conseguenze, il sito web di Women on Web era stato bloccato in Spagna nel febbraio del 2020, all’inizio della pandemia da Covid-19, a seguito di un provvedimento dell’Agenzia Spagnola dei Medicinali e dei Dispositivi Medici (AEMPS), senza una preventiva autorizzazione giudiziaria formale. A seguito di questo, nel corso degli anni l’organizzazione ha avviato diverse battaglie legali nei tribunali spagnoli. Sebbene alcune sentenze ne abbiano contestato la legittimità, l’accesso al sito risulta tuttora interdetto su molte reti del paese. Nel giugno del 2026, esaurite le vie di ricorso interne con il rigetto della Corte costituzionale, il caso è stato ufficialmente portato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per ripristinare l’accesso alle informazioni sicure sull’IVG. In Italia sta accadendo qualcosa di simile e questa volta i numeri lo confermano con precisione. Un report pubblicato il 28 luglio 2026 da OONI (Open Observatory of Network Interference) – organizzazione no-profit registrata proprio in Italia, che dal 2012 monitora la censura della rete a livello globale – documenta come, a partire da metà febbraio 2026, l’accesso ai domini www.womenonweb.org e www.womenhelp.org sia bloccato su almeno sei provider internet italiani. Il report è stato realizzato in collaborazione diretta con Women on Web e si inserisce in un filone di ricerca che OONI porta avanti dal 2019, quando per la prima volta ha documentato blocchi di Women on Web in Brasile, Iran, Arabia Saudita, Corea del Sud e Turchia, e poi ancora nel 2020 con il caso spagnolo. IL CONTESTO NAZIONALE Questo blocco si colloca in un contesto nazionale già segnato da ostacoli concreti all’accesso all’aborto. In Italia l’IVG è regolata dalla Legge 194 del 1978, una legge che negli anni ha mostrato tutte le sue aporie. Questa consente l’interruzione di gravidanza su richiesta entro le prime 12 settimane, ma la possibilità di ottenerla in pratica è tutt’altro che scontata: circa il 67% dei ginecologi italiani si dichiara obiettore di coscienza, con punte del 100% in alcuni ospedali, e chi trova un medico disponibile deve comunque attendere sette giorni tra la richiesta e la procedura; un lasso di tempo che può far scivolare la richiesta oltre il limite delle 12 settimane. Ad aggravare il quadro, nell’aprile 2024 il Parlamento ha approvato una norma che consente alle associazioni antiabortiste di entrare nei consultori pubblici. > In questo scenario, secondo quanto riportato da una portavoce italiana di > Women on Web, sempre più persone si rivolgono a servizi come questo, non per > mancanza di alternative, ma per scegliere un aborto gestito con calma a casa > propria tramite telemedicina – modalità che l’Organizzazione Mondiale della > Sanità stessa raccomanda come sicura per interrompere una gravidanza > indesiderata. Non sorprende, dunque, che proprio uno dei Paesi in cui le grandi piattaforme di telemedicina registrano una forte domanda, dovuta alle difficoltà nell’accesso a prestazioni sicure che dovrebbero essere garantite dal SSN, stia intervenendo per censurare quegli spazi che permettono alle persone di esercitare un diritto fondamentale: decidere sul proprio corpo e sul proprio percorso di vita. Un paese che resta inerte di fronte a tassi di obiezione altissimi, che finanzia attivamente gruppi antiabortisti nei percorsi istituzionali di accesso e che trasforma le linee di indirizzo sull’aborto farmacologico in carta straccia agisce ora su uno dei pochi canali alternativi rimasti alle persone gestanti che intendono interrompere la gravidanza e incontrano ostacoli di natura formale o burocratico-amministrativa. I DATI OONI I dati raccolti da OONI tra il 1° novembre 2025 e il 1° giugno 2026 mostrano un quadro coerente: Fastweb, Vodafone Italia, EOLO, Sky Italia e Iliad/Scaleway bloccano entrambi i siti, mentre INTRED interviene solo su Women on Web e WIND TRE solo su Women Help Women. Il meccanismo usato in tutti i casi è la manipolazione del DNS (DNS tampering), con tecniche che variano da provider a provider. > Questo significa, in pratica, che i server dei provider internet italiani > deviano o bloccano la richiesta dell’utente prima che questa possa raggiungere > la pagina del sito. Fastweb e Iliad/Scaleway restituiscono l’indirizzo “bogon” 127.0.0.1 – un indirizzo che in condizioni normali non dovrebbe mai comparire su internet pubblico, essendo riservato alla comunicazione interna di un dispositivo con sé stesso. La stessa tecnica era già stata osservata in Iran, Filippine, Corea del Sud e Spagna per bloccare Women on Web. Vodafone Italia, EOLO e WIND TRE, invece, fanno comparire un errore NXDOMAIN, che fa credere all’utente che il dominio semplicemente non esista, alimentando confusione sulla reale natura del blocco. Sky Italia, infine, reindirizza le richieste verso un server che presenta un certificato TLS per l’hostname “blocking.it.isp.sky”, generando un errore di validazione del certificato: la stessa infrastruttura di blocco già utilizzata dal sistema antipirateria Piracy Shield, coinvolto anche nel celebre blocco accidentale di Google Drive nell’ottobre 2024. È un dettaglio non da poco, poichè significa che l’infrastruttura tecnica pensata per bloccare la pirateria online viene impiegata, di fatto, anche per impedire l’accesso a informazioni sanitarie legali. Nelle conclusioni del proprio report, lə stessə ricercatorə di OONI sottolineano un punto cruciale: la censura delle informazioni sulla salute riproduttiva non è un fenomeno limitato ai Paesi dove l’aborto è illegale, ma riguarda anche paesi europei – Italia e Spagna in testa – dove è formalmente legale ma di fatto difficile da ottenere. E il fatto che le tecniche di blocco via DNS non segnalino esplicitamente all’utente che si tratta di una censura intenzionale, facendola apparire piuttosto come un banale guasto tecnico, rende ancora più urgente una risposta in termini di trasparenza e di responsabilità politica. IL CASO DI AUTISTICI/INVENTATI Quanto sta succedendo con le piattaforme di Women on Web e Women help Women in Italia non appare come caso isolato ma si inserisce in un più ampio fenomeno di consolidamento delle strategie di controllo digitale. Non possiamo che concludere ricordando quanto in questi giorni sta succedendo al collettivo A/I Autistici Inventati. Siamo arrabbiate e decisamente preoccupate per le sanzioni imposte dal governo statunitense su A/I, che dal 2001 forniva infrastrutture informatiche libere, non proprietarie, costruite attorno alle relazioni e alla condivisione di sapere, utilizzate da chi, come noi, intende portare avanti delle lotte anche contro il controllo pervasivo e strumentale dello spazio digitale. A/I è stata bollata come “organizzazione terroristica” e da lì si sono innescate una serie di conseguenze a cascata che hanno reso evidente l’intreccio tra spazi fisici e digitali, tra capitale e organizzazione delle infrastrutture, tra controllo e repressione. Nonostante la solidarietà espressa nei giorni immediatamente successivi alla decisione del governo USA, A/I ha comunicato la decisione di chiudere definitivamente il progetto: «Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri! – scrive il collettivo in un comunicato – quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati». Quello che è successo crediamo sia grave, e ci restituisce con ferocia il braccio di ferro che si gioca attorno ai margini dell’organizzazione del dissenso che governi fascisti e sempre più reazionari intendono “tollerare”. Vedere quanto sia stato facile oscurare i progetti di WoW e WHW, e quanto sia stato altrettanto semplice liquidare A/I, ci interroga sui processi decisionali di Stati che millantano di essere democratici. Come collettiva che ogni giorno accompagna le persone, fisicamente e online, nei loro percorsi abortivi, l’oscuramento di WoW e WHW ci ha colpite: sapere che l’accesso a informazioni e risorse fondamentali per questi stessi percorsi possa essere spento con un provvedimento tecnico, senza dibattito né trasparenza, ci riguarda direttamente. > Come collettiva che ha una propria infrastruttura online da ormai 10 anni, > necessaria per le nostre lotte, e che vede quanto poco sia bastato per > cancellare l’esistenza di A/I (nessun processo, nessun contraddittorio), ci > chiediamo se i movimenti non debbano fare una riflessione seria su cosa > potrebbe accadere nei prossimi mesi e anni, su quali tutele collettive > adottare e su come contrattaccare. A questo ci esorta proprio A/I nel suo ultimo comunicato, sottolineando che «se c’è qualcosa che può mettere in difficoltà i nostri avversari, oggi, ieri, sempre, è la nostra capacità di diffondere il virus dell’autogestione e dell’autodeterminazione, di moltiplicare in maniera frattale le infrastrutture del dissenso». Noi cercheremo di farlo, nel nostro piccolo, consapevoli che è la nostra reperibilità nell’online che ci ha permesso di raggiungere persone che altrimenti non avremmo raggiunto mai. Siamo noi ad avere la responsabilità di immaginare un altro modo di utilizzare gli spazi, anche digitali, perché siano risorsa di cura collettiva e organizzazione politica. Per questo, le nostre infrastrutture si stanno riorganizzando. Il vuoto che lascia A/I è enorme, e vogliamo pubblicamente ringraziare il collettivo per essere stato quello spazio di cura che andavamo cercando. Vogliamo inoltre accogliere un altro degli inviti cui ci esorta il collettivo, sempre nell’ultimo comunicato: sarà importante anche mollare i PC, uscire, lottare e abbracciarci. E noi lo faremo, con la speranza che altre mille A/I possano presto nascere e trovare il modo di alimentare pratiche politiche ispirate a un modo di stare insieme radicalmente diverso. Oggi Venerdì 25 settembre, a Piazza dei Santi Apostoli a Roma alle 17.30 è stato organizzato il presidio per la campagna Nel Mirino invita ad essere in piazza contro le sanzioni Usa ad Autistici/Inventati, Francesca Albanese, Palestine Action. la copertina è di Valentina fusco Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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September 25, 2026
DINAMOpress
Islamofobia e controllo delle donne musulmane come strumenti di propaganda politica
In questi giorni sono diverse le dichiarazioni e posture apertamente islamofobe dei politici che si rincorrono sul tema in vista della campagna elettorale. Dal Pontida show della Lega per lo stop al burqa, alla conquista di una sempre maggiore visibilità di Futuro Nazionale (e delle sue campagne territoriali contro le moschee), alle dichiarazioni sulla scuola e sulle bambine di Giorgia Meloni. Ai microfoni di blackout interviene Souad Maddahi, formatrice, mediatrice culturale, che si occupa di disabilità e di organizzazioni di comunità a Torino. Il suo intervento ci permette di riflettere sulle fondamenta coloniali e misogine di queste dichiarazioni, volte a limitare le libertà, a costruire un nemico interno e quindi anche a spostare l’attenzione dai problemi materiali a cui facciamo fronte in questo periodo. Tra i temi che affrontiamo durante l’intervista, vi è quello della centralità del potere di raccontare l’alterità e quello del controllo della donna musulmana (anche attraverso la strumentalizzazione della laicità). Grazie a un’analisi delle trasformazioni di queste forme di controllo, possiamo leggere un’evoluzione dello sguardo coloniale e della rappresentazione della libertà in contesti intenzionati a limitarla. Resistere all’islamofobia è sopratutto quindi una questione di pratiche quotidiane volte alla diffusione di uno sguardo decoloniale, ma anche di alleanze dal basso e tra femminismi.
September 24, 2026
Radio Blackout
Islamofobia e controllo delle donne musulmane come strumenti di propaganda politica
In questi giorni sono diverse le dichiarazioni e posture apertamente islamofobe dei politici che si rincorrono sul tema in vista della campagna elettorale. Dal Pontida show della Lega per lo stop al burqa, alla conquista di una sempre maggiore visibilità di Futuro Nazionale (e delle sue campagne territoriali contro le moschee), alle dichiarazioni sulla scuola e sulle bambine di Giorgia Meloni. Ai microfoni di blackout interviene Souad Maddahi, formatrice, mediatrice culturale, che si occupa di disabilità e di organizzazioni di comunità a Torino. Il suo intervento ci permette di riflettere sulle fondamenta coloniali e misogine di queste dichiarazioni, volte a limitare le libertà, a costruire un nemico interno e quindi anche a spostare l’attenzione dai problemi materiali a cui facciamo fronte in questo periodo. Tra i temi che affrontiamo durante l’intervista, vi è quello della centralità del potere di raccontare l’alterità e quello del controllo della donna musulmana (anche attraverso la strumentalizzazione della laicità). Grazie a un’analisi delle trasformazioni di queste forme di controllo, possiamo leggere un’evoluzione dello sguardo coloniale e della rappresentazione della libertà in contesti intenzionati a limitarla. Resistere all’islamofobia è sopratutto quindi una questione di pratiche quotidiane volte alla diffusione di uno sguardo decoloniale, ma anche di alleanze dal basso e tra femminismi.
September 24, 2026
Radio Blackout - Info
Educare alle differenze: anticorpi contro isolamento e autocensura a scuola
A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico Giuseppe Valditara è tornato a occuparsi con insistenza di educazione affettiva, sessuale e di genere, riproponendo una sequenza che ormai conosciamo bene. Al Meeting di Rimini, il 25 agosto, ha rivendicato il consenso informato come una scelta di «libertà educativa», ha parlato di libri per bambine e bambini che lo  avrebbero fatto «rabbrividire», della necessità di non compromettere l’innocenza dell’infanzia e di mettere fine ai «lavaggi del cervello». Il 3 settembre, intervistato da Famiglia Cristiana, è stato ancora più esplicito: con il consenso informato, ha spiegato, si vuole tenere fuori dalla scuola la «cultura woke» e impedire l’insegnamento delle cosiddette teorie gender. Poi il registro cambia. Quando il discorso torna sui femminicidi, sulla prevenzione e sul ruolo della scuola, Valditara rivendica di avere introdotto per la prima volta tra gli obiettivi di apprendimento l’educazione al rispetto, all’empatia, alle relazioni e alla parità di genere. È la stessa risposta utilizzata in questi giorni di fronte a chi, dopo l’uccisione di Lorena Isceri e l’appello del padre a lavorare nelle scuole, ha chiesto di non arretrare sull’educazione sessuo-affettiva. Ed è anche la linea utilizzata nelle rettifiche a comizi e articoli, come quello pubblicato da Chiara Franceschini su “Domani” alla fine di agosto. > La questione di fondo è questa: se la violenza di genere non è un’emergenza ma > un fenomeno strutturale, la prevenzione non può limitarsi a intervenire quando > la violenza è già accaduta o a insegnare alle donne a riconoscerla prima, ma > deve agire sulle condizioni culturali e sociali che la rendono possibile. A questa domanda Valditara risponde rivendicando rispetto, empatia e parità tra gli obiettivi della scuola. Ma il rispetto, se viene separato da un lavoro sui rapporti di genere, sugli stereotipi, sul consenso, sulla sessualità e sulle relazioni di potere, rischia di restare un principio astratto, incapace di interrogare i meccanismi che producono la violenza. Ed è precisamente su quei terreni che il ministro torna, contemporaneamente, a evocare «propaganda gender», cultura woke e bambini da proteggere. Si rivendica dunque la prevenzione della violenza mentre si sottopongono a sospetto alcuni degli strumenti necessari a praticarla. Questa apparente oscillazione consente a Valditara di rivolgersi contemporaneamente a target diversi: da una parte verso chi grida a una scuola invasa dal gender e dal woke; dall’altra una narrazione più rassicurante, destinata anche al mondo docente e alle famiglie che non si riconoscono in un progetto oscurantista e considerano utile e ovvio che la scuola si occupi di prevenzione e relazioni. I due messaggi non si annullano, si completano. Il primo costruisce e mobilita il nemico; il secondo neutralizza le critiche che quella costruzione produce. Si può rivendicare davanti a un pubblico la vittoria contro il gender e, davanti a un altro, sostenere che nessuno abbia mai voluto limitare l’educazione alle relazioni. La rettifica diventa così parte della stessa operazione politica della dichiarazione che l’ha resa necessaria. LA LEGGE SUL CONSENSO INFORMATO È in questa doppia operazione che la Legge 104/2026 diventa ancora più grave. Entrata in vigore il 7 luglio, la legge non vieta tutte le forme di educazione affettiva, ed è proprio su questo che Valditara costruisce le sue smentite. Ma introduce un regime speciale di sospetto e controllo intorno alla sessualità e alle identità e ruoli di genere. Non serve definire giuridicamente che cosa sia “gender” se il confine viene costruito ogni giorno nel discorso politico. > Il rischio più concreto, a questo punto, è l’autocensura. Una dirigente che > rinuncia a un progetto per evitare contestazioni, un collegio che ne riduce i > contenuti, un’insegnante che sceglie di non utilizzare un materiale non stanno > semplicemente applicando una legge: stanno anticipando un possibile conflitto. Ed è così che una scuola può restringere il proprio campo d’azione senza che sia necessario vietare formalmente ciò che decide di non fare. Le ispezioni degli ultimi mesi rafforzano questo meccanismo. Dal liceo Vivona di Roma, dove una lettera su Gaza inviata da un docente a studenti ormai diplomati ha prodotto un accertamento poi concluso senza criticità, alle verifiche intorno ad assemblee con Francesca Albanese e ad altre iniziative considerate politicamente sensibili, il punto non è soltanto l’esito delle singole procedure. Il punto è il messaggio che la loro ripetizione invia all’intero sistema scolastico: alcuni contenuti espongono più di altri all’attenzione del ministero. > È qui che consenso informato e ispezioni, pur essendo strumenti molto diversi, > finiscono per incontrarsi. Il primo aumenta il controllo preventivo su alcune > attività; le seconde mostrano che su alcuni terreni il controllo può arrivare > anche dall’alto. Tra i due cresce lo spazio dell’autocontrollo: quello in cui scuole, dirigenti e docenti cominciano a selezionare preventivamente ciò su cui conviene esporsi. Oltre alla legge 104/2026, le nuove Indicazioni nazionali, le battaglie contro il woke e il linguaggio inclusivo, l’enfasi sul primato educativo delle famiglie e il ricorso agli strumenti ispettivi compongono un’idea di scuola nella quale il ministro forza i confini culturali del dicibile, zittisce il corpo studentesco, annichilisce la libertà di insegnamento. EDUCARE ALLE DIFFERENZE A NAPOLI È su questo terreno che il dodicesimo Meeting nazionale di Educare alle Differenze, che si terrà a Napoli il 26 e 27 settembre, assume quest’anno un valore politico particolare. Da più di dieci anni il Meeting mette in relazione insegnanti, dirigenti, studenti, associazioni, famiglie, movimenti, sindacati, servizi e amministrazioni locali. > Nel nuovo quadro normativo, però, questa rete può diventare anche un antidoto > molto concreto a uno dei principali meccanismi attraverso cui l’autocensura si > diffonde: l’isolamento. Perché, se ogni insegnante deve capire da sola ciò che può fare, se ogni dirigente deve valutare individualmente quanto sia conveniente esporsi, se ogni scuola considera la propria contestazione un caso particolare, la prudenza diventa una risposta perfettamente razionale. Al contrario, conoscere collettivamente la normativa, distinguere i divieti reali dai confini prodotti dalla propaganda politica, costruire strumenti di autotutela, condividere pratiche e mettere in comune i conflitti modifica concretamente le condizioni nelle quali quelle decisioni vengono prese. È questo il significato che assume quest’anno Fuori controllo, il titolo del Meeting. Non il rifiuto delle responsabilità della scuola, ma il tentativo di sottrarsi al meccanismo per cui è la scuola stessa, per prudenza, a restringere progressivamente il proprio campo d’azione; non la ricerca dell’eroismo individuale, ma la costruzione delle condizioni collettive che permettono di esercitare l’autonomia anche quando il suo esercizio diventa politicamente più costoso. Un anticorpo all’autocensura, del resto, non si costruisce chiedendo alle persone di essere più coraggiose, ma facendo in modo che non debbano esserlo da sole. Immagine di copertina di Educare alle differenze Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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September 22, 2026
DINAMOpress
La cultura del femminicidio
Dovremmo interrogarci anche sulle storie e le immagini che ci hanno insegnato a considerare il possesso una forma d’amore. Un’eredità difficile da mettere… L'articolo La cultura del femminicidio sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 16, 2026
L'INDISCRETO
Corpi in movimento. «Zapruder» 70 in tour! http://storieinmovimento.org/2026/09/12/corpi-in-movimento-zapruder-70-in-tour/?pk_campaign=feed&pk_kwd=corpi-in-movimento-zapruder-70-in-tour #autodeterminazione #transfemminismo #Iniziative #femminismi #medicina #Zapruder #scienza #welfare #aborto