Mirando al otro lado: storie di donne alla FrontieraZONA LIMINALE
L’aeroporto internazionale di Tijuana è un crocevia unico nel suo genere, perché
collega gli Stati Uniti al Messico. Il terminal principale in territorio
messicano è collegato con un ponte a un secondo edificio che supera il confine e
arriva a San Diego. Questa caratteristica rende lo spazio frenetico: il suono
delle valigie che scorrono sui pavimenti lucidi si mescola al brusio delle
conversazioni in spagnolo, in inglese e in molte altre lingue. All’uscita di
questa torre di Babele, due file raccontano storie diverse: una è diretta verso
gli Stati Uniti ed è frequentata da turisti abbronzati di ritorno da mete
tropicali, coi passaporti rossi stretti in mano; l’altra, quella che porta a
Tijuana, accoglie un mosaico di nazionalità. E qui si vede di tutto, dai
pensionati americani in cerca di medicine a basso costo ai migranti haitiani con
infradito ai piedi e un borsone a tracolla. Superati i controlli sbrigativi, mi
trovo all’esterno dell’aeroporto. Senza uno spiazzo o un parcheggio in cui
fermarsi, si è costretti a sbucare sull’arteria frenetica che collega il
terminal al resto della città. Sono solo le 17.00 ma è già buio e il freddo
penetra le ossa in profondità perché il clima desertico, qui, non ha mezze
misure.
All’età di 78 anni, Madre Albertina ha dedicato oltre cinquant’anni alla vita
religiosa, distinguendosi come una figura di spicco nell’accoglienza. Di statura
bassa e corporatura robusta, il suo viso è incorniciato da una chioma bianca che
racconta una vita di dedizione. Nonostante gli anni, traditi dal passo goffo,
dietro le lenti spesse dei suoi occhiali si cela uno sguardo appassionato e
risoluto, riflesso di una forza interiore inossidabile. Esperta nella gestione
delle migrazioni, ha lavorato instancabilmente con la congregazione degli
Scalabriniani, tracciando un percorso che va dal Brasile all’Honduras, passando
per la Repubblica Dominicana. La sua carriera pluridecennale e l’esperienza
internazionale la consacrano come una veterana nel campo dell’accoglienza e la
portano a essere l’attuale direttrice di un rifugio per donne migranti:
l’Instituto Madre Asunta di Tijuana.
Le sorelle dell’Instituto mi vengono a prendere in macchina per portarmi verso
la mia nuova casa. Durante il tragitto, Albertina, con il suo spagnolo dal
marcato accento brasiliano rompe il silenzio imbarazzato e mi chiede: «Hai già
notato il muro?» La domanda mi lascia interdetta, finché non collego le sue
parole al Muro de la Vergüenza, quella barriera che ci separa dagli Stati Uniti
e che ogni anno vede passare circa mezzo milione di persone. Il muro non
impressiona solo per l’altezza di cinque metri, ma soprattutto per la sua
lunghezza: circa un terzo del confine totale tra Messico e Stati Uniti, lungo
3.145 chilometri. Questa monumentale struttura militare, progettata per
contenere la migrazione illegale, ha avuto un costo enorme. Secondo i dati del
Government Accountability Office (GAO), tra il 1994 e il 2024 il governo ha
speso tra i 30 e i 70 miliardi di dollari.
Istintivamente volto lo sguardo. Lì, nel buio di un tramonto precoce, si erge il
muro, altissimo e colorato di rosso cupo, un monolite che nella sua banale
presenza sfida la realtà. «Lo vedi?», mi dice Albertina dal sedile di fronte,
indicando con la mano lo spazio che si sviluppa oltre il muro. «Per noi, quello
è el otro lado». Non gli Stati Uniti, non San Diego, ma ciò che si trova
dall’altra parte del muro. Perché a Tijuana, tutto si riduce a un muro.
A GLOBAL WAITING ROOM
Per allontanarsi dall’aeroporto in direzione del centro di Tijuana, si costeggia
Colonia Libertad, uno dei quartieri più densamente popolati e problematici
dell’intero stato della Baja California. Come molte periferie latinoamericane,
questo quartiere si sviluppa in verticale, con le case che si arrampicano lungo
le ripide strade dei cerros [colline, ndr]. Da lontano appare come un insieme
armonico di abitazioni colorate, ma attraversandolo ci si ritrova in un caos
urbanistico: edifici in lamiera, campi abitati da galline, fogne a cielo aperto
e strade non asfaltate. In questo labirinto di vie polverose non è raro
incontrare cani randagi o vestiti in vendita appoggiati direttamente sul
pavimento, elementi in netto contrasto con le lucenti macchine sportive che ogni
tanto sfrecciano per le strade e sembrano quasi un miraggio.
> Tijuana è stata fondata poco più di cento anni fa, ma oggi è la sesta area
> metropolitana del paese, grazie alla prossimità agli Stati Uniti e la
> crescente industrializzazione che hanno da sempre attratto un’enorme quantità
> di persone. Infatti, è una città storicamente costruita dai migranti, nata
> come luogo di passaggio verso il confine. Vissuta come spazio transitorio,
> trasmette un costante senso di precarietà, con evidenti segni di
> trascuratezza.
Il centro è un paese dei balocchi fatto di bar, discoteche e bancarelle, mentre
le periferie raccontano un’altra quotidianità. Qui, migranti e residenti vivono
ai margini, in quartieri senza luce e acqua, con case instabili fatte di cartone
e legno. È chiaro che chi resta lo fa più per necessità che per scelta,
aspettando la possibilità di realizzare il proprio American Dream. Generazioni
nate qui vivono sospese in un limbo.
Punto nevralgico di interessi globali, la composizione demografica è in costante
evoluzione. Così, traiettorie impensabili fino a pochi anni fa portano in città
persone da ogni angolo del pianeta. Per questa ragione, molti ricercatori vedono
in Tijuana una cartina di tornasole dei flussi migratori globali.
Lavorando qui incontro Amanda, professoressa di Migration Studies negli Stati
Uniti. Da quasi dieci anni vive tra Washington e Tijuana, dove ha trovato un
affascinante campo di indagine. È originaria delle comunità afrodiscendenti del
Brasile e lei stessa si definisce una migrante: ha lasciato il suo Paese per gli
Stati Uniti, alla ricerca di sicurezza e opportunità. Con un passato
nell’attivismo e nel giornalismo, e un pragmatismo che si riflette nella sua
postura dignitosa e nei ricci compostamente raccolti, Amanda porta uno sguardo
attento su Tijuana, una città che considera un esempio unico. «Il Messico è un
caso molto interessante» dice, picchiettando una bic nera sul tavolo della
cucina. «Per lungo tempo, è stato considerato un sending country, soprattutto
nel contesto degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, però, il paese ha guadagnato
forza e sta attirando un numero crescente di migranti in transito.
In passato, molti migranti provenienti dall’America Centrale usavano il Messico
come semplice paese di passaggio, e il transito era generalmente rapido. Negli
ultimi dieci anni, invece, questo schema è cambiato: oggi osserviamo anche un
crescente movimento migratorio dall’Asia, dall’Africa, dal Medio Oriente e
dall’Europa. I flussi non rispettano più i confini continentali, ma sono
diventati a tutti gli effetti un fenomeno globale.
Io chiamo spesso Tijuana una “sala d’attesa globale”, dove le persone si
ritrovano e aspettano che il loro destino venga deciso».
Foto di Sabrina Aidi
DOMANDA FACILE, RISPOSTA DIFFICILE
L’Instituto Madre Asunta AC è un rifugio di ispirazione religiosa per donne
migranti e i loro figli, fondato a Tijuana nel 1994. Dall’esterno, l’edificio
azzurro chiaro appare consumato dal tempo, con l’insegna che porta i segni di
decenni di polvere e sole scottante. L’interno, invece, nascosto dall’alto
cancello, rivela il suo vero volto solo oltrepassata la soglia: superata la
reception, si apre una comoda sala d’attesa dove tantissimi orsacchiotti
variopinti riempiono il grande divano di camoscio.
Nel corridoio si susseguono l’ufficio della direttrice e dell’assistente
sociale, poi le voci di decine di bambini che giocano e l’odore dell’incontro
delle ricette messicane, cubane, venezuelane pervadono tutti i sensi. In fondo
al corridoio ci sono, i dormitori, i luoghi più intimi, con una decina di letti
a castello per stanza. Nell’altra direzione, invece, si va nel comedor [Mensa,
ndr], dove ogni giorno alle 12.30 e alle 18.30 le famiglie si riuniscono per la
preghiera e il pasto. La religiosità del luogo è rivelata dalle pareti,
punteggiate da immagini sacre e testi di varie preghiere; una di queste,
recitata spesso durante i pasti, esprime gratitudine per ciò che viene offerto.
Le regole sono rigide: giornate scandite, preghiere quotidiane e due messe
settimanali, divieti su abbigliamento e alcol, limitazioni nell’uso del
cellulare. Inoltre, un filtro sull’accoglienza esclude uomini, donne omosessuali
e persone transgender.
Inizialmente, l’obiettivo di questo centro è stato offrire un rifugio
d’emergenza a tutte le persone deportate dagli Stati Uniti, permettendo loro di
fermarsi per qualche giorno in un luogo sicuro per riorganizzare i propri
progetti di vita. Tuttavia, come molti altri rifugi a Tijuana e più in generale
sul confine settentrionale del Messico, ha presto adattato la propria missione
ai tempi. La stessa direttrice, Madre Albertina, mi racconta: «La vera sfida di
questo lavoro è sapere che dovrai cambiare la tua natura, le tue regole, la tua
stella polare. Se cambiano le politiche migratorie, cambi anche tu».
Con l’introduzione di nuove misure da parte degli Stati Uniti, come il piano
Remain in Mexico e il Title 42, la demografia della città ha subito una
trasformazione significativa. Infatti, mentre Remain in Mexico ha portato
migliaia di persone al confine ad attendere asilo umanitario, l’introduzione
nell’epoca del Covid-19 del Title 42 ha reso la deportazione più semplice.
> In questo modo, Tijuana è diventata un centro nevralgico dove chi vuole
> migrare condivide la scena con chi è stato invece espulso dagli USA. Questo ha
> spinto molti centri, come l’Instituto Madre Asunta, a trasformarsi da
> strutture di emergenza a rifugi temporanei. Secondo l’ultimo regolamento del
> centro, le donne con i loro figli possono rimanere non oltre i tre mesi.
> Tuttavia, la realtà ha visto molte di loro prolungare la permanenza fino a
> cinque mesi o più.
Elizabeth è la psicologa infantile del centro, originaria dello Stato di
Sinaloa. Con il viso rotondo e gli occhi a mandorla, ha una incredibile capacità
di trasmettere affetto e calore in qualsiasi momento della giornata. Sempre
circondata da bambini che le cingono le gambe, sceglie abiti colorati e
brillanti, portando un tocco di allegria in ogni stanza che attraversa. Quasi
cinquantenne e madre di tre figli, incarna un senso innato di maternità.
Il suo ufficio, seppur piccolo e un po’ buio, è un rifugio di creatività:
giocattoli, cartelle cliniche e una pila di disegni colorati riempiono lo
spazio. Qui il personale trascorre molte ore pianificando attività per i bambini
del rifugio.
Un giorno, proprio lì, mentre condividiamo racconti sulla nostra terra
d’origine, le chiedo cosa l’abbia spinta a lasciare Sinaloa. Esita per un
secondo. Il silenzio è evidente. Le chiedo allora se sia una domanda difficile.
Con un sorriso affettuoso, ma attraversato da nostalgia, risponde: «No, la
domanda è semplice. Ma la risposta è difficile».
La famiglia di Elizabeth ha vissuto il desplazamiento forzado interno, lo
sfollamento forzato interno.
In Messico, questo fenomeno riguarda persone e comunità costrette a lasciare le
proprie case a causa di disastri climatici o, più spesso, di violenza
strutturale e sistemica. Secondo l’Internal Displacement Monitoring
Centre(IDMC), tra il 2008 e il 2025 il numero di sfollati interni nel Paese ha
raggiunto un totale di 390.000 persone. L’88% riguarda nuclei familiari,
soprattutto nelle comunità indigene. Le donne rappresentano il 57% degli
sfollati, gli uomini il 43%. Gli stati più colpiti sono Michoacán, Chiapas e
Zacatecas, con Michoacán che da solo concentra quasi la metà dei casi.
Nel caso degli sfollamenti legati alla violenza, le forme più frequenti
includono l’uso di armi da fuoco, la presenza di gruppi armati, la distruzione
di proprietà, minacce, saccheggi e omicidi.
In un contesto in cui questo fenomeno è così diffuso, non sorprende che anche la
famiglia di Elizabeth ne abbia fatto esperienza. Sinaloa, il suo stato
d’origine, è l’epicentro di uno dei cartelli più potenti del Messico, con
operazioni che si estendono oltre i confini nazionali.
Elizabeth, con la voce rotta e le lacrime agli occhi, mi racconta: «Ricordo mia
madre svegliarsi presto, come sempre, perché nelle campagne ci si alza all’alba.
Quella mattina, aveva notato un via vai incessante di auto di fronte alla nostra
casa. Non si era accorta degli spari, iniziati alle quattro. Ma quando si era
resa conto del trambusto, è andata a trovare uno zio che le ha raccontato
l’intera vicenda. Erano stati avvertiti che a mezzogiorno nessuno doveva
trovarsi nel ranch. La minaccia era scritta con del sangue ed era già stata
uccisa una donna, suo marito e suo figlio. La città cadde in una psicosi
generale. In quel momento, le persone hanno cominciato a caricare le loro cose
più preziose nelle auto.
Quando mia madre si era resa conto della gravità della situazione, è tornata a
casa. Mio padre non c’era; era in città. Chiedendosi cosa fare e con chi andare,
mentre molte auto già partivano, alla fine, ha preso la sua borsa e vi ha
infilato dentro le cose più importanti. È andata dallo zio e insieme sono
fuggiti, seguendo il gruppo di auto in carovana. Alle 10:11 del mattino, il
ranch era rimasto deserto. Le persone rimaste sole nel ranch non avevano un’auto
per fuggire, così hanno iniziato a camminare. Hanno camminato per giorni,
nascondendosi tra le colline, perché subito dopo la partenza della carovana sono
arrivati i sicari del crimine organizzato. Chi è rimasto nel ranch si è trovato
faccia a faccia con uomini armati. Non c’erano più vicini, solo auto che
sfrecciavano e spari ovunque».
Gli effetti di questo fenomeno sulle comunità sono devastanti perché, come
continua Elizabeth con un filo di voce, sfregando nervosamente le mani: «Anche
se le famiglie hanno trovato nuove forme di vita in altri luoghi, questo non
significa che non siano private di tutto ciò che avevano. Oltraggiati è la
parola giusta. Le cose materiali possono andare e venire, ma la loro stabilità
emotiva è perduta per sempre. Quando ti tolgono ciò che ami di più — il tuo
lavoro, la tua stabilità — inizi a decadere. I miei nonni sono morti aspettando
di tornare al loro ranch, desiderando con tutto il cuore quel ritorno. Si sono
ammalati, ma anche nonostante le cure, la loro salute fisica non contava più.
Era la salute emotiva a mancare e questo è il danno più grande per uno sfollato
o un migrante.
Io questo non lo dico alle persone del centro, ma — purtroppo — nulla torna
uguale a prima: anche il cibo non ha più lo stesso sapore».
Manifestazione per l’8 Marzoi.
LA GUERRA INVISIBILE
Tutto questo accadeva nel 2012, ultimo anno del mandato del presidente Felipe
Calderón Hinojosa, ricordato per l’Iniziativa Mérida sottoscritta nel 2007 con
l’allora presidente statunitense George W. Bush. L’accordo prevedeva che gli
Stati Uniti fornissero risorse economiche per combattere i cartelli in Messico e
delineava quattro punti programmatici per i due paesi: incidere sulla capacità
organizzativa del crimine organizzato, istituzionalizzare la capacità di
mantenere lo stato di diritto, rafforzare i confini e costruire comunità forti e
resilienti.
Nonostante questa ampia progettualità, gran parte dei fondi è stata destinata
alla lotta armata contro il narcotraffico, concentrandosi sulla cattura dei
leader dei cartelli e sul sequestro della droga. Messico e Stati Uniti,
tuttavia, hanno in larga parte trascurato il tema dell’impunità e della
corruzione all’interno delle istituzioni, intervenendo soprattutto a livello
federale e lasciando sullo sfondo le necessità dei contesti locali.
Paradossalmente, questo approccio ha rafforzato i cartelli, aumentando il numero
e la violenza, e alimentando sanguinosi scontri per il controllo del territorio.
Una fonte anonima, che ha scelto di rimanere tale per ragioni di sicurezza,
afferma: «Non esiste una cosa come la guerra contro il narcotraffico. Perché il
narcotraffico sono tutti loro: in Messico il narco è un affare dell’esercito e
lo è sempre stato. Non esiste una divisione netta tra governo da una parte e
cartelli dall’altra: il Messico è un narco-stato.
> Ai tempi di Calderón c’era solo El Chapo [Joaquín Guzmán, a capo del cartello
> di Sinaloa, ndr]. Ma con la strategia di decapitare i leader dei cartelli,
> ogni volta che se ne eliminava uno ne emergevano sette, perché altri volevano
> prendere il controllo. Così sono nati più cartelli, sempre più violenti.
Venti anni dopo, siamo arrivati a questo: spari e sirene fanno parte del
paesaggio sonoro di Tijuana e di gran parte del Messico. Eppure pochi
riconoscono che siamo in guerra civile».
Nel 2006 c’erano sei cartelli di grande potenza distribuiti sul territorio,
mentre, oggi, secondo il report di AC Consultores, il Messico ne conta oltre
175. Questa frammentazione, oltre a generare più violenza, crea maggiori
problemi per il governo, perché le organizzazioni più piccole sono meno visibili
e si diffondono molto più in fretta sul territorio. Secondo alcuni esperti, come
il giornalista francese Frédéric Saliba, questo fenomeno è descrivibile come
l’effetto scarafaggio: proprio come lo scarafaggio si sposta dalla cucina in cui
si trova per non essere scoperto una volta accesa la luce, così le reti
criminali si spostano in città, stati o regioni vicini alla ricerca di rifugi
più sicuri con autorità statali più deboli.
Sempre secondo il report, nel 2024 l’81% del territorio è stato teatro di guerre
sanguinarie tra gruppi criminali e 108 milioni di abitanti sono oggi a rischio
per il crimine organizzato.
Casi come quello di Elizabeth, in cui intere comunità vengono sfollate, quindi,
non sono rari. Anzi. Nel 2021, Tijuana ha accolto 15.000 persone in una
settimana quando tre comunità vicine, provenienti dal Michoacán, sono state
simultaneamente sfollate.
Le cause dietro questi attacchi sono diverse. Nel caso del ranch della famiglia
di Elizabeth, l’obiettivo era trasformare i campi in piantagioni di marijuana
per alimentare il commercio su quel territorio, almeno fino a quando non fossero
stati individuati dalle forze dell’ordine. Esaurito lo sfruttamento, i terreni
vengono spesso abbandonati. Il Messico è oggi costellato di città fantasma: dopo
lo sfollamento, infatti, nessuno ha il coraggio di tornare.
Questi eventi, pur essendo degli evidenti segnali di una crisi umanitaria, non
sono i più diffusi. Al contrario, la vera emergenza che sta attraversando il
Paese è quella degli sfollamenti di natura privata. Spinti da motivazioni
diverse — la protezione dei figli dal reclutamento forzato del narcotraffico,
l’impossibilità di pagare il pizzo o la fuga dalla violenza domestica — questi
movimenti sono frammentati, quasi invisibili nelle statistiche nazionali.
«¡VIVAS NOS QUEREMOS!»
L’8 marzo a Tijuana è un’esplosione di verde, viola e nero con striscioni e
pañuelos che riempiono le strade. Il corteo è caotico e rumoroso: urla di
dolore, musica vivace e giovani con passamontagna nero scrivono sui muri scritte
come: aborto libero e sicuro subito!
Ogni volto racconta storie uniche di dolore e di resistenza. C’è chi passeggia
con un cartello, chi tinge il suo volto con due mani impresse dalla vernice
rossa e chi sventola una bandiera messicana, sulla quale il rosso simboleggiante
il sangue versato dagli eroi nazionali è sostituito dal viola, rivendicazione di
un Messico femminista. L’atmosfera è carica di calore e solidarietà mentre le
donne, unite, occupano le strade del centro rispondendo ai clacson impazienti
con sorrisi e pugni alzati.
La rabbia è tangibile e in quel momento tutte le presenti partecipano insieme
all’esperienza di lotta e dolore delle loro compagne. Mentre cori come «Viva se
la llevaron, viva la queremos» (Viva l’hanno portata via, viva la rivogliamo)
riempiono l’aria, molte ragazze piangono e si stringono nel dolore.
Quelle parole non sono solo rivendicazioni urlate al vento, ma testimonianze
pulsanti di traumi e ingiustizie vissuti. Tra le manifestanti, alcune
brandiscono martelli e mazze, spazzando via vetrine nelle vie centrali. E,
mentre una folla riempie sempre più densamente la piazza del municipio, vedo
un’adolescente accasciata per terra a singhiozzare. Sola, porta con sé un
cartellone viola su cui c’è una foto in bianco e nero di una ragazza con lunghi
capelli neri e occhi sorridenti. Sopra la foto una scritta: «Justicia Por
Marìa».
Su un lato del municipio si erge il monumento ai caduti, sobrio e semplice, con
stemmi degli eroi di guerra sovrastati dalla scritta «Aquí empieza la patria,»
(Qui inizia la patria). L’aria densa di fumogeni accesi rende l’atmosfera
solenne. Un gruppo di manifestanti si avvicina al muro spingendo un cordone di
poliziotte a schierarsi in difesa del monumento.
Tra loro ci sono donne di tutte le età, impossibilitate a manifestare ma, che in
segno di solidarietà, portano una rosa rossa infilata nel giubbotto
antiproiettile. Un breve momento di tensione: le poliziotte respingono le
ragazze, cercando di mantenere il perimetro del muro; le manifestanti restano
salde, fisse nelle loro posizioni. Le voci si alzano, i cori diventano più
insistenti, e i cartelloni vengono sollevati con orgoglio.
In quel momento, qualcosa si spezza.
> Alcune poliziotte cominciano ad asciugarsi le lacrime, stringendo più forte la
> mano delle compagne. Un semplice sguardo basta a trasformare i due gruppi in
> un’unica presenza, consapevoli di condividere la stessa storia e lo stesso
> desiderio di cambiamento.
Gli schieramenti si dissolvono in abbracci, parole sussurrate, sorrisi. Una
giovane si avvicina e disegna il simbolo transfemminista sulle mani delle
poliziotte: un gesto che sigilla una nuova forma di solidarietà. Tutte sono
donne. E tutte si vogliono vive.
D’altronde il Messico sta affrontando una grave crisi di violenza di genere:
secondo i dati ufficiali del Governo Messicano, l’86% del territorio è sotto
allerta per femminicidio e sparizione forzata di donne e bambine. La maggior
parte delle donne dichiara di aver vissuto almeno un episodio di violenza nel
corso della propria vita. Le forme più diffuse sono quella psicologica e quella
sessuale, che insieme rappresentano la quota principale dei casi, seguite da
violenza fisica ed economica. Si tratta spesso di episodi che avvengono in
contesti relazionali e comunitari, segno di una violenza che si radica
all’interno dei legami più intimi.
I dati della Segreteria della Sicurezza Pubblica (SESNSP) restituiscono un
quadro ancora più allarmante: nel Paese si registrano circa 11 femminicidi al
giorno, per un totale di 4.817 donne uccise tra il 2018 e il 2023. A questi si
aggiungono, tra il 2020 e il 2021, 416 vittime di sequestro e 957 casi di
tratta, insieme a 21.188 denunce per stupro.
Sarahi, 25 anni, è la psicologa generale presso l’Instituto Madre Asunta e si
dedica al supporto della popolazione femminile migrante. Di corporatura esile,
con lunghi capelli neri e un viso che mette in risalto occhi scuri e profondi,
lavora nel campo da oltre due anni. Attraverso la sua esperienza personale, ha
scoperto che mantenere una prospettiva di genere è essenziale per comprendere
appieno il fenomeno migratorio in Messico.
Infatti, le ragioni dietro alla migrazione si intersecano e, come mi racconta
una mattina: «All’inizio pensi che arriveranno per via della migrazione forzata,
ma quando ti addentri nella loro storia, la maggioranza ha vissuto casi di
violenza domestica, sessuale, economica e quella delle autorità. L’abuso da
parte delle autorità, mi spiega, si manifesta quando le donne denunciano
violenze domestiche e si vedono negare giustizia, mentre viene loro consigliato
soltanto di allontanarsi da casa. Abbandonate, si scoprono prive di sostegno, e
sono costrette a migrare come unica via d’uscita.
Nel suo racconto, Sarahi esplora come la rete di violenze sia profondamente
radicata nei modelli familiari tradizionali. Mentre gli uomini non partecipano
all’educazione dei figli, la comunità giudica duramente le donne che non
incarnano l’ideale di brava madre, escludendole e discriminandole.
Con un tono sempre più acceso, Sarahi interrompe spesso il suo discorso,
soffocata dall’emozione: «Quando raccontano la loro storia, capisci a quanta
violenza sono sopravvissute già dentro casa e come ciò impedisca loro di
instaurare relazioni sane. Infatti, queste donne normalizzano la violenza,
arrivando a credere di meritarla. Raccontano che, se picchiate, è perché non
hanno preparato da mangiare o hanno rifiutato di assecondare il partner a letto.
Indagando ancora, scopri che persino la loro infanzia è stata segnata dalla
violenza. In casi di stupro o abuso, la madre spesso le invita a tacere. Così,
si svela una storia familiare dove la violenza è un’eredità dolorosa, trasmessa
di generazione in generazione.»
Foto di Sabrina Aidi
DONNE IN MOVIMENTO
Negli ultimi anni, però, la struttura della famiglia in Messico è cambiata:
secondo i dati del censimento della popolazione messicana (2020), in un decennio
il numero delle famiglie senza una figura paterna è aumentato del 65%.
Il padre, infatti, reclutato dal narcotraffico o spinto a migrare in cerca di
opportunità lavorative, esce di scena. Con queste nuove responsabilità, non è
raro che le donne, in quanto capofamiglia, scelgano di intraprendere il viaggio
a loro volta. Però, ciò che distingue la migrazione femminile da quella maschile
è la dimensione dei progetti: mentre storicamente gli uomini intraprendono
progetti individuali, le donne, in quanto madri, restano fedeli ai loro ruoli
sociali anche nel processo migratorio, assumendo con sé la responsabilità del
nucleo familiare.
Con questo fardello di aspettative e doveri, nel contesto di una violenza
radicata nella società a tutti i suoi livelli, in viaggio queste donne devono
fronteggiare diverse situazioni di vulnerabilità che le espongono ulteriormente.
Attraverso il Paese, molte si trovano a vivere violenze sessuali, sequestri e
abusi di potere. Fenomeni che impongono loro scelte difficili e dolorose.
Tra le strategie di protezione più frequenti c’è l’uso di contraccettivi
preventivi: la cosiddetta Vacuna Mexico [Vaccino Messico, ndr], un’iniezione
anticoncezionale che molte donne iniziano a somministrarsi mesi prima del
viaggio, anticipando possibili abusi sessuali per evitare gravidanze
indesiderate. Allo stesso modo, alcune portano con sé grandi quantità di pillole
del giorno dopo. Oltre alla protezione dalla violenza sessuale, alcune donne
cercano sicurezza in un senso più ampio, trovando un marito per il viaggio: uno
sconosciuto che, in cambio di favori sessuali, si finge loro compagno per
l’intero tragitto, evitando spesso situazioni di rischio. Queste strategie
evidenziano quanto sia più complesso e pericoloso per una donna affrontare la
migrazione rispetto a un uomo. E purtroppo, le sofferenze non cessano nemmeno
una volta arrivate al confine.
Arrivare a Tijuana senza soldi, punti di riferimento e spesso senza documenti
espone molte donne a una condizione di estrema precarietà, aprendo la strada a
povertà e sfruttamento sessuale.
M. e T., due ospiti del centro Madre Asunta, sono messicane fuggite dalla
violenza nei loro stati d’origine, rispettivamente Zacatecas e Morelos. Le loro
storie si somigliano a quelle di molte altre. M., per esempio, è arrivata in
città con le sue tre figlie per sfuggire a un gruppo criminale locale, subendo
furti lungo il tragitto e arrivando senza denaro. Dopo oltre cinque mesi
all’Instituto Madre Asunta, in attesa di poter attraversare legalmente il
confine, ha affittato una casa insieme all’amica T. per dare rifugio a sé
stessa, alle cinque figlie e alla madre di T.
Trovare un’abitazione è difficile, soprattutto per la popolazione migrante, e la
casa ottenuta a caro prezzo in periferia è in condizioni pessime: priva di vetri
nelle finestre, con la porta rotta e le pareti ammuffite, è divisa da una tenda
in uno spazio unico dove le famiglie dormono su tre materassi accostati.
M., donna corpulenta dai capelli liscissimi e biondi, si muove nello spazio
della casa con difficoltà e, scaldando una dozzina di tortillas di mais, mi
racconta che per lei è fondamentale poter arrivare negli Stati Uniti. Lei ha già
vissuto a Chicago, dove ha dato alla luce altri due figli, ormai adulti che la
aspettano lì. Dopo essere stata deportata, non li ha più rivisti e, visibilmente
emozionata, mi rivela che loro non hanno mai conosciuto la più piccola della
famiglia, nata otto anni prima a Zacatecas. Con l’idea di una famiglia riunita
fissa nella mente, per lei Tijuana è diventata una prigione a cielo aperto.
Case fatiscenti e sfruttamento della vulnerabilità delle donne sono all’ordine
del giorno a Tijuana, dove in molti guadagnano sul business dei migranti. Il
mercato del lavoro, coerentemente con questa idea, non offre scelte più sicure.
È frequente che predatori sessuali e trafficanti ingannino le migranti con
promesse di lavoro che si rivelano trappole per traffico di esseri umani o
prostituzione.
Le donne centroamericane sono più esposte ad abusi di potere e sequestri; quelle
messicane, invece, pur non essendo riconosciute come migranti, non trovano
protezione nemmeno nel proprio Paese, dove possono essere rintracciate da sicari
e infiltrati. In Messico, nessuna donna è al sicuro.
UN FORTINO IN CENTRO CITTÀ
La Garita Internacional de San Ysidro è il punto di confine più trafficato al
mondo: oltre 30 milioni di attraversamenti ogni anno. Qui, dove le strade
caotiche di Tijuana sfociano nel limite con gli Stati Uniti, il confine non è
solo una linea, ma un’esplosione di rumori, odori e colori che invadono i sensi.
Il luogo è affollato e non lascia libero nemmeno un centimetro di asfalto: chi
vende o affigge bandiere del Messico e degli Stati Uniti, chi ha un banchetto in
cui vende bevande tipiche e patatine, chi cerca di guadagnare qualche moneta
suonando chitarre e tromboni nei finestrini delle macchine in attesa. La
vicinanza agli Stati Uniti rende l’aria densa e caotica, perché il confine è un
magnete per interessi di tutti i tipi. Tijuana è la città dell’eccedenza e dei
contrasti: qui ricchezza e povertà convivono mentre libertà e schiavitù si
confondono. Esattamente a metà tra un Messico povero ma orgoglioso, e l’American
Dream più sfacciato.
Questo tipo di contrasti, negli anni, hanno portato alla nascita di diverse aree
grigie in cui legalità e illegalità sono così tanto sfumate da creare un
ecosistema unico nel suo genere. Un esempio è la Zona Norte, chiamata anche la
“zona rossa” della città: qui la giurisdizione è sospesa e l’unica forza che
conta è quella del narcotraffico.
Come suggerisce il nome, questa è la zona di tolleranza per la prostituzione: un
quartiere vicino al centro, dove, non appena cala il buio, le strade brillano di
luci rosse, la musica si mescola in un unico rumore ovattato e gli angoli più
bui sono occupati da chi fuma crack o giace sull’asfalto, sospeso tra la vita e
la morte.
> Il quartiere si anima di donne in tacchi a spillo e gonne corte, che con
> sguardi ammiccanti cercano il prossimo cliente. Sebbene Tijuana non legalizzi
> la prostituzione, rilascia permessi per esercitarla. Secondo l’ufficio
> sanitario della città, negli ultimi quattro anni, il numero delle sex servers
> registrate è quasi raddoppiato: da 5.500 permessi nel 2018, a 10.774 nel 2023.
> Ma molte di queste donne sono costrette al lavoro sessuale dalle bande
> criminali che controllano il territorio. Sempre l’ufficio sanitario stima che
> circa 30.000 donne lavorino senza permesso e che una su quattro sia stata
> costretta a farlo sin da bambina.
La presenza del Cartello cristallizza alcune dinamiche. Per anni, Tijuana è
stata considerata la città più pericolosa del mondo. Nel 2024, si colloca al
sesto posto nella lista delle città con il più alto tasso di omicidi, con 1.844
crimini registrati in un solo anno.
In risposta a questa realtà violenta e precaria, la società civile ha creato
spazi di solidarietà, come cliniche, centri di prevenzione e oltre quaranta
rifugi per migranti. Di questi, solo due sono specializzati nell’accoglienza di
donne migranti con bambini e adolescenti: l’Istituto Madre Asunta e il
Borderline Crisis Centre, un rifugio laico e femminista.
Judith, la direttrice del Borderline, mi spiega che oggi le donne costituiscono
una parte significativa della popolazione migrante e che senza una prospettiva
di genere, non si riconosce come la violenza patriarcale sia alla radice della
loro partenza e dei rischi affrontati durante il viaggio: «Le donne in mobilità
affrontano le stesse violenze patriarcali e strutturali che tutte noi viviamo,
ma con il peso dello sradicamento culturale e quindi con una vulnerabilità
maggiore. Se non si adotta una prospettiva intersezionale, tutto questo passa
inosservato.»
Quando cammina tra le tende del rifugio, Judith è una figura rassicurante e
rispettata: i bambini abbassano la voce al suo passaggio, mentre alcune mamme le
sorridono, appoggiando una mano sulla spalla. Il suo stile, il tono di voce
rauco e l’energia instancabile raccontano di una vita di sfide e di dubbi. Mi
confida che si è avvicinata al femminismo tardi, perché non le piaceva pensare
alle donne come vulnerabili, ma ha poi capito che essere femminista era qualcosa
di più. I suoi capelli nerissimi, tagliati in modo irregolare e il rossetto
rosso tradiscono un’anima punk, mentre la maglietta con il nome del rifugio la
riconduce alla sua autorità. Solare e sicura, mi racconta di come il momento più
buio della sua vita l’abbia portata proprio qui, a questo centro d’accoglienza.
Il Borderline Crisis Centre è stato fondato nel 2015 come centro comunitario,
offrendo informazioni, accesso al telefono e a Internet per le persone
deportate, affinché potessero mettersi in contatto con le proprie famiglie.
Tuttavia, con l’arrivo della prima amministrazione Trump e il piano Remain in
Mexico, i flussi migratori sono cambiati. Anche questo centro è diventato
rifugio temporaneo e nel 2020 Judith è entrata nella gestione.
A quel punto, lo spazio è stato trasformato in un rifugio esclusivamente per
donne e bambini. Era necessario creare un luogo sicuro, lontano dall’influenza
di visioni religiose che, secondo Judith, perpetuano meccanismi di oppressione e
discriminazione. Dopo tre anni di attività il centro è cresciuto, ma ha
mantenuto una gestione comunitaria, con le stesse donne migranti che, con le
loro famiglie, sono diventate le vere protagoniste dello spazio.
Il rifugio si trova nella Zona Norte, tra la centralissima Avenida Revolución e
il confine con gli Stati Uniti. Lavorare qui non è facile, ma ha i suoi
vantaggi: «Abbiamo una posizione strategica, vicina al confine, a pochi passi.
Molte donne vanno al confine, pensando di poter chiedere asilo ma, respinte,
tornano indietro e, senza sapere dove andare, ci trovano.
In realtà non è la prima sede: la prima è stata distrutta in un incendio
provocato da un attacco del crimine organizzato. Questa è una zona ad alta
tensione: narcotraffico, traffico di esseri umani, sfruttamento sessuale… e
dipendenza da droghe. Le persone respinte al confine, spesso, si trovano in un
vero e proprio campo quantico in cui diventa più facile comprare 50 pesos di
metanfetamine che riuscire a mangiare tre pasti al giorno.
In aggiunta, qui la polizia municipale approfitta della situazione perché per
loro è come pescare pesci in un barile. Ci sono molte persone senza documenti,
che la polizia deruba, aggredisce o a cui estorce denaro».
Per la sua posizione e la sua struttura, il rifugio ricorda un fortino nel cuore
della città. Un edificio abbandonato e decadente, protetto come un baluardo
contro i pericoli esterni. Ma la realtà è che lavorare con la migrazione a
Tijuana è pericoloso per tutti e le minacce sono sempre dietro l’angolo.
Nessuna delle donne che ho incontrato ha scelto consapevolmente questo mondo;
tutte ci si sono ritrovate dentro, come un uragano che travolge tutto e dal
quale fuggire non ha senso.
Foto di Sabrina Aidi
LA PAURA È QUESTIONE DI PRIVILEGIO
Maricruz, l’assistente sociale dell’Instituto Madre Asunta, mi racconta una
storia molto simile. È bassa, con lunghi capelli neri che spesso si pettina
mentre legge i documenti in ufficio. Ha un viso paffuto e parla in fretta, con
accento meridionale e umorismo pungente. Molte volte dice, ridendo amaramente
che, cresciuta in una famiglia di ingegneri, avrebbe forse preferito fare quel
lavoro. Come dice lei: «Sicuramente è più facile riparare una macchina rotta che
cercare di rimettere in sesto una persona che è stata distrutta dal giorno in
cui è nata».
Maricruz viene dallo Stato di Veracruz, e prima di arrivare a Tijuana lottava
per la giustizia climatica. Nel 2015, è stata costretta a fuggire dalla sua
terra, sfollata a causa del narcotraffico che chiedeva il pizzo alla sua
famiglia, produttrice di canna da zucchero. Quando è arrivata a Tijuana, non
voleva lavorare con i migranti: i casi delle donne in mobilità le ricordano
troppo la sua storia.
Con lo sguardo spento e un pallore che la rende quasi irriconoscibile, mi dice:
«Essere sfollato è terribile. È una trasformazione radicale: perdi tutto — la
tua casa, la tua cultura, la tua sicurezza. Quando te lo racconto come persona
che l’ha vissuto, è doloroso; ma come professionista lo è ancora di più. Perché
non hai alcun riferimento giuridico.
Fino al 2019 il governo messicano non ha nemmeno riconosciuto questa condizione.
E ancora oggi, il presidente [l’ex-presidente Andrés Manuel López Obrador, ndr]
fatica a rendere pubblici i dati sulle violenze.
Non sei nemmeno riconosciuto come migrante, perché non attraversi un confine
internazionale. Guarda il caso delle donne di questo centro: vivono già in
contesti violenti, ma quando si sommano la violenza del crimine organizzato e
l’assenza di riconoscimento e protezione legale, il risultato può essere
fatale.»
Maricruz ricorda un evento che ha segnato la sua vita.
Nel giugno del 2020, al rifugio era arrivata una donna che fuggiva con i suoi
cinque figli da una condizione di violenza familiare. La famiglia aveva lasciato
gli Stati Uniti — dove i bambini erano nati — per sottrarsi a un mandato di
arresto a carico del marito, coinvolto con bande locali.
Dopo essersi rifugiati nello stato di Michoacán, la situazione è peggiorata:
l’uomo si era avvicinato alla criminalità organizzata, arrivando rapidamente a
ricoprire un ruolo di comando. Quello che era già un matrimonio segnato dalla
violenza si è trasformato rapidamente in uno scenario ancora più pericoloso,
alimentato dal potere crescente del marito e dal suo abuso di droghe.
Come sottolinea Maricruz: «Uno non diventa leader dall’oggi al domani. Non
possiamo sapere cosa ha dovuto fare quest’uomo per guadagnarsi quel posto,
quante persone ha dovuto ammazzare. Senza dubbio ha fatto qualcosa di orribile».
La donna, infatti, temendo per la propria vita, ha deciso di fuggire con i suoi
figli a Tijuana.
Sono passate poche settimane dal suo arrivo al centro Madre Asunta quando,
durante la campagna di vaccinazione contro il Covid-19, la donna è stata
rintracciata. Non era chiaro se si trattasse di un caso o se ci fossero donne
infiltrate all’interno del rifugio.
Ciò che era evidente, però, è che sono iniziati ad arrivare messaggi minacciosi
dal marito, che sosteneva di averla localizzata a Tijuana. Nei messaggi
comparivano dettagli precisi: la donna, infatti, ogni giorno alle 18 si occupava
della distribuzione del pane ai senzatetto che si radunano intorno al rifugio.
Maricruz racconta: «Poi arriva quel messaggio: “So che sei al Madre Asunta, so
che alle sei dai il pane, e se non esci con le buone, entro con le cattive.” In
quel momento ho avuto paura, una paura così forte che avrei voluto prendere le
mie cose e andarmene. Credo che il mio volto sia cambiato. Lei mi ha guardata,
chiedendo: “Sa già dove sono, vero?” A quel punto, mantenere la lucidità è
diventato essenziale.
Ovviamente, è una paura che ti paralizza. Una situazione orribile. In quel
periodo avevamo il supporto di un ufficiale di sicurezza pubblica, incaricato di
visitare i vari centri di accoglienza. Quando c’erano situazioni di rischio come
questo, lui interveniva, portando le donne in un luogo più sicuro. Abbiamo
parlato con lui e ha deciso di trasferirla al Centro Integrativo per Migranti
Carmen Serdán, un luogo militarizzato custodito dalla polizia federale. Un
rifugio ad alta sicurezza».
L’operazione di trasferimento fu delicata: un furgone senza segnaletica,
scortato da due auto della polizia, ha trasportato la donna e i suoi cinque
bambini. Un mese dopo, hanno attraversato il confine, trovando finalmente un
luogo sicuro dove il marito non avrebbe potuto raggiungerli. In questo caso,
passare il confine in tempo ha salvato la vita a sei persone.
La paura permea ogni istante della vita e del lavoro in un rifugio per migranti.
Paura, perché non si ha a che fare solo con i migranti, ma con un intero sistema
di violenza e corruzione. Dopo aver raccontato la vicenda di questa donna,
Maricruz sorride: «Una volta sono venuti a intervistarmi dalla CNN per un
servizio sulla situazione migratoria qui. A un certo punto, una delle
giornaliste mi ha chiesto se nel mio lavoro ho mai avuto paura. Non potevano
farmi una domanda più stupida: certo che ho paura!
Ogni giorno, quando mi sveglio e vengo al lavoro, mi chiedo cosa ci faccio
ancora qui. Con la mia istruzione e le mie esperienze, potrei trovare qualcosa
di più sicuro, posizioni che non mi espongono a pericoli. Eppure, alla fine, mi
ritrovo sempre qui. Forse perché non voglio lasciare queste donne da sole. O
forse, perché in fondo, non ho mai smesso di essere una migrante».
Mentre mi dice questo, il suo sguardo fiero è tradito dalle mani che si
stringono nervosamente. La mente mi torna a quell’8 marzo, quando ho visto per
la prima volta un cartello che non sono più riuscita a dimenticare: «Anche la
paura è una questione di privilegio».
foto di sabrina aidi
MIRANDO AL OTRO LADO
Anche se siamo alla fine di marzo e la temperatura non è calda, diverse famiglie
si avventurano a bagnarsi i piedi nella gelida acqua dell’Oceano Pacifico. Le
onde sono alte e frequenti e, sollevando la sabbia sul fondo, dipingono l’acqua
di un verde opaco. Basterebbe percorrere 30 km lungo la costa per trovare acque
cristalline, ma qui sotto al muro di Tijuana, l’acqua è torbida, sporca,
inquieta. Come se riflettesse l’energia di questo spazio, eternamente diviso.
Nonostante l’apparente normalità della giornata, è impossibile ignorare il muro
che separa l’Otro Lado. La salsedine mi riempie le narici mentre osservo un
pescatore fermo, che guarda l’orizzonte. Tra la foschia tipica di queste
spiagge, si intravedono i grattacieli della downtown di San Diego.
Il muro lascia delle fessure che permettono di sbirciare dall’altra parte, ma la
sua altezza, progettata per impedire qualsiasi attraversamento, rende
impossibile scavalcarlo. Ma non è sempre stato così.
Fino al 1994, il confine è stato particolarmente poroso e non era raro vedere
famiglie divise tra i due paesi incontrarsi sulla spiaggia per scambiarsi cibo,
regali e, talvolta, fedi nuziali.
Oggi, invece, il muro si è alzato e rinforzato, rendendo gli Stati Uniti non
solo separati, ma quasi inaccessibili. Una fortificazione crescente, incarnata
dal muro secondario che, come uno specchio, replica il primo a circa nove metri
di distanza. Lo spazio tra le due barriere è una terra di nessuno. A rompere il
silenzio c’è soltanto il rumore degli stivali dei soldati che pattugliano
l’area.
Negli anni, gli Stati Uniti hanno tentato in diversi modi di regolare gli
ingressi irregolari nel Paese, cercando di dissuadere i migranti
dall’attraversare il confine e dal presentare domanda di asilo. Negli ultimi
anni, però, queste misure sono cambiate freneticamente e, dal 2016 in poi,
nessuna amministrazione è riuscita a individuare una soluzione stabile per la
gestione dei flussi migratori su questo confine.
Nel gennaio 2019, durante la prima amministrazione Trump, è stato introdotto il
Migrant Protection Protocols (MPP), noto anche come “Remain in Mexico”. Il
programma stabiliva che i richiedenti asilo dovessero attendere in territorio
messicano l’esito della propria domanda, anziché entrare negli Stati Uniti
durante la procedura.
Nel marzo 2020 è arrivato poi il Title 42, una misura giustificata
dall’emergenza sanitaria legata al Covid-19. Basandosi su una legge di salute
pubblica, il provvedimento consentiva alle autorità statunitensi di respingere
migranti e richiedenti asilo senza esaminare le loro domande.
Al di là delle motivazioni ufficiali, queste misure — unite a procedure spesso
ambigue e alla mancanza di risorse e formazione adeguate — hanno avuto
l’obiettivo di contenere i migranti nelle città di confine messicane e
accelerare le deportazioni di chi si trovava irregolarmente negli Stati Uniti.
Il fine era anche politico: mantenere più basso il numero di migranti presenti
sul territorio nazionale, una statistica spesso utilizzata dalle amministrazioni
per rivendicare l’efficacia delle proprie politiche migratorie.
Con Biden, gli obiettivi delle politiche migratorie sono cambiati radicalmente.
L’intento non era più soltanto di contenere gli arrivi, ma di ridurre la
pressione ai confini attraverso un sistema che permettesse ai migranti di
pianificare il proprio ingresso negli Stati Uniti. Per farlo, è stata introdotta
la possibilità di fissare un appuntamento con le autorità di frontiera tramite
un’applicazione, CBP One, avviando la procedura di richiesta d’asilo prima
ancora di raggiungere il confine.
Fin dall’inizio, però, il sistema mostrava diversi limiti. Molti migranti non
disponevano di uno smartphone, di una connessione internet stabile o delle
competenze necessarie per utilizzare l’applicazione. Inoltre, il servizio era
disponibile soltanto in inglese e spagnolo, escludendo di fatto tutti coloro che
parlano creolo haitiano o lingue indigene.
Nonostante queste criticità, per un periodo il sistema ha funzionato e gli
appuntamenti venivano assegnati con relativa facilità. Poi qualcosa è cambiato.
I tempi di attesa si sono allungati progressivamente, fino a raggiungere cinque
o sei mesi.
A pagare il prezzo più alto sono state soprattutto le donne messicane.
Operatrici, migranti e religiose con cui mi sono confrontata concordavano tutte
su un punto: tra tutte le nazionalità presenti a Tijuana, le messicane sono
quelle che hanno incontrato le maggiori difficoltà a ottenere un appuntamento.
Secondo alcune testimonianze, in alcuni periodi solo una donna messicana su
cento riusciva a ottenere un appuntamento.
Come evidenziato dalla denuncia presentata contro CBPOne da parte di Access Now
e della Cyberlaw Clinic della Harvard Law School, la mancanza di trasparenza sui
dati relativi all’asilo rende difficile ottenere informazioni chiare
sull’accesso legale delle migranti messicane negli Stati Uniti. Solo alla fine
di settembre 2024, l’agenzia statunitense Customs and Border Protection (CBP) ha
finalmente reso pubbliche 2.912 pagine di documentazione. Tra i dati rilasciati,
due sono particolarmente rilevanti.
> Innanzitutto, i messicani sono il gruppo più numeroso di migranti negli Stati
> Uniti. Tuttavia, i dati contenuti nel report Asylum Decision Rates by
> Nationality 2023 rivelano una realtà preoccupante: su un totale di 19.458
> richieste di asilo presentate da cittadini messicani, solo il 4% ha ricevuto
> esito positivo. Al contrario, il 16% è stato respinto, e ben l’80% delle
> richieste è stato archiviato sotto la voce “altro”, creando un gigantesco
> punto interrogativo su questi casi.
Nel frattempo, la violenza in Messico continua ad aumentare, costringendo sempre
più persone a cercare asilo al confine. Secondo i dati di CBP One, tra il 2021 e
il 2024 sono stati registrati oltre 2 milioni di encounters (incontri), ovvero
persone che si consegnano volontariamente alle autorità di frontiera senza
documenti, in attesa che la loro richiesta di asilo venga processata, mentre
sono trattenuti in strutture di detenzione su territorio statunitense. Di
questi, ben 680.700 sono migranti messicani, la categoria più numerosa tra gli
indocumentati.
Il muro non si estende molto nell’oceano, teoricamente si potrebbe attraversare
a nuoto. Ma l’acqua è gelida e le onde, forti e incessanti, ne rendono
l’attraversamento un’impresa difficile.
A rendere tutto ancora più rischioso, c’è la sorveglianza militare: i soldati
scrutano ogni movimento, ogni intenzione, ogni sguardo di chi si trova vicino al
muro, zaino in spalla, fissando l’altro lato.
È il caso di una signora che, mentre siamo sulla spiaggia, decide di entrare in
acqua, completamente vestita e con lo zaino in spalla. I suoi pantaloni blu
scuro si bagnano rapidamente appiccicandosi alle gambe mentre avanza tra le
onde, sempre più in profondità. Ogni tanto si volta, come per controllare che
nessuno la stia osservando.
Quando vede quattro soldati, sguardi di ferro nascosti dagli occhiali da sole,
rallenta il passo. Giunta in un punto dove l’acqua le arriva al bacino, si
ferma, fissando la spiaggia. Le onde, come a voler rispecchiare la sua
esitazione, si infrangono contro di lei, mentre rimane lì, per un lungo momento,
aspettando che qualcosa o qualcuno distolga l’attenzione dei soldati.
Ma il momento fortunato non arriva mai.
L’acqua ora le batte più forte contro la schiena e un vento gelido inizia a
soffiare insistente. Dopo una lunga attesa, la donna, con i vestiti fradici e lo
zaino rosa stretto tra le mani, decide di tornare a riva. E mentre cammina
all’indietro, non smette di voltarsi, fissando l’orizzonte, come se vedesse
nell’oceano la sua occasione persa.
Le foto sono gentilmente offerte dall’autrice
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