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Un muro transfemminista per difendere chi denuncia la violenza di genere
A Roma venerdì scorso faceva caldo e anche lunedì. Ma questo non ci ha impedito di raggiungere il tribunale penale. In macchina, autobus, metro, motorino, attiviste dei centri antiviolenza, di non una di meno e del variegato movimento transfemminista romano hanno raggiunto piazzale Clodio per assistere a un processo per violenza di genere.  In fila indiana le donne si sono infilate nella parte posteriore della piccola aula del tribunale, lambendo il muro, in silenzio. Un muro di donne, persone trans e non binarie, a supporto di chi ha denunciato una violenza molto grave e che durante i mesi del processo è stata trasformata da parte offesa a imputata. La giudice commenta l’aula gremita e fa aprire le finestre e l’uomo accusato di violenza borbotta – e lo farà per tutto il processo – «questo è proprio un bel teatrino».  L’avvocata Montella, difende D. la donna che ha denunciato (nome di fantasia), seguita dal centro antiviolenza Lucha Y Siesta, che si è costituito parte civile nel processo, inizia la sua discussione orale spiegando: «le porte di quest’aula sono aperte. E questa non è una semplice formalità logistica. È una scelta. Una scelta che abbiamo deciso di fare. Questo processo sarebbe dovuto essere a porte chiuse. Ma poi è successo qualcosa? È  successo che in questi mesi di dibattimento, D. è stata sottoposta a una violenza che non era quella che aveva denunciato».  Quando D. ha deciso di denunciare, infatti, sapeva che avrebbe dovuto raccontare e rivivere la violenza. E continua l’avvocata della parte offesa: > «Ma quello che non sapeva è che la violenza è un camaleonte. Sa cambiare > forma. Sa mimetizzarsi. Non ci sono state catene di ferro in quest’aula. Non > ci sono state portiere chiuse a chiave. Ma c’è stata una strategia sistemica, > metodica, precisa. Una strategia che abbiamo visto dispiegarsi giorno dopo > giorno, udienza dopo udienza. Usata con il vocabolario del codice di procedura > penale. Con le virgolette delle contestazioni. Con l’autorità della toga».   Il controesame da parte della difesa dell’uomo accusato, infatti, non ha cercato di provare i fatti, ma di distruggere la credibilità della parte offesa: usa sostanze stupefacenti, beve, esce con le amiche, cura molto la sua immagine, più volte le sono state fatte domande sui suoi comportamenti sessuali.  E forse vale la pena evidenziarlo meglio: durante un processo per stupro e violenza, l’avvocato dell’uomo aggressore ha più volte chiesto alla parte offesa che tipo di rapporti sessuali avessero durante la loro relazione. In che modo queste domande potessero accertare i fatti non è chiaro. È chiaro il loro esito: doppia vittimizzazione, dopo quella vissuta in un relazione violenta, la donna subisce un nuovo processo di vittimizzazione dalle istituzioni che dovrebbero sostenerla.  Nelle aule dei nostri tribunali ancora oggi nei processi per violenza la metodologia di difesa è distruggere la credibilità di chi denuncia e non provare la responsabilità dei fatti. Il giudice durante il dibattimento ha più volte fermato l’avvocato, finché questo non è stato cambiato.   E così venerdì scorso abbiamo ascoltato le considerazioni finali della nuova difesa, che ha continuato, e anche forse con più scaltrezza, con la stessa metodologia. «Siamo sicuri che sia stato un pugno? Perché i lividi riportati non sembrano essere quelli di un pugno». «Perché non ha gridato di fronte alla violenza? C’erano della persone al piano superiore avrebbero potuto sentire». «Si dice che aveva cambiato stile di vita, che non era più riconoscibile, eppure la difesa ha portato foto dove si vede la parte offesa uscire con le amiche, stare al ristorante, andare alle feste». «C’è una verosimile frattura della costola, una verosimile, non è quindi sicuro che la costola fosse rotta, e se si fosse rotta da sola? Non lo possiamo sapere…». E frase dopo frase si punta a dimostrare che la relazione fosse una relazione tossica, dove i confini della responsabilità sono sfumati e poco chiari e che le testimonianze della parte offesa non sono sufficientemente credibili, per dissipare ogni ragionevole dubbio. > Si disconosce, così, la questione centrale di ogni relazione violenta: la > disparità di potere che esiste tra un uomo e una donna. Nonostante questo oggi > sia, almeno in parte, riconosciuta nelle norme del nostro ordinamento.    Nel 1979 sui Rai 2 andò in onda Processo per stupro, un documentario che mostrò per la prima volta in televisione un dibattimento giudiziario per stupro, aprendo le aule di tribunale alle donne e alle telecamere. Oggi quel documentario non è più reperibile nella sua interezza, perché le famiglie degli aggressori, sulla base del diritto all’oblio, hanno chiesto che venisse rimosso, nonostante fosse un documento storico, ma è ancora possibile visionare l’arringa finale dell’avvocata Lagostena Bassi. Dietro di lei, riempivano l’aula del tribunale le tante donne che erano accorse a sostegno di chi aveva denunciato.   «Ancora la difesa dei violentatori considera le donne come solo oggetti, con il massimo disprezzo, e questo è l’ennesimo processo che io faccio e la solita difesa che io sento […]. La difesa è sacra ed inviolabile, ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocati – si permetterebbe di impostare una difesa per rapina così come si imposta la difesa per violenza carnale. Nessuno avvocato si sognerebbe nel caso di quattro rapinatori che con violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, beni patrimoniali, di cominciare la difesa, che comincia con i primi suggerimenti dati agli imputati, “dite che il gioielliere ha un passato poco chiaro”, “dite che il gioielliere ha commesso reati di ricettazione, è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse”, ecco nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto […]. Ma se l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza?».  > E continua l’arringa dello storico processo per stupro «non chiediamo una > condanna severa, pesante, esemplare. Noi chiediamo giustizia». Lunedì abbiamo ascoltato la sentenza, dopo tre anni dai fatti, l’uomo che ha violentato, sequestrato e commesso atti persecutori nei confronti di D. è stato condannato a 7 anni e 7 mesi, a pagare le spese processuali, e a risarcire il danno commesso anche nei confronti della parte civile, il centro antiviolenza Lucha Y Siesta. Si dovrà quindi tenere un processo civile per quantificare il risarcimento del danno e forse l’appello del processo penale. Ma lunedì è stato tirato un sospiro di sollievo per D.. In tutta la contraddittorietà di questa condanna.  L’imputato è uscito battendo le mani, dopo che la sua difesa aveva chiesto la piena assoluzione, nonostante avesse anche ammesso di aver menato, o fosse evidente dai tabulati che avesse inviato più mille messaggi minatori in una settimana dopo la fine della relazione. La sensazione palpabile era che questa persona non avesse in alcun modo compreso la gravità degli atti compiuti, di sentirsi vittima della sentenza, e di disprezzare “quel teatrino”. > Nel 1979 si chiedeva un cambiamento socio-culturale che passasse anche per una > nuova metodologia di difesa degli uomini che commettono violenza e oggi siamo > ancora là. La difesa, legittima e necessaria, degli uomini che commettono > violenza dovrebbe essere il primo passo verso il riconoscimento degli atti > compiuti. Il processo penale dovrebbe essere il primo atto per quel processo > di trasformazione socio-culturale di cui abbiamo bisogno.  Ma non è così. Siamo lontane, lontanissime da pratiche che ci possano portare verso una giustizia trasformativa, quindi non carceraria e punitiva. Nel momento in cui il rancore maschile si fa programma politico nei partiti di destra ed estrema destra oggi al potere non solo nel nostro paese, la delegittimizazione delle donne che denunciano ritorna nei processi dei tribunali, forse perché non se n’era mai andata. E allora come movimento transfemminista, in tutte le sue forme e posizioni, abbiamo bisogno di ricostruire quel muro di supporto, dietro al quale ogni donna, persona trans e non binaria senta di potersi appoggiare, per andare avanti: tuttə insieme.  Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Un muro transfemminista per difendere chi denuncia la violenza di genere proviene da DINAMOpress.
July 7, 2026
DINAMOpress
Mirando al otro lado: storie di donne alla Frontiera
ZONA LIMINALE L’aeroporto internazionale di Tijuana è un crocevia unico nel suo genere, perché collega gli Stati Uniti al Messico. Il terminal principale in territorio messicano è collegato con un ponte a un secondo edificio che supera il confine e arriva a San Diego. Questa caratteristica rende lo spazio frenetico: il suono delle valigie che scorrono sui pavimenti lucidi si mescola al brusio delle conversazioni in spagnolo, in inglese e in molte altre lingue. All’uscita di questa torre di Babele, due file raccontano storie diverse: una è diretta verso gli Stati Uniti ed è frequentata da turisti abbronzati di ritorno da mete tropicali, coi passaporti rossi stretti in mano; l’altra, quella che porta a Tijuana, accoglie un mosaico di nazionalità. E qui si vede di tutto, dai pensionati americani in cerca di medicine a basso costo ai migranti haitiani con infradito ai piedi e un borsone a tracolla. Superati i controlli sbrigativi, mi trovo all’esterno dell’aeroporto. Senza uno spiazzo o un parcheggio in cui fermarsi, si è costretti a sbucare sull’arteria frenetica che collega il terminal al resto della città. Sono solo le 17.00 ma è già buio e il freddo penetra le ossa in profondità perché il clima desertico, qui, non ha mezze misure. All’età di 78 anni, Madre Albertina ha dedicato oltre cinquant’anni alla vita religiosa, distinguendosi come una figura di spicco nell’accoglienza. Di statura bassa e corporatura robusta, il suo viso è incorniciato da una chioma bianca che racconta una vita di dedizione. Nonostante gli anni, traditi dal passo goffo, dietro le lenti spesse dei suoi occhiali si cela uno sguardo appassionato e risoluto, riflesso di una forza interiore inossidabile. Esperta nella gestione delle migrazioni, ha lavorato instancabilmente con la congregazione degli Scalabriniani, tracciando un percorso che va dal Brasile all’Honduras, passando per la Repubblica Dominicana. La sua carriera pluridecennale e l’esperienza internazionale la consacrano come una veterana nel campo dell’accoglienza e la portano a essere l’attuale direttrice di un rifugio per donne migranti: l’Instituto Madre Asunta di Tijuana. Le sorelle dell’Instituto mi vengono a prendere in macchina per portarmi verso la mia nuova casa. Durante il tragitto, Albertina, con il suo spagnolo dal marcato accento brasiliano rompe il silenzio imbarazzato e mi chiede: «Hai già notato il muro?» La domanda mi lascia interdetta, finché non collego le sue parole al Muro de la Vergüenza, quella barriera che ci separa dagli Stati Uniti e che ogni anno vede passare circa mezzo milione di persone. Il muro non impressiona solo per l’altezza di cinque metri, ma soprattutto per la sua lunghezza: circa un terzo del confine totale tra Messico e Stati Uniti, lungo 3.145 chilometri. Questa monumentale struttura militare, progettata per contenere la migrazione illegale, ha avuto un costo enorme. Secondo i dati del Government Accountability Office (GAO), tra il 1994 e il 2024 il governo ha speso tra i 30 e i 70 miliardi di dollari. Istintivamente volto lo sguardo. Lì, nel buio di un tramonto precoce, si erge il muro, altissimo e colorato di rosso cupo, un monolite che nella sua banale presenza sfida la realtà. «Lo vedi?», mi dice Albertina dal sedile di fronte, indicando con la mano lo spazio che si sviluppa oltre il muro. «Per noi, quello è el otro lado». Non gli Stati Uniti, non San Diego, ma ciò che si trova dall’altra parte del muro. Perché a Tijuana, tutto si riduce a un muro. A GLOBAL WAITING ROOM Per allontanarsi dall’aeroporto in direzione del centro di Tijuana, si costeggia Colonia Libertad, uno dei quartieri più densamente popolati e problematici dell’intero stato della Baja California. Come molte periferie latinoamericane, questo quartiere si sviluppa in verticale, con le case che si arrampicano lungo le ripide strade dei cerros [colline, ndr]. Da lontano appare come un insieme armonico di abitazioni colorate, ma attraversandolo ci si ritrova in un caos urbanistico: edifici in lamiera, campi abitati da galline, fogne a cielo aperto e strade non asfaltate. In questo labirinto di vie polverose non è raro incontrare cani randagi o vestiti in vendita appoggiati direttamente sul pavimento, elementi in netto contrasto con le lucenti macchine sportive che ogni tanto sfrecciano per le strade e sembrano quasi un miraggio. > Tijuana è stata fondata poco più di cento anni fa, ma oggi è la sesta area > metropolitana del paese, grazie alla prossimità agli Stati Uniti e la > crescente industrializzazione che hanno da sempre attratto un’enorme quantità > di persone. Infatti, è una città storicamente costruita dai migranti, nata > come luogo di passaggio verso il confine. Vissuta come spazio transitorio, > trasmette un costante senso di precarietà, con evidenti segni di > trascuratezza. Il centro è un paese dei balocchi fatto di bar, discoteche e bancarelle, mentre le periferie raccontano un’altra quotidianità. Qui, migranti e residenti vivono ai margini, in quartieri senza luce e acqua, con case instabili fatte di cartone e legno. È chiaro che chi resta lo fa più per necessità che per scelta, aspettando la possibilità di realizzare il proprio American Dream. Generazioni nate qui vivono sospese in un limbo. Punto nevralgico di interessi globali, la composizione demografica è in costante evoluzione. Così, traiettorie impensabili fino a pochi anni fa portano in città persone da ogni angolo del pianeta. Per questa ragione, molti ricercatori vedono in Tijuana una cartina di tornasole dei flussi migratori globali. Lavorando qui incontro Amanda, professoressa di Migration Studies negli Stati Uniti. Da quasi dieci anni vive tra Washington e Tijuana, dove ha trovato un affascinante campo di indagine. È originaria delle comunità afrodiscendenti del Brasile e lei stessa si definisce una migrante: ha lasciato il suo Paese per gli Stati Uniti, alla ricerca di sicurezza e opportunità. Con un passato nell’attivismo e nel giornalismo, e un pragmatismo che si riflette nella sua postura dignitosa e nei ricci compostamente raccolti, Amanda porta uno sguardo attento su Tijuana, una città che considera un esempio unico. «Il Messico è un caso molto interessante» dice, picchiettando una bic nera sul tavolo della cucina. «Per lungo tempo, è stato considerato un sending country, soprattutto nel contesto degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, però, il paese ha guadagnato forza e sta attirando un numero crescente di migranti in transito. In passato, molti migranti provenienti dall’America Centrale usavano il Messico come semplice paese di passaggio, e il transito era generalmente rapido. Negli ultimi dieci anni, invece, questo schema è cambiato: oggi osserviamo anche un crescente movimento migratorio dall’Asia, dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Europa. I flussi non rispettano più i confini continentali, ma sono diventati a tutti gli effetti un fenomeno globale. Io chiamo spesso Tijuana una “sala d’attesa globale”, dove le persone si ritrovano e aspettano che il loro destino venga deciso». Foto di Sabrina Aidi DOMANDA FACILE, RISPOSTA DIFFICILE L’Instituto Madre Asunta AC è un rifugio di ispirazione religiosa per donne migranti e i loro figli, fondato a Tijuana nel 1994. Dall’esterno, l’edificio azzurro chiaro appare consumato dal tempo, con l’insegna che porta i segni di decenni di polvere e sole scottante. L’interno, invece, nascosto dall’alto cancello, rivela il suo vero volto solo oltrepassata la soglia: superata la reception, si apre una comoda sala d’attesa dove tantissimi orsacchiotti variopinti riempiono il grande divano di camoscio. Nel corridoio si susseguono l’ufficio della direttrice e dell’assistente sociale, poi le voci di decine di bambini che giocano e l’odore dell’incontro delle ricette messicane, cubane, venezuelane pervadono tutti i sensi. In fondo al corridoio ci sono, i dormitori, i luoghi più intimi, con una decina di letti a castello per stanza. Nell’altra direzione, invece, si va nel comedor [Mensa, ndr], dove ogni giorno alle 12.30 e alle 18.30 le famiglie si riuniscono per la preghiera e il pasto. La religiosità del luogo è rivelata dalle pareti, punteggiate da immagini sacre e testi di varie preghiere; una di queste, recitata spesso durante i pasti, esprime gratitudine per ciò che viene offerto. Le regole sono rigide: giornate scandite, preghiere quotidiane e due messe settimanali, divieti su abbigliamento e alcol, limitazioni nell’uso del cellulare. Inoltre, un filtro sull’accoglienza esclude uomini, donne omosessuali e persone transgender. Inizialmente, l’obiettivo di questo centro è stato offrire un rifugio d’emergenza a tutte le persone deportate dagli Stati Uniti, permettendo loro di fermarsi per qualche giorno in un luogo sicuro per riorganizzare i propri progetti di vita. Tuttavia, come molti altri rifugi a Tijuana e più in generale sul confine settentrionale del Messico, ha presto adattato la propria missione ai tempi. La stessa direttrice, Madre Albertina, mi racconta: «La vera sfida di questo lavoro è sapere che dovrai cambiare la tua natura, le tue regole, la tua stella polare. Se cambiano le politiche migratorie, cambi anche tu». Con l’introduzione di nuove misure da parte degli Stati Uniti, come il piano Remain in Mexico e il Title 42, la demografia della città ha subito una trasformazione significativa. Infatti, mentre Remain in Mexico ha portato migliaia di persone al confine ad attendere asilo umanitario, l’introduzione nell’epoca del Covid-19 del Title 42 ha reso la deportazione più semplice. > In questo modo, Tijuana è diventata un centro nevralgico dove chi vuole > migrare condivide la scena con chi è stato invece espulso dagli USA. Questo ha > spinto molti centri, come l’Instituto Madre Asunta, a trasformarsi da > strutture di emergenza a rifugi temporanei. Secondo l’ultimo regolamento del > centro, le donne con i loro figli possono rimanere non oltre i tre mesi. > Tuttavia, la realtà ha visto molte di loro prolungare la permanenza fino a > cinque mesi o più. Elizabeth è la psicologa infantile del centro, originaria dello Stato di Sinaloa. Con il viso rotondo e gli occhi a mandorla, ha una incredibile capacità di trasmettere affetto e calore in qualsiasi momento della giornata. Sempre circondata da bambini che le cingono le gambe, sceglie abiti colorati e brillanti, portando un tocco di allegria in ogni stanza che attraversa. Quasi cinquantenne e madre di tre figli, incarna un senso innato di maternità. Il suo ufficio, seppur piccolo e un po’ buio, è un rifugio di creatività: giocattoli, cartelle cliniche e una pila di disegni colorati riempiono lo spazio. Qui il personale trascorre molte ore pianificando attività per i bambini del rifugio. Un giorno, proprio lì, mentre condividiamo racconti sulla nostra terra d’origine, le chiedo cosa l’abbia spinta a lasciare Sinaloa. Esita per un secondo. Il silenzio è evidente. Le chiedo allora se sia una domanda difficile. Con un sorriso affettuoso, ma attraversato da nostalgia, risponde: «No, la domanda è semplice. Ma la risposta è difficile». La famiglia di Elizabeth ha vissuto il desplazamiento forzado interno, lo sfollamento forzato interno. In Messico, questo fenomeno riguarda persone e comunità costrette a lasciare le proprie case a causa di disastri climatici o, più spesso, di violenza strutturale e sistemica. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre(IDMC), tra il 2008 e il 2025 il numero di sfollati interni nel Paese ha raggiunto un totale di 390.000 persone. L’88% riguarda nuclei familiari, soprattutto nelle comunità indigene. Le donne rappresentano il 57% degli sfollati, gli uomini il 43%. Gli stati più colpiti sono Michoacán, Chiapas e Zacatecas, con Michoacán che da solo concentra quasi la metà dei casi. Nel caso degli sfollamenti legati alla violenza, le forme più frequenti includono l’uso di armi da fuoco, la presenza di gruppi armati, la distruzione di proprietà, minacce, saccheggi e omicidi. In un contesto in cui questo fenomeno è così diffuso, non sorprende che anche la famiglia di Elizabeth ne abbia fatto esperienza. Sinaloa, il suo stato d’origine, è l’epicentro di uno dei cartelli più potenti del Messico, con operazioni che si estendono oltre i confini nazionali. Elizabeth, con la voce rotta e le lacrime agli occhi, mi racconta: «Ricordo mia madre svegliarsi presto, come sempre, perché nelle campagne ci si alza all’alba. Quella mattina, aveva notato un via vai incessante di auto di fronte alla nostra casa. Non si era accorta degli spari, iniziati alle quattro. Ma quando si era resa conto del trambusto, è andata a trovare uno zio che le ha raccontato l’intera vicenda. Erano stati avvertiti che a mezzogiorno nessuno doveva trovarsi nel ranch. La minaccia era scritta con del sangue ed era già stata uccisa una donna, suo marito e suo figlio. La città cadde in una psicosi generale. In quel momento, le persone hanno cominciato a caricare le loro cose più preziose nelle auto. Quando mia madre si era resa conto della gravità della situazione, è tornata a casa. Mio padre non c’era; era in città. Chiedendosi cosa fare e con chi andare, mentre molte auto già partivano, alla fine, ha preso la sua borsa e vi ha infilato dentro le cose più importanti. È andata dallo zio e insieme sono fuggiti, seguendo il gruppo di auto in carovana. Alle 10:11 del mattino, il ranch era rimasto deserto. Le persone rimaste sole nel ranch non avevano un’auto per fuggire, così hanno iniziato a camminare. Hanno camminato per giorni, nascondendosi tra le colline, perché subito dopo la partenza della carovana sono arrivati i sicari del crimine organizzato. Chi è rimasto nel ranch si è trovato faccia a faccia con uomini armati. Non c’erano più vicini, solo auto che sfrecciavano e spari ovunque». Gli effetti di questo fenomeno sulle comunità sono devastanti perché, come continua Elizabeth con un filo di voce, sfregando nervosamente le mani: «Anche se le famiglie hanno trovato nuove forme di vita in altri luoghi, questo non significa che non siano private di tutto ciò che avevano. Oltraggiati è la parola giusta. Le cose materiali possono andare e venire, ma la loro stabilità emotiva è perduta per sempre. Quando ti tolgono ciò che ami di più — il tuo lavoro, la tua stabilità — inizi a decadere. I miei nonni sono morti aspettando di tornare al loro ranch, desiderando con tutto il cuore quel ritorno. Si sono ammalati, ma anche nonostante le cure, la loro salute fisica non contava più. Era la salute emotiva a mancare e questo è il danno più grande per uno sfollato o un migrante. Io questo non lo dico alle persone del centro, ma — purtroppo — nulla torna uguale a prima: anche il cibo non ha più lo stesso sapore». Manifestazione per l’8 Marzoi. LA GUERRA INVISIBILE Tutto questo accadeva nel 2012, ultimo anno del mandato del presidente Felipe Calderón Hinojosa, ricordato per l’Iniziativa Mérida sottoscritta nel 2007 con l’allora presidente statunitense George W. Bush. L’accordo prevedeva che gli Stati Uniti fornissero risorse economiche per combattere i cartelli in Messico e delineava quattro punti programmatici per i due paesi: incidere sulla capacità organizzativa del crimine organizzato, istituzionalizzare la capacità di mantenere lo stato di diritto, rafforzare i confini e costruire comunità forti e resilienti. Nonostante questa ampia progettualità, gran parte dei fondi è stata destinata alla lotta armata contro il narcotraffico, concentrandosi sulla cattura dei leader dei cartelli e sul sequestro della droga. Messico e Stati Uniti, tuttavia, hanno in larga parte trascurato il tema dell’impunità e della corruzione all’interno delle istituzioni, intervenendo soprattutto a livello federale e lasciando sullo sfondo le necessità dei contesti locali. Paradossalmente, questo approccio ha rafforzato i cartelli, aumentando il numero e la violenza, e alimentando sanguinosi scontri per il controllo del territorio. Una fonte anonima, che ha scelto di rimanere tale per ragioni di sicurezza, afferma: «Non esiste una cosa come la guerra contro il narcotraffico. Perché il narcotraffico sono tutti loro: in Messico il narco è un affare dell’esercito e lo è sempre stato. Non esiste una divisione netta tra governo da una parte e cartelli dall’altra: il Messico è un narco-stato. > Ai tempi di Calderón c’era solo El Chapo [Joaquín Guzmán, a capo del cartello > di Sinaloa, ndr]. Ma con la strategia di decapitare i leader dei cartelli, > ogni volta che se ne eliminava uno ne emergevano sette, perché altri volevano > prendere il controllo. Così sono nati più cartelli, sempre più violenti. Venti anni dopo, siamo arrivati a questo: spari e sirene fanno parte del paesaggio sonoro di Tijuana e di gran parte del Messico. Eppure pochi riconoscono che siamo in guerra civile». Nel 2006 c’erano sei cartelli di grande potenza distribuiti sul territorio, mentre, oggi, secondo il report di AC Consultores, il Messico ne conta oltre 175. Questa frammentazione, oltre a generare più violenza, crea maggiori problemi per il governo, perché le organizzazioni più piccole sono meno visibili e si diffondono molto più in fretta sul territorio. Secondo alcuni esperti, come il giornalista francese Frédéric Saliba, questo fenomeno è descrivibile come l’effetto scarafaggio: proprio come lo scarafaggio si sposta dalla cucina in cui si trova per non essere scoperto una volta accesa la luce, così le reti criminali si spostano in città, stati o regioni vicini alla ricerca di rifugi più sicuri con autorità statali più deboli. Sempre secondo il report, nel 2024 l’81% del territorio è stato teatro di guerre sanguinarie tra gruppi criminali e 108 milioni di abitanti sono oggi a rischio per il crimine organizzato. Casi come quello di Elizabeth, in cui intere comunità vengono sfollate, quindi, non sono rari. Anzi. Nel 2021, Tijuana ha accolto 15.000 persone in una settimana quando tre comunità vicine, provenienti dal Michoacán, sono state simultaneamente sfollate. Le cause dietro questi attacchi sono diverse. Nel caso del ranch della famiglia di Elizabeth, l’obiettivo era trasformare i campi in piantagioni di marijuana per alimentare il commercio su quel territorio, almeno fino a quando non fossero stati individuati dalle forze dell’ordine. Esaurito lo sfruttamento, i terreni vengono spesso abbandonati. Il Messico è oggi costellato di città fantasma: dopo lo sfollamento, infatti, nessuno ha il coraggio di tornare. Questi eventi, pur essendo degli evidenti segnali di una crisi umanitaria, non sono i più diffusi. Al contrario, la vera emergenza che sta attraversando il Paese è quella degli sfollamenti di natura privata. Spinti da motivazioni diverse — la protezione dei figli dal reclutamento forzato del narcotraffico, l’impossibilità di pagare il pizzo o la fuga dalla violenza domestica — questi movimenti sono frammentati, quasi invisibili nelle statistiche nazionali. «¡VIVAS NOS QUEREMOS!» L’8 marzo a Tijuana è un’esplosione di verde, viola e nero con striscioni e pañuelos che riempiono le strade. Il corteo è caotico e rumoroso: urla di dolore, musica vivace e giovani con passamontagna nero scrivono sui muri scritte come: aborto libero e sicuro subito! Ogni volto racconta storie uniche di dolore e di resistenza. C’è chi passeggia con un cartello, chi tinge il suo volto con due mani impresse dalla vernice rossa e chi sventola una bandiera messicana, sulla quale il rosso simboleggiante il sangue versato dagli eroi nazionali è sostituito dal viola, rivendicazione di un Messico femminista. L’atmosfera è carica di calore e solidarietà mentre le donne, unite, occupano le strade del centro rispondendo ai clacson impazienti con sorrisi e pugni alzati. La rabbia è tangibile e in quel momento tutte le presenti partecipano insieme all’esperienza di lotta e dolore delle loro compagne. Mentre cori come «Viva se la llevaron, viva la queremos» (Viva l’hanno portata via, viva la rivogliamo) riempiono l’aria, molte ragazze piangono e si stringono nel dolore. Quelle parole non sono solo rivendicazioni urlate al vento, ma testimonianze pulsanti di traumi e ingiustizie vissuti. Tra le manifestanti, alcune brandiscono martelli e mazze, spazzando via vetrine nelle vie centrali. E, mentre una folla riempie sempre più densamente la piazza del municipio, vedo un’adolescente accasciata per terra a singhiozzare. Sola, porta con sé un cartellone viola su cui c’è una foto in bianco e nero di una ragazza con lunghi capelli neri e occhi sorridenti. Sopra la foto una scritta: «Justicia Por Marìa». Su un lato del municipio si erge il monumento ai caduti, sobrio e semplice, con stemmi degli eroi di guerra sovrastati dalla scritta «Aquí empieza la patria,» (Qui inizia la patria). L’aria densa di fumogeni accesi rende l’atmosfera solenne. Un gruppo di manifestanti si avvicina al muro spingendo un cordone di poliziotte a schierarsi in difesa del monumento. Tra loro ci sono donne di tutte le età, impossibilitate a manifestare ma, che in segno di solidarietà, portano una rosa rossa infilata nel giubbotto antiproiettile. Un breve momento di tensione: le poliziotte respingono le ragazze, cercando di mantenere il perimetro del muro; le manifestanti restano salde, fisse nelle loro posizioni. Le voci si alzano, i cori diventano più insistenti, e i cartelloni vengono sollevati con orgoglio. In quel momento, qualcosa si spezza. > Alcune poliziotte cominciano ad asciugarsi le lacrime, stringendo più forte la > mano delle compagne. Un semplice sguardo basta a trasformare i due gruppi in > un’unica presenza, consapevoli di condividere la stessa storia e lo stesso > desiderio di cambiamento. Gli schieramenti si dissolvono in abbracci, parole sussurrate, sorrisi. Una giovane si avvicina e disegna il simbolo transfemminista sulle mani delle poliziotte: un gesto che sigilla una nuova forma di solidarietà. Tutte sono donne. E tutte si vogliono vive. D’altronde il Messico sta affrontando una grave crisi di violenza di genere: secondo i dati ufficiali del Governo Messicano, l’86% del territorio è sotto allerta per femminicidio e sparizione forzata di donne e bambine. La maggior parte delle donne dichiara di aver vissuto almeno un episodio di violenza nel corso della propria vita. Le forme più diffuse sono quella psicologica e quella sessuale, che insieme rappresentano la quota principale dei casi, seguite da violenza fisica ed economica. Si tratta spesso di episodi che avvengono in contesti relazionali e comunitari, segno di una violenza che si radica all’interno dei legami più intimi. I dati della Segreteria della Sicurezza Pubblica (SESNSP) restituiscono un quadro ancora più allarmante: nel Paese si registrano circa 11 femminicidi al giorno, per un totale di 4.817 donne uccise tra il 2018 e il 2023. A questi si aggiungono, tra il 2020 e il 2021, 416 vittime di sequestro e 957 casi di tratta, insieme a 21.188 denunce per stupro. Sarahi, 25 anni, è la psicologa generale presso l’Instituto Madre Asunta e si dedica al supporto della popolazione femminile migrante. Di corporatura esile, con lunghi capelli neri e un viso che mette in risalto occhi scuri e profondi, lavora nel campo da oltre due anni. Attraverso la sua esperienza personale, ha scoperto che mantenere una prospettiva di genere è essenziale per comprendere appieno il fenomeno migratorio in Messico. Infatti, le ragioni dietro alla migrazione si intersecano e, come mi racconta una mattina: «All’inizio pensi che arriveranno per via della migrazione forzata, ma quando ti addentri nella loro storia, la maggioranza ha vissuto casi di violenza domestica, sessuale, economica e quella delle autorità. L’abuso da parte delle autorità, mi spiega, si manifesta quando le donne denunciano violenze domestiche e si vedono negare giustizia, mentre viene loro consigliato soltanto di allontanarsi da casa. Abbandonate, si scoprono prive di sostegno, e sono costrette a migrare come unica via d’uscita. Nel suo racconto, Sarahi esplora come la rete di violenze sia profondamente radicata nei modelli familiari tradizionali. Mentre gli uomini non partecipano all’educazione dei figli, la comunità giudica duramente le donne che non incarnano l’ideale di brava madre, escludendole e discriminandole. Con un tono sempre più acceso, Sarahi interrompe spesso il suo discorso, soffocata dall’emozione: «Quando raccontano la loro storia, capisci a quanta violenza sono sopravvissute già dentro casa e come ciò impedisca loro di instaurare relazioni sane. Infatti, queste donne normalizzano la violenza, arrivando a credere di meritarla. Raccontano che, se picchiate, è perché non hanno preparato da mangiare o hanno rifiutato di assecondare il partner a letto. Indagando ancora, scopri che persino la loro infanzia è stata segnata dalla violenza. In casi di stupro o abuso, la madre spesso le invita a tacere. Così, si svela una storia familiare dove la violenza è un’eredità dolorosa, trasmessa di generazione in generazione.» Foto di Sabrina Aidi DONNE IN MOVIMENTO Negli ultimi anni, però, la struttura della famiglia in Messico è cambiata: secondo i dati del censimento della popolazione messicana (2020), in un decennio il numero delle famiglie senza una figura paterna è aumentato del 65%. Il padre, infatti, reclutato dal narcotraffico o spinto a migrare in cerca di opportunità lavorative, esce di scena. Con queste nuove responsabilità, non è raro che le donne, in quanto capofamiglia, scelgano di intraprendere il viaggio a loro volta. Però, ciò che distingue la migrazione femminile da quella maschile è la dimensione dei progetti: mentre storicamente gli uomini intraprendono progetti individuali, le donne, in quanto madri, restano fedeli ai loro ruoli sociali anche nel processo migratorio, assumendo con sé la responsabilità del nucleo familiare. Con questo fardello di aspettative e doveri, nel contesto di una violenza radicata nella società a tutti i suoi livelli, in viaggio queste donne devono fronteggiare diverse situazioni di vulnerabilità che le espongono ulteriormente. Attraverso il Paese, molte si trovano a vivere violenze sessuali, sequestri e abusi di potere. Fenomeni che impongono loro scelte difficili e dolorose. Tra le strategie di protezione più frequenti c’è l’uso di contraccettivi preventivi: la cosiddetta Vacuna Mexico [Vaccino Messico, ndr], un’iniezione anticoncezionale che molte donne iniziano a somministrarsi mesi prima del viaggio, anticipando possibili abusi sessuali per evitare gravidanze indesiderate. Allo stesso modo, alcune portano con sé grandi quantità di pillole del giorno dopo. Oltre alla protezione dalla violenza sessuale, alcune donne cercano sicurezza in un senso più ampio, trovando un marito per il viaggio: uno sconosciuto che, in cambio di favori sessuali, si finge loro compagno per l’intero tragitto, evitando spesso situazioni di rischio. Queste strategie evidenziano quanto sia più complesso e pericoloso per una donna affrontare la migrazione rispetto a un uomo. E purtroppo, le sofferenze non cessano nemmeno una volta arrivate al confine. Arrivare a Tijuana senza soldi, punti di riferimento e spesso senza documenti espone molte donne a una condizione di estrema precarietà, aprendo la strada a povertà e sfruttamento sessuale. M. e T., due ospiti del centro Madre Asunta, sono messicane fuggite dalla violenza nei loro stati d’origine, rispettivamente Zacatecas e Morelos. Le loro storie si somigliano a quelle di molte altre. M., per esempio, è arrivata in città con le sue tre figlie per sfuggire a un gruppo criminale locale, subendo furti lungo il tragitto e arrivando senza denaro. Dopo oltre cinque mesi all’Instituto Madre Asunta, in attesa di poter attraversare legalmente il confine, ha affittato una casa insieme all’amica T. per dare rifugio a sé stessa, alle cinque figlie e alla madre di T. Trovare un’abitazione è difficile, soprattutto per la popolazione migrante, e la casa ottenuta a caro prezzo in periferia è in condizioni pessime: priva di vetri nelle finestre, con la porta rotta e le pareti ammuffite, è divisa da una tenda in uno spazio unico dove le famiglie dormono su tre materassi accostati. M., donna corpulenta dai capelli liscissimi e biondi, si muove nello spazio della casa con difficoltà e, scaldando una dozzina di tortillas di mais, mi racconta che per lei è fondamentale poter arrivare negli Stati Uniti. Lei ha già vissuto a Chicago, dove ha dato alla luce altri due figli, ormai adulti che la aspettano lì. Dopo essere stata deportata, non li ha più rivisti e, visibilmente emozionata, mi rivela che loro non hanno mai conosciuto la più piccola della famiglia, nata otto anni prima a Zacatecas. Con l’idea di una famiglia riunita fissa nella mente, per lei Tijuana è diventata una prigione a cielo aperto. Case fatiscenti e sfruttamento della vulnerabilità delle donne sono all’ordine del giorno a Tijuana, dove in molti guadagnano sul business dei migranti. Il mercato del lavoro, coerentemente con questa idea, non offre scelte più sicure. È frequente che predatori sessuali e trafficanti ingannino le migranti con promesse di lavoro che si rivelano trappole per traffico di esseri umani o prostituzione. Le donne centroamericane sono più esposte ad abusi di potere e sequestri; quelle messicane, invece, pur non essendo riconosciute come migranti, non trovano protezione nemmeno nel proprio Paese, dove possono essere rintracciate da sicari e infiltrati. In Messico, nessuna donna è al sicuro. UN FORTINO IN CENTRO CITTÀ La Garita Internacional de San Ysidro è il punto di confine più trafficato al mondo: oltre 30 milioni di attraversamenti ogni anno. Qui, dove le strade caotiche di Tijuana sfociano nel limite con gli Stati Uniti, il confine non è solo una linea, ma un’esplosione di rumori, odori e colori che invadono i sensi. Il luogo è affollato e non lascia libero nemmeno un centimetro di asfalto: chi vende o affigge bandiere del Messico e degli Stati Uniti, chi ha un banchetto in cui vende bevande tipiche e patatine, chi cerca di guadagnare qualche moneta suonando chitarre e tromboni nei finestrini delle macchine in attesa. La vicinanza agli Stati Uniti rende l’aria densa e caotica, perché il confine è un magnete per interessi di tutti i tipi. Tijuana è la città dell’eccedenza e dei contrasti: qui ricchezza e povertà convivono mentre libertà e schiavitù si confondono. Esattamente a metà tra un Messico povero ma orgoglioso, e l’American Dream più sfacciato. Questo tipo di contrasti, negli anni, hanno portato alla nascita di diverse aree grigie in cui legalità e illegalità sono così tanto sfumate da creare un ecosistema unico nel suo genere. Un esempio è la Zona Norte, chiamata anche la “zona rossa” della città: qui la giurisdizione è sospesa e l’unica forza che conta è quella del narcotraffico. Come suggerisce il nome, questa è la zona di tolleranza per la prostituzione: un quartiere vicino al centro, dove, non appena cala il buio, le strade brillano di luci rosse, la musica si mescola in un unico rumore ovattato e gli angoli più bui sono occupati da chi fuma crack o giace sull’asfalto, sospeso tra la vita e la morte. > Il quartiere si anima di donne in tacchi a spillo e gonne corte, che con > sguardi ammiccanti cercano il prossimo cliente. Sebbene Tijuana non legalizzi > la prostituzione, rilascia permessi per esercitarla. Secondo l’ufficio > sanitario della città, negli ultimi quattro anni, il numero delle sex servers > registrate è quasi raddoppiato: da 5.500 permessi nel 2018, a 10.774 nel 2023. > Ma molte di queste donne sono costrette al lavoro sessuale dalle bande > criminali che controllano il territorio. Sempre l’ufficio sanitario stima che > circa 30.000 donne lavorino senza permesso e che una su quattro sia stata > costretta a farlo sin da bambina. La presenza del Cartello cristallizza alcune dinamiche. Per anni, Tijuana è stata considerata la città più pericolosa del mondo. Nel 2024, si colloca al sesto posto nella lista delle città con il più alto tasso di omicidi, con 1.844 crimini registrati in un solo anno. In risposta a questa realtà violenta e precaria, la società civile ha creato spazi di solidarietà, come cliniche, centri di prevenzione e oltre quaranta rifugi per migranti. Di questi, solo due sono specializzati nell’accoglienza di donne migranti con bambini e adolescenti: l’Istituto Madre Asunta e il Borderline Crisis Centre, un rifugio laico e femminista. Judith, la direttrice del Borderline, mi spiega che oggi le donne costituiscono una parte significativa della popolazione migrante e che senza una prospettiva di genere, non si riconosce come la violenza patriarcale sia alla radice della loro partenza e dei rischi affrontati durante il viaggio: «Le donne in mobilità affrontano le stesse violenze patriarcali e strutturali che tutte noi viviamo, ma con il peso dello sradicamento culturale e quindi con una vulnerabilità maggiore. Se non si adotta una prospettiva intersezionale, tutto questo passa inosservato.» Quando cammina tra le tende del rifugio, Judith è una figura rassicurante e rispettata: i bambini abbassano la voce al suo passaggio, mentre alcune mamme le sorridono, appoggiando una mano sulla spalla. Il suo stile, il tono di voce rauco e l’energia instancabile raccontano di una vita di sfide e di dubbi. Mi confida che si è avvicinata al femminismo tardi, perché non le piaceva pensare alle donne come vulnerabili, ma ha poi capito che essere femminista era qualcosa di più. I suoi capelli nerissimi, tagliati in modo irregolare e il rossetto rosso tradiscono un’anima punk, mentre la maglietta con il nome del rifugio la riconduce alla sua autorità. Solare e sicura, mi racconta di come il momento più buio della sua vita l’abbia portata proprio qui, a questo centro d’accoglienza. Il Borderline Crisis Centre è stato fondato nel 2015 come centro comunitario, offrendo informazioni, accesso al telefono e a Internet per le persone deportate, affinché potessero mettersi in contatto con le proprie famiglie. Tuttavia, con l’arrivo della prima amministrazione Trump e il piano Remain in Mexico, i flussi migratori sono cambiati. Anche questo centro è diventato rifugio temporaneo e nel 2020 Judith è entrata nella gestione. A quel punto, lo spazio è stato trasformato in un rifugio esclusivamente per donne e bambini. Era necessario creare un luogo sicuro, lontano dall’influenza di visioni religiose che, secondo Judith, perpetuano meccanismi di oppressione e discriminazione. Dopo tre anni di attività il centro è cresciuto, ma ha mantenuto una gestione comunitaria, con le stesse donne migranti che, con le loro famiglie, sono diventate le vere protagoniste dello spazio. Il rifugio si trova nella Zona Norte, tra la centralissima Avenida Revolución e il confine con gli Stati Uniti. Lavorare qui non è facile, ma ha i suoi vantaggi: «Abbiamo una posizione strategica, vicina al confine, a pochi passi. Molte donne vanno al confine, pensando di poter chiedere asilo ma, respinte, tornano indietro e, senza sapere dove andare, ci trovano. In realtà non è la prima sede: la prima è stata distrutta in un incendio provocato da un attacco del crimine organizzato. Questa è una zona ad alta tensione: narcotraffico, traffico di esseri umani, sfruttamento sessuale… e dipendenza da droghe. Le persone respinte al confine, spesso, si trovano in un vero e proprio campo quantico in cui diventa più facile comprare 50 pesos di metanfetamine che riuscire a mangiare tre pasti al giorno. In aggiunta, qui la polizia municipale approfitta della situazione perché per loro è come pescare pesci in un barile. Ci sono molte persone senza documenti, che la polizia deruba, aggredisce o a cui estorce denaro». Per la sua posizione e la sua struttura, il rifugio ricorda un fortino nel cuore della città. Un edificio abbandonato e decadente, protetto come un baluardo contro i pericoli esterni. Ma la realtà è che lavorare con la migrazione a Tijuana è pericoloso per tutti e le minacce sono sempre dietro l’angolo. Nessuna delle donne che ho incontrato ha scelto consapevolmente questo mondo; tutte ci si sono ritrovate dentro, come un uragano che travolge tutto e dal quale fuggire non ha senso. Foto di Sabrina Aidi LA PAURA È QUESTIONE DI PRIVILEGIO Maricruz, l’assistente sociale dell’Instituto Madre Asunta, mi racconta una storia molto simile. È bassa, con lunghi capelli neri che spesso si pettina mentre legge i documenti in ufficio. Ha un viso paffuto e parla in fretta, con accento meridionale e umorismo pungente. Molte volte dice, ridendo amaramente che, cresciuta in una famiglia di ingegneri, avrebbe forse preferito fare quel lavoro. Come dice lei: «Sicuramente è più facile riparare una macchina rotta che cercare di rimettere in sesto una persona che è stata distrutta dal giorno in cui è nata». Maricruz viene dallo Stato di Veracruz, e prima di arrivare a Tijuana lottava per la giustizia climatica. Nel 2015, è stata costretta a fuggire dalla sua terra, sfollata a causa del narcotraffico che chiedeva il pizzo alla sua famiglia, produttrice di canna da zucchero. Quando è arrivata a Tijuana, non voleva lavorare con i migranti: i casi delle donne in mobilità le ricordano troppo la sua storia. Con lo sguardo spento e un pallore che la rende quasi irriconoscibile, mi dice: «Essere sfollato è terribile. È una trasformazione radicale: perdi tutto — la tua casa, la tua cultura, la tua sicurezza. Quando te lo racconto come persona che l’ha vissuto, è doloroso; ma come professionista lo è ancora di più. Perché non hai alcun riferimento giuridico. Fino al 2019 il governo messicano non ha nemmeno riconosciuto questa condizione. E ancora oggi, il presidente [l’ex-presidente Andrés Manuel López Obrador, ndr] fatica a rendere pubblici i dati sulle violenze. Non sei nemmeno riconosciuto come migrante, perché non attraversi un confine internazionale. Guarda il caso delle donne di questo centro: vivono già in contesti violenti, ma quando si sommano la violenza del crimine organizzato e l’assenza di riconoscimento e protezione legale, il risultato può essere fatale.» Maricruz ricorda un evento che ha segnato la sua vita. Nel giugno del 2020, al rifugio era arrivata una donna che fuggiva con i suoi cinque figli da una condizione di violenza familiare. La famiglia aveva lasciato gli Stati Uniti — dove i bambini erano nati — per sottrarsi a un mandato di arresto a carico del marito, coinvolto con bande locali. Dopo essersi rifugiati nello stato di Michoacán, la situazione è peggiorata: l’uomo si era avvicinato alla criminalità organizzata, arrivando rapidamente a ricoprire un ruolo di comando. Quello che era già un matrimonio segnato dalla violenza si è trasformato rapidamente in uno scenario ancora più pericoloso, alimentato dal potere crescente del marito e dal suo abuso di droghe. Come sottolinea Maricruz: «Uno non diventa leader dall’oggi al domani. Non possiamo sapere cosa ha dovuto fare quest’uomo per guadagnarsi quel posto, quante persone ha dovuto ammazzare. Senza dubbio ha fatto qualcosa di orribile». La donna, infatti, temendo per la propria vita, ha deciso di fuggire con i suoi figli a Tijuana. Sono passate poche settimane dal suo arrivo al centro Madre Asunta quando, durante la campagna di vaccinazione contro il Covid-19, la donna è stata rintracciata. Non era chiaro se si trattasse di un caso o se ci fossero donne infiltrate all’interno del rifugio. Ciò che era evidente, però, è che sono iniziati ad arrivare messaggi minacciosi dal marito, che sosteneva di averla localizzata a Tijuana. Nei messaggi comparivano dettagli precisi: la donna, infatti, ogni giorno alle 18 si occupava della distribuzione del pane ai senzatetto che si radunano intorno al rifugio. Maricruz racconta: «Poi arriva quel messaggio: “So che sei al Madre Asunta, so che alle sei dai il pane, e se non esci con le buone, entro con le cattive.” In quel momento ho avuto paura, una paura così forte che avrei voluto prendere le mie cose e andarmene. Credo che il mio volto sia cambiato. Lei mi ha guardata, chiedendo: “Sa già dove sono, vero?” A quel punto, mantenere la lucidità è diventato essenziale. Ovviamente, è una paura che ti paralizza. Una situazione orribile. In quel periodo avevamo il supporto di un ufficiale di sicurezza pubblica, incaricato di visitare i vari centri di accoglienza. Quando c’erano situazioni di rischio come questo, lui interveniva, portando le donne in un luogo più sicuro. Abbiamo parlato con lui e ha deciso di trasferirla al Centro Integrativo per Migranti Carmen Serdán, un luogo militarizzato custodito dalla polizia federale. Un rifugio ad alta sicurezza». L’operazione di trasferimento fu delicata: un furgone senza segnaletica, scortato da due auto della polizia, ha trasportato la donna e i suoi cinque bambini. Un mese dopo, hanno attraversato il confine, trovando finalmente un luogo sicuro dove il marito non avrebbe potuto raggiungerli. In questo caso, passare il confine in tempo ha salvato la vita a sei persone. La paura permea ogni istante della vita e del lavoro in un rifugio per migranti. Paura, perché non si ha a che fare solo con i migranti, ma con un intero sistema di violenza e corruzione. Dopo aver raccontato la vicenda di questa donna, Maricruz sorride: «Una volta sono venuti a intervistarmi dalla CNN per un servizio sulla situazione migratoria qui. A un certo punto, una delle giornaliste mi ha chiesto se nel mio lavoro ho mai avuto paura. Non potevano farmi una domanda più stupida: certo che ho paura! Ogni giorno, quando mi sveglio e vengo al lavoro, mi chiedo cosa ci faccio ancora qui. Con la mia istruzione e le mie esperienze, potrei trovare qualcosa di più sicuro, posizioni che non mi espongono a pericoli. Eppure, alla fine, mi ritrovo sempre qui. Forse perché non voglio lasciare queste donne da sole. O forse, perché in fondo, non ho mai smesso di essere una migrante». Mentre mi dice questo, il suo sguardo fiero è tradito dalle mani che si stringono nervosamente. La mente mi torna a quell’8 marzo, quando ho visto per la prima volta un cartello che non sono più riuscita a dimenticare: «Anche la paura è una questione di privilegio». foto di sabrina aidi MIRANDO AL OTRO LADO Anche se siamo alla fine di marzo e la temperatura non è calda, diverse famiglie si avventurano a bagnarsi i piedi nella gelida acqua dell’Oceano Pacifico. Le onde sono alte e frequenti e, sollevando la sabbia sul fondo, dipingono l’acqua di un verde opaco. Basterebbe percorrere 30 km lungo la costa per trovare acque cristalline, ma qui sotto al muro di Tijuana, l’acqua è torbida, sporca, inquieta. Come se riflettesse l’energia di questo spazio, eternamente diviso. Nonostante l’apparente normalità della giornata, è impossibile ignorare il muro che separa l’Otro Lado. La salsedine mi riempie le narici mentre osservo un pescatore fermo, che guarda l’orizzonte. Tra la foschia tipica di queste spiagge, si intravedono i grattacieli della downtown di San Diego. Il muro lascia delle fessure che permettono di sbirciare dall’altra parte, ma la sua altezza, progettata per impedire qualsiasi attraversamento, rende impossibile scavalcarlo. Ma non è sempre stato così. Fino al 1994, il confine è stato particolarmente poroso e non era raro vedere famiglie divise tra i due paesi incontrarsi sulla spiaggia per scambiarsi cibo, regali e, talvolta, fedi nuziali. Oggi, invece, il muro si è alzato e rinforzato, rendendo gli Stati Uniti non solo separati, ma quasi inaccessibili. Una fortificazione crescente, incarnata dal muro secondario che, come uno specchio, replica il primo a circa nove metri di distanza. Lo spazio tra le due barriere è una terra di nessuno. A rompere il silenzio c’è soltanto il rumore degli stivali dei soldati che pattugliano l’area. Negli anni, gli Stati Uniti hanno tentato in diversi modi di regolare gli ingressi irregolari nel Paese, cercando di dissuadere i migranti dall’attraversare il confine e dal presentare domanda di asilo. Negli ultimi anni, però, queste misure sono cambiate freneticamente e, dal 2016 in poi, nessuna amministrazione è riuscita a individuare una soluzione stabile per la gestione dei flussi migratori su questo confine. Nel gennaio 2019, durante la prima amministrazione Trump, è stato introdotto il Migrant Protection Protocols (MPP), noto anche come “Remain in Mexico”. Il programma stabiliva che i richiedenti asilo dovessero attendere in territorio messicano l’esito della propria domanda, anziché entrare negli Stati Uniti durante la procedura. Nel marzo 2020 è arrivato poi il Title 42, una misura giustificata dall’emergenza sanitaria legata al Covid-19. Basandosi su una legge di salute pubblica, il provvedimento consentiva alle autorità statunitensi di respingere migranti e richiedenti asilo senza esaminare le loro domande. Al di là delle motivazioni ufficiali, queste misure — unite a procedure spesso ambigue e alla mancanza di risorse e formazione adeguate — hanno avuto l’obiettivo di contenere i migranti nelle città di confine messicane e accelerare le deportazioni di chi si trovava irregolarmente negli Stati Uniti. Il fine era anche politico: mantenere più basso il numero di migranti presenti sul territorio nazionale, una statistica spesso utilizzata dalle amministrazioni per rivendicare l’efficacia delle proprie politiche migratorie. Con Biden, gli obiettivi delle politiche migratorie sono cambiati radicalmente. L’intento non era più soltanto di contenere gli arrivi, ma di ridurre la pressione ai confini attraverso un sistema che permettesse ai migranti di pianificare il proprio ingresso negli Stati Uniti. Per farlo, è stata introdotta la possibilità di fissare un appuntamento con le autorità di frontiera tramite un’applicazione, CBP One, avviando la procedura di richiesta d’asilo prima ancora di raggiungere il confine. Fin dall’inizio, però, il sistema mostrava diversi limiti. Molti migranti non disponevano di uno smartphone, di una connessione internet stabile o delle competenze necessarie per utilizzare l’applicazione. Inoltre, il servizio era disponibile soltanto in inglese e spagnolo, escludendo di fatto tutti coloro che parlano creolo haitiano o lingue indigene. Nonostante queste criticità, per un periodo il sistema ha funzionato e gli appuntamenti venivano assegnati con relativa facilità. Poi qualcosa è cambiato. I tempi di attesa si sono allungati progressivamente, fino a raggiungere cinque o sei mesi. A pagare il prezzo più alto sono state soprattutto le donne messicane. Operatrici, migranti e religiose con cui mi sono confrontata concordavano tutte su un punto: tra tutte le nazionalità presenti a Tijuana, le messicane sono quelle che hanno incontrato le maggiori difficoltà a ottenere un appuntamento. Secondo alcune testimonianze, in alcuni periodi solo una donna messicana su cento riusciva a ottenere un appuntamento. Come evidenziato dalla denuncia presentata contro CBPOne da parte di Access Now e della Cyberlaw Clinic della Harvard Law School, la mancanza di trasparenza sui dati relativi all’asilo rende difficile ottenere informazioni chiare sull’accesso legale delle migranti messicane negli Stati Uniti. Solo alla fine di settembre 2024, l’agenzia statunitense Customs and Border Protection (CBP) ha finalmente reso pubbliche 2.912 pagine di documentazione. Tra i dati rilasciati, due sono particolarmente rilevanti. > Innanzitutto, i messicani sono il gruppo più numeroso di migranti negli Stati > Uniti. Tuttavia, i dati contenuti nel report Asylum Decision Rates by > Nationality 2023 rivelano una realtà preoccupante: su un totale di 19.458 > richieste di asilo presentate da cittadini messicani, solo il 4% ha ricevuto > esito positivo. Al contrario, il 16% è stato respinto, e ben l’80% delle > richieste è stato archiviato sotto la voce “altro”, creando un gigantesco > punto interrogativo su questi casi. Nel frattempo, la violenza in Messico continua ad aumentare, costringendo sempre più persone a cercare asilo al confine. Secondo i dati di CBP One, tra il 2021 e il 2024 sono stati registrati oltre 2 milioni di encounters (incontri), ovvero persone che si consegnano volontariamente alle autorità di frontiera senza documenti, in attesa che la loro richiesta di asilo venga processata, mentre sono trattenuti in strutture di detenzione su territorio statunitense. Di questi, ben 680.700 sono migranti messicani, la categoria più numerosa tra gli indocumentati. Il muro non si estende molto nell’oceano, teoricamente si potrebbe attraversare a nuoto. Ma l’acqua è gelida e le onde, forti e incessanti, ne rendono l’attraversamento un’impresa difficile. A rendere tutto ancora più rischioso, c’è la sorveglianza militare: i soldati scrutano ogni movimento, ogni intenzione, ogni sguardo di chi si trova vicino al muro, zaino in spalla, fissando l’altro lato. È il caso di una signora che, mentre siamo sulla spiaggia, decide di entrare in acqua, completamente vestita e con lo zaino in spalla. I suoi pantaloni blu scuro si bagnano rapidamente appiccicandosi alle gambe mentre avanza tra le onde, sempre più in profondità. Ogni tanto si volta, come per controllare che nessuno la stia osservando. Quando vede quattro soldati, sguardi di ferro nascosti dagli occhiali da sole, rallenta il passo. Giunta in un punto dove l’acqua le arriva al bacino, si ferma, fissando la spiaggia. Le onde, come a voler rispecchiare la sua esitazione, si infrangono contro di lei, mentre rimane lì, per un lungo momento, aspettando che qualcosa o qualcuno distolga l’attenzione dei soldati. Ma il momento fortunato non arriva mai. L’acqua ora le batte più forte contro la schiena e un vento gelido inizia a soffiare insistente. Dopo una lunga attesa, la donna, con i vestiti fradici e lo zaino rosa stretto tra le mani, decide di tornare a riva. E mentre cammina all’indietro, non smette di voltarsi, fissando l’orizzonte, come se vedesse nell’oceano la sua occasione persa. Le foto sono gentilmente offerte dall’autrice Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo <em>Mirando al otro lado</em>: storie di donne alla Frontiera proviene da DINAMOpress.
June 30, 2026
DINAMOpress
Immaginare comunità contro la restaurazione di Milei in Argentina
In Argentina, dal dicembre 2023, è al governo Javier Milei, capo di una coalizione utraliberista La Libertad Avanza, il suo obiettivo dichiarato è distruggere lo stato, portare il paese verso la “libertà finanziaria”, ed eliminare i privilegi della casta e dei parassiti. Il libro di Verónica Gago e Luci Cavallero, Rivendicare futuro. Il transfemminismo contro il capitale finanziario edito in Italia da Ombre Corte, tradotto dallo spganolo da Anna Curcio, analizza come l’uomo della motosega sia arrivato al potere, sia stato riconfermato alla elezioni parlamentari del 2025, e, nonostante le enormi mobilitazioni, stia riuscendo ad attuare il suo progetto di distruzione del paese anche grazie a una base di appoggio popolare.  La domanda sottostante alle pagine del libro è: come si è costruito questo appoggio popolare a Milei? E in che modo la crisi economica e valutaria del 2022/23, con un’inflazione su base annua del 300%, ha portato alla vittoria del governo anarcocapitalista, e quella del 2001, con le immagini dei blindati che portavano valuta fuori dai confini, ha portato alla più grande rivolta nel paese e alla costruzioni di rete di solidarietà e autogestione di lungo periodo? Per rispondere a questa domanda le due studiose e attiviste argentine utilizzano un metodo di analisi femminista e materialista.  > «Gran parte del sostegno che ha ricevuto alle urne può essere spiegato > attraverso il modo in cui funziona l’economia quotidiana, vero terreno di > fermentazione, preparazione e prova del nuovo regime» (p.47). E da qui discerne un’ analisi di come austerità, disciplina e sacrificio vengono accettate e riprodotte nella sfera domestica, un territorio ancora oggi sconosciuto alla disciplina economica, nonostante siano decenni che l’economia femminista pone al centro della riflessione politica ed economica la riproduzione sociale.  Prima passo laterale di questa analisi femminista è quello di guardare alla crisi economica non dal lato della finanza pubblica, ma a partire dalle trasformazioni sociali ed economiche nella sfera quotidiana, relazionale ed emotiva. Si continua, così, sul solco tracciato da Gago già nel suo primo libro Neoliberalismo dal basso, edito in italiano da Tamu Edizioni. Il secondo passo laterale è quello di analizzare la produzione di soggettività, e quindi di consenso all’anarco liberismo autoritario di Milei, che la finanziarizzazione della riproduzione sociale produce. E ultimo passo, analizzare la svolta autoritaria del mondo ponendo al centro l’Argentina e l’America Latina come territori decisivi per comprendere le dinamiche in cui siamo immerse, e non solo come specchio di ciò che accade negli Stati Uniti.  > E a partire da questi tre passi laterali che l’ipotesi delle autrici taglia il > campo d’analisi in maniera netta: «l’autoritarismo della libertà finanziaria è > la dinamica che, in nome della libertà, promuove la fascistizzazione della > vita collettiva» (p.58). In un territorio come l’America Latina dove «la convergenza tra neoliberalismo e autoritarismo è originaria» (p.61), organizzata nelle dittature tra gli anni ’60 e ’80, e basata sul genocidio delle popolazioni indigene fondativo degli stati nazione del sud e nord America. Oggi la riconversione da un neoliberalismo autoritario a un «fascismo di tipo coloniale» avviene tramite «la guerra alla riproduzione sociale» e la sua fascistizzazione.  In questo modo Cavallero e Gago superano il dibattito sulla svolta autoritaria globale, fermo alla domanda se quello a cui assistiamo sia fascismo o meno, e diviso tra chi individua la causa nelle guerre culturali – dando colpa al femminismo – e chi in una mutazione del neoliberismo. Le autrici chiariscono come sia il campo della riproduzione sociale ad essere lo spazio in cui si viluppa la fascistizzazione della società, un processo che ha un doppio movimento dal basso verso l’alto, con comportamenti microfascisti diffusi, costituendo un vera e propria mobilitazione sociale, e dall’alto verso il basso, con politiche che mirano a produrre popolizioni sacrificabili, le donne, le persone trans e non binarie, le persone migranti e razializzate.  Ed è per questo che il femminismo e il transfemminismo sono in prima linea nella battaglia contro le destre fasciste in tutto il mondo. Per buona pace di autori e autrici che qui in Italia continuano a leggere il femminismo contemporaneo come un prodotto dell’identy politics statunitense, invece che guardare alle battaglie del tranfemminismo popolare latino-americano, in cui fonda le radici l’analisi di questo libro.  > La libertà finaziaria, nucelo essenziale dell’agenda politico-economica di > Milei, va mano nella mano con il suo antifemminismo di Stato e la guerra ai > generi. Sono prima di tutto i giovani maschi a sentirsi mobilitati da un progetto che, da un lato, li chiama a responsabilizzarsi, a costruirsi come soggetti imprenditori e speculatori, a rischiare e proiettarsi come persone di successo, tramite app di trading e comunità digitali, invece che rispecchiarsi nella loro condizioni materiali di impoverimento, sfruttamento e condizione di vittima. E dall’altro, li fa riappropriare della violenza patriarcale, transfobica e razzista nella vita quotidiane. Esattamente quella violenza che il movimento transfemminista ha denunciato in questi ultimi dieci anni. > Assistiamo, quindi, a una restaurazione patriarcale finanziaria e coloniale: > una vera e propria controrivoluzione contro le battaglie transfemministe e le > reti di solidarietà e autogestione popolare.  Questo libro inizia con otto tesi sul debito, avanza con otto tesi sulla centralità del genere, e si conclude in otto tesi sulla comunità futura, una linea di analisi che dalla questione materiale del debito privato e pubblico su cui si basa il capitalismo finanziario, passa per produzione di popolazioni sacrificabili sulla base del genere e della razza, per chiudere su come immaginare politicamente nuovi futuri oltre la catastrofe. E nella tesi conclusiva ci esortano: «la sfida è quella di creare e sostenere un’organizzazione trasversale e costruire unità attraverso la vicinanza programmatica e affettiva tra le lotte».  Presentazioni in Italia con le autrici: 25 giugno ore 19:00 a Roma, Esc Atelier autogestito 26 giugno ore 19:00 a Bologna, festival Radici 28 giugno ore 18:30 a Milano, centro sociale Cantiere 29 giugno ore 19:15 a Padova, festival Sherwood Per tutte le informazioni sulle presentazioni leggi la pagina di Ombre Corte Immagine di copertina di Juan Valiero per concessione del giornale La Vaca, proteste a Buenos Aires nel febbraio del 2026 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 25, 2026
DINAMOpress
Decolonizzare la nonviolenza nella comunicazione: verso una pratica politica della cura
Mentre fuori il mondo brucia — guerre, crisi climatica, governi che smontano diritti faticosamente conquistati — può sembrare un’ossessione minore preoccuparsi di come ci parliamo nei nostri spazi. È il contrario. Le violenze strutturali entrano in noi e parlano attraverso i nostri automatismi, riproducendo — anche senza intenzione — le asimmetrie che vorremmo trasformare: il commento abilista buttato lì, l’uomo che interrompe sistematicamente le donne in riunione, lo scherno per un accento meridionale. Le parole con cui abitiamo i collettivi, le comunità, i movimenti non sono mai neutre. Decidono chi viene ascoltatə, chi porta il peso della cura, chi può nominare un torto senza essere accusatə di romperne l’armonia. Curare il linguaggio non è un dettaglio rispetto alla giustizia: ne è un’infrastruttura. Reggere queste conversazioni — che chiamano in causa razzismo, classismo, abilismo, sessismo, ciseteronormatività — impone un’analisi del proprio posizionamento. Come ci ricordano i femminismi neri, le oppressioni non sono somme isolate ma intrecci: ognunə di noi occupa, allo stesso tempo, posizioni di privilegio e di subalternità lungo assi diversi. Riconoscere questa mappa — senza confondere dinamiche di potere informale e asimmetrie strutturali — è la condizione per smettere di agire come oppressorə inconsapevolə e farsi alleatə in un processo collettivo di liberazione. La Comunicazione Nonviolenta (CNV) nasce in dialogo con questa storia. Negli anni Sessanta Marshall Rosenberg lavora come mediatore nei progetti federali di desegregazione scolastica statunitense, osservando la possibilità di gestire conflitti aspri senza violenza. L’intuizione è semplice: dietro ogni giudizio o reazione aggressiva ci sono bisogni umani non soddisfatti, e riconoscerli apre uno spazio di connessione anche dove tutto sembra ostile. Da lì la CNV si è diffusa in scuole, ospedali, aziende, collettivi politici, ed è particolarmente presente nei movimenti ecologisti e nelle esperienze comunitarie, dove offre una grammatica preziosa per la cura. Quando però viene applicata senza tenere conto delle asimmetrie di potere che attraversano la conversazione, può rovesciarsi nel suo opposto. Concentrata sulla dinamica relazionale a due, la CNV ha perso col tempo l’articolazione sociologica che proponeva in origine. La stessa comunità internazionale dellə formatorə del Centre for Nonviolent Communication (CNVC) sta nominando questo limite, spingendo per una riforma interna. Senza una lente sistemica, la CNV fatica a leggere la violenza come elemento strutturale di un sistema diseguale, in cui i bisogni di sicurezza, sussistenza e dignità di interi gruppi sociali sono ignorati e sistematicamente negati. Senza questa cornice, la CNV rischia non solo di «narcotizzare» — come avvertiva lo stesso Rosenberg — ma di rafforzare proprio il paradigma che voleva trasformare. QUELLO CHE LA CNV FATICA A VEDERE Scrivo come persona queer socializzata donna, bianca e terrona, con un vissuto di migrazione intergenerazionale e di passaggio transclasse. Da anni di frequentazione di spazi che adottano la CNV è nata una relazione ambivalente con il metodo. Mi è stato spesso prezioso nel tenere insieme la mia tensione tra essere verə e prendermi cura, di me e dellə altrə. Tuttavia, in contesti particolarmente segnati da dinamiche di potere, ho osservato il rovescio: l’imperativo di “parlare in CNV” che agisce come disciplinamento, la richiesta di forma che diventa strumento di silenziamento per chi prova a nominare un’asimmetria di potere o un’ingiustizia. LA POLIZIA DEL TONO Una delle critiche più discusse del metodo riguarda proprio il tone policing, la polizia del tono: un meccanismo che sposta l’asse del conflitto dalla sostanza del danno alla forma in cui viene espresso. Il problema strutturale sparisce; resta la “performance comunicativa” di chi lo ha nominato. Funziona come gaslighting emotivo: chi subisce il danno è indottə a dubitare della propria esperienza e della validità della propria rabbia. > Un esempio quotidiano: un conflitto sulla disparità del carico domestico in > una coppia cishet, in cui il partner può usare la CNV come scudo, criticando > il “tono aggressivo” della compagna. Risultato: il focus si sposta dal > problema reale — il lavoro non riconosciuto — alla “comunicazione violenta” di > chi lo ha nominato. La donna diventa la responsabile di aver “comunicato > male”. Il problema rimane intatto. Imporre i criteri di “calma” e “razionalità” della CNV in contesti asimmetrici trasforma il metodo in uno strumento di invalidazione. Le emozioni di chi subisce vengono derubricate a ostacoli comunicativi mentre chi è in posizione di potere si sottrae alla responsabilità delle proprie azioni. Così il distacco viene elevato a indicatore di verità e autorità: le voci più «imparziali» — ovvero quelle meno toccate dal problema — vengono ascoltate come più qualificate a parlarne. La polizia del tono, regolando la forma, detta chi ha il diritto di parlare e quali istanze meritano ascolto. L’INGANNO DELLO STANDARD “UNIVERSALE” Il dibattito sulla polizia del tono nasce in seno alla Critical Race Theory, che ha smontato la presunta neutralità dell’ideale di “civiltà”. Decoro, cortesia, ragionevolezza, “saper parlare bene” non sono categorie universali, ma costrutti che riflettono le gerarchie di razza, genere e classe del discorso dominante. Presentandosi come linguaggio universale, la CNV finisce per imporre uno standard di compostezza e razionalizzazione delle emozioni modellato su un canone preciso, che la riforma interna al CNVC — animata da Roxy Manning, Miki Kashtan, Martha Lasley e altrə — riconosce ormai apertamente: quello standard riflette una «bianchezza» culturale che riflette i codici della classe media, e finisce per invalidare stili comunicativi di soggettività, culture e neurotipi diversi. > Questa logica trova un parallelo in Italia, dove lo standard si sovrappone ai > codici storicamente propri della borghesia culturale settentrionale. > L’immaginario egemonico ha contrapposto questo canone a uno stile meridionale > dipinto come “eccessivo”, “rumoroso”, “irrazionale” — stessa logica della > bianchezza che presenta i propri codici come neutri e declassa ogni altra > espressione a deviazione da correggere. L’analisi decoloniale mostra come questa dinamica sia stata centrale nel progetto unitario: per legittimare l’appartenenza al canone coloniale europeo, le élite italiane hanno neutralizzato le proprie incertezze sulla bianchezza razzializzando il Meridione. Il Sud è diventato un “altro” interno, bersaglio di uno sguardo speculare a quello rivolto ai soggetti coloniali d’oltremare e che continua a operare nel disciplinamento delle persone migranti — su questo hanno riflettuto Gaia Giuliani e Cristina Lombardi-Diop, Carmine Conelli e, più recentemente, Claudia Fauzia e Valentina Amenta con la lente del femminismo terrone.  A queste dinamiche si intreccia la normatività di genere, che impone alle persone socializzate donne una doppia e contraddittoria pressione: aderire allo stile “razionale e misurato” della tradizione egemonica e, allo stesso tempo, performare una femminilità accomodante. Gentili, sono deboli; assertive, sono abrasive. La legittimità della voce è negata a prescindere dal tono — e si stringe in particolare attorno alla rabbia: negarne l’accesso alle persone razzializzate o socializzate donne è una forma storica di sorveglianza e disarmo politico. La CNV non crea queste contraddizioni, ma le riverbera attraverso il mito di un codice “universale” e “neutro”, costruito su canoni intrisi di stereotipi coloniali e patriarcali. Come sottolinea Meenadchi, insegnante CNV e autorə di Decolonizing Non-Violent Communication, la CNV «non è intrinsecamente nonviolenta»: dipende dal contesto e dalle dinamiche in gioco, e da come queste distribuiscono il peso del lavoro emotivo. LO SPOSTAMENTO DEL PESO EMOTIVO Trattare le parti nella conversazione come se operassero in condizioni di parità sociale ed emotiva produce una “falsa equivalenza dei bisogni” e sposta l’intera responsabilità sulla persona individuale: è la logica neoliberista applicata alla cura, che sottrae al sistema la responsabilità del cambiamento. Roxy Manning lo documenta dentro i circoli CNV: chi condivide un vissuto di oppressione — soprattutto al livello sottile delle microaggressioni — si scontra spesso con la messa in discussione della propria esperienza, con l’insistenza a «provare empatia per l’umanità» di chi detiene più potere, chiamando chi subisce il danno a farsi carico della cura di chi lo ha inflitto.  Già nel 1979 Audre Lorde descriveva il meccanismo dentro gli spazi femministi: alle donne nere non veniva chiesto solo di sopportare il razzismo che subivano, ma di farsi carico del disagio delle compagne bianche nel parlarne — educarle, rassicurarle, proteggerle dalla loro stessa difensività. Vale ancora. Una conversazione attenta ai rapporti di forza invece ribalta queste responsabilità. Chi agisce il danno è chiamatə a riconoscerne l’impatto — al di là delle intenzioni — a gestire il proprio vissuto emotivo senza scaricarlo sull’altrə, a costruire con reti di pari il proprio percorso di consapevolezza, liberando chi ha subito dall’obbligo di fare da maestrə. Chi subisce rivendica il diritto — non il dovere — di parlare, tacere o sottrarsi. La sua voce ha valore politico in sé: non perché converta lə interlocutorə, ma perché rompe il silenzio che perpetua il danno. OLTRE IL DIALOGO Diverse pratiche, dentro e fuori la CNV, stanno provando a costruire strumenti per attraversare le asimmetrie di potere anziché ignorarle. Meenadchi, in Decolonizing Non-Violent Communication, sposta l’attenzione dal “come parlare” al “da dove parlare”, integrando saperi somatici e decoloniali. La giustizia trasformativa — teorizzata a partire dai movimenti abolizionisti — sposta il focus dal “come parlarci meglio” al “cosa ci serve davvero”: sicurezza, responsabilità, trasformazione. Strumenti come il pod mapping — la mappatura di reti di fiducia da attivare in caso di violenza subita o agita — costruiscono infrastrutture comunitarie alternative al dialogo diretto, quando questo è inaccessibile o controproducente. > Lorde, nella frase celebre «gli strumenti del padrone non smantelleranno mai > la casa del padrone», aveva già posto la domanda radicale: è possibile che il > dialogo stesso, in certe configurazioni, sia uno di quegli strumenti? Molte > forme di violenza — domestica, di stato, sessuale — non si risolvono con il > dialogo, ma con l’organizzazione politica, la costruzione di alternative > materiali, l’abolizione di istituzioni oppressive. Anche nelle situazioni meno estreme, il dialogo ha costi asimmetrici: per chi è in posizione di privilegio è spesso un esercizio di crescita personale; per chi è subalternə è frequentemente un lavoro non pagato di educazione, spesso ri-traumatizzante. Senza negare il valore del confronto, occorre situarlo dentro una cornice d’azione più ampia, dove la parola cede il passo a interventi materiali e strutturali: il rifiuto di conversazioni non sicure — il diritto di non rispondere a chi pone in cattiva fede; la separazione temporanea come pratica legittima — caucus omogenei, spazi di affinità — dove chi condivide una posizione può elaborare senza doversi tradurre; l’organizzazione politica come modalità di trasformazione che non passa dal convincimento del gruppo dominante ma dalla costruzione di potere collettivo delle persone subalterne; le infrastrutture materiali di cura — supporto reciproco, mutuo soccorso — che cambiano le condizioni in cui le conversazioni avvengono, anziché limitarsi a migliorarle. Una pratica di decolonizzazione della nonviolenza comunicativa non promette uno strumento “perfettamente nonviolento”: è un esercizio di consapevolezza dei propri limiti, sapere quando farsi da parte per lasciare spazio ad altre pratiche. Il dialogo è una delle strade della giustizia, non l’unica e non sempre la principale. Resta il dato: il modo in cui ci parliamo non è un dettaglio rispetto alle trasformazioni che cerchiamo, ne è una delle infrastrutture. Curarlo significa interrogare non solo come parliamo, ma da dove parliamo, con chi, e a quali condizioni — riconoscendo che alcune non si modificano con una conversazione migliore, ma con interventi materiali che cambiano i rapporti di forza. *Rosalinda Quintieri vive nell’Appennino bolognese. Ricercatrice, community herbalist e formatrice, cura percorsi su giustizia sociale da una prospettiva intersezionale. Con un dottorato conseguito all’Università di Manchester, ha indagato l’interiorizzazione del capitalismo nelle forme della soggettività contemporanea nel volume Dolls, Photography and the Late Lacan: Doubles Beyond the Uncanny (Routledge, 2021). Ha fondato REAlab — programma che accompagna ricercatorə umanistə nel tradurre la ricerca in pratiche di trasformazione sociale — ed è co-fondatrice del Collettivo GEDI (Giustizia, Equità, Diversità e Inclusione), che lavora con gruppi e organizzazioni impegnatə nel cambiamento ecologico e sociale. Tutte le immagini sono di Tima Miroshnichenko via Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 16, 2026
DINAMOpress
HO UCCISO L’ANGELO DEL FOCOLARE: INVISIBILI. LA CONDIZIONE DELLE PERSONE TRANS ED LGBTQIAP+ OGGI DETENUTE IN ITALIA
Ho ucciso l’angelo del focolare è l’approfondimento quindicinale dedicato alle questioni di genere. Va in onda sulle frequenze di Radio Onda d’Urto ogni due settimane – il venerdì pomeriggio alle ore 18,45 – dentro la Cassetta degli Attrezzi. -------------------------------------------------------------------------------- Continuano gli appuntamenti con la trasmissione dedicata al genere di questa stagione radiofonica 2025/2026. In questa tredicesima puntata – andata in onda venerdì 12 giugno 2026 – abbiamo alzato il sipario sulla condizione delle persone trans, non binarie e più in generale lgbtqiap+, oggi detenute in Italia. Partendo dal caso di Ivrea sui presunti abusi sessuali commessi da un’agente di polizia penitenziaria su una donna trans, abbiamo approfondito le dinamiche e criticità specifiche con cui si scontrano queste persone quando vengono private della libertà. Per farlo, abbiamo coinvolto Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone, e Daniela Falanga, attivista Lgbtqiap+ e delegata alle carceri all’interno della segreteria nazionale Arcigay. Buon ascolto. Ascolta o scarica -------------------------------------------------------------------------------- Le puntate della stagione 2025 / 2026: * 29 maggio 2026 – Essere hacker (e femminista) ai tempi di algoritmi, profitto e violenza. Intervista ad Agnese Trocchi. In un mondo sconvolto dalla “Grande Peste di Internet”, un gruppo di hacker e artiste trova rifugio in una valle dimenticata dai droni. Come in un moderno “Decamerone”, queste “cronache antiche” attraversano le macerie di una società ormai piegata agli algoritmi del profitto. Attraverso la pedagogia hacker di C.I.R.C.E., il nuovo testo della scrittrice, artista e tecnologa, Agnese Trocchi, intitolato “Internet, mon amour”, smonta i dispositivi autoritari delle Big Tech e apre la possibilità di un rapporto più ecologico con le macchine. Ascolta o scarica * 15 maggio 2026 – Il sex work e il paradosso italiano. Quando lo stigma oltrepassa il diritto. Un settore economico in forte evoluzione, dal giro d’affari milionario, che nel nostro paese si scontra però con un paradosso normativo e culturale. In Italia il sex work, infatti, non è illegale, ma non è nemmeno ufficialmente riconosciuto. Una contraddizione che ha molto a che fare con lo stigma, il pregiudizio e una cultura di stampo patriarcale, e molto poco con la realtà della professione.  Alla luce di questa cornice paradossale, qual è la condizione di chi esercita oggi il sex work in Italia? Quali le difficoltà principali che incontra? Come viene regolamentato nel resto d’Europa? E cosa servirebbe allə sex workers per migliorare la propria situazione? Abbiamo approfondito il tema con Pia Covre, storica attivista per i diritti civili delle prostitute e co-fondatrice del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute (CDCP), e con Ombre Rosse, collettivo transfemminista di sex workers e alleatə.  Ascolta o scarica * 17 aprile 2026 – Il nuovo paradigma bellico e gli effetti del riarmo su donne e soggettività marginalizzate. In questa decima puntata abbiamo guardato alle logiche che sottendono le attuali politiche di riarmo messe in campo dall’Europa e all’impatto che hanno, e avranno, su donne e soggettività marginalizzate con con Paola Rudan, parte di Connessioni Precarie e dell’Assemblea donne del Coordinamento Migranti, e con Michela Flores, sindacalista di USB e parte, per il sindacato, della Rete degli sportelli antiviolenza e antimolestia sui luoghi di lavoro. Ascolta o scarica  * 3 aprile 2026 – Parliamo di supremazia maschile, Incel e misoginia con Manolo Farci. In questa nona puntata  abbiamo affrontato il tema della crisi dell’identità maschile alla luce della diffusione di fenomeni subculturali come gli Incel, l’antifemminismo e la misoginia che li accompagna con Manolo Farci, professore associato di Studi culturali e di genere all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e autore del recente libro “Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità” edito da Nottetempo edizioni (2025). Ascolta o scarica  * 20 marzo 2026 – Tra femonazionalismo e falsi femminismi. Come le nuove destre strumentalizzano le questioni di genere. In questa ottava puntata abbiamo approfondito come le nuove destre globali strumentalizzano le questioni di genere per i propri obiettivi politici con Viola Carofalo, del progetto Meti e Marina Nasi, giornalista freelance e collaboratrice della rivista “La valigia blu. Ascolta o scarica  * 6 marzo 2026 – “L’amore non ci basta”. I motivi della denatalità in Italia, con Francesca Coin, sociologa e autrice tra gli altri del libro “Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita” (Einaudi, 2023) e Silvana Agatone, presidente dell’Associazione LAIGA – Libera Associazione Italiana Ginecologi non obiettori per l’Applicazione della 194 Ascolta o scarica * 23 gennaio 2026 – Sessismo da tastiera. Quando l’odio di genere corre online, con Vera Gheno, saggista, sociolinguista e ricercatrice presso l’Università di Firenze, e Paola Rizzi, giornalista e vicepresidente dell’associazione Giulia Giornaliste che, nel 2021, ha scritto con Silvia Garambois il volume “#Staizitta giornalista! Dall’hate speech allo zoombombing, quando le parole imbavagliano”. Ascolta o scarica * 12 dicembre 2025 – Femminismo e Marxismo. Intervista a Leopoldina Fortunati, teorica femminista, già militante di Lotta Femminista e del movimento per il Salario al Lavoro Domestico. Tra le prime studiose a occuparsi del rapporto tra donne, lavoro e tecnologie, ha insegnato Sociologia della Comunicazione e della Cultura all’Università di Udine, ed è autrice de L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale Ascolta o scarica * 28 novembre 2025 – Violenza transfobica e vita transgenere. Voci di lotta e di resistenza, con Roberta Parigiani, avvocata, attivista e attuale presidente del MIT – Movimento di Identità Trans di Bologna ed Elisa Ruscio, attivista parte di Milano Pride e di Acet – Associazione per la cultura e l’etica transgenere Ascolta o scarica  * 14 novembre 2025 – Educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Ascolta o scarica  * 31 ottobre 2025 – Il femminicidio di Cinzia Pinna e la narrazione mediatica della violenza, con Serena Bersani, presidente di Giulia Giornaliste – Associazione Giornaliste Unite, Libere e Autonome e Paola di Non Una di Meno Nord Sardegna Ascolta o scarica * 17 ottobre 2025 – La lotta delle donne arabe tra femminismo, Islam e Palestina. Intervista a Mjriam Abu Samra. L’intervista a Mjriam Abu Samra, attivista e ricercatrice italo-palestinese alla Ca’ Foscari di Venezia, con la quale abbiamo approfondito alcune discussioni aperte riguardo il concetto di liberazione, e di resistenza, per le donne arabe e palestinesi. Ascolta o scarica   STAGIONE 2024 / 2025: * 24 giugno 2025 – Detenutə tra stigma e oblio. Il carcere femminile al tempo del dl sicurezza Ascolta o scarica * 23 maggio 2025 – Tecnologie del controllo. Una prospettiva di genere e di lotta Ascolta o scarica * 9 maggio 2025 – Le mondine Ascolta o scarica * 28 marzo 2025 – Processo per stupro. Il caso di Gisèle Pelicot  Ascolta o scarica * 14 marzo 2025 – La storia della Pastora Ascolta o scarica * 28 febbraio 2025 – L’educazione sessuale nelle scuole nell’era Meloni Ascolta o scarica * 31 gennaio 2025 – La storia della Partigiana Laura Seghettini Ascolta o scarica * 17 gennaio 2025 – Presentazione libro lgbq Ascolta o scarica * 22 novembre 2024 – Molestie nelle Scuole di Giornalismo Ascolta o scarica * 25 ottobre 2024 –  La solitudine delle donne in carcere Ascolta o scarica   STAGIONE 2023 / 2024 * 21 giugno 2024 – Lo stupro come arma di guerra Ascolta o scarica * 7 giugno 2024 – Attivismo: femminismo sui social vs. realtà Ascolta o scarica * 24 maggio 2024 – La violenza sulle donne disabili Ascolta o scarica * 26 aprile 2024 – Orfani Femminicidi Ascolta o scarica * 12 aprile 2024 – Le pubblicità degli anni Settanta e il ruolo delle donne Ascolta o scarica * 29 marzo 2024 – Stereotipi femminili e materie Stem Ascolta o scarica * 15 marzo 2024 – Genere Razza Classe Ascolta o scarica * 2 febbraio 2024 – Donne Felici Senza Figli Ascolta o scarica * 19 gennaio 2024 – Violenza e Metaverso Ascolta o scarica * 5 gennaio 2024 – Salario e Lavoro Domestico Ascolta o scarica * 22 dicembre 2023 – Storia e Leggende di Santa Lucia Ascolta o scarica * 25 novembre 2023 – Il 25 novembre  Ascolta o scarica * 10 novembre 2023 – Streghe di Brescia: Benvegnuda Pincinella Ascolta o scarica * 27 ottobre 2023 – Donne e caporalato Ascolta o scarica
June 15, 2026
Radio Onda d`Urto
Corpi sotto controllo: Pro Vita & Famiglia e l’offensiva della destra radicale
A Roma, il 13 giugno 2026, accadrà qualcosa che un paese democratico — che ha visto la propria storia macchiata dal sangue di circa 500.000 morti, vittime di vent’anni di regime fascista — non dovrebbe mai vedere. Un paese che si è liberato anche grazie alla Resistenza antifascista, che ha scritto una Costituzione nata proprio per impedire che quella barbarie potesse ripetersi, si trova oggi a fare i conti con cortei che invocano deportazioni di massa, marce antiabortiste che vogliono sottrarre alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo e un generale in divisa da politico che, dopo aver lasciato la Lega, fonda un partito che in pochi mesi raggiunge 90.000 iscritti, dichiarando che “la remigrazione è una necessità”. La storia non si ripete mai uguale a sé stessa, ma si trasmette: nelle parole, nelle piazze, nelle leggi. E quando si lascia che certe parole tornino a occupare lo spazio pubblico senza essere contrastate, si comincia a perdere il filo di quella memoria. Roma, il 13 giugno, è uno di quei momenti in cui quel filo va tenuto stretto. ROMA, 13 GIUGNO: TRE PIAZZE, UN SOLO CAMPO Sabato 13 giugno Roma è attraversata da tre appuntamenti distinti ma contigui, che insieme disegnano la mappa del campo della destra radicale italiana. Alle 14:30, da piazza della Repubblica, parte la manifestazione nazionale “Scegliamo la Vita”, organizzata con il supporto di Pro Vita & Famiglia e oltre 110 associazioni pro-life, cattoliche e pro-famiglia. Un corteo antiabortista diretto verso San Giovanni in Laterano, il cui obiettivo è quello di inasprire le leggi sull’aborto e sul fine vita. Alle 15:00 parte da Piazza della Libertà il corteo del comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” — che aggrega CasaPound, il Veneto Fronte Skinheads, Rete dei Patrioti e Brescia ai Bresciani — per consegnare al Parlamento le firme per una proposta di legge che prevede espulsioni di massa di persone di origine straniera, compresi regolari e naturalizzatə. Sempre il 13 e 14 giugno, all’Auditorium della Conciliazione, si svolge la prima Assemblea costituente di Futuro Nazionale: il partito di Vannacci, che ha fatto della remigrazione un tema chiave, per accaparrarsi consenso, facendo leva su una paura vecchia come il mondo e già strumentalizzata dalla destra storica. > Tre soggetti, tre registri diversi: quello religioso-familiare di Pro Vita, > quello etno-nazionalista degli identitari, quello istituzional-populista di > Vannacci. Ma un unico denominatore: la convinzione che certi corpi — quelli > delle donne, quelli deə migranti, quelli queer e trans — debbano essere > controllati, espulsi o cancellati dall’orizzonte del visibile. Non è una coincidenza di calendario. È un campo politico che ha imparato a muoversi su più fronti simultaneamente per costruire egemonia culturale, occupare spazio pubblico e moltiplicare i canali di accesso al potere. Sono le tattiche della destra radicale europea, studiate e replicate. PRO VITA & FAMIGLIA: AGENDA, TATTICA E FINANZIAMENTI OPACHI Pro Vita & Famiglia Onlus è l’associazione antiabortista più strutturata e visibile in Italia. Fondata nel 2013, si presenta come onlus apartitica ma opera da anni come principale motore culturale della destra religiosa e nazional conservatrice sul tema dei diritti riproduttivi e LGBTQIA+. Le sue campagne hanno tappezzato oltre 190 città italiane con maxi-manifesti e camion vela contro la legge 194. Nel gennaio 2024 ha lanciato Semplicemente Umano — bombardando i muri dei quartieri con immagini di embrioni nominati, Matteo, Sofia, Giulia — con il messaggio «9 biologi su 10 mi riconoscono come un essere umano. E tu?». L’8 marzo 2024 poi, in concomitanza con il corteo transfemminista di Non Una di Meno, invece di stare fuori dalla piazza transfemminista, ha organizzato flash mob davanti alle ambasciate francesi con camion vela recanti lo slogan “Non Una Di Meno… ma per davvero”: una mossa deliberata per attaccare e svuotare il linguaggio del femminismo, colonizzarne le parole per piegarle a un significato opposto e fazioso. Non è ingenuità, è strategia culturale consapevole, parte di un più ampio processo di mainstreaming reazionario che trasforma il lessico dei movimenti in strumenti del loro contrario. Nel 2025 il bersaglio si è spostato alle scuole con la campagna Mio Figlio No, presentata in conferenza stampa a febbraio 2025 a pochi passi dalla Camera. Manifesti con immagini di minorenni generate dall’intelligenza artificiale recavano messaggi come «Oggi a scuola un attivista Lgbt ha spiegato come cambiare sesso – Giulio, 13 anni». La campagna chiedeva leggi per bloccare qualunque progetto sulla “fluidità di genere” e lo stop aə attivistə LGBTQ+ negli istituti. Nel luglio 2025 rappresentanti dell’associazione sono stati ascoltati in audizione alla Camera. Questo è il punto che non va sottovalutato: > Pro Vita non è più solo una realtà di piazza. È un soggetto che detta agenda > parlamentare, che porta la propria visione dentro le istituzioni con la > legittimità di chi viene invitato a sedere ai tavoli del potere. È la > normalizzazione progressiva di un progetto antifemminista e omofobo travestita > da difesa della famiglia. Sul piano dei finanziamenti e delle connessioni politiche, il quadro è denso di zone d’ombra, per usare un eufemismo. Nel 2024, un’inchiesta giornalistica uscita su “Domani” ha documentato cinque operazioni immobiliari che hanno coinvolto personalmente Toni Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, e Roberto Fiore, leader storico di Forza Nuova — il partito neofascista i cui militanti hanno assaltato la sede della CGIL nell’ottobre 2021, per cui Fiore è stato condannato in primo grado a otto anni e sei mesi. Brandi avrebbe acquistato da Fiore o dalla sua società cinque immobili — a Roma, Bari, Latina, Padova e Treviso — pagandoli in parte con fondi provenienti da conti svizzeri, per poi donarli alla onlus nel 2019. In alcuni casi i pagamenti sarebbero avvenuti con anni di anticipo rispetto ai rogiti notarili. Tra i collaboratori dell’associazione figura Alessandro Fiore — figlio del leader neofascista — nel ruolo di responsabile del settore legale, come risulta dal bilancio sociale 2023 di Pro Vita & Famiglia. Pro Vita ha sempre smentito ogni legame organico, affermando che si trattasse di rapporti personali precedenti alla nascita della onlus e che nessuna operazione coinvolgesse direttamente l’associazione. Ma le domande specifiche rivolte a Brandi dai giornalisti sono rimaste senza risposta. Dal settembre 2024 Pro Vita risulta comunque iscritta al Registro di Trasparenza dell’UE. Nessuna risposta ufficiale è arrivata. Nel frattempo, Pro Vita continua ad avere accesso ai consultori pubblici, dove i suoi obiettori di coscienza contribuiscono a rendere sempre più ostico l’accesso all’interruzione di gravidanza. REMIGRAZIONE: QUANDO L’ABERRAZIONE DIVENTA PROPOSTA DI LEGGE Il termine “remigrazione” è stato inserito nel 2025 da Treccani tra i neologismi con la definizione esplicita di «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Nato in ambienti identitari europei a partire dagli anni Dieci, serve a mascherare con linguaggio neutro un progetto di deportazione di massa che includerebbe non solo ə migranti irregolari ma anche regolari, naturalizzatə e figliə di migranti consideratə “non assimilatə”. È la teoria della “grande sostituzione” — la cospirazione secondo cui le popolazioni europee bianche verrebbero rimpiazzate da popolazioni non europee — tradotta in proposta di legge. Quello che colpisce non è solo il contenuto, brutale e razzista in modo manifesto, ma il meccanismo linguistico che lo veicola: prendere una parola tecnica, neutra nella forma, e riempirla di un significato opposto, così da rendere dicibile in pubblico quello che fino a qualche anno fa sarebbe rimasto confinato nelle chat di neofascisti. > È la stessa operazione che fa Pro Vita con il linguaggio del femminismo: la > parola viene svuotata, rovesciata, restituita come arma. In Italia questa agenda ha trovato un canale istituzionale nel maggio 2025, quando circa 400 tra attivisti, militanti e simpatizzanti dell’alt-right si sono riuniti al Teatro Condominio Vittorio Gassman di Gallarate per la prima edizione del Remigration Summit. Il teatro comunale è stato ufficialmente concesso dal sindaco leghista Andrea Cassani. L’organizzatore italiano è Andrea Ballarati, 23 anni, ex-militante di Gioventù Nazionale — la giovanile di Fratelli d’Italia — ora fondatore dell’associazione identitaria Azione, Cultura, Tradizione. Tra i relatori, Martin Sellner, teorico austriaco del Grand Remplacement, e Dries Van Langenhove, ex-parlamentare belga condannato a un anno di reclusione dal tribunale di Gand per razzismo e negazionismo dell’Olocausto. Vannacci ha inviato un videomessaggio dichiarando che «la remigrazione non è uno slogan ma una proposta concreta». Il passaggio dall’estrema destra extraparlamentare alla destra istituzionale — con un sindaco leghista che apre le porte del teatro comunale e un eurodeputato che manda il proprio endorsement in video — è il dato politico più rilevante: non si tratta di frange, si tratta di un’agenda che scala verso il centro. Vale la pena sottolinearlo: quando Forza Nuova organizzava cortei sulla remigrazione, veniva liquidata dalla politica come fenomeno marginale di pochi. Quando lo stesso contenuto viene rivestito con abiti presentabili, portato in un teatro, promosso da un eurodeputato con seggio a Bruxelles e firmato da 150.000 persone in calce a una proposta di legge, diventa dibattito. > Questa è la normalizzazione. Non avviene di colpo: si costruisce lentamente, > passo dopo passo, convegno dopo convegno, audizione dopo audizione. E ogni > volta che non viene contrastata, il passo successivo costa meno e intanto la > rana continua a bollire. DALLA BIOPOLITICA ALL’ETNO-NAZIONALISMO: IL PROGETTO È UNO Non serve una laurea a capire quale sia il futuro auspicato dietro tutto questo. L’analisi transfemminista e antirazzista rifiuta di trattare questi fenomeni come questioni separate. Il controllo dei corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto, la cancellazione delle identità trans e queer dalle scuole, la deportazione delle persone migranti: sono le facce dello stesso progetto politico. Quello che i movimenti identitari europei chiamano “riconquista” è in realtà una restaurazione della gerarchia patriarcale, razziale ed eteronormativa. Il corpo della donna bianca eterosessuale serve a riprodurre la nazione; il corpo del migrante non bianco va espulso perché “la contamina”; le persone trans e queer disturbano entrambi gli assi di questa logica e vanno cancellate dall’orizzonte del visibile, a partire dalle scuole. Questa chiave di lettura non è solo ideologica: è analitica. Ci dice che quando Pro Vita entra nelle istituzioni con le sue proposte di legge sulla “libertà educativa”, non sta difendendo le famiglie. Sta normalizzando l’idea che certi corpi — quelli delle donne, quelli queer, quelli migranti — abbiano meno diritti degli altri, che la loro libertà sia negoziabile, che lo Stato possa e debba regolarne l’esistenza. Ci dice che quando Vannacci parla di «riaccompagnare nei paesi d’origine chi non rispetta i nostri valori», non sta parlando di sicurezza. Sta costruendo una gerarchia di appartenenza nazionale in cui alcuni corpi sono originari e altri sono ospiti revocabili. Ci dice che quando il comitato Remigrazione e Riconquista sfila con skinhead e neofascisti, non lo fa nonostante il proprio programma politico: lo fa coerentemente con esso. > Il filo che connette Pro Vita, gli identitari e Vannacci non è occasionale né > tattico: è strutturale. Tutti e tre operano dentro la stessa cornice > ideologica — quella del nazionalismo etnico e patriarcale. Tutti e tre trovano nel governo Meloni un interlocutore che non li contraddice mai, che li riceve, che li ascolta in Parlamento, che concede i teatri comunali, che non risponde alle interrogazioni. Non prendere le distanze, in politica, è già una forma di endorsement. Roma, il 13 giugno, sarà il luogo dove questo progetto si mostra in piena luce. La risposta è già in strada. FUCK REMIGRATION: IL 13 GIUGNO IN STRADA A Roma, infatti, il 13 giugno non sarà solo la giornata dell’ultradestra. Da alcune settimane è attiva Fuck Remigration. Nata dopo un primo incontro alla Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza e cresciuta attraverso assemblee pubbliche aperte. Il contro-corteo antifascista e antirazzista partirà da Colosseo alle 15:00. Chi scende in piazza quel giorno lo fa, come si legge in una nota dell’assemblea, perché «non va mai normalizzata la presenza nello spazio pubblico di organizzazioni neofasciste e razziste. La libertà non riguarda la possibilità di propagandare idee di odio e di sopraffazione. Nonostante l’idea di remigrazione venga discussa con disinvoltura nel dibattito pubblico, non dobbiamo rinunciare a spiegare che è tutto tranne che un’idea di buon senso». Il 13 giugno è anche la data in cui si chiude la raccolta firme del comitato Remigrazione e Riconquista prima della consegna in Parlamento. Essere in strada sabato significa impedire che la normalizzazione compia un altro passo, che deportazioni e controllo dei corpi vengano consegnati alle istituzioni come se fossero carne da macello ideologico. La risposta alle tre piazze della destra radicale non è la delega alle istituzioni che non rispondono, non è l’interrogazione parlamentare ignorata, non è l’appello ai valori costituzionali rivolto a chi li viola ogni giorno. È la piazza antifascista, antirazzista e transfemminista. È alle 15. La foto di copertina è di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Corpi sotto controllo: Pro Vita & Famiglia e l’offensiva della destra radicale proviene da DINAMOpress.
June 12, 2026
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Femministe musulmane: un atlante contro patriarcato e islamofobia
«Per me vivere il femminismo dentro un’esperienza musulmana significa rifiutare una falsa alternativa: o la fede o la libertà». Le parole di Marisa Iannucci – studiosa, attivista e voce tra le più interessanti del femminismo musulmano in Italia – attraversano Femministe musulmane ancora prima di aprirlo per immergercisi dentro. Il cuore politico e teorico di questo libro sta precisamente qui: nel rifiuto di una contrapposizione che, per lungo tempo, ha dominato il modo in cui le donne musulmane sono state raccontate, soprattutto in Europa. Da una parte la religione come spazio inevitabile di oppressione, dall’altra la libertà immaginata solo come distanza dalla spiritualità, dalla tradizione, dall’islam stesso. Femministe musulmane rompe questa semplificazione con forza, intelligenza e complessità. Per questo motivo è un libro importante, davvero importante. Uno di quei libri che dovrebbero entrare nelle scuole, nelle università, nei gruppi di lettura e negli spazi pubblici di discussione, perché ha la capacità rara di smontare stereotipi sedimentati senza mai trasformarsi in un manuale ideologico. Attraverso un linguaggio accessibile e una forma visiva potente, questo saggio grafico restituisce profondità a un tema troppo spesso raccontato in maniera superficiale: il rapporto tra islam, femminismo, spiritualità e autodeterminazione. > Il grande merito del libro di Jamal Ouazzani e Zainab Fasiki è quello di > mostrare come non esista un unico femminismo musulmano, ma una costellazione > di esperienze, pratiche e pensieri che attraversano geografie, generazioni e > posizionamenti differenti. Le venti figure raccontate nel libro — studiose, attiviste, imam, giuriste, intellettuali — emergono come soggettività vive, attraversate da conflitti, ricerca, coraggio politico e tensione etica. È proprio questa pluralità a rendere il libro necessario, perché obbliga chi legge ad abbandonare le categorie semplicistiche con cui troppo spesso vengono osservate le donne musulmane. Lontano sia dalla retorica paternalista occidentale della “donna da salvare”, sia dalle narrazioni conservatrici che vorrebbero relegare il femminile al silenzio, Femministe musulmane apre uno spazio di riflessione radicale e profondamente contemporaneo. Le protagoniste di queste pagine rivendicano la possibilità di reinterpretare i testi religiosi, di abitare la spiritualità senza rinunciare alla libertà, di immaginare giustizia e uguaglianza dentro e oltre le tradizioni. In questo senso, potremmo dire che il libro non parla soltanto al mondo musulmano: parla a chiunque voglia conoscere i femminismi, dai processi di decolonizzazione del sapere, alle lotte queer, alle questioni dell’autorità e della rappresentazione. La scelta del formato grafico rende il volume ancora più incisivo. Le illustrazioni di Zainab Fasiki amplificano il testo, lo rendono corporeo, emotivo, immediato. Il risultato è un’opera capace di tenere insieme rigore teorico e accessibilità, approfondimento e coinvolgimento, senza mai sacrificare la complessità. Non è un caso che Femministe musulmane sarà al centro dell’incontro del 21 maggio, organizzato da Un Ponte Per e dalla Casa Internazionale delle donne di Roma, primo di tre appuntamenti dedicati al pensiero femminista nel Sud del mondo in preparazione di Arene Decoloniali (Tor Marancia, 7–13 settembre), che nel 2026 sarà dedicata proprio ai femminismi. Attraverso le riflessioni di Renata Pepicelli, Marisa Iannucci e Nadia Pizzuti, ex-corrispondente dell’agenzia ANSA a Teheran e autrice del libro Iran. La lunga marcia delle donne, l’incontro proverà a interrogare il rapporto tra islam, femminismo, spiritualità e autodeterminazione, mettendo al centro le genealogie plurali dei femminismi musulmani. Il percorso proseguira il 28 maggio al Nuovo Cinema Aquila con un appuntamento dedicato al femminismo indigeno sudamericano e la proiezione del film La revolución de las flores, mentre il 5 giugno sarà la volta dei femminismi in Iran. Tre appuntamenti che provano a costruire uno spazio di ascolto e confronto capace di attraversare esperienze, linguaggi e geografie differenti senza appiattirne le differenze. A dare ulteriore profondità al volume è anche il contributo teorico e politico di Renata Pepicelli, direttrice della collana Manifesta di Astarte Edizioni, docente all’Università di Pisa e tra le più autorevoli studiose italiane dei movimenti femministi nei contesti musulmani. Pepicelli, autrice di Femminismo islamico (2010) e del volume Femminismi musulmani. Prospettive secolari, islamiche, islamiste, in uscita a settembre per Carocci, legge Femministe musulmane come uno strumento capace di incrinare in maniera radicale la narrazione dominante sulle donne musulmane. «Purtroppo l’immaginario che viene costruito attorno alle donne musulmane risente ancora di un immaginario orientalista», spiega a DinamoPress. Una visione che continua a muoversi dentro una rappresentazione rigida e dicotomica: «Le donne musulmane sono spesso costrette dentro un’immagine o della donna necessariamente vittima della propria religione, della propria cultura, della propria tradizione, oppure della donna vista come minaccia ai diritti acquisiti qui in Occidente, come minaccia alla sicurezza e persino ai diritti delle donne occidentali». > È proprio questa doppia semplificazione che il libro prova a smontare, > attraverso una pluralità di percorsi politici e spirituali che raramente > trovano spazio nel dibattito pubblico europeo. «Sono movimenti che smentiscono > entrambi questi immaginari», sottolinea Pepicelli. «Ci parlano di una grande > pluralità delle storie, dei posizionamenti delle donne all’interno dei > contesti musulmani e di donne che rivendicano da decenni uguaglianza, libertà > e diritti». Secondo la studiosa, il grande merito del volume è anche quello di mostrare come il femminismo islamico non sia un fenomeno marginale o recente, ma un movimento che emerge già tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento e che nel tempo si è articolato in forme molteplici e spesso profondamente diverse tra loro. «Il femminismo islamico è una delle correnti, una delle risposte che le donne dei contesti musulmani danno alla misoginia, al patriarcato e alla discriminazione di genere», afferma. «Una risposta che passa attraverso la reinterpretazione dei testi religiosi islamici e il tentativo di riportare al centro quello che molte femministe islamiche considerano il nucleo autentico del messaggio coranico: la giustizia e l’uguaglianza tra gli esseri umani. La condizione di discriminazione vissuta da molte donne musulmane non è quindi espressione dell’islam, ma il prodotto di letture misogine e patriarcali dei testi religiosi». Da qui la centralità dell’ermeneutica femminista: una rilettura critica del Corano, degli hadith e della tradizione islamica che prova a mettere in discussione interpretazioni sedimentate nei secoli e utilizzate per costruire gerarchie tra i generi. Pepicelli insiste però anche su un altro elemento fondamentale: la pluralità interna di questi movimenti. «Il femminismo islamico non è un movimento omogeneo», precisa. «È un movimento molto plurale al suo interno, con diversi posizionamenti». Negli ultimi anni, osserva la studiosa, alcune correnti del femminismo islamico hanno inoltre aperto una riflessione importante sulle questioni queer e LGBTQIA+, ampliando ulteriormente il campo del dibattito. «Almeno una parte del femminismo islamico sta portando avanti anche questi orizzonti», spiega, confermando come il movimento continui a trasformarsi e ridefinirsi. Nella sua prefazione Pepicelli invita a leggere il femminismo islamico dentro una geografia più ampia dei movimenti delle donne nei mondi musulmani da considerare «rigorosamente al plurale». Accanto al femminismo islamico convivono infatti femminismi secolari, transfemminismi, reti decoloniali e forme di attivismo di genere sviluppatesi dentro movimenti islamisti. «Abbiamo tre grandi correnti», sintetizza: «una corrente di femminismo secolare, una corrente di femminismo islamico e un attivismo di genere all’interno di una cornice islamista». Anche sul piano della partecipazione alle strutture spirituali e ai processi decisionali, secondo Pepicelli qualcosa sta cambiando. Pur ricordando che l’islam non possiede una struttura gerarchica centralizzata paragonabile a quella della Chiesa cattolica, la studiosa sottolinea come negli ultimi decenni sia cresciuta la presenza femminile nei luoghi di formazione e produzione dell’autorità religiosa. Alcune figure del femminismo islamico, come Amina Wadud, hanno persino aperto il dibattito sull’imamato femminile, mentre in diversi Paesi musulmani le donne ricoprono oggi ruoli di insegnamento, guida spirituale e consulenza religiosa. Pepicelli cita, ad esempio, il caso del Marocco, dove esistono da anni le murshidāt, guide religiose femminili incaricate di attività di formazione e accompagnamento spirituale. Oppure il percorso di Asma Lamrabet, una delle figure presenti nel libro, che ha diretto il Centro di Studi Femminili in seno alla Rabita Mohammadia degli Ulema, importante istituzione religiosa marocchina. Anche la riforma della Mudawwana, il codice della famiglia marocchino, avvenuta tra il 2003 e il 2004, vide la partecipazione diretta di donne all’interno della commissione incaricata della revisione. Accanto alla riflessione storica e politica proposta da Renata Pepicelli, abbiamo intervistato Marisa Iannucci, la quale apre uno spazio più direttamente spirituale ed esperienziale. Lavora da anni sull’esegesi di genere, sulla rilettura femminista del Corano e sui rapporti tra spiritualità, autodeterminazione e giustizia sociale. Il suo lavoro si muove lungo un confine che prova continuamente a sottrarsi alle semplificazioni: quello tra fede e libertà, tra appartenenza religiosa e critica delle strutture patriarcali. «Il punto è riconoscere che la spiritualità può essere anche un luogo di autonomia, di coscienza critica e di resistenza», spiega. «Non parlo di una spiritualità astratta o consolatoria, ma di una pratica etica che interroga il potere, le gerarchie, le disuguaglianze. In questa prospettiva, il femminismo islamico non nasce come mediazione fragile tra due identità considerate inconciliabili – essere musulmana ed essere femminista – ma come una domanda radicale di giustizia. Se Dio è giusto, come possono essere sacralizzate la subordinazione, la tutela permanente, l’obbedienza imposta?». Per Iannucci, il nodo sta proprio nel sottrarre la fede alla sua riduzione patriarcale. «La fede non può essere usata per ridurre l’autodeterminazione delle donne; e la libertà non deve necessariamente comportare lo sradicamento dalla propria tradizione spirituale». Da qui l’importanza di un lavoro che sia allo stesso tempo critico e ricostruttivo: «Il femminismo musulmano, nelle sue forme migliori, apre proprio questo spazio: la possibilità di restare dentro una genealogia religiosa, ma senza consegnarsi alle sue sedimentazioni patriarcali». Un percorso che, secondo la studiosa, non consiste nel rifiuto dell’islam, ma nel tentativo di «restituire all’islam il suo nucleo etico di giustizia, misericordia, dignità e uguaglianza». Al centro della sua riflessione c’è poi il tema della parola e dell’autorità religiosa. «La riappropriazione della parola è centrale. Per secoli il sapere religioso islamico è stato prodotto e legittimato quasi esclusivamente da uomini: esegeti, giuristi, predicatori, custodi dell’ortodossia. Questo non significa che la tradizione islamica sia monolitica. La storia dell’islam è attraversata da dibattiti, divergenze, scuole, interpretazioni,  ma le donne sono state progressivamente escluse dai luoghi in cui il sapere religioso veniva prodotto, trasmesso e autorizzato». > È qui che l’interpretazione dei testi religiosi assume una portata > fondamentale. «Reinterpretare i testi è un atto politico, spirituale e > conoscitivo. Significa distinguere tra il testo sacro e le letture storiche > sedimentate nei secoli, riconoscendo che molte norme presentate come divine > sono in realtà il prodotto di contesti patriarcali e rapporti di potere > specifici». Il lavoro teorico di Iannucci si concentra in particolare sull’esegesi di genere e sulla traduzione femminista del Corano in italiano. «Tradurre il sacro non è mai un’operazione neutra», spiega. «Ogni scelta linguistica rende visibile qualcosa e ne oscura qualcos’altro. Molto spesso, il linguaggio coranico è stato trasformato in un dialogo prevalentemente maschile, dove gli uomini sono soggetti della rivelazione e le donne diventano oggetto del discorso religioso». Nel suo attuale lavoro di traduzione del Corano, Iannucci prova quindi a liberare il testo dalle sedimentazioni patriarcali che ne hanno condizionato la ricezione. «Termini complessi come qiwāma, nushūz o ḍaraba – spesso utilizzati per giustificare gerarchie di genere – vengono riletti nella loro stratificazione linguistica e storica, evitando traduzioni che trasformano il maschile in universale umano e cancellano la soggettività spirituale delle donne. Una traduzione femminista non è una traduzione “per le donne”», chiarisce, «ma una traduzione più fedele alla pluralità del testo, più consapevole delle relazioni di potere e più responsabile sul piano etico». Questa riappropriazione della parola, per Iannucci, ha anche una dimensione profondamente collettiva, che riguarda la trasformazione concreta delle comunità, dell’educazione religiosa, del diritto di famiglia e del linguaggio pubblico sull’islam. «L’autorità religiosa non dovrebbe essere pensata come possesso, gerarchia o monopolio, ma come responsabilità ermeneutica condivisa». > È una prospettiva che entra direttamente in dialogo con quella di molte delle > figure raccontate nel libro: da amina wadud ad Asma Lamrabet, da Ziba > Mir-Hosseini a Kecia Ali. Donne che, secondo Iannucci, dimostrano come > l’interpretazione religiosa non sia mai neutra: «Può riprodurre dominio oppure > aprire spazi di giustizia». L’altra grande questione che emerge dalle sue parole riguarda il tema dell’autorappresentazione delle donne musulmane in Italia. «Vengono spesso nominate, classificate, giudicate, ma raramente ascoltate come soggetti politici, intellettuali e spirituali», osserva. «Il discorso pubblico continua infatti a collocarle dentro immagini rigide: vittime da salvare, simboli di alterità culturale, presenze percepite come minaccia o oggetti permanenti del dibattito sul velo, sull’integrazione, sulla sicurezza». Secondo Iannucci questa dinamica produce una doppia espropriazione: «sottrae complessità alle vite delle donne musulmane e impedisce alla società italiana di comprendere l’islam come realtà plurale e attraversata da pratiche critiche e femministe. La donna musulmana diventa una figura retorica utile alla politica, ai media o al discorso securitario, ma raramente riconosciuta come interlocutrice». Per questo creare spazi di autorappresentazione significa innanzitutto modificare i rapporti di parola. «Non si tratta di “dare voce”», precisa, «perché anche questa espressione conserva una postura paternalistica. Si tratta piuttosto di riconoscere voci che esistono già, saperi che sono già prodotti, pratiche che sono già in corso». È proprio qui che Femministe musulmane trova una delle sue funzioni più importanti: nel rendere visibili genealogie intellettuali, esperienze politiche e percorsi spirituali che esistono da tempo e che troppo spesso vengono ignorati. «Le donne musulmane devono poter raccontare da sé la propria esperienza», conclude Iannucci. «Solo così si esce dalla rappresentazione semplificata e si entra in uno spazio realmente democratico, dove l’islam non è più oggetto del discorso altrui, ma campo vivo di elaborazione critica, femminista e plurale». Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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May 19, 2026
DINAMOpress
[Gramigna] Cantiamo più forte
Nona puntata di una trasmissione dedicata alla condivisione di cori e canti di lotta. menù del giorno: > Berxwedan Xweş Doze > canone del sampietrino > ascolti dalla VII Sagra della Patata e altre vecchie puntate di Gramigna scrivici sul pad: https://pad.cisti.org/p/tuteincoro :)
March 11, 2026
Radio Onda Rossa