
Il ritorno della pianificazione ecologica
Jacobin Italia - Wednesday, March 11, 2026L’emergenza climatica, la pandemia e i piani di riarmo hanno riportato in auge un dibattito che sembrava superato dalla razionalità presuntamente imperitura del libero mercato: quello sulla pianificazione. Di fronte all’urgenza di una minaccia ecologica senza precedenti e alla catastrofe sociale conseguente, si impone infatti un ripensamento radicale delle categorie economico-politiche riguardanti il rapporto tra Stato, società e natura. Il ritorno del dibattito sulla pianificazione si configura così come possibilità di immaginare un modo di produzione che contempli la giustizia sociale, i limiti ecologici e la scarsità delle risorse naturali.
Il punto è la creazione democratica di una conoscenza collettiva in grado di determinare i bisogni generali di una società non soggetta ai dettami del mercato. Si tratta di un tentativo messo in atto sia da virtuosi esperimenti di pianificazione dal basso, sia dalla ripresa, nelle discussioni accademiche, del dibattito sul «calcolo socialista», in particolare di quello sull’incommensurabilità avviato nella prima metà del XX secolo dal socialista austriaco Otto Neurath.
Calcolo in natura
Filosofo ed economista, protagonista di spicco della Vienna rossa e direttore dell’ufficio centrale per la pianificazione di Monaco, Otto Neurath fu uno dei più convinti sostenitori della pianificazione, ma anche del cosiddetto «calcolo in natura».
Furono i suoi studi sull’economia di guerra del primo conflitto mondiale a portarlo a riflettere sulla necessità di tale calcolo: nonostante fosse convintamente pacifista, nell’economia di guerra Neurath ravvisava la possibilità di un’organizzazione economica non più incentrata sul profitto e coordinata dal meccanismo dei prezzi, ma basata sulla soddisfazione dei bisogni sociali, sulla disponibilità reale delle risorse naturali e sul loro razionamento, con particolare riguardo alle generazioni future. In questo senso, l’economia di guerra rappresentava un’evidenza fattuale dall’enorme potenziale politico, sia perché, di fronte a esigenze vitali di intere popolazioni, il profitto e il gioco della domanda e dell’offerta potevano essere disattivati come principi guida degli investimenti, sia perché tale disattivazione aveva di fatto prodotto una politicizzazione della produzione e della distribuzione rispondente a una gerarchia di bisogni politicamente definita.
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