Il femminismo socialista

Jacobin Italia - Wednesday, March 11, 2026

Durante laprima presidenza Trump, nel 2017, viene pubblicato da Viewpoint Magazine l’appello «Beyond Lean-In» a seguito di una delle ultime women’s marche del 21 gennaio. Le firmatarie – da Angela Davis a Tithi Bhattacharya – auspicavano la creazione di un «femminismo per il 99%», ovvero un femminismo inclusivo e universalista che potesse stabilire un’intersezione politica tra l’oppressione di genere, classe, razza, e tutte le altre, posizionandosi a favore delle donne working class e dei gruppi sociali maggiormente colpiti dal neoliberismo. Trump veniva letto non come un’eccezione, bensì come un sintomo di trent’anni di politiche neoliberiste: «Le condizioni di vita delle donne, in particolare quelle delle women of color e delle donne lavoratrici, disoccupate e migranti, sono costantemente peggiorate. Il lean-in feminism e altre varianti del femminismo aziendale hanno fallito per la stragrande maggioranza di noi, che non ha accesso all’autopromozione e all’avanzamento individuale e le cui condizioni di vita possono essere migliorate solo attraverso politiche che difendano la riproduzione sociale, assicurino la giustizia riproduttiva e garantiscano i diritti del lavoro». 

Sono passati quasi dieci anni da quell’appello, e le trasformazioni geopolitiche e sociali hanno reso ancora più attuale l’idea di un «femminismo per il 99%». La pandemia di Covid-19 ha messo in luce il ruolo essenziale del lavoro di cura e della riproduzione sociale in senso ampio, così come la sua invisibilizzazione, mentre si è assistito a ulteriori limitazioni dei diritti riproduttivi a livello globale, a cominciare dal ribaltamento della storica sentenza Roe vs. Wade nel 2022, che regolava il diritto all’aborto a livello federale negli Stati uniti.

Una storia nel dimenticatoio

La rinnovata presidenza Trump a partire dal 2025 ha inaugurato una nuova stagione di violenza politica esemplificata dalle uccisioni di Renée Good e Alex Pretti, due statunitensi che si opponevano ai rastrellamenti di migranti portati avanti dall’Ice (United States Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. A livello globale, si è assistito a un ulteriore svuotamento del diritto internazionale e del ruolo delle Nazioni unite, dal genocidio a Gaza al rapimento di Maduro in Venezuela, fino ad arrivare alle negoziazioni con Putin sul destino dell’Ucraina. La rara vittoria della sinistra del Partito democratico Usa con l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha fatto intravedere una possibile via d’uscita dall’abisso politico e sociale in cui ci troviamo. La campagna di Mamdani si è svolta infatti non solo utilizzando il «socialismo» come una piattaforma spendibile, ma mettendo in luce quel che un programma socialista può fare per i suoi cittadini, con la città che diventa laboratorio della riproduzione sociale. I trasporti, la casa, la scuola, la sanità, il lavoro, divengono terreni di dibattito decisionale e produzione di consenso, riconfigurando la vita quotidiana delle persone e l’accesso alle risorse del welfare. È qui che il femminismo socialista torna ad avere una presa immediata: perché non si limita a chiedere riconoscimento, ma pretende redistribuzione di tempo, reddito e servizi. 

Per farlo, deve però confrontarsi con il proprio passato, e riuscire ad attivare una memoria storica largamente condizionata da anti-comunismo, neoliberismo ed eurocentrismo, che ha consegnato al dimenticatoio la storia della convergenza tra movimenti socialisti globali e attivismo femminile e femminista.  

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