Territori del comune: autogestione del lavoro ed economie popolari a Buenos AiresNel pieno della molteplice crisi planetaria del capitalismo, nuove esperienze di
autorganizzazione e di autogestione stanno emergendo nelle complesse aree urbane
e metropolitane in America Latina. Trasformando i territori e riconfigurando le
pratiche del lavoro, del sindacalismo e della cooperazione sociale, queste
eterogenee trame ridefiniscono lo scenario delle lotte sociali confrontandosi
con le dinamiche di sfruttamento, estrazione, spossessamento e impoverimento,
mostrando una significativa capacità di resistenza, di continuità nel tempo e di
reinvenzione articolata e ambivalente di pratiche di conflitto e riproduzione
sociale. Introducendo il dibattito sulle economie popolari in Italia, questo
libro, a partire da una ricerca etnografica in Argentina, mette al centro i
processi socio-spaziali e le strategie politico-economiche di due diverse
esperienze di autogestione del lavoro situate nell’area metropolitana di Buenos
Aires, la fabbrica recuperata “19 de Diciembre”, e la cooperativa tessile
dell’economia popolare e migrante “Juana Villca”.
Interrogandosi attorno alle potenzialità, alle tensioni, ai limiti e alle
prospettive delle trame cooperative e comunitarie, indaga la relazione tra spazi
e soggettività, conflitti e produzione del comune nelle esperienze di
autogestione, riflettendo sulla sperimentazione di forme di istituzionalità
popolare emergente.
Pubblichiamo a seguire la prefazione al libro di Alioscia Castronovo a cura di
Verónica Gago, nel libro pubblicato da Lettera Ventidue Edizioni (2025) nella
collana IAUS, con prologo di Carlo Cellamare.
Territori del comune, di Alioscia Castronovo, è un lavoro di ricerca impegnato a
tradurre, ampliare e approfondire il dibattito sulle economie popolari in
America Latina. La nozione di economie popolari si propone di aprire un altro
spazio epistemico, economico e politico che eccede ed al tempo stesso
problematizza l’usuale lessico dell’informalità. Per farlo, comincia definendo
in modo affermativo ciò che le economie popolari sono concretamente,
permettendoci così di situarci in un luogo altro per discutere anche di lavoro
formale e informale, delle forme di sfruttamento e dei suoi orizzonti temporali
in relazione alle lotte concrete. Ma si tratta di una definizione aperta e
contesa.
> Tradurre questo dibattito significa, in queste pagine, situarlo in un altro
> contesto, dislocarlo da una lingua a un’altra e, soprattutto, farlo conoscere
> al di là delle coordinate abituali. Tutto questo comporta un lavoro enorme per
> rendere leggibile una esperienza complessa per lettori e lettrici che non
> condividono molti dei riferimenti che il paesaggio delle economie popolari
> comporta. Pertanto, la traduzione implica anche la costruzione di immagini
> affinché questi dibattiti e queste narrazioni possano essere visualizzate,
> rese intellegibili e, così, percepite come vicine.
Nell’ambito di questo movimento, accade qualcosa di più: è in gioco la
possibilità di riconoscere la valenza di questo termine ben oltre le metropoli
latinoamericane. Che cosa permette di leggere e comprendere in una città come
Roma, dove viene pubblicato il libro, il termine economie popolari nelle
modalità in cui emerge dal dibattito in Argentina? Che cosa ha a che fare la
produzione tessile migrante con l’economia globale? Cosa ci dice l’esperienza
dell’occupazione e autogestione di una fabbrica rispetto agli attuali dibattiti
sul lavoro? A tutto questo, aggiungiamo l’apertura e la traduzione di una serie
di dibattiti che riguardano concetti ampi e voluminosi come quello di
“popolare”, che in questo caso si lega a quello di economia e si coniuga al
plurale.
Come se questo fosse poco, c’è un secondo lavoro di connessione e traduzione che
emerge in questo libro. Situare le domande di ricerca sulle economie popolari in
relazioni ai dibattiti sullo spazio urbano e pensare quindi le specificità delle
“economie popolari urbane”, producendo così un triplo concetto.
Sono loro, e le loro trame, come le chiama l’autore, a modificare sia le città
(ancora una volta, non solo quelle del terzo mondo), così come i circuiti e le
connessioni che danno corpo a ciò che chiamiamo “il popolare”.
> Le economie popolari urbane diventano una materialità geografica, composta da
> transazioni e traiettorie, che affrontano le forme di spossessamento che il
> neoliberismo produce quotidianamente. A partire da queste, si possono comporre
> mappe, strade, e leggere i flussi che d’altro modo passerebbero inavvertiti.
> Il popolare, questa parola così difficile da afferrare, e per questo stesso
> motivo, così importante da situare, converge così con una serie di modi di
> fare, di ottenere entrate economiche e resistere a fronte di condizioni sempre
> più violente e ingiuste.
Alioscia Castronovo fa dialogare concetti e realtà con tradizioni teoriche e
bibliografiche diverse per produrre, anche dal punto di vista del vocabolario
teorico, un territorio comune, sfidando i confinamenti geopolitici delle teorie.
Nell’insistere nel rendere densa la mappa, interroga la dimensione spaziale
delle economie popolari per legare e articolare la logica della “moltiplicazione
del lavoro” (B. Neilson & S. Mezzadra) con la moltiplicazione dei territori. La
scommessa di questo testo è mostrare le spazialità del lavoro che emergono a
partire dalla prospettiva delle economie popolari urbane senza fare del
territorio una semplice applicazione di teorie o una illustrazione di formule
astratte. Emerge così una preoccupazione cartografica dei concetti: come se
nell’esercizio di dare loro radicamento potesse emergere più chiaramente la loro
capacità cognitiva.
Cosa ci dice la parola precarietà al di fuori delle realtà europee del lavoro? È
utile pensare in termini di informalità una volta che viene provincializzata la
norma del lavoro salariato? Che tipo di dinamica politica struttura una
cooperazione sociale la cui dimensione produttiva non risulta visibile? In che
modo le dinamiche migratorie sud-sud intervengono negli immaginari del lavoro?
Questo lavoro di ricerca affronta qui due esperienze singolari. Addentrarsi
nella loro vita quotidiana sarebbe stato impossibile senza, prima, aver
costruito un percorso di impegno politico e affettivo con loro, come ha fatto
Alioscia. Gli anni di ricerca dottorale che vengono sintetizzate in queste
pagine sono anche anni di riunioni, militanza e modalità di condivisione di
momenti e congiunture difficili. Ma anche anni in cui queste specifiche
congiunture hanno contribuito a riformulare le domande di ricerca, aggregando
nuove problematiche ed esigendo una minuziosa attenzione alle modalità in cui le
innovazioni sociali producono i loro propri ritmi (con momenti di retromarcia,
modifiche e ridefinizioni del proprio progetto).
> Per questo a partire da questi processi si apre un percorso di inchiesta
> proprio del dibattito sulle economie popolari urbane, al cui interno questo
> libro si iscrive: in che senso in queste trame vi è una produzione di valore?
> Quali forme organizzative assumono? In che modo queste trame sono parte della
> temporalità della crisi?
Una volta all’interno delle esperienze con cui questo libro lavora, si creano
altri movimenti, più intensi: mostrare come all’interno di quei luoghi, che
possiamo definire in qualche modo i luoghi classici e riconosciuti del lavoro
(una fabbrica e un’officina tessile), emerga una proliferazione spaziale e
temporale.
Ed è così che approfondendo la ricerca sull’occupazione della fabbrica
recuperata ribattezzata “19 de Diciembre” da parte dei lavoratori, ci
incontriamo con la storia della fabbrica metalmeccanica Isaco (fondata negli
anni Settanta da famiglie italiane, fu la sesta fabbrica di ricambi
automobilistici più importante del continente), “riorganizzata” dalle riforme
neoliberiste negli anni Novanta e, infine, convertita in uno spazio recuperato e
autogestito dopo la crisi del 2001. Coniugare la storia della fabbrica con la
prospettiva delle economie popolari non è né semplice né lineare.
Questo percorso consegna spessore alla domanda attorno alla forma di una
economia popolare che ha un passato strettamente legato all’esperienza di
fabbrica e che, nel suo farsi cooperativa ed estendere le sue relazioni al
quartiere, gli dà la possibilità di ripensarsi e, soprattutto, di ri-esistere.
Il contrappunto, al tempo stesso come analisi congiunta e parallela, con la
cooperativa Juana Villca, composta da lavoratori e lavoratrici boliviani/e a
Buenos Aires, aggiunge alla nozione di economia popolare urbana una deriva in
cui il popolare si confronta con le dimensioni comunitarie ed economiche e si
coniuga con le complessità delle migrazioni. La cooperativa è parte di catene
produttive versatili e precarizzate ma, soprattutto, protagonista di dinamiche
politiche spregiudicate e intelligenti. In queste trame si “tessono” vestiti e
politica, si affronta il razzismo e si mettono in tensione gli idilli
comunitari.
Infine, questo testo annuncia linee di ricerca aperte, in costruzione, sulla
capacità di creazione di istituzioni popolari, del comune, capaci di gestire
risorse pubbliche per sostenersi ed espandersi. La domanda attorno
all’istituzionalità delle economie popolari permette di comprendere le sue
infrastrutture come esperienze non circostanziali né provvisorie.
Non si tratta della certezza di una transizione verso altre forme economiche o
modelli alternativi di trame urbane produttive, quanto piuttosto della capacità
di sostenere forme di riproduzione collettiva che lottano in tempi sempre più
difficili. In questo senso, questo libro è anche una scommessa aperta rispetto a
quello che queste esperienze mostrano sia come apprendimento che come promessa.
Alioscia Castronovo, redattore di DINAMOpress, è cresciuto tra la Svizzera e la
Sicilia, ha studiato Antropologia Culturale alla Sapienza di Roma, dove ha
vissuto e militato nei movimenti studenteschi e sociali. Nel 2019 ha conseguito
il Dottorato di ricerca in Ingegneria dell’Architettura e dell’Urbanistica alla
Sapienza e in Antropologia Sociale presso l’Istituto di Alti Studi Sociali
IDAES-UNSAM in Argentina, con una ricerca etnografica sulle esperienze di
autogestione del lavoro tra fabbriche recuperate e cooperative dell’economia
popolare a Buenos Aires. Dopo alcuni anni tra Argentina e Colombia, dove ha
insegnato all’Universidad Nacional di Bogotá, è attualmente assegnista di
ricerca presso l’Università di Padova, impegnato in una ricerca etnografica
sulle economie popolari urbane, i processi di autorganizzazione e le politiche
pubbliche in Colombia. Fa parte del Gruppo di ricerca di CLACSO “Economías
populares. Mapeo teórico y práctico” e dell’Urban Popular Economy Collective.
Immagine di copertina di Gianluigi Gurgigno, fotografo e antropologo,
collaboratore di dinamopress (l’immagine è contenuta nel libro e ritrae i
festeggiamenti del primo maggio nella fabbrica recuperata 19 de Diciembre, Villa
Ballester, area metropolitana di Buenos Aires, nel 2018).
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