Sassari, decine di denunce per il corteo per la Palestina

Pressenza - Thursday, August 27, 2026

Nel mirino la mobilitazione del 3 ottobre 2025: contestati blocco stradale e manifestazione non autorizzata. Gli studenti: «La solidarietà internazionale non è reato»

A quasi undici mesi dalle grandi mobilitazioni dell’autunno scorso per Gaza e la Global Sumud Flotilla, arriva anche a Sassari il conto giudiziario delle giornate che portarono nelle strade italiane centinaia di migliaia di persone. In questi giorni sono state notificate decine di informazioni di garanzia relative alla manifestazione del 3 ottobre 2025, durante lo sciopero generale per la Palestina. Le contestazioni riguardano il blocco stradale e la manifestazione non autorizzata. La giornata sassarese era stata parte di una mobilitazione nazionale di dimensioni eccezionali. Il 3 ottobre si svolsero più di cento manifestazioni in tutta Italia, con blocchi stradali, ferroviari e iniziative nei porti.

A Sassari migliaia di persone riempirono Piazza d’Italia e, dopo il presidio della mattina, circa un migliaio di manifestanti si mosse spontaneamente in corteo, attraversando la città e dirigendosi verso la zona industriale di Predda Niedda, per poi tornare verso il centro. È significativo rileggere oggi le cronache pubblicate mentre quella manifestazione era ancora in corso. La Nuova Sardegna descriveva una piazza con una presenza particolarmente forte di giovani e parlava esplicitamente di una protesta senza tensioni o incidenti nella sua fase iniziale. Più tardi, all’Emiciclo Garibaldi, si verificarono momenti di tensione.

Nella stessa giornata fece discutere il video di un uomo in borghese, indicato come appartenente alle forze dell’ordine, che scaraventava a terra un manifestante: il consigliere regionale Valdo Di Nolfo denunciò pubblicamente l’episodio chiedendo chiarimenti. Quasi undici mesi dopo, la lettura di quella giornata passa invece attraverso il diritto penale. Secondo quanto riportato dalle fonti locali, la Procura di Sassari sta notificando decine di informazioni di garanzia. L’Assemblea Studenti per la Palestina Sassari considera le contestazioni «totalmente pretestuose», richiamando il carattere spontaneo assunto dalla mobilitazione nel contesto dell’intercettazione della Flotilla e sostenendo che l’operazione abbia una funzione intimidatoria nei confronti di chi partecipò alle proteste. Anche l’associazione Libertade ha espresso solidarietà agli indagati, denunciando l’utilizzo del diritto penale contro la mobilitazione per la Palestina.

Il nodo più rilevante riguarda ancora una volta il blocco stradale. Con il pacchetto sicurezza del governo Meloni una condotta che era stata ricondotta nell’ambito dell’illecito amministrativo è tornata ad assumere rilevanza penale quando viene realizzata da più persone riunite. Non si tratta di una questione marginale: bloccare temporaneamente una strada, una stazione, un accesso o un’infrastruttura appartiene storicamente al repertorio dello sciopero e della protesta sociale. La trasformazione di queste condotte in fattispecie penali permette quindi di intervenire direttamente su alcune delle pratiche attraverso le quali una mobilitazione cerca di rendersi materialmente visibile ed efficace.

Il caso sassarese, soprattutto, non è isolato. In Sardegna il precedente più rilevante riguarda Cagliari, dove le indagini sulle manifestazioni del 22 settembre e del 3 e 4 ottobre 2025 hanno coinvolto decine di persone. Nel febbraio scorso erano 72 gli indagati per il nuovo reato di blocco stradale: una delle prime applicazioni nell’isola delle norme introdotte dal pacchetto sicurezza.

Proprio sulla costituzionalità della nuova disciplina del blocco stradale si è aperto nel frattempo un problema che va molto oltre la Sardegna. Le contestazioni riguardano il rapporto tra la repressione penale della condotta e diritti costituzionalmente protetti come libertà di riunione, manifestazione del pensiero e sciopero. È uno dei punti più delicati dell’intera legislazione securitaria: il confine tra sanzione di comportamenti individualmente offensivi e repressione delle forme collettive attraverso cui il conflitto sociale storicamente si esprime.

A Sassari questo problema emerge con particolare evidenza. Non si sta parlando di una manifestazione clandestina organizzata da poche persone, ma di una giornata nazionale di sciopero e mobilitazione, con Piazza d’Italia occupata da migliaia di persone e una partecipazione giovanile che le cronache dell’epoca descrissero come particolarmente significativa. Il corteo successivo nacque spontaneamente da quella piazza.

La questione della spontaneità non comporta naturalmente, da sola, l’automatica irrilevanza giuridica delle condotte contestate. Saranno le singole posizioni e le eventuali responsabilità individuali a dover essere accertate. Ma proprio questo dovrebbe impedire di trasformare retrospettivamente un’intera mobilitazione in un problema di ordine pubblico, facendo coincidere la partecipazione a un corteo con la responsabilità per tutto ciò che durante quel corteo è accaduto.

C’è poi una specificità sarda che non può essere ignorata. La mobilitazione per la Palestina nell’isola si è intrecciata negli ultimi anni con quella contro la militarizzazione del territorio, le servitù militari e l’industria bellica. Già nell’aprile 2024 l’Assemblea Studenti per la Palestina di Sassari chiedeva all’Università di interrompere i rapporti con Leonardo; nelle successive manifestazioni sono tornati insieme solidarietà alla Palestina, opposizione alla guerra e contestazione della presenza militare nell’isola.

È in questo contesto che le decine di procedimenti di Sassari assumono un significato politico più generale. Nell’ultimo anno abbiamo visto moltiplicarsi in tutta Italia denunce, multe, fogli di via, misure cautelari e procedimenti contro chi aveva partecipato alle mobilitazioni per Gaza. Non serve immaginare una regia unitaria per riconoscere un fenomeno concreto: le nuove norme forniscono alle autorità strumenti più numerosi e incisivi per intervenire sulle forme di protesta, mentre il diritto penale e quello amministrativo penetrano sempre più profondamente nello spazio tradizionalmente occupato dal conflitto politico e sociale.

La distanza temporale è anch’essa significativa. Una persona partecipa a una manifestazione nell’ottobre 2025 e quasi un anno dopo riceve un’informazione di garanzia. La repressione non agisce quindi soltanto nel momento della piazza, attraverso identificazioni, cariche o fermi. Continua nel tempo, attraverso indagini, notifiche e procedimenti che producono costi economici, necessità di assistenza legale e una condizione permanente di incertezza.

La vicenda di Sassari mostra così uno degli effetti più concreti della legislazione securitaria: trasformare progressivamente il costo della partecipazione politica. Non vietare formalmente di manifestare, ma rendere sempre più rischioso farlo attraverso la possibilità che un corteo spontaneo, un blocco o una deviazione dalla strada prestabilita producano mesi dopo denunce e procedimenti. Il diritto alla protesta rimane scritto nella Costituzione; ciò che cambia sono le conseguenze materiali che possono ricadere su chi decide di esercitarlo.

 

Osservatorio Repressione