Repressione e Diritti: analisi del nuovo Decreto SicurezzaIl Decreto Sicurezza è stato convertito in legge, non c’era bisogno di grandi
sforzi vista la maggioranza del centro-destra in Parlamento. Ma sbaglieremmo a
definire questo decreto come frutto delle politiche di destra; infatti alcuni
pacchetti sicurezza precedenti sono stati pensati e costruiti dai Governi di
centro-sinistra. Parlare poi della Carta costituzionale come baluardo della
nostra sicurezza appare svilente per la Carta stessa, del resto la presenza
dell’articolo 11 (il ripudio della guerra) non ha impedito la partecipazione
italica ai conflitti militari da 30 anni ad oggi.
Il vero equivoco è rappresentato dalla nozione di sicurezza ormai percepita.
Siamo davanti non alla sicurezza dei cittadini, ma al potere repressivo dello
Stato e da qui proviene l’accusa alla Presidente Giorgia Meloni di dar vita allo
Stato penale di polizia, dedicando ampio spazio a un variegato sistemi di
divieti per colpire manifestanti e attivisti sociali.
Il Decreto Sicurezza trasforma in ordine pubblico il disagio e il dissenso
politico; alle richieste sociali risponde con il carcere, le sanzioni, i poteri
amministrativi e gli apparati repressivi. Siamo consapevoli del fatto che, come
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
potremmo rappresentare alcune delle vittime sacrificali di questo decreto.
Potremmo sperimentare noi stessi il fermo preventivo fino a dodici ore, venendo
ritenuti/e potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico, prima o durante
manifestazioni. Non serve un reato commesso o una condanna o prove tangibili che
un reato stia per essere commesso, è sufficiente la valutazione preventiva delle
Forze dell’ordine.
Le nostre libertà saranno fortemente compromesse in base al sospetto,
all’appartenenza politica, al nostro stesso attivismo sociale, sindacale e
politico. Si sono poi inventati delle pene particolarmente severe per chi
protesta; hanno inventato di sana pianta dei reati, anni di carcere per chi
blocca strade o ferrovie e per chi occupa immobili. Il conflitto sociale diventa
materia penale, le proteste sociali trasformati in minacce all’ordine pubblico.
E poi, in questo decreto troviamo un salto di qualità che ci proietta in un
futuro distopico o in un passato dittatoriale: la protezione speciale concessa
agli apparati coercitivi dello Stato. Lo scudo penale per le Forze dell’ordine
che potranno essere esenti da controlli, verifiche e responsabilità.
Un doppio binario che vedrà la massima repressione possibile per chi contesta e
invece un trattamento quasi antitetico per le forze della repressione. Siamo
davanti a un’involuzione dello stato di diritto che dovrebbe prevedere invece
dei controlli efficaci sui sistemi di potere a beneficio della democrazia.
Viene data addirittura la possibilità di infiltrare agenti nelle carceri in una
situazione già segnata dal sovraffollamento, dalle lunghe e ingiuste detenzioni
in attesa di processo, dall’inesistenza di misure alternative alla pena per i
piccoli reati. E ancora una volta una retorica securitaria insopportabile che
vede nei giovani dei potenziali delinquenti sapendo che il disagio sociale, la
mancanza di scuole aperte, gli abbandoni scolastici, l’assenza di lavoro sono
problemi reali, a lungo dimenticati e per questo irrisolti. La marginalità sia
quindi criminalizzata invece che affrontata.
Potremmo dilungarci ancora a lungo sui contenuti del decreto, parlare di
immigrazione, di logiche securitarie e delle libertà cancellate giorno dopo
giorno. Questa legge normalizza il sospetto, protegge gli apparati, colpisce il
dissenso, istituisce il principio della repressione preventiva, inventa dei
reati di sana pianta e rafforza l’idea che i problemi sociali si risolvano con
la forza.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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