Amnesty lancia l’allarme: in Italia il dissenso è sotto attaccoL’organizzazione per i diritti umani chiede l’abrogazione delle norme della
Legge 54/2026 incompatibili con gli standard internazionali. Dopo l’ONU, la
Cassazione e decine di giuristi, arriva un nuovo atto d’accusa contro il decreto
Sicurezza: la protesta pacifica viene trasformata in un problema di ordine
pubblico.
L’ennesima bocciatura del decreto Sicurezza non arriva dalle opposizioni
parlamentari né dai movimenti sociali che da mesi ne contestano l’impianto
repressivo. Arriva da Amnesty International, che ha pubblicato una lunga e
articolata dichiarazione nella quale esprime «gravi preoccupazioni per i diritti
umani» derivanti dall’entrata in vigore della Legge 54/2026.
Il documento rappresenta probabilmente l’analisi più completa e sistematica
finora prodotta sul provvedimento voluto dal governo Meloni e inserisce il caso
italiano all’interno di una tendenza globale di restringimento dello spazio
civico e di criminalizzazione del dissenso.
NON UN SINGOLO PROVVEDIMENTO, MA UN CAMBIO DI PARADIGMA
La critica di Amnesty va ben oltre la contestazione di alcune norme specifiche.
L’organizzazione sostiene che la nuova legge segni un cambiamento profondo nel
rapporto tra Stato, diritti e conflitto sociale.
Secondo Amnesty, la Legge 54/2026 «estende significativamente i poteri delle
forze di polizia, riduce i meccanismi di controllo da parte dell’autorità
giudiziaria e indebolisce le garanzie fondamentali proprie dello Stato di
diritto». Inoltre, la normativa rifletterebbe una crescente tendenza a
privilegiare misure di sicurezza di carattere preventivo, spostando l’intervento
dello Stato «a una fase antecedente al reato», fondata sulla semplice percezione
di un rischio.
È un passaggio cruciale. Perché significa abbandonare il principio secondo cui
si puniscono i fatti per abbracciare una logica fondata sulla prevenzione del
comportamento potenzialmente pericoloso, sulla gestione amministrativa della
“pericolosità” e sul controllo preventivo di categorie di persone ritenute
problematiche.
In altre parole, si passa dal diritto penale del fatto al diritto penale
dell’autore, o, come molti giuristi lo hanno definito, al diritto penale del
nemico.
L’ABUSO DELLA DECRETAZIONE D’URGENZA
Un primo punto messo sotto accusa da Amnesty riguarda il metodo.
L’organizzazione denuncia l’utilizzo del decreto-legge per introdurre modifiche
di enorme impatto sulle libertà fondamentali, aggirando un adeguato dibattito
parlamentare. Il documento ricorda che il governo Meloni, tra l’ottobre 2022 e
il dicembre 2025, ha adottato ben 117 decreti-legge, con una media di uno ogni
dieci giorni. Non solo. Amnesty sottolinea l’assenza di una reale situazione di
emergenza che potesse giustificare il ricorso alla decretazione d’urgenza,
richiamando i dubbi già espressi dalla Corte di Cassazione e dal Consiglio
superiore della magistratura.
Una critica che si salda perfettamente con le numerose questioni di legittimità
costituzionale già sollevate in diversi tribunali italiani.
IL FERMO PREVENTIVO: PERSONE PRIVATE DELLA LIBERTÀ SENZA AVER COMMESSO ALCUN
REATO
Tra le norme più contestate figura il nuovo fermo preventivo. La legge consente
alle forze di polizia di accompagnare e trattenere fino a dodici ore persone
che, secondo una valutazione discrezionale, potrebbero porre in essere
comportamenti in grado di compromettere il regolare svolgimento di una
manifestazione. Il tutto senza alcun controllo giudiziario preventivo.
Amnesty ritiene la disposizione incompatibile con il diritto alla libertà
personale, con il divieto di detenzione arbitraria e con il diritto di riunione
pacifica.
La preoccupazione maggiore riguarda l’ampiezza delle categorie utilizzate dalla
norma – «minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica» – che attribuiscono alle
forze dell’ordine un potere estremamente discrezionale. L’organizzazione ricorda
inoltre il primo utilizzo di questa misura, il 29 marzo scorso a Roma, quando 91
persone dirette a una commemorazione anarchica furono fermate e trattenute in
questura per oltre otto ore, per poi essere rilasciate senza alcuna
contestazione penale.
Una vicenda che, secondo Amnesty, dimostra come il fermo preventivo rischi di
trasformarsi in uno strumento per impedire materialmente l’esercizio del diritto
di manifestazione.
MANIFESTARE DIVENTA SEMPRE PIÙ COSTOSO
Un altro aspetto centrale della critica riguarda le nuove sanzioni
amministrative.
La legge sostituisce in diversi casi le sanzioni penali con multe elevatissime,
fino a 20.000 euro, per chi organizza o promuove manifestazioni considerate non
conformi alle prescrizioni delle autorità.
Formalmente si parla di “depenalizzazione”. Nella sostanza, osserva Amnesty, il
nuovo sistema produce un effetto ancora più deterrente.
La Corte europea dei diritti dell’uomo, ricorda l’organizzazione, ha più volte
affermato che sanzioni amministrative particolarmente gravose possono avere
effetti persino più afflittivi di una pena penale.
Il messaggio è chiaro: protestare può costare migliaia di euro. Un meccanismo
che rischia di colpire soprattutto le persone e i movimenti con minori risorse
economiche, producendo un effetto selettivo nell’esercizio dei diritti politici.
LE MISURE DI PREVENZIONE DIVENTANO STRUMENTI DI GESTIONE DEL DISSENSO
Particolarmente severo è il giudizio di Amnesty sull’estensione di Daspo, fogli
di via, zone rosse e altri strumenti di prevenzione.
Secondo l’organizzazione, queste misure – adottabili spesso sulla base di
semplici segnalazioni di polizia e senza controllo giudiziario preventivo –
stanno diventando strumenti ordinari di governo del conflitto sociale.
Non si tratta più di strumenti eccezionali rivolti alla criminalità organizzata
o a situazioni di particolare pericolosità, ma di dispositivi sempre più
frequentemente utilizzati nei confronti di attivisti, sindacalisti, studenti e
partecipanti alle mobilitazioni sociali.
IL BLOCCO STRADALE E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE
Amnesty dedica ampio spazio anche alla reintroduzione del reato di blocco
stradale con il proprio corpo, una delle norme simbolo del decreto Sicurezza.
L’organizzazione ricorda che il diritto internazionale e la giurisprudenza
europea riconoscono gli atti di disobbedienza civile come forme di esercizio
della libertà di riunione e di espressione. La criminalizzazione di queste
condotte, soprattutto quando pacifiche, viene quindi considerata incompatibile
con gli standard internazionali sui diritti umani.
Non è un caso che proprio su questo punto la Procura di Torino abbia
recentemente chiesto il rinvio della questione alla Corte costituzionale.
L’ITALIA OSSERVATA SPECIALE
La dichiarazione di Amnesty non è soltanto un giudizio tecnico su una legge. È
il segnale che l’Italia sta attirando l’attenzione delle principali
organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani.
Dopo i rilievi delle Nazioni Unite, le critiche dell’Osce, le osservazioni del
Consiglio d’Europa, le perplessità del Csm e della Corte di Cassazione, arriva
un nuovo e pesante atto d’accusa.
Il punto centrale del documento è forse questo: la sicurezza viene sempre più
concepita come prevenzione del dissenso e ampliamento dei poteri di polizia,
mentre si riducono gli spazi di esercizio delle libertà costituzionali.
È una trasformazione profonda che non riguarda soltanto i movimenti sociali o le
persone che oggi finiscono nel mirino della repressione.
Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo. Perché una democrazia
si misura anche dalla capacità di tollerare il conflitto, il dissenso e la
protesta. Quando questi vengono progressivamente trattati come problemi di
ordine pubblico, il rischio è che a restringersi non sia soltanto il diritto di
manifestare, ma l’intero spazio della partecipazione democratica.
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Osservatorio Repressione