Sassari, decine di denunce per il corteo per la Palestina
Nel mirino la mobilitazione del 3 ottobre 2025: contestati blocco stradale e
manifestazione non autorizzata. Gli studenti: «La solidarietà internazionale non
è reato»
A quasi undici mesi dalle grandi mobilitazioni dell’autunno scorso per Gaza e la
Global Sumud Flotilla, arriva anche a Sassari il conto giudiziario delle
giornate che portarono nelle strade italiane centinaia di migliaia di persone.
In questi giorni sono state notificate decine di informazioni di garanzia
relative alla manifestazione del 3 ottobre 2025, durante lo sciopero generale
per la Palestina. Le contestazioni riguardano il blocco stradale e la
manifestazione non autorizzata. La giornata sassarese era stata parte di una
mobilitazione nazionale di dimensioni eccezionali. Il 3 ottobre si svolsero più
di cento manifestazioni in tutta Italia, con blocchi stradali, ferroviari e
iniziative nei porti.
A Sassari migliaia di persone riempirono Piazza d’Italia e, dopo il presidio
della mattina, circa un migliaio di manifestanti si mosse spontaneamente in
corteo, attraversando la città e dirigendosi verso la zona industriale di Predda
Niedda, per poi tornare verso il centro. È significativo rileggere oggi le
cronache pubblicate mentre quella manifestazione era ancora in corso. La Nuova
Sardegna descriveva una piazza con una presenza particolarmente forte di giovani
e parlava esplicitamente di una protesta senza tensioni o incidenti nella sua
fase iniziale. Più tardi, all’Emiciclo Garibaldi, si verificarono momenti di
tensione.
Nella stessa giornata fece discutere il video di un uomo in borghese, indicato
come appartenente alle forze dell’ordine, che scaraventava a terra un
manifestante: il consigliere regionale Valdo Di Nolfo denunciò pubblicamente
l’episodio chiedendo chiarimenti. Quasi undici mesi dopo, la lettura di quella
giornata passa invece attraverso il diritto penale. Secondo quanto riportato
dalle fonti locali, la Procura di Sassari sta notificando decine di informazioni
di garanzia. L’Assemblea Studenti per la Palestina Sassari considera le
contestazioni «totalmente pretestuose», richiamando il carattere spontaneo
assunto dalla mobilitazione nel contesto dell’intercettazione della Flotilla e
sostenendo che l’operazione abbia una funzione intimidatoria nei confronti di
chi partecipò alle proteste. Anche l’associazione Libertade ha espresso
solidarietà agli indagati, denunciando l’utilizzo del diritto penale contro la
mobilitazione per la Palestina.
Il nodo più rilevante riguarda ancora una volta il blocco stradale. Con il
pacchetto sicurezza del governo Meloni una condotta che era stata ricondotta
nell’ambito dell’illecito amministrativo è tornata ad assumere rilevanza penale
quando viene realizzata da più persone riunite. Non si tratta di una questione
marginale: bloccare temporaneamente una strada, una stazione, un accesso o
un’infrastruttura appartiene storicamente al repertorio dello sciopero e della
protesta sociale. La trasformazione di queste condotte in fattispecie penali
permette quindi di intervenire direttamente su alcune delle pratiche attraverso
le quali una mobilitazione cerca di rendersi materialmente visibile ed efficace.
Il caso sassarese, soprattutto, non è isolato. In Sardegna il precedente più
rilevante riguarda Cagliari, dove le indagini sulle manifestazioni del 22
settembre e del 3 e 4 ottobre 2025 hanno coinvolto decine di persone. Nel
febbraio scorso erano 72 gli indagati per il nuovo reato di blocco stradale: una
delle prime applicazioni nell’isola delle norme introdotte dal pacchetto
sicurezza.
Proprio sulla costituzionalità della nuova disciplina del blocco stradale si è
aperto nel frattempo un problema che va molto oltre la Sardegna. Le
contestazioni riguardano il rapporto tra la repressione penale della condotta e
diritti costituzionalmente protetti come libertà di riunione, manifestazione del
pensiero e sciopero. È uno dei punti più delicati dell’intera legislazione
securitaria: il confine tra sanzione di comportamenti individualmente offensivi
e repressione delle forme collettive attraverso cui il conflitto sociale
storicamente si esprime.
A Sassari questo problema emerge con particolare evidenza. Non si sta parlando
di una manifestazione clandestina organizzata da poche persone, ma di una
giornata nazionale di sciopero e mobilitazione, con Piazza d’Italia occupata da
migliaia di persone e una partecipazione giovanile che le cronache dell’epoca
descrissero come particolarmente significativa. Il corteo successivo nacque
spontaneamente da quella piazza.
La questione della spontaneità non comporta naturalmente, da sola, l’automatica
irrilevanza giuridica delle condotte contestate. Saranno le singole posizioni e
le eventuali responsabilità individuali a dover essere accertate. Ma proprio
questo dovrebbe impedire di trasformare retrospettivamente un’intera
mobilitazione in un problema di ordine pubblico, facendo coincidere la
partecipazione a un corteo con la responsabilità per tutto ciò che durante quel
corteo è accaduto.
C’è poi una specificità sarda che non può essere ignorata. La mobilitazione per
la Palestina nell’isola si è intrecciata negli ultimi anni con quella contro la
militarizzazione del territorio, le servitù militari e l’industria bellica. Già
nell’aprile 2024 l’Assemblea Studenti per la Palestina di Sassari chiedeva
all’Università di interrompere i rapporti con Leonardo; nelle successive
manifestazioni sono tornati insieme solidarietà alla Palestina, opposizione alla
guerra e contestazione della presenza militare nell’isola.
È in questo contesto che le decine di procedimenti di Sassari assumono un
significato politico più generale. Nell’ultimo anno abbiamo visto moltiplicarsi
in tutta Italia denunce, multe, fogli di via, misure cautelari e procedimenti
contro chi aveva partecipato alle mobilitazioni per Gaza. Non serve immaginare
una regia unitaria per riconoscere un fenomeno concreto: le nuove norme
forniscono alle autorità strumenti più numerosi e incisivi per intervenire sulle
forme di protesta, mentre il diritto penale e quello amministrativo penetrano
sempre più profondamente nello spazio tradizionalmente occupato dal conflitto
politico e sociale.
La distanza temporale è anch’essa significativa. Una persona partecipa a una
manifestazione nell’ottobre 2025 e quasi un anno dopo riceve un’informazione di
garanzia. La repressione non agisce quindi soltanto nel momento della piazza,
attraverso identificazioni, cariche o fermi. Continua nel tempo, attraverso
indagini, notifiche e procedimenti che producono costi economici, necessità di
assistenza legale e una condizione permanente di incertezza.
La vicenda di Sassari mostra così uno degli effetti più concreti della
legislazione securitaria: trasformare progressivamente il costo della
partecipazione politica. Non vietare formalmente di manifestare, ma rendere
sempre più rischioso farlo attraverso la possibilità che un corteo spontaneo, un
blocco o una deviazione dalla strada prestabilita producano mesi dopo denunce e
procedimenti. Il diritto alla protesta rimane scritto nella Costituzione; ciò
che cambia sono le conseguenze materiali che possono ricadere su chi decide di
esercitarlo.
Osservatorio Repressione