La Forza della poliziaAbderrahim Fakir, 42 anni, nato in Marocco ma da 35 anni residente in Italia,
dove era arrivato a soli sette anni, è stato ucciso il 19 luglio scorso durante
un’operazione di polizia nel rione Pilastro, a Bologna. Schiacciato sull’asfalto
per un tempo infinito da due agenti della Polizia di Stato e da un residente,
sotto lo sguardo impassibile degli operatori del 118. Un video, ripreso da una
finestra di un palazzo adiacente, ha immortalato la scena. Fatto circolare
immediatamente sui social, è stato poi ripreso da giornali e televisioni:
chiunque ha così visto l’assurda morte in diretta di Fakir. La Procura di
Bologna ha aperto un fascicolo mentre gli agenti, come spesso accade, sono stati
confermati in servizio in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Un comunicato
della Procura ha quindi confermato l’applicazione del cosiddetto «scudo penale»,
introdotto dal decreto sicurezza del 2026, per cui gli operatori coinvolti non
sono stati, almeno per il momento, iscritti nel registro degli indagati. Questi
in breve i fatti come riportati dalle cronache. In attesa che l’inchiesta faccia
auspicabilmente luce sui diversi aspetti ancora non chiari, come chiesto anche
dai parenti di Fakir, la vicenda deve essere l’occasione per aprire una
riflessione seria sulle cause strutturali dell’ennesima morte nel corso di
un’operazione di polizia.
Mentre imperversa un violento dibattito pubblico sulla legittima difesa, animato
da chi vorrebbe instaurare un regime legale di difesa della proprietà privata
senza limiti, l’omicidio di Fakir non può, infatti, essere ridotto a
«eccezione», a un mero eccesso nell’uso della forza o all’incompetenza dei
singoli agenti coinvolti. Un intero sistema, fatto di norme e costumi sociali
produce, legittima e protegge l’esercizio della violenza di polizia.
PERCHÉ CHIAMIAMO LA POLIZIA
Nel libro Come sono diventata abolizionista, a partire dalla propria esperienza
di ragazza cresciuta nei sobborghi di Saint Louis (Missouri), l’avvocata e
attivista Derecka Purnell racconta che nelle comunità nere marginalizzate delle
grandi metropoli statunitensi è abitudine chiamare la polizia di fronte a
qualunque situazione che devii dalla normalità quotidiana: una porta di casa
lasciata aperta apparentemente senza motivo, un bambino per strada da solo,
degli schiamazzi che disturbano la quiete notturna, una lite in famiglia, sono
tutte «valide» ragioni per alzare il telefono e comporre il 911, delegando alla
polizia il compito di «risolvere» la questione. Purnell riflette su come questa
abitudine, alimentata dalla condizione di abbandono in cui vivono le comunità
povere e razzializzate negli Stati Uniti, favorisca il contatto tra persone nere
e polizia e, di conseguenza, il rischio di abusi e violenze. L’argomento è
semplice: più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle
comunità marginalizzate, più è probabile che si verifichino casi come quelli di
Micheal Brown e Breonna Taylor.
Il contesto sociale dell’omicidio di Fakir è certamente diverso da quello in cui
si situa la riflessione di Purnell e le proposte che l’autrice avanza,
incentrate su organizzazioni dal basso di comunità capaci di prevenire, quando
possibile, l’intervento della polizia e minimizzare le occasioni di contatto e i
rischi che ne derivano. Nonostante ciò, non ci si può non interrogare sul
perché, davanti a una persona in probabile stato di alterazione psicofisica, che
non sta minacciando nessuno e i cui parenti abitano a poche centinaia di metri
di distanza, non vi siano alternative a chiamare la polizia. E, più in generale,
se la polizia sia davvero l’agenzia pubblica più indicata per rispondere alla
comprensibile richiesta di rassicurazione di chi sente un uomo gridare in un
garage condominiale in un pomeriggio di una domenica d’estate. D’altronde, è pur
vero che se la risposta pubblica al disagio sociale è la militarizzazione delle
periferie e l’esclusione degli abitanti da qualunque processo decisionale,
secondo il «modello» imposto dal decreto Caivano, o dalle «zone rosse» e dai
blindanti fuori dalle stazioni, non può sorprendere se la polizia sia vista
sempre più come l’attore preposto a gestire qualunque forma di devianza che
turbi la tranquillità sociale.
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LE MODALITÀ DELL’INTERVENTO
Come emerso subito dal video circolato online, la scorsa domenica al Pilastro,
insieme alla polizia, era presente sul posto anche il personale del 118.
Nonostante quindi l’alternativa all’uso della forza di polizia fosse
immediatamente disponibile, l’intervento muscolare degli agenti ha avuto
priorità. È una decisione che si spiega anche con l’assenza di protocolli di
intervento per la gestione di quelli che in gergo sono definiti «soggetti non
collaborativi», ovvero persone in stato di alterazione psicofisica o con
problemi di salute mentale, e che prevedano il coinvolgimento di professionalità
altre, diverse da quelle di polizia, nonché tecniche di descalation volte a
minimizzare il ricorso alla forza. Il coinvolgimento del personale sanitario
appare, infatti, affidato al caso piuttosto che a regole definite, e la gestione
della situazione concreta resta affidata alla discrezionalità degli agenti di
polizia. D’altronde, non solo mancano protocolli di intervento di questo genere,
ma la stessa formazione degli operatori non include chiare strategie di
interazione con i «soggetti non collaborativi» finalizzate a evitare il ricorso
alla coazione. Una carenza che va di pari passo con un orientamento
istituzionale del tutto sbilanciato sul risultato operativo, in cui gli agenti
di polizia si sentono legittimati a fare tutto ciò che serve per portare a
termine l’intervento.
Anche l’inserimento delle cosiddette armi meno letali – come il Taser e gli
spray urticanti – nella dotazione delle forze di polizia italiane non ha in
alcun modo migliorato il quadro, anzi. I dati raccolti da Altreconomia mostrano
che, dalla sua introduzione nel 2022 al febbraio di quest’anno, la pistola
elettrica è stata utilizzata dalla sola Polizia di Stato in più di mille
occasioni, e le morti da Taser sono state almeno sette. La disinvoltura con cui
gli agenti ricorrono alla pistola elettrica conferma il profondo malinteso
rispetto ai presupposti e alle condizioni legali che dovrebbero presiederne
l’utilizzo. Piuttosto che come alternativa all’arma da fuoco, la cui
pericolosità induce gli operatori a un uso prudente e moderato, il Taser è
considerato uno strumento intrinsecamente proporzionato e per questo
utilizzabile anche in scenari in cui, non essendovi un pericolo attuale per
l’incolumità dell’operatore o di terzi, altre strategie sarebbero invece
praticabili.
Il ricorso alla pistola elettrica finisce per costituire una sorta di
«scorciatoia operativa» che consente di «risolvere» situazioni operative
complesse, aggirando il ricorso a strategie di intervento ritenute più
pericolose per l’operatore o semplicemente più lunghe, che richiedono per
esempio di instaurare un dialogo con il soggetto destinatario dell’azione di
polizia, o ancora di attendere l’arrivo di persone vicine a quest’ultimo che
possano aiutare a tranquillizzarlo. L’uso disinvolto e preventivo delle armi
meno letali, quando non causa direttamente conseguenze irreparabili, tende così
a generare un’escalation di per sé evitabile.
La scorsa domenica al Pilastro, secondo la ricostruzione diffusa sui media, di
fronte alla condizione di alterazione di Abderrahim Fakir, la prima reazione
degli agenti è stata quella di colpirlo in volto con lo spray urticante, per poi
bloccarlo a terra e legarlo con le fascette ai polsi e alle caviglie. Nessun
serio tentativo di mediazione e de-escalation, ovvero di gestione della
situazione senza ricorrere alla forza, ma la scelta «naturale» di neutralizzare
il soggetto per poi imporre con la forza l’atto di polizia.
LE IMMAGINI E L’IMPUNITÀ
Le immagini di Fakir, immobilizzato a terra dagli agenti di polizia mentre
invoca aiuto, richiamano con impressionante vividezza la scena di un’altra morte
avvenuta nel corso di un intervento delle forze dell’ordine: quella di Riccardo
Magherini, ucciso a Firenze nel 2014, dopo essere stato immobilizzato a terra,
in posizione prona, per diversi minuti da quattro carabinieri, che lo avevano
fermato mentre si trovava in uno stato di evidente agitazione. Anche per
Magherini, l’intervento dei sanitari non servì a evitare il peggio: i
carabinieri, infatti, non attesero l’arrivo dell’ambulanza, che giunse in tempo
solo per accertare l’avvenuto decesso. Le indagini, segnate da tentativi di
depistaggio e pressioni sui testimoni, si chiusero con la contestazione
dell’accusa di omicidio colposo per i carabinieri e, in concorso, anche per
gli operatori del 118. Dopo due condanne nei gradi di merito, a pene tra l’altro
estremamente contenute, per tre dei quattro militari, nel 2018 è arrivata
l’assoluzione in Cassazione. La motivazione avrebbe dovuto sollevare scandalo
nell’opinione pubblica: secondo i giudici, infatti, i carabinieri non avrebbero
avuto all’epoca le competenze richieste per condurre l’arresto di una persona
che si trovava nelle condizioni di alterazione psicofisica di Magherini. Una
decisione agevolata, tra l’altro, da un vero e proprio cambiamento delle regole
in corso di processo da parte dell’Arma dei Carabinieri. Durante il processo di
primo grado, infatti, il Comando Generale dell’Arma ha revocato la circolare, in
vigore all’epoca dei fatti, che, nel dettare regole operative per gli interventi
nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica, vietava proprio
l’uso di quella tecnica di immobilizzazione a terra impiegata contro Magherini,
a causa dell’elevato rischio di asfissia per la persona. Prescrizioni
evidentemente violate dai carabinieri, tanto che il pubblico ministero aveva
espressamente richiamato la circolare, poi revocata, tra gli standard di
condotta su cui era costruito il capo di imputazione.
Sul caso di Magherini si è recentemente espressa la Corte europea dei diritti
dell’uomo che ha condannato l’Italia per una serie di violazioni, tra cui
l’obbligo di condurre indagini efficaci e imparziali e di formare adeguatamente
gli operatori di polizia a prevenire danni gravi alle persone fermate. La
sentenza si inserisce nel solco di una serie di decisioni della Corte europea
che, dal 2011 a oggi, confermano le gravi carenze del sistema giuridico italiano
nel prevenire e sanzionare la violenza e l’uso eccessivo della forza da parte
delle forze di polizia (vale la pena qui richiamare, in particolare, la sentenza
Cestaro del 2015, relativa ai fatti della scuola Diaz di Genova). Se, come
dimostrano anche i casi recenti di Ramy Elgaml a Milano e Abderrahim Mansouri a
Rogoredo, il coinvolgimento nelle indagini degli stessi agenti implicati nei
fatti, o di colleghi a questi molto vicini, alimenta il rischio di depistaggi e
condotte illecite, che complicano – e spesso vanificano – l’accertamento delle
responsabilità, è soprattutto il quadro legale in materia di uso della forza a
favorire il ricorso all’uso della forza in assenza di reali necessità operative.
L’ordinamento italiano è privo di una regolazione dettagliata delle condizioni e
delle modalità di impiego della coercizione, che resta affidata in via esclusiva
alla disciplina codicistica delle cause di giustificazione, e in particolare a
una norma sull’uso legittimo delle armi dalla matrice autoritaria, eredità del
regime fascista, solo parzialmente adeguata al quadro costituzionale dalla
giurisprudenza successiva. Basti pensare che, dopo una prima fase in cui
l’interpretazione dei margini dell’uso legittimo della forza era stata
segnatamente restrittiva, la stessa giurisprudenza ha da tempo adottato
un’interpretazione sostanzialmente estensiva, che tende a bilanciare beni tra
loro incommensurabili: per esempio, l’integrità fisica del (presunto) autore del
reato con l’interesse dell’autorità pubblica al compimento dell’atto di polizia.
È il caso per esempio della cosiddetta fuga «attiva», per cui è, quantomeno in
linea di principio, ammesso l’uso delle armi contro il rapinatore che, in un
centro abitato, fugge a elevata velocità dal luogo del reato.
Alla luce della storia giudiziaria recente, ci si può aspettare che, nel caso di
Bologna, la violenza esercitata degli agenti sarà giustificata dalla necessità
di superare la resistenza di Fakir all’arresto. Nella vaghezza normativa che
avvolge il ricorso alla forza da parte della polizia, secondo uno schema
argomentativo circolare ricorrente, la resistenza diviene, infatti, la
«naturale» giustificazione dell’intervento coattivo. Nonostante nessuna norma
autorizzi ad arrestare una persona per il solo fatto che si trovi in una
condizione di agitazione o alterazione, di rado emerge quale fosse l’atto di
ufficio – presupposto dal reato di resistenza a pubblico ufficiale – a cui la
persona stava appunto «resistendo».
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IL BLOCCO NOIR
Enrico Gargiulo
LA VIOLENZA DI POLIZIA: UN PROBLEMA ITALIANO
In queste ore, molti commenti hanno paragonato la violenza sproporzionata
esercitata contro Fakir a quella agita dall’Ice di Trump contro le persone
migranti, razzializzate o solidali. Il rischio che la polizia italiana assomigli
sempre più all’Ice certo esiste: basti pensare che il nuovo Patto sulle
migrazioni e l’asilo europeo prevede (e legittima) le pratiche di sorveglianza
razziale che vediamo sperimentare nelle metropoli statunitensi. Ed è altrettanto
vero che la violenza di polizia, nei diversi contesti in cui si manifesta, dalle
piazze ai controlli alle frontiere, non può essere analizzata disgiuntamente
dalla torsione autoritaria in corso in quasi tutte le democrazie liberali. Al
contempo, però, pensare che quanto accaduto al Pilastro sia in qualche modo il
frutto del clima politico attuale, quindi, contingente, rischia di restituire
uno sguardo parziale. Quello della violenza di polizia in Italia è, infatti, un
problema storico, che ha cause strutturali e affonda le radici, tra le altre
cose, in un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine rimasto
sostanzialmente incompiuto. Un problema che anche la sinistra istituzionale
fatica da sempre a riconoscere, mostrando una deferenza per la polizia spesso
celata dietro il richiamo al «rispetto» per il difficile compito assegnato
all’autorità di pubblica sicurezza.
Quando si pensa alla violenza di polizia, viene spontaneo pensare ai casi
eclatanti come il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani a piazza
Alimonda, di cui ricorre in questi giorni il 25° anniversario. Ma la storia
recente è costellata di morti verificatesi nel corso di operazioni di polizia
banali, routinarie, per molti versi analoghe a quella di Abderrahim Fakir. Dal
2000 a oggi, infatti, secondo la mappatura realizzata dal giornalista Luigi
Mastrodonato, sono almeno 79 le persone morte durante questo tipo di operazioni.
Un dato inevitabilmente sottostimato, visto che non esistono dati ufficiali, e
che non tiene conto di quelle rimaste ferite, anche gravemente, come Hasib
Omerovic, precipitato dalla finestra di casa sua durante un controllo di
polizia, per cui oggi un agente di polizia in servizio al commissariato di
Primavalle a Roma è a processo per tortura e falso. Il caso di Fakir si
inserisce quindi in una lunga storia di vittime di polizia, talvolta dimenticate
o archiviate rapidamente, che riguarda in misura sproporzionata le persone
razzializzate, povere e marginalizzate. In questo senso, quindi, un primo
compito per chi oggi si indigna per la morte di Fakir è fare in modo che questa
vicenda non sia dimenticata, che siano accertate le responsabilità individuali e
che, al di là delle aule di tribunale, emergano le cause di sistema che l’hanno
resa possibile.
È però importante sottolineare come la morte di Fakir rappresenti anche un test
sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di
responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal
Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro
degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto
l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale
agli operatori di polizia imputati.
Il rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine che usano la forza è
parte integrante di un’architettura normativa autoritaria e repressiva che
criminalizza il dissenso e la marginalità sociale. Essa si inserisce con
coerenza in un tentativo di imporre un ordine proprietario in cui non c’è posto
per soggettività «disturbanti». Di fronte al rischio di una crescente
legittimazione della violenza di Stato, sia essa perpetrata da un commerciante
armato o da un operatore delle forze dell’ordine protetti dai partiti di governo
e da riforme legislative permissive, la violenza di polizia va riconosciuta per
quello che è, un’emergenza democratica. In quest’ottica, dentro a una
prospettiva politica abolizionista di lungo periodo, intesa come una
processualità al contempo politica e culturale, non deve essere sminuita
l’urgenza di riforme capaci di limitare l’esercizio della forza di polizia e
ricondurne i poteri dentro un perimetro di legalità costituzionale.
*Carlo Caprioglio è assegnista di ricerca e docente a contratto di Clinica
legale all’Università Roma
Le informazioni circa l’uso della forza, la percezione e la formazione degli
operatori di polizia sono frutto delle ricerche realizzate nell’ambito del
progetto «Reforming police accountability in Italy (REPOLITY)» sulla
responsabilità delle forze dell’ordine, realizzato dalle università di Bari e
Firenze. I risultati e i materiali di ricerca sono liberamente consultabili sul
sito del progetto. Le opinioni espresse sono da attribuire esclusivamente
all’autore.
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L'articolo La Forza della polizia proviene da Jacobin Italia.