BASTA COPERTURE AGLI SCISSIONISTI!
BASTA AMBIGUITÀ, BASTA COPERTURE AGLI SCISSIONISTI.
CHI STA DALLA PARTE DEI LAVORATORI ORGANIZZATI DAL SI COBAS DEVE DIMOSTRARLO CON
I FATTI.
La posizione assunta dalla TIR e dai suoi militanti nei confronti del SI Cobas
non è più una questione di divergenze politiche o di legittimo confronto
interno. È una scelta politica precisa, che si manifesta attraverso prese di
posizione, iniziative e comportamenti che, nei fatti, finiscono per sostenere
chi ha rotto con la nostra organizzazione e ha dato vita alla FIST. Per la Tir
le espulsioni di Zadra e Papis sarebbero state” arbitrarie” (ricordiamoci che
sono avvenute due settimane prima che arrivassero a costituire la loro
organizzazione sindacale).
I militanti della TIR ricoprono anche responsabilità nei coordinamenti di
Torino, Genova e Napoli. A queste realtà si aggiunge quella di Roma, dove sono
state assunte posizioni e promosse iniziative che non possono essere liquidate
come semplici incomprensioni. Definire «arbitrarie» le espulsioni di Zadra e
Papis e il commissariamento del coordinamento milanese significa riscrivere i
fatti e mettere sullo stesso piano le decisioni organizzative del SI Cobas e le
scelte di chi, a un certo punto, ha deciso di rompere con l’organizzazione per
costruire una propria struttura.
Non siamo di fronte a una divergenza secondaria, ma a una linea politica che
produce conseguenze concrete sulla tenuta e sull’attività del SI Cobas.
La TIR, che pretende di presentarsi come un’organizzazione dalla parte degli
operai che lottano per porsi su un terreno classista, deve spiegare perché
ospita nella propria sede la struttura della FIST e perché i suoi militanti
continuano ad assumere posizioni che oggettivamente favoriscono gli
scissionisti. Questo nonostante siano state trasmesse personalmente a Pietro
Basso informazioni relative alla posizione di Papis e ai rapporti economici che,
secondo la documentazione dell’ Imps, lo avrebbero legato a due imprenditori.
Su questioni di questa gravità non bastano dichiarazioni di principio, richiami
generici alla democrazia o appelli all’unità. Occorre assumere una posizione
chiara, verificabile e conseguente. La solidarietà di classe non può diventare
uno scudo per sottrarsi alle responsabilità politiche, così come l’autonomia
sindacale non può essere invocata a corrente alternata.
Chi sostiene di lottare contro i padroni non può eludere la questione dei
rapporti economici con gli stessi padroni quando questa viene posta all’interno
della propria organizzazione. Sono questioni che devono essere chiarite sulla
base dei fatti e della documentazione, non coperte da schieramenti di corrente o
da operazioni di solidarietà politica opportunistica.
I coordinamenti provinciali coinvolti hanno approvato mozioni che, al di là
delle formule utilizzate, si configurano come veri e propri pronunciamenti a
sostegno degli scissionisti. E tutto questo mentre venivano boicottate due
assemblee nazionali delle filiere, due coordinamenti nazionali e gli scioperi
indetti dall’organizzazione.
A completare il quadro è arrivata la convocazione, da parte di questi stessi
ambienti, di una propria call delle filiere della logistica, al di fuori delle
sedi e dei percorsi collettivi del SI Cobas, con la partecipazione di Zadra,
protagonista della costituzione della FIST.
Non si può invocare l’unità quando fa comodo e, contemporaneamente, lavorare per
svuotare gli organismi comuni, ignorare le decisioni collettive e costruire sedi
parallele di iniziativa politica e sindacale. Non si può pretendere di
appartenere a un’organizzazione e comportarsi come se le sue strutture, le sue
assemblee, i suoi scioperi e le sue decisioni non esistessero.
Criticare per la non riuscita degli scioperi nazionali perché non sono stati
organizzati per chi li ha sabotati è indegno da parte loro.
Il coordinamento nazionale di domenica ha posto un problema politico
inequivocabile: la prosecuzione di iniziative dirette a denigrare o sabotare il
SI Cobas non può essere considerata una normale dialettica interna. Dopo gli
avvertimenti e i richiami alla responsabilità collettiva, la convocazione di una
nuova riunione a Roma, ancora una volta al di fuori delle strutture formalmente
e collettivamente definite, rappresenta un’ulteriore conferma della gravità
della situazione.
La fase in cui ciascuno pretendeva di fare ciò che voleva, ignorando
deliberazioni e responsabilità comuni, deve considerarsi conclusa.
Un’organizzazione sindacale di classe non può sopravvivere se i suoi organismi
vengono utilizzati per ostacolarne l’attività e se le regole collettivamente
stabilite valgono soltanto quando coincidono con gli interessi delle singole
componenti appartenenti ad un gruppo politico.
Anche la decisione di sospendere il pagamento degli stipendi ai coordinatori
fino alla revisione delle loro posizioni politiche è parte di questa vicenda e
deve essere affrontata con la necessaria trasparenza e nel rispetto delle
procedure e degli obblighi applicabili. Ma è evidente che, di fronte a una
condotta che si configura come una rottura politica con l’organizzazione, non è
sufficiente continuare a lanciare avvertimenti senza affrontare fino in fondo il
problema.
Per questo non possiamo limitarci ad aspettare i tempi delle prossime decisioni
collettive per esprimere una valutazione politica.
Da militante del movimento dei lavoratori da tanti anni, considero incompatibile
con una prospettiva di classe sostenere politicamente chi è accusato di aver
intrattenuto rapporti economici con imprenditori in contrasto con i principi e
gli interessi che dichiara di difendere, senza pretendere che tali rapporti
siano chiariti fino in fondo. Questa è una questione politica e morale che
nessuna formula organizzativa può cancellare.
Non si tratta di negare il confronto, né di pretendere un’organizzazione fatta
di obbedienza cieca. Si tratta di distinguere il confronto politico dalla
costruzione di iniziative parallele, la critica interna dal sabotaggio
dell’attività comune, la solidarietà tra lavoratori dalla copertura politica di
scelte che devono essere sottoposte a una verifica rigorosa.
La discriminante è netta: non basta dichiararsi nel campo dei lavoratori,
bisogna dimostrare con i fatti da quale parte si sta.
Alla TIR, dal primo all’ultimo dei suoi militanti, rivolgiamo quindi una
richiesta precisa: rompere con l’ambiguità, chiarire la propria posizione sulla
FIST, sui comportamenti degli scissionisti e sulle iniziative assunte contro le
decisioni del SI Cobas. È una richiesta che non riguarda una questione personale
e non pretende una risposta rivolta a me o ad un singolo compagno. Riguarda la
responsabilità di un’organizzazione che dichiara di operare per l’affermazione
di un movimento classista tra i lavoratori.
La TIR deve decidere se intende contribuire alla costruzione di un sindacato di
classe, fondato sulla solidarietà, sulla lotta contro lo sfruttamento e sulla
responsabilità collettiva, oppure se intende continuare a mantenere una
posizione che, nei fatti, alimenta la divisione e favorisce chi ha scelto di
rompere con il SI Cobas.
Le ambiguità hanno un costo politico. Il sabotaggio dell’attività sindacale non
può essere normalizzato. La solidarietà di classe non può essere declamata nei
propri documenti a copertura per qualsiasi scelta che va a sostegno di chi è
pagato dai padroni.
Il SI Cobas è un’organizzazione di lotta, costruita attraverso gli scioperi, i
sacrifici e la partecipazione diretta di migliaia di lavoratori. Non appartiene
a gruppi dirigenti, correnti politiche o singoli militanti: appartiene ai
lavoratori che ogni giorno si battono contro lo sfruttamento e che si danno una
struttura organizzativa pensata e definita per una migliore attività collettiva.
Difenderne l’autonomia, le decisioni collettive e la capacità di organizzare la
lotta significa difendere il lavoro politico e sindacale di tutti coloro che vi
partecipano.
Su questo terreno non sono sufficienti le dichiarazioni. Servono scelte chiare,
comportamenti coerenti e assunzione di responsabilità.
Chi vuole stare nel SI Cobas deve contribuire alla sua attività e rispettarne le
decisioni collettive. Chi sceglie di lavorare contro l’organizzazione deve
assumersi fino in fondo la responsabilità politica della propria scelta.
Non è una questione di appartenenza formale. È una questione di classe, di
militanza perché si affermi sul piano eale dei rapporti tra le classi.
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