
Diciotto eurodeputati chiedono alla Bulgaria la liberazione di Abdulrahman Al-Khalidi
Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, August 5, 2026Il giornalista e difensore dei diritti umani saudita entra nel quinto anno di detenzione amministrativa in Bulgaria, mentre ogni ordine di rilascio viene sistematicamente aggirato. Una lettera inviata al governo di Sofia e una piattaforma internazionale rilanciano il suo caso come emblema di repressione transnazionale su suolo europeo.
Il 2 luglio 2026 diciotto membri del Parlamento europeo 1 hanno scritto al primo ministro bulgaro Rumen Radev e per conoscenza ai ministri della Giustizia, dell’Interno e degli Affari esteri, per denunciare la situazione di Abdulrahman Al-Khalidi, difensore dei diritti umani saudita trattenuto in detenzione amministrativa in Bulgaria da ottobre 2021 e tuttora sotto minaccia di espulsione verso l’Arabia Saudita. Un rimpatrio che, scrivono gli eurodeputati, lo esporrebbe a un rischio concreto di tortura, persecuzione e altre gravi violazioni dei diritti umani.
Oltre le circostanze individuali del caso, la lettera solleva questioni di sistema che chiamano in causa il diritto dell’Unione, la Carta dei diritti fondamentali, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e gli obblighi della Bulgaria nel quadro del Sistema europeo comune di asilo (CEAS).
Una domanda d’asilo mai decisa, tre annullamenti della Corte suprema
Contrariamente a certe ricostruzioni pubbliche, Al-Khalidi ha presentato un’unica domanda di protezione internazionale, tuttora pendente e mai definita nel merito. Quella domanda è stata ripetutamente respinta e altrettante volte annullata: l’Agenzia statale per i rifugiati l’ha rigettata per via amministrativa, la Corte suprema amministrativa (SAC) ha annullato la decisione e rinviato per riesame. In tutto, gli eurodeputati contano tre pronunce favorevoli della Corte suprema amministrativa all’interno del procedimento d’asilo.
Particolarmente grave, si legge nella lettera, è che già nella prima sentenza la SAC abbia qualificato l’intervento dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (DANS/SANS) nella procedura d’asilo come una violazione procedurale sostanziale e un’invasione di competenze. E’ un segnale, secondo i firmatari, di un malfunzionamento istituzionale che investe l’intero sistema di protezione.
Il punto centrale della denuncia riguarda la neutralizzazione sistematica degli ordini di scarcerazione. I giudici bulgari hanno più volte dichiarato illegittima la prosecuzione della detenzione e disposto il rilascio – in particolare con le pronunce del 18 gennaio 2024 e del 26 marzo 2025 – senza che questo si traducesse mai in libertà effettiva.
Il meccanismo, descritto nella lettera, è quello della porta girevole: dopo l’ordine del 26 marzo 2025, relativo alla detenzione sotto l’Agenzia per i rifugiati, il giorno successivo è stata emessa una nuova misura sotto la Direzione migrazione, e Al-Khalidi è stato semplicemente trasferito all’interno della stessa struttura anziché liberato. Un aggiramento analogo era già avvenuto dopo la pronuncia del gennaio 2024. Se la SAC, con decisione del 17 febbraio 2026, ha in seguito confermato la prosecuzione della detenzione, resta il nodo della sequenza precedente: ordini di rilascio annullati nella pratica prima che la questione venisse formalizzata. Un modus operandi che, per gli eurodeputati, colpisce «al cuore» la forza vincolante delle decisioni giudiziarie e lo Stato di diritto (art. 2 TUE, art. 47 della Carta).
Gli eurodeputati contestano poi il ricorso alla formula «pericolo per la sicurezza nazionale» come giustificazione della detenzione, avanzata senza un’adeguata valutazione individualizzata della condotta e del rischio, e senza un reale controllo giurisdizionale sui criteri di necessità e proporzionalità, nonostante le perizie mediche descrivano Al-Khalidi come non aggressivo.
Ancora più insidioso è il ragionamento circolare denunciato nella lettera: le autorità sembrano invocare il deterioramento psicologico indotto dalla detenzione stessa – un danno di cui lo Stato è responsabile – come motivo per prolungarla. Un approccio, scrivono, incompatibile con gli articoli 3 e 5 CEDU: la sofferenza detentiva impone doveri di protezione e cura, non può diventare un ulteriore titolo per mantenere la privazione della libertà.
Sul piano del diritto dell’Unione, la lettera richiama l’articolo 15 della direttiva rimpatri (2008/115/CE) e l’articolo 8 della direttiva accoglienza (2013/33/UE): la detenzione dev’essere misura di ultima istanza, proporzionata e limitata al tempo più breve possibile, e non può proseguire in assenza di una prospettiva concreta di allontanamento. Ma il rimpatrio in Arabia Saudita è precluso dal principio di non-refoulement; l’ingresso in altri Stati membri appare impossibile per un divieto d’ingresso valido a livello UE; il trasferimento in un Paese terzo resta incerto e indefinito. Da qui il dubbio che quella «prospettiva ragionevole» richiesta dall’art. 15(4) semplicemente non esista.
La lettera colloca infine il caso nel quadro della repressione transnazionale, la pratica con cui Stati terzi colpiscono dissidenti all’estero attraverso mezzi legali, amministrativi o coercitivi; si richiama la responsabilità degli Stati membri dell’UE nell’evitare che le procedure d’asilo vengano strumentalizzate per facilitare, anche indirettamente, quella repressione.
I firmatari chiedono al governo bulgaro di: garantire piena ed effettiva ottemperanza alle decisioni giudiziarie sulla detenzione; riesaminare necessità e proporzionalità della detenzione alla luce del diritto UE e degli articoli 3 e 5 CEDU; assicurare che non si verifichi alcuna espulsione o refoulement indiretto; garantire che la procedura d’asilo pendente si svolga libera da ingerenze e nel rispetto dell’indipendenza giudiziaria. Chiedono inoltre chiarimenti scritti sulla base giuridica della detenzione, sulle garanzie procedurali a fronte delle classifiche di sicurezza nazionale e sulla valutazione della prospettiva di allontanamento.
Un nuovo sito web per la sua liberazione
Parallelamente alla pressione istituzionale, è online una piattaforma interamente dedicata al caso: free-alkhalidi.org, intitolata «Free Abdulrahman – Transnational Repression on EU Soil». Il sito raccoglie in un unico luogo tutto il materiale utile a seguire la vicenda ed è disponibile in diciassette lingue, italiano compreso.
La homepage sintetizza la cronologia della privazione della libertà con alcuni contatori: oltre 1.740 giorni di detenzione amministrativa, tre pronunce favorevoli della Corte suprema amministrativa nel procedimento d’asilo, gli ordini di rilascio disattesi e più di venti organizzazioni per i diritti umani a sostegno. Il ricorso pendente davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo – Al-Khalidi c. Bulgaria, ric. n. 26364/24, per violazione degli articoli 3 e 5 CEDU – viene presentato come una delle detenzioni amministrative più lunghe documentate nella giurisprudenza di Strasburgo.
Il sito è organizzato in sezioni navigabili: The Case (chi è Abdulrahman), Timeline (la cronologia legale degli ordini disattesi), ECHR (i documenti del ricorso), Voices (le voci internazionali), Documents (gli atti processuali) e Take Action (le azioni concrete: firmare la petizione su Change.org, contattare i propri europarlamentari e governi, condividere con l’hashtag #FreeAlKhalidi). Sono inoltre disponibili un archivio di stampa, una galleria delle mobilitazioni, un media kit per giornalisti e ONG e una raccolta dei materiali UE ed europarlamentari.
Chi è Abdulrahman Al-Khalidi lo racconta la sezione biografica: giornalista, analista politico e difensore dei diritti umani, è stato membro dell’Association for Civil and Political Rights in Saudi Arabia (ACPRA) e ha collaborato all’Electronic Bees Army lanciato dal giornalista Jamal Khashoggi insieme al dissidente Omar Abdulaziz. Ha lasciato l’Arabia Saudita nel 2013 dopo la stretta sui difensori dei diritti umani; dopo anni di esilio tra Egitto, Qatar e Turchia, ha cercato rifugio nell’Unione europea attraversando il confine turco-bulgaro nell’ottobre 2021. Da allora è trattenuto senza accusa né condanna penale, prima a Busmantsi e oggi nel centro di Lyubimets. Front Line Defenders lo riconosce come difensore dei diritti umani a rischio.
Sul sito trovano spazio anche gli scritti dello stesso Al-Khalidi dalla detenzione, alcuni dei quali pubblicati proprio su Melting Pot Europa, insieme alle testimonianze di figure come Mary Lawlor, già Relatrice speciale ONU sui difensori dei diritti umani, e alle prese di posizione di Human Rights Watch, Amnesty International, ALQST, MENA Rights Group, ARTICLE 19 e OMCT.
Ogni ordine di rilascio è stato ignorato, e l’unica forza che finora ha mosso qualcosa è stata la pressione pubblica e politica, tra cui le lettere degli eurodeputati, l’attenzione della stampa, e di chi si rifiuta di voltarsi dall’altra parte.
Proteggere i difensori dei diritti umani, prevenire la repressione transnazionale e far rispettare la forza vincolante delle decisioni giudiziarie, ricordano ancora una volta i firmatari della ultima lettera, sono componenti essenziali dell’ordinamento giuridico dell’Unione europea.
- Tra i firmatari: Erik Marquardt, Tineke Strik, Ilaria Salis, Cristina Guarda, Anna Cavazzini, Estrella Galán, Rima Hassan, Brando Benifei, Cecilia Strada, Marc Angel, Daniel Freund, Sergey Lagodinsky, Lena Schilling, Katrin Langensiepen, Damien Carême, Murielle Laurent, Joanna Scheuring-Wielgus e Krzysztof Śmiszek. ↩︎