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«Oggi posso aprire una porta e attraversarla di mia volontà»
Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman Al-Khalidi 1 è finalmente libero 2. A pochi giorni dalla sua liberazione, Abdul ha scritto una lettera per ringraziare le tante persone che in questi anni gli sono state accanto e raccontare le sue prime ore fuori dal centro di detenzione. Notizie/CPR, Hotspot, CPA ABDULRAHMAN AL-KHALIDI È LIBERO Era la notizia che avremmo sempre voluto darvi Redazione 21 Agosto 2026 Ma la libertà, scrive Abdulrahman, non è soltanto l’apertura della porta di un centro di detenzione. La sua procedura per il riconoscimento della protezione internazionale è ancora in corso e l’ordine di espulsione rimane in vigore. La sua battaglia, dunque, continua. Prima di tornare a parlare di tutto questo, però, Abdul si prende qualche giorno per riposare, ritrovare la vita quotidiana e scoprire cosa significa nuovamente poter scegliere. Pubblichiamo integralmente la sua lettera. LA LETTERA DI ABDULRAHMAN AL-KHALIDI Dopo quasi cinque anni di detenzione, finalmente posso rivolgermi a voi da fuori quelle mura. Ci sono molte cose che vorrei dire, ma prima ho voluto concedermi qualche giorno semplicemente per capire cosa significhi essere di nuovo fuori. Dalla mia liberazione, ho ricevuto più messaggi di quanti ne potessi rispondere tutti insieme, da persone che conosco e da molte che non ho mai incontrato. Li ho letti, li apprezzo e risponderò man mano che ritroverò la strada verso la vita quotidiana. Oggi posso aprire una porta e attraversarla di mia volontà. È stato strano uscire e vedere un mondo senza distanziamento sociale o mascherine, senza disinfettanti ovunque a causa del COVID-19, e in cui gli assembramenti negli spazi chiusi sono di nuovo normali. La detenzione sembra una brusca sospensione del tempo. Sono passato da un’epoca all’altra, privato della possibilità di vivere quegli anni, privato della possibilità di essere come tutti gli altri e di fare ciò che scelgo. La detenzione è stata una tappa del viaggio della vita. È stata come il Purgatorio di Dante, che conduce all’Inferno o al Paradiso. In quale dei due sono arrivato? Non lo so ancora. Ma la libertà non consiste semplicemente nell’aprire la porta di un centro di detenzione. La vera libertà è sapere di avere un luogo sicuro in cui costruire la propria vita, avere il controllo sulle proprie scelte fin nei minimi dettagli, poter stare vicino alle persone che si amano e poter esprimere le proprie opinioni senza paura. Sono stato liberato, ma la procedura relativa alla mia domanda di protezione internazionale è ancora in corso e l’ordine di espulsione rimane in vigore. Le autorità hanno imposto una misura alternativa alla detenzione, che mi obbliga a presentarmi periodicamente alla polizia in quanto ancora sottoposto a una procedura di espulsione. Ciò che cerco è semplice e non ne faccio mistero. Voglio vivere senza la paura di essere espulso verso un luogo in cui potrei essere perseguitato. Voglio uno status giuridico che mi permetta di andare avanti con la mia vita e con la mia famiglia. Questa è la fase successiva, e più importante, del mio caso, e continuerò a perseguirla attraverso le vie legali, come ho fatto durante tutti questi anni. Molte persone vedono il carcere come una perdita totale della propria vita. Ma durante quegli anni ho avuto modo di conoscere persone e di capire davvero che tipo di persone fossero: amici, avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti, accademici, organizzazioni, studenti universitari e delle scuole, lavoratori, persone che non avevo mai incontrato e persino persone all’interno del sistema e delle sue istituzioni. Ognuno, a modo proprio, ha scelto di non rimanere in silenzio. Ognuno si è rifiutato di permettere che l’apparato di sicurezza e amministrativo fosse utilizzato come strumento di oppressione contro un altro essere umano. Alcuni hanno portato il mio caso nei tribunali, nei parlamenti e sui media. Alcuni hanno aiutato in silenzio, da qualsiasi luogo si trovassero e con qualunque cosa potessero fare. E a volte è bastata una telefonata in una giornata difficile per permettermi di andare avanti. Ci sono nomi che posso fare pubblicamente e nomi che non posso fare. Ci sono persone le cui azioni a mio favore potrebbero non essere mai conosciute, e ce ne sono state altre che hanno lavorato silenziosamente dietro le quinte e la cui identità non conosco nemmeno io. Ma per quanto riguarda le persone che conosco, ricordo quei volti e porto con me un’immensa gratitudine nei loro confronti. Allo stesso tempo, so che la stanza che ho lasciato non è vuota. Altre persone sono ancora lì, senza un nome sui giornali e senza avvocati. Una detenzione di questo tipo non è più soltanto una misura amministrativa. È una politica e si sta espandendo in tutta Europa attraverso il linguaggio dei rimpatri e dell’ordine. Sì, la mia detenzione è terminata, ma il sistema che l’ha prodotta non è terminato. E la mia liberazione dalla detenzione non è la fine del mio caso. Ci sarà tempo, più avanti, per parlare di tutto questo in modo più approfondito. Per ora, voglio prendermi un momento per riposare e riscoprire come appare la vita dopo un vuoto di cinque anni. Voglio camminare per strada senza dover chiedere il permesso, sedermi con i miei amici senza che la visita finisca a un’ora prestabilita, vedere Sofia di sera e tornare nel luogo in cui vivo e aprire e chiudere la porta da solo. Voglio scoprire di più di questo Paese, della sua cultura e della sua storia. Voglio incontrare le persone anziane nei villaggi e ascoltare le loro storie, e conoscere le tradizioni culinarie locali e la cultura popolare. Nella speranza che tutti noi possiamo svegliarci davanti a un domani migliore. Grazie al mio caro amico Victor Lilov e ai miei straordinari avvocati Diana Radoslavova, Hristo Vasilev, Adela Kat, e a tutte le amiche, gli amici e i compagni. Con i miei migliori auguri, Abdulrahman Al-Khalidi Sofia, Bulgaria 26 agosto 2026 1. Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot ↩︎ 2. Abdulrahman Al-Khalidi è un giornalista, analista politico e attivista per i diritti umani saudita. Nel 2013 ha lasciato l’Arabia Saudita a causa della repressione subita per il suo impegno politico e, negli anni successivi, ha vissuto in diversi Paesi della regione. Nell’ottobre 2021, dopo essere entrato in Bulgaria dalla Turchia, ha presentato domanda di protezione internazionale. Da allora è stato detenuto per quasi cinque anni nei centri di detenzione amministrativa bulgari, senza essere mai stato condannato per un reato. Durante la detenzione ha continuato a denunciare la propria situazione e a scrivere, anche attraverso le pagine di Melting Pot, mentre una rete di avvocati, organizzazioni, attiviste e attivisti in Bulgaria e in Europa si mobilitava per la sua liberazione. Il 21 agosto 2026, dopo quasi cinque anni di detenzione, Abdulrahman è stato liberato. La sua procedura per la protezione internazionale è tuttavia ancora in corso e nei suoi confronti rimane in vigore un ordine di espulsione. ↩︎
Bulgaria, dopo cinque anni torna libero l’attivista saudita al-Khalidi
Il 21 agosto, dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria col costante pericolo di essere rimpatriato, il giornalista e attivista Abdulrahman al-Khalidi ha potuto lasciare il centro chiuso per migranti irregolari di Lyubimets. Al-Khalidi rischiava di essere rimandato nel suo Paese, l’Arabia Saudita, che era stato costretto a lasciare a causa delle sue attività in favore dei prigionieri politici e per aver chiesto riforme democratiche. Fuggito dal Golfo nel 2013, dall’esilio aveva proseguito a denunciare le violazioni dei diritti umani anche attraverso la collaborazione a portali d’informazione. Aveva preso poi parte al movimento delle “api elettroniche”, un gruppo di attivisti informatici promosso dall’esilio dal giornalista Jamal Khashoggi – assassinato in Turchia nel 2018 – per contrastare la propaganda online del governo saudita. Dopo l’arresto, eseguito nell’ottobre 2021 dalle autorità bulgare a cui aveva chiesto protezione internazionale, Melting Pot Europa e il Collettivo Rotte Balcaniche avevano lanciato la campagna Free Abdulrahman. Il suo caso era stato segnalato anche da FrontLine Defenders e Amnesty International ed era stato oggetto di interventi da parte della Corte Europea dei Diritti Umani.   Riccardo Noury
August 23, 2026
Pressenza
Abdulrahman Al-Khalidi è libero
MELTING POT E COLLETTIVO ROTTE BALCANICHE 1 Ogni volta che scrivevamo di questa profonda ingiustizia, ogni volta che sentivamo Abdul, ogni volta che partecipavamo ai presidi per chiedere la sua liberazione, ogni volta che traducevamo e diffondevamo i suoi testi, lo facevamo con la speranza di poter arrivare, un giorno, a scrivere queste parole: > Abdulrahman Al-Khalidi è libero. Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman ha finalmente lasciato il centro di detenzione. Il 21 agosto 2026, è stato trasferito da Lyubimets a Sofia, dove la misura che ne disponeva la detenzione è stata modificata, permettendogli di uscire dal centro chiuso. Abdulrahman era detenuto in Bulgaria dall’ottobre 2021, dopo essere fuggito dall’Arabia Saudita e aver attraversato il confine turco-bulgaro per chiedere protezione. Aveva lasciato in Turchia la moglie e i suoi due figli. Da allora era rimasto in detenzione amministrativa, senza una condanna penale. Oggi, insieme ad Abdul, il nostro pensiero e il nostro abbraccio vanno a loro.  Lo abbiamo conosciuto nel 2024, quando era già detenuto da tre anni e aveva iniziato uno sciopero della fame contro il rischio di deportazione in Arabia Saudita. Da allora abbiamo continuato a seguire la sua vicenda. Nel tempo Abdulrahman è diventato anche autore di Melting Pot. Dal centro di detenzione ci ha affidato i suoi testi, continuando a scrivere, a denunciare e a far sentire la propria voce. Attraverso i suoi articoli ha continuato a parlare con l’esterno, raccontando la propria condizione e quella di tante altre persone prigioniere delle politiche di frontiera. Ma la sua storia non è stata soltanto raccontata. Abdul non è mai stato solo. In questi anni, in Bulgaria e fuori dalla Bulgaria, tante persone hanno continuato a stargli accanto. Una solidarietà fatta di mobilitazioni e presidi, di sostegno legale e politico, ma anche di presenza concreta, di aiuto materiale, di telefonate, incontri e vicinanza. Il Collettivo Rotte Balcaniche, che da anni attraversa e sostiene le persone lungo la rotta balcanica, ha mantenuto con Abdul un rapporto diretto, portandogli sostegno e presenza durante gli anni della detenzione. E insieme a tante altre realtà 2, associazioni, attiviste e attivisti e organizzazioni, abbiamo continuato a chiedere la sua liberazione attraverso presidi, iniziative, petizioni e azioni di solidarietà e a denunciare il rischio della sua deportazione in Arabia Saudita. Da questa mobilitazione è nata anche la campagna internazionale Free Abdulrahman, che ha raccolto e rilanciato la richiesta di liberazione, portando la sua vicenda all’attenzione di un pubblico sempre più ampio e delle istituzioni europee. > Una mobilitazione che non ha mai smesso di dire una cosa semplice: Abdulrahman > doveva essere libero. PH: Migrant Solidarity Bulgaria Ma se oggi possiamo festeggiare questa vittoria, il primo nome da ricordare è quello di Abdul. È stata la sua forza, la sua determinazione e la sua capacità di resistere a tenere aperta questa battaglia per quasi cinque anni. Ha continuato a lottare, a scrivere, a parlare, a denunciare. Non ha mai accettato che la detenzione cancellasse la sua voce. La sua liberazione non cancella gli anni che gli sono stati sottratti. Non cancella l’ingiustizia di una detenzione durata quasi cinque anni senza una condanna. Ma oggi possiamo raccontare una vittoria. Ogni giorno, con il nostro lavoro editoriale e con la nostra presenza sul campo, siamo accanto alle persone che subiscono la violenza delle frontiere, le detenzioni, i respingimenti e le violazioni. Raccontiamo queste storie e lottiamo perché possano avere un esito diverso. Oggi quell’esito diverso ha un nome: la libertà di Abdulrahman. Nonostante tutto, si può vincere. Si può resistere alla detenzione. Si può continuare a parlare quando si vorrebbe imporre il silenzio. Si può costruire una rete di solidarietà che attraversa confini, centri di detenzione e anni di attesa. Questa vittoria ha il volto e la voce di Abdulrahman e di tutte coloro che hanno lottato al suo fianco. Bentornato, Abdul. Melting Pot e Collettivo Rotte Balcaniche * Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot * La campagna per la sua liberazione – Free Abdulrahman PH: Migrants Solidarity in Bulgaria (centro di detenzione bulgaro di Busmantsi, Sofia) 1. Collettivo Rotte Balcaniche è una rete di attiviste e attivisti impegnata lungo la rotta balcanica. Attraverso presenza sul campo, solidarietà e supporto concreto, sostiene le persone in movimento e denuncia le violenze e le violazioni legate alle politiche di frontiera e di mobilità. Dal 2023 il Collettivo è attivo sul confine tra Bulgaria e Turchia ↩︎ 2. Migrant Solidarity Bulgaria, Храна не война Sofia, reti di attiviste e attivisti della società civile, organizzazioni non governative internazionali ↩︎
Bulgaria: proteste nel centro di Pastrogor e gli effetti del Patto europeo sulla migrazione
La puntata di ferragosto di Harraga è dedicata alle recenti proteste nel centro di detenzione amministrativa di Pastrogor, in Bulgaria. Con due compagne del collettivo Rotte Balcaniche, siamo partite dalle proteste delle persone migranti recluse delle scorse settimane per fare un quadro dei recenti sviluppi in tema di detenzione, controllo e repressione delle persone in movimento dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione, avvenuta lo scorso 12 giugno.  La rapida attuazione del Patto in Bulgaria -il cui governo ha annunciato i progetti per la costruzione di due nuovi centri di detenzione, due di screening e due per il trattenimento dei minori non accompagnati, oltre alla ristrutturazione di centri preesistenti per aumentarne la capienza- ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220. Al suo interno viene applicata la nuova “procedura di asilo di frontiera”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. La procedura accelerata di frontiera aumenta i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Le proteste delle persone recluse, che chiedono di essere trasferite in un centro d’accoglienza di tipo aperto mentre le loro procedure di richiesta asilo sono ancora in corso, sono state represse duramente con pestaggi e minacce da parte delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, le persone trattenute hanno mantenuto le loro rivendicazioni, con una lettera scritta ed uno sciopero della fame.  La loro lotta ci permette di analizzare quanto il regime di controllo delle persone in movimento in Bulgaria, da anni terreno di sperimentazione delle politiche migratorie europee, rappresenti l’essenza dell’esternalizzazione delle frontiere, all’interno delle frontiere EU: attraverso la cosiddetta “finzione di non ingresso”, i sempre più violenti e massicci respingimenti al confine turco, il ricorso ai rimpatri volontari forzati, la criminalizzazione delle persone immigrate etichettate come “minaccia per la sicurezza nazionale” e il confine sempre più labile tra detenzione amministrativa e penale.  Per ulteriori approfondimenti: Collettivo Rotte Balcaniche , No Borders – Без граници Bulgaria
August 17, 2026
Radio Blackout - Info
Bulgaria: proteste nel centro di Pastrogor e gli effetti del Patto europeo sulla migrazione
La puntata di ferragosto di Harraga è dedicata alle recenti proteste nel centro di detenzione amministrativa di Pastrogor, in Bulgaria. Con due compagne del collettivo Rotte Balcaniche, siamo partite dalle proteste delle persone migranti recluse delle scorse settimane per fare un quadro dei recenti sviluppi in tema di detenzione, controllo e repressione delle persone in movimento dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione, avvenuta lo scorso 12 giugno.  La rapida attuazione del Patto in Bulgaria -il cui governo ha annunciato i progetti per la costruzione di due nuovi centri di detenzione, due di screening e due per il trattenimento dei minori non accompagnati, oltre alla ristrutturazione di centri preesistenti per aumentarne la capienza- ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220. Al suo interno viene applicata la nuova “procedura di asilo di frontiera”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. La procedura accelerata di frontiera aumenta i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Le proteste delle persone recluse, che chiedono di essere trasferite in un centro d’accoglienza di tipo aperto mentre le loro procedure di richiesta asilo sono ancora in corso, sono state represse duramente con pestaggi e minacce da parte delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, le persone trattenute hanno mantenuto le loro rivendicazioni, con una lettera scritta ed uno sciopero della fame.  La loro lotta ci permette di analizzare quanto il regime di controllo delle persone in movimento in Bulgaria, da anni terreno di sperimentazione delle politiche migratorie europee, rappresenti l’essenza dell’esternalizzazione delle frontiere, all’interno delle frontiere EU: attraverso la cosiddetta “finzione di non ingresso”, i sempre più violenti e massicci respingimenti al confine turco, il ricorso ai rimpatri volontari forzati, la criminalizzazione delle persone immigrate etichettate come “minaccia per la sicurezza nazionale” e il confine sempre più labile tra detenzione amministrativa e penale.  Per ulteriori approfondimenti: Collettivo Rotte Balcaniche , No Borders – Без граници Bulgaria
Bulgaria: proteste nel centro di Pastrogor e gli effetti del Patto europeo sulla migrazione
La puntata di ferragosto di Harraga è dedicata alle recenti proteste nel centro di detenzione amministrativa di Pastrogor, in Bulgaria. Con due compagne del collettivo Rotte Balcaniche, siamo partite dalle proteste delle persone migranti recluse delle scorse settimane per fare un quadro dei recenti sviluppi in tema di detenzione, controllo e repressione delle persone in movimento dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione, avvenuta lo scorso 12 giugno.  La rapida attuazione del Patto in Bulgaria -il cui governo ha annunciato i progetti per la costruzione di due nuovi centri di detenzione, due di screening e due per il trattenimento dei minori non accompagnati, oltre alla ristrutturazione di centri preesistenti per aumentarne la capienza- ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220. Al suo interno viene applicata la nuova “procedura di asilo di frontiera”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. La procedura accelerata di frontiera aumenta i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Le proteste delle persone recluse, che chiedono di essere trasferite in un centro d’accoglienza di tipo aperto mentre le loro procedure di richiesta asilo sono ancora in corso, sono state represse duramente con pestaggi e minacce da parte delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, le persone trattenute hanno mantenuto le loro rivendicazioni, con una lettera scritta ed uno sciopero della fame.  La loro lotta ci permette di analizzare quanto il regime di controllo delle persone in movimento in Bulgaria, da anni terreno di sperimentazione delle politiche migratorie europee, rappresenti l’essenza dell’esternalizzazione delle frontiere, all’interno delle frontiere EU: attraverso la cosiddetta “finzione di non ingresso”, i sempre più violenti e massicci respingimenti al confine turco, il ricorso ai rimpatri volontari forzati, la criminalizzazione delle persone immigrate etichettate come “minaccia per la sicurezza nazionale” e il confine sempre più labile tra detenzione amministrativa e penale.  Per ulteriori approfondimenti: Collettivo Rotte Balcaniche , No Borders – Без граници Bulgaria
August 17, 2026
Radio Blackout
BULGARIA: TORTURATI RICHIEDENTI ASILO NEL CENTRO DI DETENZIONE DI PASTROGOR. LA DENUNCIA DEL COLLETTIVO ROTTE BALCANICHE
“Violenze normalizzate” dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Lo testimoniano compagne e compagni del Collettivo Rotte Balcaniche presenti in Bulgaria il 26 luglio, quando è scoppiata una rivolta nel lager per migranti di Pastrogor, nei pressi della frontiera turco-greco-bulgara. “Dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà (…) le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati”, scrive il Collettivo in un comunicato diffuso in italiano, inglese, greco e bulgaro. Attiviste e attivisti erano in presidio davanti al centro e hanno raccolto le testimonianze dirette dei pochi detenuti che ancora possiedono uno smartphone: “le persone hanno iniziato a scandire slogan come Libertà, Hurriya e Open camp! Open camp!, riunendosi gioiosamente, mentre all’esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere”. Poco dopo è arrivato il durissimo intervento della polizia che “con il volto coperto da passamontagna ha picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia”. Ancora più grave la presenza di minori, che non dovrebbero trovarsi in un centro chiuso. Prima della dura repressione della polizia, i richiedenti asilo erano mobilitati da settimane. Protestavano “collettivamente contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni”. Si tratta di un esempio di come un centro per migranti, aperto nel 2012 come centro di accoglienza e poi diventato un centro chiuso per richiedenti asilo, stia diventando un esperimento delle nuove leggi contenute nel Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Abbiamo approfondito la vicenda con Lotti e Cami del Collettivo Rotte Balcaniche, che il 26 luglio erano presenti in presidio fuori dal campo di Pastrogor. Ascolta o scarica Il comunicato stampa inviato in redazione dal Collettivo Rotte Balcaniche.  Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto europeo è stata brutalmente repressa dalla polizia bulgara. Nel centro di detenzione di Pastrogor, dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà, la repressione della polizia è ulteriormente aumentata domenica 26 luglio: le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati. Questo attacco rappresenta l’ennesimo esempio della violenza di Stato alle frontiere europee, che sta raggiungendo livelli senza precedenti dall’avvio, nel mese di giugno, dell’implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Per settimane, i detenuti di Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, si sono mobilitati collettivamente per protestare contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni, rifiutandosi di lasciare la mensa e chiedendo cibo aggiuntivo e di migliore qualità. In risposta, almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta. La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa. In una lettera, molti detenuti hanno rivendicato il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo. Hanno inoltre chiesto di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata, informazioni che le autorità responsabili della gestione del centro di detenzione hanno deliberatamente negato. La mobilitazione si è intensificata il 26 di luglio, quando le persone hanno iniziato a scandire slogan come “Libertà, Hurriya” e “Open camp! Open camp!”, riunendosi gioiosamente mentre all’esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere. Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia. La vendetta è stata brutale: alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue; almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto, e molto altro. Sono stati picchiati anche dei minori (che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione). Nel tentativo di nascondere le violenze commesse, la polizia ha distrutto un numero elevatissimo di telefoni, rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri. Dodici persone sono state portate via dal centro, trattenute per 24 ore in una stazione di polizia, costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro e successivamente ricondotte a Pastrogor. Dopo questi fatti, una persona reclusa afferma: “Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica”. Il centro di Pastrogor è stato costruito nel 2012 come campo aperto per persone sottoposte alla procedura di richiesta di asilo. Nel dicembre 2025, per attuare il nuovo Patto europeo, le autorità bulgare hanno trasformato questo cosiddetto «centro di transito» in un centro di detenzione, un esito prefigurato dalla sua architettura carceraria e dal suo isolamento. Al suo interno viene applicata la nuova “aslyum border procedure”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. Inoltre, essa intensifica i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Mentre la durata delle detenzioni continua ad allungarsi, la nuova procedura di frontiera impone un termine di appena sette giorni per presentare ricorso contro il diniego della protezione. Si tratta di un ostacolo particolarmente grave, considerata l’assenza di informazioni e di assistenza legale fornite dalle autorità bulgare. La rapida attuazione del Patto ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220 alla fine di luglio. Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Unione europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno. Collettivo Rotte Balcaniche.  
August 12, 2026
Radio Onda d`Urto
Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto Europeo è stata brutalmente repressa dalla polizia bulgara
Nel centro di detenzione di Pastrogor, dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà, la repressione della polizia è ulteriormente aumentata domenica 26 luglio: le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati. Questo attacco rappresenta l’ennesimo esempio della violenza di Stato alle frontiere europee, che sta raggiungendo livelli senza precedenti dall’avvio, nel mese di giugno, dell’implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Per settimane, i detenuti di Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, si sono mobilitati collettivamente per protestare contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni, rifiutandosi di lasciare la mensa e chiedendo cibo aggiuntivo e di migliore qualità. In risposta, almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta. La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa. In una lettera, molti detenuti hanno rivendicato il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo. Hanno inoltre chiesto di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata, informazioni che le autorità responsabili della gestione del centro di detenzione hanno deliberatamente negato. La mobilitazione si è intensificata il 26 di luglio, quando le persone hanno iniziato a scandire slogan come “Libertà, Hurriya” e “Open camp! Open camp!”, riunendosi gioiosamente mentre all’esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere. Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia. La vendetta è stata brutale: alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue; almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto, e molto altro. Sono stati picchiati anche dei minori (che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione). Nel tentativo di nascondere le violenze commesse, la polizia ha distrutto un numero elevatissimo di telefoni, rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri. Dodici persone sono state portate via dal centro, trattenute per 24 ore in una stazione di polizia, costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro e successivamente ricondotte a Pastrogor. Dopo questi fatti, una persona reclusa afferma: “Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica”. Il centro di Pastrogor è stato costruito nel 2012 come campo aperto per persone sottoposte alla procedura di richiesta di asilo. Nel dicembre 2025, per attuare il nuovo Patto europeo, le autorità bulgare hanno trasformato questo cosiddetto «centro di transito» in un centro di detenzione, un esito prefigurato dalla sua architettura carceraria e dal suo isolamento. Al suo interno viene applicata la nuova “aslyum border procedure”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. Inoltre, essa intensifica i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Mentre la durata delle detenzioni continua ad allungarsi, la nuova procedura di frontiera impone un termine di appena sette giorni per presentare ricorso contro il diniego della protezione. Si tratta di un ostacolo particolarmente grave, considerata l’assenza di informazioni e di assistenza legale fornite dalle autorità bulgare. La rapida attuazione del Patto ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220 alla fine di luglio. Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Unione Europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno.   Collettivo Rotte Balcaniche
August 7, 2026
Pressenza