Tag - redazione

La Humanity 2 bloccata a Lampedusa mentre aumenta il tasso di mortalità nel Mediterraneo
Mentre il governo Meloni festeggia il calo degli sbarchi sulle coste italiane, il 2026 si conferma l’anno più letale nel Mediterraneo centrale da quando esiste una documentazione sistematica. La nuova barca a vela di SOS Humanity è stata fermata a Lampedusa dopo il suo primo soccorso; Mediterranea Saving Humans denuncia un aumento del 150% del tasso di mortalità lungo la rotta. Il 30 agosto 2026 la Humanity 2, la nuova imbarcazione a vela di SOS Humanity, è stata sottoposta a un fermo provvisorio dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. Era rientrata dalla sua prima missione: nei due giorni precedenti l’equipaggio aveva tratto in salvo 71 persone in pericolo nel Mediterraneo centrale. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha diffuso un comunicato che colloca quel fermo dentro un quadro più ampio, quello di una frontiera che si sposta sempre più lontano e di una rotta che diventa sempre più mortale. La riduzione degli arrivi celebrata dal governo, nella realtà, non racconta la diminuzione delle partenze, ma l’aumento delle morti e degli ostacoli a chi prova a salvare vite in mare. Ph: SOS Humanity Ph: Leon Salner, SOS Humanity IL FERMO DELLA HUMANITY 2 Il primo soccorso è avvenuto il 28 agosto, quando l’equipaggio ha avvistato in acque internazionali al largo della Libia una piccola imbarcazione in vetroresina non idonea alla navigazione, con dodici persone a bordo. Nella notte, mentre navigava verso nord, la Humanity 2 è stata avvicinata da una seconda imbarcazione sovraffollata in difficoltà: in una situazione di pericolo, 59 persone sono state spinte a bordo della barca a vela da soggetti sconosciuti, che hanno poi abbandonato la scena, con alcune persone rimaste ferite durante l’imbarco. Sulla barca di 24 metri l’equipaggio si è trovato a gestire una situazione caotica, informando le autorità competenti non appena l’emergenza è stata messa sotto controllo. All’arrivo nel porto assegnato di Lampedusa, le autorità italiane hanno emesso il provvedimento di fermo per la presunta mancata “comunicazione immediata dell’operazione di soccorso al Centro di coordinamento del soccorso marittimo competente”. Un’accusa infondata che l’organizzazione respinge in pieno: «Le accuse mosse sono scandalose, poiché la Humanity 2 ha agito in ogni momento nel rispetto del diritto internazionale», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche di SOS Humanity. «L’equipaggio ha informato le autorità competenti non appena si è assicurato che fosse stato prestato il primo soccorso immediato ai sopravvissuti e che non ci fossero più persone in acqua. Il fermo della Humanity 2 con queste motivazioni assurde dopo la sua primissima missione è un ulteriore segno del tentativo delle autorità italiane di soffocare ogni sforzo di soccorso da parte della società civile». Per il membro dell’equipaggio Ikram Jarmouni il blocco è «una mossa politicamente motivata volta a ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso». E ha un costo diretto, misurabile in vite: «Durante la stessa missione sono state prese a bordo 71 persone in pericolo e sono stati avvistati tre cadaveri che galleggiavano in acqua. […] Queste morti sono il risultato diretto della scelta dei governi europei di impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere le coste europee, invece di creare percorsi sicuri. Ogni ora in cui questa nave rimane trattenuta sulla base di accuse illegittime è un’ora in cui non è là fuori in mare, ed è esattamente questo l’obiettivo di questo fermo». SOS Humanity ha annunciato di essere pronta a impugnare la decisione, del resto i tribunali italiani, basandosi sul rispetto delle normative internazionali, stanno costantemente dando ragione alle ONG del soccorso civile. «Non accetteremo che l’Unione Europea e i suoi Stati membri lascino morire delle persone e si sottraggano alla responsabilità che il diritto internazionale attribuisce loro di salvare vite umane in mare», ha sottolineato Marie Michel. «Continueremo a garantire che i diritti umani di tutti siano tutelati senza eccezioni: nelle aule di tribunale, nei parlamenti e nelle piazze». UN ANNO DI MORTI IN AUMENTO Dal 14 agosto diverse organizzazioni di ricerca e soccorso hanno rinvenuto complessivamente 30 salme nel corso delle loro operazioni nel Mediterraneo centrale. Il 2026 si è rivelato l’anno più letale nel Mediterraneo centrale secondo i dati di OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni): in media, ogni sei ore una persona muore lungo questa rotta. Il fermo della Humanity 2, inoltre, segue quello di otto navi di soccorso dell’alleanza Justice Fleet bloccate dalle autorità italiane nel solo 2026, un accanimento che aggrava ulteriormente la carenza di capacità di soccorso in mare. > Il “governo più longevo di sempre”, come ama definirlo la Presidente del > Consiglio Meloni, è nella sostanza dei fatti il più mortifero con oltre 10.000 > vite perse – fonte OIM – nel Mediterraneo dall’inizio della legislatura. È su questo scenario di repressione e necropolitica che si inserisce la risposta di Mediterranea al governo Meloni. Tra gennaio e agosto 2026, denuncia l’organizzazione, il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Mentre l’esecutivo si vanta di aver “diminuito gli sbarchi in Italia dell’80%“, crescono i rischi per chi tenta la traversata e continuano i respingimenti verso la Libia: solo nel 2025, oltre 27.000 persone sono state intercettate in mare dalle milizie libiche e riportate indietro, verso un Paese che non può essere considerato un porto sicuro. «Il Governo non ha sconfitto le partenze, ha semplicemente spostato più lontano il confine. E quando il confine si sposta, aumentano le distanze, i rischi e le possibilità che una persona muoia senza che nessuno la veda», ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Esultare per la diminuzione degli sbarchi significa ignorare deliberatamente ciò che accade prima: le persone che vengono fermate, riportate in Libia, deportate in condizioni terribili o che perdono la vita durante la traversata». Negli ultimi cinque anni la stima è sotto gli occhi di tutti: oltre 10.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. E’ una strage che prosegue mentre l’Europa investe sempre di più nel controllo delle frontiere esterne e nella collaborazione con Paesi che non garantiscono la tutela dei diritti fondamentali. Il punto riguarda la natura stessa del soccorso. «Vorremmo ricordare al Governo una cosa elementare: il soccorso in mare non è una concessione politica, è un obbligo. E chi viene salvato deve poter sbarcare in un porto sicuro», ha proseguito Marmorale. «Non si può trasformare il numero degli sbarchi in un indicatore di successo se il prezzo di quel risultato è un aumento delle morti e delle persone abbandonate lungo una delle rotte migratorie più letali del mondo». Le due organizzazioni convergono sulla stessa richiesta: canali legali e sicuri d’ingresso, un sistema europeo di ricerca e soccorso adeguato, una politica che metta al centro la vita delle persone. «Se davvero vogliamo mettere fine all’infinita strage nel Mediterraneo, dobbiamo smettere di rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso all’Europa», ha infine concluso Laura Marmorale. «È questo il “successo” che vorremmo poter celebrare: non meno persone che arrivano perché più persone vengono fermate o muoiono, ma meno morti perché nessuno è più costretto a rischiare la vita per cercare sicurezza e futuro». Nel frattempo, la Humanity 2 resta ferma nel porto di Lampedusa. E ogni ora di fermo, come ricorda l’equipaggio, è un’ora in meno passata in mare a cercare chi rischia di non essere visto da nessuno.
Canarie, 27 giorni alla deriva: più di 80 persone morte sulla rotta atlantica
Ogni tre ore, una vittima ai confini spagnoli. Nei primi sei mesi del 2026 sono state 1.317 le persone morte nelle rotte della frontiera occidentale euroafricana verso lo Stato spagnolo. Più di sette vittime ogni giorno. 129 erano bambine o bambini. Infografiche: Caminando Fronteras La rotta atlantica verso le Canarie continua a essere la più mortifera, con 635 vittime. Il monitoraggio di Caminando Fronteras 1 segnala inoltre un elemento che mette in discussione l’idea che la diminuzione degli arrivi significhi maggiore sicurezza: le persone che riescono a raggiungere le isole sono diminuite molto più delle vittime. La traversata, quindi, è diventata proporzionalmente più pericolosa. È dentro questa rotta, e dentro questa crescente pericolosità, che si colloca il nuovo naufragio del cayuco partito dal Gambia. VENTISETTE GIORNI IN MARE Il 7 agosto un’imbarcazione lascia il Gambia. Tra il punto di partenza e le Canarie ci sono circa 1.500 chilometri di oceano. A bordo ci sono oltre 120 persone, tra cui quattro donne e un neonato. Nei giorni successivi, però, della barca si perdono le tracce. Caminando Fronteras lancia l’allerta alle autorità di ricerca e soccorso. I familiari delle persone partite continuano a rivolgersi all’organizzazione, cercando notizie dei propri cari. Passano i giorni. Poi le settimane. Il cayuco rimane in mare per 27 giorni. Il 2 settembre nel pomeriggio un aereo di Salvamento Marítimo individua finalmente l’imbarcazione, a circa 120 chilometri da Gran Canaria. Il soccorso arriva intorno a mezzanotte, quando il mare è ancora agitato. A bordo ci sono 44 superstiti e cinque corpi. Le condizioni del mare impediscono di recuperare i cadaveri, che rimangono sull’imbarcazione. I superstiti vengono trasferiti a Gran Canaria; alcuni arrivano in condizioni gravissime, dopo quasi un mese trascorso in mare. Secondo la ricostruzione dell’associazione spagnola, sono 83 le persone morte durante la traversata. I loro corpi, per la maggior parte, sono stati dispersi nell’Oceano. L’ONG riferisce che l’imbarcazione era partita dal Gambia il 7 agosto con 127 persone a bordo, tra cui quattro donne e una bambina molto piccola, come ha dichiarato a Cadena SER la portavoce dell’organizzazione Helena Maleno 2. Ha riferito inoltre che la Guardia Civil ha confermato all’organizzazione la corrispondenza tra le iscrizioni presenti sullo scafo e quelle di un’imbarcazione partita dal Gambia il 7 agosto. UN’IMBARCAZIONE SEGNALATA Nel caso di questo cayuco c’è un elemento che rende ancora più urgente interrogarsi sulle responsabilità. Caminando Fronteras aveva segnalato alle autorità un’imbarcazione partita dal Gambia. Non era quindi una barca della quale semplicemente non si aveva più notizia: la sua scomparsa era stata comunicata, e i familiari continuavano a chiedere aiuto per cercarla. «I familiari hanno continuato a chiamare e a contattare noi durante tutto questo periodo, molto angosciati», ha dichiarato l’attivista e giornalista alla stampa locale 3. «Questa mattina hanno potuto confermare che l’imbarcazione scomparsa e quella soccorsa alle Canarie erano la stessa». Al momento, continuiamo a essere in contatto con le famiglie affinché possano sapere se i loro cari si trovano tra i superstiti o tra le vittime. Maleno sottolinea inoltre che stanno seguendo le condizioni di salute delle persone arrivate a terra dopo tanti giorni trascorsi nell’Atlantico. La domanda, allora, non riguarda soltanto perché un’imbarcazione tanto precaria possa rimanere in mare per 27 giorni, ma cosa accade dopo che una barca viene segnalata come dispersa. Il monitoraggio dell’organizzazione indica infatti tra i fattori che producono mortalità proprio la mancata mobilitazione delle risorse di ricerca e soccorso nonostante le informazioni disponibili, i ritardi nell’attivazione dei mezzi, la scarsità di risorse aeree e marittime e l’insufficiente coordinamento tra gli Stati. Sulla rotta atlantica, intanto, le partenze avvengono sempre più lontano dalle Canarie. Le distanze aumentano, le imbarcazioni restano più a lungo in mare e la possibilità di essere individuate diminuisce. Secondo il monitoraggio dell’organizzazione, una ricerca aerea sistematica potrebbe ridurre significativamente la mortalità sulla rotta. Quello che è accaduto a questo cayuco racconta così qualcosa di più di un naufragio. Ventisette giorni in mare. Dal 7 agosto al momento in cui un aereo di Salvamento Marítimo ha individuato il cayuco a 120 chilometri da Gran Canaria. Ventisette giorni durante i quali le famiglie hanno continuato a cercare notizie e l’allerta sull’imbarcazione era già arrivata alle autorità. È anche in quei 27 giorni che va cercata la responsabilità della strage. 1. Caminando Fronteras – Monitoraggio del diritto alla vita, 2026 – dati sulle vittime e analisi della rotta atlantica, ricerca e soccorso, partenze sempre più lontane e problemi di coordinamento ↩︎ 2. Helena Maleno Garzón è giornalista, ricercatrice e difensora dei diritti umani, specializzata in migrazioni e tratta di esseri umani. È fondatrice del collettivo Caminando Fronteras, con cui dal 2002 lavora lungo la Frontiera Occidentale Euroafricana, documentando le violazioni dei diritti delle persone in movimento e intervenendo nelle situazioni di emergenza in mare ↩︎ 3. Más de 80 muertos en un cayuco a la deriva al sur de Gran Canaria tras casi un mes en el Atlántico, Canarias Ahora ↩︎
Cosiddetta Guardia costiera libica, due persone in mare durante l’intercettazione: poi gli spari contro la Louise Michel
Una motovedetta ha aperto il fuoco contro la Louise Michel in acque internazionali, mentre due persone erano cadute in mare durante un’intercettazione. Sea-Watch: «Questo è il vero prezzo della propaganda sui confini chiusi». L’episodio è avvenuto il 26 agosto, mentre la Louise Michel si stava avvicinando a un gommone con circa 40 persone a bordo, segnalato dall’aereo Seabird 3 di Sea-Watch. Secondo la ricostruzione dell’organizzazione, la cosiddetta Guardia costiera libica stava procedendo all’intercettazione del gommone. Due persone sono cadute in mare. > Da quando sabato scorso il Ministro Piantedosi ha ribadito che le milizie > libiche sono “autorità competenti”, queste si sono impegnate per mostrare la > loro vera natura. L’ultimo episodio è di ieri, quando una motovedetta libica > ha di nuovo aperto il fuoco in acque internazionali. > pic.twitter.com/pTnq9Lntx7 > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) August 27, 2026 «Invece di recuperarle, la motovedetta libica, classe Bigliani donata dall’Italia nel 2017, si è avvicinata alla Louise Michel e ha sparato due colpi d’arma da fuoco», denuncia Sea-Watch. L’equipaggio della Louise Michel non è rimasto ferito. Le due persone cadute in mare sono però rimaste in acqua mentre faceva buio. Dal Seabird 3 sono state ripetute via radio le richieste di intervenire per recuperarle. «Solo al calare della notte sono state recuperate», riferisce Sea-Watch. Per le due persone e per le altre 38 a bordo del gommone, l’esito dell’intervento è stato il respingimento verso la Libia. L’episodio arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha definito le milizie libiche «autorità competenti». Sea-Watch collega direttamente le dichiarazioni del ministro all’episodio avvenuto in mare. «Da quando sabato scorso il Ministro Piantedosi ha ribadito che le milizie libiche sono “autorità competenti”, queste si sono impegnate per mostrare la loro vera natura», scrive l’organizzazione. «L’ultimo episodio è di ieri, quando una motovedetta libica ha di nuovo aperto il fuoco in acque internazionali». Notizie/In mare SEA-WATCH 5, FERMO DI 45 GIORNI: «NON COLLABORIAMO CON CRIMINALI E TRAFFICANTI» Mentre il Mediterraneo continua a uccidere, il Governo Meloni ferma le navi di soccorso Redazione 24 Agosto 2026 La motovedetta coinvolta, sottolinea Sea-Watch, è una delle unità classe Bigliani donate dall’Italia alla Libia nel 2017, nell’ambito della cooperazione sul controllo delle frontiere e dei flussi migratori. L’organizzazione richiama infine i numeri delle intercettazioni effettuate dalla cosiddetta Guardia costiera libica: «Dal 2023, a 275mila persone è stato impedito di raggiungere le coste Italiane». Per il Governo Meloni, scrive Sea-Watch, questo rappresenta il «successo» della partnership con le autorità libiche. Ma, conclude l’organizzazione, «la realtà è quella che abbiamo visto ieri». «Questo è il vero prezzo della propaganda sui confini chiusi».
Naufragio al largo delle coste di Ben Guerdane e Zarzis (sud-est Tunisia)
Un’imbarcazione diretta verso l’Italia è affondata nei giorni scorsi al largo delle coste di Zarzis, nel sud-est della Tunisia. A bordo c’erano 15 giovani uomini. Al 25 agosto erano stati recuperati 12 corpi, mentre due persone risultavano ancora disperse. Una sola persona è sopravvissuta, dopo essere rimasta in mare per circa 48 ore prima di essere soccorsa. La maggior parte delle persone a bordo proveniva da Ben Guerdane, città tunisina al confine con la Libia. Tra loro c’erano sette membri della stessa famiglia, giovani tra i 18 e i 25 anni, tra cui i due fratelli Koussay e Ghassan. Secondo le ricostruzioni della stampa tunisina, l’imbarcazione era partita il 19 agosto dalla zona di El Ktef, a Ben Guerdane. Dopo circa cinque ore di navigazione, in condizioni di mare difficili, l’imbarcazione è affondata. Le ricerche hanno coinvolto la Guardia nazionale, la Marina, elicotteri e numerosi pescatori della zona. A raccontare la storia dei sette giovani della stessa famiglia è Atef Chouat, loro cugino, intervistato dalla stampa tunisina 1. I giovani avevano lasciato presto gli studi e si erano dedicati al commercio informale, un’attività che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di sostentamento nella regione. Secondo Chouat, a spingerli verso la partenza sono stati soprattutto la disoccupazione e l’assenza di prospettive. «Le famiglie allargate della città di confine di Ben Guerdane si trovano ad affrontare una disoccupazione generalizzata e la situazione sociale è peggiorata con la persistente chiusura, da quasi due anni, del valico di frontiera di Ras Jedir», ha dichiarato. Il valico di Ras Jedir, al confine tra Tunisia e Libia e a pochi chilometri da Ben Guerdane, è da sempre centrale per l’economia della regione. Il commercio transfrontaliero e gli scambi con la Libia hanno rappresentato per migliaia di persone una fonte essenziale di reddito, soprattutto attraverso il commercio informale. La sua chiusura prolungata ha avuto pesanti conseguenze sull’economia locale. Secondo Chouat, ha lasciato migliaia di giovani in una situazione di disoccupazione forzata, aggravando una condizione già segnata dalla mancanza di opportunità e rendendo la migrazione irregolare una delle poche possibilità percepite per cercare un futuro altrove. Il naufragio ha provocato dolore e rabbia a Ben Guerdane. Nei giorni successivi, la città è stata attraversata da proteste: alcune strade sono state bloccate e sono stati incendiati pneumatici, mentre la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni. I manifestanti hanno denunciato le difficili condizioni economiche e sociali della regione e chiesto che le operazioni di ricerca dei dispersi fossero intensificate 2. È in questo contesto che interviene Latifa Ouelhazi, presidente dell’Association des mères de migrants disparus, che parla a nome dell’associazione e a partire dalla propria esperienza di sorella di un migrante disperso da anni. > «Quando i nostri figli scompaiono, non scompare il nostro diritto a conoscere > la verità». «VEDIAMO NUOVAMENTE NOI STESSE» La dichiarazione parte dalle famiglie di Ben Guerdane che in questi giorni cercano i propri figli. «Quello che sta accadendo non è un incidente passeggero, né una notizia destinata a concludersi con la diffusione delle immagini e il recupero dei corpi». Dietro ogni persona dispersa, ricordano le madri, c’è una famiglia che dal momento della scomparsa vive «in uno stato di attesa senza fine». «Una madre che non sa se piangere suo figlio o aggrapparsi alla speranza. Un padre che porta dentro di sé mille domande. Fratelli e sorelle che crescono mentre la sedia vuota in casa ricorda loro ogni giorno che un membro della loro famiglia non è più tornato». È un’attesa che Ouelhazi conosce direttamente. «So cosa significa che tuo fratello scompaia in mare e che passino gli anni senza sapere dove sia, cosa gli sia accaduto, se sia sopravvissuto e dove sia terminato il suo viaggio». «So cosa significa che la domanda rimanga aperta e che l’assenza diventi parte della tua vita quotidiana». Per questo, davanti alle famiglie di Ben Guerdane, l’associazione non vede semplicemente «nuovi numeri nel dossier delle migrazioni». «Non vogliamo che queste tragedie si trasformino in momenti di dolore passeggero, per poi essere dimenticate quando le notizie smettono di occupare le prime pagine». Le richieste sono precise: «Vogliamo la verità». «Vogliamo che ogni famiglia conosca il destino di suo figlio». «Vogliamo una ricerca seria delle persone disperse, l’identificazione dei corpi e il rispetto del diritto delle famiglie a riavere i propri figli e a seppellirli con dignità». Ma per le madri dei migranti dispersi la ricerca della verità non può fermarsi al recupero e all’identificazione dei corpi. Il naufragio obbliga a interrogarsi anche sulle ragioni per cui tanti giovani continuano a mettere a rischio la propria vita in mare. «QUANDO LE PORTE LEGALI VENGONO CHIUSE, IL DESIDERIO DI PARTIRE NON SCOMPARE» «Vogliamo inoltre che si apra un vero dibattito sulle ragioni che spingono i nostri giovani a prendere il mare in viaggi esposti alla morte, invece di limitarsi a condannare chi cerca di partire». La dichiarazione mette in discussione apertamente l’efficacia delle politiche di controllo: «Gli anni hanno dimostrato che il solo approccio securitario non ha fermato le partenze e che la chiusura delle frontiere e l’inasprimento delle politiche sui visti non hanno cancellato il desiderio dei giovani di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e vivere con dignità». E aggiungono: «Quando le porte legali vengono chiuse, il desiderio di partire non scompare: diventano semplicemente più pericolose le vie attraverso cui partire». È una denuncia che si intreccia con quanto emerso nelle proteste di Ben Guerdane. La rabbia della comunità non riguarda soltanto il naufragio e la ricerca dei dispersi, ma anche le condizioni sociali ed economiche di una regione in cui la chiusura del valico di Ras Jedir ha aggravato una situazione occupazionale già difficile. Per le madri, però, la risposta non può essere soltanto impedire le partenze. «Non vogliamo altre tragedie e non vogliamo altre madri costrette a vivere ciò che abbiamo vissuto noi». Chiedono «politiche che garantiscano ai giovani il diritto a muoversi in modo sicuro e legale» e, allo stesso tempo, «ragioni concrete per restare, se scelgono di farlo: lavoro, dignità e speranza per il futuro». Per chi ha perso la vita, chiedono che la morte non venga archiviata come una statistica. «Abbiamo il dovere di non permettere che la loro morte si trasformi in un semplice numero all’interno di un rapporto». Alle famiglie spettano «la verità, la giustizia, la dignità, il sostegno psicologico e sociale» e soprattutto «il diritto di sapere dove sono i propri figli e cosa è accaduto loro». «Noi non parliamo da dietro una scrivania», scrive Ouelhazi. «Parliamo dall’interno di questo dolore». «Siamo madri, sorelle, fratelli e figli di persone scomparse, che hanno lasciato dietro di sé domande senza risposta». Per questo l’associazione continuerà a rivendicare i diritti delle persone disperse e delle loro famiglie «ogni volta che un giovane scompare in mare». Perché, conclude la presidente, «sappiamo che dietro ogni assenza c’è una casa che aspetta». «Non vogliamo che il mare diventi un cimitero silenzioso, né che le persone disperse diventino semplicemente dei numeri». «Vogliamo i loro nomi, vogliamo le loro storie, vogliamo la verità». E infine: > «Ogni madre ha il diritto di sapere dove si trova suo figlio». 1. Leggi l’articolo su La Press Tunisia ↩︎ 2. La ricostruzione di Al Jazeera sul naufragio e sulle proteste a Ben Guerdane ↩︎
Abdulrahman Al-Khalidi è libero
MELTING POT E COLLETTIVO ROTTE BALCANICHE 1 Ogni volta che scrivevamo di questa profonda ingiustizia, ogni volta che sentivamo Abdul, ogni volta che partecipavamo ai presidi per chiedere la sua liberazione, ogni volta che traducevamo e diffondevamo i suoi testi, lo facevamo con la speranza di poter arrivare, un giorno, a scrivere queste parole: > Abdulrahman Al-Khalidi è libero. Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman ha finalmente lasciato il centro di detenzione. Il 21 agosto 2026, è stato trasferito da Lyubimets a Sofia, dove la misura che ne disponeva la detenzione è stata modificata, permettendogli di uscire dal centro chiuso. Abdulrahman era detenuto in Bulgaria dall’ottobre 2021, dopo essere fuggito dall’Arabia Saudita e aver attraversato il confine turco-bulgaro per chiedere protezione. Aveva lasciato in Turchia la moglie e i suoi due figli. Da allora era rimasto in detenzione amministrativa, senza una condanna penale. Oggi, insieme ad Abdul, il nostro pensiero e il nostro abbraccio vanno a loro.  Lo abbiamo conosciuto nel 2024, quando era già detenuto da tre anni e aveva iniziato uno sciopero della fame contro il rischio di deportazione in Arabia Saudita. Da allora abbiamo continuato a seguire la sua vicenda. Nel tempo Abdulrahman è diventato anche autore di Melting Pot. Dal centro di detenzione ci ha affidato i suoi testi, continuando a scrivere, a denunciare e a far sentire la propria voce. Attraverso i suoi articoli ha continuato a parlare con l’esterno, raccontando la propria condizione e quella di tante altre persone prigioniere delle politiche di frontiera. Ma la sua storia non è stata soltanto raccontata. Abdul non è mai stato solo. In questi anni, in Bulgaria e fuori dalla Bulgaria, tante persone hanno continuato a stargli accanto. Una solidarietà fatta di mobilitazioni e presidi, di sostegno legale e politico, ma anche di presenza concreta, di aiuto materiale, di telefonate, incontri e vicinanza. Il Collettivo Rotte Balcaniche, che da anni attraversa e sostiene le persone lungo la rotta balcanica, ha mantenuto con Abdul un rapporto diretto, portandogli sostegno e presenza durante gli anni della detenzione. E insieme a tante altre realtà 2, associazioni, attiviste e attivisti e organizzazioni, abbiamo continuato a chiedere la sua liberazione attraverso presidi, iniziative, petizioni e azioni di solidarietà e a denunciare il rischio della sua deportazione in Arabia Saudita. Da questa mobilitazione è nata anche la campagna internazionale Free Abdulrahman, che ha raccolto e rilanciato la richiesta di liberazione, portando la sua vicenda all’attenzione di un pubblico sempre più ampio e delle istituzioni europee. > Una mobilitazione che non ha mai smesso di dire una cosa semplice: Abdulrahman > doveva essere libero. PH: Migrant Solidarity Bulgaria Ma se oggi possiamo festeggiare questa vittoria, il primo nome da ricordare è quello di Abdul. È stata la sua forza, la sua determinazione e la sua capacità di resistere a tenere aperta questa battaglia per quasi cinque anni. Ha continuato a lottare, a scrivere, a parlare, a denunciare. Non ha mai accettato che la detenzione cancellasse la sua voce. La sua liberazione non cancella gli anni che gli sono stati sottratti. Non cancella l’ingiustizia di una detenzione durata quasi cinque anni senza una condanna. Ma oggi possiamo raccontare una vittoria. Ogni giorno, con il nostro lavoro editoriale e con la nostra presenza sul campo, siamo accanto alle persone che subiscono la violenza delle frontiere, le detenzioni, i respingimenti e le violazioni. Raccontiamo queste storie e lottiamo perché possano avere un esito diverso. Oggi quell’esito diverso ha un nome: la libertà di Abdulrahman. Nonostante tutto, si può vincere. Si può resistere alla detenzione. Si può continuare a parlare quando si vorrebbe imporre il silenzio. Si può costruire una rete di solidarietà che attraversa confini, centri di detenzione e anni di attesa. Questa vittoria ha il volto e la voce di Abdulrahman e di tutte coloro che hanno lottato al suo fianco. Bentornato, Abdul. Melting Pot e Collettivo Rotte Balcaniche * Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot * La campagna per la sua liberazione – Free Abdulrahman PH: Migrants Solidarity in Bulgaria (centro di detenzione bulgaro di Busmantsi, Sofia) 1. Collettivo Rotte Balcaniche è una rete di attiviste e attivisti impegnata lungo la rotta balcanica. Attraverso presenza sul campo, solidarietà e supporto concreto, sostiene le persone in movimento e denuncia le violenze e le violazioni legate alle politiche di frontiera e di mobilità. Dal 2023 il Collettivo è attivo sul confine tra Bulgaria e Turchia ↩︎ 2. Migrant Solidarity Bulgaria, Храна не война Sofia, reti di attiviste e attivisti della società civile, organizzazioni non governative internazionali ↩︎
«Nos corps ne sont pas vos frontières»
Al Forum sociale mondiale2026, vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari, attivisti e attiviste e organizzazioni di diversi Paesi hanno elaborato un manifesto che mette sotto accusa il regime globale delle frontiere e rivendica la libertà di circolazione come diritto fondamentale. «I nostri corpi non sono le vostre frontiere». È il titolo del Manifesto di Cotonou per la libertà di circolazione 1, pubblicato al termine del FSM che si è svolto a Cotonou, la capitale culturale del Benin, dal 4 all’8 agosto 2026. Leggi il Manifesto (eng e fra) Circa cento persone hanno partecipato a tavole rotonde e laboratori organizzati al «Village Migration», uno spazio dedicato alle questioni della mobilità all’interno del Forum. Il percorso si è concluso con un’assemblea transnazionale che ha riunito soprattutto attivisti e attiviste provenienti da diversi Paesi africani, insieme a movimenti, organizzazioni e realtà alleate, e ha portato alla stesura di un manifesto comune. Il Forum sociale mondiale 2026, dedicato alle crisi globali, alle disuguaglianze, alla giustizia sociale e ai rapporti di potere, ha organizzato i suoi lavori attorno a 15 assi tematici. Tra questi, «Migration, Transborder Governance & Universal Citizenship», dedicato alla libertà di insediamento, ai rifugiati climatici e ai diritti delle diaspore africane. Il manifesto chiarisce fin dalle prime righe da quale punto di vista vuole parlare. Tra i promotori ci sono vittime, sopravvissuti e sopravvissute, familiari e attivisti e attiviste, insieme ai movimenti e alle organizzazioni impegnati a «smantellare il regime migratorio razzista». Chi parla lo fa a partire da esperienze concrete: deserti mortali, prigioni e centri di detenzione, espulsioni, respingimenti, aggressioni razziste, sequestri in mare, schiavitù, stupri e altre forme di trattamento disumano. È da qui che il manifesto mette in discussione lo sguardo eurocentrico con cui siamo abituati a guardare alle migrazioni. Uno sguardo che tende a partire dalle esigenze degli Stati europei – le frontiere da proteggere, i flussi da controllare, gli arrivi da gestire – e che spesso rappresenta le persone migranti soprattutto come vittime da soccorrere o proteggere. A Cotonou, invece, le persone con esperienza diretta delle migrazioni prendono la parola come soggetti politici: analizzano il sistema che produce la violenza delle frontiere, ne individuano le responsabilità e rivendicano il diritto a partecipare alle decisioni che determinano le loro vite. > «Parliamo come persone i cui corpi sono serviti a erigere frontiere, la cui > sofferenza è stata trasformata in politiche disumanizzanti che organizzano > l’esclusione e le cui morti sono state ridotte a statistiche per giustificare > la necessità di una “gestione delle migrazioni”.» Il primo bersaglio della denuncia è il sistema di esternalizzazione delle frontiere europee. Dall’inizio degli anni Duemila, scrivono i firmatari, l’Unione europea ha progressivamente spostato il controllo della mobilità in Africa, finanziando governi, guardie costiere, milizie, sistemi di detenzione e strutture di sorveglianza con l’obiettivo di impedire alle persone di raggiungere il territorio europeo. Tunisia, Libia, Marocco, Algeria, Niger, Mauritania e Senegal sono tra i Paesi citati nel manifesto. La frontiera europea, in questa prospettiva, non coincide più con il territorio dell’Unione, ma si estende nei Paesi attraverso i quali le persone migranti cercano di passare, trasformandoli in luoghi di blocco, detenzione e respingimento. La denuncia è particolarmente dura nei confronti della Libia, definita un «laboratorio privilegiato» di questo sistema, e nei confronti di Frontex, indicata come il «braccio operativo» della guerra europea contro la mobilità umana. > «I governi europei pagano altri Paesi per commettere, al di fuori delle > frontiere dell’Europa, atti che, se commessi in Europa, comporterebbero > conseguenze giuridiche e politiche.» Ma il manifesto non costruisce una contrapposizione semplice tra un’Europa responsabile e un’Africa vittima. Una delle sue caratteristiche più significative è proprio la critica rivolta agli Stati africani. > «Non possono continuare a presentarsi unicamente come vittime delle politiche > occidentali. In tutta l’Africa, i governi hanno adottato il controllo delle > migrazioni come strumento di violenza razziale, di ricatto politico e di > guadagno finanziario.» Le persone migranti, sostiene il manifesto, vengono utilizzate come moneta di scambio in cambio di finanziamenti internazionali e trasformate in capri espiatori dai governi che cercano di mantenersi al potere. Il documento cita inoltre i respingimenti di massa dall’Algeria verso il Niger, dalla Tunisia verso la Libia e dalla Mauritania verso il Mali, oltre alle violenze xenofobe e all’afrofobia in Sudafrica. Il sistema delle frontiere viene poi collegato alle condizioni economiche e politiche che costringono milioni di persone all’esilio. Politiche neoliberali, distruzione dell’ambiente, esaurimento delle risorse naturali, debito, politiche neocoloniali e sostegno ai regimi dittatoriali vengono indicati come fattori che alimentano povertà e disuguaglianze. Allo stesso tempo, il testo contesta il linguaggio con cui questo sistema viene raccontato. «Analisi dei rischi», «gestione delle frontiere», «ritorno volontario», «cooperazione»: termini apparentemente neutri che, secondo i firmatari, nascondono un progetto volto a identificare, sorvegliare, ostacolare ed espellere le persone in movimento prima che possano raggiungere la propria destinazione. Le richieste sono nette: la fine degli accordi di esternalizzazione delle migrazioni, la chiusura dei centri di detenzione e dei cosiddetti centri di «ritorno», un accesso effettivo al diritto d’asilo e il rispetto degli obblighi internazionali assunti dagli Stati. Il manifesto chiede inoltre che i governanti siano chiamati a rispondere delle morti lungo le rotte migratorie e che i sopravvissuti e le sopravvissute possano partecipare alle istituzioni e ai negoziati che determinano le loro vite. Ma la rivendicazione centrale è la libertà di circolazione. > «Difendiamo la libertà di circolazione, il diritto di ciascuno e ciascuna di > scegliere liberamente il proprio luogo di residenza e di viaggiare in > sicurezza. Rivendichiamo il diritto di partire e il diritto di restare, senza > paura della violenza o della repressione, indipendentemente dalla propria > provenienza o appartenenza sociale.» Una rivendicazione che arriva fino alla richiesta di abolizione del sistema dei visti, considerato uno dei meccanismi attraverso cui si costruisce una gerarchia globale della mobilità. Il manifesto parla infatti di «apartheid globale della mobilità», nel quale il diritto di muoversi dipende dal luogo di nascita e dal passaporto. La libertà di circolazione viene inoltre letta in una prospettiva femminista, panafricanista e decoloniale: come possibilità di sottrarsi alla violenza, di rafforzare l’unità del continente africano e di mettere in discussione una gerarchia globale della mobilità che affonda le proprie radici nella storia coloniale. Il manifesto ricorda infine le pratiche attraverso cui le persone in movimento e le loro reti esercitano questa libertà nonostante le barriere: attraversare le frontiere, costruire infrastrutture di solidarietà, creare reti transnazionali, condividere conoscenze ed esperienze e organizzarsi contro il regime migratorio razzista. È anche questa la funzione attribuita al «Village Migration» di Cotonou: mettere in comune esperienze e costruire una forza transnazionale capace di proseguire la lotta. Il testo si chiude con parole che condensano la sua denuncia: > «La nostra migrazione forzata non è la vostra invasione. Non siamo colpevoli > di voler sopravvivere; sono i vostri Stati e i loro governanti a essere > colpevoli di crimini contro l’umanità. Gli esseri umani non sono le vostre > monete di scambio, le vostre armi elettorali o le vostre merci.» E poi: > «I nostri corpi non sono le frontiere dell’Europa. > Le nostre vite non sono la moneta dell’Africa. > La nostra esistenza non è il nemico dell’America.» Fino all’ultima frase: > «Non permetteremo più al mondo di costruire le proprie frontiere sulle nostre > tombe.» Da Cotonou arriva così una presa di parola che non chiede semplicemente una gestione diversa delle migrazioni, ma mette in discussione il sistema stesso attraverso cui le frontiere vengono costruite e utilizzate per decidere chi può muoversi e chi deve essere fermato. > Perché, come affermano i firmatari, i loro corpi non sono le frontiere. 1. Il Manifesto di Cotonou è stato redatto e promosso da sopravvissuti e sopravvissute e sostenuto da 58 organizzazioni, movimenti e collettivi provenienti principalmente dall’Africa, ma anche dall’Europa, dagli Stati Uniti e da altri contesti. Tra le organizzazioni africane che hanno sottoscritto il documento ci sono Alarme Phone Sahara, Association Malienne des Expulsés, Association Marocaine des droits humains, Association Togolaise des Expulsés, Boza Fii, Refugees in Libya, Southern Africa Migration Network, Un Monde Avenir e diverse realtà impegnate specificamente sul protagonismo e sui diritti delle donne, tra cui Advocates Female Migrants Initiative e Female Returned Migrant Network (Nigeria), Association des Mères des Disparus en Tunisie, Groupe solidarité des groupements féminins au Togo e SOSAPROFEM (Senegal). ↩︎
Life Support, 57 persone soccorse: sette morte durante la traversata. Due evacuate in condizioni critiche
La nave di EMERGENCY ha soccorso un’imbarcazione sovraffollata nelle acque internazionali della zona SAR libica. A bordo anche 29 minori non accompagnati. Sette persone erano già morte, due in condizioni critiche per soffocamento. Alle autorità era stato chiesto un porto vicino, ma è stato assegnato Bari, a 632 miglia nautiche dal luogo del soccorso. Sette persone morte, due in condizioni critiche per soffocamento e altre nove bisognose di assistenza medica. È il bilancio del soccorso effettuato lunedì 17 agosto dalla Life Support di EMERGENCY nel Mediterraneo centrale. L’operazione si è conclusa alle 8:07, dopo che l’imbarcazione, una barca di legno a doppio ponte, era stata individuata alle 6 del mattino. «I naufraghi – spiega l’ONG – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne». Secondo quanto riferito da EMERGENCY, la situazione è apparsa subito particolarmente grave. «Alle 6 del mattino abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli. Quando ci siamo avvicinati abbiamo visto una barca di legno sovraffollata e una motovedetta libica che si stava avvicinando e ha iniziato a dirigersi verso la nostra nave», racconta Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support. La presenza della motovedetta libica non ha interrotto l’operazione. «A un miglio di distanza li abbiamo contattati per avvisare che l’operazione di soccorso era già in corso: l’imbarcazione libica è rimasta a sorvegliare l’operazione per tutta la sua durata», spiega Nanì La Terra. È durante il soccorso che il team della Life Support ha scoperto la gravità delle condizioni delle persone a bordo. «A metà soccorso il nostro team si è accorto della presenza di 9 persone sdraiate sul ponte, dove erano state trasportate dagli altri naufraghi che le avevano recuperate dalla stiva dove avevano trascorso tutto il viaggio», racconta il capomissione. «Per 7 di loro non c’è stato niente da fare; 2 di loro sono in condizioni critiche per soffocamento». Il numero complessivo delle persone soccorse è di 57, mentre il comunicato di EMERGENCY specifica che 50 erano ancora in vita al momento del completamento dell’operazione: 45 uomini e 5 donne. Tra loro ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, 26 maschi e 3 femmine. Nove persone necessitavano di assistenza medica. PH: Michele Bertelli, EMERGENCY Per le due persone in condizioni critiche, il personale sanitario della Life Support ha richiesto immediatamente un’evacuazione medica urgente. Il MedEvac è stato completato alle 14:14, trasferendo le due persone a terra per le cure necessarie. Ma mentre l’emergenza sanitaria veniva affrontata, si apriva un’altra questione: quella del porto di sbarco assegnato dalle autorità italiane. Subito dopo il soccorso, EMERGENCY aveva chiesto alle autorità l’assegnazione di un Place of Safety vicino, proprio considerando le condizioni delle persone soccorse e il bilancio dell’intervento. La richiesta non è stata accolta: il porto assegnato è Bari, distante circa 632 miglia nautiche, pari a circa tre giorni di navigazione dal luogo del soccorso. Una decisione che, secondo EMERGENCY, impone alle persone sopravvissute alla traversata e al naufragio ulteriori giorni in mare, nonostante le condizioni fisiche e psicologiche già compromesse. «Una decisione che significa costringere i naufraghi, soggetti vulnerabili che hanno già alle spalle esperienze difficili e traumatiche e che dovrebbero raggiungere un posto sicuro nel minor tempo possibile, a ulteriori giorni di navigazione», denuncia l’organizzazione. Il viaggio verso Bari comporta inoltre il rinvio dell’accesso alle procedure di protezione e ai servizi di cui le persone soccorse hanno bisogno. Il tema del Place of Safety torna così a intrecciarsi con quello delle politiche di gestione delle frontiere nel Mediterraneo: anche dopo essere state individuate e soccorse in acque internazionali, persone sopravvissute a una traversata segnata dalla morte vengono mantenute per altri giorni a bordo di una nave di soccorso, in attesa di poter raggiungere un porto sicuro. A bordo della Life Support, intanto, lo staff di EMERGENCY continua a seguire le persone soccorse e a garantire loro assistenza. La nave SAR di EMERGENCY opera in questa regione dal dicembre 2022 e, da allora, ha soccorso complessivamente 3.588 persone.
Palazzo San Gervasio, la morte di Lassoued Dhoui e la rivolta nel CPR
Il 10 agosto un uomo tunisino di 30 anni è morto nel centro per il rimpatrio lucano. Era stato trasferito lì nonostante un documento medico ne attestasse la vulnerabilità. Dopo la sua morte, la protesta delle persone trattenute è stata repressa con idranti e arresti. L’Assemblea Lucana No CPR: «Una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». Lassoued Dhoui è morto nel pomeriggio del 10 agosto 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio. Aveva trent’anni, era cittadino tunisino e si trovava nel centro da circa due settimane. Interviste/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI LASSOUED DHOUI A PALAZZO SAN GERVASIO: IL SISTEMA CPR CONTINUA AD UCCIDERE La testimonianza di Yasmine Accardo e Francesca Viviani dell’Assemblea Lucana No CPR Redazione 12 Agosto 2026 La Procura della Repubblica di Potenza ha parlato di un «gesto estremo», riconducendo la morte a un suicidio avvenuto dopo la notizia della convalida del trattenimento. Una ricostruzione respinta dall’Assemblea Lucana No CPR, che nel comunicato diffuso il 14 agosto parla invece di «una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». > «Noi diciamo che è stata una morte annunciata», scrive l’Assemblea. «Noi > diciamo che è stato un omicidio di Stato». Parole che arrivano dopo settimane di tensione all’interno del CPR lucano e a pochi giorni dal secondo anniversario della morte di Oussama Darkaoui, deceduto nella stessa struttura il 5 agosto 2024. Il 5 agosto scorso l’Assemblea era tornata davanti ai cancelli di Palazzo San Gervasio proprio per ricordarlo e chiedere verità sulla sua morte. Per la rete, quanto accaduto a Lassoued non può essere letto come un episodio isolato. «Non è una coincidenza, non è una tragica fatalità», si legge nel comunicato. «È il funzionamento fisiologico di un dispositivo di detenzione amministrativa che porta strutturalmente sofferenza e morte». Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 LE PROTESTE PRIMA DELLA MORTE Nelle settimane precedenti la morte di Lassoued, all’interno del CPR erano già in corso proteste. Le persone trattenute denunciavano il caldo, le condizioni del centro, l’assenza di cibo adeguato e la mancanza di assistenza sanitaria. Secondo l’Assemblea, venivano segnalate anche «la difficoltà di accesso delle ambulanze, la somministrazione massiccia e incontrollata di psicofarmaci al posto delle cure, l’assenza di assistenza dell’infermeria interna, l’abbandono». Le proteste, continuavano a partire da una richiesta fondamentale: la libertà. > «Per la libertà, una parola che arriva forte e senza tregua dall’altra parte > del muro», scrive l’Assemblea. È dentro questo contesto che viene collocata la vicenda di Lassoued. Secondo quanto riferito nel comunicato, il trentenne era stato trasferito a Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della morte con un documento medico che attestava condizioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nel centro. «Lassoued era stato trasferito nel CPR di Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della sua morte con un documento medico che attestava le sue condizioni di vulnerabilità: non idonee alla permanenza nel centro», denuncia l’Assemblea. La mattina del 10 agosto il giudice di pace di Melfi aveva convalidato il trattenimento per novanta giorni. Nel pomeriggio Lassoued è morto. «Aveva le carte in mano per essere liberato. Lo chiedeva, lo rivendicava da giorni», si legge nel comunicato. > «Non voleva morire: voleva uscire vivo da lì, voleva essere libero». LA RIVOLTA DOPO LA MORTE La morte di Lassoued ha fatto esplodere la protesta delle persone trattenute. Secondo la ricostruzione dell’Assemblea, il corpo dell’uomo è rimasto per ore a terra mentre attorno a lui si sviluppava una protesta collettiva. «Lassoued è rimasto ore sul terreno. Attorno a lui il dolore collettivo, la protesta di autodeterminazione e la rabbia dei compagni solidali». La risposta delle forze dell’ordine, denuncia la rete, è stata caratterizzata da una massiccia operazione repressiva: «Lo Stato ha risposto con gli idranti, l’irruzione massiccia e feroce dentro i moduli, le botte e gli arresti». Nella stessa notte, secondo il comunicato, diverse persone trattenute avrebbero tentato gesti autolesivi o ingerito oggetti e sostanze per attirare l’attenzione degli operatori. «Chi aveva ingerito detersivo, chi vetro, chi in crisi respiratoria», racconta l’Assemblea. E denuncia ancora una volta uno squilibrio tra repressione e assistenza: «Il rapporto tra repressione e cura dentro i lager CPR non è nuovo». Per le attiviste, la conseguenza è stata anche giudiziaria: «Chi ha reagito è stato picchiato. Chi ha alzato la voce è stato arrestato. Chi si ribella, ancora una volta, diventa imputato». LE DENUNCE SULL’ASSISTENZA A LASSOUED Il 12 agosto il Tribunale di Potenza ha convalidato l’arresto di tre persone trattenute, indicate nel comunicato con le iniziali B., D. e A. Tra le accuse figura anche quella di promozione di rivolte nei centri per il rimpatrio, introdotta dal decreto-legge del marzo 2025. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere. La giudice ha disposto invece il divieto di dimora in Basilicata, riconoscendo che i tre sono incensurati e che la loro condotta è maturata «in uno specifico contesto ambientale e relazionale», individuato nel CPR. Nell’ordinanza vengono riportate anche le dichiarazioni dei tre arrestati sulle condizioni di Lassoued nei giorni precedenti la morte. Secondo quanto riferito dall’Assemblea, i tre hanno raccontato che il trentenne «era in condizioni di grave sofferenza da tempo» e «aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute». Uno degli arrestati, inoltre, avrebbe cercato di segnalare agli operatori che Lassoued poteva essere in pericolo. L’ordinanza, riferisce il comunicato, parla in questo caso di mancato «adeguato intervento». Per l’Assemblea, la rivolta deve essere letta alla luce di queste circostanze. «La rivolta che ha portato agli arresti di B., D. e A. non è stata un atto criminale», sostiene la rete. «È stata la conseguenza diretta e inevitabile della rabbia di chi ha visto morire un compagno che chiedeva aiuto da giorni e non era stato ascoltato». E ancora: «Chi, in quelle condizioni, sarebbe rimasto in silenzio? Chi, dopo giorni di grida inutili conclusi con un cadavere davanti agli occhi, non avrebbe reagito?». Il divieto di dimora in Basilicata comporta il trasferimento dei tre arrestati in altri CPR. Una decisione che l’Assemblea contesta perché riguarda persone che conoscevano Lassoued e che hanno assistito direttamente agli ultimi momenti della sua vita. «Testimoni diretti della morte di Lassoued, sradicati dal luogo dei fatti, separati dai loro compagni, spostati altrove», scrivono. Per l’Assemblea, il rischio è quello di disperdere le testimonianze: «Ogni testimone trasferito è una voce in meno per raccontare cosa è successo quel pomeriggio». «Non siamo giornaliste. Non siamo investigatrici», si legge nel comunicato. «Non è compito nostro accertare la dinamica esatta della morte di Lassoued». Ma aggiunge: «Comunque vadano quelle indagini, nessuna ricostruzione minuto per minuto cancellerà che Lassoued è stato ucciso dal sistema CPR». LA MORTE DI LASSOUED E QUELLA DI OUSSAMA Nel comunicato, l’Assemblea collega la morte di Lassoued a una sequenza più ampia di morti legate alle politiche di frontiera e alla detenzione amministrativa. «Il 10 agosto 2026 muore Lassoued Dhoui nel CPR di Palazzo San Gervasio. Il 5 agosto 2024, esattamente due anni prima, moriva Oussama Darkaoui nello stesso posto. Il 19 luglio 2026, a Bologna, moriva Abderrahim Fakir». «Non sono coincidenze», sostiene la rete. «Sono le persone che si portano addosso la violenza securitaria e strumentale della fortezza Europa, dei confini e del razzismo strutturale, dello sfruttamento, dell’impero, della propaganda sulla reimigrazione». L’Assemblea definisce quella di Lassoued «l’ennesima storia di un omicidio di Stato»: «Una persona in grave affanno ha provato a fare sentire la sua voce e non è stata ascoltata. Nessuna voce della rivolta è stata ascoltata». Infine si annuncia che si continuerà a mantenere la propria presenza davanti al CPR di Palazzo San Gervasio e a rispondere al telefono SOS per le persone trattenute. «Continueremo a portare fuori le voci di chi dentro non può parlare», scrive l’Assemblea Lucana No CPR. Le richieste restano quelle che accompagnano da sempre la sua attività: «Libertà di movimento. Chiusura definitiva del CPR di Palazzo San Gervasio. Chiusura di tutti i CPR. Fine della detenzione amministrativa». > «Nessuno deve stare chiuso ostaggio lì dentro. Nessuno».
Undici corpi in mare e due intercettazioni violente: il Mediterraneo sempre più pericoloso
Undici corpi in avanzato stato di decomposizione, alcuni ancora con i vestiti addosso, altri tenuti a galla da camere d’aria di pneumatici. È quanto ha osservato il 14 agosto l’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio gestito congiuntamente da SOS Méditerranée e Humanitarian Pilots Initiative (HPI), durante un volo sul Mediterraneo centrale. L’equipaggio ha abbassato la quota per poter distinguere meglio la scena. Le circostanze e il momento esatto del naufragio restano sconosciuti. «Questa testimonianza è un duro promemoria delle conseguenze umane delle politiche letali dell’Europa, improntate all’indifferenza e alla deterrenza a tutti i costi», denuncia SOS Méditerranée nel comunicato diffuso il 14 agosto. Il ritrovamento si inserisce in un bilancio sempre più pesante. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) citati dall’organizzazione, dall’inizio del 2026 almeno 872 persone sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo centrale, il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati registrati almeno 702 morti o dispersi. Per SOS Méditerranée, non si tratta di eventi imprevedibili: «Queste morti non sono tragici incidenti, ma il risultato prevedibile di scelte politiche deliberate». PH: Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE MENO ARRIVI, UNA ROTTA PIÙ LETALE Negli ultimi mesi il numero delle persone arrivate in Italia attraverso il Mediterraneo centrale è diminuito del 56%. Un dato che il governo italiano presenta come risultato delle proprie politiche migratorie. Ma, sottolinea SOS Méditerranée, la diminuzione degli arrivi non significa che la traversata sia diventata più sicura. Al contrario, il tasso di mortalità stimato sulla rotta è arrivato a quasi il 3% 1: circa una persona muore o scompare ogni 35 persone che tentano la traversata. «Il calo degli arrivi non ha reso la traversata più sicura», scrive l’organizzazione. «Queste cifre dimostrano che un minor numero di partenze non ha comportato un minor numero di morti, ma piuttosto un rischio crescente per la vita di coloro che continuano a intraprendere il viaggio». Il dato mette in discussione uno dei principali argomenti utilizzati per rivendicare l’efficacia delle politiche di contenimento: meno persone riescono ad arrivare, ma quelle che continuano a partire affrontano una rotta nella quale aumentano le probabilità di morire. DUE INTERCETTAZIONI IN UN’ORA Il ritrovamento degli 11 corpi arriva mentre SOS Méditerranée denuncia anche un aumento delle intimidazioni e delle operazioni di intercettazione condotte da soggetti libici nelle acque internazionali. Il 12 agosto, nel giro di meno di un’ora, l’equipaggio dell’Albatross ha assistito a due intercettazioni. La prima riguarda un’imbarcazione di legno blu con circa 50 persone a bordo, tra cui tre donne, che navigava alla deriva e senza attrezzature di salvataggio. Alcune ore dopo, l’aereo ha osservato due gommoni a scafo rigido non identificati: uno trainava l’imbarcazione ormai vuota, mentre l’altro trasportava le persone che erano state prese a bordo. Poco meno di un’ora dopo, nella stessa zona, l’Albatross ha osservato una seconda operazione. Un gommone nero sovraffollato trasportava circa 30 persone, tra cui bambini e neonati, senza equipaggiamenti di salvataggio visibili. Una motovedetta della Guardia Costiera libica di classe TS 300 si è avvicinata ad alta velocità e ha inseguito il gommone per circa 40 minuti. Secondo quanto documentato dall’equipaggio, durante l’inseguimento la motovedetta avrebbe compiuto «una serie di manovre aggressive e pericolose», speronando più volte il gommone e tentando di legarlo con una corda mentre era ancora in navigazione. Nelle vicinanze si trovava la Humanity 1, nave di SOS Humanity in grado di prestare soccorso alle persone in pericolo. Secondo SOS Méditerranée, alla nave è stato ordinato dalla Guardia Costiera libica di lasciare la zona e dirigersi verso nord. LA MOTOVEDETTA FINANZIATA DALL’UNIONE EUROPEA C’è un ulteriore elemento che rende particolarmente significativa la denuncia: la motovedetta TS 300 coinvolta nell’intercettazione è stata fornita alle autorità libiche attraverso SIBMMIL, il principale programma europeo per la gestione delle frontiere e della migrazione in Libia. Il programma, finanziato dall’Unione europea, fornisce alle autorità libiche risorse, formazione e attrezzature. È proprio sulla responsabilità europea che SOS Méditerranée concentra la propria denuncia. «Quando imbarcazioni finanziate dall’UE vengono utilizzate in episodi violenti come questo, sorgono interrogativi sulla responsabilità a cui le istituzioni europee hanno finora scelto di non rispondere». La questione non riguarda quindi soltanto ciò che accade durante le traversate. Riguarda anche il sistema costruito per impedire alle persone di raggiungere l’Europa: il rafforzamento della Guardia Costiera libica, il trasferimento verso le autorità libiche delle operazioni di intercettazione, l’ostacolo alle attività delle navi civili di soccorso. Da oltre un decennio, denuncia SOS Méditerranée, gli Stati membri dell’Unione europea si sono sottratti alle proprie responsabilità in materia di ricerca e soccorso, mentre hanno continuato a sostenere la Guardia Costiera libica. Gli undici corpi avvistati dall’Albatross sono l’esito più drammatico di una rotta che continua a essere attraversata nonostante l’aumento dei rischi. Le due intercettazioni del 12 agosto mostrano invece cosa può accadere a chi viene fermato prima di raggiungere un luogo sicuro. Il Mediterraneo centrale diventa così sempre più difficile da attraversare, senza che questo significhi che le persone smettano di partire. E, conclude SOS Méditerranée, «in assenza di responsabilità, è probabile che episodi del genere si ripetano». 1. Questo tasso di mortalità è calcolato sulla base dei dati sugli arrivi (UNHCR), sui decessi e sulle persone disperse (Missing Migrants Project dell’OIM) e sulle intercettazioni (OIM Libia). I dati sulle intercettazioni sono limitati: le autorità tunisine non pubblicano dati sulle intercettazioni dal giugno 2024, mentre i dati più recenti sulle intercettazioni effettuate dalle autorità libiche, forniti dall’OIM Libia, arrivano solo al 25 luglio. Il calcolo si basa pertanto sulla stima più recente disponibile per questo periodo. Poiché le stesse cifre dell’OIM sono ampiamente considerate una sottostima dei decessi e delle persone disperse in mare, il reale tasso di mortalità è probabilmente superiore a quello indicato da questa stima (Fonte: CS in inglese). ↩︎
La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere
Yasmine e Francesca, dell’Assemblea Lucana No CPR, raccontano le ore successive alla morte del giovane tunisino di trent’anni nel CPR di Palazzo San Gervasio: le condizioni della struttura, le richieste di aiuto dall’interno, gli interventi delle forze dell’ordine e le proteste dei trattenuti. L’Assemblea è rimasta sul posto per circa dodici ore, mantenendo attraverso il telefono SOS un contatto continuo con le persone all’interno e garantendo, per quanto possibile, il diritto di difesa. «I CPR vanno chiusi». DA ANNI DENUNCIATE LE CONDIZIONI DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO. COSA È ACCADUTO IERI? Da molto tempo, come attivisti e attiviste dell’Assemblea Lucana No CPR, denunciamo la mancanza di assistenza sanitaria, la presenza di persone in condizioni di grave fragilità che non dovrebbero essere trattenute e le carenze igienico-sanitarie della struttura. Denunciamo anche le condizioni dei moduli e il caldo (gestito da “Officine sociali” con solo 4 litri di acqua potabile al giorno) che in questo ultimo periodo ha ulteriormente esasperato una situazione già critica. Ieri è morto all’interno del CPR un cittadino tunisino di trent’anni, una persona che, secondo le certificazioni mediche, non era idonea al trattenimento. Per noi è un morto di Stato, ancora una volta nelle mani di un sistema che uccide, umilia e devasta le persone che vi vengono rinchiuse. Da anni chiediamo la definitiva chiusura di questi luoghi di umiliazione, devastazione e patogeni. COSA SAPETE DELLE CIRCOSTANZE DELLA MORTE? Il giovane non era idoneo alla vita in comunità ristretta per gravi problemi psichiatrici. La sua insofferenza al trattenimento era motivo di scherno da parte delle forze dell’ordine. I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di 90 giorni, conseguenza dell’udienza innanzi al giudice di pace di Melfi della mattina della morte. Molti dei detenuti hanno assistito alla morte di Lassoued e ci dicono che “hanno ancora il suo sangue negli occhi” e che hanno deciso di ribellarsi alla violenza del CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 Per noi, è il “sistema CPR” che ha portato alla morte di questa persona che, tra l’altro, sappiamo non sopportasse di vivere in una gabbia, di stare in un modulo di cemento. Dormiva su un materasso nell’unico spazio comune del centro: una lastra di cemento circondata da alte sbarre d’acciaio. Anche questo racconta le condizioni in cui si trovano le persone trattenute. in una giornata di forti tensioni, di confusione e difficoltà nella gestione del centro tra le forze dell’ordine (adibite alla tutela dell’ordine pubblico all’interno del CPR) e l’Ente Gestore, Lassoued, probabilmente durante un tentativo di contenzione del suo giusto malessere, chiuso in una gabbia, pur di sottrarsi ad un ulteriore limitazione della sua libertà, non ha potuto fare altro che cercare scampo arrampicandosi sul tetto della gabbia, da dove è precipitato. non si voleva uccidere: ci sentiamo di dirlo perchè lo abbiamo guardato negli occhi poche ore prima che morisse. Aveva le “carte in mano” per essere liberato, lo voleva. Lo gridava, lo reclamava: chiedeva di essere liberato. Voleva uscire, vivo, non nel carro funebre: perchè così si esce dal CPR di Palazzo san Gervasio con la gestione di Officine Sociali”!  COSA È SUCCESSO DOPO LA MORTE? La morte è avvenuta davanti agli occhi delle altre persone trattenute che nell’immediato hanno iniziato a protestare contro tutto il sistema, tra l’altro preoccupati che potessero morire anche loro.  Il fumo degli incendi, la contenzione delle forze dell’ordine, la rabbia, il caldo estremo hanno causato malori tra i trattenuti che ci chiedevano di chiamare le ambulanze. A., trattenuto nonostante una resezione epatica e che quindi non dovrebbe essere trattenuto in quella struttura, ha avuto una crisi respiratoria.  Un’altra persona è stata portata in ospedale dopo aver ingerito dei detersivi. Un’altra aveva ingerito vetro. > «Non è un episodio critico, non è un’eccezione, è un morto conseguenza di un > sistema» Nel mentre, entravano forze dell’ordine, sono stati utilizzati gli idranti per spegnere gli incendi; la Guardia di Finanza è entrata nei moduli per arrestare chi protestava. Quello che abbiamo visto è una violenza sistemica che diventa violenza concreta sui corpi delle persone, soprattutto dopo una morte che, per noi, è il prodotto delle condizioni patogene di quel luogo. VOI SIETE RIMASTI FUORI DAL CPR PER MOLTE ORE. COSA AVETE VISTO? Siamo rimasti sul posto per circa dodici ore, tra ambulanze, Guardia di Finanza e Polizia.  Siamo rimasti in contatto continuo con le persone trattenute attraverso il telefono SOS, anche per garantire il diritto di difesa, che non sempre viene adeguatamente assicurato. Nei giorni precedenti, per esempio, ad alcuni avvocati che dovevano svolgere colloqui difensivi non era stato consentito di accedere, con la motivazione di dover garantire l’ordine pubblico. Abbiamo avvisato parlamentari e la Garante provinciale, che è arrivata sul posto ma non è entrata nel CPR. Ha raccolto soltanto le dichiarazioni del prefetto vicario. La Garante, quindi, non ha verificato le condizioni delle persone trattenute. QUAL È LA SITUAZIONE IN QUESTE ORE? Le persone che abbiamo sentito avevano ancora negli occhi il sangue del giovane morto. C’è la sensazione costante di trovarsi dentro qualcosa che uccide, se non fisicamente, almeno dentro. Continuiamo a ricevere richieste di aiuto e notizie di persone devastate. Gli atti di autolesionismo all’interno del CPR sono all’ordine del giorno. Parliamo di persone a cui vengono continuamente somministrati psicofarmaci e che non dovrebbero essere lì. Per questo chiediamo anche attenzione per le persone che, oltre a subire queste violenze quotidiane, hanno assistito alla morte, e supporto per la famiglia del ragazzo. COSA CHIEDETE ADESSO? Chiediamo che questa ennesima vicenda non cada nel vuoto. Nei prossimi giorni, insieme alle altre realtà locali, torneremo a presidiare e batterci accanto alle persone trattenute. Abbiamo chiesto la presenza di parlamentari, soprattutto per garantire alle persone la possibilità di essere ascoltate e per portare fuori da quelle mura ciò che sta accadendo, per non far cadere questa ennesima vicenda nell’oblio. La morte di questo giovane tunisino non arriva per caso. È il frutto di un sistema di repressione e di annichilimento delle persone che vengono rinchiuse nei CPR. Per questo, insieme all’Assemblea Lucana No CPR, chiediamo Verità per Oussama, Lassoued e tutti i morti di CPR e delle necropolitiche di frontiera e continueremo a chiedere una cosa sola: la chiusura definitiva dei CPR.