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La nave Aurora sequestrata illegalmente a Lampedusa
La piattaforma Didon Nessuna autorità europea aveva raccolto il segnale di soccorso delle 44 persone rimaste bloccate sulla piattaforma petrolifera abbandonata Didon, nel Mediterraneo centrale. Avevano messo in conto altre morti, oppure erano rimaste in attesa che il “lavoro sporco” fosse compiuto dalle autorità libiche. I naufraghi partiti dalla Libia attendevano da giorni, ma la nave Aurora di Sea-Watch il 3 aprile è arrivata in tempo: prima della morte e prima della cattura illegale e dell’inesorabile ritorno nei centri di detenzione libici. Ma nel tempo in cui viviamo – quello della propaganda del governo Meloni – ciò che dovrebbe essere considerato obbligatorio perché sancito dal diritto internazionale si trasforma in affronto. Ad aspettare l’Aurora a Lampedusa non c’era nessun riconoscimento: c’erano le autorità italiane, pronte a sequestrare la nave nel porto. 45 giorni di fermo e una multa da 7.500 euro motivati dalla violazione della cosiddetta legge Piantedosi e il rifiuto dell’organizzazione di comunicare con le autorità marittime libiche. Un rifiuto tutt’altro che arbitrario. Un recente rapporto delle Nazioni Unite 1 , sottolinea la Justice Fleet, ha confermato che la guardia costiera libica fa parte di un sistema strutturato di sparizioni forzate, violenze sessuali e torture ai danni di chi cerca protezione, inclusi i minori. Un sistema reso possibile anche dalla complicità di attori europei come Frontex. Nelle scorse settimane, Sea-Watch ha presentato una denuncia penale contro la stessa guardia costiera libica, dopo che lo scorso anno la propria nave Sea-Watch 5 era stata presa a colpi di arma da fuoco. Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale le politiche europee continuano a mietere vittime. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio del 2026 oltre 770 persone hanno perso la vita solo su questa rotta. E’ il dato più alto degli ultimi dieci anni e solo dal 27 marzo si presume che più di 180 persone siano morte o disperse, proprio mentre alcune delle navi più attrezzate della flotta civile erano, e restano, bloccate nei porti italiani. Quello dell’Aurora è il quinto sequestro inflitto a una nave dell’alleanza dal dicembre 2025, per un totale di 150 giorni di operatività sottratta al soccorso in mare. La Humanity 1 era rimasta ferma 60 giorni a partire dal 13 febbraio; la Sea-Watch 5 è stata bloccata a fine marzo. E questo avviene nonostante le numerose sentenze dei tribunali italiani che definisco illegali i sequestri e le multe. Guida legislativa/In mare GEO BARENTS E SEA-EYE 5: ALTRE DUE VITTORIE CONTRO IL DECRETO PIANTEDOSI E L’ILLEGITTIMITÀ DELLE SANZIONI I tribunali di Salerno e Ragusa mettono in luce l'ostruzionismo sistematico delle autorità italiane Redazione 31 Marzo 2026 «Denunciamo con forza la strategia di escalation sconsiderata e letale del governo italiano contro le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso», ha dichiarato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Con la Sea-Watch 5 e ora l’Aurora, due navi ben equipaggiate sono state illegittimamente bloccate in Italia, mentre le persone muoiono a causa delle politiche europee di deliberata negligenza». La Justice Fleet, che è composta da 13 tredici organizzazioni di ricerca e soccorso, non si fa intimidire e proseguirà a non collaborare con nessuna autorità libica. Una posizione che ha già trovato diverse volte riscontro in sede giudiziaria: la magistratura ha più volte ribadito il ruolo salvavita del soccorso civile in mare, chiarendo che la guardia costiera libica e il relativo Centro di coordinamento marittimo non possono essere considerati attori legittimi e che seguire le loro istruzioni costituisce una violazione del diritto internazionale. 1. UNSMIL and OHCHR joint report on human rights violations and abuses against migrants, asylum-seekers and refugees in Libya ↩︎
Il caso Almasri non è chiuso
C’è un passaggio giudiziario che, nel silenzio generale, potrebbe determinare se una vittima di tortura avrà ancora la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti in Italia. È la vicenda di Lam Magok, sopravvissuto alle violenze attribuite al torturatore libico Najim Osama Almasri, oggi al centro di un ultimo snodo decisivo: lunedì 13 aprile la Corte costituzionale sarà chiamata a stabilire se potrà essere parte nel giudizio sulla legittimità della legge italiana di cooperazione con la Corte Penale Internazionale. Notizie CASO ALMASRI: LAM MAGOK CHIEDE ALLA CORTE COSTITUZIONALE DI FARE LUCE SULL’OPERATO DEI MINISTRI «L’Italia è sotto ricatto e il Governo lo rivendica come scelta politica» Redazione 21 Ottobre 2025 La posta in gioco è chiara: se la normativa di attuazione dello Statuto di Roma sarà considerata costituzionalmente legittima, Lam può contestare la mancata consegna del suo presunto carnefice alla Corte Penale Internazionale; se invece venisse dichiarata incostituzionale, anche questa ultima possibilità di accesso alla giustizia verrebbe meno. Secondo quanto denuncia Baobab Experience, che segue il caso insieme ai legali della vittima, il percorso di Lam verso la giustizia è stato progressivamente ostacolato su più livelli istituzionali. In primo luogo, attraverso la mancata attivazione della consegna di Almasri alla giustizia internazionale; successivamente, con il blocco del procedimento nei confronti di esponenti del governo italiano da parte del Parlamento. Nel comunicato, gli avvocati Francesco Romeo e Antonello Ciervo sottolineano come Lam chieda di essere ammesso al giudizio costituzionale proprio perché lì si gioca “l’ultima possibilità concreta di accedere alla giustizia e far valere i propri diritti”. La vicenda si intreccia direttamente con le decisioni politiche e istituzionali adottate nei mesi precedenti. Il Governo italiano – nelle figure del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano – ha scelto di non procedere alla consegna del cittadino libico alla giustizia internazionale, impedendo di fatto l’instaurazione del processo davanti alla Corte Penale Internazionale. Successivamente, il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei membri dell’esecutivo coinvolti, chiudendo così un ulteriore fronte giudiziario interno. Intanto, la Corte d’Appello di Roma ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, aprendo lo scenario che ora arriva davanti alla Consulta. Non si tratta soltanto di una vicenda individuale verso una singola persona che ha subito torture. Nel comunicato si sottolinea come il caso riguardi anche le migliaia di persone che hanno subito violenze nei centri di detenzione libici, e che oggi si troverebbero di fronte a un sistema giuridico incapace di garantire piena tutela quando le responsabilità coinvolgono attori statali o rapporti di cooperazione internazionale. Lam Magok, già riconosciuto come “persona danneggiata” dal Tribunale dei Ministri, si trova dunque in una posizione paradossale: da un lato il riconoscimento formale del danno subito, dall’altro la possibile impossibilità di far valere in giudizio le responsabilità connesse alla sua vicenda. La stessa Corte Penale Internazionale ha già messo in discussione le giustificazioni fornite dall’Italia sul mancato trasferimento di Almasri, arrivando a deferire il nostro Paese all’Assemblea degli Stati Parte. Ora tutto si concentra su una decisione: quella della Corte costituzionale. Una decisione che, al di là del tecnicismo giuridico, definirà il perimetro del diritto di accesso alla giustizia per una vittima di tortura in un caso che intreccia migrazione, cooperazione internazionale e responsabilità statale. Per Baobab Experience e per i legali di Lam, si tratta di un passaggio cruciale: «Lunedì è un giorno importante: si decide se ad una vittima sarà ancora riconosciuto il diritto di ottenere giustizia, anche quando i suoi carnefici sono molto, molto più potenti di lui».
Milano, nuova diffida per la chiusura del CPR di via Corelli
A seguito di una nuova ispezione svolta questa mattina al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di via Corelli, Cecilia Strada, europarlamentare, Onorio Rosati, Luca Paladini e Paolo Romano, consiglieri regionali, e Rahel Sereke, consigliera del Municipio 3, hanno inviato una diffida al Sindaco di Milano per chiedere la sua immediata chiusura. La situazione del CPR milanese si inserisce in una vicenda che, negli anni, ha già prodotto inchieste giudiziarie, condanne, denunce pubbliche e rilievi istituzionali, senza che a ciò sia seguita una risposta politica adeguata e risolutiva. Da luglio 2025 è disponibile un importante strumento in più: la sentenza n. 96 della Corte Costituzionale sottolinea chiaramente come manchi una legge che disciplini le modalità di trattenimento delle persone all’interno dei CPR, che operano quindi letteralmente fuori dalla legge. Dalla sua riapertura, al CPR di Milano – come del resto in tutti gli altri centri detentivi italiani – vengono irrimediabilmente violati i diritti fondamentali delle persone trattenute, tra cui il diritto alla salute, alla difesa, all’informazione, alla comunicazione e a condizioni di vita dignitose. Criticità strutturali e violenze reiterate, episodi ricorrenti di tensione, proteste, atti di autolesionismo e tentativi di suicidio sono di casa dentro le gabbie del CPR. «Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono». dichiara Cecilia Strada, citando una frase di Bertolt Brecht condivisa con lei da una persona trattenuta in CPR. «La violenza degli argini siamo noi – aggiunge – sono le nostre istituzioni che stanno calpestando i diritti e la vita delle persone che vengono rinchiuse nei centri per il rimpatrio, e che non rispettano nemmeno le leggi su cui sono fondate». Le evidenze emerse nel tempo – dalle risultanze del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto la gestione del centro, fino ai ripetuti allarmi lanciati da associazioni, avvocati, garanti e società civile – delineano un quadro incompatibile con i principi fondamentali che dovrebbero orientare l’azione delle istituzioni democratiche, la tutela dei diritti umani e i principi fondamentali della Costituzione. «La situazione all’interno dei CPR è sempre più insostenibile. Non si può più rimanere a guardare: chiediamo che ognuno, per il ruolo che ricopre, faccia la propria parte per chiudere questi centri di detenzione illegali. Chiediamo che il sindaco Sala eserciti tutte le sue prerogative perché ciò possa avvenire», afferma Onorio Rosati. Sulla stessa linea Luca Paladini: «Rappresentare le istituzioni vuol dire anche farsi ispettori di quali linee non sono travalicabili. Le linee devono garantire il basilare rispetto dei diritti umani, cosa che i CPR calpestano nel loro semplice esistere. Nostro è il dovere di denunciarlo con tutta la forza che abbiamo». Per questo, firmatari e firmatarie della diffida chiedono la chiusura del CPR di via Corelli. L’iniziativa si inserisce nel solco dell’azione popolare promossa dalla società civile, associazioni, cooperative, cittadine e cittadini milanesi che, in passato, hanno già chiesto all’amministrazione comunale di attivarsi nei confronti del Ministero dell’Interno per ottenere la chiusura del centro, oltre al riconoscimento del danno arrecato all’immagine e all’identità della città. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA IL COMUNE DI MILANO DEVE PRETENDERE LA CHIUSURA DEL CPR E IL RISARCIMENTO DEL DANNO ALL’IDENTITÀ Un'azione popolare promossa da associazioni e cittadinə si rivolge al Sindaco Sala 15 Maggio 2024 «Il sistema dei CPR è un sistema disumano che nega i diritti umani e che tratta come animali esseri umani spesso rei, unicamente, di essere nati dal lato sbagliato del mondo: oltre il 50% delle persone ivi detenute non hanno commesso nessun reato se non l’assenza di un documento. Va messo fine a questa vergogna, lo chiede l’Italia e lo chiede prima di tutto Milano», dichiara Paolo Romano. Lo Statuto del Comune di Milano richiama con chiarezza i valori dell’uguaglianza, della dignità della persona e della tutela dei diritti fondamentali. In questo quadro, l’esistenza del CPR di via Corelli appare in aperto contrasto con i principi che Milano afferma di voler difendere. «Lo Statuto del Comune riprende fedelmente l’art. 3 della Costituzione: è più che mai necessario dare attuazione concreta anche alla sua seconda parte, che impone di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Il CPR, culmine di un sistema discriminatorio, è uno di quegli ostacoli», sottolinea infine Rahel Sereke. Con la diffida firmata oggi, i rappresentanti istituzionali ribadiscono la necessità di assumere una posizione chiara: non può esserci alcuna normalizzazione di un luogo che, per le sue condizioni e per la sua funzione, continua a produrre sofferenza, opacità e violazioni. Il percorso è solo all’inizio: tutte e tutti avranno modo di sostenere l’iniziativa attraverso una raccolta firme pubblica che sarà consegnata al Comune di Milano. Da oggi, il Sindaco avrà 90 giorni di tempo per decidere se farsi personalmente promotore della richiesta presso il Ministero dell’Interno. Firma la petizione online su Change.org
La strage di Pasqua e la criminalizzazione della solidarietà
Mentre la maggior parte dell’Italia era seduta a tavola per le feste, nel Mediterraneo si compiva l’ennesima strage. I fatti sono ormai tristemente noti: un’imbarcazione partita dalla Libia con 110 persone a bordo si è capovolta e solo 32 persone sono risultate sopravvissute, recuperate da due mercantili di passaggio e trasferite a Lampedusa in stato di forte choc. I corpi ritrovati sono due, mentre 71 persone risultano disperse in mare. > We are horrified. Over Easter weekend, about 71 people likely drowned in the > Mediterranean. Yesterday, our aircraft Seabird 2 spotted an overturned wooden > boat: ~15 people clinging desperately to the hull, others in the water, and > some lifeless bodies. > > 📽️ Fabian Melber https://t.co/dl4dtjNFoL pic.twitter.com/yDOBFxyUPd > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 5, 2026 Secondo il velivolo Seabird 2 di Sea-Watch che è giunto sul posto e le successive testimonianze raccolte dai soccorritori, i naufraghi sono rimasti in acqua per ore aggrappati ai relitti dell’imbarcazione prima di essere avvistati e recuperati dai mercantili. Il naufragio di Pasqua arriva dopo quello che pochi giorni fa avevamo già definito un bollettino di guerra. Notizie/In mare UN’ALTRA ECATOMBE NEL MEDITERRANEO: QUANDO SMETTEREMO DI UCCIDERE? La denuncia delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate» Redazione 2 Aprile 2026 Solo dall’inizio del 2026, secondo i dati dell’OIM (Missing Migrants Project) – certamente sottostimati, perché non tengono conto dei “naufragi fantasma” – almeno 990 persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie del Mediterraneo. L’associazione Mem.med – Memoria Mediterranea definisce quella di Pasqua una «strage politica nel Mediterraneo centrale», scrivendo che «non c’è alcuna redenzione, non esiste resurrezione quando in mare la crocifissione è una scelta politica di omissione», e chiede che vengano attivate immediatamente le ricerche delle persone disperse e il recupero dei corpi. Mediterranea Saving Humans attacca il governo: «Il fallimento delle politiche governative, purtroppo, costa la vita a migliaia di persone: i naufragi si susseguono in mare, mentre il Ministro ridacchia sbandierando il “successo” della diminuzione degli sbarchi; donne, uomini e bambini muoiono di ipotermia, di freddo, abbandonati alla deriva per giorni». Non è un caso che a salvare quelle 32 persone siano stati dei mercantili privati, e non una nave della Guardia Costiera o un equipaggio legato a operazioni europee di ricerca e soccorso. Per gli Stati membri dell’UE, a seconda della loro posizione geografica, il Mediterraneo è diventato uno spazio inesistente o tutt’al più scomodo, in ogni caso qualcosa di cui non occuparsi, delegando il lavoro sporco alle guardie costiere libiche e tunisine.  Per il governo Meloni, che continua a sostenere fantomatici blocchi navali, il Mediterraneo è tante cose insieme: da strumento di propaganda a palcoscenico elettorale, fino a moneta di scambio, come dimostra il caso Almasri, il trafficante e criminale libico rilasciato e riportato in Libia con un volo di Stato, squallida vicenda che è costata all’Italia il deferimento alla Corte Penale Internazionale. Ma soprattutto il Mediterraneo è lo spazio in cui le morti non esistono, o se avvengono sono colpa dei trafficanti, e dove fermare le navi di soccorso civile è l’unica priorità politica. Il 7 aprile, la nave Aurora di Sea-Watch è stata sequestrata dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. La colpa? Aver soccorso 44 persone rimaste intrappolate per cinque giorni su una piattaforma petrolifera abbandonata nel Mediterraneo centrale. Alarm Phone aveva segnalato la presenza dei naufraghi già il 1° aprile. Nessuno Stato europeo era intervenuto. La nave Aurora era salpata il 3 aprile, aveva portato tutti in salvo e attraccato a Lampedusa il mattino del 4. > They are safe. The 44 people who took refuge on the Didon platform five days > ago, abandoned by European authorities, are now aboard our ship, the Aurora, > sailing north. Among them: women and children. pic.twitter.com/cwkJ8FWADq > > — Sea-Watch International (@seawatch_intl) April 3, 2026 Risultato: nave sequestrata e multa tra i 2.000 e i 10.000 euro, in applicazione del cosiddetto Decreto Piantedosi, con la motivazione di non aver informato le autorità libiche delle operazioni di soccorso. E’ la seconda nave di Sea-Watch bloccata nel giro di pochi giorni: la Sea-Watch 5 era stata fermata appena una settimana prima. Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 «Mentre centinaia di persone annegano nel Mediterraneo, l’Italia blocca le navi che potrebbero salvarle. 44 persone erano bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo è venuto ad aiutarle. Chiunque criminalizzi il soccorso sta consapevolmente scegliendo la morte al posto delle vite umane», commenta Giulia Messmer, portavoce di Sea-Watch. L’unica notizia positiva di questi giorni è che il Decreto Piantedosi sul quale si regge l’intera strategia del governo italiano di contrasto al soccorso civile continua a essere smontato pezzo per pezzo dai tribunali italiani. L’ultimo colpo è arrivato il 3 aprile 2026, quando il Tribunale di Trapani ha annullato le sanzioni inflitte a Mediterranea per il soccorso effettuato dalla nave Mare Jonio il 16 ottobre 2023. Sia il fermo amministrativo di venti giorni e sia la multa di oltre 3.000 euro sono stati dichiarati illegittimi. Il Ministero dell’Interno è stato condannato anche al pagamento delle spese legali. In quella circostanza, la Mare Jonio aveva soccorso 69 persone, in gran parte famiglie sudanesi, donne, bambini e un neonato, da un gommone con il motore in avaria, i tubolari sgonfi e una persona già in acqua. Il governo aveva sanzionato la nave perché non si era sottoposta al «coordinamento delle autorità libiche». Il Tribunale ha risposto che quella richiesta era illegittima, poiché la Libia «non soddisfa i criteri per essere designata come luogo sicuro», dato che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 ed è teatro di «detenzione arbitraria e illegale in condizioni inadeguate nei centri di detenzione gestiti dallo Stato e segnalazioni di gravi violazioni e abusi contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti». Non è la prima volta e non è nemmeno la seconda. Mediterranea conta già tre sentenze favorevoli sulla sola nave Mare Jonio, con altri due procedimenti ancora aperti. Altre organizzazione del soccorso civile possono vantare una serie di vittorie contro altrettanti fermi e sanzioni illegittime. È una magra consolazione, perché nessuna sentenza restituisce nulla a chi è già annegato, e nessun risarcimento delle spese legali vale una vita. Piantedosi dovrebbe quantomeno dimettersi. Non solo per una questione politica, ma per una questione di decenza.
Accolti sulla carta, ma abbandonati in strada: il TAR di Parma condanna la prassi della Prefettura
“I diritti non possono aspettare i tempi della burocrazia”. Con questa motivazione netta, il TAR di Parma ha censurato la strategia della Prefettura che riconosceva formalmente il diritto all’accoglienza ai richiedenti asilo, lasciandoli però di fatto senza un posto letto, cibo o assistenza. A renderlo noto è il CIAC – Centro immigrazione asilo e cooperazione di Parma e provincia che insieme all’Avvocato Calogero Musso supportano fin dall’inizio i richiedenti asilo lasciati fuori accoglienza. Questa vittoria, infatti, è il risultato di un impegno corale di un team legale formato dall’avvocato e dal monitoraggio e dall’accompagnamento costante degli operatori legali di CIAC. Da mesi, scrive l’associazione per spiegare la vicenda, molti richiedenti asilo a Parma vivono in un limbo assurdo: la Prefettura accoglie la loro domanda ma rimanda l’ingresso nelle strutture a data da destinarsi. La giustificazione usata è spesso la mancanza di posti o la necessità di dare priorità ai nuovi arrivi via mare. È la categoria – precisa l’associazione – degli “accolti ma non accolti“: persone con un diritto riconosciuto per legge, ma condannate all’invisibilità e alla strada. La sentenza è di interesse generale perché quanto accade a Parma non è un fatto isolato, ma sono prassi che avvengono in quasi tutte le città italiane. LA SENTENZA: L’ASSISTENZA DEVE ESSERE IMMEDIATA Il Tribunale Amministrativo – sottolinea Ciac – ha stabilito che le difficoltà organizzative non sono una scusa per negare la dignità umana. L’Amministrazione ha l’obbligo di attivarsi immediatamente per garantire i livelli minimi di assistenza. > Eventuali esigenze organizzative o temporanee indisponibilità di posti non > esonerano l’Amministrazione dall’obbligo di attivarsi per assicurare […] le > condizioni materiali minime di accoglienza. > > Sentenza del TAR Parma «È una vittoria che ribadisce un principio fondamentale: lo Stato non può fare promesse a vuoto», dichiara Michele Rossi, Direttore di CIAC. «Il nostro impegno ora è garantire che nessuna persona sia più lasciata in strada con un provvedimento di accoglienza inutile in tasca». Cosa succede ora? La battaglia prosegue. Il Tribunale ha già fissato l’udienza pubblica per il 16 settembre 2026. In quella sede si discuterà la richiesta di risarcimento del danno per i giorni passati ingiustamente senza assistenza. «Non resteremo a guardare. Saremo sempre al fianco delle persone migranti per pretendere il rispetto della legge, diritto negato per diritto negato. Questa sentenza è un richiamo alla responsabilità per tutta la nostra comunità. Invitiamo la cittadinanza a mantenere alta l’attenzione: il rispetto dei diritti di tutti e tutte è l’unico fondamento possibile per una società che si dice davvero democratica», conclude la nota di CIAC. T.A.R. per l’Emilia-Romagna, ordinanza del 25 marzo 2026
Cutro, la difesa di Khalid Arslan verso l’appello
A più di tre anni dalla strage di Cutro, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 e in cui persero la vita 94 persone, tra cui 35 bambini, si apre una nuova fase giudiziaria per uno dei sopravvissuti finiti sul banco degli imputati con altre due persone. Khalid Arslan, 28 anni, originario del Pakistan, oggi detenuto nel carcere di Cosenza, è stato condannato in primo grado a 11 anni di reclusione con l’accusa di scafismo 1. Secondo i dati dell’ultimo rapporto pubblicato dal progetto “Dal mare al carcere“, «non esiste istituto penitenziario in cui non ci sia qualcuno criminalizzato per aver facilitato la libertà di movimento». L’8 aprile si terrà il processo di appello presso il Tribunale di Catanzaro, dove la difesa contesterà l’impianto della sentenza. Le trasmissioni di Radio Melting Pot (Non) E’ Stato il mare Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 28:39 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 28:39 | Registrato il 15 Maggio 2023 La vicenda giudiziaria di Arslan si intreccia con un altro procedimento che si sta svolgendo al Tribunale di Crotone: quello nei confronti di sei militari della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera accusati di omissioni, naufragio colposo e omicidio colposo per i ritardi nei soccorsi a favore delle persone che erano a bordo della “Summer Love” la notte del naufragio. L’ultima udienza del 24 marzo 2 ha visto momenti di tensione, tra documenti riservati di Frontex consegnati alle difese per errore, file audio non inseriti nelle trascrizioni ma presenti negli elenchi, possibilità di dati incompleti sulle conversazioni audio consegnate ai carabinieri. Secondo quanto emerso nel procedimento, Arslan – che parla punjabi, urdu e italiano – si trovava a bordo come passeggero e ha poi assunto un ruolo di mediazione linguistica durante il viaggio. Una circostanza che, secondo la difesa, è stata interpretata come prova di un coinvolgimento nell’organizzazione del traffico, portando alla sua condanna. Il comitato “Oltre i confini”, che sostiene Arslan, ritiene invece la sentenza ingiusta: secondo il comitato, lui e i suoi co-imputati sarebbero stati utilizzati per dimostrare arbitrariamente l’esistenza di una presunta organizzazione criminale tra le persone a bordo, senza prove solide a supporto. Una ricostruzione che, denunciano, rischia di trasformare i sopravvissuti in colpevoli, contribuendo a spostare l’attenzione dalle responsabilità istituzionali nella gestione del naufragio. Abbiamo chiesto al legale che difende Khalid Arslan, l’Avvocato Salvatore Perri, di aggiornarci sul processo. Rapporti e dossier LA COSTRUZIONE POLITICO-GIURIDICA DELLO “SCAFISTA” Cosa raccontano due report tra Italia e Grecia sulla criminalizzazione delle persone migranti Maria Giuliana Lo Piccolo 20 Marzo 2026 QUALI PUNTI DELLA CONDANNA A 11 ANNI PER SCAFISMO INFLITTA IN PRIMO GRADO A KHALID ARSLAN INTENDETE CONTESTARE NELL’APPELLO DELL’8 APRILE AL TRIBUNALE DI CATANZARO? Innanzitutto, nell’atto di appello abbiamo contestato integralmente la sentenza in relazione al giovane Arslan. La decisione, infatti, da un lato riconosce che non aveva rapporti con la struttura organizzativa del viaggio; dall’altro, tuttavia, ritiene che si sia adoperato coadiuvando gli organizzatori, andando persino oltre quelle che sono state le risultanze processuali. Nello specifico, il tribunale ha ritenuto di non avere contezza del pagamento del viaggio, nonostante le evidenze che siamo riusciti a reperire. Ricordo che è molto difficile provare questo tipo di dinamiche: il pagamento stesso che i migranti effettuano per la traversata è qualcosa di illecito e avviene generalmente in contanti. Noi abbiamo avuto la fortuna di reperire una ricevuta: il padre di Arslan aveva versato il denaro presso un’agenzia di money transfer in Pakistan. Inoltre, ci sono i messaggi che lo stesso Arslan aveva inviato per sbloccare questi soldi, sia al padre sia a un soggetto che si trovava in Turchia, al quale si era rivolto per entrare in contatto con gli organizzatori. Il tribunale ha però ritenuto provato solo un pagamento parziale e ha dedotto da questo un presunto coinvolgimento nell’organizzazione, ipotizzando una sorta di “sconto” in cambio di collaborazione. Ma è evidente che non è così: nei messaggi Arslan spiegava chiaramente che il pagamento era in corso e che i soldi sarebbero stati sbloccati. Abbiamo inoltre contestato la ricostruzione relativa alla morte come conseguenza di altro reato. Il tribunale, infatti, da un lato esclude la responsabilità per il naufragio – riconoscendo che Arslan non aveva alcuna capacità di indirizzare l’imbarcazione – ma dall’altro lo condanna per le morti conseguenti. Si tratta, a nostro avviso, di una contraddizione logica: o il ragazzo si è limitato a fare da tramite linguistico, oppure avrebbe dovuto essere considerato parte attiva dell’organizzazione. Ma le due cose non possono coesistere. QUINDI SECONDO LEI CI SONO LE CONDIZIONI PER RIBALTARE QUESTA IMPOSTAZIONE E RESTITUIRE AD ARSLAN LA SUA REALE POSIZIONE? Arslan era un passeggero come gli altri. A un certo punto si sono create tensioni a bordo, anche con alcuni passeggeri afghani, e i veri scafisti – i conduttori dell’imbarcazione – hanno chiesto aiuto a qualcuno che parlasse turco. Lui era tra questi e quindi si è trovato in questa situazione. Si è trattato quindi di un intervento estemporaneo, imprevisto e, a nostro avviso, necessario. Siamo in mezzo al mare, in una situazione di pericolo, con persone che avevano pagato migliaia di euro per quel viaggio. Arslan stesso aveva speso circa 7 mila euro per raggiungere l’Italia e migliorare la propria condizione di vita, dove già vive e lavora suo fratello. Riteniamo quindi che manchi completamente l’elemento soggettivo del reato, il dolo. Non c’è alcun comportamento penalmente rilevante nel senso contestato. C’È IL RISCHIO CHE SIANO STATI INDIVIDUATI NEI SOPRAVVISSUTI DEI CAPRI ESPIATORI PER DARE UNA RISPOSTA GIUDIZIARIA ALLA STRAGE DEL NAUFRAGIO DI CUTRO? Secondo me questo rischio non solo esiste, ma si è anche concretizzato. È un timore che avevo fin dall’inizio: che l’enorme tragedia e l’attenzione mediatica potessero generare una risposta giudiziaria più severa del dovuto. Un dato è significativo: nella mia esperienza – lavoro da circa 15 anni su questi casi – esiste una proporzione tra numero di migranti e membri dell’equipaggio. Di solito si tratta di due soggetti ogni 70-80 migranti. Qui avevamo circa 180 persone a bordo, quindi il doppio, ma risultano sei responsabili. Questo dato già fa dubitare. C’è poi un altro elemento: la provenienza. I comandanti sono generalmente della stessa area geografica, anche per ragioni linguistiche e di competenze. In questo caso Arslan è pakistano, mentre gli altri erano turchi e siriani. È un’anomalia che il tribunale non ha considerato. I DATI DEL RAPPORTO “DAL MARE AL CARCERE” PARLANO DI 467 ARRESTI NEL 2025 PER FAVOREGGIAMENTO DELL’IMMIGRAZIONE IRREGOLARE E DI 97 PERSONE ARRESTATE APPENA SBARCATE: SIAMO DI FRONTE A UN SISTEMA CHE FINISCE PER CRIMINALIZZARE CHI SI TROVA A BORDO? Purtroppo sì. Non le nascondo che, al di là dell’indirizzo politico e dell’inasprimento delle norme, c’è anche una forte domanda sociale di punizione. L’opinione pubblica vuole vedere una risposta immediata, vuole sapere che ci sono stati arresti. Questo incide anche su tragedie come questa. Ma parliamo di persone che non hanno nulla e che cercano semplicemente di trovare una possibilità di vita. IN CHE CONDIZIONI SI TROVA OGGI KHALID ARSLAN NEL CARCERE DI COSENZA, ANCHE IN VISTA DELL’APPELLO? Lo vedo regolarmente, ogni 15-20 giorni. Sta abbastanza bene, è in salute e in forma. Ovviamente è preoccupato, ma in modo lucido e consapevole. Spera che qualcuno ascolti le sue ragioni e che la situazione possa cambiare con l’appello. 1. Leggi anche: Capitani, criminalizzazioni e contronarrazioni. Questo articolo è stato scritto dall3 attivist3 del nostro progetto militante ‘Dal mare al carcere’ per il primo numero della rivista Controfuoco: Per una critica dell’ordine delle cose  (Melting Pot) ↩︎ 2. Processo naufragio Cutro, giallo sugli atti riservati di Frontex, Il Crotonese (24 marzo 2026) ↩︎
Un’altra ecatombe nel Mediterraneo: quando smetteremo di uccidere?
È un bollettino di guerra quello che quotidianamente viene aggiornato dalle Ong che monitorano le rotte migratorie, raccolgono segnali SOS e operano nel soccorso civile – quando non vengono ostacolate, con le modalità più diverse, dalle autorità degli Stati europei affacciati sul Mediterraneo o dalle guardie costiere dei paesi terzi a cui è affidato il “lavoro sporco” dei respingimenti.  Solo il 1° aprile 2026, almeno tre naufragi in altrettante rotte diverse hanno prodotto un bilancio ancora provvisorio che supera le cinquanta vittime. E si leva, ancora una volta, la denuncia corale delle organizzazioni solidali: «Non sono incidenti, sono il risultato di politiche deliberate». Un’altra giornata terribile che Alarm Phone sintetizza con una domanda rivolta all’Unione europea, ma che in realtà ci interroga tutti: «Fino a quando dovremo assistere a queste atrocità alle frontiere dell’UE?». La prima tragedia della giornata si è consumata nelle acque SAR libiche, circa 85 miglia a sud di Lampedusa e viene ricostruita dall’Ansa: un gommone partito da Abu Kammash, in Libia, con circa 80 persone a bordo era alla deriva nei pressi della piattaforma petrolifera di Bouri. L’imbarcazione era stata avvistata il giorno precedente da un aereo italiano delle capitanerie di porto, che aveva immediatamente trasmesso l’allarme alle autorità libiche, tunisine e maltesi. La risposta era stata univoca: nessuno poteva intervenire. Così, solo il mattino seguente, è salpata da Lampedusa la motovedetta Cp 306. Quando i militari hanno raggiunto il natante – riporta l’agenzia di stampa – si sono trovati di fronte a 19 corpi senza vita, tra cui quello di una donna, mescolati ai superstiti semi-incoscienti e tremanti per il freddo. I 58 sopravvissuti – tra cui 16 donne e 7 minori, di cui 4 non accompagnati – sono stati sbarcati al molo Favaloro. Sette sono stati ricoverati al poliambulatorio dell’isola in stato di ipotermia e intossicazione da fumi di idrocarburi; due, in gravissime condizioni, sono stati trasferiti in ospedali palermitani. Tre persone risultano ancora disperse. Un bambino, invece, di circa un anno è stato salvato ma la madre del piccolo sarebbe l’unica vittima donna recuperata. Le autorità, con l’aiuto di mediatori culturali e personale della Croce Rossa, stanno cercando di confermarne l’identità. Non si era ancora concluso il soccorso al largo di Lampedusa quando Alarm Phone segnalava una seconda emergenza nel Mediterraneo centrale. Alle 11:50 del mattino, l’organizzazione aveva allertato le autorità competenti riguardo a un’imbarcazione con 75 persone a bordo. Quando i soccorsi sono finalmente arrivati, era già troppo tardi per otto di loro, morti prima dell’intervento. Altre undici persone hanno perso la vita prima di raggiungere la terraferma, portando il bilancio di questo solo naufragio a 19 vittime. Alcuni sopravvissuti versano tuttora in condizioni critiche. Il terzo scenario si è consumato al largo di Bodrum, nel sud-ovest della Turchia. Secondo quanto riportato da Alarm Phone e confermato da fonti greche, un’imbarcazione con circa 40 persone a bordo tra cui bambini è affondata in seguito a un inseguimento ad alta velocità da parte della Guardia Costiera turca. Il bilancio provvisorio parla di altre 18 vittime e diversi dispersi; solo 21 le persone tratte in salvo.  Alarm Phone sottolinea come il caso presenti inquietanti analogie con un incidente simile avvenuto al largo di Chio a inizio febbraio, quando un inseguimento della Guardia Costiera ellenica provocò un naufragio costato la vita a 15 persone. «Questi episodi non mostrano solo somiglianze – precisa l’organizzazione– ma rivelano una campagna strategica e violenta contro le persone in movimento, sostenuta e incoraggiata dai politici europei». Notizie/In mare GRECIA. L’ENNESIMA STRAGE: 22 PERSONE MUOIONO DOPO SEI GIORNI IN MARE Criminalizzare chi sopravvive e chi denuncia per coprire le responsabilità del sistema Redazione 30 Marzo 2026 A rendere il quadro ancora più drammatico, Alarm Phone segnala anche la scomparsa di un’imbarcazione con 43 persone partita da Zuwarah, in Libia, il 23 marzo. Le autorità italiane dichiarano di non averne alcuna traccia. «Data la totale mancanza di informazioni temiamo l’ennesimo naufragio invisibile», scrive l’organizzazione.  LE ACCUSE DELLE ONG: «NON SONO TRAGEDIE, SONO SCELTE POLITICHE» Davanti alla costante perdita di vite umane, le organizzazioni solidali presenti sul campo rifiutano la retorica dell’inevitabilità. Sea Watch parla di «ecatombe nel Mediterraneo nel silenzio della politica» e denuncia che almeno 104 persone sono morte negli ultimi tre giorni solo nel Mediterraneo centrale. L’organizzazione sottolinea come molte di loro avrebbero potuto essere salvate con un maggiore e più adeguato dispiegamento di forze nei soccorsi, «al posto di politiche repressive e disumane di abbandono e respingimento in mare e contro il soccorso civile». Notizie/In mare SEA-WATCH 5 FERMATA PER 20 GIORNI E' il quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi Redazione 1 Aprile 2026 Sea Watch chiede una missione di soccorso dedicata e il ripristino della collaborazione tra autorità e navi civili, che la politica ha interrotto «inventandosi leggi persecutorie per bloccare le ONG e tenerle lontano da dove ci sarebbe bisogno di loro». Ricordando la strage durante il ciclone Harry definisce quella di questi giorni «l’ennesima catastrofe», e attacca il governo che «parla di migranti solo per festeggiare un calo degli sbarchi o l’applicazione di norme sempre più disumane». Le condizioni meteo restano pessime, avverte l’organizzazione, e il bilancio potrebbe essere ancora più grave di quanto si immagini. Mediterranea Saving Humans era a Lampedusa con la barca a vela Safira nel momento dello sbarco. La capomissione Sheila Melosu ha testimoniato in diretta l’arrivo dei corpi e dei superstiti, definendo quanto accaduto «l’ennesima strage evitabile». Il comunicato dell’organizzazione afferma che queste morti sono la conseguenza diretta delle politiche italiane ed europee orientate ai respingimenti, alle deportazioni e al finanziamento di milizie come quelle libiche. «Quelli che non muoiono in mare, muoiono di torture o deportazioni in Libia e Tunisia. È questa la realtà tremenda, inaccettabile, e dipende dalle scelte politiche di chi governa, non dal mare». Finché non saranno aperti canali umanitari sicuri e legali, conclude Mediterranea, le persone continueranno a imbarcarsi in qualsiasi condizione pur di fuggire. Per tutte loro, l’organizzazione chiede accoglienza dignitosa, riconoscimento e giustizia. Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope a Lampedusa, usa parole simili: «Queste non sono tragedie, ma il risultato delle politiche di respingimento europee. Chiediamo vie di accesso sicure e legali per entrare in Europa».
Sea-Watch 5 fermata per 20 giorni
La nave di soccorso Sea-Watch 5 è stata fermata lunedì 30 marzo dalle autorità italiane per 20 giorni dopo aver rifiutato di comunicare con il Centro di coordinamento marittimo libico, che opera sotto il comando della cosiddetta Guardia Costiera libica. Ad annunciarlo è la stessa ONG, insieme all’alleanza Justice Fleet, che denuncia come il fermo della nave rappresenti il quarto provvedimento di questo tipo nei confronti di una imbarcazione dell’alleanza dal dicembre 2025. Da allora, le autorità italiane hanno imposto fermi alle navi dell’alleanza per un totale di 115 giorni, con una significativa riduzione delle capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale. Il provvedimento è giunto a seguito dell’ultima missione della Sea-Watch 5: nel corso di due operazioni, la nave aveva soccorso 93 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Le autorità italiane avevano quindi assegnato come porto di sbarco Marina di Carrara, in Toscana, a oltre 1.100 chilometri di distanza. L’equipaggio aveva però deciso di attraccare il 18 marzo nel porto di Trapani, disattendendo le disposizioni ricevute. Inizialmente alla nave era stato impedito di entrare in porto, l’equipaggio aveva dichiarato il 15 marzo lo stato di necessità per garantire cure mediche urgenti alle persone soccorse. Notizie/In mare SEA WATCH 5 APPRODA A TRAPANI PER EMERGENZA SANITARIA CON A BORDO 57 PERSONE La navigazione verso la Toscana era un rischio inaccettabile Redazione 18 Marzo 2026 «La decisione di entrare nel porto più vicino di Trapani – ha scritto Sea-Watch – è stata un atto di disobbedienza contro ordini illegittimi da parte dell’Italia che mettevano in pericolo delle vite e un passo necessario per difendere i diritti fondamentali dei sopravvissuti ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto alla vita e alla protezione da trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Ph: Maria Giorgi – Sea Watch «Fermare le navi di soccorso per aver rifiutato di cooperare con soggetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani non è applicare la legge, ma è ostruzionismo motivato politicamente”, ha affermato Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet. «Assegnando porti lontani e ritardando l’accesso a un porto sicuro, le autorità italiane stanno deliberatamente minando la protezione della vita in mare. Per noi della Justice Fleet, difendere i diritti umani in mare non è facoltativo: è un obbligo legale e morale. Continueremo ad agire di conseguenza». Nonostante le crescenti pressioni, la Justice Fleet rimane impegnata nella difesa dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale. Numerose sentenze dei tribunali italiani hanno del resto ripetutamente confermato l’illegittimità dei fermi imposti alle navi delle ONG, stabilendo che non è possibile esigere il coordinamento con le autorità libiche, alla luce delle ben documentate violazioni dei diritti umani commesse in quel contesto. Proprio nelle ultime settimane, i tribunali di Salerno e Ragusa hanno dato ragione alla Geo Barents e alla Sea-Eye 4, evidenziando l’illegittimità delle sanzioni previste dal decreto Piantedosi e l’ostruzionismo sistematico messo in atto dalle autorità italiane. La lista delle decisioni favorevoli continua ad aumentare e le organizzazioni già annunciano che continueranno a contestare queste misure in sede giudiziaria.
Geo Barents e Sea-Eye 5: altre due vittorie contro il decreto Piantedosi e l’illegittimità delle sanzioni
Altre due vittorie contro il governo Meloni e il decreto Piantedosi nelle aule di tribunale delle ONG impegnate nel soccorso civile. Nel primo caso, il Tribunale di Salerno ha annullato il terzo fermo amministrativo imposto alla Geo Barents, nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere. Nel secondo, il Tribunale di Ragusa ha annullato le sanzioni inflitte alla Sea-Eye 5 dopo un’operazione di soccorso in acque internazionali. Si tratta di un’ennesima conferma, aula per aula, dell’illegittimità delle misure repressive adottate dal governo italiano nei confronti delle navi umanitarie che operano nel Mediterraneo centrale. Entrambe le vittorie hanno visto ASGI impegnata in prima fila nella ricerca di giustizia. IL CASO GEO BARENTS Il fermo della Geo Barents era stato emesso nell’agosto 2024 nell’ambito delle misure previste dal Decreto Piantedosi (D.L. n. 1/2023), che obbliga le navi civili a raggiungere direttamente il porto assegnato dopo ogni salvataggio, vieta i salvataggi multipli senza autorizzazione e prevede sanzioni da 10 a 60 giorni di fermo, fino alla possibile confisca dell’imbarcazione. A settembre 2024 il tribunale ne aveva già disposto la sospensione in via cautelare, su ricorso di MSF. La sentenza positiva del tribunale di Salerno è la terza decisione che ha riguardato la Geo Barents, accertando accertato l’illegittimità delle sanzioni inflitte. Quelle precedenti erano state emesse rispettivamente dal Tribunale di Genova e dalla Corte di Appello di Ancona. Il tribunale campano, come spiega ASGI in una nota, ha fondato la propria decisione su due pilastri. Il primo riguarda l’onere della prova: i giudici hanno stabilito che “i fatti contestati agli odierni ricorrenti sono indimostrati in quanto si basano su e-mail allegate dalla difesa delle amministrazioni convenute che, però, non riportano alcun specifico e concreto elemento volto a suffragare l’addebito formulato con il verbale di accertamento“. In altri termini, è lo Stato a dover provare la violazione, non il contrario. Il secondo principio riguarda il valore giuridico degli ordini impartiti dalla cosiddetta Guardia Costiera libica. Secondo il tribunale, le ingiunzioni di abbandonare la scena del naufragio non possono essere qualificate come legittimo coordinamento delle operazioni di soccorso, bensì come richieste “contrastanti con il carattere assoluto che connota, a livello internazionale, il dovere di soccorso a carico di tutti i comandanti delle navi“. La sentenza richiama esplicitamente la pronuncia della Corte Costituzionale n. 101/2025, ribadendo che non può essere sanzionata l’inosservanza di ordini che portino a violare obblighi di soccorso o a far sbarcare i naufraghi in luoghi non sicuri. Tribunale di Salerno, sentenza n. 1818 del 23 marzo 2026 Le dichiarazioni di MSF Soddisfazione, ma anche amarezza, nelle parole di Juan Matías Gil, capomissione di MSF: «Si tratta di un’altra sentenza che ribadisce il dovere di salvare vite in mare e mette in luce l’ostruzionismo sistematico delle autorità italiane nei confronti delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Eppure, nonostante le ripetute vittorie in tribunale, gli operatori e le operatrici umanitari continuano a subire vessazioni amministrative e a essere criminalizzati, mentre le persone continuano ad annegare a causa delle politiche fallimentari dell’Europa in materia di migrazione e soccorso». MSF è attiva dal 2015 nel Mediterraneo centrale con nove diverse imbarcazioni, avendo salvato complessivamente più di 94.200 persone. Tra giugno 2021 e novembre 2024, la Geo Barents ha soccorso oltre 12.600 persone. Nel dicembre 2024 MSF è stata costretta a sospendere le operazioni della nave, dopo anni di ostruzionismo normativo crescente. Dal novembre 2025 è tornata a operare con Oyvon, una piccola imbarcazione veloce che ha già soccorso 68 persone. IL CASO SEA-EYE 5 Con la sentenza n. 379 del 9 marzo 2026, il Tribunale di Ragusa ha annullato le sanzioni della Prefettura di Ragusa contro la nave Sea-Eye 5, dopo che questa aveva soccorso e tratto in salvo 62 persone in fuga dalla Libia, vittime di un naufragio in acque internazionali nell’area SAR libica. La decisione, spiega ASGI, è particolarmente significativa non solo perché si affianca alle molte altre che hanno ritenuto illegittime sanzioni di questo tipo, ma anche perché interviene a seguito delle ultime modifiche alla normativa in materia, apportate dal D.L. 145/2024, convertito in L. 187/2024, che si innestano su un quadro normativo già modificato dal D.L. 1/2023. Le autorità italiane avevano sanzionato la Sea-Eye 5 perché il comandante aveva classificato tutti i naufraghi come persone “vulnerabili”, per le quali era necessario uno sbarco nel più breve tempo possibile nel porto di Pozzallo. A fronte di tale valutazione, il MRCC italiano pretendeva dal comandante una distinzione tra casi ritenuti vulnerabili – da fare sbarcare a Pozzallo – e casi ritenuti non vulnerabili – da trasportare fino al molto più lontano porto di Taranto. Una scelta che il comandante ha ritenuto concretamente impossibile da effettuare senza mettere a rischio i diritti e la sicurezza delle persone a bordo. Il tribunale ha stabilito che la scelta del comandante, anche quando contraria alle indicazioni dell’autorità competente, non può essere di per sé sanzionata: farlo «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave – l’unico ad avere esperienza diretta e ravvicinata della complessiva situazione di bordo – non avrebbe la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione, e che, nell’ambito dell’attività di coordinamento, lo stesso sarebbe costretto ad eseguire passivamente le indicazioni ricevute, senza la possibilità di un dialogo in contraddittorio che gli consentirebbe di condurre a termine le operazioni di salvataggio in sicurezza». La pronuncia si allinea alla Regola 34/Cap. V della Convenzione SOLAS, secondo la quale nessuno può ostacolare o limitare il comandante dal prendere qualsiasi decisione che, secondo il suo giudizio professionale, sia necessaria per la sicurezza della vita in mare. La valutazione del comandante della Sea-Eye 5 deve pertanto ritenersi legittima, sino a quando non sia dimostrato che tale decisione sia palesemente arbitraria. Tribunale di Ragusa, sentenza n. 79 del 9 marzo 2026 UN QUADRO GIURISPRUDENZIALE ORMAI CONSOLIDATO Le sentenze di Salerno e Ragusa si inseriscono in un quadro giurisprudenziale ormai consolidato – che include, tra le altre, quella della Corte d’Appello di Catanzaro sulla Humanity 1 – e che continua a smentire sistematicamente le misure repressive del governo italiano contro le navi umanitarie. L’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), nel commentare le sentenze, sottolinea come la legislazione italiana in materia determini un’evidente criminalizzazione delle attività solidaristiche portate avanti da imbarcazioni private, in contrasto con le norme sovranazionali in tema di libertà di navigazione e obblighi di soccorso in mare, e ne chiede l’abrogazione immediata, valorizzando invece il contributo che la flotta civile offre al sistema globale di ricerca e soccorso.
Lottare per la libertà: sette ore per sette anni
Quando il 28 marzo 2019 Abdalla, Amara e Kader sono arrivati sull’isola di Malta avevano solo 15, 16 e 19 anni. Sono passati sette lunghi anni – 2.555 interminabili giorni – da quando sono stati accusati ingiustamente di diversi reati, tra cui atti di terrorismo, minacce all’equipaggio e dirottamento di una nave. Accuse che potrebbero comportare l’ergastolo. Al fianco di Abdalla, Amara e Kader, un’ampia rete di organizzazioni locali e internazionali si è mobilitata fin da subito contro questa profonda ingiustizia, chiedendo il ritiro di tutte le accuse e la libertà dei tre giovani. Iniziative pubbliche, presidi informativi e mobilitazioni durante le udienze hanno segnato questi anni. L’ultima si è svolta sabato 28 marzo, in occasione dell’anniversario del loro arresto: sette ore in Piazza della Valletta per raccontare sette anni di attesa, ingiustizia e resistenza 1. Arrestati al loro arrivo, sono rimasti in detenzione per quasi otto mesi, per poi essere rilasciati su cauzione nel novembre 2019. A quel tempo, due di loro erano minorenni. Da allora, sono obbligati a presentarsi regolarmente alla polizia, mentre il processo continua a trascinarsi senza una conclusione, un vero e proprio accanimento della Procura maltese, caratterizzato da gravi ritardi. Notizie IL PROCESSO AI 3 DI EL HIBLU: UNA SCANDALOSA INGIUSTIZIA CHE DEVE FINIRE Tutte le accuse devono cadere. Free the El Hiblu 3! Redazione 27 Settembre 2023 Fumetto di The Fake Pan commissionato da Amnesty International in occasione del lancio della campagna di lettere “write4rights” nel 2020 Abdalla, Amara e Kader, originari della Costa d’Avorio e della Guinea, erano partiti dalla Libia a bordo di un gommone insieme ad altre 108 persone. Soccorsi al largo delle coste libiche dalla nave mercantile El Hiblu 1, di proprietà turca battente bandiera di Palau, si trovano presto al centro di una nuova emergenza: la Missione Sophia 2 coordina le operazioni e da istruzione al comandante di andare a Tripoli. A bordo cresce rapidamente la tensione, si diffonde il panico e la protesta, legata al rischio concreto di un respingimento illegale. In quel contesto, i tre giovani svolgono un ruolo cruciale come mediatori e traduttori tra equipaggio e persone soccorse, contribuendo a evitare un’escalation e – come sottolinea la Coalizione per gli El Hiblu 3 – dimostrando “coraggio nel prevenire un respingimento illegale verso la Libia” 3. > Le persone piangevano e gridavano “Non vogliamo tornare in Libia!”, > “Preferiamo morire”. Il caso degli El Hiblu 3 esemplifica i tentativi sistematici dell’Europa di criminalizzare le persone in movimento. La giornata del 28 marzo ha segnato simbolicamente i 2.555 giorni dalla loro incriminazione. Un tempo sospeso che i partecipanti al presidio hanno voluto rendere visibile. Dopo la conferenza stampa della mattina 4, ogni ora 5 è stato dedicata a un tema specifico: dalla criminalizzazione delle persone migranti ai respingimenti nel Mediterraneo centrale, dalle politiche di esternalizzazione dell’Unione Europea agli accordi con Libia e Tunisia, fino alle espulsioni e alle campagne contro il razzismo e l’esclusione sociale. Ampio spazio è stato dato anche al racconto delle pratiche di resistenza: il lavoro della flotta civile impegnata nei soccorsi in mare, le reti transnazionali di solidarietà, le mobilitazioni che attraversano i confini europei opponendosi al regime di frontiera. Secondo Ċetta Mainwaring della Coalizione per gli El Hiblu 3, Abdalla, Amara e Kader sono veri difensori dei diritti umani, che hanno agito per impedire un respingimento illegale verso la Libia. “Sono oltre 2.556 giorni che vivono in un limbo legale – anni che hanno sottratto loro l’adolescenza e il futuro”, ha sottolineato. Vicki-Ann Cremona, presidente dell’ONG Repubblika, ha aggiunto che sette anni di incertezza e di attesa processuale non possono considerarsi neutrali: un ritardo di questa portata costituisce, di fatto, un’ingiustizia 6. Il presidio si è concluso con un appello chiaro e condiviso: il ritiro immediato delle accuse e la liberazione degli El Hiblu 3. Una richiesta che si rinnova con forza, mentre cresce la consapevolezza che il loro caso rappresenta molto più di una vicenda giudiziaria individuale. È il simbolo di un sistema che criminalizza la mobilità, punisce la solidarietà e trasforma i sopravvissuti in imputati. Sette ore per sette anni, dunque. Ma anche sette ore per ribadire che la lotta continua, e che la solidarietà non si arresta. > Free El Hiblu 3! 1. Qui la convocazione dell’iniziativa e il programma ↩︎ 2. EUNAVFOR MED Operation Sophia si è conclusa il 31 marzo 2020 ↩︎ 3. La Coalizione per gli El Hiblu 3, una rete di individui e gruppi a Malta e oltre, si mobilita a sostegno di Abdalla, Amara e Kader, lavorando al loro fianco per difendere il loro diritto alla giustizia e alla libertà ↩︎ 4. con Ċetta Mainwaring (Coalizione per gli El Hiblu 3); Vicki-Ann Cremona (Repubblika); Regine Nguini (African Media Association Malta); Katrine Camilleri (Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati di Malta); David Yambio (Rifugiati in Libia) ↩︎ 5. Sulla pagina Facebook della Coalizione alcuni video del presidio ↩︎ 6. Activists mark seven years since start of El Hiblu 3 legal nightmare, Times of Malta (28 marzo 2026); Coalition renews call to drop El Hiblu 3 charges on seventh anniversary of arrests, Malta Today (28 marzo 2026) ↩︎