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Il “progetto di legge sull’antisemitismo” in Italia fa temere una repressione della solidarietà con la Palestina
di Redazione Palestine Chronicle,  Palestine Chronicle, 5 settembre 2026.   La proposta di legge italiana sull’antisemitismo potrebbe limitare le critiche a Israele, suscitando allarmi riguardo alla difesa della causa palestinese e una protesta nazionale a Roma La mobilitazione in Italia continua. (Foto: GIP, per gentile concessione). Il Parlamento Italiano si appresta a riprendere l’esame di un controverso disegno di legge sull’antisemitismo che, secondo gruppi per i diritti umani, giornalisti, accademici e organizzazioni di solidarietà con la Palestina, potrebbe limitare gravemente le critiche a Israele. Il provvedimento è comunemente noto come DDL 1004, la sua denominazione originale al Senato italiano. DDL è l’abbreviazione di «disegno di legge». Dopo essere stato approvato dal Senato il 4 marzo 2026, il disegno di legge è passato alla Camera dei Deputati, dove ora è formalmente designato come C.2830. La Commissione Affari Costituzionali della Camera riprenderà l’esame del disegno di legge il 9 settembre alle 14:30, con votazioni previste, secondo ilcalendario parlamentare ufficiale. Il disegno di legge ha spinto più di 100 organizzazioni a indire una manifestazione nazionale di protesta davanti al Parlamento Italiano lo stesso giorno. I critici sostengono che lo scopo dichiarato del disegno di legge, ovvero la lotta all’antisemitismo, nasconda un tentativo più ampio di confondere la distinzione tra l’odio verso il popolo ebraico e l’opposizione politica al sionismo, all’occupazione israeliana e alle sue azioni contro il popolo palestinese. Cosa prevede il DDL 1004? Il disegno di legge applica la definizione operativa di antisemitismo adottata nel 2016 dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), comunemente nota come definizione IHRA. L’IHRA descrive l’antisemitismo come «una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei». Tale definizione è accompagnata da 11 esempi illustrativi. Sette riguardano Israele, comprese accuse che potrebbero includere la negazione del diritto all’autodeterminazione rivendicato da Israele, la descrizione della fondazione di Israele come un’impresa razzista o l’applicazione a Israele di standard che non vengono richiesti ad altri stati. Il testo dell’IHRA afferma che le critiche a Israele paragonabili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite. Gli oppositori sostengono, tuttavia, che i suoi esempi relativi a Israele creino un’ambiguità sufficiente da consentire alle istituzioni di qualificare come antisemitismo il discorso antisionista, il sostegno ai diritti dei palestinesi o la condanna delle politiche israeliane. Il disegno di legge italiano contiene formulazioni che tutelano formalmente la libertà di critica politica, di espressione, di riunione e di associazione. I critici sostengono che tale salvaguardia sia compromessa dall’ampiezza della definizione e dai meccanismi attraverso i quali verrebbe attuata. La misura richiederebbe al governo italiano di adottare ogni tre anni una strategia nazionale contro l’antisemitismo, sulla base di una proposta elaborata da un coordinatore nazionale nominato dal primo ministro. I suoi ambiti di intervento si estenderebbero ben oltre il perseguimento di atti violenti o esplicitamente discriminatori. La strategia includerebbe il monitoraggio di presunti episodi antisemiti attraverso una banca dati nazionale della polizia, misure mirate alla comunicazione online, formazione per insegnanti, agenti di polizia, personale militare, magistrati e funzionari prefettizi, campagne di informazione pubblica e iniziative all’interno di organizzazioni sportive e culturali. Le scuole sarebbero tenute ad attuare misure educative e di monitoraggio, mentre le università sarebbero incoraggiate a condurre ricerche e seminari, a monitorare presunti episodi antisemiti e a nominare figure interne responsabili di vigilare sul rispetto della strategia nazionale. La legge stabilirebbe quindi un quadro in grado di influenzare le attività di polizia, l’istruzione, la ricerca accademica, il giornalismo, le trasmissioni radiotelevisive, le piattaforme online e il dibattito pubblico. Da una definizione operativa a una legge vincolante Intervenendo durante una discussione su Dignità TV dedicata alla legislazione, l’esperta di diritto internazionale Michela Arricale ha avvertito che il disegno di legge trasformerebbe una definizione operativa formalmente non vincolante in una norma con conseguenze giuridiche e istituzionali. «Questa legge ha uno scopo ed è vincolante», ha affermato Arricale. «Le leggi sono vincolanti. Non esiste una legge non vincolante». «Se la approveranno, ci saranno delle conseguenze», ha proseguito. «Ogni volta che verrà utilizzato il termine “antisemitismo”, dovrà essere interpretato secondo questa definizione». Arricale ha sostenuto che il quadro normativo proposto potrebbe creare un sistema in cui la critica al governo italiano rimarrebbe legittima, mentre una critica analoga al governo israeliano potrebbe essere trattata come espressione di odio razziale o religioso. «In Italia sarà possibile criticare legittimamente il governo italiano, ma potrebbe non essere più possibile fare lo stesso con il governo israeliano», ha affermato. «Se si critica quel governo, lo si definisce genocida o si dicono le cose che normalmente diciamo ogni giorno, si potrebbe essere accusati di incitamento all’odio o di reati d’odio aggravati dall’antisemitismo». Il disegno di legge approvato dal Senato ha riunito diverse proposte legislative provenienti sia dalla coalizione di destra al governo in Italia sia da settori dell’opposizione parlamentare. Arricale ha sottolineato che la resistenza alla misura dovrebbe quindi rivolgersi non solo al governo, ma anche ai politici di centro-sinistra che l’hanno sostenuta o hanno trattato la questione come un problema di coscienza individuale. «Non si tratta di una questione etica su cui i partiti possano semplicemente consentire un voto libero», ha affermato. «Si tratta di una questione di diritti e di libertà di espressione. Queste sono necessità democratiche». Preoccupazioni di natura costituzionale Arricale ha affermato che il disegno di legge solleva possibili preoccupazioni di natura costituzionale, in particolare per quanto riguarda la libertà di critica politica. Ricorrere alla Corte Costituzionale Italiana contro la legge, tuttavia, non ne impedirebbe necessariamente gli effetti negativi. I cittadini comuni non possono chiedere direttamente alla Corte di riesaminare una legge semplicemente perché la ritengono incostituzionale. La questione dovrebbe generalmente emergere nel corso di un vero e proprio procedimento giudiziario, dopo che la legge è già stata applicata. «Noi cittadini non possiamo semplicemente portare la legge davanti alla Corte Costituzionale», ha spiegato Arricale. «Dovremmo aspettare che produca effetti contro qualcuno, che qualcuno venga rinviato a giudizio e che poi la questione costituzionale venga sollevata nell’ambito di quel procedimento». Durante quel periodo, ha avvertito, la normativa potrebbe incoraggiare sia la repressione diretta sia un’autocensura diffusa. «Se venisse approvata, segnerebbe una linea di demarcazione tra un prima e un dopo per la nostra libertà di movimento e la nostra capacità politica di agire come oppositori di questo governo e dello Stato di Israele», ha affermato Arricale. La «strumentalizzazione» dell’antisemitismo Romana Rubeo, caporedattrice di The Palestine Chronicle e co-editrice di Gaza Rising, ha collegato il disegno di legge italiano a più ampi sforzi internazionali volti a utilizzare le accuse di antisemitismo contro i movimenti di solidarietà con la Palestina. Ha ricordato che Kenneth Stern, il principale redattore di una versione precedente della definizione operativa, si è opposto lui stesso al suo utilizzo come codice legale o di condotta per la libertà di espressione nei campus universitari. «Il principale redattore di questa definizione operativa, Kenneth Stern, ha contestato ciò che lui stesso definisce la sua “strumentalizzazione” – la sua trasformazione in un’arma», ha affermato Rubeo.  Stern ha scritto pubblicamente che la definizione era stata originariamente sviluppata per assistere i responsabili della raccolta dati europei, non per reprimere il discorso politico. In seguito ha avvertito che trasformarla in un codice contro l’incitamento all’odio avrebbe minacciato la libertà accademica e la difesa della causa palestinese. Rubeo ha affermato che i governi occidentali stanno partecipando proprio al processo contro cui Stern aveva messo in guardia. «I governi occidentali stanno diventando complici nell’uso della definizione di antisemitismo, e della sua confusione con l’antisionismo, come arma», ha detto. L’antisemitismo deve essere affrontato come una forma di razzismo, hanno sostenuto Rubeo e Arricale. La loro preoccupazione è che estenderne il significato fino a includere la critica politica a uno stato indebolisca tale lotta, fornendo al contempo a Israele una protezione dalla responsabilità. Boicottaggi e critiche agli insediamenti illegali Le potenziali conseguenze si estendono alle campagne a sostegno dei Boicottaggi, del Disinvestimento e delle Sanzioni contro Israele, comunemente note come BDS. La definizione dell’IHRA si riferisce non solo agli attacchi contro il popolo ebraico, ma anche alle sue proprietà e alle istituzioni della comunità. Gli oppositori temono che questa formulazione, unita agli esempi relativi a Israele, possa essere utilizzata per contestare i boicottaggi di aziende, istituzioni o beni israeliani prodotti negli insediamenti illegali. Rubeo ha osservato che gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata sono riconosciuti come illegali dal diritto internazionale. Ciononostante, ha avvertito, le campagne contro i prodotti degli insediamenti o gli appelli al boicottaggio istituzionale potrebbero essere reinterpretati come attacchi discriminatori. «Anche quelle azioni potrebbero essere dichiarate illegali», ha affermato Rubeo, riferendosi alle restrizioni sui beni provenienti dagli insediamenti e alle campagne di boicottaggio individuali. «Ciò potrebbe avere ripercussioni sugli stati che adottano misure quali i divieti di importazione, ma anche sui singoli individui che decidono di boicottare o promuovere campagne di boicottaggio». Secondo Rubeo, la questione più profonda riguarda il diritto dei palestinesi di descrivere la propria storia e la realtà che vivono utilizzando il proprio linguaggio politico. «Ai palestinesi è già stato negato il diritto di esprimere a parole ciò che stanno vivendo», ha affermato. «Dal 1948 non è stato loro permesso nemmeno di dire di essere stati sottoposti a oppressione, che la Nakba ha avuto luogo, che ci sono state una catastrofe e una pulizia etnica, perché l’accusa di antisemitismo è sempre stata avanzata per mettere a tacere la loro versione dei fatti». «Di conseguenza, le università, i giornalisti e gli attivisti avranno sempre meno libertà di espressione», ha aggiunto Rubeo. «Ma soprattutto, ai palestinesi, che hanno già perso così tanto, potrebbe essere impedito persino di descrivere a parole la loro tragedia». Paura nelle scuole e nelle università La portata della proposta di legge nel campo dell’istruzione ha suscitato particolare preoccupazione. La normativa prevede programmi di formazione, iniziative educative e meccanismi di monitoraggio nelle scuole. Le università sarebbero tenute ad adottare misure per prevenire e monitorare l’antisemitismo e potrebbero designare funzionari interni per supervisionarne l’attuazione. Rubeo ha affermato che nelle scuole italiane sono già visibili segni di censura preventiva. «Nel corso degli anni sono stata invitata da insegnanti e presidi particolarmente sensibili alla causa palestinese», ha detto. «Ora mi dicono: “Vorremmo invitarti, soprattutto in questo momento, ma stanno circolando circolari che ci invitano a stare attenti”». «Questa autocensura esiste già», ha proseguito Rubeo. «Immaginate cosa potrebbe accadere se le venisse fornito uno strumento giuridico». Ha inoltre descritto come la paura delle conseguenze legali possa dissuadere i giovani dal partecipare a manifestazioni o dall’esprimere solidarietà ai palestinesi. «Immaginate uno studente italiano di 19 anni che partecipa a una manifestazione perché ritiene che sia suo dovere morale in un momento storico come questo, e poi riceve a casa una denuncia, una causa o qualche altra azione legale», ha detto Rubeo. «Anche se prima non ci fosse stata autocensura, la paura interverrebbe e gli impedirebbe di esprimere la sua umanità attraverso i mezzi che aveva utilizzato fino a quel momento. Si tratta di un’operazione estremamente pericolosa». Minaccia al giornalismo indipendente Il disegno di legge potrebbe anche influire sul modo in cui i giornalisti italiani e le testate indipendenti trattano le notizie su Israele e la Palestina. Rubeo ha citato l’esperienza del Palestine Chronicle negli Stati Uniti, dove la testata è stata oggetto di un’azione legale che tentava di equiparare il suo lavoro giornalistico al sostegno al terrorismo. «Siamo stati accusati di sostegno materiale al terrorismo attraverso questa sovrapposizione di categorie e questa confusione legislativa», ha affermato. «L’argomentazione era che se pubblicavi un articolo e pagavi un giornalista a Gaza che qualcuno riteneva, senza prove, potesse essere coinvolto in qualcosa, allora stavi sostenendo il terrorismo». Anche quando tali accuse non sfociano in una condanna, ha spiegato Rubeo, il costo della difesa contro attacchi legali ben finanziati può distruggere una piccola testata. «Il rischio per le testate indipendenti è semplicemente la morte, la soppressione», ha affermato. «Senza una protezione sufficientemente forte, le testate indipendenti crollerebbero. La narrazione palestinese, che ha svolto un ruolo molto importante nello sviluppo di una coscienza critica, andrebbe incontro a una battuta d’arresto estremamente pericolosa». Manifestazione del 9 settembre a Montecitorio Oltre 100 organizzazioni hanno indetto una manifestazione nazionale contro la legge per mercoledì 9 settembre. La manifestazione avrà inizio alle ore 13:00 in Piazza Capranica, nei pressi del Parlamento Italiano a Roma, in vista della seduta della Commissione per gli Affari Costituzionali. Tra i promotori figurano Amnesty International Italia, la Federazione Italiana della Stampa, l’ARCI, Articolo 21, BDS Italia, i sindacati, le associazioni di giornalisti, le organizzazioni palestinesi, i gruppi ebraici antisionisti e le reti che rappresentano docenti, personale universitario e ricercatori. Gli organizzatori hanno descritto l’evento come una «maratona di protesta» a difesa della libertà di espressione, della libertà accademica, della libertà di stampa e della solidarietà con il popolo palestinese. Sostengono che l’opposizione al disegno di legge non sminuisca l’importanza della lotta contro il vero antisemitismo. Al contrario, affermano, l’antisemitismo deve essere contrastato senza trasformare la critica all’occupazione israeliana, all’apartheid, al colonialismo e al genocidio in una forma di espressione punibile o istituzionalmente sospetta. «Non è solo il movimento di solidarietà a essere in gioco», hanno sottolineato i partecipanti al termine del dibattito su Dignità TV. «Ciò che è in gioco è il modo in cui una democrazia definisce i confini del dissenso». https://www.palestinechronicle.com/italys-antisemitism-bill-raises-fears-of-crackdown-on-palestine-solidarity Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 6, 2026
Assopace Palestina
Presidio-maratona contro il DDL Antisemitismo: la solidarietà e il dissenso non si processano
Mercoledì 9 settembre, alle ore 13:00, in Piazza Capranica, a Montecitorio, numerose realtà promotrici daranno vita a una mobilitazione nazionale contro l’approvazione del cosiddetto “DDL Antisemitismo”  La mobilitazione nasce dalla necessità di contrastare un provvedimento che, attraverso l’adozione della definizione IHRA, rischia di produrre un grave restringimento degli spazi di libertà politica, culturale e accademica, colpendo la possibilità di esprimere posizioni critiche nei confronti di Israele e delle sue politiche e delle sue responsabilità nei confronti del popolo palestinese. Riteniamo inaccettabile che la denuncia dell’occupazione dei territori palestinesi, dell’apartheid, delle violazioni dei diritti umani e del genocidio in corso a Gaza possa essere ricondotta automaticamente all’antisemitismo. La critica politica a uno Stato, alle sue istituzioni, alle sue politiche e alla sua condotta militare deve rimanere pienamente legittima all’interno di una società democratica. La lotta contro l’antisemitismo è una responsabilità imprescindibile e non può essere indebolita da un uso strumentale della sua definizione. mobilitazione nasce dalla necessità di contrastare un provvedimento che, attraverso l’adozione della definizione IHRA, rischia di produrre un grave restringimento degli spazi di libertà politica, culturale e accademica, colpendo la possibilità di esprimere posizioni critiche nei confronti di Israele e delle sue politiche e delle sue responsabilità nei confronti del popolo palestinese. Riteniamo inaccettabile che la denuncia dell’occupazione dei territori palestinesi, dell’apartheid, delle violazioni dei diritti umani e del genocidio in corso a Gaza possa essere ricondotta automaticamente all’antisemitismo. La critica politica a uno Stato, alle sue istituzioni, alle sue politiche e alla sua condotta militare deve rimanere pienamente legittima all’interno di una società democratica.
September 6, 2026
Assopace Palestina
Campagna per una Difesa Civile, Non Armata e Nonviolenta
Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile, Non Armata e Nonviolenta Descrizione iniziativa (Id iniziativa: 6100008) La proposta che avanziamo mira a trovare uno spazio istituzionale per una forma di Difesa, prevista già dal nostro ordinamento legislativo, che non sia quella legata alle Forze Armate e allo strumento militare. Se il percorso della Legge di iniziativa popolare arriverà a compimento daremo finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra e che già oggi è previsto dalla legge e confermato dalla Corte Costituzionale: la possibilità di assolvere all’obbligo costituzionale dell’articolo 52 con una struttura di Difesa civile alternativa a quella prettamente militare, finanziata direttamente dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi. Il Dipartimento, collocato presso la Presidenza del Consiglio, andrà a coordinare i Corpi Civili di Pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, operando in sinergia con protezione civile e servizio civile universale. Il finanziamento avverrà anche tramite un Fondo Nazionale, alimentato dalla Legge di Bilancio e dalla facoltà dei contribuenti di destinare il 6 per mille dell’IRPEF senza oneri aggiuntivi. In un momento in cui il dibattito pubblico europeo sembra aver capitolato all’equazione “più sicurezza = più armi” questa proposta afferma con chiarezza l’opposto: la vera sicurezza si costruisce con prevenzione dei conflitti, mediazione, coesione sociale e cooperazione internazionale. Articolo 1 – Difesa civile, non armata e nonviolenta In attuazione degli articoli 2, 11 e 52 della Costituzione, è riconosciuta, quale componente del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, la difesa civile, non armata e nonviolenta, intesa come insieme di strumenti e attività di prevenzione, protezione e gestione non armata dei conflitti, complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche. È istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, al quale sono attribuite funzioni di indirizzo, coordinamento e attuazione delle politiche in materia. Presso il Dipartimento operano: * i Corpi civili di Pace, inseriti nell’ambito del Servizio Civile Universale e destinati a interventi di prevenzione dei conflitti, mediazione e assistenza nelle aree di crisi, in Italia e all’estero, secondo quanto previsto dalla normativa vigente; * l’Istituto di Ricerca per la Pace e il Disarmo, quale ente di supporto scientifico e formativo del Dipartimento, la cui organizzazione e disciplina sono definite con successivi provvedimenti nel rispetto dei principi della presente legge. Il Dipartimento assicura il coordinamento e la collaborazione, nel rispetto delle rispettive competenze, con: * il Dipartimento della Protezione Civile, di cui al decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1; * il Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile del Ministero dell’interno; * le strutture competenti in materia di Servizio Civile Universale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. È istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Consiglio Nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta, con funzioni consultive e di raccordo interistituzionale, la cui composizione e modalità di funzionamento sono definite con regolamento. Il Dipartimento svolge, in particolare, le seguenti funzioni: * promuovere la tutela dei diritti fondamentali e il rafforzamento delle istituzioni democratiche attraverso strumenti civili di prevenzione e gestione delle crisi; * predisporre e aggiornare i programmi nazionali di difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone l’attuazione e la formazione del personale e della popolazione; * svolgere attività di studio e ricerca in materia di pace, disarmo, riconversione a fini civili delle produzioni connesse al settore della difesa, nonché elaborare modelli e linee guida per l’integrazione tra difesa civile e altre politiche pubbliche; * favorire iniziative di prevenzione dei conflitti, riconciliazione, mediazione, promozione dei diritti umani, educazione alla pace e cooperazione internazionale, con particolare riferimento alle aree di crisi; * organizzare e coordinare le strutture della difesa civile, non armata e nonviolenta e l’impiego del personale ad esse assegnato; * concorrere, in coordinamento con le amministrazioni competenti, alla protezione della popolazione e del territorio dalle calamità naturali e dagli eventi connessi a situazioni di rischio. Le attività, l’organizzazione e il funzionamento del Dipartimento e delle sue articolazioni sono disciplinati con regolamento, da adottarsi ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con i Ministri dell’interno, della difesa e degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Articolo 2 – Fondo Nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta È istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Fondo Nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta, destinato al finanziamento delle attività e delle strutture del Dipartimento di cui all’articolo 1, nonché dei programmi e degli interventi ad esso riconducibili. La dotazione finanziaria del Fondo è determinata annualmente dalla legge di bilancio, assicurando la necessaria continuità pluriennale delle risorse. Una quota delle medesime risorse, nei limiti stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, è destinata alle spese di funzionamento del Dipartimento. Il Fondo è alimentato, oltre che dagli stanziamenti a carico del bilancio dello Stato, anche dalle risorse derivanti dalle disposizioni di cui all’articolo 3 e da eventuali ulteriori contributi, comunque destinati per legge alle finalità della presente legge. Le modalità di gestione, utilizzo e rendicontazione delle risorse del Fondo sono definite con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, nel rispetto dei principi di trasparenza, pubblicità e separazione tra spese di funzionamento e spese per interventi. Il Presidente del Consiglio dei Ministri presenta annualmente al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione degli interventi finanziati dal Fondo e sui relativi risultati. Articolo 3 – Scelta di destinazione di una quota dell’imposta sul reddito delle persone fisiche A decorrere dall’anno d’imposta successivo all’entrata in vigore della presente legge, è riconosciuta ai contribuenti la facoltà di destinare una quota pari al sei per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, dovuta e liquidata dall’amministrazione finanziaria, al Fondo Nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta di cui all’articolo 2. La destinazione della quota non determina maggiori oneri a carico del contribuente né modifica l’ammontare complessivo dell’imposta dovuta. L’esercizio dell’opzione di cui al comma 1 avviene in sede di dichiarazione annuale dei redditi, mediante apposita scelta effettuata dal contribuente. Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da adottarsi entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite le modalità applicative, nonché gli adeguamenti della modulistica e delle procedure di liquidazione. Le risorse derivanti dall’esercizio dell’opzione sono versate al Fondo nazionale per la difesa civile, non armata e nonviolenta e sono destinate, nell’ambito del medesimo, al finanziamento delle attività e dei programmi di cui alla presente legge. Il Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il Ministro dell’economia e delle finanze, presenta annualmente al Parlamento una relazione sull’entità delle risorse derivanti dall’opzione fiscale di cui al presente articolo e sulle relative modalità di impiego. Articolo 4 – Copertura finanziaria Agli oneri derivanti dall’attuazione della presente legge si provvede mediante corrispondente riduzione degli stanziamenti iscritti, ai fini del bilancio triennale, nello stato di previsione della spesa del Ministero dell’economia e delle finanze, come determinati annualmente dalla legge di bilancio, anche attraverso misure di razionalizzazione e revisione della spesa. Le minori entrate derivanti dall’esercizio dell’opzione fiscale di cui all’articolo 3 sono compensate nell’ambito del quadro di finanza pubblica, secondo quanto previsto dalla legge di bilancio e dalle connesse disposizioni di attuazione. Il Ministero dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio. Articolo 5 – Entrata in vigore La presente legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. Approfondimenti Per ulteriori approfondimenti sull’iniziativa proposta si può consultare il sito informativo:  https://www.difesacivilenonviolenta.org. Firmatari ad oggi: 28.170 su 50.000 (56%) necessari per raggiungere il quorum. Inizio del periodo di raccolta firme on line: 18/03/2026 Fine del periodo di raccolta firme: metà settembre!
September 6, 2026
Assopace Palestina
Nell’ospedale di Beirut che cura i bambini feriti dalle bombe di Israele
di Filippo Zingone,  Il Manifesto, 4 settembre 2026.   Ghassan Abu Sittah: «L’OMS non sa chi, tra i 6mila pazienti di Gaza in lista, uscirà e quando. Il problema sono i documenti: le esplosioni hanno distrutto anche passaporti e certificati». L’ospedale Geitaoui di Beirut. Foto Ansa Beirut – Nel quartiere di Hamra, non distante dal lungomare, si trova il centro medico dell’American University of Beirut. Corridoi scintillanti, giovani medici e decine di persone che entrano ed escono dalla porta a vetri. Al quarto piano c’è il programma di Medicina dei Conflitti. In un piccolo ufficio con una stanza per le visite incontriamo il direttore, Ghassan Abu Sittah, chirurgo esperto in ricostruzione craniofacciale e post-trauma. Dopo aver assistito in prima persona alla devastazione del sistema sanitario di Gaza, nel gennaio 2024 il dottore palestinese fonda il Ghassan Abu Sittah Children’s Fund, con l’obiettivo di portare in Libano i bambini che nella Striscia non possono più essere curati e seguirli per tutto il percorso di ricostruzione, chirurgica e umana. Nel piccolo ufficio viene accolta la delegazione «Occhi in Libano», promossa da AVS e Assopace Palestina, con la presenza dell’ex vicepresidente del parlamento europeo Luisa Morgantini e dell’europarlamentare Benedetta Scuderi. IL PROBLEMA PRINCIPALE che i piccoli pazienti incontrano è riuscire a lasciare Gaza. «L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il ministero della salute non sanno chi, tra i seimila pazienti in lista, uscirà e quando», ci racconta Abu Sittah. Il vero collo di bottiglia non sono i visti libanesi, «quelli li otteniamo in cinque giorni grazie alla collaborazione del governo», ma i documenti palestinesi. «Molti bambini sono stati feriti dentro casa, le esplosioni hanno distrutto anche passaporti e certificati» e per rifarli bisogna passare da Ramallah: quattro-sei settimane di attesa. Un tempo che, per una ferita di guerra, può fare la differenza tra ricostruzione possibile e disabilità permanente. Le visite non si fermano, «ne facciamo almeno venti al giorno». Entra un bambino di cinque anni accompagnato dalla prozia: tutta la sua famiglia è morta sotto i bombardamenti nel sud del Libano. Ha profonde cicatrici sulla testa e il braccio destro non è più carne ma plastica. Perché, oltre ai 70 bambini palestinesi, ricoverati nel reparto di Abu Sittah ci sono anche molti piccoli pazienti libanesi. ACWA (Assistance & Care for War-Wounded and Affected Children), nato nel marzo 2025, è il programma con cui il Ministero della salute libanese, UNICEF, INARA – International Network for Aid, Relief & Assistance e il Ghassan Abu Sittah Children’s Fund hanno ampliato l’iniziativa pensata per i bambini di Gaza in una rete nazionale di presa in carico dei minori feriti dalla guerra: chirurgia ricostruttiva, riabilitazione, sostegno psicologico e accompagnamento sociale. «DEI 1.400 FERITI libanesi della guerra del 2024 ce ne sono ancora 220 in trattamento; degli 800 feriti della guerra iniziata con l’attacco americano in Iran ne stiamo curando circa 90». Il bambino continua a giocare con quella mano artificiale come se fosse la cosa più naturale del mondo, mentre il medico spiega che prova dolore: l’osso cresce e la protesi diventa sempre più stretta. Abu Sittah scherza con i giovanissimi pazienti che continuano a entrare nello studio. Una bambina di sei anni arriva in sedia a rotelle accompagnata dalla zia: è gazawi, ha perso la madre e il padre non è riuscito a uscire dalla Striscia. Le sono state amputate entrambe le gambe. Poco dopo fanno capolino due ragazzi di 15 e 16 anni con il volto sfigurato. Abu Sittah spiega che sono rimasti feriti nell’attacco israeliano del settembre 2024 condotto con l’esplosione dei cercapersone utilizzati da uomini legati a Hezbollah. Le detonazioni hanno colpito anche i civili, «più di cinquanta giovani sono in cura qui per quell’attacco e ne abbiamo ricevuti oltre settanta durante il cosiddetto cessate il fuoco». La guerra, però, non finisce con la dimissione. Molti bambini devono affrontare anni di interventi ricostruttivi. Quando possono lasciare il Libano vengono trasferiti temporaneamente in Egitto, dove il Palestine Children’s Relief Fund garantisce alloggi, fisioterapia e assistenza. Se serve un nuovo intervento tornano a Beirut. «Non li lasciamo all’aeroporto. Ogni paziente ha un assistente sociale che conosce la sua storia medica e familiare e un coordinatore clinico. Continuano a essere seguiti». MA USCIRE DA GAZA è sempre più difficile e la lista d’attesa continua ad allungarsi. Ai pazienti ancora nella Striscia viene inviato un pdf con tutti i recapiti necessari. Quando riescono ad arrivare in Egitto, chiamano Beirut. Da lì comincia un’altra corsa. Uscendo dall’ospedale si legge la grande scritta azzurra sulla vetrata, American University of Beirut Medical Center. E il pensiero torna a quelle bombe che hanno distrutto il futuro di questi bambini, molte delle quali prodotte nelle fabbriche statunitensi.
September 5, 2026
Assopace Palestina
Palestina 36 quando tutto ebbe inizio: un film da sostenere
Palestina 36 quando tutto ebbe inizio è un film di Annemarie Jacir con il patrocinio di Assopace Palestina, Amnesty International Italia, Nazra Palestine Short Film Festival e Cultura è Libertà. Annemarie Jacir è una delle voci più importanti del cinema palestinese contemporaneo: regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica. Da anni racconta memoria, identità, esilio e appartenenza, con uno sguardo profondo. I suoi film sono stati presentati nei principali festival internazionali e tutti i suoi lungometraggi sono stati selezionati come candidature ufficiali della Palestina agli Oscar. Il film racconta la Grande Rivolta del 1936 contro il Mandato britannico, un momento decisivo nella storia della regione e alle origini della resistenza palestinese moderna. 1936. Mentre i villaggi della Palestina si ribellano al dominio coloniale britannico, Yusuf si divide tra la sua casa di campagna e Gerusalemme, dove si respira grande irrequietudine, desiderando un futuro al di là dei crescenti disordini. Ma la storia è inesorabile. Con il numero crescente di immigrati ebrei in fuga dall’antisemitismo in Europa e la popolazione palestinese che si unisce nella più grande e lunga rivolta contro il dominio britannico durato 30 anni, tutte le parti precipitano verso un inevitabile scontro in un momento decisivo per l’Impero britannico e il futuro dell’intera regione. PALESTINA 36 prova a riportare profondità storica e memoria dentro un dibattito che oggi spesso si concentra solo sul presente, senza il tempo necessario per comprendere le origini e la complessità degli eventi. «Questo film è fondamentale perché ci mostra le radici di ciò che sta accadendo oggi a Masafer Yatta. Ci ricorda che quello che vediamo non è un episodio isolato, ma parte di una storia che continua da decenni»: così Basel Adra, regista premio Oscar di No Other Land, parla di Palestina 36- Quando tutto ebbe inizio di Annemarie Jacir. Crediamo che film come questo abbiano bisogno di una comunità che li accompagni: hanno bisogno di essere condivisi, discussi e vissuti insieme. Creare una rete di collaborazione fatta di passaparola, idee, incontri e partecipazione. > Video: Luisa Morgantini con AssopacePalestina sostiene e promuove Palestina 36 > di Annamarie Jacir distribuito da Wanted Cinema Approfondimenti Locandina del film Trailer del film e calendario proiezioni
September 5, 2026
Assopace Palestina
Dopo sei mesi di guerra con gli Stati Uniti, emerge un Iran più sicuro di sé
di Julian E. Barnes e Dustin Volz,  The New York Times, 4 settembre 2026,   Nuovi rapporti dei servizi segreti hanno valutato che l’Iran abbia ora una comprensione ben più chiara delle proprie capacità e dei limiti del potere statunitense. Una folla in lutto per l’Ayatollah Ali Khamenei, ucciso all’inizio della guerra. I rapporti dei servizi segreti statunitensi, secondo quanto riferito da alcuni funzionari attuali ed ex funzionari, suggeriscono che sarà difficile raggiungere un accordo per porre davvero fine alla guerra. Crediti: Emile Ducke per il New York Times L’Iran ha acquisito maggiore fiducia nella propria capacità di attaccare obiettivi in Medio Oriente e sembra determinato a protrarre il conflitto per mesi al fine di mettere in difficoltà gli Stati Uniti, secondo quanto emerge dai rapporti dei servizi segreti statunitensi delle ultime settimane. Sotto molti aspetti, le valutazioni riflettono ciò che è stato osservabile sul campo, dato che i combattimenti sono divampati nuovamente dopo un periodo di relativa calma. Nell’ultima settimana, l’Iran ha preso di mira navi nello Stretto di Hormuz e truppe americane nella regione, mentre le forze statunitensi hanno sferrato attacchi all’interno dell’Iran, uccidendo personale militare e civili. I nuovi scontri sono stati finora limitati. Tuttavia, secondo persone che li hanno letti, i rapporti dei servizi segreti suggeriscono che il governo iraniano, di linea dura, potrebbe stare valutando un’escalation significativa. L’Iran è emerso da mesi di guerra a fasi alterne con una comprensione ben più chiara dei propri punti di forza militari ed è più sicuro delle proprie capacità, secondo funzionari informati sui rapporti dei servizi segreti. I rapporti, hanno affermato alcuni funzionari attuali ed ex funzionari, suggeriscono che sarà difficile raggiungere qualsiasi accordo per porre davvero fine alla guerra. Secondo alcuni funzionari, ci sono pochi segnali che l’Iran sia pronto a stringere alcun tipo di accordo con gli Stati Uniti, accontentandosi di esacerbare i problemi politici del presidente Trump in vista delle elezioni di medio termine statunitensi. Trump, per ora, non sta perseguendo negoziati e ha affermato di poter esercitare una pressione economica sull’Iran tale da costringere Teheran a fare concessioni sul controllo dello Stretto e, forse, alla fine, sul proprio programma nucleare. Ma nel breve termine, secondo i funzionari che hanno preso visione dei rapporti dei servizi segreti, le sanzioni economiche statunitensi continueranno probabilmente a provocare un’escalation. Nelle prossime settimane, secondo funzionari statunitensi, l’Iran potrebbe intraprendere azioni simili a quelle compiute a luglio. In quell’occasione, l’Iran attaccò basi militari americane in Medio Oriente, uccidendo tre americani in Giordania; colpì navi nello Stretto di Hormuz; e colpì infrastrutture in Kuwait e altrove. I funzionari statunitensi ritengono inoltre che hacker legati all’Iran siano molto probabilmente responsabili degli attacchi informatici sferrati a fine luglio contro oltre 100 reti idriche in tutto il territorio degli Stati Uniti. Sebbene non vi fossero indicazioni che alcun sistema fosse stato compromesso al punto da rendere l’acqua non potabile, in alcuni casi gli attacchi hanno causato interruzioni che hanno richiesto interventi manuali e avvertenze precauzionali di bollitura dell’acqua. Funzionari attuali ed ex funzionari hanno affermato che gli hacker hanno mostrato interesse anche nell’attaccare le infrastrutture petrolifere e del gas statunitensi, sebbene tali sistemi siano generalmente considerati più difficili da penetrare. Non è chiaro se siano stati violati sistemi energetici. Secondo funzionari statunitensi attuali ed ex funzionari, vi sono segnali che gli hacker legati all’Iran possano essersi riorganizzati negli ultimi mesi dopo aver subito alcune perdite all’inizio della guerra. Anche in assenza di gravi interruzioni, gli attacchi informatici rimarranno probabilmente uno strumento allettante per l’Iran nel tentativo di minare il sostegno pubblico negli Stati Uniti a una guerra già impopolare, hanno affermato ex funzionari dei servizi segreti ed esperti di sicurezza. Alex Orleans, ex collaboratore del governo statunitense nel campo della sicurezza informatica, specializzato nel monitoraggio dei gruppi di hacker iraniani, ha affermato che gli operatori informatici iraniani probabilmente si sentono incoraggiati. «Anche se tali attacchi non riuscissero a destabilizzare in modo significativo l’opinione pubblica americana, potrebbero comunque inserirsi in uno sforzo più ampio volto a logorare la pazienza interna nei confronti della gestione del conflitto da parte di questa amministrazione», ha detto. Durante una conferenza stampa tenutasi giovedì, il vicepresidente JD Vance è sembrato riconoscere che tali attacchi potrebbero erodere ulteriormente il sostegno a un conflitto che non ha una fine chiara in vista. Ha cercato di minimizzare la minaccia per gli americani, ma ha affermato che l’amministrazione Trump si aspettava che Teheran continuasse a «cercare di fare molte cose» per colpire gli Stati Uniti. «Se si considera la capacità iraniana di sconvolgere la vita normale degli americani, penso che sia piuttosto limitata», ha detto Vance, rispondendo alla domanda di un giornalista sugli attacchi informatici. «Non è pari a zero, ma è piuttosto limitata. Sarei molto più preoccupato per gli attacchi informatici da parte di altri attori». Trump aveva previsto una vittoria rapida e decisiva quando le forze statunitensi e israeliane hanno dato il via alla guerra il 28 febbraio. Dopo ondate di attacchi devastanti, i critici del presidente sostengono che sia dolorosamente chiaro che l’amministrazione Trump ha sottovalutato la resilienza dell’Iran. «Gli iraniani si sentono piuttosto ottimisti riguardo alla loro posizione», ha affermato il deputato Jason Crow, democratico del Colorado e membro della Commissione per l’intelligence. «Hanno subito danni ingenti, ma questo è sempre stato parte integrante del loro sistema. Sanno di poter subire danni e stanno giocando una partita molto più lunga». Crow ha rifiutato di commentare le valutazioni riservate, ma ha affermato che gli iraniani ritengono di trovarsi in una posizione più forte per diversi motivi. In primo luogo, ha spiegato, la leadership iraniana, un tempo frammentata, è ora più unita e l’opposizione interna è stata messa a tacere. L’Iran continua inoltre a disporre di una scorta di missili e droni. La leadership iraniana sembra inoltre avere una comprensione più precisa di come esercitare il controllo sullo Stretto di Hormuz, che prima della guerra trasportava un quinto del petrolio mondiale. “«Hanno sempre saputo che lo Stretto era una carta importante da giocare, ma ora si rendono conto in misura maggiore del potere che ciò conferisce loro», ha affermato Crow. Altre persone informate sui rapporti hanno affermato che l’Iran probabilmente ritiene che l’esercito statunitense avrà difficoltà a sferrare nuovi attacchi di grande portata man mano che le sue scorte di munizioni si esauriscono. E ci sono segnali che l’Iran sia intenzionato a trascinare il conflitto almeno fino alle elezioni di medio termine, hanno dichiarato funzionari attuali ed ex funzionari. L’Iran, secondo i funzionari, è consapevole che la guerra — e gli alti prezzi del gas causati dalla chiusura dello Stretto — sta danneggiando politicamente Trump e il Partito Repubblicano. «Gli iraniani pensano di avere il massimo potere di leva», ha detto il deputato Josh Gottheimer, democratico del New Jersey. «Quindi, dal loro punto di vista, perché non continuare a mettere sotto pressione il presidente?» Ci sono indicazioni che l’Iran stia cercando di diffondere propaganda volta a minare la posizione elettorale di Trump, come ha fatto durante le elezioni presidenziali del 2020 e del 2024. La scorsa settimana, Meta ha pubblicato un rapporto che metteva in evidenza una piccola rete di account su Facebook e Instagram provenienti dall’Iran e incentrati sulla politica statunitense. I contenuti della rete, alcuni dei quali generati con l’intelligenza artificiale, includevano «opinioni anti-repubblicane», ha affermato Meta. Alethea, una società specializzata in intelligence sulle minacce, ha dichiarato che i media nazionali iraniani hanno pubblicato più di 1.200 articoli in lingua persiana nelle ultime due settimane, riferiti sia a Trump che alle elezioni di medio termine. Secondo Alethea, la narrativa dominante era che la guerra fosse diventata un peso politico per Trump. Gottheimer, un altro membro della Commissione di Intelligence che ha rifiutato di discutere di rapporti riservati, ha affermato di aver inizialmente sostenuto la guerra. Ha tuttavia aggiunto che l’amministrazione Trump non ha avuto una strategia chiara e che l’Iran è riuscito a resistere agli attacchi. «Poiché al governo iraniano non importa molto della sofferenza del proprio popolo, è stato in grado di resistere sia alle pesanti sanzioni economiche che ai bombardamenti militari», ha affermato. Julian E. Barnes si occupa delle agenzie di intelligence statunitensi e delle questioni di sicurezza internazionale per il Times. Scrive di questioni di sicurezza da oltre due decenni. Dustin Volz scrive di sicurezza informatica e intelligence per il Times. Lavora a Washington. https://www.nytimes.com/2026/09/04/us/politics/iran-war-intelligence-reports.html?emc=edit_th_20260905&nl=today%27s-headlines&segment_id=226053 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 5, 2026
Assopace Palestina
La Humanity 2 bloccata a Lampedusa mentre aumenta il tasso di mortalità nel Mediterraneo
Mentre il governo Meloni festeggia il calo degli sbarchi sulle coste italiane, il 2026 si conferma l’anno più letale nel Mediterraneo centrale da quando esiste una documentazione sistematica. La nuova barca a vela di SOS Humanity è stata fermata a Lampedusa dopo il suo primo soccorso; Mediterranea Saving Humans denuncia un aumento del 150% del tasso di mortalità lungo la rotta. Il 30 agosto 2026 la Humanity 2, la nuova imbarcazione a vela di SOS Humanity, è stata sottoposta a un fermo provvisorio dalle autorità italiane nel porto di Lampedusa. Era rientrata dalla sua prima missione: nei due giorni precedenti l’equipaggio aveva tratto in salvo 71 persone in pericolo nel Mediterraneo centrale. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha diffuso un comunicato che colloca quel fermo dentro un quadro più ampio, quello di una frontiera che si sposta sempre più lontano e di una rotta che diventa sempre più mortale. La riduzione degli arrivi celebrata dal governo, nella realtà, non racconta la diminuzione delle partenze, ma l’aumento delle morti e degli ostacoli a chi prova a salvare vite in mare. Ph: SOS Humanity Ph: Leon Salner, SOS Humanity IL FERMO DELLA HUMANITY 2 Il primo soccorso è avvenuto il 28 agosto, quando l’equipaggio ha avvistato in acque internazionali al largo della Libia una piccola imbarcazione in vetroresina non idonea alla navigazione, con dodici persone a bordo. Nella notte, mentre navigava verso nord, la Humanity 2 è stata avvicinata da una seconda imbarcazione sovraffollata in difficoltà: in una situazione di pericolo, 59 persone sono state spinte a bordo della barca a vela da soggetti sconosciuti, che hanno poi abbandonato la scena, con alcune persone rimaste ferite durante l’imbarco. Sulla barca di 24 metri l’equipaggio si è trovato a gestire una situazione caotica, informando le autorità competenti non appena l’emergenza è stata messa sotto controllo. All’arrivo nel porto assegnato di Lampedusa, le autorità italiane hanno emesso il provvedimento di fermo per la presunta mancata “comunicazione immediata dell’operazione di soccorso al Centro di coordinamento del soccorso marittimo competente”. Un’accusa infondata che l’organizzazione respinge in pieno: «Le accuse mosse sono scandalose, poiché la Humanity 2 ha agito in ogni momento nel rispetto del diritto internazionale», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche di SOS Humanity. «L’equipaggio ha informato le autorità competenti non appena si è assicurato che fosse stato prestato il primo soccorso immediato ai sopravvissuti e che non ci fossero più persone in acqua. Il fermo della Humanity 2 con queste motivazioni assurde dopo la sua primissima missione è un ulteriore segno del tentativo delle autorità italiane di soffocare ogni sforzo di soccorso da parte della società civile». Per il membro dell’equipaggio Ikram Jarmouni il blocco è «una mossa politicamente motivata volta a ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso». E ha un costo diretto, misurabile in vite: «Durante la stessa missione sono state prese a bordo 71 persone in pericolo e sono stati avvistati tre cadaveri che galleggiavano in acqua. […] Queste morti sono il risultato diretto della scelta dei governi europei di impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere le coste europee, invece di creare percorsi sicuri. Ogni ora in cui questa nave rimane trattenuta sulla base di accuse illegittime è un’ora in cui non è là fuori in mare, ed è esattamente questo l’obiettivo di questo fermo». SOS Humanity ha annunciato di essere pronta a impugnare la decisione, del resto i tribunali italiani, basandosi sul rispetto delle normative internazionali, stanno costantemente dando ragione alle ONG del soccorso civile. «Non accetteremo che l’Unione Europea e i suoi Stati membri lascino morire delle persone e si sottraggano alla responsabilità che il diritto internazionale attribuisce loro di salvare vite umane in mare», ha sottolineato Marie Michel. «Continueremo a garantire che i diritti umani di tutti siano tutelati senza eccezioni: nelle aule di tribunale, nei parlamenti e nelle piazze». UN ANNO DI MORTI IN AUMENTO Dal 14 agosto diverse organizzazioni di ricerca e soccorso hanno rinvenuto complessivamente 30 salme nel corso delle loro operazioni nel Mediterraneo centrale. Il 2026 si è rivelato l’anno più letale nel Mediterraneo centrale secondo i dati di OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni): in media, ogni sei ore una persona muore lungo questa rotta. Il fermo della Humanity 2, inoltre, segue quello di otto navi di soccorso dell’alleanza Justice Fleet bloccate dalle autorità italiane nel solo 2026, un accanimento che aggrava ulteriormente la carenza di capacità di soccorso in mare. > Il “governo più longevo di sempre”, come ama definirlo la Presidente del > Consiglio Meloni, è nella sostanza dei fatti il più mortifero con oltre 10.000 > vite perse – fonte OIM – nel Mediterraneo dall’inizio della legislatura. È su questo scenario di repressione e necropolitica che si inserisce la risposta di Mediterranea al governo Meloni. Tra gennaio e agosto 2026, denuncia l’organizzazione, il tasso di mortalità lungo la rotta del Mediterraneo centrale è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Mentre l’esecutivo si vanta di aver “diminuito gli sbarchi in Italia dell’80%“, crescono i rischi per chi tenta la traversata e continuano i respingimenti verso la Libia: solo nel 2025, oltre 27.000 persone sono state intercettate in mare dalle milizie libiche e riportate indietro, verso un Paese che non può essere considerato un porto sicuro. «Il Governo non ha sconfitto le partenze, ha semplicemente spostato più lontano il confine. E quando il confine si sposta, aumentano le distanze, i rischi e le possibilità che una persona muoia senza che nessuno la veda», ha dichiarato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Esultare per la diminuzione degli sbarchi significa ignorare deliberatamente ciò che accade prima: le persone che vengono fermate, riportate in Libia, deportate in condizioni terribili o che perdono la vita durante la traversata». Negli ultimi cinque anni la stima è sotto gli occhi di tutti: oltre 10.000 donne, uomini e bambini hanno perso la vita nel Mediterraneo. E’ una strage che prosegue mentre l’Europa investe sempre di più nel controllo delle frontiere esterne e nella collaborazione con Paesi che non garantiscono la tutela dei diritti fondamentali. Il punto riguarda la natura stessa del soccorso. «Vorremmo ricordare al Governo una cosa elementare: il soccorso in mare non è una concessione politica, è un obbligo. E chi viene salvato deve poter sbarcare in un porto sicuro», ha proseguito Marmorale. «Non si può trasformare il numero degli sbarchi in un indicatore di successo se il prezzo di quel risultato è un aumento delle morti e delle persone abbandonate lungo una delle rotte migratorie più letali del mondo». Le due organizzazioni convergono sulla stessa richiesta: canali legali e sicuri d’ingresso, un sistema europeo di ricerca e soccorso adeguato, una politica che metta al centro la vita delle persone. «Se davvero vogliamo mettere fine all’infinita strage nel Mediterraneo, dobbiamo smettere di rendere sempre più difficile e pericoloso l’accesso all’Europa», ha infine concluso Laura Marmorale. «È questo il “successo” che vorremmo poter celebrare: non meno persone che arrivano perché più persone vengono fermate o muoiono, ma meno morti perché nessuno è più costretto a rischiare la vita per cercare sicurezza e futuro». Nel frattempo, la Humanity 2 resta ferma nel porto di Lampedusa. E ogni ora di fermo, come ricorda l’equipaggio, è un’ora in meno passata in mare a cercare chi rischia di non essere visto da nessuno.
Video. Luisa Morgantini descrive l’inazione dell’Europa e del mondo di fronte alla tragica situazione palestinese
4 settembre 2026.  In un’intervista ad Al Mayadeen, l’ex VicePresidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini ha affermato che Israele sta perseguendo un programma espansionistico a Gaza e oltre, avvertendo che il piano del [governo] israeliano è quello di conquistare quanto più territorio possibile. Descrivendo la situazione come «terribile, tragica», ha sostenuto che le stesse politiche vengono attuate nella Cisgiordania occupata e nel Libano meridionale. Morgantini ha inoltre accusato i governi europei di essere complici dello stato israeliano e complici del genocidio, sottolineando al contempo che l’opinione pubblica europea sostiene ampiamente l’autodeterminazione palestinese. Ha esortato l’UE a sospendere qualsiasi tipo di accordo di associazione con Israele e ha affermato che l’Europa deve ripristinare la legalità internazionale, concludendo che i cittadini devono ribellarsi alla posizione del nostro governo per imporre un cambiamento di politica. Di seguito, il video di 4 min:
September 4, 2026
Assopace Palestina
IL CONSIGLIO DI STATO ACCOGLIE LA SOSPENSIVA SU CASALE GARIBALDI!
“𝗖𝗶 𝘀𝗮𝗿𝗮̀ 𝗽𝘂𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗴𝗶𝘂𝗱𝗶𝗰𝗲 𝗮 𝗕𝗲𝗿𝗹𝗶𝗻𝗼”: è quello che abbiamo pensato e sperato in questi mesi di mobilitazione politica, sociale e legale. E finalmente, nella giornata di giovedi 3 settembre, è arrivato il pronunciamento del Consiglio di stato che 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗴𝗹𝗶𝗲 𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗵𝗶𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝘀𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝘃𝗮, con motivazioni formali e sostanziali molto rilevanti. 𝗥𝗶𝘀𝘂𝗹𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗻𝗳𝗮𝘁𝘁𝗶 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝘁𝗲 “𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝗿𝗻𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗹’𝗮𝗽𝗽𝗹𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗿𝗶𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼 𝗗 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝘃𝘃𝗶𝘀𝗼”, il punto cruciale della Delibera 104 che riserva, di fatto, una “premialità” alle realtà che vantano una esperienza continuativa nell’immobile oggetto della concessione. 𝗦𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝘃𝗶𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 di una battaglia legale che ora torna al giudizio di merito del TAR, ma che 𝗿𝗮𝗳𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗹𝗲 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀ 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗮𝘁𝗶 𝗲 𝗹𝗮 𝗯𝘂𝗿𝗼𝗰𝗿𝗮𝘇𝗶𝗮 𝗻𝗲𝗼𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮𝗹𝗲. I giudici hanno riconosciuto le gravi illogicità e contraddizioni che hanno segnato tutto il percorso dell’avviso pubblico sul Casale, che abbiamo denunciato in tutte le sedi. Ci ritroviamo, ancora una volta, 𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗮𝗹 𝗯𝗮𝘀𝘀𝗼 𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝗼 𝗲 𝗹𝗮 𝗺𝗶𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 “𝗹𝗲𝗴𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀” 𝘃𝗶𝗼𝗹𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗶𝗻𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗹𝗼𝗰𝗮𝗹𝗶. Speriamo che questa ordinanza illumini il buon senso e la responsabilità politica di chi ha ruoli di governo. 𝗟𝗮 𝗺𝗼𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮: a breve, con maggiore entusiasmo, ripartiremo con le 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶𝘁𝗮̀, 𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶, 𝗶 𝗰𝗼𝗿𝘀𝗶 𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝘃𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹 𝗖𝗮𝘀𝗮𝗹𝗲. Invitiamo tutte e tutti a rilanciare la campagna di crowdfunding a sostegno delle spese legali e a partecipare al Tavolo sul “Diritto alla città” all’interno del 𝗙𝗲𝘀𝘁𝗶𝘃𝗮𝗹 𝗥𝗲𝗻𝗼𝗶𝘇𝗲 (sabato 5 settembre, ore 11, Loa Acrobax) 𝘼𝙡𝙡𝙖 𝙡𝙤𝙩𝙩𝙖! L'articolo IL CONSIGLIO DI STATO ACCOGLIE LA SOSPENSIVA SU CASALE GARIBALDI! proviene da Casale Garibaldi.
September 4, 2026
Casale Garibaldi
Israele non sta discutendo di uno stato palestinese. Sta preparando l’espulsione
di Amira Hass,  Haaretz, 1° settembre 2026.   La posizione di Gadi Eisenkot sulla creazione di uno stato palestinese è irrilevante. A Gaza, in Cisgiordania e nello stesso Israele, la macchina volta a rendere impossibile la vita dei palestinesi è già in funzione, ponendo le basi per un’espulsione di massa. I membri della famiglia Jabarin caricano le loro pecore e capre su un pick-up dopo essere stati sfrattati dalla loro casa nel villaggio di al-Minya, a sud di Betlemme, venerdì 21 agosto. La polizia israeliana ha definito l’espulsione un «errore umano». Crediti: Amira Hass Gadi Eisenkot, favorito alle elezioni e leader del partito Yashar, ha una posizione sullo stato palestinese che, in definitiva, è irrilevante. Ciò che è in gioco oggi non è una «soluzione diplomatica», ma l’esistenza stessa del popolo palestinese tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Le forze israeliane che si sforzano di «cancellarlo» non riconoscono limiti né restrizioni. I loro sostenitori sono troppo numerosi perché possiamo fare affidamento esclusivamente sulla fermezza e sulla resilienza di un popolo che ha già subito piani di espulsione messi in atto da Israele. Il mondo resta a guardare. La sinistra è minuscola, debole e rauca per aver lanciato troppi avvertimenti. L’opposizione anti-Bibi oscilla tra il minimizzare il pericolo, il rimanere indifferente ad esso e il sostenere apertamente l’espulsione. Le condanne sporadiche, suscitate principalmente da qualcosa che l’ambasciatore statunitense ha pubblicato su X, sono utili quanto un setaccio durante un temporale. I falangisti ebrei attaccano costantemente e ovunque, non solo a Qusra. Il dibattito su uno stato, due stati o una federazione è più teorico che mai. Qualsiasi soluzione concordata richiede innanzitutto il riconoscimento del problema e l’accordo su cosa esso sia. Troppi ebrei in Israele sono stati indotti a credere che il problema sia proprio la presenza in questa terra di un popolo palestinese con radici, continuità storica ed economica, capitale culturale e beni materiali, un ricco patrimonio agricolo e un profondo amore per la patria. La «cancellazione» è la soluzione da incubo che ogni giorno si sta trasformando in realtà. Le leggi della Knesset, le dichiarazioni dei politici, gli ordini militari, i libri di testo scolastici e i sacri battaglioni immobiliari che operano a Gaza, in Cisgiordania e nel Negev lavorano tutti, insieme e separatamente, per portare avanti questa «soluzione» con diligenza e senza timore di condanne internazionali. Il mese scorso alcuni coloni israeliani si sono presentati davanti a un’abitazione palestinese in costruzione nel villaggio di Qusra, in Cisgiordania. Gli eroi delle milizie dei coloni dichiarano apertamente che il loro obiettivo è l’espulsione. Crediti: Jaafar Ashtiyeh/AFP La politica israeliana è volta a rendere la vita insopportabile ai palestinesi ovunque vivano, in modo che la loro emigrazione possa essere descritta come un atto di libera scelta. All’interno dello stesso Israele, le autorità danno carta bianca alle organizzazioni criminali arabe affinché si armino e uccidano cittadini palestinesi nelle loro case. In Cisgiordania, quelle stesse autorità israeliane danno carta bianca ai «battaglioni di Dio» affinché si armino, uccidano ed espellano, mentre l’esercito ufficiale continua le sue incursioni giorno e notte. Nella devastata e assetata Gaza, il governo e l’esercito alimentano milizie armate composte da collaboratori criminali, mentre i piloti israeliani continuano a lanciare missili di vendetta e punizione che mietono le vite di ancora altri bambini. Tutte queste manifestazioni alimentate dal testosterone sono interconnesse. Allo stesso tempo, Israele sta distruggendo o limitando gravemente la capacità dei palestinesi di guadagnarsi da vivere. A Gaza, questa missione è stata portata a termine. Una popolazione di «morti viventi» che vive di aiuti umanitari, due milioni di persone che portano il peso di circa 74.000 tombe fresche, famiglie e ricordi, talenti e professioni, oltre a risparmi svaniti, è stipata in circa 150 chilometri quadrati di terra bruciata. La creatività, l’intraprendenza e l’aiuto reciproco sono sminuiti dalla portata della distruzione e dal divieto di ricostruzione e ripresa imposto da Israele. In Cisgiordania, il laccio finanziario del Ministero delle Finanze si sta stringendo attorno al collo di circa tre milioni di persone e dell’Autorità Palestinese. Il furto sistematico delle entrate è aggravato dalle campagne di distruzione condotte dall’esercito nelle città e nei campi profughi, nonché dagli altri metodi utilizzati per impedire ai palestinesi di coltivare e sviluppare la propria terra: posti di blocco, divieti burocratici, recinzioni e pastori ebrei israeliani. All’interno dello stesso Israele, la «giudaizzazione della Galilea e del Negev» era e rimane un eufemismo per indicare il furto di terra e risorse ai cittadini palestinesi di Israele. La discriminazione nei loro confronti in materia di assegnazioni, sussidi e occupazione, insieme ai divieti di costruzione e alle demolizioni, ha sempre occupato un posto di rilievo nella politica ufficiale all’interno della Linea Verde. Permettetemi di ribadire: l’esistenza stessa del popolo palestinese tra il mare e il fiume è ora in pericolo. Troppe forze attive stanno creando quel pericolo: la potenza e le capacità militari di Israele; il culto del servizio militare in ogni circostanza e sotto ogni governo; l’obbedienza come valore; le armi e gli attacchi militari come modus operandi predefinito; la normalizzazione del disturbo da stress post-traumatico tra i soldati e dei suicidi tra i militari; il fascino di una carriera militare e le porte che essa apre; il richiamo di una villa a prezzi accessibili in una comunità esclusiva della Galilea o in un sobborgo di coloni in Samaria; le menzogne della propaganda ufficiale e non ufficiale; l’indifferenza verso l’inferno in terra che Israele ha creato nella Striscia di Gaza; la negazione di 60 anni di occupazione e dominio forzato; la risposta pavloviana: «Ma il 7 ottobre»; la sinergia tra l’esercito, il governo, i rabbini e le milizie che indossano la kippah in Cisgiordania; la freddezza di fronte alla distruzione del Libano; il disinteresse per l’occupazione di ulteriori parti della Siria; la normalizzazione del discorso sull’espulsione; i sistemi giudiziario ed educativo contaminati dal razzismo laico e religioso; e l’esercito di carcerieri che maltrattano migliaia di prigionieri palestinesi, sia per ordine superiore che per scelta propria. Insieme, queste e altre forze simili stanno creando l’infrastruttura materiale, ideologica e psicologica all’interno della società ebraico-israeliana per un’altra espulsione di massa dei palestinesi e per ciò che potrebbe accompagnarla: un massacro di massa. Gli eroi delle milizie dei coloni dichiarano apertamente che l’espulsione è il loro obiettivo. Riconoscono chiaramente la disponibilità di ampi segmenti della società ebraico-israeliana a partecipare alla sua attuazione, attivamente o passivamente, direttamente o indirettamente. Attraverso le loro provocazioni e i loro crimini quotidiani, commessi alla luce del sole e resi possibili solo dal sostegno istituzionale, i falangisti cercano costantemente di provocare un atto di rabbia e vendetta palestinese che «abbia successo», in modo che possa essere sfruttato come la scintilla che accende una nuova guerra santa. I falangisti ebrei e le organizzazioni di destra che li alimentano contano su un’ampia mobilitazione, anche da parte dei leader, degli elettori e dei sostenitori di Yashar e del partito dei Democratici liberali, per una guerra a cui si potrebbe già attribuire lo slogan: «Un popolo, un esercito, una terra ripulita dagli arabi». https://www.haaretz.com/opinion/2026-09-01/ty-article/.premium/israel-isnt-debating-a-palestinian-state-its-preparing-for-expulsion/000001a0-56c1-dc19-a5a4-dfdfa0fd0000 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 4, 2026
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