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Gli agenti israeliani che hanno ucciso una famiglia palestinese in Cisgiordania non saranno interrogati, secondo alcune fonti
di Josh Breiner,  Haaretz, 22 marzo 2026.   Secondo alcune fonti, ci sarebbero prove secondo cui gli agenti che hanno ucciso la famiglia Bani Odeh ritenevano che l’auto della famiglia stesse per attaccarli e hanno aperto il fuoco temendo per la propria vita. I residenti hanno riferito che gli agenti erano entrati in incognito nel villaggio, guidando un’auto con targa palestinese. Khaled e Mustafa Bani Odeh, gli unici due membri della loro famiglia sopravvissuti alla sparatoria mortale in Cisgiordania, in una foto scattata la scorsa settimana. Alex Levak Una settimana dopo che agenti sotto copertura della Polizia di Frontiera israeliana hanno ucciso quattro membri della famiglia palestinese Bani Odeh – un padre, una madre e due dei loro figli – nel villaggio cisgiordano di Tammun, l’unità del Ministero della Giustizia che indaga sui casi di cattiva condotta della polizia non ha ancora convocato gli agenti per un interrogatorio. Secondo fonti vicine alle indagini, sebbene l’inchiesta sia stata avviata immediatamente dopo l’incidente, l’unità ha deciso, per ora, di non interrogare gli agenti coinvolti nella sparatoria. Le fonti hanno affermato che le prove raccolte finora avvalorano la versione degli agenti, come riportato nei loro rapporti operativi, secondo cui ritenevano imminente un attacco con un veicolo e hanno aperto il fuoco temendo per la propria vita. “Si tratta di un incidente operativo estremamente complesso; nessuno dei membri della polizia ha sparato con l’intento di uccidere”, ha detto una fonte. La decisione di non interrogare gli agenti ha suscitato critiche da parte di figure di spicco del sistema israeliano di applicazione della legge. Secondo loro, anche se la sparatoria fosse giustificata, una tale conclusone non può essere presa senza interrogare le persone coinvolte – soprattutto dato che le vittime erano civili. “Si tratta di un caso in cui le persone coinvolte devono essere interrogate il più rapidamente possibile, per fissare la loro versione dei fatti e impedire qualsiasi ostruzione alle indagini”, ha affermato un alto funzionario. “Indagare su un incidente come questo dopo una settimana permette alle persone coinvolte di coordinare le testimonianze tra loro e all’interno dell’intera unità”, ha aggiunto. La famiglia Bani Odeh all’inizio di questo mese. Mohamad Torokman/Reuters A novembre, è stato documentato che agenti della stessa unità hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco, nella città cisgiordana di Jenin, due palestinesi dopo che si erano arresi. Le immagini mostrano i due uscire da una casa nel quartiere di Jabal Abu Dhiya con le mani alzate. Dopo che gli agenti li hanno fermati e hanno ordinato loro di sdraiarsi a terra all’ingresso dell’edificio, hanno sparato a distanza ravvicinata. Il giorno seguente, il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir ha annunciato che avrebbe promosso il comandante dell’unità. A differenza del caso attuale, in quell’incidente di novembre gli agenti sono stati convocati per essere interrogati lo stesso giorno della sparatoria. I quattro membri della famiglia uccisi a Tammun erano Ali Khaled Sa’il Bani Odeh, 37 anni; Waad Othman Akel Bani Odeh, 35 anni; Othman Ali Khaled Bani Odeh, 7 anni; e Mohammed Ali Khaled Bani Odeh, 5 anni. Altri due bambini – Mustafa, 8 anni, e Khaled, 11 anni – sono rimasti leggermente feriti. Khaled, il figlio maggiore sopravvissuto, ha raccontato che i sei familiari erano seduti in auto quando sono stati colpiti. Secondo lui, i suoi due fratelli sono morti sul colpo, mentre i genitori sono deceduti poco dopo. Ha aggiunto che, dopo la sparatoria, un soldato lo ha tirato fuori dal veicolo. “Ha detto: ‘Abbiamo ucciso dei cani’, mi ha tirato fuori dall’auto e mi ha picchiato”, ha raccontato. I residenti del villaggio palestinese hanno detto che un’unità speciale israeliana è entrata in città usando veicoli con targa palestinese, seguita da ulteriori rinforzi dell’IDF. Secondo i residenti, la famiglia stava tornando da Nablus dopo aver fatto acquisti per l’Eid al-Fitr quando una forza israeliana è apparsa davanti alla loro auto e ha cominciato a sparare. L’IDF e la polizia israeliana hanno affermato che il veicolo aveva accelerato verso i militari, che si sono sentiti minacciati e hanno aperto il fuoco. Un parente delle vittime, Magdi Bani Odeh, ha dichiarato a Haaretz che la versione dell’IDF è del tutto infondata. “Un padre, una madre e quattro bambini: verso chi avrebbero potuto accelerare? E in ogni caso, si trattava di un’unità in borghese con targhe palestinesi. Si tratta di un omicidio a sangue freddo”, ha affermato. https://www.haaretz.com/west-bank/2026-03-22/ty-article/.premium/sources-officers-who-killed-west-bank-palestinian-family-wont-be-questioned/0000019d-1527-d82a-addd-5577364b0000? utm_source=App_Share&utm_medium=iOS_Native Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 22, 2026
Assopace Palestina
Depositata in Cassazione la proposta di legge per la “Difesa civile, non armata e nonviolenta”. Parte ora la nuova raccolta firme
di Rete Italiana Pace e Disarmo,  20 marzo 2026.   La campagna “Un’altra difesa è possibile” rilancia la proposta di iniziativa popolare per istituire il “Dipartimento della Difesa Civile, non armata e nonviolenta” presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il 16 marzo a Roma, una delegazione delle tre Reti promotrici della campagna “Un’altra difesa è possibile” (CNESC – Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!) ha depositato presso la Corte di Cassazione il testo della proposta di legge di iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”. All’atto del deposito hanno preso parte rappresentanti di numerose associazioni e organizzazioni aderenti alle tre Reti promotrici, a testimonianza della vitalità e della profondità del movimento civile che sostiene questa iniziativa. Un percorso lungo e tenace Nel luglio 2014 venne depositato per la prima volta in Cassazione il testo della proposta, ora aggiornata, e nel maggio 2015, dopo sei mesi di raccolta in tutta Italia, vennero consegnate alla Camera dei Deputati oltre 53.000 firme. Nel luglio 2017 poi la proposta venne incardinata e calendarizzata in sede di discussione congiunta delle Commissioni Affari Costituzionali e Difesa della Camera (risultato definibile come storico) ma senza mai giungere all’approvazione definitiva. La Campagna non si è mai fermata: petizioni al Parlamento, incontri istituzionali, mobilitazioni territoriali hanno tenuto viva l’istanza fino ad oggi. Il testo di Legge depositato il 16 marzo ne preserva l’impianto originario, aggiornandolo al mutato contesto normativo e internazionale. Cosa prevede la proposta La proposta istituisce presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri un “Dipartimento dedicato alla difesa civile, non armata e nonviolenta”, riconosciuta quale componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, in attuazione degli Articoli 2, 11 e 52 della Costituzione e nel solco della sentenza della Corte Costituzionale n. 164 del 1985 che ha riconosciuto l’esistenza di forme “civili” di difesa della Patria. Il Dipartimento andrebbe a coordinare i Corpi Civili di Pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, operando in sinergia con il sistema di protezione civile e il Servizio Civile universale. Nel quadro della proposta formulata dalle organizzazioni della società civile, il finanziamento del Dipartimento sarà garantito da un Fondo nazionale alimentato dalla Legge di Bilancio e da uno strumento fiscale innovativo e di grande valore simbolico: la facoltà, per ogni contribuente, di destinare il 6 per mille della propria IRPEF al Fondo stesso, senza alcun onere aggiuntivo. Si tratta di una vera e propria opzione fiscale tra due modelli di difesa. In piena analogia con chi in passato, chiamato al servizio militare, aveva potuto scegliere di non imbracciare un’arma grazie all’obiezione di coscienza, se la Legge verrà approvata ciascun cittadino e ciascuna cittadina potrà scegliere anche dove indirizzare la propria quota di spesa pubblica per la sicurezza. Verso la difesa militare o verso quella civile e nonviolenta. Una risposta civile alla corsa al riarmo Il deposito della proposta avviene in un momento in cui il dibattito pubblico europeo e italiano sembra aver ceduto definitivamente a una logica pericolosa e fallace: quella secondo cui la sicurezza si garantisce con più armi, più spesa militare, più deterrenza. La Campagna “Un’altra difesa è possibile” ribadisce con chiarezza una prospettiva opposta: la sicurezza reale si costruisce con la prevenzione dei conflitti, la mediazione, l’educazione alla pace, la coesione sociale e la cooperazione internazionale. Questa proposta è figlia diretta della Campagna lanciata nel 2014, ma affonda le radici ben più in profondità: è l’erede di decenni di azioni per l’obiezione di coscienza al servizio militare e delle lotte di quanti hanno pagato di persona il rifiuto delle armi, aprendo la strada al riconoscimento giuridico dell’obiezione e poi del Servizio Civile. Quella stessa tradizione di resistenza nonviolenta chiede oggi di compiere un passo ulteriore: non limitarsi a obiettare individualmente, ma dotare la Repubblica di una struttura pubblica, stabile e finanziata, capace di praticare e promuovere la difesa della Patria con strumenti civili e non armati. QUI i dettagli sulla struttura e le funzioni del Dipartimento proposto Ora servono almeno 50.000 firme A seguito del deposito del Testo di Legge di iniziativa popolare, e dopo la prevista pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ha preso ufficialmente avvio la raccolta delle firme necessarie a portare la proposta in Parlamento. L’obiettivo è raggiungere almeno 50.000 firme. Rispetto alla precedente fase di Campagna i cittadini hanno a disposizione uno strumento in più: è possibile firmare comodamente da casa attraverso il portale online apposito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, autenticandosi con SPID o CIE. Nessuna necessità di recarsi fisicamente a un banchetto o a uno sportello: con pochi semplici passaggi e tramite la propria identità digitale la sottoscrizione sarà immediatamente valida.  PER FIRMARE: Cliccare innanzitutto QUI e poi sulla pagina che si apre, cliccare ancora in alto a destra su “ACCEDI” Procedere infine con SPID o CIE RETE ITALIANA PACE DISARMO                                           Segreteria Nazionale c/o Casa per la Nonviolenza via Spagna 8 – 37123 – Verona  www.retepacedisarmo.org
March 22, 2026
Assopace Palestina
Dopo la revoca dell’autorizzazione di un nostro evento in una scuola di Bormio, lo facciamo ugualmente in un’altra sede
da AssopacePalestina-Valtellina,    21 marzo 2026.   Ciao a tutte/i, In seguito ai recenti avvenimenti che, dietro segnalazione del consigliere comunale di Berbenno Stefano Luca Bordoni, hanno visto interessarsi della Scuola Alberghiera di Bormio il Ministero dell’Istruzione e del Merito, l’Ufficio Scolastico Regionale e il Provveditorato Provinciale, vi comunichiamo che: – l’evento, originariamente previsto presso l’Auditorium della scuola stessa, è stato spostato, a causa della revoca dell’autorizzazione, a Sondalo presso la sala riunioni del Centro Polifunzionale in via Verdi 2, alle ore 17:00; – la cena invece è confermata alle ore 20:00 a Bormio, presso la scuola in via Manzoni 4.    Avremo così il tempo di assistere all’evento, con la presenza di Luisa Morgantini, Presidente di AssopacePalestina, già Vicepresidente del Parlamento Europeo, e con la testimonianza dalla Palestina di due ex-prigionieri palestinesi, Munther Amira e Diala Ayesh, lasciando anche un adeguato tempo per le domande. Ci si potrà poi spostare a Bormio in tempo utile per accomodarsi in sala e…dare inizio ai festeggiamenti per il decennale della Sezione Valtellinese di AssopacePalestina! Vi aspettiamo numerose/i AssopacePalestina-Valtellina
March 22, 2026
Assopace Palestina
Sul sentiero di guerra
ILAN PAPPÉ 10 MARZO 2026 Israele farà fatica a perseguire la sua strategia bellica nel lungo periodo. Ciò che è certo è che, prima che questo fiasco finisca, Israele infliggerà molta sofferenza agli iraniani, ai libanesi e ai palestinesi. Ecco un enigma. Mentre le borse di tutto il mondo reagiscono con nervosismo all’attacco contro l’Iran, la Borsa di Tel Aviv è in forte espansione. Eccone un altro: mentre milioni di persone nella regione temono l’operazione militare statunitense-israeliana e le sue conseguenze, la società israeliana è in festa. Secondo gli ultimi sondaggi, il 93 per cento della popolazione ebraica sostiene la guerra. Scrivendo su Yedioth Ahronoth, un giornalista coglie lo stato d’animo euforico: Mentre ci liberiamo del mostruoso polipo iraniano, cammino per strada, i negozi sono aperti, i corrieri di Wolt si affrettano a consegnare sushi, shawarma e torte al cioccolato troppo costose ai cittadini israeliani, la gente fa jogging nel parco e a casa ho elettricità, acqua calda e internet. La palestra di pilates è aperta e la borsa israeliana sta battendo ogni record. E proprio in questo momento, sopra la mia testa nelle pianure, i caccia dell’Aeronautica Militare decollano per un’altra sortita… Distruggono con precisione impossibile un’altra casa di un ufficiale di medio rango delle Guardie Rivoluzionarie… È così che si presenta la guerra più cruciale dalla fondazione dello Stato? È così perché lo Stato di Israele è un miracolo che non può essere spiegato. Egli prosegue suggerendo che Israele debba ringraziare la grande leadership di Netanyahu, oltre alle eccezionali qualità del suo popolo e all’aiuto divino. Su Israel Hayom, un altro giornalista di spicco offre un altro elogio sciovinista al primo ministro israeliano. Anche i detrattori di Netanyahu devono ammettere che egli possiede «pazienza, astuzia, determinazione e concentrazione incrollabile» nella sua costante distruzione del nemico – guerra totale contro Hamas, poi Hezbollah, ora l’Iran – e nel frenare gli sciocchi tentativi di Trump di negoziare con i mullah e ideare un piano di pace per Gaza. La strategia sembra certamente consistere in una campagna di shock and awe dopo l’altra. L’Iran è attualmente nel mirino, ma il messaggio è rivolto a tutti gli Stati del Medio Oriente: non osate sfidare la pretesa di Israele all’egemonia regionale o alla pulizia etnica della Palestina. Raggiungere il primo obiettivo darebbe a Israele l’immunità di cui ha bisogno per il secondo: rettificare l’errore che lo storico Benny Morris ha lamentato quando ha criticato Ben Gurion per non aver espulso tutti i palestinesi nel 1948. Come disse Bezalel Smotrich ai membri palestinesi della Knesset nel 2021, «siete qui perché Ben Gurion non ha portato a termine il lavoro». Agli occhi del governo, e dell’élite politica in generale, sembra essere giunto il momento di portare a termine il lavoro.  Ciò segna una rottura con la strategia sionista pre-statale e con la successiva politica regionale israeliana, basata su operazioni segrete combinate con la cripto-diplomazia. Mi viene spesso chiesto se la guerra attuale miri ad attuare il cosiddetto Piano Yinon. Oded Yinon era un consigliere di Sharon e nel 1982 fu coautore di un articolo che delineava una strategia di “divide et impera” nel mondo arabo. Il settarismo giova a Israele, sosteneva, e dovrebbe essere promosso. Questo avveniva nel periodo in cui Sharon cercava di seminare divisione nelle file della resistenza palestinese, anche incoraggiando le forze islamiste a Gaza. Quando ciò fallì, Sharon lanciò un attacco diretto contro l’OLP in Libano, che fu ampiamente criticato in Israele come un errore strategico. Le recenti notizie su un tentativo di facilitare un'invasione terrestre curda dall'Iraq a complemento dei bombardamenti aerei sull'Iran potrebbero sembrare confermare che queste tattiche siano ancora in atto. Ma non è così. La vecchia strategia era ben meno drammatica: l'intervento clandestino nella politica interna di altri Stati non è una politica di cui vantarsi; né si basa sul trascinare la regione in una guerra. Evidentemente, questo non è più il modus operandi dello Stato di Israele. Ironia della sorte, lo schema interpretativo più calzante in questo caso potrebbe essere proprio quello che gli orientalisti hanno tipicamente applicato – non sempre con grande precisione – alla Repubblica Islamica: ovvero che si tratta di un potere che non agisce secondo un approccio politico «occidentale», razionale e umanista, ma secondo un’ideologia fanatica. Coloro che determinano l’attuale strategia israeliana sono espliciti riguardo alle sue radici nell’insegnamento del sionismo messianico e alla loro visione della guerra attuale come adempimento divino. Netanyahu può essere meno ideologico dei suoi alleati, e più strettamente interessato alla propria sopravvivenza politica, ma non c’è dubbio che accetti la sua glorificazione sia come genio strategico che come messaggero di Dio. Per questo schieramento, la società israeliana stessa deve diventare molto più teocratica. Non è ancora, lamenta Smotrich, lo “Stato dei Cohanim”, ma è sulla strada per essere governato da una severa versione biblica della legge halachica: “Lo Stato di Israele, il paese del popolo ebraico, se Dio vorrà, tornerà a funzionare come ai tempi del re Davide e del re Salomone”. Gran parte della legislazione interna del governo è dedicata al perseguimento di questo fine. In secondo luogo, c’è la necessità di risolvere la questione palestinese. Gaza è il modello. Ancora Smotrich: «Non ci sono mezze misure. Rafah, Deir al-Balah, Nuseirat – distruzione totale. “Cancellerai il ricordo di Amalek da sotto il cielo. Non c’è posto per loro sotto il cielo”». Parlando nell’ottobre 2024, Smotrich ha dichiarato che «una volta in una generazione, c’è una rara opportunità di cambiare la storia, di cambiare l’equilibrio di potere nel mondo e di rimodellare il futuro. Presto dovremo prendere decisioni decisive che porteranno a un Medio Oriente nuovo e migliore». Per la maggior parte dei commentatori politici occidentali, le proclamazioni messianiche – a meno che non provengano da islamisti – sembrano irrilevanti per la politica. Ma queste non sono dichiarazioni vuote. Si tratta di una visione del mondo che ora domina sia l’establishment politico che quello militare, e che costituisce il fondamento di gran parte dell’attuale esultanza e dell’appoggio incondizionato da parte dei media. La guerra contro l’Iran è sostenuta anche da coloro che hanno un approccio più laico – e presumibilmente più razionale – alla politica, nel Mossad e nel mondo accademico, nonché dagli unici politici che potrebbero potenzialmente sconfiggere Netanyahu alle elezioni di ottobre, Avigdor Liberman e Naftali Bennett. La giustificazione è che Israele doveva agire perché affrontava una minaccia esistenziale – un'affermazione plausibile quanto le giustificazioni di Colin Powell all'ONU per l'invasione dell'Iraq. Ancora più assurda è l'argomentazione secondo cui uno Stato che viola sistematicamente i diritti dei palestinesi sta combattendo una guerra in nome dei diritti umani. Giudicato da una prospettiva economica, nonostante l’esuberanza del mercato azionario israeliano, il corso dello Stato israeliano è altamente discutibile. Costa moltissimo – due miliardi di NIS al giorno in spese dirette e da cinque a sei miliardi indirettamente – e richiederà un significativo e continuo aiuto finanziario americano. La logica del governo è che ciò sarà bilanciato dai dividendi economici: profitti alle stelle derivanti dalla vendita di armi, ora che le armi israeliane all’avanguardia vengono messe in mostra sul campo di battaglia, per non parlare della prospettiva delle riserve petrolifere iraniane e di un maggiore accesso a quelle degli Stati del Golfo, man mano che questi ultimi si rendono conto di aver bisogno della protezione di Israele. Eppure non c’è alcuna certezza che ciò compenserà lo sforzo finanziario; lo stesso vale per i soldi spesi per gli insediamenti e la promozione del giudaismo messianico al posto dell’assistenza sanitaria e di altre priorità sociali. Ci sono ulteriori ragioni per cui Israele farà fatica a perseguire la sua strategia nel lungo periodo. Campagne come questa in passato sono state abbandonate nel momento in cui hanno incontrato difficoltà. La perdita di vite americane, la pressione da parte di altri paesi della regione, l’opinione pubblica negli Stati Uniti, la potenziale resilienza del regime iraniano e la continua resistenza dei palestinesi potrebbero tutte far pendere l’ago della bilancia. Un’invasione del Libano, a giudicare dai tentativi passati, non porterà benefici a nessuno. Molto dipende dalla coalizione globale che sostiene le guerre di Israele: l'industria degli armamenti, le multinazionali, i leader megalomani di Stati potenti, le lobby sioniste cristiane ed ebraiche, i governi timidi del Nord del mondo e i regimi arabi corrotti del Medio Oriente. Ciò che è certo è che, prima che questo fiasco finisca, Israele infliggerà molta sofferenza agli iraniani, ai libanesi e ai palestinesi.
Non è tempo per perdenti. Perché la guerra pensata per salvare Israele potrebbe invece distruggerlo
di Ramzy Baroud,    CounterPunch, 17 marzo 2026.     Immagine di Timon Studler. Quando Donald Trump e Benjamin Netanyahu il 28 febbraio hanno lanciato la loro aggressione militare contro l’Iran, sembravano convinti che la guerra sarebbe stata rapida. Secondo quanto riferito, Netanyahu avrebbe assicurato a Washington che la campagna avrebbe portato a una vittoria strategica decisiva, in grado di riorganizzare il Medio Oriente e ripristinare la deterrenza di Israele, ormai compromessa. Se Netanyahu stesso credesse a quella promessa è un’altra questione. Da decenni, i circoli influenti all’interno dell’establishment strategico israeliano non hanno necessariamente cercato la stabilità, ma piuttosto una «distruzione creativa». La logica è semplice: smantellare le potenze regionali ostili e consentire che paesaggi politici frammentati le sostituiscano. Questa idea non è emersa dall’oggi al domani. È stata articolata in modo più chiaro in un documento programmatico del 1996 intitolato A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm, preparato per l’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu da un gruppo di strateghi neoconservatori statunitensi, tra cui Richard Perle. Il documento sosteneva che Israele dovesse abbandonare la diplomazia del “terra in cambio di pace” e perseguire invece una strategia volta a indebolire o rimuovere i regimi ostili nella regione, in particolare Iraq e Siria. L’obiettivo non era semplicemente la vittoria militare, ma una ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente a favore di Israele. Per molti versi, i decenni successivi sembrarono confermare tale teoria, almeno dal punto di vista di Tel Aviv. Il Medio Oriente riorganizzato L’invasione statunitense dell’Iraq del 2003 è stata ampiamente considerata una catastrofe per Washington. Centinaia di migliaia di persone hanno perso la vita, sono stati spesi trilioni di dollari e gli Stati Uniti sono rimasti invischiati in una delle occupazioni più destabilizzanti della storia moderna. Eppure la guerra ha rimosso il governo di Saddam Hussein, smantellato il Partito Baath e distrutto quello che un tempo era stato l’esercito arabo più forte della regione. Per Israele, le conseguenze strategiche furono significative. L’Iraq, storicamente uno dei pochi Stati arabi in grado di affrontare militarmente Israele, cessò di esistere come potenza regionale coerente. Seguirono anni di instabilità, lasciando Baghdad con un sistema politico fragile che faticava a mantenere la coesione nazionale. La Siria, altra preoccupazione centrale nel pensiero strategico israeliano, sarebbe poi precipitata in una guerra devastante a partire dal 2011. Anche la Libia era crollata in precedenza, dopo l’intervento della NATO nel 2011. In tutta la regione, stati nazionalisti arabi un tempo formidabili si sono frammentati in sistemi indeboliti o divisi al loro interno. Dal punto di vista di Israele, la teoria della frammentazione regionale sembrava dare i suoi frutti. In assenza di stati arabi forti in grado di proiettare la propria potenza militare, diversi governi del Golfo hanno iniziato a riconsiderare il loro rifiuto di lunga data di normalizzare le relazioni con Israele. Il risultato furono gli Accordi di Abramo, firmati nel settembre 2020 sotto l’amministrazione Trump, che formalizzarono la normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, seguiti in seguito dal Marocco e dal Sudan. Per un attimo, sembrò che la trasformazione geopolitica immaginata decenni prima si fosse realizzata. Gaza ha cambiato l’equazione Ma la storia raramente procede in linea retta. Il genocidio perpetrato da Israele a Gaza non ha prodotto la vittoria strategica che i leader israeliani avevano previsto. Al contrario, la guerra ha messo a nudo profonde vulnerabilità nella posizione militare e politica di Israele. Ancora più importante, la resistenza palestinese ha dimostrato che una forza militare schiacciante non può tradursi in un controllo politico decisivo. Le conseguenze si sono ripercosse ben oltre Gaza. La guerra ha galvanizzato i movimenti di resistenza in tutta la regione, ha accentuato le divisioni all’interno delle società arabe e musulmane tra i governi allineati con Washington e quelli contrari alle politiche israeliane, e ha innescato un’ondata senza precedenti di solidarietà globale nei confronti dei palestinesi. L’immagine internazionale di Israele ne ha risentito drammaticamente. Per decenni, il discorso politico occidentale ha descritto Israele come un avamposto democratico circondato da forze ostili. Questa narrativa si è progressivamente erosa. Sempre più spesso, Israele viene descritto – persino dalle principali organizzazioni internazionali – come uno stato impegnato in un’oppressione sistematica e, nel caso di Gaza, in violenze di stampo genocida. Il costo strategico di tale crollo reputazionale non può essere sottovalutato. Il potere militare si basa non solo sulle armi, ma anche sulla legittimità. E la legittimità, una volta persa, è difficile da recuperare. L’ultima scommessa di Netanyahu In questo contesto, la guerra contro l’Iran è emersa come la scommessa più decisiva di Netanyahu. Se avesse successo, potrebbe ripristinare il dominio regionale di Israele e riaffermarne la deterrenza. Sconfiggere l’Iran – o anche solo indebolirlo gravemente – ridisegnerebbe gli equilibri di potere in tutto il Medio Oriente. Ma un fallimento comporterebbe conseguenze altrettanto profonde. Netanyahu, ora oggetto di un mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nel 2024 per crimini di guerra a Gaza, ha legato la propria sopravvivenza politica alla promessa di una vittoria strategica. In numerose interviste rilasciate nell’ultimo anno, ha descritto il confronto con l’Iran in termini quasi biblici. In un discorso televisivo del 2025, Netanyahu ha dichiarato che Israele era impegnato in una «missione storica» per garantire il futuro dello stato ebraico per le generazioni a venire. Tale retorica non rivela fiducia, ma disperazione. Israele non può condurre una guerra del genere da solo. Non ha mai potuto farlo. Pertanto, Netanyahu ha lavorato instancabilmente per coinvolgere direttamente gli Stati Uniti nel conflitto – uno schema familiare nelle moderne guerre mediorientali. Il paradosso della guerra di Trump Per gli americani, la domanda rimane: perché Donald Trump – che ha ripetutamente condotto la sua campagna contro le «guerre infinite» – ha permesso agli Stati Uniti di entrare in un altro conflitto mediorientale? Durante la sua campagna presidenziale del 2016, Trump dichiarò come è noto: «Non avremmo mai dovuto essere in Iraq. Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente». Eppure, quasi un decennio dopo, la sua amministrazione ha fatto precipitare Washington in uno scontro le cui potenziali conseguenze superano di gran lunga quelle delle guerre precedenti. Le motivazioni precise contano poco per chi vive sotto le bombe. In tutta la regione, le scene sono dolorosamente familiari: città devastate, fosse comuni, famiglie in lutto e società costrette ancora una volta a subire la violenza dell’intervento straniero. Ma questa guerra si sta svolgendo in un contesto geopolitico fondamentalmente diverso. Gli Stati Uniti non godono più del dominio incontrastato di cui godevano un tempo. La Cina è emersa come uno dei principali attori economici e strategici. La Russia continua a esercitare la propria influenza. Le potenze regionali hanno acquisito maggiore sicurezza nel contrastare i dettami di Washington. Lo stesso Medio Oriente è cambiato. Una guerra che sta già andando male I primi segnali indicano che la guerra non si sta svolgendo secondo le aspettative di Washington o Tel Aviv. I resoconti dei media statunitensi e israeliani indicano che i sistemi di difesa missilistica in Israele e in diversi stati del Golfo stanno subendo una forte pressione a causa degli attacchi continui. Nel frattempo, l’Iran e i suoi alleati regionali hanno dimostrato capacità missilistiche ben più estese di quanto molti analisti avessero previsto. Quella che doveva essere una campagna rapida assomiglia sempre più a un conflitto prolungato. I mercati energetici forniscono un’ulteriore indicazione del mutamento delle dinamiche. Anziché garantire un maggiore controllo sui flussi energetici globali, la guerra ha interrotto le forniture e rafforzato l’influenza dell’Iran sulle principali rotte marittime. Le ipotesi strategiche basate su decenni di potere militare americano incontrastato si scontrano con una realtà ben più complessa. Persino la retorica politica proveniente da Washington è diventata palesemente difensiva e sempre più rabbiosa – spesso un segno che gli eventi non si stanno svolgendo come previsto. All’interno della stessa amministrazione Trump, è difficile non notare la povertà intellettuale del momento. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, la cui immagine pubblica si basa più sulla spavalderia televisiva che sulla competenza strategica, ha spesso descritto il conflitto con un linguaggio che suona meno come dottrina militare e più come teatralità da spogliatoio. Nei discorsi e nelle interviste, ha ripetutamente ridotto complesse realtà geopolitiche a rozze narrazioni di forza, mascolinità e dominio. Tale retorica può entusiasmare un pubblico di parte, ma rivela un problema più profondo: le persone che dirigono la guerra più pericolosa degli ultimi decenni sembrano comprendere ben poco delle forze che hanno scatenato. Lo stile di Hegseth è sintomatico di un più ampio collasso intellettuale all’interno dei circoli bellici di Washington, dove la conoscenza storica è sostituita da slogan e la pianificazione strategica da dimostrazioni teatrali di durezza. In un ambiente del genere, le guerre non vengono analizzate; vengono messe in scena. La fine di un’era? Netanyahu cercava di dominare il Medio Oriente. Washington cercava di riaffermare la propria posizione di superpotenza mondiale senza rivali. Nessuno dei due obiettivi sembra alla portata. Al contrario, la guerra potrebbe accelerare proprio quelle trasformazioni che avrebbe dovuto impedire: un ruolo strategico degli Stati Uniti in declino, un indebolimento della posizione deterrente di Israele e un Medio Oriente sempre più plasmato dagli attori regionali piuttosto che dalle potenze esterne. Trump, nonostante il linguaggio altisonante e bellicoso, è in realtà un presidente debole. La rabbia è raramente il linguaggio della forza; spesso è la maschera dell’insicurezza. La sua amministrazione ha sopravvalutato l’onnipotenza militare americana, ha minato gli alleati e antagonizzato gli avversari, ed è entrata in una guerra di cui comprende a malapena le dimensioni storiche, politiche e strategiche. Come può una leadership così consumata dal narcisismo e dalla spettacolarità cogliere appieno la portata della catastrofe che ha contribuito a scatenare? Ci si aspetterebbe saggezza nei momenti di crisi globale. Ciò che abbiamo invece è un coro di slogan, minacce e autocompiacimento proveniente da Washington: un’amministrazione apparentemente incapace di distinguere tra ciò che il potere può realizzare e ciò che non può fare. Non comprendono quanto profondamente sia cambiato il mondo. Non comprendono come il Medio Oriente percepisca ora l’avventurismo militare americano. E certamente non comprendono che Israele stesso è diventato, politicamente e moralmente, un marchio in declino. Naturalmente, Trump e la sua amministrazione, altrettanto arrogante, continueranno a cercare qualsiasi frammento di «vittoria» da vendere al loro elettorato come il più grande trionfo della storia. Ci saranno sempre fanatici pronti a credere a tali miti. Ma la maggior parte degli americani – e la stragrande maggioranza delle persone in tutto il mondo – non ci crede più. In parte perché questa guerra contro l’Iran è immorale. E in parte perché la storia ha ben poca pazienza per i perdenti. Il dottor Ramzy Baroud è giornalista, autore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo prossimo libro, “Before theFlood”, sarà pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri suoi libri figurano “Our Vision for Liberation”, “My Father was a Freedom Fighter” e “The Last Earth”. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).   https://www.counterpunch.org/2026/03/17/no-time-for-losers-why-the-war-meant-to-save-israel-may-destroy-it/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 20, 2026
Assopace Palestina
Esposti dall’alto, messi a tacere dall’interno: i palestinesi nell’Israele in guerra
di Samah Watad e Baker Zoubi,    +972 Magazine, 19 marzo 2026.   Decenni di abbandono hanno lasciato i cittadini palestinesi di Israele indifesi di fronte ai lanci di missili, mentre la polizia arresta di chi esprime dissenso. Un palestinese ispeziona i danni fatti da un missile lanciato dall’Iran che ha colpito la città palestinese di Zarzir, nel nord di Israele, il 13 marzo 2026. (Michael Giladi/Flash90) Con la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran che non accenna a placarsi, il suono delle sirene è diventato una costante sia per i cittadini palestinesi che per quelli ebrei di Israele. Ma mentre gli ebrei israeliani corrono nei rifugi o nei centri di sicurezza nei pochi istanti che intercorrono tra l’allarme e l’impatto dei missili o la caduta dei frammenti dei missili intercettati, molti cittadini palestinesi si chiedono: dove possiamo andare? I rifugi e gli spazi protetti sono diventati una componente centrale del sistema di difesa civile di Israele, specialmente dopo il 7 ottobre e le successive escalation con l’Iran, che hanno esteso la minaccia dei lanci missilistici a quasi ogni parte del paese. Tuttavia, nelle comunità arabe – e persino nei quartieri arabi all’interno delle città binazionali – permangono notevoli disparità tra le protezioni fornite ai cittadini ebrei e a quelli palestinesi. Un nuovo studio condotto da due organizzazioni locali, Sikkuy– Aufoq e Injaz, mette in luce la portata di tale disparità: su 11.775 rifugi pubblici presenti in tutto il paese, solo 37 si trovano in località arabe — circa lo 0,3% — e otto di questi sono inutilizzabili. Un rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno dal Controllore dello Stato israeliano ha rilevato disparità altrettanto marcate. Ciò significa che centinaia di migliaia di cittadini arabi (che costituiscono circa il 20% della popolazione israeliana) vivono in comunità prive di rifugi pubblici e sono quindi costretti a ripararsi a casa in stanze interne, corridoi o vani scala — spazi che offrono scarsa protezione dai colpi diretti o persino dalla caduta di schegge. Questa vulnerabilità non è solo una falla in tempo di guerra, ma è il risultato di decenni di pianificazione discriminatoria, di cronici sottoinvestimenti e di decisioni politiche che hanno lasciato le città arabe in gran parte al di fuori delle infrastrutture di protezione dello stato. Parte di questo divario è di natura strutturale. Una grande percentuale delle abitazioni nelle comunità palestinesi è stata costruita prima del 1992, quando le normative israeliane hanno iniziato a richiedere una stanza fortificata (nota in ebraico come “mamad”) nelle nuove costruzioni residenziali. Tuttavia, ancora oggi, i residenti palestinesi che cercano di costruire tali rifugi privati a proprie spese spesso non sono in grado di farlo a causa degli ostacoli urbanistici e burocratici presenti nelle città arabe. «Il divario in materia di protezione non è solo una questione tecnica; è anche legato alle politiche di pianificazione e costruzione», ha dichiarato a +972 Raghad Jaraisi, co-direttrice esecutiva di Sikkuy–Aufoq. «Quando vi sono restrizioni al rilascio dei permessi di costruzione e i progetti di riqualificazione urbana non procedono nelle comunità arabe, ciò incide direttamente sulla capacità delle persone di aggiungere stanze protette alle proprie abitazioni». In questo senso, il problema non è semplicemente la carenza di rifugi. È che la sicurezza stessa è stata plasmata da sistemi dai quali i cittadini palestinesi sono stati a lungo esclusi: l’assegnazione dei terreni, il rilascio dei permessi e lo sviluppo guidato dal mercato. L’anno appena trascorso ha messo in luce le profonde e fatali conseguenze di questa mancanza di protezione. Durante la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno tra Israele e l’Iran, un missile ha colpito un’abitazione nella città palestinese di Tamra, uccidendo due donne e due bambine. Negli ultimi anni, missili o schegge cadute in seguito a intercettazioni hanno causato vittime civili anche a Majd Al-Krum e Shefa-‘Amr‘. Forze di sicurezza e di soccorso israeliane sul luogo di un attacco con missili balistici iraniani a Tamra, nel nord di Israele, il 15 giugno 2025. (David Cohen/Flash90) In altre comunità, episodi simili hanno causato feriti e danni alle abitazioni e alle proprietà. Mercoledì scorso, un razzo di Hezbollah ha colpito un’abitazione nel villaggio settentrionale di Bi’ina, ferendo diverse persone. Due giorni dopo, un attacco missilistico iraniano ha ferito quasi 60 persone nella vicina Zarzir e causato ingenti danni. La notte successiva, delle schegge sono cadute nel villaggio di Umm Al-Ghanam, provocando l’incendio di un veicolo. Allo stesso tempo, un’altra crisi continua a tormentare la vita quotidiana dei cittadini palestinesi: la violenta criminalità organizzata. Sebbene il ritmo degli omicidi sia leggermente diminuito durante la guerra, non si è arrestato: almeno 11 palestinesi sono stati uccisi dal suo inizio. Per molti, l’epidemia di criminalità rimane una minaccia ancora più immediata della guerra stessa. La guerra ha inoltre interrotto le proteste di massa che i cittadini palestinesi avevano iniziato a organizzare contro la criminalità, poiché le restrizioni e le preoccupazioni per la sicurezza rendono molto più difficile una mobilitazione duratura. Allo stesso tempo, qualsiasi opposizione aperta alla guerra o manifestazione pubblica dell’identità palestinese continua a essere brutalmente repressa dalle autorità. In questa realtà, i cittadini palestinesi di Israele vivono sotto una doppia minaccia: la guerra che piove dal cielo e la violenza e la repressione che vengono dall’interno. Cinque rifugi per 3.000 persone I cittadini palestinesi di Israele subiscono da decenni discriminazioni, e le conseguenze di tale situazione sono ora dolorosamente evidenti in materia di sicurezza di base. In tutto il paese, molte città e villaggi palestinesi continuano a non disporre di sufficienti rifugi e spazi protetti, mentre i governi che si sono succeduti hanno compiuto scarsi sforzi per colmare in modo significativo tale lacuna. Nelle cosiddette «città miste» come Lod (o Lyd), Ramla, Jaffa, Haifa e Akka, questa disparità è ancora più marcata, talvolta visibile persino sulla stessa strada. «Quando si guarda la mappa, si vede chiaramente dove esistono i rifugi e dove non ci sono», ha dichiarato a +972 Ghassan Monayer, un attivista sociale di Ramla. «Nei quartieri ebraici ci sono rifugi pubblici, spazi protetti all’interno degli edifici e talvolta persino rifugi mobili. Nei quartieri arabi, il quadro è completamente diverso». In alcuni casi, la disuguaglianza affonda le sue radici nella storia specifica di queste città. Alcuni quartieri di Ramla, ha spiegato Monayer, erano a maggioranza palestinese anche prima del 1948. Dopo la Nakba, vi si insediarono israeliani ebrei e lo stato costruì alloggi pubblici. «In seguito, i residenti ebrei si trasferirono nei quartieri più nuovi, mentre gli arabi si insediarono in quelli più vecchi», ha affermato. «Qui il numero di alloggi è molto esiguo e alcuni versano in cattive condizioni. Certamente non sono adeguati alle dimensioni della popolazione». Altrove, la situazione è ancora più grave: interi quartieri non sono mai stati dotati di rifugi. «In un quartiere di Lod, dove vivono più di 3.000 persone, ci sono solo cinque rifugi mobili», ha affermato Monayer. «In un altro quartiere, l’unico luogo in cui le persone possono trovare riparo è la scuola, ma la distanza tra questa e la maggior parte delle abitazioni è superiore a quella che si dovrebbe percorrere durante l’allarme. «Il Comune afferma che nei quartieri della città ci sono 18 spazi protetti», ha proseguito. «Quei rifugi possono ospitare solo circa 600 persone. La domanda è semplice: e tutti gli altri? Dovrebbero aspettare per strada? A Lod e Ramla ci sono case con i tetti in metallo, case che potrebbero essere distrutte dalle schegge, [figuriamoci] da un missile. Quando la gente sente la sirena, sa che in realtà non ha alcun posto sicuro dove andare». Il sindaco di Sakhnin, Mazen Ghanayem, ha lamentato la mancanza di rifugi nella sua città araba nel nord di Israele. (Odd Anderson/AFP) I residenti hanno proposto soluzioni concrete, ma sostengono di aver ricevuto scarse risposte. «Abbiamo suggerito al Comune un’idea semplice: se non è in grado di realizzare ulteriori spazi protetti, dovrebbe incoraggiare i residenti a costruirli autonomamente. La legge consente di realizzare una stanza protetta nel proprio giardino anche senza permesso, ma le persone temono le multe o la minaccia di ordinanze di demolizione. Abbiamo chiesto: “Concedete agli abitanti uno sgravio sulle tasse comunali o qualche altro incentivo e incoraggiateli a costruire”». La mancanza di protezione è particolarmente grave nei villaggi beduini non riconosciuti situati nel  Naqab (o Negev). Nel corso di un recente dibattito alla Knesset, il deputato Walid Al-Huwashla, residente nel Naqab e membro della Lista Araba Unita (Ra’am), ha sottolineato quella che ha definito una situazione di abbandono quasi totale. Secondo lui, nei villaggi non riconosciuti e in alcuni consigli regionali della zona non esistono praticamente misure di protezione. Anche i risultati della relazione del Controllore dello Stato evidenziano la profondità del divario: in tutti i villaggi non riconosciuti del Naqab, vi sono solo 64 spazi protetti per circa 165.000 residenti. Per cercare di ovviare a questa carenza, l’organizzazione di base Standing Together ha lanciato recentemente un’iniziativa di crowdfunding e ha iniziato a installare rifugi mobili. Tuttavia, secondo una fonte del Comitato nazionale dei Presidenti delle Autorità Locali aAabe, al di là di alcune limitate discussioni incentrate sui villaggi beduini, non vi è stato alcun intervento statale globale volto ad affrontare la più ampia carenza di risorse nelle località arabe. In pratica, l’attenzione si è spostata sulla formazione di squadre locali di volontariato per le emergenze — in materia di soccorso, primo soccorso e sostegno psicologico — affinché le comunità possano reagire autonomamente in caso di attacchi. L’implicazione è chiara: in assenza di una protezione adeguata, la responsabilità della sopravvivenza viene sempre più scaricata sulle comunità stesse. Controllo del dissenso Privi di protezione da missili, razzi e schegge, i cittadini palestinesi di Israele costituiscono anche la principale opposizione all’interno del paese alla guerra con l’Iran, sostenuta da oltre il 90% dell’opinione pubblica ebraica. Ma in uno stato che tollera ben poco il dissenso, i palestinesi sanno bene che esprimersi apertamente può comportare un costo molto alto. Non esistono dati ufficiali sul numero di palestinesi arrestati o interrogati per presunti reati legati alla libertà di espressione dall’inizio della guerra con l’Iran. Tuttavia, nel corso delle ricerche condotte per questo articolo, +972 ha individuato almeno nove casi di questo tipo. Il risultato è una crescente sensazione, diffusa tra molti cittadini palestinesi, che esprimersi apertamente sia diventato più pericoloso che mai. Pochi giorni dopo l’inizio degli attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti, la polizia israeliana ha arrestato Majd Asadi, cantante lirico e attivista palestinese residente nella città a maggioranza drusa di Daliyat Al-Karmel, nei pressi di Haifa, a causa di un post sui social media in cui criticava la guerra. Nel post, Asadi aveva inquadrato la guerra come parte di una più ampia lotta geopolitica, scrivendo che essa riguardava il «controllo delle rotte marittime, delle risorse e del petrolio» e sostenendo che la Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, «non rappresentava una minaccia esistenziale». Ha aggiunto: «Ho molto criticato Khamenei, ma al contempo nutro un enorme rispetto per la sua posizione intransigente nei confronti delle forze imperiali del male… Non è necessario sostenere Khamenei per comprendere che si tratta di una figura storica intransigente». La polizia disperde i manifestanti che protestano contro la guerra in piazza Habima a Tel Aviv, il 3 marzo 2026. (Flash90) Sospettato di affiliazione a un’organizzazione terroristica e di istigazione al terrorismo, Asadi è stato trattenuto in custodia per due giorni prima di essere rilasciato a condizione che non pubblichi altri post sull’Iran per cinque giorni e che si impegni a presentarsi per essere interrogato qualora venisse convocato. Il suo arresto ha suscitato forti reazioni negative tra gli attivisti e le personalità pubbliche palestinesi, molti dei quali hanno considerato questo arresto una grave violazione della libertà di espressione. Ma ha anche scatenato una reazione ostile a livello locale. Rafik Halabi, presidente druso del consiglio comunale di Daliyat Al-Karmel, ha pubblicato un video (che ha successivamente cancellato a seguito delle critiche mosse dai palestinesi che lo hanno giudicato settario e codardo) in cui denunciava Asadi e metteva in guardia dall’«accogliere estranei» nella località. Da allora, Asadi ha scritto di aver parlato con Halabi e di volerlo incontrare nei prossimi giorni per discutere dell’accaduto. I familiari di Asadi hanno riferito che le ripercussioni sono andate ben oltre l’arresto stesso. La madre di Asadi ha ricevuto minacce e ha dovuto lasciare temporaneamente la propria abitazione. Sui social media e all’interno della città, il caso ha alimentato un acceso dibattito pubblico, con accuse e richieste rivolte alla famiglia. La detenzione di Asadi fa seguito a una serie di arresti di cittadini palestinesi di Israele a seguito di post sui social media, in particolare a partire dal 7 ottobre. Solo di recente, Abdel Rahim Haj Yahya, un influencer sui social media di Tayibe, è stato rilasciato dopo aver scontato 27 mesi di carcere per dei post che, secondo le autorità, sostenevano Hamas. L’ultimo arresto è avvenuto oggi, quando Raed Salah, un importante leader palestinese in Israele ed ex capo del Movimento Islamico del Nord, ora dichiarato fuorilegge, è stato arrestato mentre faceva visita ad alcuni conoscenti a Shuafat, a Gerusalemme Est. È stato rilasciato nel giro di poche ore, ma la polizia non ha fornito alcuna spiegazione pubblica, alimentando così la sensazione generale di arbitrarietà nell’applicazione della legge. In un altro caso, il 5 marzo, una donna palestinese nella città settentrionale di Harish è stata arrestata dopo che la polizia aveva trovato una bandiera palestinese nella sua abitazione. Tutto è iniziato con un post di routine pubblicato in un gruppo della comunità in cui cercava un terapeuta di lingua araba per suo figlio; altri residenti hanno esaminato il suo profilo, hanno trovato una vecchia foto in cui lei reggeva una bandiera palestinese e l’hanno denunciata. «Hanno raccolto ulteriori informazioni su di me e hanno manifestato davanti a casa mia, e a un certo punto qualcuno ha presentato una denuncia contro di me [affermando che] sono una terrorista», ha raccontato a +972, chiedendo di rimanere anonima per timore di ulteriori attacchi. «Pensavo che questo tipo di persecuzione fosse riservato solo a persone molto attive politicamente», ha aggiunto. «Ora basta anche solo un semplice commento». La polizia l’ha ammanettata e l’ha condotta in centrale per interrogarla; lì, come ha raccontato, è stata costretta a calpestare una bandiera palestinese e a posare per delle foto davanti a una bandiera israeliana, prima di essere rilasciata più tardi quella stessa notte. Nella prima settimana di marzo, cinque cittadini palestinesi sono stati arrestati con l’accusa di aver dipinto con vernice spray una bandiera palestinese su un edificio comunale; tutti sono stati rilasciati lo stesso giorno per mancanza di prove. La settimana successiva, il 12 marzo, anche Mohammed Sakallah — figlio di un consigliere comunale di Lod — è stato arrestato con accuse simili. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir si è unito a decine di agenti di polizia e a una troupe televisiva mentre facevano irruzione nella sua casa. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sul luogo in cui un missile balistico lanciato dall’Iran ha colpito Tel Aviv durante la notte, causando gravi danni, 1° marzo 2026. (Chaim Goldberg/Flash90) Sakallah è stato rilasciato e posto agli arresti domiciliari il giorno seguente, e molti residenti palestinesi di Lod hanno interpretato il suo arresto come una dimostrazione di forza volta a intimidire la comunità e a scoraggiare anche la minima espressione politica. Per i cittadini palestinesi di Israele, l’inasprimento della repressione potrebbe indicare un cambiamento più profondo. Hassan Jabareen, direttore del centro legale palestinese Adalah con sede ad Haifa, ha affermato che lo spazio già limitato alla libertà di espressione si è ulteriormente ridotto dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023. «In passato, i palestinesi all’interno di Israele si consideravano cittadini di seconda classe, e tale consapevolezza alimentava la lotta per l’uguaglianza», ha affermato. «Ma dall’inizio della guerra genocida contro Gaza, molti ora ritengono di non essere affatto trattati come cittadini. Ecco perché le persone sono diventate molto più caute». Tale cambiamento, ha spiegato, è strettamente legato all’azione di polizia sempre più aggressiva messa in atto in tempo di guerra sotto Ben Gvir. «Oggi il nemico non è più solo rappresentato dai cittadini arabi, ma sempre più da chiunque si opponga al governo. In pratica, anche la sinistra ebraica israeliana è diventata un bersaglio». L’altra emergenza Come hanno osservato attivisti e giornalisti locali, questi arresti avvengono in un momento in cui i cittadini palestinesi di Israele stanno affrontando un’ondata senza precedenti di crimini violenti. Sembra, in altre parole, che la polizia sia più preoccupata dei post online che degli autori di omicidi.   L’8 marzo, Ahmad Nassar, sindaco della città settentrionale di Arraba, è rimasto ferito in una sparatoria avvenuta all’interno di un panificio locale; anche il dottor Anwar Yassin, presidente del comitato popolare della città, è rimasto ferito. Per Rawyah Handaqlu, avvocata palestinese e fondatrice di Eilaf – Centro per la Promozione della Sicurezza nella Società Araba, questo attacco ha segnato una pericolosa svolta. «Il tentato omicidio del sindaco di Arraba rappresenta una grave escalation, ma purtroppo non è un evento isolato», ha dichiarato a +972. «Quando la criminalità raggiunge questo livello, non minaccia più solo la vita dei singoli individui; danneggia il tessuto sociale e mina la democrazia locale creando un clima di paura che può dissuadere le persone dal dedicarsi al servizio pubblico e alla leadership». Il 16 marzo, tre persone sono state uccise in tre distinti episodi di violenza: un uomo sulla trentina è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Tira; un altro uomo è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Umm Al-Fahm; e un motociclista ventenne è stato ucciso a Ramla. Questa sequenza di eventi suggerisce che l’eventuale breve tregua seguita allo scoppio della guerra potrebbe già essere in via di esaurimento. Sebbene sia troppo presto per trarre conclusioni definitive, il ritorno di omicidi multipli in un solo giorno ha rafforzato i timori che le condizioni di guerra possano creare ancora più spazio per la violenza criminale, poiché l’attenzione dell’opinione pubblica si sposta sul fronte militare e le risorse della polizia sono impegnate altrove. In tal senso, la guerra non ha sostituito un’emergenza con un’altra, ma le ha semplicemente sovrapposte l’una all’altra. Ciò che preoccupa molti nella società araba è la sensazione che la mancanza di protezione — sia dalla violenza criminale che dagli attacchi missilistici — non sia un problema di bilancio. Lo stato, ritengono, dispone degli strumenti per affrontare tali questioni; ciò che manca è la volontà politica. Tuttavia, sotto l’attuale leadership israeliana, e mentre la cosiddetta opposizione incita all’odio contro i cittadini palestinesi, vi sono poche speranze che la situazione possa cambiare. In collaborazione con LOCAL CALL Samah Watad è una giornalista e ricercatrice investigativa palestinese con sede in Israele, che si occupa di politica e questioni sociali. Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di Israele, residente nel villaggio di Kufr Maser, nella Bassa Galilea. Ha iniziato la sua carriera nel 2010 come reporter per testate giornalistiche arabe locali, per poi assumere il ruolo di redattore capo presso la piattaforma di informazione Bokra, con sede a Nazareth. Dal 2021 è collaboratore di Local Call e +972 Magazine, pur continuando a lavorare come redattore part-time presso Bokra e pubblicando articoli di opinione su questioni politiche e sociali nella società palestinese. Oltre al suo lavoro giornalistico, collabora con diverse istituzioni su progetti di traduzione e revisione di testi e occasionalmente cura programmi televisivi. Lui e sua moglie Yara hanno tre figli: una figlia, Jida, e due figli, Jabr e Jawad. https://www.972mag.com/exposed-silenced-palestinians-wartime-israel Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 20, 2026
Assopace Palestina
«Domani», il viaggio di Maysoon Majidi
Sarà al cinema dal 26 marzo “Domani. Il Viaggio di Maysoon Majidi”, il film documentario di Vincenzo Caricari e Barbara Di Fabio sulla storia della giovane regista e attivista iraniana, in fuga dal regime di Teheran, che una volta arrivata in Europa, a Crotone in Italia, viene arrestata con l’accusa di “scafismo”. Il docufilm racconta i momenti precedenti la sentenza che deciderà il suo destino, dopo 302 giorni di carcere. Dopo l’anteprima al 66° Festival dei Popoli, il film inizia il suo viaggio al cinema da Bologna, giovedì 26 marzo alle 21 al Cinema Galliera 1. Maysoon Majidi è una giovane donna curda in fuga dal regime di Teheran, attivista per i diritti civili e politici, impegnata nella lotta per il riconoscimento del Kurdistan e dei diritti fondamentali negati in Iran. Arriva in Italia, per mezzo di una piccola imbarcazione insieme ad altri 77 passeggeri, poiché deve scappare in quanto ormai invisa al governo degli Ayatollah. Approdata, alla vigilia di Capodanno 2023, a Crotone, in Calabria, due passeggeri la accusano di essere l’assistente del capitano che guidava la barca.  Viene così trattenuta dalla Polizia, intervenuta subito dopo lo sbarco, e quindi arrestata sulla base delle testimonianze di due uomini che, successivamente allo sbarco, si rendono irreperibili, prendendo la via del nord Europa. Trascorre così dieci mesi in carcere, di cui i primi due senza possibilità di contatti con un interprete, un avvocato, la sua famiglia. Inizia uno sciopero della fame per denunciare l’ingiustizia e gli abusi subiti, arrivando a perdere 17 kg. A ottobre del 2024 viene scarcerata, restando in attesa della sentenza che deciderà il suo destino. A febbraio 2025, il Tribunale di Crotone ha disposto l’assoluzione dalle accuse per Maysoon Majidi “per non aver commesso il fatto”: ma il suo incubo non è ancora finito, a luglio seguente la Procura di Crotone ha infatti presentato appello alla sentenza per presunte irregolarità procedurali. Il film documentario è distribuito da OpenDDB, progetto dell’associazione culturale Distribuzioni dal Basso ETS: nata nel 2013, è la prima piattaforma che supporta la circolazione di opere indipendenti. Dal 2020 realizza piattaforme web per streaming on demand a numerosi festival di cinema. Regia: Vincenzo Caricari, Barbara Di Fabio Scritto da: Vincenzo Caricari, Barbara Di Fabio Post produzione audio, mix e sound design: Claudio Cadei Produttore esecutivo: Vincenzo Caricari Produzione: Streets Film Fotografia: Vincenzo Caricari, Emiliano Barbucci Montaggio: Martino Scordenne Suono presa diretta: Simone Casile Musiche originali: Francesco Loccisano Distribuzione: OpenDDB – Distribuzioni Dal Basso BIOGRAFIE Vincenzo Caricari – Dal 2006 realizza documentari di impegno sociale in Calabria, presentati e premiati in festival nazionali e internazionali. Ha collaborato al film Il volo di Wim Wenders. Vince il Calabria Film Festival con il corto Il ladro. Il corto Pietre partecipa al Clermont-Ferrand Short Film Festival, al Tripoli Film Festival e al Festival del Cinema Europeo di Lecce. Il corto Rosa, presentato all’Encounters Short Film Festival di Londra (uno dei festival qualificanti per gli Oscar), va in onda su Rai 1 ed è scelto dal Centro Nazionale del Cortometraggio per l’iniziativa “10 corti italiani nel mondo”, distribuiti in ambasciate e consolati. Dal 2013 cura vari casting in Calabria, tra cui Anime nere, ZeroZeroZero e Padre nostro. Nel 2020 è operatore aggiunto per il film Il buco di Michelangelo Frammartino, premio speciale della giuria alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Nel 2023 realizza il docufilm Mimmolumano, sulle vicende giudiziarie di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace: selezionato al Premio Libero Bizzarri, al Sudestival e al Los Angeles Italia Film Festival. È docente di Storia del Cinema e pratica sul set presso la Scuola Cinematografica della Calabria. Barbara Di Fabio – Avvocato, si dà al teatro sin dal liceo, successivamente diretta da Bernardo Migliaccio Spina in Nozze di sangue di Federico García Lorca. Partecipa come attrice a spot e fiction per LaC TV. È attrice nel videoclip Lacrime di ferru di Fabio Macagnino. Recita nel booktrailer Segui sempre il gatto bianco di Margherita Catanzariti, con la regia di Vincenzo Caricari, e nella docufiction di LaC TV Donne ribelli, sempre diretta da Vincenzo Caricari. È stata redattrice per circa un anno del magazine online Hermes.   1. Sul sito di OpenDDB tutte le date in aggiornamento  ↩︎
La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran non si concluderà con un chiaro vincitore
di Sultan Barakat,  Al Jazeera, 19 marzo 2026.   Un accordo che consenta a ciascuna parte di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi fondamentali rappresenta la via d’uscita più probabile; e la Cina potrebbe averne la chiave. Le squadre di soccorso lavorano per estrarre una persona ferita dalle macerie, dopo un attacco contro un edificio residenziale il 16 marzo 2026 nel centro di Teheran. [Getty Images] Mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nella sua terza settimana e continua a estendersi in tutta la regione, la domanda non è più chi vincerà, ma come potrebbe concludersi questo conflitto. Ogni round di ritorsioni approfondisce un ciclo che minaccia di trascinare l’intero Medio Oriente in una prolungata instabilità. Eppure, anche le guerre più radicate alla fine cedono il passo ai negoziati. La sfida consiste nel riconoscere il momento in cui continuare a combattere diventa più costoso che fare un passo indietro. All’inizio di questa settimana, l’Iran ha nuovamente negato ogni responsabilità per i recenti attacchi alle infrastrutture civili nel Golfo e ha proposto di istituire una commissione congiunta con gli stati della regione per indagare sugli incidenti. Teheran ha suggerito che un meccanismo di cooperazione che coinvolga i paesi del Golfo potrebbe chiarire l’accaduto e stabilire le responsabilità. Se tale proposta sia sincera o semplicemente tattica è un’altra questione. L’Iran ha ripetutamente insistito sul fatto che la sua guerra è contro gli Stati Uniti e Israele, non contro i suoi vicini del Golfo. Tuttavia, i continui attacchi con missili e droni in tutta la regione hanno acuito i sospetti. Qualsiasi affermazione iraniana sarà esaminata con attenzione, se non addirittura respinta. Tuttavia, gli Stati del Golfo comprendono meglio di chiunque altro che questa guerra non è nel loro interesse. Non si tratta di un conflitto da loro voluto, e finora hanno avuto cura di non diventare partecipanti diretti. La loro reazione si è limitata in gran parte a condannare gli «attacchi indiscriminati e sconsiderati dell’Iran che prendono di mira territori sovrani e mettono in pericolo le popolazioni civili», concentrandosi al contempo su misure difensive quali le operazioni di difesa aerea. Tale moderazione non è casuale. I leader del Golfo sanno che uno scontro diretto con l’Iran – un paese di oltre 90 milioni di persone dotato di notevoli capacità militari – potrebbe rapidamente degenerare in una guerra regionale lunga e distruttiva. Il ricordo della guerra Iran-Iraq degli anni ’80 aleggia ancora pesantemente su tutto il Golfo, a ricordare quanto facilmente tali conflitti possano protrarsi per anni e ridisegnare la regione. C’è anche un’ansia più profonda in gioco. Le capitali del Golfo vedono poca chiarezza a Washington su quale possa essere l’esito finale di questa guerra. Allo stesso tempo, sono perfettamente consapevoli che il conflitto riflette le priorità strategiche della leadership israeliana guidata da Benjamin Netanyahu. La preoccupazione in molte capitali del Golfo è che, se la guerra dovesse estendersi, potrebbero ritrovarsi a doverne sostenere gran parte dell’onere. Dal loro punto di vista, un’escalation potrebbe lasciarle esposte mentre gli altri si spostano su altri teatri. In effetti, Israele ha già iniziato a spostare l’attenzione verso il Libano, da tempo un fronte centrale nella sua pianificazione militare. La sfida irrisolta di Hezbollah e le ambizioni israeliane di lunga data di occupare l’area a sud del fiume Litani continuano a plasmare la sua strategia. In questo contesto, sebbene l’Iran «non veda alcun motivo per negoziare con gli Stati Uniti», la sua proposta di istituire un meccanismo investigativo congiunto offre comunque una possibilità, significativa seppur limitata, di allentare le tensioni nella regione. Gli stati del Golfo potrebbero decidere che esplorare con cautela il dialogo con Teheran, anche se solo a livello tecnico, potrebbe contribuire a prevenire un’ulteriore destabilizzazione nella loro immediate vicinanza. La loro disponibilità a prendere in considerazione un tale impegno potrebbe anche riflettere il complesso panorama dell’intelligence che è emerso nella regione. Dal 7 ottobre 2023, si è assistito a un crescente riconoscimento della straordinaria portata dei servizi di intelligence di Israele e della loro capacità di operare oltre confine, anche all’interno dello stesso Iran. La decisione di Israele di colpire il 18 marzo il giacimento di gas di South Pars (la più grande riserva di gas al mondo, condivisa tra Iran e Qatar), nonostante la sua evidente importanza economica a livello regionale e globale, sottolinea fino a che punto Israele possa essere disposto ad agire in modi che rischiano di coinvolgere più direttamente gli stati del Golfo nel conflitto. In un contesto del genere, determinare la responsabilità degli attacchi è raramente semplice. Un’indagine congiunta o indipendente potrebbe quindi costituire un primo passo concreto verso l’allentamento delle tensioni. È improbabile che questa guerra porti a una vittoria militare decisiva. Né è probabile che sfoci in un processo di pace globale nel breve termine. L’obiettivo più realistico nell’immediato futuro è un cessate il fuoco. Storicamente, i cessate il fuoco si verificano quando tutte le parti giungono alla stessa conclusione: che continuare la guerra costerà più che porvi fine. Ma affinché un cessate il fuoco regga, ciascuna parte deve anche poter rivendicare un certo grado di successo. In pratica, ciò significa elaborare un risultato che consenta a tutte le parti di salvare la faccia in patria, mentre si allontanano silenziosamente dall’escalation. La via più plausibile da seguire parte da una riduzione graduale delle tensioni piuttosto che da un accordo politico di ampia portata. In termini pratici, una fase iniziale potrebbe concentrarsi sulla cessazione degli attacchi contro gli stati del Golfo e le infrastrutture civili, accompagnata da chiare garanzie che il territorio del Golfo non verrà utilizzato come base di lancio per attacchi contro l’Iran. Affinché un accordo di questo tipo funzioni, i governi del Golfo dovrebbero insistere affinché gli Stati Uniti si astengano dall’utilizzare le proprie basi regionali per sferrare ulteriori attacchi sul territorio iraniano. Allo stesso tempo, l’Iran dovrebbe interrompere gli attacchi alla navigazione marittima e alle infrastrutture energetiche. La messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz creerebbe forti incentivi per gli attori internazionali, dall’Europa all’Asia, a sostenere e, ove possibile, far rispettare un cessate il fuoco. Una seconda fase potrebbe quindi concentrarsi sulla cessazione dello scontro diretto tra Iran e Israele. A quel punto, le narrazioni politiche assumerebbero un’importanza quasi pari a quella delle realtà militari. Per quanto riguarda Israele e gli Stati Uniti, i leader sosterranno probabilmente che le loro operazioni sono riuscite a indebolire le capacità nucleari e missilistiche dell’Iran e a imporgli costi strategici significativi. Potrebbero inoltre presentare la decisione di arrestare l’escalation come una scelta deliberata volta a salvare vite civili. Presentata in questo modo, la cessazione della campagna non apparirebbe come una ritirata, ma piuttosto come il completamento con successo di un obiettivo militare limitato. L’Iran, dal canto suo, darebbe un’interpretazione molto diversa dell’esito. Teheran metterebbe in risalto la propria resilienza, sostenendo che la Repubblica Islamica è sopravvissuta a un’intensa pressione militare e che i tentativi di destabilizzare il regime sono falliti. I leader iraniani affermerebbero probabilmente che la loro risposta all’assassinio della Guida Suprema e alla guerra imposta ha ripristinato la deterrenza e costretto i loro avversari a riconsiderare i rischi di un ulteriore scontro. Queste narrazioni possono scontrarsi, ma non sono insolite in guerra. Molte guerre finiscono proprio in questo modo: non con un chiaro vincitore, ma con un accordo che consente a ciascuna parte di affermare di aver raggiunto i propri obiettivi fondamentali. Negoziati diretti tra l’Iran e i suoi principali avversari rimangono politicamente delicati e difficili da portare avanti. In tali circostanze, e alla luce dei recenti precedenti di uso inappropriato dei negoziati ospitati nella regione, i progressi richiederanno il coinvolgimento di una grande potenza esterna in grado di esercitare influenza su più parti contemporaneamente. La Cina sembra ben posizionata per svolgere tale ruolo. Pechino ha coltivato solide relazioni economiche e diplomatiche in tutto il Medio Oriente, mantenendo legami di collaborazione con l’Iran, gli Stati del Golfo e Israele. Il suo crescente peso politico, unito al suo interesse nel proteggere la stabilità dei mercati energetici globali, le conferisce sia l’incentivo che la leva necessaria per incoraggiare un allentamento delle tensioni. La Cina ha già dimostrato la propria capacità di mediare nelle controversie regionali. Nel marzo 2023, Pechino ha facilitato un accordo storico che ha ripristinato le relazioni diplomatiche tra l’Arabia Saudita e l’Iran dopo una rottura durata sette anni, portando alla riapertura delle ambasciate e alla ripresa dei rapporti ufficiali. L’impegno ad alto livello tra Washington e Pechino, nell’ambito dei preparativi per il viaggio in Cina del presidente Donald Trump, recentemente rinviato alla fine di aprile a causa della guerra in Iran, potrebbe creare una rara opportunità di coordinamento discreto tra le grandi potenze, volto a prevenire una guerra regionale più ampia. Nonostante la loro rivalità strategica, entrambe le potenze condividono un chiaro interesse nell’evitare un conflitto che potrebbe destabilizzare i mercati globali, interrompere le forniture energetiche e aggravare l’incertezza geopolitica. Gli attori regionali, in particolare l’Arabia Saudita e la Turchia, continuerebbero a svolgere un importante ruolo di supporto nell’incoraggiare la Cina a partecipare. Paesi come l’Oman e il Qatar fungono da tempo da canali discreti per il dialogo, in grado di ospitare discussioni informali e di mantenere i contatti quando i negoziati formali si arenano. I governi europei e le istituzioni internazionali potrebbero integrare questi sforzi coordinando incentivi economici o l’alleviamento delle sanzioni nell’ambito di un più ampio pacchetto diplomatico. La sfida più ardua consisterà nell’affrontare le preoccupazioni in materia di sicurezza di tutte le parti coinvolte. L’Iran chiede da tempo che la sicurezza nel Golfo sia gestita dagli stessi stati della regione. Israele e i suoi partner, dal canto loro, insistono per ottenere garanzie credibili che le capacità militari iraniane non minaccino la loro sicurezza. Colmare questo divario richiederà una diplomazia costante e attenta, oltre che pazienza. Ciò che è certo è che questa guerra non finirà con richieste massimaliste o con trionfi decisivi sul campo di battaglia. Finirà quando i leader riconosceranno che il protrarsi del conflitto non serve agli interessi a lungo termine di nessuno. Sultan Barakat è professore di politiche pubbliche presso l’Università Hamad Bin Khalifa, professore onorario presso l’Università di York e membro del Gruppo di Esperti di Riferimento ICMD dell’Istituto Raoul Wallenberg. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/19/the-us-israel-war-with-iran-will-not-end-with-a-clear Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 19, 2026
Assopace Palestina
Boza: il paradiso dopo l’inferno
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Boza. Città Invisibile I corrispondenti del Giornale delle rotte, avventurieri raccolti dai sud, hanno composto insieme la poesia che segue, per insegnarci il suo significato. Boza: nome di strada, percorso incerto, attraversamento rischioso verso un sogno di vite appese a un filo sottile    Boza: grido del cuore, di migranti alla ricerca di un domani migliore, ma il percorso è spesso molto lungo.   Boza: spazio sospeso, di passaggio e di crepe, di vento, di reti e di brecce. Non ha muri, ma passaggi, attese al posto dei luoghi. Sulle mappe, è il punto esatto al confine tra  fragile e solido.  Boza:  suono di rabbia, ostinazione, speranza, fiducia e Insh’Allah mescolati a preghiere.  Boza: tempo di un istante, tempo di un passo in più. E poi tutto diventa visibile a tutti. Poi Boza si dissolve, lasciando dietro di sé una scia di vita che ricomincia. BOZA a cura  di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Boza è un termine che punteggia in modo ricorrente le rotte e il linguaggio di chi è in viaggio. Proviene dall’area geografica delle ex colonie francesi dell’Africa Occidentale e porta dentro di sé diversi significati; nel quadro di una metafora bellica, l’espressione allude all’idea di vittoria/riuscita – il bruciare/bucare la frontiera e arrivare dall’altro lato, inscritto anche nella parola harga (si veda Harraga) – ma anche al tentativo ripetuto, a volte riuscito a volte fallimentare, di passare, di andare oltre. Il suono, il suo grido, lasciano emergere da un lato un sapore di celebrazione, dall’altro un invito performativo, un’esortazione ad avere coraggio e agire che è anche il riconoscimento della caparbietà e dell’insistenza, doti necessarie per chi viaggia senza i giusti documenti. Dal termine deriva anche un sostantivo che agglutina coloro che si iscrivono in quella pratica, e in un certo ethos: i bozayeur. In questa parola, quindi, la dimensione etica rinvia da un lato all’autoattribuzione del coraggio necessario alla vita (senza coraggio si sopravvive e basta, si resta inermi, si ferma il viaggio della vita), e dall’altro all’autoattribuzione di gloria per avere sconfitto coloro che impediscono la vita e la sua riuscita.  Il grido dalle reti di Ceuta e Melilla, e dai passaggi in mare verso le isole Canarie e lo stretto di Gibilterra, si è presto diffuso grazie al passaparola e ai social media lungo tutta la sponda sud della Fortezza Europa (in Algeria, Libia, Tunisia) ed è strettamente correlato ai tentativi della diaspora black di superare la frontiera. In tale senso è una parola propria del Mediterraneo nero (si veda Black). Nella circolazione vorticosa della parola, l’origine linguistica si è persa fra gli stessi parlanti e il termine è divenuto una specie di esperanto fra gli aventurier, gli harraga, i soldats di molte e diverse nazionalità.  Infine, più in generale, il termine costituisce un grido di orgoglio e resistenza rispetto al piano delle discriminazioni subite lungo le rotte e nei paesi di transito, una rivendicazione di libertà e diritto al movimento.  ESEMPI DAL CAMPO Quando a bordo di Nadir soccorriamo una barca nelle acque internazionali circostanti Lampedusa, c’è un momento di celebrazione ed euforia: le persone cantano, si filmano, battono le mani. Amen, boza, Lampedusa è il jingle lanciato dalle donne e seguito da tutti.  Estratto dai diari di campo, aprile 2023  Boza è un grido di gioia, una vittoria, una riuscita. Da tanto tempo. Io l’ho sentito per la prima volta in Marocco dieci anni fa quando ho iniziato l’avventura… Questo grido di gioia. Ma non è facile fare boza. Vuole dire ho vinto, ci sono riuscito. Quando riesci in qualcosa che non è facile e ti genera gioia, gridi boza. Non so da dove viene, forse è spagnolo. Dal Marocco poi a forza di sentirlo nei video di chi arrivava, si è diffuso ovunque… Tunisia e anche Libia.  Intervista con Tala, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in libia  Boza è un termine che utilizzano i subsahariani. È un po’ come dire goal! Il pallone è entrato. Vuole dire siamo entrati in Europa, goal! Il goal dei migranti, senza soldi e senza visti. Liberi. E quando diciamo boza free, significa che ha funzionato, che il goal all’Europa lo abbiamo fatto veramente. È un termine di noi migranti! Lo diciamo anche per dissimulare la cosa, per non farci capire di fronte a chi non deve sapere… Oggi provo a fare boza.  Intervista con William, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in Tunisia   Boza è un segno di vittoria contro la violenza dei maghrebini su noi neri, una resistenza contro il regime tunisino e il suo razzismo. Ti racconto… Quando nel villaggio dove organizzavamo la partenza, vicino a Sfax, è venuta la polizia a distruggere il nostro accampamento durante il Ramadan, abbiamo cantato in massa boza ramadan!!  Centinaia di persone lo gridavano per sottolineare la vergogna dell’uso della violenza contro di noi, persino durante il mese sacro.  Intervista con Moussa, corrispondente del giornale delle rotte, ora in Tunisia
Ciechi guidati da pazzi
di Paola Giaculli,  Transform – Italia, 4 marzo 2026.   Non ci sono parole per descrivere l’incubo fantapolitico e surreale che stiamo vivendo. Almeno, nel lontano 2003, alle provette fake esibite da Colin Powell come pretesto alla guerra contro l’Iraq, due grandi paesi europei come la Francia di Chirac e la Germania di Schröder dissero no. Ma ormai siamo in piena finzione orwelliana. In prima battuta i moderni vassalli di Israele e Usa, scalcagnati cavalieri votati, con tassi di popolarità e consenso bassissimi come Emmanuel Macron, Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, accompagnati dalle novelle amazzoni di Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, senza il minimo pudore, pur di non condannare l’attacco all’Iran da parte dei terroristi di stato Trump e Netanyahu, così platealmente contrario al diritto internazionale, rovesciano la realtà. Lo fanno a tal punto da rifarsela con la reazione dell’Iran colpito mentre si trovava al tavolo delle trattative (dimenticandosi che sono innanzi tutto gli Stati Uniti ad essersi ritirati dal trattato nucleare del 2015), anche se col senno di poi alcuni come Macron e Starmer cercano di correggere il tiro. Forse perché è talmente evidente che, in assenza di scopo e giustificazione legittimi, l’unica finalità dell’attacco appare la realizzazione della Grande Israele, con l’ambizione, assecondata da Trump, di diventare l’unico dominus della regione, mettendola a ferro e fuoco e rischiando di provocare la Terza Guerra Mondiale. Siamo governati da ciechi guidati da pazzi, come nel più volte citato Re Lear di Shakespeare. Come dice Yanis Varoufakis, “i leader europei hanno oltrepassato la linea rossa verso la pazzia criminale”. Merz, vassallo d’onore, la cui unica grandezza risiede nella statura corporea, unico tra gli “alleati” ad essere informato dell’aggressione all’Iran, in costante contatto, come dichiara, con i partner artefici dell’attacco, e che si intrattiene regolarmente con il sovrano americano, viene così definitivamente promosso a tutore e rappresentante ufficiale del Potere israelo-americano in terra d’Europa, e accoglie con servile zelo persino i jet statunitensi che erano stazionati nelle basi USA nella Spagna dell’indisponente Sanchez, rimasto l’unico, oltre che a mantenere un minimo di ragionevole senso comune, a parlare la lingua del diritto. Mentre il “nostro” non manca di tenere fede all’onere del servilismo e dichiara che quegli attacchi, anche se non privi di rischi (sic), sono “necessari” e “non c’è un momento ideale” in cui portare a termine il conflitto decennale di USA e Israele contro l’Iran impegnato in atti di terrorismo. Accusa l’Iran di “destabilizzare l’intera ragione”, lo Invita a cessare gli attacchi “indiscriminati” e a “tornare al tavolo delle trattative”, (!) nonostante non sia stato l’Iran ad averlo abbandonato e ad essere stato colpito per primo. Non risparmia durezza contro chi volesse attaccare in Germania “sedi israeliane e americane”. Non manca di collegare la Russia e la sua aggressione in Ucraina col regime iraniano “che persegue da anni il terrore contro Israele”. Il suddito fedele Del resto Merz, in occasione degli attacchi contro l’Iran dell’anno scorso, non si era già distinto con la sua indecente affermazione secondo cui “Israele fa il lavoro sporco per noi”? Era chiaro fin da subito, dalla sera delle elezioni del Bundestag, il parlamento tedesco, di un anno fa, che per il “grande” Merz la legittimità internazionale era un optional. Subito sentitosi al telefono con il compare in armi Netanyahau, che si felicitava per l’esito delle urne, Merz rendeva noto che, se il criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale, avesse avuto voglia di farsi un giro in Germania, sarebbe stato accolto in pompa magna. A proposito: dalla sera di sabato, il giorno dell’aggressione all’Iran, il Wings of Zion, l’aereo di stato israeliano che scorrazza all’occorrenza primo ministro e presidente, è parcheggiato all’aeroporto di Berlino, come a sancire che la Germania è la sede europea della filiale israeliana del Potere. Merz ha avvalorato i pretesti scomposti dell’aggressione contro l’Iran, che variano dall’eliminazione definitiva del pericolo nucleare, dal depotenziamento del suo sistema missilistico, al regime change, e, vista la brutalità del regime, alla possibilità per al popolo iraniano di scegliere autonomamente il suo futuro, nonostante si ponga un “dilemma” rispetto al diritto internazionale (bontà sua), che però si volatilizza immediatamente di fronte al monarca arancione nello Studio Ovale, una visita programmata in precedenza. Il suddito fedele Merz dice infatti che “sosteniamo USA e Israele contro questo regime terribile che anche noi riteniamo debba essere eliminato”, e con Trump discute anche del “dopo, cioè su cosa succede dopo la caduta del regime”. D’accordo con lui, insomma, a prescindere che questi dica tutto e/o il suo contrario, crogiolandosi nelle lodi del padre padrone statunitense che lo gratifica per la sua sudditanza – “un grande amico (con cui) c’è una grande affinità (…) fa un good job, tutto il contrario di Angela Merkel” (per esempio su energia e migrazione). Il cancelliere di argilla annuisce addirittura quando Trump dice che la gente porta per strada dei suoi ritratti e, totalmente sdraiato sul sovrano, attacca Sanchez, già minacciato dall’arancione per la sua insubordinazione di non concedere l’uso delle basi in Spagna, che si rifiuta di pagare il 5% del PIL per le spese militari. E lui che voleva parlare di dazi, si sente dire, prendendo una pacca sul ginocchio e non capendo se Trump lo prende in giro: “Saremo duri con la Germania, non è vero?” L’ennesimo show con l’ospite di turno come comparsa, in questo caso addirittura compiacente. Che pena. Il legame indissolubile con Israele Il rapporto di fedeltà con Israele che, a prescindere dalle compagini governative, è a prova di…bomba, del resto definitivamente reso inossidabile dalla cancelliera Angela Merkel con il dogma della Staatsräson, ragione di stato, per cui il legame esistenziale è al di sopra di tutto e del diritto stesso: Israele può fare quel che vuole senza temere alcun risentimento da parte del partner teutonico. L’acciaio che lega i due paesi è fuso, come spiega lo studioso Daniel Marwecki, in uno “scambio”, fattosi parte integrante dell’identità di entrambi gli stati (qui si intende la Repubblica Federale Tedesca, che ha di fatto annesso quella democratica, la DDR, nel 1990), fin dagli anni ‘50 del secolo scorso quando il governo del cancelliere Konrad Adenauer concesse a Israele in quanto stato ebraico (e quindi equiparando questo al popolo ebraico tout court) le uniche riparazioni di guerra, ottene in cambio da Israele una sorta di “assoluzione per il genocidio dell’Olocausto. Uno scambio di interesse soprattutto pratico-materiale prima che etico-ideale, in quanto le elargizioni tedesche in merci e armi contribuirono al “miracolo economico” in Germania e allo stesso tempo alla costruzione dello stato di Israele. Questa sorta di legame a filo doppio, si rivela in tutta la sua drammaticità tra le difficoltà in cui si trovano i due paesi, a partire dalla crisi economico-industriale in una Germania di fatto senza guida a fronte della assoluta inadeguatezza della classe politica tedesca, che la assimila a quella europea, e trova la sua “ragione” in un riarmo e una militarizzazione della società senza precedenti, con una normalizzazione della guerra. In Israele questi elementi sono connaturati alla sua stessa esistenza, e raggiungono la psicosi attuale con l’allargamento a genocidio contro il popolo palestinese tuttora in corso anche in Cisgiordania, di molteplici e sterminati fronti di una guerra che minaccia di trascinare nel baratro il mondo intero a partire dall’Europa e dal suo paese più importante, la Germania. Nella lezione israeliana il governo tedesco è il poco invidiabile primo della classe, e lo studente modello è il cancelliere Merz accompagnato da ministri piuttosto zelanti, senza rimedi però per porre un freno ai licenziamenti di massa e fermare il declino tedesco, mentre si vuol ridimensionare stato sociale e previdenza, e non si investe massicciamente che in strumenti di morte, militarismo, sorveglianza e repressione interna, inevitabile contorno di un’economia di guerra, di fronte alla incredibile assenza di strategia rispetto alla guerra in Ucraina e all’irresponsabilità dell’aggressione all’Iran, dalle imprevedibili conseguenze di cui nemmeno il cancelliere di un paese come la Germania sembra preoccuparsi un granché, alla mercé di capi di stato e governo psicopatici come Netanyahu e Trump. Da una parte Merz aveva cercato, nel suo discorso alla Conferenza per Sicurezza di Monaco, di seminare i distratti con la sua furbesca presa di distanza dalla cultura MAGA, che mal si concilia con la “dignità umana”, una mossa a cui non c’era da prestar fede un istante, dato che quel nobile principio non vale né per le persone che migrano, sottoposte a inumane nuove misure, né per le popolazioni colpite dal terrore israeliano, a partire da quella palestinese, libanese o iraniana, assolutamente giustificato dal fatto che Israele “fa il lavoro sporco per noi”. E per di più la Germania conclude accordi che ben rinsaldano il legame con il terrorismo di stato, ribadendo la fedeltà al monarca arancione e al suo (vice)titolare israeliano deus ex machina, che prepara da tempo la guerra contro l’Iran. Solo pochi mezzi di informazione hanno dato notizia di un accordo di cooperazione senza precedenti tra Bundeswehr e IDF, rispettivamente gli eserciti di Germania e Israele, nonostante i crimini compiuti a Gaza. Anzi. L’esercito tedesco vuole imparare (sic) dall’IDF come “integrare” le ragazze, e quindi invogliarle ad arruolarsi (nonostante debba vincere la riluttanza anche dei maschi) e a formare riservisti oltre che per organizzare scambi di informazione e esercitazioni congiunte. Durante l’ultimo congresso della CDU (20-21 febbraio), partito che ha rieletto suo leader Merz, è inoltre passata una risoluzione per sospendere il finanziamento all’agenzia ONU UNRWA. Alla caccia del nemico Mentre l’Iran si aggiunge al “nemico” russo sul fronte orientale dell’Europa, pretesto della grande offensiva bellica tedesca, si intensifica anche la lotta al “nemico interno”, come testimoniano, tra l’altro, gli interventi al congresso CDU, in cui Merz è stato rieletto con oltre il 91% in assenza di altri candidati e per far sfoggio di coesione in vista delle prossime cinque scadenze elettorali nei Länder, a partire dall’8 marzo nel Baden-Württemberg, sede di importanti siti industriali come Bosch, Mercedes, Porsche, attualmente in uno stato di sofferenza senza precedenti, che nei sondaggi si traduce in un 20% per l’estrema destra di AfD, più che raddoppiata rispetto al 2021. A livello nazionale, non trovando ostacoli, anzi con la strada spianata dalla rincorsa a destra sia di CDU/CSU che SPD, l’AfD, con il 25-26% contende il primo posto al partito di Merz in alleanza con il partito bavarese CSU. Anche se Merz e colleghi intendono mantenere un “cordone sanitario” sia a destra che a sinistra (contro la Linke), è qui che sembrano individuare gli avversari più pericolosi. Al congresso parla del valore della “libertà” in nome della cui difesa (contro la Russia) ha rotto il tabù del freno al debito. Vale la pena ricordare anche l’iniziativa che la fondazione Konrad Adenauer, legata alla CDU, ha organizzato in occasione del quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina, utilizzata, tanto per cambiare per fare un po’ di propaganda e pubblicità bellicista. Merz ha dichiarato che “nessuno deve aver dubbi sul tipo di regime e barbarie con cui abbiamo a che fare in Russia (…), con l’attuale dirigenza il punto più basso della barbarie più assoluta”, cogliendo l’occasione per complimentarsi con una cooperazione tedesco-ucraina per la produzione di droni. Secondo il cancelliere “la Russia non cesserà la guerra neanche se l’Ucraina si arrende” (anche se dice che la Russia non vincerà) e afferma curiosamente che l’Ucraina “difende il superamento dell’imperialismo e del militarismo” e quindi va sostenuta a oltranza. A completare l’allegra brigata interviene in video il commissario europeo per la difesa, il lituano Andrius Kubelius, che annuncia un suo “missile tour“ in Europa, come se fosse una tournée di concerti, per sponsorizzare la produzione di missili ucraini. Ma dato che dalle minacce ibride bisogna difendersi anche in patria, allora è scontato che la sicurezza esterna e quella interna vanno di pari passo, fa sapere Merz al congresso elogiando le politiche di sorveglianza e rafforzamento di polizia e servizi, avviate dal ministro degli interni Dobrindt (in stretta cooperazione con Israele). Tra i nuovi “estremisti di sinistra”, la Linke diventa, sorprendentemente, il bersaglio di un attacco particolarmente duro, soprattutto per il suo supposto “antisemitismo”, uno strumento che pare efficace per liquidare gli avversari politici scomodi, e che nel caso della Linke, sempre abbastanza sulla difensiva sulla questione, pare colpire un nervo scoperto, dati i contrasti interni per la prudenza, e talvolta l’ambiguità, dei suoi ceti dirigenti, non (ancora) in grado di liberarsi dalla soggezione della Staatsräson. Così si dipana l’offensiva del governo di Merz contro i nemici interni: che siano un candidato alle prossime elezioni di Berlino in settembre di origine palestinese della Linke, associazioni ebraiche per la pace e antisioniste, o registi palestinesi al Festival del Cinema di Berlino, che coraggiosamente accusano il governo tedesco di complicità nel genocidio palestinese – tanto che l’impresentabile ministro della cultura, ex redattore di giornali di destra e imprenditore di media Wolfram Weimer, che predica in stile JD Vance libertà di opinione solo quando c’è da attaccare la cosiddetta cultura woke, minaccia di licenziare persino la prudentissima direttrice del festival. La risposta per fortuna c’è stata almeno in forma di appelli anche di artisti di fama internazionali come Tilda Swinton e Javier Bardem, così che Berlino, una volta tempio delle libertà artistiche, rischia di perdere la sua fama e diventare off limits per il pensiero critico – mentre l’estrema destra dilaga e si insiste nel rincorrerla con le misure contro l’immigrazione “illegale” con cui si vuole far rinchiudere anche donne e bambini nei famigerati centri di detenzione. La gioventù ribelle L’unica boccata di aria fresca sono le ragazze e i ragazzi che, mentre annunciano già la prossima agitazione per l’8 maggio, organizzano per giovedì 5 marzo il loro secondo sciopero delle scuole – Schulstreik – contro l’obbligo del servizio militare che incombe sotto la menzognera veste della “volontarietà”, perché è chiaro che saremo lontani dagli 80.000 volenterosi, che il governo stima siano necessari per rimpinguare le file dell’esercito. Dopodiché dovrebbe scattare l’estrazione a sorte tra quelli ritenuti idonei (obbligo di visita a partire da luglio 2027), anche se avevano dichiarato nel modulo di non volersi arruolare. Il modulo online a cui devono rispondere i maschi nati nel 2008 (facoltativo per le ragazze) secondo la legge entrata in vigore il 1° gennaio, 650.000 per il 2026, o 54.000 circa ogni mese al compimento della maggiore età, si rivela già un flop: a gennaio avevano risposto solo il 50 % dei maschi e il 6% delle ragazze, nonostante la multa prevista di 1000 euro, e la martellante e invasiva propaganda militarista che occupa qualsiasi spazio informativo e pubblico, anche nelle scuole, dove le iniziative dell’esercito sono aumentate di due terzi dal 2022, e contro cui si ribellano le ragazze e i ragazzi che invece delle truppe in classe vogliono più istruzione e più fondi per la propria formazione. Tra le risposte al modulo c’è da aspettarsi che siano una minoranza quelli disposti a combattere per una “patria” che dopo trent’anni di neoliberalismo, per la gioventù non vale proprio la pena di essere difesa, come afferma la tesi del popolare pubblicista Ole Nymoen, autore di un best-seller che invita alla diserzione e che auspica un impegno a fondo della sinistra politica a favore dell’obiezione totale prevista dal Grundgesetz, la costituzione tedesca. In effetti, in collaborazione con associazioni pacifiste, lo stesso movimento degli studenti e altre iniziative come Eltern gegen Wehrplicht, “Genitori contro l’obbligo di leva”, la Linke sta aprendo sportelli in tutto il territorio per presentare l’esonero totale dal servizio militare. Inoltre, sostiene Nymoen, “non è Putin che dichiara guerra al mondo del lavoro, ma il governo tedesco. Non sorprende quindi che i giovani abbiano poca voglia di sacrificare anche la propria vita in queste condizioni”, riferendosi alle crescenti difficoltà di trovare un alloggio a prezzi abbordabili e per essere costretti a fare più lavori per mantenersi. https://transform-italia.it/ciechi-guidati-da-pazzi/
March 18, 2026
Assopace Palestina