Il “progetto di legge sull’antisemitismo” in Italia fa temere una repressione della solidarietà con la Palestina
di Redazione Palestine Chronicle,
Palestine Chronicle, 5 settembre 2026.
La proposta di legge italiana sull’antisemitismo potrebbe limitare le critiche a
Israele, suscitando allarmi riguardo alla difesa della causa palestinese e una
protesta nazionale a Roma
La mobilitazione in Italia continua. (Foto: GIP, per gentile concessione).
Il Parlamento Italiano si appresta a riprendere l’esame di un controverso
disegno di legge sull’antisemitismo che, secondo gruppi per i diritti umani,
giornalisti, accademici e organizzazioni di solidarietà con la Palestina,
potrebbe limitare gravemente le critiche a Israele.
Il provvedimento è comunemente noto come DDL 1004, la sua denominazione
originale al Senato italiano. DDL è l’abbreviazione di «disegno di legge».
Dopo essere stato approvato dal Senato il 4 marzo 2026, il disegno di legge è
passato alla Camera dei Deputati, dove ora è formalmente designato come C.2830.
La Commissione Affari Costituzionali della Camera riprenderà l’esame del disegno
di legge il 9 settembre alle 14:30, con votazioni previste, secondo ilcalendario
parlamentare ufficiale.
Il disegno di legge ha spinto più di 100 organizzazioni a indire una
manifestazione nazionale di protesta davanti al Parlamento Italiano lo stesso
giorno.
I critici sostengono che lo scopo dichiarato del disegno di legge, ovvero la
lotta all’antisemitismo, nasconda un tentativo più ampio di confondere la
distinzione tra l’odio verso il popolo ebraico e l’opposizione politica al
sionismo, all’occupazione israeliana e alle sue azioni contro il popolo
palestinese.
Cosa prevede il DDL 1004?
Il disegno di legge applica la definizione operativa di antisemitismo adottata
nel 2016 dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA),
comunemente nota come definizione IHRA.
L’IHRA descrive l’antisemitismo come «una certa percezione degli ebrei, che può
essere espressa come odio verso gli ebrei».
Tale definizione è accompagnata da 11 esempi illustrativi. Sette riguardano
Israele, comprese accuse che potrebbero includere la negazione del diritto
all’autodeterminazione rivendicato da Israele, la descrizione della fondazione
di Israele come un’impresa razzista o l’applicazione a Israele di standard che
non vengono richiesti ad altri stati.
Il testo dell’IHRA afferma che le critiche a Israele paragonabili a quelle
rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite. Gli
oppositori sostengono, tuttavia, che i suoi esempi relativi a Israele creino
un’ambiguità sufficiente da consentire alle istituzioni di qualificare come
antisemitismo il discorso antisionista, il sostegno ai diritti dei palestinesi o
la condanna delle politiche israeliane.
Il disegno di legge italiano contiene formulazioni che tutelano formalmente la
libertà di critica politica, di espressione, di riunione e di associazione. I
critici sostengono che tale salvaguardia sia compromessa dall’ampiezza della
definizione e dai meccanismi attraverso i quali verrebbe attuata.
La misura richiederebbe al governo italiano di adottare ogni tre anni una
strategia nazionale contro l’antisemitismo, sulla base di una proposta elaborata
da un coordinatore nazionale nominato dal primo ministro.
I suoi ambiti di intervento si estenderebbero ben oltre il perseguimento di atti
violenti o esplicitamente discriminatori.
La strategia includerebbe il monitoraggio di presunti episodi antisemiti
attraverso una banca dati nazionale della polizia, misure mirate alla
comunicazione online, formazione per insegnanti, agenti di polizia, personale
militare, magistrati e funzionari prefettizi, campagne di informazione pubblica
e iniziative all’interno di organizzazioni sportive e culturali.
Le scuole sarebbero tenute ad attuare misure educative e di monitoraggio, mentre
le università sarebbero incoraggiate a condurre ricerche e seminari, a
monitorare presunti episodi antisemiti e a nominare figure interne responsabili
di vigilare sul rispetto della strategia nazionale.
La legge stabilirebbe quindi un quadro in grado di influenzare le attività di
polizia, l’istruzione, la ricerca accademica, il giornalismo, le trasmissioni
radiotelevisive, le piattaforme online e il dibattito pubblico.
Da una definizione operativa a una legge vincolante
Intervenendo durante una discussione su Dignità TV dedicata alla legislazione,
l’esperta di diritto internazionale Michela Arricale ha avvertito che il disegno
di legge trasformerebbe una definizione operativa formalmente non vincolante in
una norma con conseguenze giuridiche e istituzionali.
«Questa legge ha uno scopo ed è vincolante», ha affermato Arricale. «Le leggi
sono vincolanti. Non esiste una legge non vincolante».
«Se la approveranno, ci saranno delle conseguenze», ha proseguito. «Ogni volta
che verrà utilizzato il termine “antisemitismo”, dovrà essere interpretato
secondo questa definizione».
Arricale ha sostenuto che il quadro normativo proposto potrebbe creare un
sistema in cui la critica al governo italiano rimarrebbe legittima, mentre una
critica analoga al governo israeliano potrebbe essere trattata come espressione
di odio razziale o religioso.
«In Italia sarà possibile criticare legittimamente il governo italiano, ma
potrebbe non essere più possibile fare lo stesso con il governo israeliano», ha
affermato.
«Se si critica quel governo, lo si definisce genocida o si dicono le cose che
normalmente diciamo ogni giorno, si potrebbe essere accusati di incitamento
all’odio o di reati d’odio aggravati dall’antisemitismo».
Il disegno di legge approvato dal Senato ha riunito diverse proposte legislative
provenienti sia dalla coalizione di destra al governo in Italia sia da settori
dell’opposizione parlamentare.
Arricale ha sottolineato che la resistenza alla misura dovrebbe quindi
rivolgersi non solo al governo, ma anche ai politici di centro-sinistra che
l’hanno sostenuta o hanno trattato la questione come un problema di coscienza
individuale.
«Non si tratta di una questione etica su cui i partiti possano semplicemente
consentire un voto libero», ha affermato. «Si tratta di una questione di diritti
e di libertà di espressione. Queste sono necessità democratiche».
Preoccupazioni di natura costituzionale
Arricale ha affermato che il disegno di legge solleva possibili preoccupazioni
di natura costituzionale, in particolare per quanto riguarda la libertà di
critica politica.
Ricorrere alla Corte Costituzionale Italiana contro la legge, tuttavia, non ne
impedirebbe necessariamente gli effetti negativi.
I cittadini comuni non possono chiedere direttamente alla Corte di riesaminare
una legge semplicemente perché la ritengono incostituzionale. La questione
dovrebbe generalmente emergere nel corso di un vero e proprio procedimento
giudiziario, dopo che la legge è già stata applicata.
«Noi cittadini non possiamo semplicemente portare la legge davanti alla Corte
Costituzionale», ha spiegato Arricale.
«Dovremmo aspettare che produca effetti contro qualcuno, che qualcuno venga
rinviato a giudizio e che poi la questione costituzionale venga sollevata
nell’ambito di quel procedimento».
Durante quel periodo, ha avvertito, la normativa potrebbe incoraggiare sia la
repressione diretta sia un’autocensura diffusa.
«Se venisse approvata, segnerebbe una linea di demarcazione tra un prima e un
dopo per la nostra libertà di movimento e la nostra capacità politica di agire
come oppositori di questo governo e dello Stato di Israele», ha affermato
Arricale.
La «strumentalizzazione» dell’antisemitismo
Romana Rubeo, caporedattrice di The Palestine Chronicle e co-editrice di Gaza
Rising, ha collegato il disegno di legge italiano a più ampi sforzi
internazionali volti a utilizzare le accuse di antisemitismo contro i movimenti
di solidarietà con la Palestina.
Ha ricordato che Kenneth Stern, il principale redattore di una versione
precedente della definizione operativa, si è opposto lui stesso al suo utilizzo
come codice legale o di condotta per la libertà di espressione nei campus
universitari.
«Il principale redattore di questa definizione operativa, Kenneth Stern, ha
contestato ciò che lui stesso definisce la sua “strumentalizzazione” – la sua
trasformazione in un’arma», ha affermato Rubeo.
Stern ha scritto pubblicamente che la definizione era stata originariamente
sviluppata per assistere i responsabili della raccolta dati europei, non per
reprimere il discorso politico. In seguito ha avvertito che trasformarla in un
codice contro l’incitamento all’odio avrebbe minacciato la libertà accademica e
la difesa della causa palestinese.
Rubeo ha affermato che i governi occidentali stanno partecipando proprio al
processo contro cui Stern aveva messo in guardia.
«I governi occidentali stanno diventando complici nell’uso della definizione di
antisemitismo, e della sua confusione con l’antisionismo, come arma», ha detto.
L’antisemitismo deve essere affrontato come una forma di razzismo, hanno
sostenuto Rubeo e Arricale. La loro preoccupazione è che estenderne il
significato fino a includere la critica politica a uno stato indebolisca tale
lotta, fornendo al contempo a Israele una protezione dalla responsabilità.
Boicottaggi e critiche agli insediamenti illegali
Le potenziali conseguenze si estendono alle campagne a sostegno dei Boicottaggi,
del Disinvestimento e delle Sanzioni contro Israele, comunemente note come BDS.
La definizione dell’IHRA si riferisce non solo agli attacchi contro il popolo
ebraico, ma anche alle sue proprietà e alle istituzioni della comunità. Gli
oppositori temono che questa formulazione, unita agli esempi relativi a Israele,
possa essere utilizzata per contestare i boicottaggi di aziende, istituzioni o
beni israeliani prodotti negli insediamenti illegali.
Rubeo ha osservato che gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata
sono riconosciuti come illegali dal diritto internazionale. Ciononostante, ha
avvertito, le campagne contro i prodotti degli insediamenti o gli appelli al
boicottaggio istituzionale potrebbero essere reinterpretati come attacchi
discriminatori.
«Anche quelle azioni potrebbero essere dichiarate illegali», ha affermato Rubeo,
riferendosi alle restrizioni sui beni provenienti dagli insediamenti e alle
campagne di boicottaggio individuali. «Ciò potrebbe avere ripercussioni sugli
stati che adottano misure quali i divieti di importazione, ma anche sui singoli
individui che decidono di boicottare o promuovere campagne di boicottaggio».
Secondo Rubeo, la questione più profonda riguarda il diritto dei palestinesi di
descrivere la propria storia e la realtà che vivono utilizzando il proprio
linguaggio politico.
«Ai palestinesi è già stato negato il diritto di esprimere a parole ciò che
stanno vivendo», ha affermato.
«Dal 1948 non è stato loro permesso nemmeno di dire di essere stati sottoposti a
oppressione, che la Nakba ha avuto luogo, che ci sono state una catastrofe e una
pulizia etnica, perché l’accusa di antisemitismo è sempre stata avanzata per
mettere a tacere la loro versione dei fatti».
«Di conseguenza, le università, i giornalisti e gli attivisti avranno sempre
meno libertà di espressione», ha aggiunto Rubeo. «Ma soprattutto, ai
palestinesi, che hanno già perso così tanto, potrebbe essere impedito persino di
descrivere a parole la loro tragedia».
Paura nelle scuole e nelle università
La portata della proposta di legge nel campo dell’istruzione ha suscitato
particolare preoccupazione. La normativa prevede programmi di formazione,
iniziative educative e meccanismi di monitoraggio nelle scuole. Le università
sarebbero tenute ad adottare misure per prevenire e monitorare l’antisemitismo e
potrebbero designare funzionari interni per supervisionarne l’attuazione.
Rubeo ha affermato che nelle scuole italiane sono già visibili segni di censura
preventiva.
«Nel corso degli anni sono stata invitata da insegnanti e presidi
particolarmente sensibili alla causa palestinese», ha detto.
«Ora mi dicono: “Vorremmo invitarti, soprattutto in questo momento, ma stanno
circolando circolari che ci invitano a stare attenti”».
«Questa autocensura esiste già», ha proseguito Rubeo. «Immaginate cosa potrebbe
accadere se le venisse fornito uno strumento giuridico».
Ha inoltre descritto come la paura delle conseguenze legali possa dissuadere i
giovani dal partecipare a manifestazioni o dall’esprimere solidarietà ai
palestinesi.
«Immaginate uno studente italiano di 19 anni che partecipa a una manifestazione
perché ritiene che sia suo dovere morale in un momento storico come questo, e
poi riceve a casa una denuncia, una causa o qualche altra azione legale», ha
detto Rubeo.
«Anche se prima non ci fosse stata autocensura, la paura interverrebbe e gli
impedirebbe di esprimere la sua umanità attraverso i mezzi che aveva utilizzato
fino a quel momento. Si tratta di un’operazione estremamente pericolosa».
Minaccia al giornalismo indipendente
Il disegno di legge potrebbe anche influire sul modo in cui i giornalisti
italiani e le testate indipendenti trattano le notizie su Israele e la
Palestina.
Rubeo ha citato l’esperienza del Palestine Chronicle negli Stati Uniti, dove la
testata è stata oggetto di un’azione legale che tentava di equiparare il suo
lavoro giornalistico al sostegno al terrorismo.
«Siamo stati accusati di sostegno materiale al terrorismo attraverso questa
sovrapposizione di categorie e questa confusione legislativa», ha affermato.
«L’argomentazione era che se pubblicavi un articolo e pagavi un giornalista a
Gaza che qualcuno riteneva, senza prove, potesse essere coinvolto in qualcosa,
allora stavi sostenendo il terrorismo».
Anche quando tali accuse non sfociano in una condanna, ha spiegato Rubeo, il
costo della difesa contro attacchi legali ben finanziati può distruggere una
piccola testata.
«Il rischio per le testate indipendenti è semplicemente la morte, la
soppressione», ha affermato. «Senza una protezione sufficientemente forte, le
testate indipendenti crollerebbero. La narrazione palestinese, che ha svolto un
ruolo molto importante nello sviluppo di una coscienza critica, andrebbe
incontro a una battuta d’arresto estremamente pericolosa».
Manifestazione del 9 settembre a Montecitorio
Oltre 100 organizzazioni hanno indetto una manifestazione nazionale contro la
legge per mercoledì 9 settembre.
La manifestazione avrà inizio alle ore 13:00 in Piazza Capranica, nei pressi del
Parlamento Italiano a Roma, in vista della seduta della Commissione per gli
Affari Costituzionali.
Tra i promotori figurano Amnesty International Italia, la Federazione Italiana
della Stampa, l’ARCI, Articolo 21, BDS Italia, i sindacati, le associazioni di
giornalisti, le organizzazioni palestinesi, i gruppi ebraici antisionisti e le
reti che rappresentano docenti, personale universitario e ricercatori.
Gli organizzatori hanno descritto l’evento come una «maratona di protesta» a
difesa della libertà di espressione, della libertà accademica, della libertà di
stampa e della solidarietà con il popolo palestinese.
Sostengono che l’opposizione al disegno di legge non sminuisca l’importanza
della lotta contro il vero antisemitismo.
Al contrario, affermano, l’antisemitismo deve essere contrastato senza
trasformare la critica all’occupazione israeliana, all’apartheid, al
colonialismo e al genocidio in una forma di espressione punibile o
istituzionalmente sospetta.
«Non è solo il movimento di solidarietà a essere in gioco», hanno sottolineato i
partecipanti al termine del dibattito su Dignità TV.
«Ciò che è in gioco è il modo in cui una democrazia definisce i confini del
dissenso».
https://www.palestinechronicle.com/italys-antisemitism-bill-raises-fears-of-crackdown-on-palestine-solidarity
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
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