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Il tribunale di Chieti annulla la detenzione e la sanzione all’Ocean Viking di SOS Mediterranee
Il tribunale di Chieti, il 21 maggio 2026, ha annullato integralmente la detenzione amministrativa di 20 giorni imposta all’Ocean Viking di SOS Mediterranee nel novembre 2023, insieme all’ammenda associata e a tutte le altre misure sanzionatorie. La decisione rappresenta un’altra vittoria significativa contro il governo italiano e il cosiddetto decreto Piantedosi, nonché una conferma del principio di diritto del soccorso in mare. Il 15 novembre 2023 le autorità italiane avevano bloccato la nave nel porto di Ortona e inflitto una sanzione finanziaria in base al decreto-legge n. 1/2023, noto appunto come decreto Piantedosi. La vicenda riguarda un’operazione di soccorso condotta l’11 novembre 2023 nella zona SAR libica, durante la quale l’Ocean Viking aveva tratto in salvo 34 persone a bordo di un’imbarcazione in difficoltà, dopo ripetuti tentativi falliti di ottenere un coordinamento efficace dalle autorità marittime libiche. Nella sentenza di primo grado, il tribunale ha chiaramente confermato la legalità dell’operazione di soccorso, riconoscendo che il comandante “si trovava di fronte alla necessità di intervenire senza indugio” per proteggere vite umane. I giudici hanno inoltre sottolineato l’assenza di coordinamento effettivo da parte delle autorità libiche, riconoscendo che l’Ocean Viking era “l’unica nave intervenuta per adempiere all’obbligo di soccorso in mare“. La sentenza ribadisce che gli obblighi internazionali in materia marittima derivanti dalle convenzioni UNCLOS, SOLAS e SAR prevalgono quando sono in pericolo vite umane, e che non possono essere imposte sanzioni in assenza di coordinamento da parte degli Stati o quando tale coordinamento sia insufficiente. Il giudizio richiama inoltre la sentenza n. 101/2025 della Corte costituzionale italiana, che ha confermato come le leggi nazionali in materia di soccorso in mare debbano essere conformi al diritto internazionale: nessuna norma interna può contraddire il dovere di salvare vite in mare. «Questa decisione conferma ciò che sosteniamo dal novembre 2023: l’Ocean Viking ha agito in piena conformità con il diritto marittimo internazionale e nel rigoroso rispetto dei propri obblighi», ha dichiarato Soazic Dupuy, direttrice delle operazioni di SOS Mediterranee. «Le organizzazioni di soccorso umanitario non devono mai essere sanzionate per aver fatto ciò che le autorità non hanno fatto: garantire un soccorso rapido ed efficace alle persone in pericolo». La pronuncia arriva in un momento particolarmente grave. Il 2026 si profila già come uno degli anni più letali dell’ultimo decennio nel Mediterraneo, mentre il governo italiano intensifica gli ostacoli per impedire alle ONG di ricerca e soccorso di operare. Il Senato ha infatti avviato l’esame di un nuovo pacchetto legislativo sull’immigrazione che include nuove disposizioni volte a impedire alle ONG di entrare nelle acque italiane – propagandate dalla Presidente del Consiglio Meloni come “blocco navale” -, in quello che si configura come un ulteriore tentativo di ostacolare le operazioni di salvataggio. SOS Mediterranee ricorda nel suo comunicato stampa che sabato 16 maggio il comandante della Sea-Watch 5 è stato addirittura accusato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare 1 dopo aver condotto un’operazione di soccorso nel corso della quale i guardacoste libici hanno aperto il fuoco. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 Nonostante le ripetute decisioni dei tribunali che confermano la legalità delle operazioni di soccorso civile nel Mediterraneo, le ONG continuano a subire molteplici forme di criminalizzazione e attacchi, tra cui atti amministrati del tutto illegittimi. «Le persone in pericolo – conclude amaramente l’organizzazione – non possono attendere che sia resa giustizia mentre l’assistenza vitale viene ostacolata per ragioni politiche». 1. Nuovo attacco alla solidarietà in mare: dopo le raffiche di spari delle milizie libiche contro Sea-Watch 5, lo Stato italiano risponde avviando un’indagine penale contro il capitano: comunicato di Sea-Watch ↩︎
Dal «muro di ferro» di Jabotinsky alle tombe di Gaza: le alleanze fasciste del sionismo ieri e oggi
di Michael Leonardi,  CounterPunch, 29 maggio 2026.   Zeev Jabotinsky al Congresso Sionista. Foto di pubblico dominio Il sionismo non è mai stato un semplice movimento per la fuga degli ebrei dalla persecuzione. È emerso alla fine del XIX secolo come un’ideologia d’insediamento coloniale tipica dell’Europa occidentale, plasmata dalla stessa logica imperiale che si è spartita l’Africa e l’Asia. I pensatori-fondatori del sionismo (Theodor Herzl, Max Nordau e altri) guardavano esplicitamente al colonialismo europeo come loro modello. Herzl, il padre del sionismo politico, descrisse apertamente il futuro stato ebraico come «una parte delle mura difensive dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà in opposizione alla barbarie». Cercò attivamente di ottenere concessioni dalle potenze coloniali per fondare una colonia ebraica in Palestina. Non si è mai trattato di coesistenza con la popolazione indigena. Si trattava di conquista e sostituzione etnica. Nessuna figura incarnava meglio la corrente più aggressiva di questa ideologia di Ze’ev Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista e padre spirituale dell’estrema destra israeliana moderna. Nel suo fondamentale saggio del 1923 “The Iron Wall” (Il Muro di Ferro), Jabotinsky espose la brutale verità con fredda onestà. Riconobbe apertamente che gli arabi palestinesi non avrebbero mai accettato volontariamente la trasformazione della loro patria in uno stato ebraico. L’unica soluzione, sosteneva, era erigere un “muro di ferro” di superiorità militare, una barriera di forza così schiacciante che la popolazione autoctona non avrebbe mai potuto superarla. La colonizzazione, insisteva, doveva procedere “a prescindere dalla popolazione autoctona”. Questa non era difesa. Era il manifesto per un colonialismo d‘insediamento. Spinto da questa visione fanatica, Jabotinsky corteggiò attivamente le potenze fasciste emergenti d’Europa. Nel 1934, con l’approvazione entusiastica di Benito Mussolini, fondò l’Accademia Navale Betar nella città portuale italiana di Civitavecchia. Lì, i giovani cadetti sionisti si addestravano sotto ufficiali fascisti italiani, indossavano uniformi modellate sulle camicie nere di Mussolini e assorbivano lo spirito militarista e autoritario del fascismo. L’obiettivo era esplicito: forgiare una spietata forza combattente ebraica in grado di imporre il “Muro di Ferro” di Jabotinsky al popolo palestinese. L’Accademia rimase in funzione fino al 1938, quando la crescente alleanza dell’Italia con la Germania nazista e l’approvazione delle leggi razziali antiebraiche posero definitivamente fine alla collaborazione. Molti dei diplomati dall’Accademia avrebbero poi costituito la spina dorsale della prima marina israeliana. Ancora più grave fu la collaborazione con la Germania nazista. Nel 1933, le organizzazioni sioniste firmarono il famigerato Accordo Haavara con il regime di Hitler. Questo cinico patto permise a decine di migliaia di ebrei tedeschi di emigrare in Palestina trasferendo i propri beni sotto forma di merci tedesche. Per i nazisti, era un meccanismo conveniente per espellere gli ebrei e incrementare le esportazioni. Per i sionisti, si trattava di un freddo calcolo volto a rafforzare la colonizzazione ebraica della Palestina. Mentre gli ebrei comuni subivano una persecuzione sempre più intensa, alcuni leader sionisti stringevano accordi pragmatici proprio con il regime che avrebbe presto scatenato l’Olocausto. Queste alleanze non erano anomalie. Riflettevano la logica fondamentale di un progetto coloniale che dava priorità alla conquista territoriale e alla costruzione dello stato rispetto alla moralità e alla solidarietà con altri popoli oppressi. Quella stessa logica guida Israele oggi. Il genocidio in diretta streaming a Gaza dall’ottobre 2023 è il culmine orribile di questo progetto coloniale. Ciò che è iniziato con le fantasie imperiali di Herzl e la dottrina del Muro di Ferro di Jabotinsky si è evoluto in un sofisticato sistema di apartheid, pulizia etnica e uccisioni di massa. L’affamamento deliberato, la distruzione sistematica di ospedali e scuole, gli attacchi mirati contro i civili: questi non sono eccessi del sionismo. Sono il risultato inevitabile di un movimento fondato sulla convinzione che la popolazione indigena debba essere sottomessa o rimossa affinché lo stato coloniale possa prosperare. Questa continuità storica è visibile nel panorama politico odierno. In Italia, il governo di estrema destra di Giorgia Meloni — le cui radici politiche affondano nella tradizione post-fascista — continua a fornire copertura politica, protezione diplomatica e sostegno materiale ai crimini di Israele, facendo eco alle alleanze opportunistiche che Jabotinsky cercò un tempo con Mussolini. La Germania, un paese che sostiene di aver affrontato il proprio passato nazista, ha invece trasformato quella colpa storica in un sostegno incondizionato allo stato sionista, bloccando sanzioni serie e fornendo componenti per costruire le armi. Negli Stati Uniti, la storia inquietante della famiglia Trump – dall’arresto di Fred Trump nel 1927 durante una rivolta del Ku Klux Klan all’abbraccio di Donald Trump ai sionisti evangelici e agli estremisti pro-Israele della linea dura – rivela quanto il potere americano rimanga profondamente intrecciato con questa impresa coloniale. Il grottesco “Board of Peace” dell’amministrazione Trump – una cricca di miliardari speculatori immobiliari, sionisti intransigenti ed estremisti evangelici – incarna perfettamente questa depravata fusione di capitalismo gangsteristico e fanatismo messianico. Incaricata di rimodellare Gaza dopo il genocidio, questa cosiddetta iniziativa di pace sogna apertamente di trasformare le rovine delle case palestinesi in hotel di lusso, porti turistici e resort sulla spiaggia — una grottesca “Riviera del Medio Oriente” costruita sopra fosse comuni. Questa non è diplomazia. È l’espressione estrema del saccheggio coloniale: le stesse forze che finanziano l’espansione degli insediamenti e la pulizia etnica ora sbavano per gli immobili una volta completata la strage. Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir non sono aberrazioni. Sono la naturale propaggine estremista del pensiero sionista, gli eredi logici della visione di dominio dal pugno di ferro di Jabotinsky. I loro apertissimi appelli all’annessione, all’esecuzione dei prigionieri e all’ingegneria demografica non sono deviazioni dal sionismo: ne sono il compimento. La bancarotta morale dell’Occidente continua a essere sbalorditiva. I governi europei che danno lezioni al mondo sui diritti umani continuano ad armare Israele, a proteggerlo dalle responsabilità e a bloccare qualsiasi sanzione significativa. La loro complicità rivela un continente ancora intrappolato in vecchi schemi di potere, lealtà, moralità selettiva e pensiero colonialista. Nonostante le centinaia di milioni investiti da Israele nella propaganda (hasbara), la maschera è caduta. La realtà sadica del sionismo — apartheid, pulizia etnica e genocidio — è ora visibile a milioni di persone. Più Israele si scaglia con arroganza e brutalità, più velocemente si diffonde il risveglio globale. La storia è schiacciante. Il sionismo ha stretto accordi con fascisti e nazisti quando ciò serviva ai suoi obiettivi. Oggi compie un genocidio con il pieno sostegno delle potenze occidentali. La continuità è innegabile. L’Occidente deve smettere di fingere che si tratti semplicemente di un “conflitto”. Affinché sia fatta giustizia, bisogna riconoscere che il genocidio palestinese è la brutale continuazione di un’impresa coloniale di insediamento radicata nella supremazia europea e mantenuta con una forza implacabile. La resistenza cresce — nelle strade e in mare, nel crescente movimento internazionale che chiede giustizia. La lotta per la liberazione palestinese è la prima linea della battaglia contro il colonialismo, l’apartheid e l’imperialismo del nostro tempo. Rendiamo Israele di nuovo Palestina. Michael Leonardi vive in Italia e può essere contattato all’indirizzo michaeleleonardi@gmail.com https://www.counterpunch.org/2026/05/29/from-jabotinskys-iron-wall-to-gazas-graves-zionisms-fascist-alliances-then-and-now/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 29, 2026
Assopace Palestina
«È ingiusto rimanere neutrali»: la pace algoritmica del Papa e le guerre vere in Medio Oriente
di Romana Rubeo,  The Palestine Chronicle, 29 maggio 2026.   Dichiarando la fine della «guerra giusta», il Papa sta smantellando le difese etiche utilizzate dagli stati moderni per giustificare conflitti protratti nel tempo.  Il Vaticano ha pubblicato la prima enciclica di Papa Leone XIV, «Magnifica Humanitas». (Foto: Wikimedia. Design: Palestine Chronicle) Il 25 maggio, il Vaticano ha pubblicato la prima enciclica di Papa Leone XIV, «Magnifica Humanitas: Sulla salvaguardia della persona umana nell’era dell’Intelligenza Artificiale». Le encicliche sono tra le forme più elevate di documenti papali e vengono utilizzate per chiarire la dottrina, offrire una guida sulle principali preoccupazioni globali e definire la posizione della Chiesa su questioni chiave. Sebbene si presenti come un commento sull’etica digitale e sulla regolamentazione delle Big Tech, l’ultimo documento contiene un attacco istituzionale e incisivo alla strategia militare moderna. Il Papa ha condannato esplicitamente la guerra automatizzata, ha chiesto limiti internazionali alle armi basate sull’Intelligenza Artificiale e ha dichiarato ufficialmente obsoleta la secolare dottrina cattolica della “guerra giusta”. Il testo è una sofisticata critica morale sul futuro della guerra. Tuttavia, arriva in un momento in cui il Medio Oriente funge già da banco di prova nel mondo reale per la guerra meccanizzata e algoritmica. A Gaza e nel Libano meridionale, le popolazioni civili stanno subendo proprio quella violenza automatizzata contro cui mette in guardia il Vaticano, mentre le tensioni regionali che coinvolgono l’Iran continuano a intensificarsi attraverso la guerra cibernetica e le reti dei vari proxy. Questo divario solleva una questione pratica per gli osservatori internazionali: il quadro morale aggiornato della Chiesa Cattolica è effettivamente in grado di influenzare questi conflitti, o si tratta semplicemente di un esercizio accademico privo di influenza nel mondo reale? Guerra automatizzata in Medio Oriente Il nucleo della critica militare di Leone XIV si concentra su come la tecnologia distacchi il processo decisionale umano dalle conseguenze fisiche della violenza. Nel paragrafo 199, il Papa scrive: “L’IA non elimina l’intrinseca disumanità del conflitto; anzi, può solo accelerare il conflitto e renderlo più impersonale, abbassando la soglia per ricorrere alla violenza, trasformando la difesa in previsione delle minacce e riducendo così le vittime a dati.” Mentre il Vaticano considera questa una minaccia emergente, gli analisti della difesa osservano che questo cambiamento si è già verificato in Medio Oriente. A Gaza, l’esercito israeliano ha integrato sistemi di generazione di obiettivi basati sull’IA, noti con nomi in codice come “The Gospel” e “Lavender”, per accelerare gli attacchi con i droni e i bombardamenti di artiglieria. Questi sistemi elaborano enormi set di dati per classificare gli individui come obiettivi molto più rapidamente di quanto le squadre di intelligence umana possano verificarli. I risultati corrispondono all’avvertimento del Papa riguardo al “conflitto impersonale”. Quando le operazioni militari si basano sulla previsione automatizzata delle minacce, i quartieri civili vengono riclassificati come pacchetti di obiettivi basati sui dati, abbassando la soglia morale per i danni collaterali accettabili. Pertanto, l’enciclica non sta prevedendo una crisi tecnologica; sta descrivendo uno status quo già in atto a Gaza e in Libano. Decostruire il perno della “guerra giusta” Per oltre 1.500 anni, la Chiesa Cattolica ha utilizzato la teoria della “guerra giusta”, introdotta da figure come Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino, per valutare la moralità dell’azione militare. Il quadro consentiva alle nazioni di fare la guerra secondo parametri rigorosi, tra cui la legittima difesa, la retta intenzione e la proporzionalità. In Magnifica Humanitas, il Vaticano abbandona ufficialmente questa dottrina. Il Papa sostiene che i moderni sistemi d’arma, le capacità informatiche e gli strumenti di precisione basati sull’intelligenza artificiale agiscono troppo rapidamente e causano un danno sistemico troppo grande per poter essere mai considerati proporzionati o “giusti”. Questo cambiamento teologico sfida direttamente la Realpolitik che governa il Medio Oriente. Israele e i suoi alleati occidentali, in particolare gli Stati Uniti, difendono costantemente il genocidio a Gaza e l’aggressione in Libano utilizzando il linguaggio della legittima autodifesa e della risposta proporzionata. Dichiarando morta la “guerra giusta”, il Papa sta smantellando le difese etiche utilizzate dagli stati moderni per giustificare conflitti protratti. Egli attacca esplicitamente il “falso realismo” dei leader che sostengono che l’aumento delle spese militari e la deterrenza automatizzata siano le uniche vie verso la stabilità. Inoltre, questa posizione crea una netta frattura interna all’interno dello stesso cristianesimo globale. Mentre il Vaticano si sta orientando verso un pacifismo assoluto smantellando il quadro della “guerra giusta”, potenti fazioni protestanti, in particolare le organizzazioni evangeliche americane e sioniste cristiane, utilizzano attivamente gli argomenti della guerra giusta per difendere lo status quo regionale.  Ad esempio, i sondaggi e le dichiarazioni politiche di gruppi come Christians United for Israel (CUFI) e la Southern Baptist Convention descrivono costantemente le azioni militari di Israele come un esercizio moralmente obbligatorio di legittima difesa. Per questi gruppi, il conflitto è spesso visto attraverso una lente escatologica e civilizzatrice, che giustifica l’uso di una forza decisiva e altamente tecnologica contro gli avversari regionali.  Dichiarando morta la “guerra giusta”, Papa Leone XIV non sta solo combattendo una battaglia diplomatica con gli stati laici; sta affrontando direttamente un’opposizione teologica radicata e altamente organizzata all’interno della destra religiosa occidentale. Il collo di bottiglia della realpolitik tra Washington e il Vaticano La sfida strutturale al mandato del Papa non è solo un disallineamento ideologico con il Medio Oriente; è una conseguenza diretta del rapporto della Santa Sede con le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti. Mentre la Magnifica Humanitas posiziona la Chiesa come arbitro morale indipendente, la diplomazia vaticana non opera nel vuoto. Gli Stati Uniti sono il principale garante geopolitico dell’ordine internazionale su cui fa affidamento la Santa Sede, nonché il principale fornitore sia delle armi fisiche che della tecnologia algoritmica di generazione di obiettivi utilizzata in Medio Oriente. Puntando esplicitamente alla “competizione militare” dell’industria tecnologica e richiedendo una rigorosa supervisione pubblica, Leone XIV pone la Chiesa in rotta di collisione diretta con le priorità strategiche di Washington. Il Vaticano ha recentemente invitato i leader tecnologici occidentali, tra cui il co-fondatore di Anthropic Chris Olah, ad aiutarlo a presentare l’enciclica. Ciò evidenzia il tentativo del Vaticano di esercitare il soft power direttamente sugli architetti tecnologici. Tuttavia, il settore della tecnologia della difesa della Silicon Valley è profondamente integrato con il Pentagono. Interrompere la catena di approvvigionamento o i quadri algoritmici utilizzati dagli alleati occidentali richiede di confrontarsi con i dipartimenti statali che li finanziano, non solo con i dirigenti che li progettano. La fine della neutralità Storicamente, la diplomazia vaticana ha privilegiato una rigorosa neutralità per preservare il proprio status di mediatore dietro le quinte. In Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV brucia quel copione.  Introducendo il contro-principio secondo cui «ci sono conflitti in cui è ingiusto rimanere neutrali», il Papa sta dispiegando tutto il peso morale della Chiesa come avversario attivo della violenza statale moderna. Questo suona come un intervento diretto nella crisi mediorientale. Se la Chiesa applica questo mandato a Gaza e al Libano, la tradizionale posizione di cauta mediazione viene sostituita da un attacco istituzionale e senza mezzi termini agli attori che alimentano il conflitto. Andando oltre i vaghi appelli alla pace, il rifiuto della neutralità da parte del Vaticano impone una condanna esplicita e strutturale dello sfollamento di civili sponsorizzato dallo stato durante il genocidio di Israele a Gaza e la brutale aggressione in Libano. Per definizione, dichiarare la neutralità “ingiusta” in determinate circostanze significa che il Papa identifica le operazioni militari iper-tecnologizzate di Israele e dei suoi sostenitori occidentali come il motore principale dell’ingiustizia. Questa posizione sabota deliberatamente i rapporti del Vaticano con Washington e le capitali europee. Il Papa sta di fatto affermando che rimanere in silenzio o “equilibrati” di fronte a una guerra asimmetrica e algoritmica rende la Chiesa complice. Trasforma la Santa Sede da un osservatore cauto in una forza globale dirompente che sfida apertamente l’architettura di difesa occidentale, che finanzia e rifornisce queste catene di uccisione automatizzate. Dalla diagnosi all’applicazione pratica Magnifica Humanitas dimostra che la Chiesa cattolica è intellettualmente pronta ad analizzare i meccanismi della guerra moderna. Il Vaticano ha diagnosticato con successo come i sistemi automatizzati riducano le vite umane a punti dati per ottimizzare la distruzione. Tuttavia, una valutazione obiettiva richiede di considerare l’impatto piuttosto che l’intenzione.  Il bilancio della difesa degli Stati Uniti e gli algoritmi di selezione degli obiettivi israeliani operano secondo la logica del potere, del profitto, del colonialismo e della sopravvivenza dello stato, non secondo le encicliche. Per affrontare efficacemente queste questioni, la Chiesa non può fare affidamento esclusivamente su dichiarazioni teologiche. Deve usare il suo soft power in modo aggressivo per fare pressione sulle capitali occidentali, smantellare le giustificazioni morali dei produttori di armi e utilizzare la sua vasta rete globale per proteggere i rifugiati e gli sfollati che il Papa definisce la “prova del nove” della giustizia moderna.  Senza quell’applicazione pratica, Magnifica Humanitas rischia di diventare un’elegante nota a piè di pagina in una regione governata dalla forza bruta. Romana Rubeo è una scrittrice italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su numerosi giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica. https://www.palestinechronicle.com/unjust-to-remain-neutral-on-popes-algorithmic-peace-and-middle-easts-real-wars Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 29, 2026
Assopace Palestina
L’Iran e la trappola delle guerre infinite
di Lawrence D. Freedman,  Foreign Affairs, 27 maggio 2026.   Nel tentativo di evitare un pantano, l’America si è ritrovata in un vicolo cieco. Un missile Tomahawk statunitense in una località non specificata, marzo 2026. Foto della Marina Militare degli Stati Uniti Per anni, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rimproverato i suoi predecessori per aver fatto precipitare il paese in “guerre infinite” in Medio Oriente. La sua guerra contro l’Iran potrebbe non durare per sempre, ma ora sta trovando molto difficile districare gli Stati Uniti da un conflitto che ha buoni motivi per rimpiangere di aver iniziato. Durante il fine settimana, Trump ha insistito sul fatto che un accordo per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz fosse “in gran parte negoziato” e quasi concluso. Anche funzionari iraniani hanno suggerito di essere vicini a concordare un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti che avrebbe cessato i combattimenti su tutti i fronti e revocato il blocco navale statunitense. I termini di questo nuovo accordo, tuttavia, non erano chiari e sembrava che le due parti rimanessero distanti su questioni importanti, tra cui probabilmente la disponibilità dell’Iran a fare concessioni immediate sul suo programma nucleare. Quell’incertezza si è ora trasformata in dubbio. Il 25 maggio, le forze statunitensi hanno colpito obiettivi nel sud dell’Iran, spingendo il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane a promettere ritorsioni, con i futuri negoziati e l’apparente cessate il fuoco ora in bilico. La guerra di Trump contro l’Iran ha fatto riaffiorare i fantasmi inquietanti degli interventi del passato. Durante le audizioni al Congresso alla fine di aprile, il deputato democratico statunitense John Garamendi ha definito la guerra una “palude” e un “disastro politico ed economico a tutti i livelli”. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha risposto in modo aggressivo, deridendo l’idea che una missione di due mesi fosse una palude, prima di accusare Garamendi di essere disfattista e di «fornire propaganda ai nostri nemici». Forse «palude» non era la metafora migliore. È spesso associata alla guerra del Vietnam, in cui le truppe statunitensi rimasero impantanate per anni. L’Iran non assomiglierà nemmeno a una delle “guerre infinite” che seguirono le invasioni statunitensi dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003. Infatti, proprio perché i leader americani ora temono tali pantani, sono riluttanti a inviare forze di terra significative in situazioni in cui potrebbero rimanere bloccate. Nel conflitto attuale con l’Iran, invece, gli Stati Uniti fanno affidamento su missili, potenza aerea e sistemi d’arma potenziati dall’intelligenza artificiale. Combattere in questo modo, tuttavia, significa che l’uso della forza militare può essere solo coercitivo, esercitando pressione sul nemico nella speranza che alla fine si conformi alle richieste statunitensi. Gli Stati Uniti non possono semplicemente prendere ciò che vogliono, come fecero quando marciarono su Baghdad e rovesciarono il governo di Saddam Hussein. La frustrazione dell’amministrazione Trump oggi è che il regime iraniano si rifiuta ancora di obbedire – come ulteriormente dimostrato dall’ultimo ciclo di negoziati – e non è chiaro come Teheran possa essere costretta a cedere. Le vanterie di Hegseth non potevano nascondere il fatto che gli obiettivi principali dell’Operazione Epic Fury – in particolare, il cambio di regime e l’eliminazione del programma nucleare iraniano – non sono stati raggiunti. E con la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, la situazione generale è peggiore di quanto non fosse prima dell’inizio dell’operazione. La mossa di Trump potrebbe non rivelarsi una guerra lunga, ma ha già fallito come guerra breve. L’Operazione Epic Fury non ha prodotto il tipo di vittoria rivendicata dai suoi leader. A questo proposito, presenta alcune delle caratteristiche delle guerre di cui ho parlato in un saggio su Foreign Affairs lo scorso anno, in cui mettevo in guardia contro la “fallacia della guerra breve”: la convinzione che i vantaggi militari e tecnologici consentano a uno stato di sconfiggere un nemico con la rapidità, la direzione e la spietatezza di un attacco iniziale. Le grandi potenze, osservavo, “tendono a presumere che la loro significativa superiorità militare travolgerà rapidamente gli avversari”. Dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 alla massiccia campagna statunitense-israeliana contro l’Iran di quest’anno, questa strategia presuppone che agire rapidamente con una forza tremenda renderà inoffensivi gli avversari e porterà a un rapido successo sul campo di battaglia. L’intelligenza artificiale rende questa possibilità ancora più allettante, poiché promette di consentire un processo decisionale e un’esecuzione ancora più rapidi in guerra. Ma, come la Russia ha scoperto in Ucraina, le guerre spesso non finiscono così facilmente. Il conflitto con l’Iran dimostra che Washington è caduta nella trappola dell’errore della guerra breve, concentrandosi eccessivamente sulla potenza dei propri mezzi e perdendo di vista come raggiungere i propri fini. VICOLO CIECO In una conferenza stampa dell’8 aprile, mentre entrava in vigore il cessate il fuoco, Hegseth ha affermato che «l’Iran ha implorato questo cessate il fuoco» e che «l’Operazione Epic Fury è stata una vittoria storica e schiacciante sul campo di battaglia». Ma evidentemente non è stato così. L’Iran non si è comportato come se fosse stato sconfitto, ma come se avesse usato la guerra per rafforzare la propria posizione. Allo stato attuale delle cose, a quasi due mesi di distanza, l’operazione non è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi politici dichiarati, e non è nemmeno chiaro come la ripresa delle operazioni militari, che i funzionari statunitensi avevano minacciato in diverse occasioni nelle settimane precedenti il lancio degli attacchi del 25 maggio, migliorerebbe la situazione. Anziché crollare, il regime iraniano si è rafforzato, poiché gli estremisti del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche hanno sfruttato la guerra per consolidare il loro controllo sul paese. Lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo vitale attraverso cui transita gran parte del petrolio mondiale, è ora di fatto chiuso. L’unica cosa che impedisce all’Iran di sfruttare appieno lo stretto è un controblocco americano delle navi che utilizzano i porti iraniani, il che ha contribuito ad aumentare la tensione sull’economia globale. Tralasciando il fatto imbarazzante che Trump aveva affermato che gli attacchi contro gli impianti di arricchimento iraniani nel giugno 2025 avessero “annientato” il programma nucleare iraniano, ora sostiene che il danno economico causato da questa guerra sia un prezzo che vale la pena pagare per negare all’Iran un’arma nucleare. Che il popolo americano sia d’accordo o meno, il problema di Trump è che non si trova in una posizione migliore per raggiungere questo obiettivo rispetto a prima della guerra, quando apparentemente erano in corso discussioni serie sui limiti alla capacità di arricchimento dell’uranio dell’Iran. Certo, nemmeno l’Iran si trova in una posizione ottimale. Il fatto che il regime abbia dimostrato resilienza non dovrebbe portare a una percezione esagerata del suo potere contrattuale. L’economia del paese è un disastro totale, i bisogni primari della popolazione riescono a malapena a essere soddisfatti e il regime riesce a mantenere il potere solo attraverso una crudele repressione. L’emergenza bellica ha aiutato il regime a consolidare la sua presa sul paese, ma ha dovuto incassare molti colpi e rimane impopolare. I suoi giorni potrebbero essere contati, anche se il suo crollo definitivo richiederà anni, non mesi. Il problema per Trump è che più a lungo si protrae l’impasse, più l’opinione pubblica americana (per non parlare del resto del mondo) sentirà le conseguenze inflazionistiche della chiusura dello stretto. Trump vuole voltare pagina, ma per farlo ha un disperato bisogno di alcune concessioni a breve termine da parte dell’Iran per giustificare il fatto di aver lanciato questa guerra. Teheran non è incline a offrire tali concessioni; dopotutto, questa lotta è esistenziale per loro, non per gli americani. Ciò significa che i negoziati tra Washington e Teheran saranno determinati meno dall’equilibrio di potere militare e più dalla misura in cui le parti belligeranti possono sopportare forme molto diverse di sofferenza economica. Questo calcolo non promette nulla di buono per gli Stati Uniti. Il conflitto con l’Iran probabilmente non sarà una guerra senza fine del tipo che tormenta i politici statunitensi, semplicemente perché non ha ancora coinvolto un numero significativo di soldati americani sul campo. Ma nell’ipotizzare che la sua potenza di fuoco e le sue capacità tecnologiche superiori avrebbero garantito una rapida vittoria (ed evitato di ripetere i pantani del passato), Washington si è ritrovata in un vicolo cieco. Ha ceduto all’errore della guerra breve e ora si trova in una posizione scomoda di sua stessa creazione. UN CATALOGO DI DISTRUZIONE La progettazione e l’esecuzione di Epic Fury confermano fino a che punto il Pentagono fosse convinto che la pura potenza avrebbe garantito agli Stati Uniti una rapida vittoria. Nel descrivere la campagna, Hegseth e il generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff, hanno ripetutamente citato il numero di obiettivi che gli americani hanno colpito e la velocità con cui lo hanno fatto. Parlando il 9 aprile, Caine ha elencato la portata dei risultati americani: 13.000 obiettivi colpiti, l’80% delle difese aeree iraniane distrutte, 450 depositi di missili balistici e 800 depositi di droni d’attacco a senso unico colpiti, e più di 2.000 “nodi di comando e controllo” distrutti. Alla stessa conferenza stampa, Hegseth ha parlato come se questo elenco di distruzione descrivesse un trionfo. E forse lo sarebbe stato se tutto ciò che ci si aspettava dall’operazione fosse stato l’indebolimento delle capacità militari dell’Iran, nonché l’eliminazione di molti livelli della leadership politica iraniana. Ma l’amministrazione Trump voleva chiaramente molto di più. L’Iran si era preparato all’assalto statunitense-israeliano. Il regime potrebbe essere stato sorpreso dalla portata degli attacchi mirati contro i leader iraniani, ma aveva già predisposto piani di successione. Ha disattivato Internet e le sue forze di repressione erano pronte ad affrontare qualsiasi iraniano tentato di scendere in piazza per fomentare un’insurrezione. I comandanti militari iraniani hanno ricevuto l’ordine di aprire il fuoco non solo contro Israele, ma anche contro gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo e di rendere lo Stretto di Hormuz troppo pericoloso per la navigazione commerciale. L’Iran potrebbe non aver distrutto tanti obiettivi quanti gli Stati Uniti e Israele, ma in termini di scopo politico, la strategia iraniana ha funzionato bene quanto quella americana. Il regime ha continuato a funzionare, è stato in grado di continuare a lanciare missili e ha creato una crisi economica internazionale. Poiché gli americani non volevano un pantano – e quindi non avrebbero mai inviato un gran numero di truppe di terra per garantire il rovesciamento del regime – la risposta dell’Iran è stata sufficiente per assicurarsi una situazione di stallo militare con due avversari più potenti. L’amministrazione Trump ha faticato a cogliere la logica politica di una situazione in cui un Iran malconcio non vedeva ancora la necessità, per usare le parole di Trump, di «darsi per vinto». Almeno nel breve termine, l’Iran può negoziare alle proprie condizioni. La sua principale vulnerabilità risiede nei suoi problemi economici cronici e nella sua popolazione scontenta. TATTICA BRILLANTE, STRATEGIA FALLIMENTARE Il grande potere militare induce chi lo detiene a credere di poter porre fine ai conflitti facilmente e a proprio vantaggio, ma ciò accade raramente. La cosiddetta operazione militare speciale della Russia per soggiogare l’Ucraina lo ha dimostrato chiaramente. Per gli Stati Uniti, c’è un’ulteriore lezione. La loro pianificazione militare è stata orientata a disorientare i nemici con operazioni complesse e ad alto ritmo, colpendo numerosi obiettivi con grande rapidità. L’intelligenza artificiale ha potenziato questo approccio, consentendo alle forze armate di ridurre il tempo che intercorre tra l’individuazione di un obiettivo e la sua eliminazione e consentendo di colpire numerosi obiettivi contemporaneamente. Ma l’enfasi sulla velocità e sulla distruzione ha oscurato un altro elemento importante in qualsiasi strategia militare: come garantire le conseguenze politiche desiderate di qualsiasi azione. L’amministrazione Trump ha commesso il classico errore di sottovalutare un avversario. I funzionari statunitensi hanno dato per scontato che l’Iran non sarebbe stato in grado di far fronte agli attacchi iniziali. Non hanno riflettuto su cosa sarebbe potuto accadere se il regime non si fosse arreso immediatamente, né hanno considerato appieno la gamma di opzioni a disposizione dell’Iran per causare problemi agli Stati Uniti e ai loro alleati. Certo, la risposta dell’Iran agli attacchi molto più limitati del giugno 2025 era stata prudente e cauta. Il Pentagono ha commesso l’errore di pensare che il regime iraniano sarebbe stato altrettanto timido anche quando la sua stessa esistenza fosse stata minacciata. Generazioni di pianificatori militari statunitensi sapevano che, se messo alle strette, l’Iran avrebbe cercato di chiudere lo Stretto di Hormuz. Il presidente era tuttavia convinto che l’eventuale chiusura dello stretto non sarebbe stata un problema perché la guerra sarebbe finita rapidamente. In questo modo, la brillantezza tattica americana non è riuscita a garantire il successo strategico. A volte, un’operazione rapida può raggiungere tutto ciò che si desidera. Il raid statunitense a Caracas per rapire il presidente venezuelano Nicolás Maduro, a gennaio, ha almeno allineato i mezzi a fini limitati. Ma ciò è molto più difficile da ottenere quando gli obiettivi sono più ambiziosi. Il pensiero militare americano ha sancito l’idea che colpire con forza e rapidità porterà inevitabilmente alla sconfitta e alla capitolazione del nemico. Tale convinzione è stata solo rafforzata dall’intelligenza artificiale. Ma l’evidenza delle guerre recenti invita alla cautela. La riluttanza a utilizzare le forze di terra, specialmente contro un avversario di rilievo, significa che anche un nemico malconcio può resistere e sarà in grado di trovare il modo di reagire. E se gli attacchi iniziali non dovessero andare a buon fine, le opzioni di ripiego saranno insoddisfacenti. Potrebbero non portare a una guerra senza fine, ma richiederanno la negoziazione di una via d’uscita con l’avversario, esigendo compromessi scomodi e impedendo allo stato più potente di dettare le condizioni. La lezione dell’Ucraina e dell’Iran è che qualsiasi leader a cui venga offerto un piano per una vittoria facile e rapida dovrebbe prima chiedere: «Come puoi esserne così sicuro?», e poi: «Cosa succede se ti sbagli?». Lawrence D. Freedman è professore emerito di studi bellici al King’s College di Londra. È autore di On Strategists and Strategy: Collected Essays 2014–2024 e coautore del Substack Comment Is Freed. https://www.foreignaffairs.com/united-states/iran-and-forever-war-trap?utm_medium=special_send&utm_source=special_send&utm_campaign=EDIT_Iran%20Special%20Send_052726_A%20Dead%20End%20in%20Iran?& utm_content=20260527&utm_term=A Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 28, 2026
Assopace Palestina
Par la grâce de Dieu
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Tutte le parole che hanno posto nel Contro dizionario, hanno una prima volta, che  poi si ripete. Anche Dio si è rivelata cosi: Vincenza Pellegrino l’ha ascoltata una volta e poi di nuovo e ancora, come una benedizione quando qualcuno le regalava la propria storia, come un’invocazione per dire che Dio era dalla sua parte, come preghiera quando le si raccontava l’intenzione di partire. Hamid BM le ha rivelato quanto fosse masticata questa parola nei campi, dicendo che era una delle più importanti, che passava di bocca in bocca, di gesto in gesto, nel movimento, nelle attese.  Questa parola non è un’idea astratta ma una presenza che si respira. Dio è un nome ripetuto come un ritmo, un sostegno che tiene insieme, allontana la paura e alimenta speranza. Nei campi, nelle foreste, sulle barche, la fede diventa parola condivisa, un mantra che aiuta ad accettare il rischio e a trasformarlo in destino. Affidarsi a Dio significa riconoscere la possibilità della morte, ma anche darle un senso, iscriverla in un cammino che continua oltre l’ostacolo. Non c’è frase di un avventuriero che non sia accompagnata da par la grace de Dieu osi Dieu le veux. Nell’universo delle persone in movimento, Dio è guida invisibile e forza politica: sta dalla parte di chi fugge, di chi non ha protezione, contro un mondo che blocca e respinge. La fede permette di resistere, leggere l’esperienza come prova e rivelazione. Così, anche quando tutto tenta di impedire il movimento, Dio, preghiere e gesti sacri lo tengono in vita. DIEU Parola a cura di Vincenza Pellegrino, Università di Parma e Hamid BM Dio, è molto nominato nelle esperienze di mobilità interdetta, potremmo dire che è spesso presentato come motore stesso e nutrimento della migrazione interdetta. La credenza in Dio e più in generale la dimensione spirituale è elemento centrale per resistere e tenere duro durante l’avventura migratoria (si veda Encantation). «Sei mio padre, mia madre, la mia destra, la sinistra. Sei il solo che mi può aiutare»: questo è uno dei tanti mantra diffusi che si sentono a ogni ora negli accampamenti e sulle barche, dice Hamid. Mantra che puoi sentire nelle foreste, nelle brousse o negli zitounes. Parlando insieme di diverse testimonianze, Hamid sottolinea come queste pratiche di richiamo alla volontà di Dio manipolano simbolicamente innanzitutto l’accettazione del rischio: «Accetto la decisione che tu accetti per me». In questo riferirsi alla volontà di Dio, quindi, sta innanzitutto la conoscenza della dimensione mortifera del contesto sociale istituito, del fatto che muoversi per molte persone si è tradotto negli ultimi anni nella esposizione alla morte.  Più in generale, tuttavia, il riferimento costante dei migranti a Dio precede le ritualità di protezione all’esposizione al rischio, è qualcosa che si sente nell’aria ovunque in questi campi perché chi si mette in mobilità viene spesso da contesti dove le persone di origine africana sono profondamente credenti e praticanti – tanto tra i musulmani che tra i cristiani, cattolici o protestanti – di forme religiose monoteistiche spesso sincretiche a pratiche improntate all’animismo e alla relazione spirituale profonda con il mondo naturale. La maggior parte delle persone intrappolate nelle frontiere militarizzate e che fuggono da contesti violenti, quindi, credono profondamente e vedono in Dieu declinazione di un destino orientato: ti espone al mondo e te lo l’unica forma di potere/potenza in grado di aiutare gli ultimi, i perseguitati, les soldats o les aventuriers con poca speranza di sopravvivere e che il mondo degli uomini potenti osteggia. «Non hai nessuno che ti conduce. Nessuno che ti protegge. Il mondo degli umani ti ostacola e ti imprigiona. Ma Lui è dalla tua parte perché tu hai fede. E se ti ha condotto sino lì, significa che continua a condurti. Per questo che non solo io, ma tutti, durante tutta questa esperienza sentono che Dio è dalla parte di chi vuole salvarsi, è contro le leggi che ti impediscono di salvarti», dice Hamid.  Questo sistema di pensiero, ricorrente nel discorso dei testi moni di cui stiamo parlando, è interessante per vari motivi: mostra empiricamente che la società globale delle persone che non hanno diritto di muoversi e di portarsi in salvo dalle ingiustizie (che la stessa immobilità forzata fa esplodere) è una società di credenti, società che il viaggio in qualche modo post secolarizza ancora più marcatamente.  Inoltre il tipo di discorsi che si fanno su Dio dentro la mobilità impedita sono interessanti poiché costruiscono una specifica forma di epopea collettiva, costituiscono un insieme di mantra, esclamazioni, racconti che nutrono una specifica pedagogia della migrazione («anche e soprattutto ai bambini si insegna a pregare per il viaggio, a chiamare Dio come protettore per chi non ha nulla e nessuno che lo difenda»). Manipolando concettualmente l’idea del probabile fallimento e della probabile morte di chi è costretto a nascondersi perché tra gli uomini non ha più avvocati, né tribunali, né possibili difensori, dà a Dio un ruolo attivo nella storia, un ruolo potremmo dire politico: Dio vuole la giustizia, la salvezza di chi non ha nulla. Dio è la mostra per quel che è, ti mette in un percorso da cui puoi capire la natura delle cose umane, ti dà la forza di accettarle sapendo che anche fallire avrà senso, ma al tempo stesso ti accompagna nel modificarle. In tal senso la vivezza e la presenza di Dio sono del tutto specifiche in questi campi e colpiscono soprattutto noi ricercatori che proveniamo da società secolarizzate e disincantate. Infine, la fede e l’attaccamento alle pratiche religiose sono riportati come importanti elementi di facilitazione e socializzazione nelle società di transito, soprattutto nel caso delle persone di religione musulmana e del transito attraverso il Maghreb, contesto in cui la solidarietà dal basso risponde a forme di organizzazione religiosa.  ESEMPI DAL CAMPO Essere musulmano mi ha aiutato molto con gli arabi. Sentivano la mia credenza, eravamo fratelli. Io avevo un piccolo Corano portatile che mi è stato regalato e quando mi prendevano e lo vedevano chiedeva no scusa. Era un dono di protezione. Sono arrivato in Italia con il mio zaino con la camera d’aria e il piccolo Corano, tutto lì. E un pull che ho buttato appena arrivato. Intervista con hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia  È come se avessi avuto una persona nascosta in me che mi conduce va. Anzi mi spingeva. Eravamo in otto sotto l’albero in Tunisia e sono il solo che è arrivato, è il mio destino e l’ho accettato salendo sulla barca pensando che Dio aveva per me l’esperienza di non farmi arrivare ma di farmi vivere la conoscenza di quel viaggio e che era con me!  Intervista con ismail, giovane uomo di origine ivoriana, conosciuto in Tunisia
Che si potesse sopravvivere fuori da Gaza era una menzogna
di Abubaker Abed,  Palestine Deep Dive, 26 maggio 2026.   A un anno dalla mia partenza da Gaza in cerca di sopravvivenza e libertà, sto ora cercando di sopravvivere a un’occupazione mentale e a una morte emotiva. Abubaker Abed a Dublino, Irlanda. Sdraiato con il mio corpo tremante e fragile su un materasso fatiscente sotto la mia coperta blu preferita nella stanza degli ospiti di casa nostra, ho videochiamato il mio amico Abdul-Ruhman Ismail per salutarlo e creare alcuni ricordi finali prima di mettere piede fuori da Gaza per la prima volta nella mia vita. Era inconsolabile. Dietro la sua faccia allegra si nascondeva un oceano di dolore e perdita: era la prima volta che ci saremmo separati in oltre 12 anni. «Ci vediamo tra un’ora e mezza alla rotatoria [a Deir al-Balah], da dove partirò. Per ora, passerò un po’ di tempo con la mia famiglia e preparerò le mie cose», gli ho detto prima di riagganciare. Mia madre è venuta a sedersi accanto a me, cercando di alleggerire il peso della separazione. Il suo viso era pallido; i suoi occhi bruciavano di tristezza e angoscia. Non era più la stessa madre che avevo conosciuto per tutta la vita. Le ho stretto forte la mano e le ho detto, con la voce strozzata dal dolore: «Me ne vado perché voglio vederti al sicuro e felice per sempre. Non voglio più metterti in pericolo. Starò bene e ti prometto che ci rivedremo prima di quanto immaginiamo. Ti prego, non versare una lacrima perché, se lo fai, io resterò». Lei ha risposto, con uno sguardo afflitto: «Che tu possa trovare pace e gioia nel tuo imminente viaggio». Pochi minuti dopo, i rumori delle esplosioni sono risuonati tra le chiamate alla preghiera dell’alba. Mi sono fermato alla finestra, respirando la brezza dell’alba contaminata dalla polvere da sparo. Sapevo che quella sarebbe stata l’ultima volta per un po’ che avrei sentito quei brutti suoni di morte a Gaza. Il tempo stringeva. Mia madre mi esortava a sbrigarmi e a prepararmi. Ho preso le mie quattro penne, il mio taccuino da giornalista, due cambi di vestiti e i miei documenti personali e li ho infilati a forza nella mia borsa da viaggio. Ci era permesso portare solo una piccola borsa, anche se avrei voluto portare molto di più. Sentivo che gli oggetti di casa avrebbero potuto attenuare l’impatto di questo esilio imposto. Ma l’occupazione voleva che fossimo spogliati di tutto. L’addio Mi sono vestito, ho recitato le preghiere dell’alba e ho scattato foto con ogni membro della mia famiglia e di ogni stanza della nostra casa. Non avevo idea di cosa sarebbe successo dopo, ma continuavo a sperare. La mia casa era pervasa da un silenzio opprimente prima che ci salutassimo per l’ultima volta, ma speriamo non per sempre. La paura che potessi essere arrestato dall’occupazione ci attanagliava il cuore mentre abbracciavo tutti con forza. Un taxi che avevamo prenotato con giorni di anticipo aspettava fuori per portarmi al punto di raccolta in centro. Mio padre, i miei due fratelli e i miei due amici Khalid e Ismail sono venuti con me. Ho guardato a lungo e intensamente la mia casa, il mio quartiere, gli ulivi e le palme. Volevo che quelle immagini restassero impresse nella mia mente. Ho sussurrato a me stesso: «Tornerò. Lo farò sicuramente». Mia madre è scesa a piedi nudi, con il velo che le ricadeva appena sulla testa e gli occhi pieni di lacrime. L’ho guardata e le ho ribadito la mia promessa: «Tornerò. Ci vedremo tra poco. Voglio che tu sorrida, mamma». Ma dubito che abbia potuto cogliere il mio tentativo di sorriso con i suoi occhi pieni di lacrime che scrutavano attraverso i finestrini incrinati dell’auto. Abbiamo incontrato Ismail al punto di raccolta e abbiamo scattato altre foto. Ci siamo scambiati risate e sorrisi mentre cercavamo di alleggerire l’atmosfera e negare l’enormità di ciò che stava accadendo. Poi sono salito sull’autobus che mi avrebbe portato fuori da Gaza per la prima volta nei miei 22 anni. Abbiamo attraversato la Palestina storica; era la prima volta che vedevo con i miei occhi la mia patria occupata e profanata, fino al valico di frontiera di Karm Abu-Salem, controllato da Israele, al confine con la Giordania. Lì ho trascorso la notte con altri palestinesi di Gaza, per lo più studenti, a cui era stata data la mia stessa opportunità di sfuggire al genocidio. Il giorno dopo ho preso un aereo per la Turchia dove ho fatto scalo prima di arrivare alla mia destinazione finale, Dublino, in Irlanda. Era il 18 aprile 2025. Adattamento forzato Il genocidio era ancora in corso in quel momento. Avevo vissuto l’intero orrore fin dall’inizio – e a un certo punto avevo smesso di sentirmi sano di mente. L’unico momento in cui mi sono sentito me stesso è stato per un breve istante quando è stato annunciato il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Ma il processo di adattamento all’Irlanda non è stato facile. In realtà, adattarmi alla mia nuova vita è stato assolutamente tortuoso. Parlare sempre una lingua straniera, incontrare e cercare di entrare in contatto con nuove persone e sforzarmi di comprendere una cultura nuova e aliena hanno esaurito le mie energie emotive. In tempi normali, sarebbe stato emozionante, ma con il peso del mio cervello segnato dal trauma e le paure di ciò che poteva accadere alla mia famiglia e ai miei amici ancora a Gaza, è stata una vera e propria lotta, per usare un eufemismo. In realtà, la mia mente e la mia anima non hanno mai lasciato Gaza. È stato solo il mio corpo fisico a trasferirsi. All’inizio c’è stato un breve momento in cui mi sono sentito come se fossi stato portato dall’inferno al paradiso, ma l’euforia iniziale si è rapidamente dissipata. Una cosa che mi ha permesso di andare avanti in tutto questo è stata la consapevolezza che dovevo continuare a difendere la mia patria e amplificare le voci del mio popolo, nonostante gli innumerevoli ostacoli. Sentivo questa responsabilità gravare su di me e non c’era tempo per riposare. Ma, nonostante mi sia buttato a capofitto nel lavoro e mi sia immerso nel movimento filopalestinese in Irlanda, mi sento ancora sempre un estraneo. Per molti versi lo sono. Sono lontano dalla mia famiglia e sto affrontando una vita totalmente nuova e diversa. Allo stesso tempo, la mia missione è dimostrare a persone del mio stesso sangue e della mia stessa pelle che il mio popolo merita di vivere come loro, con dignità e diritti fondamentali. Questa missione non mi è mai sembrata normale – e, ovviamente, non dovrebbe esserlo. Camminando per le strade di Dublino, fermandomi lungo le anse del fiume Liffey, ammirando lo splendido panorama della città, nulla di tutto ciò mi ha commosso o distolto dal genocidio in corso contro il mio popolo. Cercavo di rubare un momento di gioia o felicità, ma il mio cuore era spento. L’emozione predominante era, ed è, l’intorpidimento. Quello che ho visto a Gaza sembra avermi congelato il sangue nelle vene. Ma ciò che mi faceva più male era osservare le persone intorno a me. Non riuscivo a comprendere come gli amici potessero camminare e ridere per strada, bevendo una Coca-Cola, mentre decine di migliaia di persone venivano uccise a Gaza. Non riuscivo a capire come la gente potesse andare da McDonald’s a godersi un pasto mentre i bambini morivano di fame nella mia città natale, o come gli studenti universitari potessero tornare a casa felici dopo le lezioni mentre tutte le università della Striscia erano ridotte in macerie. Come facevano tutti a continuare a vivere come se nulla stesse accadendo? Mi chiedevo: “Come e perché le persone possono fare questo? Tutte le proteste per la Palestina che si vedono in TV e sui social media sono solo una facciata? E se, Dio non voglia, uno dei loro cari fosse ucciso o ferito? Sarebbero in grado di continuare a vivere in questo modo?” Vita aliena Non riuscivo a rispondere a queste domande, ma ero determinato a capire. Man mano che il mio impegno a favore di Gaza si intensificava, intervenivo alle grandi marce per la Palestina a Dublino e alle conferenze di solidarietà in diverse città irlandesi. Ho persino visitato il Regno Unito e la Grecia, tenendo vari discorsi online a persone di ogni provenienza, compresi americani e canadesi. Gaza è dentro di me – e non posso fare a meno di paragonare il mondo esterno a casa mia. A Dublino, ogni mattina, le strade sono inondate di gente che si stropiccia gli occhi per scacciare il sonno e si precipita al lavoro. Ci sono autobus e treni che trasportano gli studenti alle università e alle scuole, e gabbiani che stridono sorvolando le acque. Non ho mai visto un anziano o un’anziana portare oggetti pesanti e qualcuno che venisse in loro aiuto. Nessuno in auto si è mai fermato per darmi un passaggio mentre stavo annegando sotto un acquazzone. Raramente ho visto giovani prendersi cura dei propri genitori o accompagnarli. Non ho nemmeno visto genitori giocare con i propri figli o passare abbastanza tempo con loro. Tutti sono invece impegnati con i loro telefoni. Qui gli anziani sono come foglie d’autunno, fragili e delicati. Gli adulti sono criceti in una ruota. I giovani sono sfruttati come robot. Bambini cresciuti davanti agli schermi. Tutti sembrano impegnati a sopravvivere, ma non a vivere. Tutto ciò che vedevo era un favore o un servizio in cambio di denaro. Nulla è gratuito. Queste scene mi hanno spezzato il cuore e mi hanno aperto gli occhi sulle catene imposte dal capitalismo, che trasforma le persone in macchine individualiste e materialiste. Mi sono reso conto che le persone in Occidente sono fisicamente libere ma mentalmente oppresse. Non riescono a pensare ad altro che alla sopravvivenza e a guadagnare più soldi. La vera sopravvivenza L’idea di “sopravvivenza” che mi ero immaginato a Gaza era incompleta. Nessuno mi aveva detto come le persone debbano lavorare dieci ore al giorno per sopravvivere, come debbano passare anni a ripagare i propri debiti, come siano intrappolate in una schiavitù invisibile, o come vengano trascinate in prigione per aver criticato Israele o per aver espresso la loro opinione. A Gaza, ho sempre detto quello che pensavo: ho criticato aspramente i miei assassini e i loro complici e ho sostenuto il diritto del mio popolo all’autodifesa e i combattenti della resistenza ogni volta che ne avevo l’occasione. Non ci ho mai pensato due volte, nonostante i bombardamenti costanti sopra la mia testa. Fuori da Gaza, mi è stato detto non una o due volte, ma innumerevoli volte, cosa dovessi dire o come dovessi comportarmi. Nella Gaza pre-genocidio, nonostante il blocco paralizzante, un giorno di lavoro poteva sfamare me e la mia famiglia per l’intero mese, l’assistenza sanitaria era gratuita negli ospedali e le persone si fermavano volontariamente per aiutarmi in ogni momento senza nemmeno che glielo chiedessi. Questo non perché le risorse fossero abbondanti, ma perché crediamo nella comunità e ci consideriamo un tutt’uno. Durante il genocidio, sentivo i barbari che mi parlavano dei meriti della “civiltà” e i tiranni che mi insegnavano la cosiddetta “democrazia”. Il mondo è capovolto. Le nazioni che sostengono di rappresentare la democrazia e la civiltà si rendono responsabili di atti di orribile terrorismo e barbarie, compreso il genocidio, mentre le nazioni considerate incivili sono quelle che difendono questi ideali. Controllo silenzioso Fuori da Gaza, i miei post sono monitorati. Le mie parole sono sorvegliate. A casa, non temevo la morte per aver detto la verità. Ma fuori da Gaza, devo scegliere con cura le mie parole e curare attentamente i miei post. “Non puoi dire questo”; “Scegli bene le parole quando parlerai mercoledì”; e “Non menzionare mai il genocidio nella conversazione”. Ricordo ancora questi diversi suggerimenti che ho ricevuto prima di parlare a eventi in tutto l’Occidente. Alcuni eventi non sono stati nemmeno filmati o pubblicizzati nel caso avessi detto qualcosa di ritenuto troppo “rischioso”. Altri sono stati cancellati. Avrei dovuto recarmi negli Stati Uniti nell’agosto dello scorso anno, ma sono stato inserito in una lista di sorveglianza dall’amministrazione Trump ed etichettato come giornalista “sostenitore del terrorismo”, quindi ho dovuto annullare il viaggio. Tutto questo perché ho sostenuto un diritto sancito a livello internazionale: il diritto di resistere a un’occupazione illegale. Ma è davvero questa la democrazia di cui mi parlavano? Non mi è stato ripetutamente detto che Gaza era un cimitero per la libertà di parola e che doveva essere liberata dalla “tirannia” di Hamas? Niente di tutto questo ha senso. È stata un’esperienza surreale vedere il governo britannico rinchiudere anziani e disabili per aver esposto cartelli contro un genocidio, per poi leggere di centinaia di persone ammanettate e deportate dagli Stati Uniti a causa di alcuni vecchi post. In Germania, ho visto agenti di polizia maltrattare e umiliare delle donne. Questo era l’Occidente “libero”. L’Occidente “civilizzato” che dona miliardi di dollari a Israele affinché continui il suo genocidio a Gaza e l’omicidio di massa di civili innocenti in tutta la regione. Non le chiamo più “democrazie” perché ciò che hanno fatto ricorda piuttosto le dittature autoritarie del passato. Trovo inoltre sorprendente che non ci sia un solo governo occidentale che non sostenga Israele finanziariamente o militarmente. È sbalorditivo che, sebbene ogni paese presenti uno spettro politico diversificato e un’ampia gamma di opinioni, non siano mai in disaccordo sul sostegno a Israele. I partiti Democratico e Repubblicano negli Stati Uniti possono litigare tra loro sull’assistenza sanitaria gratuita e sui diritti LGBTQ+, ma mai su Israele. I politici laburisti e riformisti si sono urlati contro senza sosta in occasione delle recenti elezioni, ma non per fermare la vendita di armi a Israele. C’è un segreto qui che nessuno può contestare: le elezioni di queste nazioni sono una farsa ingannevole in cui gli elettori hanno diritti farseschi di votare in elezioni in cui vincono sempre le stesse persone, indipendentemente da chi venga votato al potere. Guerra interiore Ogni viaggio che ho intrapreso è stato estenuante e faticoso. L’aerofobia è sempre presente. Un senso di terrore e trauma mi assale ogni volta che vedo un aereo. Mi ricordano gli aerei da guerra che hanno spazzato via intere famiglie, tra cui quella di mio cugino e di mia zia – e hanno raso al suolo il mio quartiere. Ogni volta che incontravo persone nuove, il mio cuore diventava più vulnerabile e la mia mente più affaticata. Il mio cuore batte ancora a casa. La mia testa pensa solo alla mia famiglia. Un minuto di notizie alla radio è sempre stato in grado di distruggere tutto. L’ansia costante che questo produce è insormontabile. Come posso sentirmi anche solo un po’ sano di mente quando partecipo alle preghiere nelle moschee di Dublino e Londra e non si fa alcun riferimento a Gaza? Come posso credere che esista una ummah musulmana quando bevono, mangiano e si divertono mentre un’intera popolazione viene massacrata e rinchiusa come animali? E cosa posso dire delle migliaia di palestinesi della diaspora che condividevano sui social media immagini dei loro viaggi e del cibo che avevano gustato mentre la gente veniva massacrata facendo la fila per il cibo nei centri di distribuzione della GHF a Gaza? Le contraddizioni, la separazione tra due mondi, entrambi pur sempre umani, mi stanno facendo impazzire. Più fondamentalmente, mi fanno chiedere se ci sia ancora qualche speranza per l’umanità. Notti infinite A giorni alterni, gli incubi mi svegliano di soprassalto — visioni di bombardamenti, di essere ucciso, di mangiare di nuovo cibo per animali e di perdere le persone che amo. Stringo i denti ogni volta che guardo il telegiornale. A volte piango, e piango per ore. Il mio cuore sembra un vaso in frantumi, pieno di emozioni contrastanti. Mi sento in colpa ogni volta che qualcuno viene ucciso o ferito a Gaza. Provo una paura costante per la mia famiglia. Mi vergogno quando bevo acqua pura e mangio del buon cibo. Provo nostalgia di casa ogni volta che cammino all’aperto o ammiro la bellezza della natura. Provo rimorso e rabbia per aver preso la straziante decisione di lasciare la mia famiglia. I miei genitori mi mancano profondamente. Più di ogni altra cosa, voglio stare di nuovo con loro. Questo senso di nostalgia mi ha accompagnato per tutto l’anno. Nulla in questa vita estenuante e superficiale – intrisa di paura, traumi e lavoro disumanizzante – ha mai alleviato il mio dolore. La promessa di libertà e sopravvivenza è un miraggio che svanisce sempre quando cerco di afferrarlo. Sono stato emotivamente morto, il che mi ha devastato anche fisicamente. La sopravvivenza non è mai solo fisica. Anche la libertà non è solo una condizione fisica. È anche mentale. A Gaza, la morte mi pioveva addosso, ma mi sentivo un vero sopravvissuto: la mia mente non era stata colonizzata. In esilio, ora sto lottando più di ogni altra cosa per la dignità e la libertà della mia mente. Abubaker Abed è un corrispondente di guerra occasionale di Deir al-Balah, a Gaza. È stato catapultato in una zona di guerra attiva per documentare il genocidio. È un giornalista e commentatore di calcio. https://mail.google.com/mail/u/0/?shva=1#inbox/WhctKLcDxlPBRPgllNHdFnFTXdrDzPXLfLXmgksjrXshHmbTmSswMWBFxnnJWwGNnKwSVHl Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 27, 2026
Assopace Palestina
«L’algoritmo della farfalla»
Una graphic novel scritta da Lucio Cascavilla e disegnata da Giunia C., con la postfazione della rete Mai più Lager – No ai CPR e l’introduzione del ricercatore Pietro Cingolani. Il libro è edito da Morsi Editore, un’officina editoriale indipendente di Torino nata nel 2021 per dare voce a progetti di editoria militante: fumetti, libri illustrati e opere di critica sociale che uniscono narrazione visiva e sguardo radicale sul presente. Lolade è una donna Yoruba giunta in Italia da una decina d’anni. Con il permesso di soggiorno e un marito italiano, la sua vita sembrava costruita su basi solide. Poi, mentre era per strada, due carabinieri l’hanno arrestata perchè sospettata di uno scippo. Scagionata dal furto, si ritrova accusata dagli stessi agenti di resistenza a pubblico ufficiale. Prima ancora di essere rinviata a giudizio, viene spedita in un CPR, un Centro di Permanenza per il Rimpatrio. > Nei CPR non ci capita mai nessuno di famoso. Ai giornalisti non è permesso > entrare. La verità si viene a conoscere solo quando qualcuno riesce a uscire. Dopo qualche giorno nel Centro arriverà la giovane Ife. E poi Laurent. Tre storie che si intrecciano in uno spazio che non dovrebbe esistere, almeno non così. UNA FALLA NEL SISTEMA GIURIDICO L’apertura dei CPR ha significato, nella pratica, una sospensione dei diritti giuridici fondamentali. Si può essere condannati e incarcerati anche senza aver commesso alcun fatto. Questa falla nel sistema giudiziario europeo – e mondiale – apre la strada a detenzioni ingiustificate che possono protrarsi nel tempo senza alcun controllo reale. Il sistema dei CPR gestito da privati porta la situazione all’estremo: l’ente gestore non è più interessato all’amministrazione della giustizia, ma al numero dei reclusi, grazie ai quali riceve fondi dal governo. Più detenuti ci sono, più i rimborsi saranno elevati. Una macchina economica alimentata dalla privazione della libertà. ROMPERE IL SILENZIO Raccontare la storia di Lolade, Ife e Laurent significa rompere un muro di silenzio. Ai giornalisti non è permesso entrare nei CPR, e la verità si viene a conoscere solo quando qualcuno – grazie a qualche cavillo giudiziario – riesce a uscire e torna a raccontare quel che è stato. Se nella prigione si contano i giorni per uscire, dai CPR si vorrebbe uscire senza però essere rispediti nei paesi dai quali si è arrivati, né essere trasferiti nei cosiddetti paesi terzi, lontanissimi. Morsi Editore: Nata nel 2021 a Torino dal desiderio di unire diverse realtà artistiche e culturali, Morsi è un’officina indipendente di fumetti, libri illustrati e progetti creativi. Produce un’editoria militante che offre uno sguardo radicale su politica, cultura, arte e società attraverso mezzi di comunicazione artistica. Sensibilizzazione della collettività e focus sull’attualità trovano un punto d’incontro con le arti visive e una nuova editoria, rivolgendo uno sguardo critico verso la disobbedienza creativa. Grazie alla collaborazione con autori e artisti, Morsi crea prodotti cartacei che affrontano con narrativa e disegno la critica sociale.
Israele intensifica l’offensiva terrestre in Libano mentre Netanyahu promette un’escalation
di Yaniv Kubovich,  Haaretz, 26 maggio 2026.   Il Ministero della Salute libanese ha dichiarato che nell’ultimo giorno 28 persone sono state uccise negli attacchi israeliani, mentre gli ospedali segnalano il proseguimento delle operazioni di soccorso in tutto il sud e nella Valle della Beqaa. L’IDF ha affermato che sta intervenendo contro «un crescente fenomeno di attacchi con droni esplosivi», mentre continuano gli scontri a fuoco transfrontalieri. Truppe dell’IDF nel sud del Libano, questo mese. Crediti: Unità del portavoce dell’IDF Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele sta “intensificando” la sua operazione in Libano mentre l’esercito ha esteso l’attività di terra oltre una zona cuscinetto autodichiarata nel sud del Libano, e le sue forze operano per conquistare il controllo delle aree e contrastare gli attacchi con droni esplosivi di Hezbollah in un contesto di intensificazione dei combattimenti transfrontalieri. L’esercito israeliano ha esteso le sue operazioni di terra nel sud del Libano oltre una linea di demarcazione che Israele ha stabilito diversi chilometri all’interno del territorio libanese dopo il cessate il fuoco del 16 aprile con Hezbollah, ha dichiarato martedì l’IDF. La linea, distinta dalla “Linea Blu” tracciata dall’ONU che ha segnato il confine tra il Libano e Israele dopo il ritiro di Israele nel 2000, delimita una proposta zona cuscinetto che si estende da 5 a 10 km (da 3 a 6 miglia) nel sud del Libano, dove le truppe israeliane continuano a operare in decine di villaggi in gran parte abbandonati. I funzionari dell’IDF hanno affermato che l’espansione delle operazioni mira a rimuovere la minaccia dei droni di Hezbollah, aggiungendo che l’esercito lavora intensamente per trovare soluzioni alla minaccia rappresentata dai droni esplosivi e sta attualmente tentando di contrastarli utilizzando reti e munizioni speciali. I funzionari hanno tuttavia riconosciuto che al momento non esiste una soluzione completa. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato lunedì che Israele intensificherà gli attacchi contro Hezbollah, mentre un funzionario statunitense ha affermato che il gruppo sostenuto dall’Iran ha ignorato gli avvertimenti di cessare gli attacchi che rischiano di compromettere i negoziati per porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. L’esercito ha inoltre dichiarato di aver colpito negli ultimi giorni circa 150 obiettivi, tra cui più di 90 depositi di armi, in risposta al lancio di droni da parte di Hezbollah. Ventidue soldati israeliani sono stati uccisi dall’inizio dell’attuale ciclo di combattimenti in Libano. La maggior parte delle truppe uccise da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco ad aprile è stata colpita da droni esplosivi. Durante tutta la giornata sono proseguiti gli scontri a fuoco tra l’IDF e Hezbollah. Nel giro di circa due ore, nella Galilea occidentale sono stati emessi tre allarmi che segnalavano una sospetta infiltrazione di droni. L’IDF ha dichiarato che un drone esplosivo lanciato da Hezbollah verso le forze israeliane è esploso in Israele vicino al confine libanese. L’esercito ha affermato che il drone è esploso in un’area militare piuttosto che in una comunità civile e che non ci sono state vittime. Successivamente, l’IDF ha dichiarato che un altro drone esplosivo è caduto in Israele vicino al confine. Allo stesso tempo, l’IDF ha ordinato a tutti i residenti della città di Nabatieh, a nord del fiume Zahrani in Libano, di evacuare le loro case. È la prima volta che l’esercito ordina l’evacuazione della città da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco il 16 aprile. L’IDF ha inoltre dichiarato di aver colpito durante la notte più di 100 obiettivi di Hezbollah nella Valle della Beqaa e nel sud del Libano, tra cui depositi di armi, posti di osservazione e centri di comando. Nel frattempo, il Ministero della Salute libanese ha dichiarato che 28 persone sono state uccise e 204 ferite negli attacchi israeliani in tutto il paese nelle ultime 24 ore. Secondo il ministero, 3.213 persone sono state uccise dall’inizio dell’attuale ciclo di combattimenti. Il ministero ha inoltre affermato che 11 delle vittime sono morte in un attacco israeliano di domenica nella Valle della Beqaa, tra cui due ragazze e una donna, aggiungendo che le operazioni di sgombero delle macerie sono ancora in corso. Inoltre, il ministero ha dichiarato che un paramedico è stato ucciso e altri due feriti in un attacco alla città di Srifa, nel distretto di Tiro. Martedì mattina sono entrate in vigore restrizioni più severe sugli assembramenti, imposte dall’IDF alle comunità lungo il confine libanese e nell’area del Monte Meron. Le nuove linee guida, introdotte nel contesto dei preparativi per un’escalation degli attacchi israeliani in Libano, consentono assembramenti fino a 50 persone all’aperto e fino a 200 al chiuso. Anche le riserve naturali della zona saranno chiuse in base alle nuove restrizioni. L’IDF ha dichiarato di aver schierato un battaglione di artiglieria nel nord di Israele per rafforzare le difese delle comunità vicine al confine. https://www.haaretz.com/middle-east-news/lebanonnews/ 2026-05-26/ty-article/.premium/israel-expands-lebanon-ground-offensive-beyond-self-declared-buffer-zone/0000019e-64b5-da7d-a1bf-fcb5d8970000? utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=haaretz-today&utm_content=2228311328 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 27, 2026
Assopace Palestina
Dal giallo all’arancione: come Israele sta espandendo la sua occupazione di Gaza nonostante il “cessate il fuoco”
di Palestine will be free,  Palestine will be free Substack, 26 maggio 2026.   L’occupazione israeliana si estende ora a circa il 65% dell’enclave assediata, con i palestinesi sopravvissuti costretti a vivere in spazi sempre più ristretti, in condizioni squallide e infestate dai ratti. Dall’inizio del presunto “cessate il fuoco” nell’ottobre dello scorso anno, gli israeliani hanno silenziosamente esteso e consolidato la loro occupazione della Striscia di Gaza. Quando Trump ha dichiarato l’inizio della tregua il 10 ottobre, gli israeliani occupavano circa il 53% di Gaza. Da allora, si sono spinti più a ovest per usurpare un altro 11% del territorio palestinese, definendo il nuovo confine come la “linea arancione”. Di conseguenza, i sopravvissuti al genocidio palestinese vivono ora in condizioni precarie in appena il 35% del loro territorio originario, con la minaccia di bombardamenti, fuoco dei cecchini e bande sostenute da Israele che incombono costantemente su di loro. Le loro difficoltà sono ulteriormente aggravate dal rigido assedio israeliano che ha fatto sì che solo una frazione dei 600 camion giornalieri di aiuti e carburante concordati sia autorizzata a entrare nell’enclave. Netanyahu si è recentemente vantato della barbarie sfrenata che il suo esercito terroristico ha inflitto alla Striscia di Gaza per oltre due anni e mezzo. “Negli ultimi due anni abbiamo mostrato al mondo intero quali forze potenti sono insite nel nostro popolo, nel nostro stato, nel nostro esercito, nel nostro patrimonio”, ha detto Netanyahu il 14 maggio durante un evento in commemorazione della Giornata di Gerusalemme, che segna l’occupazione ebraica di Gerusalemme del 1967. Ha inoltre lodato le sue truppe genocidarie per aver occupato il 60% della Striscia di Gaza, insinuando che si approprieranno di altro territorio palestinese. «Abbiamo riportato a casa tutti i nostri ostaggi, fino all’ultimo», ha detto Netanyahu. «C’era chi diceva: andatevene, andatevene! Non ce ne siamo andati. Oggi controlliamo il 60%; domani vedremo». In effetti, le mappe pubblicate da Israele a marzo mostravano che il paese stava spingendo la cosiddetta linea gialla più a ovest per occupare un ulteriore 11% della Striscia di Gaza, oltre al 53% occupato nell’ottobre 2025. «Le aree isolano quasi i due terzi del territorio di Gaza in totale», ha riportato Reuters ad aprile. La “Linea gialla” e la “Linea arancione” all’interno dei confini di Gaza con Israele e con l’Egitto (linea nera). L’occupazione israeliana si estende ora a circa il 65% dell’enclave assediata, con i palestinesi sopravvissuti costretti a vivere in spazi sempre più ristretti in condizioni squallide e infestate dai ratti, inadatte all’abitazione umana. «Vogliono stipare il maggior numero possibile di palestinesi nella zona più piccola possibile per cacciarli via, data l’assenza di qualsiasi vitalità o sostenibilità in ciò che resta di Gaza», ha dichiarato a The New Arab Jad Isaac, direttore generale dell’Applied Research Institute-Jerusalem, un think tank palestinese indipendente nella Cisgiordania occupata. Mentre gli israeliani continuano ad espandere l’occupazione di Gaza, stanno anche uccidendo i palestinesi assediati con totale impunità. Hanno massacrato oltre 800 palestinesi e ne hanno feriti altre migliaia dall’inizio del “cessate il fuoco”, in attacchi incessanti che ormai attirano a malapena l’attenzione dei media. Abdel Jabbar Saeed, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato a The New Arab che Hamas non entrerà nella seconda fase dei negoziati di “cessate il fuoco” a meno che Israele non adempia ai propri obblighi previsti dalla prima fase, che includono l’ingresso degli aiuti, il ritiro delle truppe israeliane da Gaza, l’ingresso di un comitato tecnocratico palestinese per amministrare l’enclave e la cessazione degli attacchi contro civili e funzionari. «Per noi, deve finire, e ci deve essere un ritiro che non si fermi alla cosiddetta “linea gialla”. Pertanto, rifiutiamo categoricamente l’espansione verso la cosiddetta “linea arancione”», ha detto Saeed. «Insistiamo su questa posizione e non accettiamo in nessun caso una politica che ci imponga un fatto compiuto». Youssef Mousa, un funzionario della Jihad Islamica con sede in Libano, ha affermato che il movimento considera la “linea arancione” come un tentativo israeliano di “imporre nuove realtà”. “Queste misure sul campo fanno parte degli sforzi israeliani per creare cinture di sicurezza che rafforzino il suo controllo e i suoi movimenti militari, mentre, politicamente, riflettono un tentativo di fare pressione sulla resistenza e imporre nuove realtà che servano ai suoi obiettivi in qualsiasi accordo o negoziazione futura”, ha detto Mousa a The New Arab. Le linee israeliane che si insinuano nel territorio palestinese fanno parte del modus operandi di lunga data dello stato ebraico, attraverso il quale cerca di annettere terre arabe negli stati confinanti, dal Libano alla Siria. L’esercito israeliano, responsabile di genocidio, ha istituito quasi tre dozzine di avamposti lungo la “linea gialla” e sta erigendo una “barriera a più livelli”, secondo quanto riportato dalla stampa israeliana. I funzionari israeliani hanno chiarito che non intendono lasciare Gaza. Lo scorso dicembre, il ministro della guerra Israel Katz ha affermato che Israele «non lascerà mai Gaza» e ha parlato di piani per trasformare gli avamposti militari israeliani in insediamenti riservati agli ebrei. Anche il capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir ha dichiarato che la «linea gialla» funge da «nuova linea di confine». L’espansione delle linee gialle e arancioni è solo l’ultima manifestazione della strategia di lunga data di Israele: impadronirsi della terra araba attraverso una forza militare schiacciante e fabbricare una nuova “realtà” sul campo, con la certezza che le istituzioni internazionali sono impotenti a fermarla. A Gaza, questa strategia si sta concretizzando tra genocidio, fame e sfollamenti di massa, mentre i palestinesi sopravvissuti vengono ammassati in appezzamenti di terra devastata sempre più ristretti e i funzionari israeliani parlano apertamente di un’occupazione permanente e di insediamenti riservati esclusivamente agli ebrei. https://palestinewillbefree.substack.com/p/from-yellow-to-orange-israel-expands-occupation-of-gaza-despite-ceasefire?utm_source=post-email-title&publication_id=2027620&post_id=199234792& utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=2xiwfl&triedRedirect=true&utm_medium=email Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 26, 2026
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