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Abdullah Öcalan: Le legge negativa deve essere trasformata in legge positiva
Abdullah Öcalan: Ognuno dovrebbe fare la propria parte per garantire l’avvio del processo legale e legislativo, la completa eliminazione del conflitto e delle armi dall’equazione e l’apertura di un capitolo completamente nuovo. In una dichiarazione diffusa tramite la delegazione di İmralı, Abdullah Öcalan ha affermato che all’alleanza curdo-turca devono essere fornite garanzie legali attraverso provvedimenti legislativi e ha aggiunto: “È possibile vivere insieme da pari e in libertà in una repubblica democratica. La legge negativa deve essere trasformata in legge positiva”. I membri della delegazione di İmralı del Partito per l’uguaglianza e la democrazia dei popoli (DEM Party), Pervin Buldan, Özgür Faik Erol e Mithat Sancar, hanno rilasciato una dichiarazione scritta in merito al loro incontro di ieri con il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. Secondo quanto riportato nel comunicato, la riunione, durata cinque ore, ha incluso discussioni sugli sviluppi politici, sul processo in corso, sulla costruzione di una società democratica e su come dovrebbe essere definito il quadro giuridico. Il comunicato recitava: Come delegazione del partito DEM di İmralı, abbiamo tenuto un incontro approfondito con il signor Abdullah Öcalan dopo una lunga pausa. Durante l’incontro, abbiamo discusso in dettaglio degli sviluppi politici nella regione, della costruzione di una società democratica, dello stato attuale del processo di pace e di come dovrebbe essere definito il quadro giuridico. Durante l’incontro, il signor Öcalan ha rilasciato le seguenti dichiarazioni da condividere con l’opinione pubblica: «Restiamo impegnati ad adottare misure in linea con lo spirito dell’appello del 27 febbraio e a risolvere la questione nel quadro della legge di fratellanza.» Siamo sul punto di trasformare in un quadro giuridico la storica alleanza e unità curdo-turca, una realtà storica in Anatolia rimasta inscindibile in ogni periodo critico. La verità che “Se si separa il turco dal curdo, non rimane più alcun curdo; se si separa il curdo dal turco, non rimane più alcun turco, rende necessario sviluppare i principi giuridici di coesistenza e uguaglianza. E’ tempo di cerare una base giuridica È giunto il momento di gettare le basi giuridiche che tengano conto delle sensibilità di tutte le parti. Consapevoli che tracciare pazientemente questo percorso rappresenta un’opportunità storica, dobbiamo abbandonare approcci semplicistici e limitati che non servono al futuro e lavorare insieme per costruire una vita condivisa. Nel quadro delineato nella relazione redatta dalla Commissione per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia della grande assemblea nazionale turca, ognuno deve fare la propria parte per avviare il processo legale e legislativo, eliminare completamente il conflitto e le armi e aprire un capitolo completamente nuovo.   Il futuro condiviso dell’Anatolia L’alleanza curdo-turca è la pietra angolare del futuro condiviso dell’Anatolia. Ogni passo che compiamo deve essere guidato dalla cultura di queste terre. Attraverso misure legislative, è possibile fornire garanzie giuridiche durature a questa alleanza e vivere insieme da pari e in libertà in una repubblica democratica. Il diritto negativo deve essere trasformato in diritto positivo. La storia ci offre l’opportunità di costruire una vita condivisa e di aprire un capitolo completamente nuovo, fondato sull’uguaglianza e sulla giustizia. Credo fermamente che coglieremo insieme questa opportunità. Come delegazione, consideriamo storico l’importante appello del signor Öcalan e ribadiamo ancora una volta la nostra determinazione a proseguire un dialogo costruttivo con tutte le istituzioni competenti, in primis la grande assemblea nazionale turca, per far progredire il processo con un approccio orientato ai risultati e per raggiungere una soluzione duratura basata sul diritto di fratellanza.   Delegazione di İmralı del partito Dem   21 luglio 2026”
July 21, 2026
UIKI ONLUS
Ministri israeliani partecipano alla marcia di estrema destra verso Gaza per chiedere il reinsediamento dell’enclave palestinese
di Yair Foldes e Noa Shpigel,  Haaretz, 19 luglio 2026.   I soldati presenti sul posto sono stati inviati dai propri comandanti per accompagnare in auto i ministri e i parlamentari, tra cui Ben-Gvir e Smotrich, al luogo della manifestazione. «Dobbiamo mobilitarci tutti adesso», ha esortato Smotrich, avvertendo che se «la sinistra» dovesse arrivare al potere, «tutto questo potrebbe andare in fumo». Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich durante una marcia verso Gaza, domenica 19 luglio. I ministri del governo israeliano e i parlamentari della coalizione stanno partecipando, oggi domenica 19 luglio, a una marcia verso Gaza, sollecitando il reinsediamento ebraico nella Striscia, dopo che l’esercito israeliano ha revocato l’autorizzazione alla manifestazione pochi minuti prima dell’inizio previsto. Tuttavia, i soldati presenti sul posto sono stati inviati dai propri comandanti ad accompagnare in auto i ministri e i parlamentari, tra cui il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, al luogo della manifestazione vicino alla recinzione di confine con Gaza. «Abbiamo cancellato la vergogna dell’espulsione nella Samaria settentrionale e, con l’aiuto di Dio, faremo lo stesso anche qui nella Striscia di Gaza, con determinazione e perseveranza», ha affermato Smotrich, riferendosi agli insediamenti recentemente approvati nell’area settentrionale della Cisgiordania, anch’essa sgomberata dai coloni durante il ritiro israeliano del 2005, insieme a Gaza. «Dobbiamo mobilitarci tutti adesso», ha esortato, avvertendo che se «la sinistra» dovesse arrivare al potere, «tutto questo potrebbe essere vanificato, e dovremo marciare ancora una volta qui per impedire gli sgomberi e la distruzione». «Rovesceranno l’intera rivoluzione sionista e nazionale degli insediamenti che abbiamo realizzato durante questo mandato», ha aggiunto, In precedenza, la polizia e l’esercito israeliani avevano tentato di bloccare le centinaia di persone giunte per la cosiddetta «Marcia dei Mille verso Gaza». Gli organizzatori hanno affermato che l’esercito aveva inizialmente acconsentito allo svolgimento della marcia, per poi revocare l’autorizzazione. Zikim e Yad Mordechai su una mappa del sud di Israele, vicino al confine con Gaza. Le forze presenti sul posto hanno faticato a tenere sotto controllo le centinaia di partecipanti, molti dei quali donne e bambini. Molti partecipanti hanno aggirato le barriere della polizia e si stanno dirigendo a piedi verso la zona della spiaggia attraverso le colline circostanti. La polizia ha utilizzato altoparlanti per avvertire che le persone si stavano mettendo in pericolo. La marcia è stata organizzata dal movimento Nahala, un gruppo israeliano di lunga data che chiede la creazione di insediamenti a Gaza e in Cisgiordania, e si svolgerà all’insegna dello slogan degli organizzatori secondo i quali il suo obiettivo è «il rinnovamento degli insediamenti ebraici a Gaza prima delle elezioni». Il movimento Nahala è guidato da Daniella Weiss, un’attivista di lunga data in prima linea nel movimento di insediamento Gush Emunim, che ha attirato l’attenzione in Occidente dopo essere apparsa in un documentario della BBC di Louis Theroux sugli insediati della Cisgiordania, pubblicato ad aprile, nonché nella sua intervista con il commentatore britannico Piers Morgan. Il Canada e il Regno Unito hanno imposto sanzioni a Weiss per il suo ruolo nel sostenere e facilitare la violenza contro i palestinesi. Daniella Weiss, leader di lunga data dei coloni israeliani, durante una manifestazione a favore del reinsediamento a Gaza, lo scorso anno. Crediti: Eliahu Hershkovitz La marcia di domenica si svolge all’insegna dello slogan «Ritorno a casa dopo 21 anni», in riferimento al ritiro israeliano dalla Striscia del 2005, durante il quale 21 insediamenti e migliaia di coloni furono evacuati da Gaza. Gli organizzatori hanno inoltre affermato che la marcia si svolge sullo sfondo delle dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz riguardo alla sua intenzione di istituire tre insediamenti militari a Gaza. Katz ha successivamente ritrattato la sua dichiarazione, affermando che Israele «non ha alcuna intenzione di istituire insediamenti a Gaza». Il mese scorso, Smotrich ha affermato che Israele è pronto a iniziare la costruzione di tre insediamenti ebraici nel nord di Gaza non appena riceverà l’approvazione del governo. «Siamo pronti a istituire immediatamente un blocco di tre insediamenti nel nord di Gaza, non appena riceveremo il via libera dal primo ministro», ha dichiarato. Sebbene non li abbia nominati esplicitamente, Smotrich sembrava riferirsi all’ex blocco di insediamenti della Striscia settentrionale di Gaza, che comprendeva gli insediamenti di Elei Sinai, Dugit e Nisanit. Gli insediamenti furono evacuati nel 2005 nell’ambito del ritiro di Israele da Gaza. Questi tre insediamenti compaiono anche nel materiale promozionale dell’evento. https://www.haaretz.com/israel-news/elections/ 2026-07-19/ty-article/.premium/israeli-ministers-to-join-far-right-march-to-gaza-calling-to-resettle-enclave/0000019f-79e3-d99c-addf-fbff67280000 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 20, 2026
Assopace Palestina
Leadership del movimento: la legge deve tutelare Abdullah Öcalan e l’intero movimento
In una dichiarazione sul processo in corso, la leadership del movimento ha affermato che la legge da emanare dovrebbe includere Abdullah Öcalan e tutti i membri del movimento in modo da consentire la loro partecipazione alla politica democratica. La dirigenza del movimento ha rilasciato una dichiarazione sulla legge quadro attualmente in discussione nell’ambito del Processo di pace e società democratica. Richiamando l’attenzione su notizie e dichiarazioni provenienti da ambienti filogovernativi secondo cui la legge non si applicherebbe al leader del popolo curdo Abdullah Öcalan, la dirigenza del Movimento ha sottolineato che qualsiasi legge che non preveda la libertà di Abdullah Öcalan equivarrebbe a sabotare il processo. Volontà unilaterale e imposizione La dichiarazione rilasciata a nome della leadership del movimento afferma: “Non è stato consentito alcun incontro con Rêber (leader) Apo negli ultimi due mesi. In un momento in cui è in corso il Processo di pace e società democratica volto a risolvere la questione curda, impedire gli incontri con il capo negoziatore del popolo curdo è difficile da giustificare. Dopo gli incontri con la delegazione dell’AKP e Devlet Bahçeli, la delegazione del partito DEM ha annunciato che era stato raggiunto un accordo sull’emanazione della legge quadro a luglio. Due o tre giorni dopo, è stato anche annunciato che la delegazione del partito DEM avrebbe incontrato Rêber Apo il 23 luglio. Il presidente e diversi funzionari dell’AKP hanno ripetutamente sottolineato l’importanza di questo processo. Il fatto che non sia stato consentito alcun incontro con la parte principale del processo per due mesi dimostra il divario tra retorica e pratica. Se si deve emanare una legge quadro necessaria per una risoluzione, non può essere basata sulla volontà unilaterale e sull’imposizione. Il consenso si raggiunge conciliando le posizioni di tutte le parti. Pertanto occorreccorre tenere conto della bozza di proposta e delle idee presentate da Rêber Apo. Come movimento, abbiamo già presentato pubblicamente le nostre posizioni. Non avevamo intenzione di rilasciare una nuova dichiarazione. Tuttavia a seguito all’incontro tra il partito DEM e l’AKP, sono state espresse nuovamente alcune valutazioni inaccettabili riguardo alla legge quadro. Alcune figure vicine all’AKP hanno affermato che la legge quadro non conterrebbe alcuna disposizione riguardante Rêber Apo e che anche la leadership del movimento ne sarebbe esclusa. Una legge che non garantisca la libertà fisica di Rêber Apo non risolverebbe alcun problema. Al contrario, equivarrebbe a sabotare il processo. Pertanto la libertà di Rêber Apo deve essere garantita per legge. Solo se una legge quadro lo prevede si potranno compiere progressi sulle questioni in discussione. L’attore cemtrale del processo Tutti coloro che desiderano che il processo di pace e di creazione di una società democratica progredisca devono riconoscere che Rêber Apo è l’attore centrale di questo processo, e che tale ruolo può essere sancito solo per legge. È importante che non solo il governo, ma anche tutte le forze politiche di opposizione e le organizzazioni della società civile adottino una posizione positiva sul ruolo di Rêber Apo quale principale interlocutore per il successo del processo. Solo quando queste questioni saranno formalizzate a livello giuridico si potrà raggiungere una soluzione. Se si vuole risolvere un conflitto che dura da 50 anni, portandolo su basi legali e politiche, escludere la leadership del movimento dal contesto politico in cui la democrazia può avere luogo non porterà a una soluzione. Pertanto, la natura della questione richiede l’emanazione di una legge che garantisca la partecipazione alla vita politica democratica dell’intero movimento, dal suo leader ai suoi combattenti, con piena libertà di organizzazione e di espressione. Un approccio che riduce il problema delle armi Non c’è dubbio che si debbano intraprendere azioni immediate per garantire la risoluzione dei problemi. Tuttavia una legge incompleta e lacunosa nell’affrontare la questione produrrà conseguenze indesiderabili. Pertanto il consenso raggiunto attraverso il dialogo con Rêber Apo deve tradursi in una legge che non lasci spazio ad ambiguità. Questa legge riguarda non solo il nostro movimento , ma anche l’intero popolo curdo e gli ambienti democratici della Turchia. Potrà avere successo solo se riceverà il sostegno necessario. Né la Turchia né il nostro popolo possono permettersi un fallimento. È fondamentale che questa legislazione, che costituirà la legge fondamentale per la risoluzione della questione curda, sia ben elaborata, poiché contribuirà a risolvere le sfide interne ed esterne della Turchia. Un approccio che riduca la questione alla sola deposizione delle armi non può certo portare al successo questo processo. La democratizzazione non è l’unica soluzione Porre fine al conflitto e risolvere la questione curda sono questioni di democratizzazione. Se non si vuole insistere sul conflitto, sulla violenza e sulla guerra, la democratizzazione è l’unica via per risolvere il problema. Qualsiasi politica che non dia priorità alla democratizzazione equivale a perpetuare il conflitto e la guerra. Per questo motivo, Rêber Apo insiste su una soluzione basata sulla pace e sulla società democratica, al fine di porre fine a decenni di conflitto. Anche il nostro movimento crede che questa sia l’unica soluzione e lo ha chiaramente dimostrato con la sua posizione. Invito a raccogliere il processo La democratizzazione non può essere lasciata esclusivamente alle iniziative delle organizzazioni e dello Stato. Le istituzioni democratiche e le organizzazioni della società civile devono svolgere un ruolo attivo nel promuovere la democratizzazione. Aspettare che lo Stato intervenga significa non comprendere la storia e le dinamiche della lotta per la democratizzazione. La democratizzazione si realizza attraverso la lotta e attraverso le tensioni con lo Stato. Pertanto, nel processo di pace e di costruzione di una società democratica, è essenziale organizzarsi, costruire strutture sociali democratiche e lottare, senza aspettarsi che sia lo Stato ad agire. A questo proposito, tutti i popoli della Turchia e le forze democratiche devono abbracciare il processo di pace e di costruzione di una società democratica e intensificare la lotta per la democrazia.  
July 20, 2026
UIKI ONLUS
«Sorseggia il tuo caffè mentre guardi l’alba»: come Israele sta colonizzando la Cisgiordania con la vendita di terreni palestinesi a ebrei americani
di Majd Jawad,  Mondoweiss, 17 luglio 2026.     Le società immobiliari israeliane stanno commercializzando ad acquirenti ebrei americani terreni appartenenti ai palestinesi in Cisgiordania. Abbiamo parlato con i palestinesi che vengono sfollati per far posto alla costruzione di nuovi insediamenti ebraici. Cantiere per la costruzione di un nuovo quartiere nell’insediamento di Pisgat Ze’ev, in Cisgiordania, alle porte di Gerusalemme, 21 novembre 2010. (Foto: Issam Rimawi/APA Images) A metà maggio, alcuni manifestanti si sono radunati davanti a una sinagoga di Brooklyn per protestare contro una fiera immobiliare che si stava svolgendo all’interno. Gli immobili messi in vendita non si trovavano a New York City, ma negli insediamenti israeliani illegali della Cisgiordania occupata, e la clientela a cui erano destinati era costituita da membri della comunità ebraica americana.  Il “Great Israeli Real Estate Event”, organizzato dalla società israeliana My Home in Israel, era una delle tante fiere immobiliari tenutesi negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito, rivolte a potenziali acquirenti ebrei anglofoni. Un evento con lo stesso nome, in programma a Londra lo scorso giugno, ha suscitato una condanna diffusa da parte di gruppi per i diritti umani e di oltre 100 parlamentari britannici. Tra gli insediamenti in cima all’elenco degli immobili promossi dall’evento figuravano Ma’ale Adumim, Givat Ze’ev, Karnei Shomron e Kfar Eldad. Ciascuna di queste aree è oggetto di espansione urbana e di nuove costruzioni, parallelamente a ordini di sequestro e confisca che prendono di mira i terreni palestinesi circostanti — un processo sistematico volto a consolidare il dominio degli insediamenti. La pubblicità promozionale di questi insediamenti utilizza un linguaggio seducente per attirare investimenti. Un annuncio pubblicitario per un progetto immobiliare a Kfar Eldad, situato all’interno del Consiglio Regionale di Gush Etzion a sud-est di Betlemme, propone uno stile di vita rurale «vicino a Gerusalemme, lontano dalla routine». L’annuncio recita: «Da queste parti il tempo scorre in modo un po’ diverso. Al mattino puoi sorseggiare il caffè guardando l’alba e, appena 12 minuti dopo, prima ancora che il caffè si sia raffreddato, ritrovarti a Gerusalemme. E la sera, tornerai a una tranquillità rasserenante. Questo rende Kfar Eldad l’alternativa perfetta per chi cerca un alloggio a prezzi ragionevoli vicino a Gerusalemme, ma lontano dal rumore e dal traffico della vita cittadina». Dietro gli opuscoli patinati e le immagini curate di «moderni complessi residenziali» si nascondono capitoli dolorosi di sistematica confisca delle terre palestinesi — un processo che si è ampliato negli ultimi anni fino a comprendere quasi la metà dell’area totale che le autorità di occupazione israeliane hanno dichiarato «terreni demaniali» sin dalla firma degli Accordi di Oslo. La «tranquillità rasserenante» delle colline e dei terreni aperti di Betlemme era, fino a poco tempo fa, la dimora di comunità palestinesi e beduine che praticavano l’agricoltura stagionale e la pastorizia. A quegli abitanti originari è stato impedito l’accesso alle loro terre, confiscate con ordini militari decenni fa, prima che vi fossero costruiti insediamenti. «Possedevo dei terreni nell’area di espansione del blocco di Gush Etzion — terreni ricoperti di viti pendenti e mandorli di ogni tipo», ha raccontato a Mondoweiss Ibrahim Ataallah, residente a Khirbet Beit Skaria. «Ma mi è stato impedito di accedervi dopo l’emissione di un ordine di confisca [nel 1984]. Sebbene noi di Beit Skaria siamo in possesso dei documenti legali che provano la proprietà dei terreni su cui viviamo, ci considerano un ostacolo all’espansione degli insediamenti a Gush Etzion.” Mentre Atallah descriveva l’ubicazione del suo appezzamento di terreno e le viti e i mandorli che un tempo vi crescevano, guardava le mappe e gli annunci pubblicati dai siti web immobiliari ebraici che pubblicizzavano proprietà nella zona di Gush Etzion. Un annuncio che descriveva le caratteristiche di un lotto in vendita ha attirato la sua attenzione. Sebbene non riuscisse a individuare con precisione il proprio terreno sulla mappa a causa della sua scarsa nitidezza, le descrizioni del terreno in vendita e dello stile di vita offerto ai potenziali coloni lo toccavano da vicino.  «Bevevo davvero il mio caffè all’alba e aspettavo che i miei amici di Gerusalemme si unissero a me», ha detto. «Parlavamo del prezzo dell’uva al mercato, mentre il caffè era ancora caldo quando arrivavano». «Tutto ciò che ci separava da Gerusalemme erano pochi chilometri», si è lamentato. Oggi, quella breve distanza non implica più un accesso veloce. In quanto titolare di un documento d’identità palestinese, ad Atallah è vietato entrare a Gerusalemme senza un permesso, trasformando quello che un tempo era un viaggio di routine per andare a trovare gli amici in un percorso quasi impossibile. Palestinesi cacciati, coloni ebrei insediati Mentre la terra di Atallah è stata confiscata dallo stato israeliano decenni fa, molte delle proprietà pubblicizzate in occasione di eventi immobiliari negli Stati Uniti fanno parte di insediamenti che oggi stanno crescendo attivamente — una crescita che dipende dall’espropriazione dei palestinesi. All’inizio di quest’anno, il governo israeliano ha deciso di confiscare circa 70 ettari di terra palestinese per la costruzione di un nuovo quartiere dell’insediamento di Karnei Shomron, situato a est di Qalqilya, nella parte settentrionale della Cisgiordania, e affacciato sulla pianura costiera mediterranea, distante dai 10 ai 15 chilometri. Questa confisca rientra in quello che Israele definisce il suo «Piano Roof», un accordo onnicomprensivo per l’espansione dell’insediamento attraverso l’aggiunta di 6.000 nuove unità abitative e delle relative infrastrutture nella Cisgiordania settentrionale. Secondo le proiezioni israeliane, il progetto potrebbe triplicare la popolazione di Karnei Shomron, trasformandola in un centro urbano regionale nella Cisgiordania settentrionale. Karnei Shomron era uno degli insediamenti pubblicizzati nel corso del «Great Israeli Real Estate Event». Nella Cisgiordania centrale, Ma’ale Adumim — i cui immobili erano anch’essi presenti negli opuscoli dell’evento — si è aggiudicata la quota maggiore delle recenti decisioni di confisca. Il 29 febbraio 2024, circa 264 ettari di terreno appartenenti ai villaggi di Abu Dis e al-Aizariya, situati nei pressi dell’insediamento, sono stati confiscati per essere incorporati nei confini di Ma’ale Adumim. Queste espropriazioni fungono da riserva immobiliare per un progetto di insediamento molto più ampio noto come il piano E1, che mira ad appropriarsi di un tratto strategico di terreno intorno a Gerusalemme che collega la parte settentrionale e quella meridionale della Cisgiordania, dove verrebbero costruite 3.400 nuove unità abitative per costituire un quartiere all’interno dell’insediamento, collegando Ma’ale Adumim a Gerusalemme e dividendo al contempo la Cisgiordania in due. Oltre al piano E1, la costruzione in corso del quartiere “Desert Bird”, che si affaccia sui pendii desertici che si estendono verso la Valle del Giordano, ha comportato l’espropriazione di terreni che un tempo ospitavano comunità beduine palestinesi. Ciò ha colpito in primo luogo la tribù dei Jahalin, che è stata sistematicamente allontanata dai propri pascoli a partire dall’ottobre 2023. “Usavamo quella terra per far pascolare le nostre pecore”, ha dichiarato Eid Jahalin, un residente locale, a Mondoweiss. «Ma dopo che siamo stati tagliati fuori da quei terreni e le strade sono state chiuse, non ci sono più pascoli dove le pecore possano pascolare. Ancora oggi subiamo attacchi da parte dei coloni nelle nostre stesse case. Siamo circondati da ogni parte». Più a nord-ovest di Gerusalemme, l’insediamento di Givat Ze’ev è stato costruito su terreni appartenenti al villaggio di al-Jib. Parte del blocco di insediamenti circonda la città, con il sito di importanza religiosa di Nabi Samuel a sud. La confisca di terreni palestinesi nella zona ha subito una recente escalation in seguito all’emissione, il 5 aprile 2026, di un ordine militare che riguarda circa 0,68 ettari di terreno di al-Jib. L’ordine fa parte di un piano più ampio volto ad assegnare circa 26,8 ettari ad al-Jib e Nabi Samuel per la costruzione di un nuovo quartiere dell’insediamento composto da 800 unità abitative. Sul campo, ciò richiede il sequestro di ampi appezzamenti per costruire reti stradali e infrastrutture che colleghino il blocco di insediamenti a Gerusalemme. I progetti di espansione per Givat Ze’ev, Ma’ale Adumim, Gush Etzion e Karnei Shomron sono solo i piani più in vista emersi nel corso di eventi immobiliari tenutisi in luoghi come la sinagoga Park East a Brooklyn. Essi costituiscono la punta di diamante di una più ampia strategia israeliana volta ad espandere in modo aggressivo gli insediamenti e le infrastrutture in tutta la Cisgiordania al fine di «seppellire» le prospettive di uno stato palestinese, secondo le parole del ministro delle Finanze israeliano della linea dura Bezalel Smotrich. Come la terra passa da «terreno demaniale» al mercato immobiliare Khalil Tafakji, ricercatore specializzato in questioni relative agli insediamenti e a Gerusalemme e direttore del dipartimento di cartografia presso la Società di Studi Arabi, ha dichiarato a Mondoweiss che la terra palestinese viene confiscata spesso ricorrendo a vie legali tortuose per privare i palestinesi dei loro diritti su di essa prima che venga messa in vendita sul mercato. «In quella fase, il terreno non viene messo direttamente in vendita», ha spiegato. «Piuttosto, viene del tutto escluso dall’ambito della proprietà privata palestinese». Lo stato israeliano agisce in questo modo dichiarando il terreno «insufficientemente coltivato per stabilire la proprietà», ha affermato Tafakji, oppure isolandolo e designandolo come zona militare chiusa riservata all’addestramento dell’esercito. Queste aree vengono trasformate in «terreni demaniali» sotto l’amministrazione dell’Autorità Fondiaria Israeliana. Il primo passo amministrativo in questo processo di designazione si basa sull’interpretazione israeliana del diritto fondiario ottomano, che storicamente ha regolato la proprietà fondiaria in Palestina. Solo allora gli immobili vengono messi sul mercato per i potenziali acquirenti prima della costruzione. Lo stato concede di fatto in locazione il terreno ai futuri proprietari di casa, e ciò che gli acquirenti ottengono è l’immobile, non il terreno stesso. «Un acquirente può possedere l’immobile per 99 anni rinnovabili, mentre il terreno rimane a nome dello stato in base a quello che viene definito un accordo di locazione fondiaria», ha spiegato Tafakji. In sostanza, ciò garantisce a una persona o a un’entità diritti di usufrutto a lungo termine in cambio di un pagamento o a determinate condizioni, senza comportare necessariamente un trasferimento del terreno originario. È qui che entrano in gioco le società immobiliari e gli appaltatori. Il terreno viene suddiviso in unità abitative e progetti, per poi essere messo in vendita sul mercato immobiliare israeliano — talvolta tramite aste all’estero rivolte ad acquirenti provenienti dalle comunità della diaspora ebraica. Si tratta di eventi di vendita di terreni, spesso ospitati nelle sinagoghe, che attirano manifestanti in luoghi come New York City Gerusalemme come polo di attrazione per gli insediamenti Nelle campagne promozionali degli insediamenti, la vicinanza a Gerusalemme è spesso un pilastro della strategia di marketing, che presenta gli immobili degli insediamenti nel blocco di Gush Etzion come una naturale estensione geografica e urbana della città. Ciò rientra nel progetto israeliano della “Grande Gerusalemme”, che ha reso necessaria la pulizia etnica di innumerevoli comunità palestinesi bloccate in “terre di nessuno” amministrative all’interno della Cisgiordania. Queste aree ricadono tecnicamente sotto la giurisdizione del comune di Gerusalemme, ma non ricevono praticamente nessuno dei suoi servizi.  «La vicinanza a Gerusalemme è uno dei più potenti “incentivi alla colonizzazione” offerti dal mercato immobiliare», ha dichiarato Tafakji a Mondoweiss. «Il collegamento dei grandi blocchi di insediamenti a Gerusalemme — Givat Ze’ev a nord, Ma’ale Adumim a est, Gush Etzion a sud — è concepito per creare la percezione che queste aree siano semplicemente ‘sobborghi residenziali’ della città, piuttosto che avamposti isolati o illegali a livello internazionale.»  Tafakji ha affermato che questo linguaggio di marketing “ricicla” il progetto degli insediamenti e lo radica nella coscienza dell’opinione pubblica statunitense. «Contribuisce a normalizzare la presenza degli insediamenti e li rende la scelta residenziale preferita dalle famiglie israeliane.» Oltre a Gerusalemme, ci sono altri vantaggi per gli israeliani che cercano un alloggio in questi nuovi progetti. Lo stato offre un pacchetto di «benefici per gli insediamenti» costituito da incentivi economici, tra cui generose esenzioni fiscali, trasporti pubblici sovvenzionati (e talvolta gratuiti) che li collegano al centro città in pochi minuti, e infrastrutture all’avanguardia costruite appositamente per servire questi quartieri di insediamento pianificati. L’unica cosa che resta da fare per renderlo realtà è trasferire le comunità palestinesi che vivono lì.  Dal punto di vista dei proprietari terrieri palestinesi, la battaglia che si sta combattendo oggi è truccata a favore dei potenziali coloni ebrei che vivono a New York rispetto ai palestinesi che possiedono la terra. «In realtà non si tratta di chi possiede la terra o di chi può dimostrarne la proprietà. Siamo entrati in una battaglia che sappiamo di aver già perso», ha detto Ibrahaim Atallah, l’agricoltore di Beit Iskaria.  Indicando la mappa storica della Palestina appesa alla parete, ha concluso la nostra conversazione con un dolore sommesso: «Siamo stati sfollati durante la Nakba del 1948, cacciati con la forza dalla nostra terra. È la stessa logica che ora ci sta portando via la terra». «Stanno ricorrendo a vie legali, ma tutto si basa sulla stessa logica della forza», ha osservato Atallah. Majd Jawad è un giornalista e ricercatore di Jenin, in Palestina, in possesso di un master in Democrazia e Diritti umani conseguito presso l’Università di Birzeit e di una laurea in Giornalismo. https://mondoweiss.net/2026/07/sip-your-coffee-while-watching-the-sunrise-how-israel-is-colonizing-the-west-bank-by-selling-palestinian-land-to-jewish-americans/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
July 20, 2026
Assopace Palestina
Israele: coccodrilli come aguzzini per impedire la fuga ai detenuti palestinesi
di Emanuela Ulivi,  Africa ExPress, 18 luglio 2026.   La legge che impediva di utilizzare i rettili come guardiani era stata bloccata perché gli animali sono specie protetta. Ora la ministra ha cambiato lo status legale, malgrado alcuni pareri contrari. “Specially managed wild animal”, animale selvatico a gestione speciale. Da giovedì scorso i coccodrilli sono stati promossi da specie protetta ad animali utilizzabili a fini di sicurezza. Nel caso, con funzioni di guardie carcerarie. Questo è il nuovo status legale del coccodrillo del Nilo, a seguito della riclassificazione operata dalla ministra israeliana per la Protezione dell’Ambiente, Idit Silman, nonostante il parere contrario del consulente legale dello stesso dicastero, Neta Drori, e le eccezioni sollevate dall’Autorità per la Natura e i Parchi. Il nuovo status dei coccodrilli consentirà di tenere questi rettili in strutture diverse dagli zoo o da altri ricoveri dedicati. E permette agli enti governativi, compreso il Servizio Carcerario Israeliano, di tenerli nelle loro strutture, a specifiche condizioni. Con questa ordinanza, la ministra Idit Silman (del partito Likud, lo stesso del premier Netanyahu), di fatto spiana la strada alla realizzazione della “prigione dei coccodrilli”, proposta mesi fa dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Il progetto prevede di posizionare coccodrilli nei fossati intorno alle strutture carcerarie, con mansioni dissuasive. Il progetto di Ben Gvir A dicembre dell’anno scorso, il ministro di estrema destra Ben Gvir aveva infatti proposto al Commissario Capo del Servizio Carcerario Israeliano, Kobi Yaakobi, di costruire una struttura per i prigionieri terroristi, circondata dai coccodrilli per scoraggiarne l’evasione. Negli stessi giorni la Knesset stava esaminando la legge sulla pena di morte per i terroristi, confezionata per essere applicata ai palestinesi colpevoli di attacchi o attentati mortali anti israeliani. Legge poi approvata a marzo, con tanto di brindisi da parte dei deputati favorevoli, che è valsa al ministro Ben Gvir anche la surreale torta di compleanno preparata dalla moglie e decorata con un cappio alla crema. Torta di compleanno per Ben Gvir L’ispirazione L’idea degli alligatori, Ben Gvir l’aveva scopiazzata dall’inarrivabile presidente americano Donald Trump, che a luglio 2025 ha aperto in Florida due centri di detenzione dell’ICE per migranti in attesa di deportazione. Uno dei due si chiamava Alligator Alcatraz, perché situato in una zona paludosa abitata dagli alligatori, ritenuti utili a prevenire le fughe. Il centro, oggetto di denunce da parte di varie ONG e di Amnesty per i trattamenti crudeli e inumani, è stato chiuso a giugno di quest’anno. Il risparmio Alla base della proposta del ministro della Sicurezza Nazionale ci sono anche considerazioni di tipo economico. Ecco il piano: poiché un coccodrillo piccolo costerebbe 8.000 dollari, contro i 20.000 di uno più grande, il ministero di Ben Gvir acquisterebbe quelli di piccola taglia – ma non per questo meno pericolosi – da allevare nella struttura di destinazione. A gestirli sarebbero gli agenti penitenziari. Questo porterebbe ad un risparmio di milioni dishekel all’anno sui costi del personale di una prigione. E i risultati sarebbero persino migliori, secondo le considerazioni di una fonte della testata israeliana Maariv, rilanciate dal Jerusalem Post a gennaio. Insomma, un affare. Da dove cominciare A quanto si sa, sono circolate due ipotesi sulla struttura carceraria in cui sperimentare il progetto di prigione guardata a vista dai coccodrilli. Una nuova, da costruire vicino all’Hamat Gader, il complesso archeologico e termale posto sul Golan occupato da Israele, vicino al confine con la Giordania. All’interno c’è infatti un giardino zoologico con oltre 200 coccodrilli, parte dei quali potrebbero essere trasferiti facilmente intorno alla nuova prigione. A gennaio, alcuni esponenti del Servizio Carcerario Israeliano hanno fatto un sopralluogo all’Hamat Gader, per riferire al ministro. La seconda struttura potrebbe essere la prigione di Ketziot, nel deserto del Negev, dove sono detenuti i palestinesi per motivi di sicurezza. I palestinesi nelle carceri israeliane Secondo il rapporto trimestrale sui detenuti del Servizio Penitenziario Israeliano, a settembre 2025 erano 10.863 i palestinesi reclusi nelle carceri israeliane, classificati come “security prisoners”. Tra questi 350 bambini e 48 donne. Duemila sono stati rilasciati ad ottobre 2025, nell’ambito dell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza. Ottantaquattro sono invece i morti accertati, tra i quali un minore, nel periodo compreso tra l’inizio della guerra a ottobre 2023 e i primi di gennaio 2026. I dati sono contenuti nell’ultimo rapporto Living Hell (Vivere l’Inferno), uscito a gennaio di quest’anno, stilato da B’Tselem – Centro di Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati, che documenta le torture e le condizioni disumane cui sono sottoposti i detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane. “L’insieme di tutti i risultati porta ad una conclusione inequivocabile: Israele continua la sua politica sistematica e istituzionalizzata di tortura e abuso nei confronti dei prigionieri palestinesi, approvata e sostenuta dal sistema politico, dal sistema giudiziario, dai media e, naturalmente, dalle stesse autorità carcerarie, che si vantano apertamente delle condizioni disumane in cui sono detenuti i prigionieri palestinesi”, conclude B’Tselem. Diverse testimonianze raccolte da B’Tselem e dettagliate nel rapporto sono proprio di prigionieri usciti dal carcere di Ketziot. https://www.africa-express.info/2026/07/19/israele-coccodrilli-come-aguzzini-per-impedire-la-fuga-ai-detenuti-palestinesi/
July 20, 2026
Assopace Palestina
Grecia: un bonus di 250 euro per ogni rimpatrio volontario
Con Decreto Ministeriale Congiunto, la Repubblica Ellenica ha riformato il sistema di orientamento legale gratuito per i richiedenti asilo 1. Tra le novità introdotte figura anche un compenso di 250 euro riconosciuto al rappresentante legale per ciascun rimpatrio volontario assistito portato a termine. Una misura che presenta profili di analogia con il modello italiano introdotto dall’art. 30-bis del d.l. 23/2026, poi modificato dal d.l. 55/2026 (convertito dalla l. 103/2026) 2. Formalmente, il provvedimento 3 intende dare attuazione all’obbligo di garantire il diritto all’orientamento legale, nonché all’assistenza e alla rappresentanza legale, previsto dagli artt. 15 e 19 del Regolamento (UE) 2024/1348 sulla procedura comune di protezione internazionale e dal considerando 39 e dall’art. 21 del Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione dell’asilo e della migrazione. Nella pratica, tuttavia, la riforma greca evidenzia ancora una volta la natura selettiva dell’attuazione delle disposizioni del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo: mentre si consolida un’ipertrofia normativa funzionale alla restrizione dell’accesso alla protezione internazionale e al rafforzamento degli strumenti di rimpatrio, gli obblighi positivi di garanzia dei diritti fondamentali rimangono privi di un’effettiva implementazione. Il provvedimento ridefinisce infatti la funzione stessa dell’orientamento legale, incidendo sul suo carattere di servizio indipendente, verificabile e trasparente. Da servizio di emancipazione giuridica, volto a ridurre la vulnerabilità della persona migrante e a garantire un presidio contro l’espulsione, l’orientamento legale viene rifunzionalizzato come segmento operativo del dispositivo della deportazione. Non si limita ad accompagnare la rimozione, ma contribuisce a costruire le condizioni materiali e simboliche entro cui il rimpatrio finisce per apparire come unica opzione razionale. Integrando il diritto all’assistenza legale nel paradigma politico sintetizzato dallo stesso Ministro Plevris nella formula ‘carcere o rimpatrio’ 4, l’intervento finisce così per incidere sulle condizioni di accesso effettivo al diritto d’asilo, restringendo lo spazio del diritto all’informazione giuridica. Un diritto che precede il diritto d’asilo stesso: un pre-diritto, poiché solo attraverso la conoscenza dei propri diritti e degli strumenti di tutela disponibili una garanzia formale può tradursi in una protezione effettiva. I principali profili di criticità introdotti dal Decreto riguardano l’individuazione degli avvocati incaricati dell’orientamento legale, la garanzia dell’accuratezza e dell’indipendenza delle informazioni fornite, il meccanismo di incentivo economico previsto e le modalità concrete di attuazione dell’obbligo informativo attraverso sessioni collettive. * L’orientamento potrà essere prestato esclusivamente dagli avvocati iscritti al Registro degli Avvocati per l’Orientamento Legale, con il rischio di indebolire il ruolo degli avvocati delle organizzazioni della società civile che garantiscono supporto legale indipendente alle persone migranti. * Le sessioni di orientamento sono organizzate prevalentemente in forma collettiva, con gruppi di quindici persone, estendibili fino a cinquanta partecipanti. Una modalità che appare difficilmente compatibile con la natura individuale della procedura di asilo. * La partecipazione del personale ministeriale alle sessioni informative solleva interrogativi rispetto alla reale autonomia dell’informazione fornita e alla garanzia della necessaria riservatezza del rapporto tra persona assistita e professionista legale. * Ai professionisti incaricati sono riconosciuti 160 euro per ciascuna sessione di orientamento legale e 250 euro aggiuntivi qualora, entro due mesi dalla consulenza, il cittadino di Paese terzo presenti una domanda di rimpatrio volontario e la relativa procedura venga completata. Tale previsione introduce un meccanismo premiale collegato all’esito della procedura, anziché alla qualità dell’orientamento prestato o alla tutela dell’interesse della persona assistita. * Gli avvocati iscritti al Registro che prestano orientamento legale gratuito non possono successivamente assumere la rappresentanza dello stesso richiedente asilo nelle fasi successive della procedura di protezione internazionale. Tale previsione rischia di creare una sovrapposizione tra la funzione di tutela legale e quella di orientamento amministrativo alla procedura di rimpatrio, compromettendo la continuità della difesa e la piena indipendenza dell’assistenza fornita. Infine, assume particolare rilievo il contenuto dell’informazione fornita ai richiedenti. Per le persone provenienti da Paesi i cui cittadini presentano un tasso di riconoscimento della protezione internazionale inferiore al 20%, il decreto prevede che vengano informate anche sulle conseguenze dell’ingresso e del soggiorno ‘illegale’ in Grecia e sulle modalità di accesso ai programmi di rimpatrio volontario. In termini di deportability, la minaccia del rimpatrio non opera più soltanto come possibilità esterna che incombe sulla persona migrante, ma viene progressivamente incorporata negli stessi dispositivi chiamati a informarla e assisterla. La riforma ha incontrato l’opposizione dell’Ordine degli Avvocati greco, che ha chiesto il ritiro del bonus rimpatrio e della presenza del personale ministeriale nelle sessioni informative. Secondo la posizione espressa dall’avvocatura, l’orientamento legale deve rimanere libero da incentivi economici legati all’esito della procedura e da interferenze dell’autorità pubblica, poiché solo un supporto indipendente può garantire un’informazione effettivamente orientata alla tutela dei diritti, costituendo così uno spazio di tutela capace di interrompere la condizione permanente di deportability. 1. European Lawyers Lesvos, 2026. New System of Legal Guidance under the EU Pact ↩︎ 2. Per ulteriori informazioni, si veda: Avvocati e rimpatri: un incentivo contro diritti e deontologia ↩︎ 3. Si veda: Grecia: incentivi economici agli avvocati per aumentare le deportazioni – Melting Pot (17 luglio 2026) ↩︎ 4. Per ulteriori informazioni, si veda: A legally questionable migration framework: Greece’s experiment to combat “illegal arrivals” ↩︎
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il […] L'articolo Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
YPJ: Salvaguarderemo le conquiste della Rivoluzione del 19 luglio
Le YPJ hanno affermato che la leadership delle donne è stata la chiave del successo della Rivoluzione del 19 luglio e che le Unità di protezione delle donne hanno costantemente dimostrato il loro ruolo indispensabile e il loro profondo valore sia nella difesa che nella società. Il Comando Generale delle Unità di protezione delle donne (YPJ) ha rilasciato una dichiarazione in occasione del 14° anniversario della Rivoluzione del 19 luglio nel Rojava. La dichiarazione delle YPJ include quanto segue: «La Rivoluzione del Rojava, iniziata il 19 luglio 2012, è stata presentata al mondo come una visione e una convinzione di vita libera. Durante gli anni che sono diventati noti come la Primavera dei Popoli, i regimi autoritari hanno risposto a ogni richiesta di diritti e libertà con repressione e violenza, cercando di sfruttare quei movimenti per i propri interessi.» Nel Rojava, tuttavia, le popolazioni della regione hanno compiuto una scelta che ha cambiato il loro destino. Ogni rivoluzione rivela la sua vera natura nel corso del suo svolgimento; una rivoluzione non è qualcosa che inizia da zero né qualcosa che finisce, bensì un processo continuo e duraturo. La Rivoluzione del Rojava nacque come risposta dei popoli liberi all’autoritarismo e al dominio, aprendo un nuovo capitolo della storia in nome della libertà dei popoli. Guidati dal popolo curdo e ispirati dalla filosofia della Nazione Democratica, i popoli della regione hanno dimostrato dal primo giorno della rivoluzione fino ad oggi, la capacità di difendere le proprie conquiste e di rimanere saldi di fronte a ogni sfida. Questa filosofia di una vita libera e uguale, con le donne in prima linea, è diventata un fondamento solido. Grazie alle sue idee e alla sua visione, il leader Apo (Abdullah Öcalan) ha unito i popoli della regione attorno al modello della modernità democratica e ha gettato le basi per un sistema di organizzazione sociale strettamente legato alla rivoluzione delle donne nel Rojava. Oggi, la Rivoluzione del Rojava entra nel suo quindicesimo anno, dopo quattordici anni di lotta ininterrotta. Nel quattordicesimo anniversario della Rivoluzione del 19 luglio, porgiamo le nostre congratulazioni al leader Apo, ai feriti della rivoluzione e a tutte le donne e i popoli che vi hanno preso parte. La sollevazione popolare contro il regime autoritario del partito Ba’ath ha segnato un nuovo inizio per la trasformazione della regione. Nel corso della storia, il popolo curdo ha sempre respinto le politiche nazionaliste di oppressione perseguite dagli stati. Si è opposto al regime ba’athista e in seguito ha resistito agli attacchi lanciati da gruppi armati contro la regione, riuscendo infine a costruire un proprio governo autonomo. Attraverso il modello della Nazione Democratica e il principio del diritto a una vita uguale, è stato creato uno spazio per tutti i popoli, compresi arabi, turkmeni, armeni, siriaci, assiri e chiunque viva nella regione. Di conseguenza, tutti questi popoli sono giunti a considerare la Rivoluzione del 19 luglio come la propria rivoluzione e come un cammino verso la libertà. Nonostante i calcoli delle potenze che ambivano al dominio nella regione, tali piani fallirono ripetutamente perché le donne e i popoli trovarono la loro libertà nel modello della Rivoluzione del Rojava. Ogni attacco contro la rivoluzione incontrò la resistenza popolare e i popoli liberi rimasero fermamente impegnati nella loro rivoluzione. Le Unità di Protezione Femminile sono sempre state la pietra angolare della salvaguardia e del sostegno della Rivoluzione del 19 luglio. Dalle prime linee della battaglia alla guida della società, hanno svolto un ruolo pionieristico con immensi sacrifici. Una delle caratteristiche distintive della storia della Rivoluzione del Rojava è stato il ruolo centrale delle donne, che ha reso la rivoluzione fonte di ispirazione per persone in tutto il mondo. Questa realtà è innegabile. La leadership femminile è stata la chiave del successo della Rivoluzione del 19 luglio, e le Unità di Protezione Femminile hanno costantemente dimostrato il loro ruolo indispensabile e il loro profondo valore sia nella difesa che nella società. Grandi sacrifici sono stati compiuti per la libertà e la pace in una patria libera. Nel corso di quattordici anni di rivoluzione, ogni giorno è stato segnato dai sacrifici di bambini cresciuti in condizioni difficili. Le combattenti delle Unità di protezione delle donne (YPJ), delle Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Forze democratiche siriane (SDF) hanno difeso la patria con tutte le loro forze, sacrificando la propria vita. Il nostro popolo continua a crescere i propri figli in circostanze difficili, ma senza esitazione li dedica alla difesa della patria e alla dignità dell’umanità. I nostri amati figli e figlie hanno dato la vita per la libertà del loro popolo e per la dignità dell’umanità. Per questo motivo, la Rivoluzione del 19 luglio è unica e diversa da qualsiasi altra rivoluzione al mondo. Preserveremo per sempre l’eredità che ci è stata affidata dai nostri martiri. Ricordiamo ancora una volta i martiri Berîvan, Devrim, Slava, Kelhat, Arîn, Ziyad, Sîdar, Şîlan, Denîz, Raman e Koçerîn, insieme a tutti i martiri della rivoluzione, e rinnoviamo il nostro impegno a proseguire sulla via della libertà. Con lo stesso spirito e la stessa determinazione che hanno caratterizzato il primo giorno della rivoluzione, ne salvaguarderemo le conquiste e daremo continuità alla Rivoluzione delle Donne.
July 19, 2026
UIKI ONLUS
127 Intellettuali, scrittori e poeti curdi chiedono la fine dell’isolamento di Öcalan
Una dichiarazione firmata da 127 intellettuali, scrittori e poeti curdi ad Amed ha descritto il Processo di pace e società democratica come un’opportunità storica per la pace e ha chiesto l’apertura dei canali di dialogo con Öcalan. Presso l’Associazione di letteratura curda di Amed (Diyarbakır) si è tenuta una conferenza stampa sul processo di pace e di una società democratica. Lo scrittore Hasan Özgüneş ha letto la dichiarazione firmata da 127 intellettuali, scrittori e poeti curdi. Hasan Özgüneş ha affermato che il popolo curdo continua la sua lotta per costruire una vita pacifica e democratica, aggiungendo che le politiche di negazione, assimilazione e guerra perseguite nel corso dell’ultimo secolo non sono riuscite a fornire una soluzione per i popoli. Ha sottolineato che il popolo curdo e la politica curda restano impegnati per la pace e la coesistenza, nonostante le guerre e i conflitti continuino in tutte e quattro le regioni del Kurdistan. Ha affermato che la popolazione si sta adoperando per evitare il conflitto e costruire un modello democratico di convivenza che possa servire da esempio per tutti i popoli. Il fatto che i combattimenti siano in gran parte cessati negli ultimi due anni rappresenta un’importante opportunità per una pace onorevole e duratura, ha osservato. Sottolineando che il processo deve essere gestito con grande attenzione, Hasan Özgüneş ha affermato che è una responsabilità storica per le autorità aprire canali di dialogo e intraprendere passi in questa direzione. Ha espresso la loro convinzione che tutte le questioni possano essere risolte attraverso il dialogo e la negoziazione. Hasan Özgüneş ha affermato che le politiche di negazione e isolamento perseguite per anni hanno perso la loro efficacia di fronte alla lotta del popolo curdo. Le politiche di guerra e isolamento hanno aggravato le crisi sociali ed economiche, mentre segmenti sempre più ampi della società si oppongono a tali politiche, ha aggiunto. Definendo il leader curdo Abdullah Öcalan “il principale interlocutore del processo”, ha chiesto che vengano aperti canali di dialogo con lui e che cessi l’isolamento impostogli a İmralı, in modo da poter raggiungere una soluzione duratura. La dichiarazione invita individui, istituzioni e tutte le parti ad abbandonare le politiche di guerra e isolamento e ad adottare misure costruttive nel quadro del diritto internazionale e dei diritti umani. Invitava inoltre scrittori, intellettuali, artisti e pensatori che sostengono la libertà sociale e la politica democratica a sottoscrivere la dichiarazione pubblicata.
July 19, 2026
UIKI ONLUS
Duran Kalkan: La strada verso la vera pace passa attraverso İmralı
Duran Kalkan, membro dell’Accademia delle scienze sociali Abdullah Öcalan ha affermato che restano impegnati a rendere permanente il processo di pace e società democratica e ha sottolineato il ruolo di Abdullah Öcalan in tale processo dichiarando: “Se si desidera una pace autentica, la strada per raggiungerla passa attraverso İmralı”. Il giornalista Ruşen Çakır ha intervistato Duran Kalkan membro dell’Accademia delle scienze sociali Abdullah Öcalan a Qandil, sul processo di pace e di costruzione di una società democratica. All’inizio dell’intervista Duran Kalkan ha sottolineato il ruolo del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan nel processo affermando: “Prima di iniziare vorrei dire una cosa. Penso che siate venuti nel posto sbagliato. Avreste dovuto andare prima a İmralı, non qui. Quello sarebbe stato il posto giusto.” Dura Kalkan ha affermato che, a differenza del 2013, le dinamiche a Gaza, in Siria e in Turchia hanno creato un nuovo contesto. Sottolineando come le conseguenze delle guerre abbiano accentuato la necessità di una soluzione, ha richiamato l’attenzione sul quadro di riferimento “soluzione e politica”. In questo contesto ha affermato: “C’è sia la situazione a Gaza, sia una realtà in cui i leader e gli stati della regione sono cambiati. Anche la nostra guerra ha raggiunto un punto critico. Non tutto si può risolvere con la guerra; la guerra rivela, la politica risolve. Pertanto, è giunto il momento sia di una soluzione che di una politica”. Duran Kalkan ha affermato di aver preso come punto di partenza l’appello di Abdullah Öcalan del 27 febbraio e di rimanere impegnato a promuovere nuovi processi su tale base. Ricordando i cambiamenti in atto in Medio Oriente, ha inoltre sottolineato che i popoli della regione devono trovare autonomamente le proprie soluzioni. Duran Kalkan ha affermato che l’appello di Abdullah Öcalan del 27 febbraio ha suscitato sorpresa sia in diversi segmenti della società che all’interno del loro stesso movimento, aggiungendo però di non essere estraneo al modo di pensare sistematico di Abdullah Öcalan. “Siamo aperti e pronti dal punto di vista mentale”, ha dichiarato, affermando che gli approcci antidemocratici hanno bloccato la strada alla politica. Ha anche ricordato che il movimento ha risposto immediatamente all’appello e ha dichiarato un cessate il fuoco il 1° marzo. Enfasi sulla politica democratica Rispondendo alle critiche per la mancata richiesta di riconoscimento dello status, Duran Kalkan ha ricordato le parole di Abdullah Öcalan: “Solo dei crudeli potrebbero negare ciò che ho fatto per i curdi”, criticando gli approcci nazionalisti ristretti e sottolineando che il contributo di Abdullah Öcalan è innegabile. Ribadendo il loro impegno a rendere permanente il processo, Duran Kalkan ha affermato: “Non ci sarà più la guerra come prima. A meno che le condizioni non cambino e non venga adottata una nuova decisione del Congresso, non saremo più una forza che conduce azioni armate contro la Turchia nella situazione attuale, abbiamo posto fine a questo. Tuttavia se dovessimo essere attaccati, ci difenderemo. Vogliamo che la strada rimanga aperta alla politica”. Ricordando le sue origini turkmene, Duran Kalkan ha anche fatto riferimento alla mancanza di fiducia da parte dell’opinione pubblica in Turchia. Constatando che il processo è in corso da quasi due anni, ha sottolineato che Devlet Bahçeli dovrebbe spiegare più chiaramente le sue richieste e che gli ambienti di sinistra e democratici dovrebbero impegnarsi maggiormente per superare gli atteggiamenti nazionalisti presenti nell’opinione pubblica. Coloro che combattono la guerra sono coloro che la porranno a fine» In risposta alle accuse secondo cui il processo sarebbe “un gioco di Erdoğan”, Duran Kalkan ha affermato che, sebbene ogni politica possa contenere un elemento strategico, ciò che conta è se essa apra la strada alla politica. “Se c’è anche solo l’uno per cento di risvolti positivi, partiamo da lì per ampliare le possibilità”, ha dichiarato Kalkan. Ha inoltre commentato la prima mossa del presidente dell’MHP, Devlet Bahçeli, in parlamento il 1° ottobre 2024, e il suo gesto di stringere la mano. Duran Kalkan ha affermato di essere rimasto inizialmente sorpreso, ma di aver poi compreso che si trattava di un passo nella giusta direzione. Ha dichiarato: “Coloro che combattono la guerra sono coloro che portano la pace. Sono coloro che fanno la guerra a decidere di porvi fine e a dimostrare la volontà di farlo. Pertanto, non c’è nulla di insolito in una simile mossa da parte di Devlet Bahçeli. Coloro che combattono la guerra sono coloro che la porranno fine”. Duran Kalkan ha affermato che il processo, iniziato “in pratica” con la mossa di Bahçeli e “ufficialmente” con l’appello di Abdullah Öcalan, ha portato all’apertura di uno spazio per il dibattito pubblico e un leggero allentamento delle tensioni, consentendo una riflessione più costruttiva. Imrali è la chiave Sottolineando che un’attuazione pratica di una soluzione e una pace duratura possono essere raggiunte solo attraverso la volontà di Abdullah Öcalan, Duran Kalkan ha affermato, in merito allo scioglimento del movimento e al futuro dei suoi quadri: «Abbiamo posto fine alla lotta armata e deciso di sciogliere il movimento, ma questo non significa che queste persone scompariranno. L’attuazione della decisione di scioglimento richiede che il movimento subisca un cambiamento e una trasformazione, il che a sua volta necessita di un quadro giuridico e politico adeguato. Se si desidera una pace autentica, la strada per raggiungerla passa attraverso İmralı.» Esprimendo preoccupazione per il ritardo nelle riforme legislative, Kalkan ha sottolineato che avrebbero definito la loro posizione in base alle valutazioni di İmralı. Kalkan ha affermato che l’attuazione della decisione di scioglimento richiede un quadro giuridico e politico. Riferendosi alla Rivoluzione del Rojava ha affermato di aver imparato a non confondere le alleanze tattiche con le relazioni strategiche. Affrontando le accuse di divergenze tra İmralı e Qandil sul processo ad Aleppo,ha dichiarato che tali accuse derivano da una mancanza di informazioni. Duran Kalkan ha sottolineato che i curdi devono avere il loro posto in un Medio Oriente democratico. Duran Kalkan ha fatto riferimento anche alla lotta per l’egemonia in Medio Oriente e alla presenza di Israele nella regione, affermando che l’ordine degli stati-nazione, vecchio di un secolo, è crollato. Sostenendo che i curdi dovrebbero avere uno status politico in questo nuovo periodo ha dichiarato: “Questo status dovrebbe esistere in un Medio Oriente democratico, non in uno distruttivo”. La garanzia dell’esistenza e della libertà dei curdi risiede nella democratizzazione della Turchia e della regione. Sia Israele che l’Iran cercano di interagire con le dinamiche curde. Si tratta di un processo volto a porre la politica turca nei confronti dei curdi su basi democratiche. Appello a tutti i settori della società Ha criticato l’opposizione, in particolare il CHP, per il suo “partigianismo miope”. Affermando che l’attenzione dovrebbe concentrarsi sulle questioni fondamentali della Turchia, come la sicurezza, la democrazia e la questione curda, ha esortato gli ambienti di sinistra, democratici e socialisti ad abbracciare con maggiore convinzione il processo. Duran Kalkan ha anche auspicato un’alleanza tra i cittadini democratici turchi, dichiarando di credere che, una volta compreso il processo, la classe lavoratrice non vi si opporrà. Duran Kalkan ha inoltre criticato gli ambienti al potere per il loro “ristretto interesse personale e la paura”, affermando: “Il sistema della paura deve essere spezzato”. Non attuate le decisioni della CEDU Duran Kalkan ha affermato che Selahattin Demirtaş e altri prigionieri politici dovrebbero essere rilasciati, aggiungendo che potrebbero svolgere un ruolo più efficace fuori dal carcere. Ricordando le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) che non sono state applicate nei casi di Demirtaş e di altri politici ha dichiarato: “Le sentenze della CEDU non sono state applicate. Non solo Demirtaş, ma tutti i politici in prigione dovrebbero essere liberati. Ognuno ha un ruolo da svolgere, anche se si trova in carcere. Non ci dovrebbero essere confusioni sui ruoli, ognuno dovrebbe conoscere bene il proprio. Certo, Selahattin Demirtaş potrebbe svolgere un ruolo importante se fosse libero. Lo conosciamo; è molto esperto, lo consideriamo una persona importante”. Duran Kalkan ha anche affermato che anche ex politici residenti in Europa potrebbero essere coinvolti nel processo. Nell’intervista ha ribadito che il cambiamento strategico è permanente. Auspicando “un’apertura alla politica”, Kalkan ha affermato che ciò rafforzerebbe la democrazia in Turchia e contribuirebbe alla pace in Medio Oriente. Riferendosi al recente vertice NATO tenutosi ad Ankara, Duran Kalkan ha affermato: “Non pensano ad altro che agli armamenti. Non pensano ad altro che alla guerra. Non hanno altro da offrire alla Turchia”. Sottolineando le dinamiche esterne ha ribadito che il processo di pace porterebbe benefici ben maggiori alla Turchia.
July 19, 2026
UIKI ONLUS