Ciechi guidati da pazzidi Paola Giaculli,
Transform – Italia, 4 marzo 2026.
Non ci sono parole per descrivere l’incubo fantapolitico e surreale che stiamo
vivendo. Almeno, nel lontano 2003, alle provette fake esibite da Colin Powell
come pretesto alla guerra contro l’Iraq, due grandi paesi europei come la
Francia di Chirac e la Germania di Schröder dissero no. Ma ormai siamo in piena
finzione orwelliana. In prima battuta i moderni vassalli di Israele e Usa,
scalcagnati cavalieri votati, con tassi di popolarità e consenso bassissimi come
Emmanuel Macron, Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz,
accompagnati dalle novelle amazzoni di Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, senza
il minimo pudore, pur di non condannare l’attacco all’Iran da parte dei
terroristi di stato Trump e Netanyahu, così platealmente contrario al diritto
internazionale, rovesciano la realtà. Lo fanno a tal punto da rifarsela con la
reazione dell’Iran colpito mentre si trovava al tavolo delle trattative
(dimenticandosi che sono innanzi tutto gli Stati Uniti ad essersi ritirati dal
trattato nucleare del 2015), anche se col senno di poi alcuni come Macron e
Starmer cercano di correggere il tiro. Forse perché è talmente evidente che, in
assenza di scopo e giustificazione legittimi, l’unica finalità dell’attacco appare
la realizzazione della Grande Israele, con l’ambizione, assecondata da Trump, di
diventare l’unico dominus della regione, mettendola a ferro e fuoco e rischiando
di provocare la Terza Guerra Mondiale.
Siamo governati da ciechi guidati da pazzi, come nel più volte citato Re Lear di
Shakespeare. Come dice Yanis Varoufakis, “i leader europei hanno oltrepassato la
linea rossa verso la pazzia criminale”. Merz, vassallo d’onore, la cui unica
grandezza risiede nella statura corporea, unico tra gli “alleati” ad essere
informato dell’aggressione all’Iran, in costante contatto, come dichiara, con i
partner artefici dell’attacco, e che si intrattiene regolarmente con il sovrano
americano, viene così definitivamente promosso a tutore e rappresentante ufficiale
del Potere israelo-americano in terra d’Europa, e accoglie con servile zelo
persino i jet statunitensi che erano stazionati nelle basi USA nella Spagna
dell’indisponente Sanchez, rimasto l’unico, oltre che a mantenere un minimo di
ragionevole senso comune, a parlare la lingua del diritto. Mentre il “nostro”
non manca di tenere fede all’onere del servilismo e dichiara che quegli
attacchi, anche se non privi di rischi (sic), sono “necessari” e “non c’è un
momento ideale” in cui portare a termine il conflitto decennale di USA e Israele
contro l’Iran impegnato in atti di terrorismo. Accusa l’Iran di “destabilizzare
l’intera ragione”, lo Invita a cessare gli attacchi “indiscriminati” e a
“tornare al tavolo delle trattative”, (!) nonostante non sia stato l’Iran ad
averlo abbandonato e ad essere stato colpito per primo. Non risparmia durezza
contro chi volesse attaccare in Germania “sedi israeliane e americane”. Non
manca di collegare la Russia e la sua aggressione in Ucraina col regime iraniano
“che persegue da anni il terrore contro Israele”.
Il suddito fedele
Del resto Merz, in occasione degli attacchi contro l’Iran dell’anno scorso, non
si era già distinto con la sua indecente affermazione secondo cui “Israele fa il
lavoro sporco per noi”? Era chiaro fin da subito, dalla sera delle elezioni del
Bundestag, il parlamento tedesco, di un anno fa, che per il “grande” Merz la
legittimità internazionale era un optional. Subito sentitosi al telefono con il
compare in armi Netanyahau, che si felicitava per l’esito delle urne, Merz
rendeva noto che, se il criminale ricercato dalla Corte Penale Internazionale,
avesse avuto voglia di farsi un giro in Germania, sarebbe stato accolto in pompa
magna. A proposito: dalla sera di sabato, il giorno dell’aggressione all’Iran,
il Wings of Zion, l’aereo di stato israeliano che scorrazza all’occorrenza primo
ministro e presidente, è parcheggiato all’aeroporto di Berlino, come a sancire
che la Germania è la sede europea della filiale israeliana del Potere.
Merz ha avvalorato i pretesti scomposti dell’aggressione contro l’Iran, che
variano dall’eliminazione definitiva del pericolo nucleare, dal depotenziamento
del suo sistema missilistico, al regime change, e, vista la brutalità del
regime, alla possibilità per al popolo iraniano di scegliere autonomamente il
suo futuro, nonostante si ponga un “dilemma” rispetto al diritto internazionale
(bontà sua), che però si volatilizza immediatamente di fronte al monarca
arancione nello Studio Ovale, una visita programmata in precedenza. Il suddito
fedele Merz dice infatti che “sosteniamo USA e Israele contro questo regime
terribile che anche noi riteniamo debba essere eliminato”, e con Trump discute
anche del “dopo, cioè su cosa succede dopo la caduta del regime”. D’accordo con
lui, insomma, a prescindere che questi dica tutto e/o il suo contrario,
crogiolandosi nelle lodi del padre padrone statunitense che lo gratifica per la
sua sudditanza – “un grande amico (con cui) c’è una grande affinità (…) fa un good
job, tutto il contrario di Angela Merkel” (per esempio su energia e migrazione).
Il cancelliere di argilla annuisce addirittura quando Trump dice che la gente
porta per strada dei suoi ritratti e, totalmente sdraiato sul sovrano, attacca
Sanchez, già minacciato dall’arancione per la sua insubordinazione di non
concedere l’uso delle basi in Spagna, che si rifiuta di pagare il 5% del PIL per
le spese militari. E lui che voleva parlare di dazi, si sente dire, prendendo
una pacca sul ginocchio e non capendo se Trump lo prende in giro: “Saremo duri
con la Germania, non è vero?” L’ennesimo show con l’ospite di turno come
comparsa, in questo caso addirittura compiacente. Che pena.
Il legame indissolubile con Israele
Il rapporto di fedeltà con Israele che, a prescindere dalle compagini
governative, è a prova di…bomba, del resto definitivamente reso inossidabile
dalla cancelliera Angela Merkel con il dogma della Staatsräson, ragione di
stato, per cui il legame esistenziale è al di sopra di tutto e del diritto
stesso: Israele può fare quel che vuole senza temere alcun risentimento da parte
del partner teutonico. L’acciaio che lega i due paesi è fuso, come spiega lo
studioso Daniel Marwecki, in uno “scambio”, fattosi parte integrante
dell’identità di entrambi gli stati (qui si intende la Repubblica Federale
Tedesca, che ha di fatto annesso quella democratica, la DDR, nel 1990), fin dagli
anni ‘50 del secolo scorso quando il governo del cancelliere Konrad Adenauer
concesse a Israele in quanto stato ebraico (e quindi equiparando questo al
popolo ebraico tout court) le uniche riparazioni di guerra, ottene in cambio da
Israele una sorta di “assoluzione per il genocidio dell’Olocausto. Uno scambio
di interesse soprattutto pratico-materiale prima che etico-ideale, in quanto le
elargizioni tedesche in merci e armi contribuirono al “miracolo economico” in
Germania e allo stesso tempo alla costruzione dello stato di Israele.
Questa sorta di legame a filo doppio, si rivela in tutta la sua drammaticità tra
le difficoltà in cui si trovano i due paesi, a partire dalla crisi
economico-industriale in una Germania di fatto senza guida a fronte della
assoluta inadeguatezza della classe politica tedesca, che la assimila a quella
europea, e trova la sua “ragione” in un riarmo e una militarizzazione della
società senza precedenti, con una normalizzazione della guerra. In Israele
questi elementi sono connaturati alla sua stessa esistenza, e raggiungono la
psicosi attuale con l’allargamento a genocidio contro il popolo palestinese
tuttora in corso anche in Cisgiordania, di molteplici e sterminati fronti di una
guerra che minaccia di trascinare nel baratro il mondo intero a partire
dall’Europa e dal suo paese più importante, la Germania.
Nella lezione israeliana il governo tedesco è il poco invidiabile primo della
classe, e lo studente modello è il cancelliere Merz accompagnato da ministri
piuttosto zelanti, senza rimedi però per porre un freno ai licenziamenti di
massa e fermare il declino tedesco, mentre si vuol ridimensionare stato sociale
e previdenza, e non si investe massicciamente che in strumenti di morte,
militarismo, sorveglianza e repressione interna, inevitabile contorno di
un’economia di guerra, di fronte alla incredibile assenza di strategia rispetto
alla guerra in Ucraina e all’irresponsabilità dell’aggressione all’Iran, dalle
imprevedibili conseguenze di cui nemmeno il cancelliere di un paese come la
Germania sembra preoccuparsi un granché, alla mercé di capi di stato e governo
psicopatici come Netanyahu e Trump.
Da una parte Merz aveva cercato, nel suo discorso alla Conferenza per Sicurezza
di Monaco, di seminare i distratti con la sua furbesca presa di distanza dalla
cultura MAGA, che mal si concilia con la “dignità umana”, una mossa a cui non
c’era da prestar fede un istante, dato che quel nobile principio non vale né per
le persone che migrano, sottoposte a inumane nuove misure, né per le popolazioni
colpite dal terrore israeliano, a partire da quella palestinese, libanese o
iraniana, assolutamente giustificato dal fatto che Israele “fa il lavoro sporco
per noi”. E per di più la Germania conclude accordi che ben rinsaldano il legame
con il terrorismo di stato, ribadendo la fedeltà al monarca arancione e al suo
(vice)titolare israeliano deus ex machina, che prepara da tempo la guerra contro
l’Iran. Solo pochi mezzi di informazione hanno dato notizia di un accordo di
cooperazione senza precedenti tra Bundeswehr e IDF, rispettivamente gli eserciti
di Germania e Israele, nonostante i crimini compiuti a Gaza. Anzi. L’esercito
tedesco vuole imparare (sic) dall’IDF come “integrare” le ragazze, e quindi
invogliarle ad arruolarsi (nonostante debba vincere la riluttanza anche dei
maschi) e a formare riservisti oltre che per organizzare scambi di informazione
e esercitazioni congiunte. Durante l’ultimo congresso della CDU (20-21
febbraio), partito che ha rieletto suo leader Merz, è inoltre passata una
risoluzione per sospendere il finanziamento all’agenzia ONU UNRWA.
Alla caccia del nemico
Mentre l’Iran si aggiunge al “nemico” russo sul fronte orientale dell’Europa,
pretesto della grande offensiva bellica tedesca, si intensifica anche la lotta al
“nemico interno”, come testimoniano, tra l’altro, gli interventi al congresso
CDU, in cui Merz è stato rieletto con oltre il 91% in assenza di altri candidati
e per far sfoggio di coesione in vista delle prossime cinque scadenze elettorali
nei Länder, a partire dall’8 marzo nel Baden-Württemberg, sede di importanti
siti industriali come Bosch, Mercedes, Porsche, attualmente in uno stato di
sofferenza senza precedenti, che nei sondaggi si traduce in un 20% per l’estrema
destra di AfD, più che raddoppiata rispetto al 2021. A livello nazionale, non
trovando ostacoli, anzi con la strada spianata dalla rincorsa a destra sia di
CDU/CSU che SPD, l’AfD, con il 25-26% contende il primo posto al partito di Merz
in alleanza con il partito bavarese CSU. Anche se Merz e colleghi intendono
mantenere un “cordone sanitario” sia a destra che a sinistra (contro la Linke),
è qui che sembrano individuare gli avversari più pericolosi.
Al congresso parla del valore della “libertà” in nome della cui difesa (contro
la Russia) ha rotto il tabù del freno al debito. Vale la pena ricordare anche
l’iniziativa che la fondazione Konrad Adenauer, legata alla CDU, ha organizzato
in occasione del quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina,
utilizzata, tanto per cambiare per fare un po’ di propaganda e pubblicità
bellicista. Merz ha dichiarato che “nessuno deve aver dubbi sul tipo di regime e
barbarie con cui abbiamo a che fare in Russia (…), con l’attuale dirigenza il
punto più basso della barbarie più assoluta”, cogliendo l’occasione per
complimentarsi con una cooperazione tedesco-ucraina per la produzione di droni.
Secondo il cancelliere “la Russia non cesserà la guerra neanche se l’Ucraina si
arrende” (anche se dice che la Russia non vincerà) e afferma curiosamente che
l’Ucraina “difende il superamento dell’imperialismo e del militarismo” e quindi
va sostenuta a oltranza. A completare l’allegra brigata interviene in video il
commissario europeo per la difesa, il lituano Andrius Kubelius, che annuncia un
suo “missile tour“ in Europa, come se fosse una tournée di concerti, per
sponsorizzare la produzione di missili ucraini.
Ma dato che dalle minacce ibride bisogna difendersi anche in patria, allora è
scontato che la sicurezza esterna e quella interna vanno di pari passo, fa
sapere Merz al congresso elogiando le politiche di sorveglianza e rafforzamento
di polizia e servizi, avviate dal ministro degli interni Dobrindt (in stretta
cooperazione con Israele). Tra i nuovi “estremisti di sinistra”, la Linke
diventa, sorprendentemente, il bersaglio di un attacco particolarmente duro,
soprattutto per il suo supposto “antisemitismo”, uno strumento che pare efficace
per liquidare gli avversari politici scomodi, e che nel caso della Linke, sempre
abbastanza sulla difensiva sulla questione, pare colpire un nervo scoperto, dati
i contrasti interni per la prudenza, e talvolta l’ambiguità, dei suoi ceti
dirigenti, non (ancora) in grado di liberarsi dalla soggezione della
Staatsräson. Così si dipana l’offensiva del governo di Merz contro i nemici
interni: che siano un candidato alle prossime elezioni di Berlino in settembre
di origine palestinese della Linke, associazioni ebraiche per la pace e
antisioniste, o registi palestinesi al Festival del Cinema di Berlino, che
coraggiosamente accusano il governo tedesco di complicità nel genocidio
palestinese – tanto che l’impresentabile ministro della cultura, ex redattore di
giornali di destra e imprenditore di media Wolfram Weimer, che predica in stile
JD Vance libertà di opinione solo quando c’è da attaccare la cosiddetta cultura
woke, minaccia di licenziare persino la prudentissima direttrice del festival.
La risposta per fortuna c’è stata almeno in forma di appelli anche di artisti di
fama internazionali come Tilda Swinton e Javier Bardem, così che Berlino, una
volta tempio delle libertà artistiche, rischia di perdere la sua fama e
diventare off limits per il pensiero critico – mentre l’estrema destra dilaga e
si insiste nel rincorrerla con le misure contro l’immigrazione “illegale” con
cui si vuole far rinchiudere anche donne e bambini nei famigerati centri di
detenzione.
La gioventù ribelle
L’unica boccata di aria fresca sono le ragazze e i ragazzi che, mentre
annunciano già la prossima agitazione per l’8 maggio, organizzano per giovedì 5
marzo il loro secondo sciopero delle scuole – Schulstreik – contro l’obbligo del
servizio militare che incombe sotto la menzognera veste della “volontarietà”,
perché è chiaro che saremo lontani dagli 80.000 volenterosi, che il governo
stima siano necessari per rimpinguare le file dell’esercito.
Dopodiché dovrebbe scattare l’estrazione a sorte tra quelli ritenuti idonei
(obbligo di visita a partire da luglio 2027), anche se avevano dichiarato nel
modulo di non volersi arruolare. Il modulo online a cui devono rispondere i
maschi nati nel 2008 (facoltativo per le ragazze) secondo la legge entrata in
vigore il 1° gennaio, 650.000 per il 2026, o 54.000 circa ogni mese al
compimento della maggiore età, si rivela già un flop: a gennaio avevano risposto
solo il 50 % dei maschi e il 6% delle ragazze, nonostante la multa prevista di
1000 euro, e la martellante e invasiva propaganda militarista che occupa
qualsiasi spazio informativo e pubblico, anche nelle scuole, dove le iniziative
dell’esercito sono aumentate di due terzi dal 2022, e contro cui si ribellano le
ragazze e i ragazzi che invece delle truppe in classe vogliono più istruzione e
più fondi per la propria formazione. Tra le risposte al modulo c’è da aspettarsi
che siano una minoranza quelli disposti a combattere per una “patria” che dopo
trent’anni di neoliberalismo, per la gioventù non vale proprio la pena di essere
difesa, come afferma la tesi del popolare pubblicista Ole Nymoen, autore di un
best-seller che invita alla diserzione e che auspica un impegno a fondo della
sinistra politica a favore dell’obiezione totale prevista dal Grundgesetz, la
costituzione tedesca. In effetti, in collaborazione con associazioni pacifiste, lo
stesso movimento degli studenti e altre iniziative come Eltern gegen Wehrplicht,
“Genitori contro l’obbligo di leva”, la Linke sta aprendo sportelli in tutto il
territorio per presentare l’esonero totale dal servizio militare. Inoltre,
sostiene Nymoen, “non è Putin che dichiara guerra al mondo del lavoro, ma il
governo tedesco. Non sorprende quindi che i giovani abbiano poca voglia di
sacrificare anche la propria vita in queste condizioni”, riferendosi alle
crescenti difficoltà di trovare un alloggio a prezzi abbordabili e per essere
costretti a fare più lavori per mantenersi.
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