
Par la grâce de Dieu
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, May 28, 2026
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Tutte le parole che hanno posto nel Contro dizionario, hanno una prima volta, che poi si ripete. Anche Dio si è rivelata cosi: Vincenza Pellegrino l’ha ascoltata una volta e poi di nuovo e ancora, come una benedizione quando qualcuno le regalava la propria storia, come un’invocazione per dire che Dio era dalla sua parte, come preghiera quando le si raccontava l’intenzione di partire.
Hamid BM le ha rivelato quanto fosse masticata questa parola nei campi, dicendo che era una delle più importanti, che passava di bocca in bocca, di gesto in gesto, nel movimento, nelle attese.
Questa parola non è un’idea astratta ma una presenza che si respira. Dio è un nome ripetuto come un ritmo, un sostegno che tiene insieme, allontana la paura e alimenta speranza.
Nei campi, nelle foreste, sulle barche, la fede diventa parola condivisa, un mantra che aiuta ad accettare il rischio e a trasformarlo in destino. Affidarsi a Dio significa riconoscere la possibilità della morte, ma anche darle un senso, iscriverla in un cammino che continua oltre l’ostacolo.
Non c’è frase di un avventuriero che non sia accompagnata da par la grace de Dieu osi Dieu le veux. Nell’universo delle persone in movimento, Dio è guida invisibile e forza politica: sta dalla parte di chi fugge, di chi non ha protezione, contro un mondo che blocca e respinge.
La fede permette di resistere, leggere l’esperienza come prova e rivelazione. Così, anche quando tutto tenta di impedire il movimento, Dio, preghiere e gesti sacri lo tengono in vita.
Dieu
Parola a cura di Vincenza Pellegrino, Università di Parma e Hamid BM
Dio, è molto nominato nelle esperienze di mobilità interdetta, potremmo dire che è spesso presentato come motore stesso e nutrimento della migrazione interdetta. La credenza in Dio e più in generale la dimensione spirituale è elemento centrale per resistere e tenere duro durante l’avventura migratoria (si veda Encantation).
«Sei mio padre, mia madre, la mia destra, la sinistra. Sei il solo che mi può aiutare»: questo è uno dei tanti mantra diffusi che si sentono a ogni ora negli accampamenti e sulle barche, dice Hamid. Mantra che puoi sentire nelle foreste, nelle brousse o negli zitounes.
Parlando insieme di diverse testimonianze, Hamid sottolinea come queste pratiche di richiamo alla volontà di Dio manipolano simbolicamente innanzitutto l’accettazione del rischio: «Accetto la decisione che tu accetti per me».
In questo riferirsi alla volontà di Dio, quindi, sta innanzitutto la conoscenza della dimensione mortifera del contesto sociale istituito, del fatto che muoversi per molte persone si è tradotto negli ultimi anni nella esposizione alla morte.
Più in generale, tuttavia, il riferimento costante dei migranti a Dio precede le ritualità di protezione all’esposizione al rischio, è qualcosa che si sente nell’aria ovunque in questi campi perché chi si mette in mobilità viene spesso da contesti dove le persone di origine africana sono profondamente credenti e praticanti – tanto tra i musulmani che tra i cristiani, cattolici o protestanti – di forme religiose monoteistiche spesso sincretiche a pratiche improntate all’animismo e alla relazione spirituale profonda con il mondo naturale.
La maggior parte delle persone intrappolate nelle frontiere militarizzate e che fuggono da contesti violenti, quindi, credono profondamente e vedono in Dieu declinazione di un destino orientato: ti espone al mondo e te lo l’unica forma di potere/potenza in grado di aiutare gli ultimi, i perseguitati, les soldats o les aventuriers con poca speranza di sopravvivere e che il mondo degli uomini potenti osteggia.
«Non hai nessuno che ti conduce. Nessuno che ti protegge. Il mondo degli umani ti ostacola e ti imprigiona. Ma Lui è dalla tua parte perché tu hai fede. E se ti ha condotto sino lì, significa che continua a condurti. Per questo che non solo io, ma tutti, durante tutta questa esperienza sentono che Dio è dalla parte di chi vuole salvarsi, è contro le leggi che ti impediscono di salvarti», dice Hamid.
Questo sistema di pensiero, ricorrente nel discorso dei testi moni di cui stiamo parlando, è interessante per vari motivi: mostra empiricamente che la società globale delle persone che non hanno diritto di muoversi e di portarsi in salvo dalle ingiustizie (che la stessa immobilità forzata fa esplodere) è una società di credenti, società che il viaggio in qualche modo post secolarizza ancora più marcatamente.
Inoltre il tipo di discorsi che si fanno su Dio dentro la mobilità impedita sono interessanti poiché costruiscono una specifica forma di epopea collettiva, costituiscono un insieme di mantra, esclamazioni, racconti che nutrono una specifica pedagogia della migrazione («anche e soprattutto ai bambini si insegna a pregare per il viaggio, a chiamare Dio come protettore per chi non ha nulla e nessuno che lo difenda»).
Manipolando concettualmente l’idea del probabile fallimento e della probabile morte di chi è costretto a nascondersi perché tra gli uomini non ha più avvocati, né tribunali, né possibili difensori, dà a Dio un ruolo attivo nella storia, un ruolo potremmo dire politico: Dio vuole la giustizia, la salvezza di chi non ha nulla.
Dio è la mostra per quel che è, ti mette in un percorso da cui puoi capire la natura delle cose umane, ti dà la forza di accettarle sapendo che anche fallire avrà senso, ma al tempo stesso ti accompagna nel modificarle.
In tal senso la vivezza e la presenza di Dio sono del tutto specifiche in questi campi e colpiscono soprattutto noi ricercatori che proveniamo da società secolarizzate e disincantate.
Infine, la fede e l’attaccamento alle pratiche religiose sono riportati come importanti elementi di facilitazione e socializzazione nelle società di transito, soprattutto nel caso delle persone di religione musulmana e del transito attraverso il Maghreb, contesto in cui la solidarietà dal basso risponde a forme di organizzazione religiosa.
Esempi dal campo
Essere musulmano mi ha aiutato molto con gli arabi. Sentivano la mia credenza, eravamo fratelli. Io avevo un piccolo Corano portatile che mi è stato regalato e quando mi prendevano e lo vedevano chiedeva no scusa. Era un dono di protezione.
Sono arrivato in Italia con il mio zaino con la camera d’aria e il piccolo Corano, tutto lì. E un pull che ho buttato appena arrivato.
Intervista con hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
È come se avessi avuto una persona nascosta in me che mi conduce va. Anzi mi spingeva. Eravamo in otto sotto l’albero in Tunisia e sono il solo che è arrivato, è il mio destino e l’ho accettato salendo sulla barca pensando che Dio aveva per me l’esperienza di non farmi arrivare ma di farmi vivere la conoscenza di quel viaggio e che era con me!
Intervista con ismail, giovane uomo di origine ivoriana, conosciuto in Tunisia