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Mamma Africa: la voce di una madre che attraversa il mare
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Per molti aventurier è una presenza, una voce che arriva quando il viaggio si fa confuso, pericoloso o solitario. Nel Mediterraneo delle frontiere e delle attese, dove le informazioni possono valere quanto il denaro o il cibo, Maman Marino è un punto di riferimento. Condivide notizie, verifica voci, raccoglie richieste di aiuto, segue le tracce di chi è scomparso. La sua forza nasce dalla fiducia ed è una rete di protezione per le persone che si scambiano informazioni, racconti e tragedie lungo le rotte del Mediterraneo. Per la sua cura e per rispetto molti la chiamano maman.  Maman Africa ricorda che le frontiere sono fatte di muri, pattuglie e documenti, naufragi, carceri, liberazioni, imbrogli, previsioni per il viaggio. Ma non solo. Sono ricamate  anche di parole di cura.  MAMAN MARINO a cura di Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas Maman Marino, o Madame Marino, è una figura emblematica per gli aventurier, il cui nome risuona negli spazi sociali e digitali del Mediterraneo centrale. Attraverso una presenza capillare sulle piattaforme dei social media, Madame Marino, una signora francese sulla sessantina, ha dato vita a: un’iniziativa di solidarietà e di aiuto reciproco, attraverso la condivisione di risorse informative critiche per quanti sono in viaggio; una piattaforma mediatica «dal basso» che offre uno spazio di comunicazione orizzontale per gli aventurier; un «brand» del web riconosciuto da tutti coloro che cercano di attraversare il Mediterraneo centrale. Nel quadro di un processo di digitalizzazione della comunicazione che ha interessato, con velocità e gradi diversi di infra strutturazione, sia le popolazioni del Global North che quelle del Global South, da alcuni anni si assiste all’utilizzo di app come WhatsApp o Telegram, o social media come Facebook o Instagram, per la comunicazione peer-to-peer da parte delle persone irregolarizzate. Pur essendo presente su diverse piattaforme, la sua attività si concentra su Facebook, la cui pagina, all’agosto del 2025, conta circa centomila follower. L’esperienza di Madame Marino come referente nel campo dell’informazione per gli aventurier, per il Mediterraneo centrale, si inserisce in un contesto più ampio in cui ogni rotta migratoria vede la presenza di figure-simbolo solidali, utili e affidabili a cui sono attribuite funzioni di circolazione e validazione delle informazioni. È il caso della pagina Facebook di Helena Maleno Garzon per quanto concerne l’Atlantico e il Mediterraneo occidentale e quella di Tommy Olsen di Aegean Boat Report per il Mediterraneo orientale. Attualmente le sue pagine sui social media si rivolgono principalmente ai migranti francofoni e sono lo scenario di una molteplicità di richieste di aiuto e di scambi di informazioni sulle condizioni meteo nel canale di Sicilia o su ciò che accade negli zitounes di Sfax, dove molti migranti sono accampati in attesa di lasciare la Tunisia; sulle persone scomparse o sulle domande riguardanti le necessità materiali di chi è in viaggio; sugli sbarchi a Lampedusa o sui naufragi; nonché sulle truffe operate da falsi cokseur e arnaquer (si veda Cokseur). Madame Marino attraverso i social media sfida la legittimità delle restrizioni imposte dallo stato alla mobilità umana e rivela attraverso il suo lavoro le continue violazioni dei diritti umani e la razzializzazione delle persone in viaggio. Allo stesso tempo il lavoro volontario di Madame Marino mette in discussione il monopolio da parte delle emittenti e dei network dell’informazione, dimostrando che anche in scenari complessi, caratterizzati da forti restrizioni della libertà, è possibile produrre un’informazione di qualità dal basso. Madame Marino gestisce personalmente i suoi account, controllando ogni informazione prima della pubblicazione attraverso un lavoro continuo e una rete capillare di corrispondenti in tutto il Nord Africa. Per il suo ruolo, Madame Marino è stata ripetutamente minacciata e, dal 2021, i suoi account Facebook sono stati chiusi numerose volte. Per le persone in movimento Madame Marino è per tutti maman. Emerge così la dimensione affettiva che lega questa esperienza di solidarietà ai suoi follower. Interviste MAMA AFRICA: QUANDO LA CURA SFIDA LA VIOLENZA Intervista a Marino Dubois, attivista e testimone degli abusi e delle violazioni ai confini del Mediterraneo 21 Ottobre 2025 ESEMPI DAL CAMPO  Lampedusa 24 agosto. 100 persone arrivate dalla Libia: Egitto, Sudan, Pakistan, Siria. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Tunisia Sfax. Naufragio di una barca di 130 persone. È deceduta Odia, di nazionalità della Guinea. Viveva al km 33 e prima al 31. Riposa in pace Odia. Sincere condoglianze alla sua famiglia, ai fratelli, alle sorelle, a tutti gli aventuriers, alla comunità guineana. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Per favore, Maman Marino Dubois, spiega ai miei fratelli e sorelle che non sono più in Tunisia, per poterli aiutare a fare l’iscrizione all’Oim. Spiacente, compagni, sono ritornato al mio paese, non posso più aiutarvi. Buona fortuna a tutti, vi ringrazio. Fatou Kaissa del km 27 Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel Sempre, sempre, ci sono problemi, ci sono chiamate… In effetti io sono la confidente, sono l’amica, sono la mamma, sono la sorella, sono la psicologa, sono l’infermiera; adesso da una settimana seguo un bambino che ha la tosse e la tubercolosi, faccio mille cose, risolvo persino dei problemi matrimoniali, diciamo così. Ad esempio, ora una donna è incinta di otto mesi negli zitounes e l’uomo è andato via a Tunisi senza aiutarla… Mi hanno chiesto di parlare con quest’uomo perché si assuma le sue responsabilità… Insomma, seguo storie di cuore, di soldi, di barche e di naufragi, di prigioni, di Libia. Sono sopraffatta, è un’occupazione a tempo pieno, la notte mi chiamano a tutte le ore, loro non hanno ora, hanno bisogno di parlare. Intervista con Maman Marino, agosto 2025
Il volo. Reportage “Come in mare così in cielo”
Come in mare così in cielo è il racconto di una settimana a Lampedusa insieme all’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio di SOS Méditerranée. Questo reportage prova ad esplorare cosa significhi sorvegliare una frontiera dall’alto, a raccontare come l’assenza di soccorso si manifesti nelle rotte tracciate sui monitor, nelle parole dell’equipaggio – ostinato e talvolta impotente – che vola e sorveglia, nei corpi visti e non raggiunti. Narra la violenza strutturale che colpisce le persone in movimento nel central Med, tra respingimenti, complicità istituzionali e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. Come in mare così in cielo vuole aprire una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo centrale, questa volta osservato da un cielo che è diviso, frammentato e sorvegliato tanto quanto il mare. PH: @ Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE IL VOLO In molti cercano di raccontare il Mediterraneo Centrale e le frontiere di mare: ricercatori, attivisti, operatori sociali e umanitari a bordo di navi di soccorso o presenti sui moli, ad attendere gli approdi. Io ne faccio parte. Provo a descrivere cosa siano le frontiere liquide, gli arrivi, cosa accada quando qualcuno, dopo anni di tentativi, riesce finalmente a scalfire il muro di questa fortezza e a penetrarne l’interno. Cerco di capire e di raccontare chi siano le persone che attraversano, al di là dei numeri. Lo faccio portando anche quello che sono. Abito un Mediterraneo che mi abita, da sempre: in questo spazio blu naviga, galleggia o affonda anche qualcosa di me 1.  L’idea di raccontare cosa si veda dal cielo è nata a maggio di questo 2026 e si è concretizzata velocemente: a giugno ero già a conoscenza del fatto che avrei potuto affiancare la crew di Albatross la prima settimana di agosto. Le ONG che dispongono di aerei che volano sul Mediterraneo centrale sono tre; tra queste, due hanno anche una flotta navale. Si tratta di Sea Watch e Sos Méditerranée. La prima e Pilotes Volontaires lo fanno da diversi anni; l’ultima in ordine di tempo è SOS Méd che ha iniziato la sua attività in cielo a novembre 2025.  Il resoconto che segue, nasce dai miei scambi con l’equipaggio di Albatross, l’aereo di monitoraggio gestito da Sos Méditerranée insieme a Humanitarian Pilot Initiative, che ha base a Lampedusa e sorvola il central Med. Trova origine da un tempo condiviso con l’equipaggio di terra e cielo e, ancora una volta, dall’incrocio di sguardi e parole, dal ricamo generato dal tempo, dall’ascolto e dall’osservazione. RITORNARE SULL’ISOLA Gli aerei che perlustrano il Mediterraneo centrale sono sottomessi alle stesse leggi e agli stessi decreti delle navi che fanno soccorso. Lampedusa è la loro base di decollo e atterraggio. L’ultima volta che sono stata su questo lembo di terra, è stato qualche mese fa, durante la rotation 10 con Nadir della ONG ResqShip. In questi mesi che sono trascorsi, ho ascoltato storie di donne provenienti da Camerun, Costa d’Avorio, Guinea, Mali. Racconti che non mi hanno spostata dal Mediterraneo centrale, solo portata molto più a sud, alle frontiere esterne dell’Europa, proprio quelle che con accordi coi Paesi terzi e finanziamenti a sedicenti guardie costiere sono efficacissime nel trattenere le persone e respingerle fino a farle scomparire. Le testimonianze che ho raccolto mi hanno affinato lo sguardo e appesantito la coscienza. Atterro di notte a Lampedusa. L’isola è spazzata da uno scirocco che rende l’aria umida e rovente; si appiccica addosso come un pensiero insistente e fastidioso. Dura da settimane. Irrespirabile. A tratti si sente l’odore dell’elicriso e di salsedine. Odore di Mediterraneo. Arrivo cosciente che per l’ennesima volta la situazione è cambiata. Gli approdi sono diminuiti e non so più chi abbia accesso ai moli tra le associazioni e le ONG con cui ho sempre fatto accoglienza. Alcuni cambiamenti sono stati dettati dall’arrivo del papa in visita. Questioni di sicurezza e d’ordine, pare. Era il mese di luglio 2026, proprio poco tempo dopo l’approvazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Ennesima vergogna dell’UE. Arrivo sull’isola qualche giorno dopo quello che è descritto come l’assalto dei migranti marocchini all’Europa: “Da giovedì scorso, si sono registrati circa 50.000 ingressi e almeno 84 persone morte nel tentativo di raggiungere Ceuta e Melilla, altra enclave spagnola sulla stessa costa”. I social trasmettono video corti di migliaia di persone che escono dall’acqua e arrivano in spiaggia, pullulano di commenti in cui si descrive l’assalto di un’orda di esseri umani. I politici si vomitano addosso responsabilità e si coprono di accuse. Italia e Spagna arrivano a chiudere le proprie frontiere nello spazio Schengen. Ripicche alla corte dei grandi 2. Pochi i commenti sensati e nessuno che riconosca a queste persone il coraggio di aver nuotato per ore per arrivare in un’Europa che sta in Africa. Un’Europa che si dichiara invasa in una terra non sua. PH: @ Camille Martin Juan / SOS MEDITERRANEE VOLARE. FORSE. Arrivo a Lampedusa per sorvolare il Mediterraneo centrale e, all’inizio, sono banalmente preoccupata da questioni tecniche: quante ore di volo, come si resiste in uno spazio così piccolo, il caldo, i movimenti. Per questo scopro con presuntuoso disappunto che gli aerei della flotta civile che pattugliano il cielo possono avere problemi tecnici. Se il mio desiderio di volare è un imperativo, capisco in fretta che devo cominciare ad usare il condizionale: dovrei volare, ma nulla dipende da me e dalla mia volontà. All’indomani del mio arrivo, ho il primo appuntamento coi membri dell’equipaggio di Albatross. Sono sette, l’unico uomo è il pilota. I primi scambi con la capo missione li ho avuti via messaggio qualche giorno prima del mio ennesimo ritorno sull’isola.  Incontro, in un appartamento in paese, sette persone che condividono senza sosta il loro tempo e spazio; vivono e lavorano insieme, alternando un mese di attività e uno di stand by. Mi raccontano che, nei momenti in cui sono in off, lasciano l’isola, per respirare e “staccarsi” da un quotidiano in cui non si contano le ore e in cui la fine dell’attività non si chiude col volo, perché quando si atterra si scrivono rapporti, si studiano e analizzano i dati. E poi, dopo circa cento ore di volo, l’aereo deve andare in mantenance e fare uno stop di controllo. Nella squadra sono tutte donne, pilota a parte: una capo missione, due TACCO 3 che si alternano, una responsabile della logistica e della raccolta dati, una responsabile media e del monitoraggio, il pilota e una persona di supporto a terra. Sono colpita da questo equipaggio giovane, tecnicamente altamente preparato e competente, i cui membri hanno alle spalle, spesso, anni di navigazioni e soccorso in mare, lunghi periodi di attività con persone migranti in luoghi di frontiera, moltissime ore di volo. Il loro lavoro è un atto politico: sento la loro ostinazione ad esserci in un cielo che è uno spazio diviso, sorvegliato, giuridicamente frammentato.  Perchè questo piccolo aereo si sia unito agli altri della flotta civile, me lo spiegano i membri della crew: perché esiste uno spazio vuoto di osservazione e interventi e che proprio lì, gli aerei civili – Albatross, Seabird, Colibri – documentano ciò che altrimenti rimane ignorato. Nel 2025 la situazione si è progressivamente inasprita: la guardia costiera libica ha attaccato l’Ocean Viking in acque internazionali. Poche settimane dopo, colpi d’arma da fuoco contro la Sea-Watch 5. Catalogarli come incidenti isolati è riduttivo. Parlano, piuttosto, di un sistema sempre più consolidato: respingimenti, soccorsi negati, violenza. Per questo SOS Méditerranée ha deciso di “ingrandire il suo campo d’azione” e si è lanciata con il progetto di sorvegliare e osservare anche il cielo. Le attività dell’Albatross sono cominciate a novembre 2025, in un’alternanza tra attività e tempo in off. Un volo medio dura tra le cinque e le sette ore. Ci sono giorni di doppio volo, mattina e pomeriggio: l’equipaggio in questo caso supera anche le dieci ore in aria nell’arco di 24 ore. La flotta aerea civile, come accade anche in mare, cerca di organizzarsi in modo tale da essere costantemente presente in cielo. Per questo, le diverse organizzazioni comunicano tra di loro per assicurarsi che ci sia sempre almeno un aereo operativo. La capo missione, Mila 4, sottolinea che esiste una forma di cooperazione naturale con le altre ONG e che talvolta questo accade anche con Frontex: «Una volta ci ha chiesto per quanto tempo potevamo restare in volo per sorvegliare un target» mi spiega. I piloti, esperti e competenti, sono invece volontari messi a disposizione da un’associazione svizzera, Humanitarian Pilot Initiative, che è stata la prima a svolgere azione di monitoraggio del Mediterraneo Centrale. Nei giorni che seguono il mio arrivo, condivido tempo prezioso coi membri di questo equipaggio che ha appena ripreso la sua attività. Li percepisco febbrili in questa loro ripresa. La prima immagine a rimanermi impressa è quella di un terrazzo assolato su cui saliamo per assistere al primo volo: l’Albatross ci passa sopra la testa. Ne percepisco il suono del motore, ma non riesco a vederlo sopra la mia testa. Quando alzo lo sguardo si è già allontanato all’orizzonte per perlustrare. E’ il primo volo dopo il periodo di pausa: un rodaggio necessario prima di iniziare l’attività vera e propria. 1. Haraway, D. (1988), “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective”, in Feminist Studies, vol. 14, n. 3, pp. 575-599 (p. 581) ↩︎ 2. ‘Controlli alle frontiere con l’Italia’, arriva la ritorsione di Madrid – Ansa.it, 7 agosto 2026 ↩︎ 3. TACtical COordinator (coordinatore tattico). È, in volo, il membro dell’equipaggio responsabile di coordinare le attività della parte dell’equipaggio addetta alla conduzione tattica dell’aereo e dei suoi sistemi – nelle missioni di pattugliamento marittimo, controlla le attività di tutti gli operatori. Analizza le informazioni ricevute durante il volo e mette in atto le strategie disposte dal comandante ai comandi ↩︎ 4. Questo è un nome di finzione, come quello degli altri membri dell’equipaggio ↩︎
Lampedusa. Lo scoglio che racconta le contraddizioni
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Ancora prima di essere un’isola, per gli aventurier è un’idea, un nome pronunciato lungo le rotte come una promessa, una direzione, una preghiera. Poi, è lembo di terra su cui si proiettano speranze e paure. Simbolo dell’arrivo in Europa e di tutto ciò che può accadere prima di arrivare: attesa, mare, naufragio, soccorso, respingimento. Per chi viaggia, Lampedusa appare come una porta, come la fine dell’acqua, momento in cui un miraggio diventa finalmente una riva. Per gli Stati, come un filtro, dove il confine prende forma concreta attraverso procedure, controlli e decisioni capaci di cambiare una vita; luogo in cui le persone vengono contate, classificate, smistate. Vetrina del Mediterraneo contemporaneo, questo scoglio racconta le contraddizioni di un intero continente. Dietro il suo nome così noto, resta la cosa più semplice: una terra all’orizzonte.  LAMPEDUSA L’isola di Lampedusa, come altri luoghi affacciati sul Mar Mediterraneo, per esempio Lesbo in Grecia o Ceuta/Melilla in Spagna, è un punto nevralgico cruciale per lo spettacolo delle frontiere e la storia globale delle migrazioni irregolari verso l’Europa. Al contempo, Lampedusa è parola chiave per chi è in viaggio, divenendo immaginario di riferimento e in qualche modo simbolo dell’arrivo in Europa attraverso il Mediterraneo centrale. O dei naufragi delle molte barche che avevano quest’isola come meta. L’isola, come conseguenza delle politiche di gestione dei flussi più che per una specifica determinante geografica, è stata, ed è tuttora, una porta d’accesso all’Europa attraversata da centinaia di migliaia di migranti negli ultimi trent’anni. Data la sua centralità simbolica e materiale, come palcoscenico paradigmatico dei discorsi e delle pratiche di diversi attori, la ricerca sociale ha scavato in lungo e in largo l’isola, concentrandosi su molteplici processi, come il passaggio dall’economia della pesca a quella del turismo, l’indebolimento dell’etica del mare e l’affermarsi di uno spirito competitivo; la trasformazione del confine tra fase umanitaria e fase di sicurezza e la creazione strumentale di una emergenza persistente; la produttività dello spettacolo della nuda vita sulla condizione dei migranti e le oscillazioni tra visibilità e invisibilità del fenomeno migratorio, nella dimensione detentiva strutturale dell’isola; il ruolo chiave delle economie di confine, dell’industria migratoria e della militarizzazione, nonché i vincoli nel raggiungimento del diritto di asilo; l’evoluzione del rapporto tra isolani e sbarchi e la diffusione di sentimenti di rassegnazione e risentimento nei confronti dello stato. Lampedusa, nello spettacolo del confine, è una vetrina. Ma vetrina poi Lampedusa, oltre a essere un nome e un luogo ben noto lungo le rotte migratorie grazie alla circolazione di esperienze, storie e gruppi di persone in movimento, è anche uno dei primi filtri del regime di frontiera europeo e un laboratorio cruciale per sperimentare nuovi dispositivi orientati alla governance dei flussi. È qui, insieme alle isole greche, che è stato implementato l’approccio degli hotspot, al fine di distinguere i migranti politici da quelli economici, generando in seguito diverse forme di canalizzazione tra l’espulsione e l’inserimento nei circuiti di accoglienza.  ESEMPI DAL CAMPO «Quando andavo alla scuola elementare ricordo che, guardando la cartina dell’Italia attaccata al muro, chiedevamo alla maestra dove fosse Lampedusa. E la maestra metteva un dito sul muro, un po’ più in giù della Sicilia, e diceva: ‘Ecco, qui sta Lampedusa’. Non c’eravamo sulla cartina!» Giacomo Sferlazzo, artista lampedusano nato nel 1980, fondatore del collettivo Askavusa, racconta storie d’infanzia su un’isola che, all’epoca, in Italia risultava sconosciuta ai più. Interviene a questo punto un altro membro di Askavusa (che significa «a piedi scalzi», «senza scarpe», ed evoca «un’aspirazione a collegarsi con la storia e la memoria viva dell’isola con cui il turismo di massa crea una cesura»): «Dalla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 in avanti, le migrazioni a Lampedusa dialogano con altri due eventi, il turismo di massa e la militarizzazione del Mediterraneo, con una serie di conseguenze. Il turismo di massa, per esempio, va a modificare una comunità di pescatori e di cicli culturali legati al mare… De Martino parlerebbe di ‘apocalissi culturale’. In pochi anni Lampedusa fa un salto molto più rapido e profondo che altri posti in Italia».  Estratto dai diari di campo, dicembre 2020  LAMPEDUSA di cosa? Sembrerebbe una vetrina anche di cose distinte, dipendendo dal momento e dalla contingenza storica. Hotspot vuoto, hotspot pieno… dipendendo se c’è la visita di un ministro o altro… E poi, come isola, ha in sé una dimensione di detenzione. Sebbene molti migranti quando arrivano non lo sappiano e chiedano dov’è la stazione, qui si rimane bloccati, anche se si è riusciti a uscire dall’hotspot. Quando sei in un’isola dove vai? Rimani comunque bloccato. L’hotspot, in fin dei conti, è Lampedusa… Intervista a un avvocato delle reti solidali
Kidnappeur: il figlio bastardo della frontiera
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Il kidnappeur è il figlio bastardo della frontiera, che nasce dal suo blocco e che cresce dove le strade finiscono e le persone perdono ogni diritto. Il kidnappeur nasce lungo la frontiera, dove le lingue si mescolano come le piste nel deserto. Compare quando il viaggio si interrompe, quando la persona smette di essere viaggiatore e diventa merce. Il vive negli spazi lasciati aperti dalla chiusura delle rotte: tra arresti, deportazioni, passaggi clandestini e ritorni forzati. Ombra che cresce accanto alla frontiera quando la mobilità viene resa impossibile. Per gli aventurier, il kidnappeur rappresenta il momento in cui il viaggio perde ogni promessa: al mare da attraversare e alla meta da raggiungere si sostituisce l’attesa di una telefonata, di un riscatto, di una liberazione incerta. KIDNAPPEUR Parola a cura di Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Kidnappeur è una parola bastarda, nata al crocevia tra due lingue – inglese e francese – e diffusa tra gli aventurier di diverse nazionalità. Corre di bocca in bocca, come un sussurro. Porta con sé l’eco di catene arrugginite, di telefoni che squillano a migliaia di chilometri, di famiglie terrorizzate. Descrive il sequestro di persona operato a scopo di riscatto da tunisini o altri migranti subsahariani, e spesso implica l’esercizio di varie forme di violenza e tortura sulle persone sequestrate. Arriva dalla Libia, dove l’economia del sequestro prospera da anni. A partire dal 2023, con la chiusura della porte de la mer (la diminuzione drastica delle partenze dalla Tunisia verso l’Italia) per l’intensificarsi delle intercettazioni in mare e delle deportazioni nel deserto, ha preso forma un nuovo mercato: quello dei sequestri degli aventurier. Il meccanismo non è così diverso da quanto descritto riguardo la frontiera libico-tunisina nel rapporto State Trafficking. Tutto parte dalle deportazioni operate dalla Garde Nationale in questo caso dirette non verso la Libia ma verso l’Algeria. Al centro c’è sempre la riduzione in schiavitù dei migranti, la loro vendita, la richiesta di un riscatto alle famiglie per la liberazione. Il sistema è il seguente: dal porto o dal carcere di Sfax, la Garde Nationale carica le persone da deportare su grandi bus e le abbandona in una zona di confine in Tunisia lungo la strada P13. Di fronte si trova la città algerina di Tebessa. Come fosse una delle città invisibili di Calvino, le sue strade sembrano condurre alla libertà ma portano a prigioni invisibili. Qui infatti i deportati sono costretti a rivolgersi a una rete di traffico per trovare un luogo dove dormire e per usare i servizi di trasporto. I taximafia e altri mezzi informali giocano un ruolo importante produzione dei video e la comunicazione con le famiglie nella logistica dei sequestri: permettono di riattraversare la frontiera e fare ritorno a Sfax. Sembrano passaggi offerti per carità ma ogni corsa può divenire un ritorno all’inferno, perché una volta arrivate le persone rischiano di essere rivendute e deportate in un arcipelago di prigioni clandestine, gestite da tunisini e da altri migranti black. Come nel caso degli arnaqueur che vendono falsi viaggi (si veda Arnaqueur) o per i cokseur che rubano i soldi dei passeggeri (si veda Cokseur), anche nel caso dei kidnappeur è all’opera un sistema di segnalazione e di messa all’indice: si rende pubblico ovvero che quel taximafia tunisino – con un nome, un telefono, una foto – lavora con i kidnappeur, oppure che quel tal migrante – con una nazionalità, un’età, un nome e una foto – è parte della rete dei sequestri. Kidnappeur non è quindi un individuo ma un sistema economico operato da una rete di soggetti: taxisti, guardiani di prigioni domestiche, proprietari tunisini di case messe a disposizione, operatori del passaggio della frontiera dal lato algerino. Pierre Bourdieu parlava di «circolarità della violenza», ovvero di come la violenza strutturale si ripercuota sempre in violenza interpersonale. In tal senso il kidnappeur è figlio dell’economia e della violenza della frontiera; è il fratello oscuro del passeur, il gemello cattivo del cokseur. Nessuno lo ha voluto ma eccolo lì: vive e cresce dove le mappe sanguinano. Come nel caso dei viaggi in toba, anche il sequestro e la detenzione informale in Tunisia costituiscono un terreno di cooperazione fra soggetti diversi – les arabes e i black: i primi garantiscono l’infrastruttura del trasporto e la messa a disposizione dei luoghi di detenzione; i secondi si occupano di gestire la violenza sugli ostaggi, la KIDNAPPEUR paesi di origine. Lo sviluppo recente di questo mercato avvicina sempre più, nella gestione dell’«oro nero», la Tunisia alla Libia (si veda Or noir). Gli aventurier associano il kidnapping a una forma di tratta, in cui il ruolo delle autorità tunisine è laterale ma fondamentale: forniscono risorse umane – secondo alcuni in cambio di una percentuale – a un mercato informale che si sviluppa grazie ai volumi degli arresti e delle deportazioni. È la stessa musica; solo sono cambiati lo strumento e il contesto: là le sabbie libiche, qui le strade di Sfax. La partitura però è identica: uomini presi, rivenduti. Consumati come merci di fronte a un continente che ascolta, fingendo di non sentire, e che chiama tutto questo «ordine pubblico», o «esternalizzazione delle frontiere». ESEMPI DAL CAMPO Il kidnapping è un lavoro fra tunisini e migranti subsahariani. I taxi mafia ti prendono alla frontiera se non hai soldi e ti portano nei bunker a Sfax dove sono stoccate le persone. I tassisti ti vendono per centocinquanta euro agli arabi e ad altri neri. Rimani là, e ti chiedono cinquecento, settecento o anche mille euro per uscire. È una vendita, passo dopo passo. I neri kidnappeur sono gli ultimi acquirenti nella catena. Alcuni prigionieri subiscono torture, con i coltelli, con i bastoni o i machete e poi i video vengono mandati alle famiglie, un po’ come in Libia, ma a Sfax. La polizia sa dove sono le prigioni informali, la polizia porta i deportati ai trafficanti, è un deal. Ma è nascosto. È un sistema legalizzato, nell’ombra. La vendita in Tunisia è gestita dalle autorità. Ma c’è sempre bisogno di un nero. Sono dei banditi i neri che partecipano a questo lavoro. Il nero è utilizzato anche come comunicatore ma è una catena in cui c’è sempre un arabo. I neri sono dei banditi già nei loro paesi, dei maledetti, che si permettono di sequestrare i loro fratelli. È a causa di queste persone che l’avventura è diventata difficile. Intervista con William, corrispondente del giornale delle rotte Tebessa, frontiera Algeria-Tunisia. Attenzione! Un kidnappeur di Te bessa è in Tunisia. Soprannome: Generale; Nazionalità: Guinea. Ha torturato molti passeggeri deportati dalla Tunisia. Chiede i riscatti alle famiglie. Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel, con foto del kidnappeur e indicazioni delle sue reti sociali.
Jebri. Perché l’esclusione raramente si ferma a un confine
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Jebri trasforma la differenza in distanza. Indica chi viene percepito come rozzo, poco raffinato, fuori posto rispetto alle regole non scritte della città e del prestigio sociale. Non descrive soltanto una persona: la colloca più in basso in una scala invisibile di valore e riconoscimento.  Jebri ricorda che lo stigma viaggia e chi ne è bersaglio può a sua volta usarlo contro qualcuno ritenuto ancora più marginale. Così, l’etichetta passa di mano in mano, scendendo lungo la gerarchia sociale fino a raggiungere i più vulnerabili. La parola rivela che l’esclusione raramente si ferma a un confine. Si riproduce, si adatta, cerca sempre un altro corpo su cui posarsi. Dietro jebri  si esprime un bisogno umano: quello di sentirsi più vicini al centro allontanando verso il margine un altro essere umano.  JEBRI a cura di Nadia Chaouch, Università di Genova Il termine jebri si riferisce generalmente a qualcuno considerato incivile, che si comporta in modo percepito come arretrato o inappropriato dal punto di vista sociale e collettivo. Può riflettere l’aspetto, l’abbigliamento, l’accento o persino le maniere a tavola e nel vestire di una persona. Pertanto essere etichettati come jebri implica essere considerato irrispettoso, socialmente inadatto o privo di raffinatezza. In Tunisia questa etichetta è spesso attribuita alle persone provenienti dalle zone rurali o dai quartieri popolari, il cui comportamento è giudicato diverso dalle norme sociali dello spazio urbano. Ad esempio, coloro che pronunciano la lettera qaf come gaf (un accento rurale) possono essere chiamati jboura (plurale di jebri). Ciò che colpisce, tuttavia, è che anche coloro che sono stigmatizzati da questa etichetta possono usarla contro altri quando la gerarchia sociale cambia, prendendo di mira in genere persone più povere o considerate meno colte, come gli africani subsahariani bloccati negli uliveti di El Amra e Jbiniana (si veda Zitounes). In diverse località abbiamo trovato graffiti che dice vano: «I nostri quartieri sono in esilio (ghorba) e gli jboura sono nei nostri quartieri». Abbiamo documentato graffiti di questo tipo a Jbiniana, una località semirurale, i cui stessi abitanti sono spesso etichettati come jboura dalla popolazione più urbana di Sfax. Tuttavia i graffiti dimostrano che gli abitanti di Jebiniana hanno interiorizzato questo stigma e lo hanno reindirizzato verso i migranti subsahariani: i nostri figli sono emigrati in Italia e gli africani, che noi consideriamo jboura, hanno preso il loro posto. Abbiamo riscontrato lo stesso murales anche nel governatorato di Mahdia, a dimostrazione della diffusione di questo discorso stigmatizzante. Al contrario il termine wasif è più comunemente usato per riferirsi tanto ai migranti sub sahariani quanto ai discendenti di schiavi tunisini, e denota principalmente una persona per il suo colore della pelle. Il termine deriva dalla parola araba che significa «servo» o «domestico». Nonostante le connotazioni razziste, molte delle persone che ho incontrato si riferivano comunemente alle persone con la pelle scura come wousfan (plurale di wasif). Alcuni, anche all’interno degli ambienti accademici, sminuiscono le connotazioni razziste sostenendo che si tratti semplicemente di un termine descrittivo del colore della pelle. Questa prospettiva fa eco all’argomentazione per cui la normalizzazione del razzismo è profondamente radicata in Tunisia, anche tra le persone di alto status sociale, affondando le proprie radici nella storia della schiavitù. Sebbene la Tunisia abbia compiuto progressi significativi sul piano giuridico nell’abolizione legale della schiavitù, permangono alcuni residui sociali e culturali nei confronti delle persone di pelle nera. Queste sono spesso percepite in posizioni subordinate o servili ereditate dal loro passato di schiavi. Alcune di queste percezioni sono legate al colore della pelle mentre altre sono legate alla posizione socio-economica che le persone di colore occupavano un tempo e, in una certa misura, continuano a occupare. Sebbene il termine ’abid («schiavo») sia in gran parte scomparso dal linguaggio quotidiano, essendo proibito e considerato generalmente inaccettabile – tranne che tra un numero molto ristretto di individui inconsapevoli o ignoranti -, tali retaggi permangono. Essi perpetuano un senso di sottomissione e rafforzano una gerarchia sociale in cui gli africani subsahariani sono percepiti JEBRI, come inferiori, giustificando così il loro sfruttamento sia storicamente che nel presente. Esempi dal campo  L’espressione jboura è spesso utilizzata nei commenti ai video e alle notizie sui social media, per esempio quando una donna sub sahariana dà alla luce un bambino in un ospedale tunisino. Molti tunisini usano la parola jboura perché, nella loro visione, queste donne fanno troppi figli in viaggio e non considerano le conseguenze per la loro crescita. Intervista con una donna tunisina a Sfax Wasif è usato solo per descrivere il colore, proprio come diciamo abyad per le persone bianche, diciamo wasif per una persona nera, e non ha nulla a che vedere con il razzismo. Intervista con uomo tunisino a Jbiniana
Hogra. A ricordare la doppia assenza
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Hogra è la parola dell’umiliazione che non tace. Non è la vergogna di chi si sente colpevole, piuttosto la ferita che parla di chi si sente schiacciato da qualcosa di più grande: l’ingiustizia, il disprezzo, il potere che chiude le porte. Nel Maghreb, hogra è diventata il nome di una condizione condivisa. È il sentimento di chi vede il proprio futuro restringersi tra disoccupazione, corruzione e disuguaglianze. Allora, attraversare il mare significa tentare di lasciare alle spalle la hogra. Tuttavia, spesso questa continua il viaggio: nei controlli, nei respingimenti, nella precarietà, nello sguardo che riduce una persona a un problema da gestire. Così la hogra è al contempo il motivo della fuga, ma anche ombra che accompagna il cammino. Ricorda che l’esclusione può cambiare lingua, uniforme o frontiera, ma conserva lo stesso volto.  HOGRA Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova Hogra (o hakra) è una parola di difficile traduzione che significa «umiliazione» o «oppressione». A differenza del sentimento di vergogna personale, espresso in arabo dall’espressione chouma, che racchiude un senso di colpa del soggetto, il mahgrur (il soggetto umiliato) non si trattiene dal rivendicare apertamente la sua umiliazione, attribuendola agli abusi delle forze dell’ordine, alla corruzione dei governi, alle disuguaglianze economiche che imprigionano il futuro della gioventù oppressa. Hogra è diventata una parola politicizzata, un’espressione dal significato fluttuante che veicola immediatamente un sentimento di ingiustizia sociale ed economica condivisa da ampi segmenti della popolazione maghrebina: oggi il mahgrur è un profilo sociale in cui si identificano migliaia di giovani oppressi nella riva sud del Mediterraneo, dalle classi popolari ai ceti medi. Canzoni del repertorio ultras nordafricano – da hadi bled l-hogra («questo è il paese dell’hogra») degli ultras Hercules dell’Ittihad Tanger a f bledi dammouni («nel mio paese mi opprimono») degli ultras Green Boys del Raja Casablanca – sono grida di frustrazione da parte di una generazione che si sente sottovalutata e discriminata, e ogni weekend rimbombano a ritmo nelle curve delle squadre nordafricane. Anche fuori dagli stadi di calcio, hogra è sempre più uno slogan essenzialmente sovversivo che anima manifestazioni, proteste e rivoluzioni contro i regimi, dalle cosiddette «primavere arabe» al movimento Hirak marocchino del 2016-2017 e algerino del 2019. Negli ultimi anni il rapporto tra hogra e harga è diventato sempre più stretto, con la migrazione irregolarizzata che si fa risposta politica e individuale a una situa Kırklareli e costretto a tornare in Marocco, vanificando gli investimenti zione di ingiustizia strutturale riassumibili nella parola hogra. Le immagini delle barche in partenza dalle coste marocchine, algerine o tunisine, o gli attacchi collettivi ai muri che circondano le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, sono visti come il simbolo del fallimento degli stati postcoloniali nel garantire condizioni di vita dignitose dopo le indipendenze. Non solo hogra è diventata la parola che meglio riassume le ragioni profonde per cui migliaia di maghrebini scelgono di attraversare il Mediterraneo nonostante le politiche europee di deterrenza e di esternalizzazione dei confini. È anche una condizione che sempre di più si sperimenta durante il processo migratorio, per esempio nelle condizioni in cui i migranti irregolarizzati sono obbligati a viaggiare per adattarsi alle restrizioni al movimento. La hogra allora non è solo una condizione di umiliazione che si evade con l’attraversamento del Mediterraneo ma è qualcosa che accompagna le traiettorie degli harraga, diventando emblema di quella «doppia assenza» di cui parlava Abdelmalek Sayad: il migrante è un soggetto discriminato nel contesto di origine e rifiutato dai luoghi di transito e di arrivo, continuamente respinto, umiliato e oppresso. ESEMPI DAL CAMPO «C’è la hakra da parte del makhzen [lo stato]», aveva detto Hassan a proposito del trattamento riservato dalle autorità turche ai migranti che tentano di «bruciare» la frontiera con la Bulgaria. Dopo aver risparmiato i soldi per volare a Istanbul, Hassan era stato respinto con la forza dalla polizia bulgara, trasferito nel campo-prigione di hOGRA economici della sua famiglia. Estratto dai diari di campo, febbraio 2024 «Questa è il paese dell’hogra / dove abbiamo versato le nostre lacrime / la vita qui è amara / Non hanno mentito coloro che hanno detto / di averci ucciso con le promesse» Estratto del coro hadi bled l-hogra dell’ittihad tanger
Harraga
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Ci sono parole che descrivono gesti. Parole che raccontano condizioni. Harraga contiene entrambi. Nomina chi attraversa il confine e chi continua ad abitarlo. È la parola che brucia le linee del corpo, le pagine di un passaporto, le linee che separano stati.  /ˈħar.ra.ɡa/ [s. m. pl. arabo, sing. harrag; usati in ital. come invariabili] Letteralmente, «coloro che bruciano». Nel contesto migratorio del Maghreb, soggetti prevalentemente giovani che scelgono di attraversare il Mar Mediterraneo per raggiungere l’Europa senza visti né documenti regolari, disobbedendo ai dispositivi di controllo e «bruciando» i confini. Più in generale, condizione esistenziale e sociale transnazionale di chi, anche una volta in Europa, è costretto a vivere nella clandestinità e nel lavoro sommerso a causa delle restrizioni legislative e che, per questo, continua a muoversi «bruciando» divieti e barriere invisibili (Cfr. aventurier, frontiera, par la grâce de Dieu, boza!). HARRAGA Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova Harraga (plurale di harrag) viene dalla radice del verbo arabo bruciare (harga, hrigue o hreg). Indica quindi i bruciatori; innanzitutto, «coloro che bruciano» il confine, disobbedendo alle norme e ai dispositivi che impediscono la mobilità. L’harrag è un soggetto trasversale ai ceti medi e popolari che non hanno i mezzi materiali e relazionali per ottenere un visto dagli uffici consolari dentro un insieme di pratiche altamente discrezionali. In tal senso l’harrag è un prodotto del confine e del regime dei visti, non il contrario. Questo resta vero per l’altro uso della parola harrag, che si riferisce a quell’insieme eterogeneo di soggetti che organizzano e facilitano l’attraversamento del confine. Nello spazio del Maghreb la parola ha assunto una dimensione centrale nel linguaggio e nell’immaginario comune a indicare il vissuto di intere generazioni segnate dalla frustrazione delle speranze di cambiamento. Gli harraga sono quindi dei giovani che hanno introiettato la considerazione che è meglio morire in mare, provando ad attraversare il Mediterraneo, piuttosto che aspettare la «morte lenta» (si veda Hogra). Gli harraga bruciano le tappe, l’inedia, la sensazione che non succede niente; la noia è legata a un modello, a un’aspettativa, a un desiderio che, se si rimane a casa, non si può raggiungere. Il viaggio in mare è quindi una scommessa vissuta dentro un contesto di forte rischio e al tempo stesso di speranza, in una generazione in cui ormai c’è la consapevolezza che il costo del viaggio è molto spesso la morte (si veda Disparu). Più di altre parole e categorie, il termine harga integra il carattere volontario e involontario della migrazione, poiché manifesta una disobbedienza a condizioni strutturali opprimenti vissute come condanna esistenziale ancora prima che fisica e materiale. Gli harraga non solo bruciano le regole ma spesso bruciano in senso simbolico e materiale il passaporto per occultare la propria origine e rendere più difficile il ritorno forzato. In questo senso bruciare il passaporto mette in scena il fallimento degli stati postcoloniali, capaci di interdire ma non di costruire un sistema di diritti per i propri cittadini che valga in patria e all’estero. Negli ultimi anni il termine ha acquisito un uso più ampio a testimoniare l’atteggiamento dei giovani davanti al potere crescente delle polizie alla protezione del confine sud dell’Europa, che si ripercuote sulla mobilità interna. Nel caso tunisino, in particolare, si è assistito al moltiplicarsi dei checkpoint tra i quartieri di diversa classe sociale e tra la terraferma e le isole Kerkennah, uno dei luoghi privilegiati di partenza, a testimoniare che il confine si moltiplica nella vita quotidiana, rafforzando il desiderio e la necessità di bruciare. Allo stesso tempo, anche una volta entrati in Europa, regolarizzare la propria posizione è sempre più difficile. Gli harraga arrivano da paesi che – al di là delle storie individuali – rendono assolutamente improbabile ottenere la protezione internazionale. Pur lavorando in Europa, quindi, non possono ottenere documenti regolari di soggiorno. E se li ottengono, è per brevi periodi (come nel caso della protezione speciale in Italia, non più convertibile in permesso di lavoro e brevissima nella durata). Si inizia così un altro periodo di fuga all’interno dell’Europa durante il quale, pur lavorando in nero, ci si deve nascondere e muovere «bruciando» le interdizioni e lottando in quella che è una vera e propria caccia all’uomo. Questo quadro testimonia la semplice realtà che non si smette mai di essere harraga. ESEMPI DAL CAMPO L’Unione Europea dà soldi allo stato per finanziare la polizia e controllare le coste: controllare le persone con la forza e il potere non è la soluzione perché è come se sfidassi queste persone, se dicessi loro: «vediamo chi vince». Con questa idea di sfida, le persone continueranno sempre a provare l’harga […] Non è giusto quando vedi che altre persone possono viaggiare, scoprire altri paesi, solo mostrando il proprio passaporto, comprando facilmente dei biglietti aerei, e noi siamo qua bloccati nel nostro paese. Molti di noi vorrebbero scoprire cosa succede in Europa solo per turismo, per viaggiare e vedere l’altro lato del mondo. Ma quando cresci scopri che il nostro passaporto non ci permette di viaggiare all’estero, di andare dall’altro lato. Io voglio andare, voglio scoprire! E l’unico modo per farlo è bruciare la frontiera. Intervista con Redouan, viaggiatore marocchino, ora in Spagna
Ghorba. Il prezzo del movimento
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 È la parola della distanza che si infila sotto pelle, della nostalgia che è dolore del ritorno. Non vuol dire solo essere lontani da casa, ma sentirsi stranieri, sospesi nel luogo in cui si è arrivati. La sua radice indica il tramonto del sole che lascia spazio all’ombra della sera: il momento in cui le cose familiari si allontanano e l’ignoto prende forma. Nel Maghreb è diventata la parola dell’assenza, delle partenze che promettono futuro ma lasciano dietro di sé legami incompiuti. Il ghorba entra nel cuore di chi parte e lo costringe a vivere in due luoghi senza appartenere del tutto all’uno o all’altro. È  diverso dal viaggio. Non è il movimento, ma il suo prezzo. È crepa silenziosa che la distanza genera:  nelle relazioni, nelle parole, fino all’immagine di sé che si genera. Ricorda che partire a volte significa arrivare, a volte, invece, imparare a vivere tra due rive, con una casa nel cuore e nessuna sotto i piedi. GHORBA Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova Ghorba è un’importante parola e un concetto centrale che attraversa tutta la cultura araba; esprime la lontananza, l’alienazione, l’esilio, la sensazione di trovarsi in un luogo dove ci si sente stranieri e insicuri, una sensazione che si può vivere tanto nel proprio paese quanto, soprattutto, all’estero, lontano dal comfort del proprio quartiere e dei propri affetti. Viene dalla radice gharb, che indica il tramonto del sole, e simboleggia la paura dell’ignoto e dell’oscurità. La parola ghorba è diventata estremamente popolare in Tunisia e in tutto il Maghreb quando – durante il periodo coloniale e postcoloniale – l’emigrazione all’estero, per la maggior parte verso l’Europa, si è trasformata in un fatto culturale, un fenomeno di massa; il tema dell’esilio è entrato dentro la musica, la letteratura, l’arte e il cinema, è divenuto un topos evocato in molteplici forme dai cittadini maghrebini che si sentono esiliati nel proprio paese o che si trovano bloccati nel «di fuori», fil-barra. Abdelmalek Sayad, un sociologo che si è formato con Pierre Bourdieu e ha portato avanti studi pionieristici sulle migrazioni, è stato il primo a mettere in luce la sofferenza sociale dell’esperienza del ghorba, in cui i migranti non sono mai completa mente «qui» né del tutto «lì». Rimanendo intrappolati tra la nostalgia dei legami che si sono lasciati alle spalle e la ricerca di distanziamento ed emancipazione, finiscono spesso per mistificare l’esperienza della migrazione fornendo un racconto edulcorato della «bella vita» in Europa. La stessa parola harraga (i «bruciatori» di frontiere), che contiene un sotteso elemento celebrativo che implica di dover superare una prova di coraggio (si veda Harraga), è ben più utilizzata dai migranti undocumented in Europa rispetto al termine mughtaribin («esiliati»), una rappresentazione che tende a suggerire una sconfitta, un’accettazione passiva della propria condizione di stranieri senza orizzonti stabili. Se harga sottintende la sfida ed è un invito all’azione, ghorba evoca invece un destino doloroso che si deve sopportare, dove il non sentirsi a casa rende sempre più desiderabile l’opzione del ritorno. È questa percezione di mancato inserimento – derivante dal non riuscire a costruire un senso di casa all’estero (per la mancanza strutturale di documenti, di un’abitazione o di un lavoro stabile) – che, nel percorso di molti migranti maghrebini, è rimossa dal racconto e dalla condivisione (di persona o sui social network) della propria esperienza migratoria, che – nella doxa ufficiale deve essere rappresentata come sinonimo di arricchimento ed emancipazione. ESEMPI DAL CAMPO Il ghorba mi ha insegnato tanto, tantissimo, tra cui il fatto che ci siamo mescolati con le persone, ma non conosciamo davvero noi stessi. Il ghorba mi ha insegnato che possediamo tante cose, ma non sappiamo metterle insieme. Il ghorba mi ha ricordato quella lacrima che mia madre tratteneva quando ero bambino. Con il tempo ho capito che le relazioni hanno dei confini, e che la distanza può spezzare, anche solo con le parole. Estratto di una canzone rap scritta da Hisham, migrante marocchino in Europa
La Tunisia davanti alla Corte Africana: quattro ricorsi rompono il silenzio sulla tratta di Stato
Per la prima volta la Tunisia dovrà rispondere davanti a un tribunale internazionale per il trattamento riservato a chi attraversa il suo territorio in transito irregolare. Un gruppo di legali dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme all’avvocato tunisino Brahim Belguith, ha depositato quattro ricorsi presso la Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha per conto di quattro persone migranti provenienti da diversi Stati dell’Africa subsahariana. Le condotte contestate alla Tunisia: detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani, violenze sessuali. Le considerazioni riportate nel testo che segue si basano sulle dichiarazioni rilasciate da ASGI durante la conferenza stampa in merito al ricorso e su un’intervista rilasciata dall’avvocato Luca Masera, socio ASGI e ordinario di diritto penale all’Università di Brescia, tra i responsabili del ricorso 1. Le interviste di Radio Melting Pot La Tunisia davanti alla Corte Africana: intervista all’avv. Luca Masera Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:34:19 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:34:19 | Registrato il 22 Luglio 2026 Sono quattro i ricorsi depositati nella prima settimana di marzo alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, a ridosso di una scadenza importante. Dal 7 marzo 2026 la Tunisia ha ritirato la dichiarazione che permetteva a individui e organizzazioni non governative di rivolgersi direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, reso pubblico da ASGI il 19 giugno, la Cancelleria della Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli ha comunicato l’avvenuto deposito e ha aperto la procedura. Lo Stato tunisino ha ora quarantacinque giorni, prorogabili di altri trenta, per rispondere. Solo dopo un ulteriore scambio scritto la Corte deciderà se fissare un’udienza. Si tratta di una procedura che potrebbe durare anni. L’attesa non sarà tempo inutile: Luca Masera ricorda che il ricorso su Lampedusa per i fatti del 2011, e presentato alla Corte Europea nel 2012, ha ricevuto risposta cinque anni dopo, accertando la violazione di diritti fondamentali. Quella decisione ha avuto ricadute sia giudiziarie che politiche. Insomma: un tempo lungo che ha dato i suoi frutti. Non è la prima volta che la Tunisia viene condannata dalla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli per la propria deriva autoritaria. Invece quello che è nuovo è il motivo: il trattamento riservato alle persone migranti. Si tratta di un fronte che, almeno dal 2023 2, resta documentato quasi esclusivamente da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu e stampa indipendente, ma mai da un apparato giudiziario internazionale. E La Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli dispone – al pari della Corte Europea – del potere di emettere decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri. È una capacità di intervento che nessun altro organismo internazionale possiede sulla materia. «Mentre le decisioni dei comitati dell’ONU hanno un grande valore di natura politica, in quanto non sono direttamente applicabili nell’ordinamento giuridico degli Stati, le decisioni della Corte Europea per l’Europa e della Corte Africana per l’Africa hanno valore giuridico» spiega Masera. Quattro ricorsi, quattro storie, quattro persone. Che raccontano un percorso comune a migliaia di cittadini subsahariani. E l’avvocato ricorda che «la questione importante è che sono casi tutti molto simili, espressivi di un sistema di trattamento riservato agli stranieri. Quello che trova riscontro anche in vari report di associazioni internazionali che noi abbiamo citato anche nel ricorso». Masera, inoltre, ricorda che, per due di loro, L. e S.D., il percorso verso il ricorso è passato prima da un’aula meno formale. Le due vittime erano state ascoltate in ottobre a Palermo durante un’udienza pubblica del Tribunale Permanente dei Popoli, attivo da quasi cinquant’anni sulle violazioni più gravi dei diritti fondamentali. Proprio da quelle testimonianze è maturata la decisione di portare la vicenda anche in sede giudiziaria. Masera sedeva tra i membri della giuria a Palermo e descrive così quell’udienza: «Eravamo tutti noi membri della giuria veramente scossi da queste testimonianze di una drammaticità assoluta, e ci è sembrato evidente che queste vicende dovessero avere un seguito». Che storia raccontano i quattro ricorsi? L., cittadina camerunense, era già stata vittima di tratta durante il tragitto dal Camerun alla Tunisia. Nel 2024, dopo aver tentato la traversata del Mediterraneo, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, arrestata arbitrariamente e detenuta per oltre venti giorni in un campo militare nel deserto, rinchiusa in una gabbia, insieme ad oltre cento persone sottoposte a violenze e torture continue. Poi, venduta dalle forze di sicurezza tunisine alle guardie di frontiera libiche, ha subito ulteriori detenzioni, sfruttamento sessuale e nuove forme di tratta. La cage di cui parla ha una localizzazione precisa, come si evince dai report State Trafficking e Women State Trafficking. S.T., cittadino della Costa d’Avorio, era arrivato in Tunisia nell’agosto 2023 dopo aver attraversato Mali, Algeria e Libia. Poco dopo il confine è stato arrestato dalla Guardia Nazionale tunisina in una zona desertica, picchiato con bastoni, cinture e fruste, privato dei suoi effetti personali e infine abbandonato nel deserto insieme a decine di altre persone, con il divieto di rientrare in Tunisia. Due esseri umani del suo gruppo sono morti per le condizioni estreme. Respinto dalle milizie libiche verso il confine tunisino, S.T. è rimasto per circa venti giorni nella zona militarizzata di Ras Jedir, senza accesso adeguato ad acqua, cibo o cure. S.D., cittadino della Guinea Conakry, nel luglio 2024 ha tentato la traversata con un gruppo di 46 persone. Dopo cinque giorni in mare senza soccorsi, l’imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina. Sbarcato a Sfax, ha subito violenze fisiche e la confisca dei propri effetti, poi è stato trasferito lo stesso giorno in una zona desertica al confine libico. Qui, è rimasto detenuto per tredici giorni in condizioni degradanti, testimone di stupri commessi sulle donne detenute alla presenza delle altre persone migranti. Al termine della detenzione il gruppo è stato venduto a trafficanti libici. Imprigionato dopo la vendita nella prigione di Al-Assah in Libia, è stato liberato previo pagamento di un riscatto di 700 euro da parte della famiglia. A. è un cittadino della Sierra Leone. Con lui e il suo ricorso viene restituita in modo crudo la grammatica delle intercettazioni in mare lungo questa rotta. Il 5 aprile 2024, mentre era a bordo di un’imbarcazione partita da Sfax con altre 42 persone, comprese donne incinte e bambini, la Guardia Nazionale tunisina ha lanciato lacrimogeni verso la barca e poi effettuato manovre per bloccarne la corsa, fino a urtarla con una motovedetta e provocarne l’affondamento. Sono annegati in molti, tra cui donne e bambini. A. è sopravvissuto nuotando a lungo prima di essere recuperato. Riportato a terra a Sfax, è stato ammanettato, picchiato, derubato e insultato insieme agli altri sopravvissuti. Con loro, è stato trasportato con la forza in un’area desertica al confine libico e abbandonato senza acqua né cibo. Alcuni dei suoi compagni sono morti durante la notte. Il giorno dopo il gruppo è stato intercettato da uomini armati e condotto in un centro di detenzione in Libia. Una sequenza chiara, ripetuta: mare, violenza, cattura, deserto, confine, detenzione. E poi vendita, acquisto, detenzione ancora. E ancora e sempre violenza. Chi segue questa rotta da anni la riconosce come strutturale e perfettamente “oliata”. Una sequenza che non ha nulla di eccezionale perché la stessa gabbia nel deserto sotto un traliccio elettrico, la stessa zona di Ras Jedir, la stessa vendita alle guardie di frontiera libiche appaiono, con variazioni minime, in tre casi su quattro. E fanno ugualmente parte delle testimonianze dei già citati rapporti. Davanti alla Corte, i quattro ricorrenti contestano alla Tunisia la violazione di diritti sanciti dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e, nel caso di L., anche dal Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa 3. In tutti e quattro i casi si chiede alla Corte di accertare la responsabilità internazionale della Tunisia, disporre un risarcimento integrale dei danni, imporre misure strutturali contro il ripetersi delle violazioni e istituire un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione della futura decisione. La procedura non è coercitiva, ma non per questo è priva di valore perché, a seguito di una condanna, lo Stato considerato colpevole deve presentare relazioni periodiche sulle riforme attuate o sul perseguimento dei responsabili. Ma il valore di questa iniziativa sta anche altrove: nell’attivare un meccanismo di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa sollecitare iniziative diplomatiche da parte degli Stati di origine dei ricorrenti e, soprattutto, nelle ricadute possibili sul piano europeo. La Tunisia effettua le intercettazioni in mare e gli abbandoni nel deserto grazie ai mezzi, alle unità navali e pickup forniti dall’Unione europea. Difficile, in questo modo, separare la cooperazione Ue-Tunisia dalle violazioni documentate. L’avvocato Masera sottolinea anche che «il ruolo dell’Unione Europea è enorme… La Guardia Costiera tunisina, così come la Guardia Costiera libica, si regge sui fondi, sugli strumenti, sulle dotazioni fornite dall’Unione Europea. Qualche giorno fa, sono ricorsi i tre anni dal memorandum d’accordo UE-Tunisia che è a fondamento delle capacità operative della Tunisia. Ora: se si arrivasse a una decisione della Corte africana che stabilisse la violazione dei diritti dei migranti, questo, giuridicamente, non avrebbe degli effetti immediati nel togliere la legittimità del memorandum, però potrebbe essere un elemento politico forte». E lo sarebbe anche nei confronti degli stati africani e dell’Unione africana. Sul fronte libico, il nodo è già arrivato in sede penale: sono stati depositati ricorsi alla Corte Penale Internazionale per la complicità di autorità italiane, di altri Stati europei e delle stesse istituzioni dell’Unione nei crimini contro l’umanità commessi in Libia. Un terreno che, se percorso fino in fondo, potrebbe aprire la strada a un’analoga contestazione della responsabilità europea rispetto alla Tunisia. Certo, il precedente libico invita alla cautela. Le violazioni documentate in Libia non hanno prodotto alcuna revisione della cooperazione tra Ue e questo paese. Gli accordi sono stati rinnovati. Nulla garantisce che l’esito sarà diverso per la Tunisia. Masera non nasconde il pessimismo: «Che cosa succede in Tunisia è ormai chiarissimo da molto tempo e il Parlamento europeo non si è mosso di un millimetro». Basti pensare che il 17 giugno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la consegna imminente di altre tre navi di ricerca e soccorso a Tunisi. Nel frattempo, il calo degli arrivi dalla sponda sud del Mediterraneo centrale continua a essere narrato come un successo delle politiche di contenimento: secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1° gennaio al 16 luglio di quest’anno sono approdate 15.391 persone, contro le oltre 30mila registrate nello stesso periodo del 2024 4. Come sempre, i numeri non raccontano chi sia rimasto dall’altra parte del central Med, né come sia stato bloccato, respinto, venduto, comprato e costantemente privato dei propri diritti. Tuttavia, come Luca Masera invita a riflettere, un’eventuale condanna da parte della Corte Africana renderebbe sensibilmente complicato l’inserimento della Tunisia nella lista di paesi terzi “sicuri” come impone il Patto Ue su Migrazione e Asilo. «Da un punto di vista formale è ovvio che non c’è una diretta e immediata conseguenza, cioè la condanna da parte della Corte africana, automaticamente non ha come effetto l’eliminazione della Tunisia dalla lista dei paesi sicuri, tuttavia ne permette la contestazione di fronte alla Corte di giustizia dell’UE. E questo è un passaggio importante: quindi non è una valutazione puramente e arbitrariamente politica che permette di nominare come sicuro qualsiasi paese. C’è comunque un vaglio giudiziario. Ecco, di fronte ad un vaglio giudiziario, la presenza di un’eventuale condanna della Corte africana avrebbe un peso estremamente importante. Innanzitutto, perché tendenzialmente le Corti dei diritti dell’uomo tendono a riconoscere reciprocamente le proprie decisioni. Quindi se ci troviamo di fronte a una sentenza della Corte africana che dice non è un paese sicuro la Tunisia, i giudici di Strasburgo devono prendere in considerazione quella decisione importante. Quindi, sia pure indirettamente e con meccanismi faticosi, una decisione del genere potrebbe avere un impatto sulla qualificazione della Tunisia come paese sicuro», sottolinea Masera. E la Tunisia è sempre più lontana dall’essere terra di difesa di libertà e diritti: le organizzazioni che documentano gli abusi o forniscono assistenza legale e umanitaria alle persone migranti operano in un contesto sempre più ostile, segnato da campagne di criminalizzazione e restrizioni amministrative. Nel paese che è stata la culla della Primavera araba, non solo aumentano le violenze contro chi migra, ma anche la pressione su chi cerca di renderle visibili. Forse, questo ricorso alla Corte Africana permetterà di raccontare cosa accade in Tunisia e di eliminare due versioni incompatibili di una stessa storia. Alla domanda su come possano convivere queste due narrazioni, Masera risponde senza esitazioni: «Tutte queste violazioni sono punite e vietate da una serie infinita di testi internazionali. Non c’è nessun dubbio che ci siano delle violazioni del diritto internazionale. Il problema è che la nostra politica vuole non vederle. L’idea che si concludano degli accordi con la Libia e con soggetti, parti di milizie, sottoposti a procedimento davanti alla Corte Penale Internazionale è una cosa incredibile. Noi l’abbiamo scritto: si tratta di una forma di concorso in un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di crimini contro l’umanità. Quindi si tratta di un dato che, anche giuridicamente è guardabile in termini gravissimi. Ma è ovvio che il dato su cui poi noi tutti insistiamo di più è far passare nell’opinione pubblica l’insostenibilità di questa posizione, cioè l’idea di dire “noi collaboriamo, noi forniamo le armi a delle milizie, a delle strutture – anche statali – che sappiamo ormai da decenni essere sostanzialmente delle bande di torturatori e di estorsori». 1. Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: La Tunisia di fronte alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli – ASGI, 30.06.2026 ↩︎ 2. Anno del Memorandum d’intesa anti-flussi firmato con l’Unione europea ↩︎ 3. Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights of Women in Africa ↩︎ 4. Cruscotto statistico giornaliero 16-07-2026 – Ministero dell’Interno ↩︎
I gouerra siamo noi
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 In Tunisia, è il nome che si dà a chi arriva dal nord del mare. E’ il bianco, l’europeo, il non musulmano. Mette a distanza, come una linea di frontiera, invisibile eppure presente. Separa tra chi appartiene a quel luogo e chi lo attraversa. Oggi il gaouri è colui che può scegliere di arrivare, restare o partire. Ha denaro, passaporto, possibilità di movimento. La sua presenza sostiene l’economia e, al contempo, mette alla luce un contrasto, sempre lo stesso: alcuni attraversano le frontiere con facilità, altri vi restano impigliati. La parola è uno specchio e ricorda che chi osserva è sempre, a sua volta, osservato e lo invita a non dimenticare che il privilegio più invisibile è quello di poter viaggiare senza dover spiegare perché. GAOURI Parola a cura di Filippo Torre, università di Genova A differenza di chi viene da sud (si veda Jebri), chi arriva in Tunisia da nord è genericamente identificato come un gaouri, una parola che definisce una persona bianca, automaticamente associata a un europeo, occidentale, cristiano, e idealmente sovrapposta alla figura del turista con il portafoglio gonfio e il passaporto di uno stato ricco e potente. La parola gaouri viene fatta risalire alla parola turco-ottomana gâvur, storicamente usata nell’Impero ottomano per identificare i cristiani, che a sua volta deriverebbe dalla parola araba kafir, che significa «miscredente», «infedele». Ancora oggi, nei dialetti dei paesi del Maghreb, gaouri è rimasto di gran lunga più popolare di orobi («europeo») o gharbi («occidentale») per riferirsi a una persona straniera, bianca e non musulmana. In una sorta di riflesso al contrario della parola turcu, utilizzata dai pescatori siciliani per identificare le persone nere e musulmane (si veda Turcu), implica un senso di alterità o differenza, anche senza necessariamente comportare un disprezzo o una connotazione negativa. La presenza dei gouerra (plurale di gaouri) rappresenta una delle fonti principali di entrate di valuta straniera in Tunisia. In un quadro di recessione economica e crescente rischio di default, il turismo contribuisce in modo significativo al Pil e all’occupazione della Tunisia, e nel 2024 questo settore ha raggiunto il suo record storico con oltre dieci milioni di visitatori, di cui un numero significativo provenienti dall’Europa occidentale. Oltre ai turisti, un crescente numero di pensionati europei, in stragrande maggioranza italiani, ha deciso di spostare la propria residenza in Tunisia, attratti dal regime fiscale agevolato e dal basso costo della vita, concentrandosi in gran parte nella città di Hammamet: in pratica negli ultimi anni la Tunisia è diventata il nuovo paradiso fiscale mediterraneo per i pensionati italiani. La libertà e i privilegi dei gouerra di decidere dove, quando e come spostarsi – per piacere o per sfruttare le differenze transnazionali – alimentano i desideri migratori e fanno da specchio alle mobilità ostruite dei migranti poveri, razzializzati e indesiderati, che non hanno potere d’acquisto e – dopo la svolta xenofoba del presidente Kaïs Saïed – sono percepiti come una minaccia per la comunità nazionale e l’identità arabo-islamica del paese. I gouerra siamo noi che facciamo ricerca in Tunisia, che siamo abituati a vedere e osservare gli altri ma dimentichiamo spesso di chiederci come gli altri guardano noi, di interrogare il nostro lavoro e i nostri privilegi.  ESEMPI DAL CAMPO Un giorno Mohamed mi invita a passare a trovarlo sulla spiaggia in cui lavora. Siamo nella zone touristique, il lato di riviera colonizzata dagli hotel di lusso, ben diversa dal tratto di spiaggia che corre verso Chebba ancora libera per pescatori e harraga. Mohamed gestisce l’offerta di sport acquatici per i turisti degli hotel; lo trovo mentre sta organizzando un’attività di parasailing per una numerosa famiglia inglese. Siamo a fine ottobre e sono gli ultimi scampoli della stagione estiva. «Io lavoro per il Mahdia Beach, il Mouradi e il Thalassa… La prossima settimana, se cambia il meteo finisce la stagione». Al caffè mi aveva fatto vedere un video mentre portava una turista sul paracadute trainato dalla barca. Appena arrivo mi prende in disparte per dirmi: «È meglio se non parli di harga e di queste cose qui». Tutti vorrebbero sposare una gaouria per fare i documenti e venire in Europa.  Intervista con Ismail, ragazzo di Chebba