
Harraga
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, July 30, 2026
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Ci sono parole che descrivono gesti. Parole che raccontano condizioni. Harraga contiene entrambi. Nomina chi attraversa il confine e chi continua ad abitarlo. È la parola che brucia le linee del corpo, le pagine di un passaparto, le linee che separano stati.
/ˈħar.ra.ɡa/ [s. m. pl. arabo, sing. harrag; usati in ital. come invariabili]
Letteralmente, «coloro che bruciano». Nel contesto migratorio del Maghreb, soggetti prevalentemente giovani che scelgono di attraversare il Mar Mediterraneo per raggiungere l’Europa senza visti né documenti regolari, disobbedendo ai dispositivi di controllo e «bruciando» i confini. Più in generale, condizione esistenziale e sociale transnazionale di chi, anche una volta in Europa, è costretto a vivere nella clandestinità e nel lavoro sommerso a causa delle restrizioni legislative e che, per questo, continua a muoversi «bruciando» divieti e barriere invisibili. Cfr. aventurier, frontiera, par la grâce de Dieu, boza!
Harraga
Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova
Harraga (plurale di harrag) viene dalla radice del verbo arabo bruciare (harga, hrigue o hreg). Indica quindi i bruciatori; innanzitutto, «coloro che bruciano» il confine, disobbedendo alle norme e ai dispositivi che impediscono la mobilità.
L’harrag è un soggetto trasversale ai ceti medi e popolari che non hanno i mezzi materiali e relazionali per ottenere un visto dagli uffici consolari dentro un insieme di pratiche altamente discrezionali. In tal senso l’harrag è un prodotto del confine e del regime dei visti, non il contrario. Questo resta vero per l’altro uso della parola harrag, che si riferisce a quell’insieme eterogeneo di soggetti che organizzano e facilitano l’attraversamento del confine.
Nello spazio del Maghreb la parola ha assunto una dimensione centrale nel linguaggio e nell’immaginario comune a indicare il vissuto di intere generazioni segnate dalla frustrazione delle speranze di cambiamento. Gli harraga sono quindi dei giovani che hanno introiettato la considerazione che è meglio morire in mare, provando ad attraversare il Mediterraneo, piuttosto che aspettare la «morte lenta» (si veda Hogra). Gli harraga bruciano le tappe, l’inedia, la sensazione che non succede niente; la noia è legata a un modello, a un’aspettativa, a un desiderio che, se si rimane a casa, non si può raggiungere. Il viaggio in mare è quindi una scommessa vissuta dentro un contesto di forte rischio e al tempo stesso di speranza, in una generazione in cui ormai c’è la consapevolezza che il costo del viaggio è molto spesso la morte (si veda Disparu).
Più di altre parole e categorie, il termine harga integra il carattere volontario e involontario della migrazione, poiché manifesta una disobbedienza a condizioni strutturali opprimenti vissute come condanna esistenziale ancora prima che fisica e materiale. Gli harraga non solo bruciano le regole ma spesso bruciano in senso simbolico e materiale il passaporto per occultare la propria origine e rendere più difficile il ritorno forzato. In questo senso bruciare il passaporto mette in scena il fallimento degli stati postcoloniali, capaci di interdire ma non di costruire un sistema di diritti per i propri cittadini che valga in patria e all’estero.
Negli ultimi anni il termine ha acquisito un uso più ampio a testimoniare l’atteggiamento dei giovani davanti al potere crescente delle polizie alla protezione del confine sud dell’Europa, che si ripercuote sulla mobilità interna. Nel caso tunisino, in particolare, si è assistito al moltiplicarsi dei checkpoint tra i quartieri di diversa classe sociale e tra la terraferma e le isole Kerkennah, uno dei luoghi privilegiati di partenza, a testimoniare che il confine si moltiplica nella vita quotidiana, rafforzando il desiderio e la necessità di bruciare. Allo stesso tempo, anche una volta entrati in Europa, regolarizzare la propria posizione è sempre più difficile.
Gli harraga arrivano da paesi che – al di là delle storie individuali – rendono assolutamente improbabile ottenere la protezione internazionale. Pur lavorando in Europa, quindi, non possono ottenere documenti regolari di soggiorno. E se li ottengono, è per brevi periodi (come nel caso della protezione speciale in Italia, non più convertibile in permesso di lavoro e brevissima nella durata). Si inizia così un altro periodo di fuga all’interno dell’Europa durante il quale, pur lavorando in nero, ci si deve nascondere e muovere «bruciando» le interdizioni e lottando in quella che è una vera e propria caccia all’uomo. Questo quadro testimonia la semplice realtà che non si smette mai di essere harraga.
Esempi dal campo
L’Unione Europea dà soldi allo stato per finanziare la polizia e controllare le coste: controllare le persone con la forza e il potere non è la soluzione perché è come se sfidassi queste persone, se dicessi loro: «vediamo chi vince». Con questa idea di sfida, le persone continueranno sempre a provare l’harga […] Non è giusto quando vedi che altre persone possono viaggiare, scoprire altri paesi, solo mostrando il proprio passaporto, comprando facilmente dei biglietti aerei, e noi siamo qua bloccati nel nostro paese. Molti di noi vorrebbero scoprire cosa succede in Europa solo per turismo, per viaggiare e vedere l’altro lato del mondo. Ma quando cresci scopri che il nostro passaporto non ci permette di viaggiare all’estero, di andare dall’altro lato. Io voglio andare, voglio scoprire! E l’unico modo per farlo è bruciare la frontiera.
Intervista con Redouan, viaggiatore marocchino, ora in Spagna