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I gouerra siamo noi
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 In Tunisia, è il nome che si dà a chi arriva dal nord del mare. E’ il bianco, l’europeo, il non musulmano. Mette a distanza, come una linea di frontiera, invisibile eppure presente. Separa tra chi appartiene a quel luogo e chi lo attraversa. Oggi il gaouri è colui che può scegliere di arrivare, restare o partire. Ha denaro, passaporto, possibilità di movimento. La sua presenza sostiene l’economia e, al contempo, mette alla luce un contrasto, sempre lo stesso: alcuni attraversano le frontiere con facilità, altri vi restano impigliati. La parola è uno specchio e ricorda che chi osserva è sempre, a sua volta, osservato e lo invita a non dimenticare che il privilegio più invisibile è quello di poter viaggiare senza dover spiegare perché. GAOURI Parola a cura di Filippo Torre, università di Genova A differenza di chi viene da sud (si veda Jebri), chi arriva in Tunisia da nord è genericamente identificato come un gaouri, una parola che definisce una persona bianca, automaticamente associata a un europeo, occidentale, cristiano, e idealmente sovrapposta alla figura del turista con il portafoglio gonfio e il passaporto di uno stato ricco e potente. La parola gaouri viene fatta risalire alla parola turco-ottomana gâvur, storicamente usata nell’Impero ottomano per identificare i cristiani, che a sua volta deriverebbe dalla parola araba kafir, che significa «miscredente», «infedele». Ancora oggi, nei dialetti dei paesi del Maghreb, gaouri è rimasto di gran lunga più popolare di orobi («europeo») o gharbi («occidentale») per riferirsi a una persona straniera, bianca e non musulmana. In una sorta di riflesso al contrario della parola turcu, utilizzata dai pescatori siciliani per identificare le persone nere e musulmane (si veda Turcu), implica un senso di alterità o differenza, anche senza necessariamente comportare un disprezzo o una connotazione negativa. La presenza dei gouerra (plurale di gaouri) rappresenta una delle fonti principali di entrate di valuta straniera in Tunisia. In un quadro di recessione economica e crescente rischio di default, il turismo contribuisce in modo significativo al Pil e all’occupazione della Tunisia, e nel 2024 questo settore ha raggiunto il suo record storico con oltre dieci milioni di visitatori, di cui un numero significativo provenienti dall’Europa occidentale. Oltre ai turisti, un crescente numero di pensionati europei, in stragrande maggioranza italiani, ha deciso di spostare la propria residenza in Tunisia, attratti dal regime fiscale agevolato e dal basso costo della vita, concentrandosi in gran parte nella città di Hammamet: in pratica negli ultimi anni la Tunisia è diventata il nuovo paradiso fiscale mediterraneo per i pensionati italiani. La libertà e i privilegi dei gouerra di decidere dove, quando e come spostarsi – per piacere o per sfruttare le differenze transnazionali – alimentano i desideri migratori e fanno da specchio alle mobilità ostruite dei migranti poveri, razzializzati e indesiderati, che non hanno potere d’acquisto e – dopo la svolta xenofoba del presidente Kaïs Saïed – sono percepiti come una minaccia per la comunità nazionale e l’identità arabo-islamica del paese. I gouerra siamo noi che facciamo ricerca in Tunisia, che siamo abituati a vedere e osservare gli altri ma dimentichiamo spesso di chiederci come gli altri guardano noi, di interrogare il nostro lavoro e i nostri privilegi.  ESEMPI DAL CAMPO Un giorno Mohamed mi invita a passare a trovarlo sulla spiaggia in cui lavora. Siamo nella zone touristique, il lato di riviera colonizzata dagli hotel di lusso, ben diversa dal tratto di spiaggia che corre verso Chebba ancora libera per pescatori e harraga. Mohamed gestisce l’offerta di sport acquatici per i turisti degli hotel; lo trovo mentre sta organizzando un’attività di parasailing per una numerosa famiglia inglese. Siamo a fine ottobre e sono gli ultimi scampoli della stagione estiva. «Io lavoro per il Mahdia Beach, il Mouradi e il Thalassa… La prossima settimana, se cambia il meteo finisce la stagione». Al caffè mi aveva fatto vedere un video mentre portava una turista sul paracadute trainato dalla barca. Appena arrivo mi prende in disparte per dirmi: «È meglio se non parli di harga e di queste cose qui». Tutti vorrebbero sposare una gaouria per fare i documenti e venire in Europa.  Intervista con Ismail, ragazzo di Chebba
La famiglia che nasce nel viaggio
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 PAS QU’ UN LIEN DE SANG Non si tratta di avere lo stesso padre o la stessa madre. Né di legame di sangue. Un fratello si sceglie per il cammino che si condivide. Si intuisce nel gesto: protegge, condivide, resta, resiste. “Mon frère, ma soeur”: parole di riconoscimento, di esperienza e avventura vissuta insieme. Questo é il legame che si costruisce nel tempo variabile che la vita regala durante i viaggi per arrivare in Europa. Non si dimentica, ma si perde quasi sempre in modo brusco tra una retata, una fuga, una frontiera attraversata in direzioni diverse. La separazione è quasi sempre definitiva come il ricordo che resta del legame che si è avuto. FRERE / SOUER Parola a cura di Vincenza Pellegrino dell’Università di Parma e Hamid B.M, Il frère o la soeur de voyage («fratello» o «sorella di viaggio»), normalmente è una persona con cui ci si sposta per lungo tempo e con cui ci si nasconde dalle polizie e dalle persecuzioni locali, senza condividere reali legami di sangue o famigliari. È qualcuno quindi che si incontra sul cammino: un incontro elettivo, dove la nazionalità conta solo in parte. Certo la conoscenza di lingue veicolari è significativa, ma come abbiamo visto le lingue si apprendono in migrazione, nei lunghi tempi a cui si è costretti dal nascondimento, e quindi è possibile trovare un frère di migrazione, di avventura, di boza, anche di paesi che non sono il proprio o di un’altra lingua madre. La relazione tra fratelli di viaggio è particolare, specifica. Per dichiarare qualcuno come frère o soeur si deve aver fatto un lungo periodo di cammino insieme e aver condiviso alcuni elementi specifici: aiutarsi economicamente condividendo soldi e oggetti e cibo; proteggersi fisicamente; aiutarsi nei lavori e nei debiti; «consolarsi a vicenda, raccontarsi la propria storia e le proprie famiglie», dice un interlocutore. Si tratta quindi di vita condivisa di lunga durata, mesi e più spesso anni, che esprime la materializzazione del capitale sociale legato al viaggio. Questa relazione nei racconti dei migranti forzati al nascondimento pare spesso partire da eventi casuali, ad esempio caratterizzati da gesti di solidarietà in momenti particolari di pericolo: «Il frère è quando una delle due persone compie un gesto di protezione o di aiuto su cui poi si fonda il percorso successivo, che stringe sempre di più, ma ho visto che spesso parte da gesti istintivi», dice Hamid. Nel quadro di queste relazioni di fratellanza elettive vi sono a volte anche dimensioni per così dire gerarchiche: Il est mon grand (il fratello più grande, l’aîné); Il est mon frérot, le petit de famille, e così via. Queste specifiche vanno ben al di là di generiche indicazioni sull’età e sono nei fatti esplicitazioni di profondi vincoli di rispetto e protezione. La fraternità di viaggio è spesso qualcosa che pare nascere da, e al tempo stesso materializza, la capacità delle persone di non perdere la tenerezza, di non disumanizzarsi in questo viaggio fatto di violenze e soprusi legati alla clandestinità e alla scarsità dei mezzi. Avere dei frères, farsi dei frères è il segno tangibile del fatto che nonostante tutto si conservano valori di solidarietà e si perpetuano pratiche di sostegno che poi strutturano anche le probabilità e le dinamiche della sopravvivenza. Quello che caratterizza questa parola, che torna spesso nelle testimonianze, è anche un sentimento di tristezza perché riporta a momenti particolari, agli apici affettivi di questa esperienza, momenti in cui la migrazione interdetta si è tradotta in emozione, condivisione, amore, lutto. «Se lo racconti e lo ricordi, tutto il pensiero che hai sul frère è pervaso dal momento della separazione», dice ad esempio Hamid. La separazione tra frère di viaggio per queste persone che non hanno il permesso di muoversi è irreversibile, perché le circostanze della separazione – spesso legate al pericolo, alla fuga nei momenti di refoulement, alle imboscate, alle retate delle polizie, e così via – sono caratterizzate da impotenza, e irreversibilità appunto (non si può tornare indietro a cercarsi). È difficile mantenere il legame tra frère frontiera dopo frontiera, quindi; possibile se si hanno i telefoni (ma non tutti li hanno nel transito, anzi) ma, date le condizioni, generalmente complicato. Il sentimento di separazione traumatica caratterizza quindi questa esperienza di costruzione dei legami affettivi e di interdipendenza nel nascondimento e nella lotta per la mobilità. Il concetto di fraternità spesso si utilizza poi anche per raccontare le strategie nella costruzione del gruppo di protezione («fingersi fratelli»): questo riguarda più spesso e specificamente la soeur de voyage. Nella mobilità interdetta e forzata al nascondimento, siccome per le donne la situazione è ancora più pericolosa, fingersi la soeur di qualcuno, essere presentata come sorella o moglie è una delle strategie più comuni per proteggersi. ESEMPI DAL CAMPO Ho incontrato un ragazzo che parlava solo hausa e inglese, era nigeriano, io parlavo hausa, e a Tebessa, tra Tunisia e Algeria, uno dice all’altra durante una fuga dalla polizia: «voglio rientrare a casa adesso», in hausa lo ha detto, nessun altro capiva. Per questo dovevo rispondergli io, io ero definitivo per il suo viaggio, e allora ho detto «resta, proviamo insieme, dividiamo questo». L’ho presentato come frère ed è diventato frère di viaggio; è venuto nella comunità camerunese, era diventato camerunese, tutti quelli che volevano fare qualcosa con lui dovevano passare da me. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia Ero vicino Sfax, la guida ha cercato di separare uomini e donne. Le donne piangevano, sapevano cosa sarebbe successo nei luoghi dove le portavano. Un uomo si è messo di mezzo e ha detto «non potete separarla, è mia moglie». Ha discusso. Ha insistito. Mi hanno lasciata con il gruppo. Da quel momento abbiamo assunto di essere una famiglia di protezione. Intervista con Aicha, incontrata in Tunisia e originaria del Camerun Siamo persone che non gestiscono il proprio destino, non possiamo pensare mai che ci rivedremo con qualcuno che ci ha salvato, con qualcuno a cui dobbiamo tutto, quella con il frère è una relazione spezzata. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
Flouka: semplicemente Barca
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 FLOUKA: SEMPLICEMENTE BARCA Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova Flouka è una parola araba che indica genericamente una barca. La barca è il mezzo di trasporto primario per accedere alla rotta del Mediterraneo centrale, l’elemento materiale che più di ogni altro determina e definisce la stratificazione sociale delle possibili modalità per viaggiare in forma irregolarizzata. Le capacità di accedere a zodiac (gommone), kayak, jetski (moto d’acqua), shkaf (piccola imbarcazione), lusko (motoscafo) disegnano una gerarchia strutturata sulla base del capitale economico, della nazionalità, del genere, dell’età, della valutazione dei rischi e delle capacità personali. Questa gerarchia garantisce un accesso privilegiato allo spazio marittimo del canale di Sicilia a quei tunisini giovani che vivono sulla costa, conoscono il mare o lavorano nel settore della pesca (si veda Comita). Un esempio: durante il nostro lavoro etnografico è capitato diverse volte di ascoltare storie di pescatori e marinai che – lavorando a bordo di pescherecci industriali – decidono, in prossimità di Lampedusa, di tuffarsi dalla barca e provare a raggiungere l’isola a nuoto. I motopescherecci che fanno pesca d’altura sono principalmente di due tipi, e si differenziano in base alla funzione della barca e al tipo di pesca: balansi e karkara (pescherecci a strascico) e shanshuli (rete da circuizione, dal siciliano cianciolo). Babour indica invece il traghetto, dove molti harraga provano a nascondersi o a entrare con documenti falsificati dal porto di La Goulette. Negli ultimi anni, a fronte di una regolamentazione sempre più restrittiva nella compravendita delle imbarcazioni e dei motori, si è strutturato un ampio mercato nero delle barche, così come i porti di pesca sono pattugliati intensamente dalle polizie tunisine, specialmente di notte, per prevenire i furti. ESEMPI DAL CAMPO «Io sono partito dal porto di Chebba nel 2019: eravamo sette amici del quartiere su una piccola flouka di sei metri. All’epoca era molto più facile organizzarsi per partire. Io non l’ho detto a nessuno, la mia famiglia non sapeva niente. Un mio amico ha avuto casini con la polizia tunisina e ha proposto a noi sei di andare in Italia. Aveva litigato con suo zio, un uomo che aveva due barche: gliene ha rubata una e non abbiamo pagato niente. Siamo partiti alle due di notte e siamo arrivati all’una di pomeriggio al porto di Lampedusa».  intervista con Omar, pescatore tunisino originario di Chebba  Salvatore mi racconta in primo luogo la sua versione della storia della flouka tunisina e dei marinai in fuga, che secondo lui non è di Sfax, ma di Chebba, perché lo ha chiamato un pescatore di quella città per avere informazioni. Secondo lui il capitano ha avuto un’ischemia e il suo equipaggio ha contattato la capitaneria di Lampedusa. Una motovedetta italiana ha fatto attraccare la barca e ha portato il capitano in pronto soccorso. Mentre stavano ripartendo, due marinai si sono buttati dalla barca e hanno raggiunto a nuoto la costa, scatenando la caccia al migrante sull’isola: «Era tutto preparato, perché avevano le sacche per i telefoni. Poi hanno chiamato le loro famiglie che erano arrivati…» Salvatore, pescatore lampedusanoCome sardine, estratto dai diari di campo, aprile 2025
Fakop – Tra pegno e debito
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Funziona su due livelli: sanziona le violazioni delle regole di convivenza – soprattutto il furto – e remunera la protezione offerta da chi occupa da più tempo uno spazio in cui ci si nasconde e ne conosce le dinamiche. Nelle comunità degli avventurieri, si paga con la moneta locale. È debito: quantificabile, negoziabile, rateizzabile. Può essere scontato per ragioni di solidarietà o di vulnerabilità ed ha una logica quasi contrattuale.  È pegno: perché mette in ipoteca qualcosa che non appartiene solo a chi paga, ma coinvolge la rete familiare e amicale. E quando non c’è niente da dare, si paga con il tempo e il lavoro, fino a quando il debito non è stato saldato.  È un dispositivo di appartenenza dentro una comunità che  protegge e vincola all’obbedienza e a regole.  I corrispondenti del The Routes Journal dicono: “Segna l’uguaglianza tra uomini. Non stabilisce la legge del più forte. Se c’è conflitto, c’é fakop. Semplicemente. La legge dice che se non hai ragione, devi pagare una multa, che spesso è davvero alta.  Non è la legge della giungla: ci si sottomette alle regole per vivere bene”. Il suo sinonimo, soprattutto la comunità ivoriana,  è ramba. FAKOP Parola a cura di Vincenza Pellegrino, Università di Parma, e Hamid Ben Moussa, aventurier Il fakop o fukop (a seconda che lo scrivano persone provenienti da contesti coloniali francofoni o anglofoni) è una sorta di multa, di pagamento come ammenda per non aver rispettato le regole della coabitazione tra migranti interdetti, ma al tempo stesso è anche una somma di denaro che si paga per debito al gruppo, riconoscendo che in condizioni di fuga dalla caccia al migrante non ci si può salvare da soli e si ha bisogno dell’expertise di coloro che sono da più tempo in viaggio. È quindi una sorta di tassa da pagare per il fatto di appartenere a una comunità in fuga dalla persecuzione delle istituzioni, comunità che si fa istituzione in qualche modo prevedendo forme di multe ma anche forme di pagamento della protezione. «Se qualcuno commette una sciocchezza deve pagare un fakop», ci racconta uno dei testimoni incontrati. Soprattutto nei campi di transito «bisogna rispettare regole precise stabilite dai più forti». I più forti sono quelli che sono in quel contesto da più tempo, quindi forti non (sol)tanto come mezzi, strumenti dell’attraversamento o armi, ma forti come gruppo dirigente, spesso costituito con logiche ibride dettate dalla numerosità linguistica in un contesto o dalla durata della permanenza. La variabile più importante è il tempo e la conoscenza del «campo», anche se «il potere dipende dall’unità tra connazionali». Così, quando si arriva, c’è qualcuno che spiega le regole della convivenza in quello spazio protetto di nascondimento (si veda Soldat): non si esce a qualsiasi orario, non si esce o entra con ospiti esterni senza permessi, non si introducono oggetti qualsiasi, ci si presenta in alcuni modi e ad alcune persone, e così via. Se queste pratiche di coabitazione non vengono rispettate, si paga il fakop. Ma sicuramente il fakop più diffuso è quello che attiene al furto, considerato un rischio grave e al tempo stesso una cosa probabile in luoghi in cui le persone posseggono pochissimi oggetti e hanno tutte problemi di reperimento del cibo. Solitamente il fakop si paga nella moneta del posto. In Marocco, in foresta, non è lo stesso che in Tunisia, tra gli zitounes. Per fare un esempio, a Melilla, in foresta, se fai delle «sciocchezze» il fakop è particolarmente duro, data la realtà organizzativa pressoché militare legata alla necessità di nascondimento e fuga dagli attacchi costanti e violenti delle polizie marocchine e spagnole. Qui per un furto o una disobbedienza si arriva facilmente a mille euro, e oltre. In quel contesto vi sono persone condannate a restare per molto, e il sistema delle multe è perciò più consolidato. In tal senso più i gruppi in movimento sono perseguitati, più devono nascondersi, e più sono trattenuti in un posto, più si ristruttureranno allora sistemi di controllo reciproco e di tassazione. Più è forte la militarizzazione di un contesto di transito, più si sviluppano poteri di autorganizzazione e pratiche vessatorie per la sopravvivenza. È proprio la violenza della persecuzione che nel tempo struttura la violenza dell’autorganizzazione del transito. Siccome le persone in movimento non portano con sé soldi né oggetti, il sistema dei fakop è legato alle reti familiari: per lo più sono richieste fatte alla famiglia attraverso foto o video che testimoniano la situazione di chi deve pagare (purtroppo spesso sono fotografie di percosse ricevute). È probabile quindi che dai primi fakop sia nato il complesso sistema di coinvolgimento delle famiglie via cellulare che poi è divenuto la base organizzativa per eccellenza del sequestro (si veda Kidnappeur e Or noir) e del ricatto perpetrato oggi anche dalle istituzioni, come le polizie tunisine e libiche (è pressoché l’unico modo di uscire dalle prigioni libiche), con il coinvolgimento di facilitatori di ciascun gruppo linguistico e le pressioni alle famiglie. In tal senso se tutti possono essere puniti e ricattati (ma anche rapiti senza motivo e venduti), solo alcuni hanno alle spalle famiglie che possono pagare. Il fakop, per come è strutturato, introduce quindi la dimensione di classe nella migrazione interdetta, e in un certo senso è una dimensione della tenuta (pur labile) della classe dentro al destino migratorio, anche se come vedremo la migrazione in sé genera nuove classi sociali attraverso nuove funzioni e mestieri (si veda Soldat, Cokseur e Taximafia). Se invece la famiglia non può pagare, il fakop diventa un debito da ripagare con il lavoro per determinati periodi. Infine, il fakop ha anche una diversa forma che attiene al riconoscimento di una sorta di diritto di occupazione dello spazio di protezione, cioè al riconoscimento che la vita nei campi di resistenza – il passaggio e la vita prepartenza – sono possibili grazie alla presenza di persone instauratesi da lungo tempo e che conoscono il contesto e organizzano cibo, transito, ordine. Un esempio illuminante è il pagamento del fakop a un vecchio responsabile quando si compie boza e si è arrivati. ESEMPI DAL CAMPO Nella mia esperienza in foresta a Melilla i camerunensi erano potenti, perché erano molto presenti, io potevo parlare in hausa e questo avvantaggiava. Ho visto molti pagamenti di fakop tramite la chiamata alle famiglie, c’era uno che abitava in quella zona e chiamava. Io non l’ho mai pagato perché stavo sempre attento, mi mettevo vicino a uno anziano del campo e sceglievo il gruppo che parlava hausa, in cui c’erano persone più tranquille. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunense incontrato in Tunisia, ora in Italia Ho pagato duecento euro di fakop per il transito da Algeria a Marocco, ma ho avuto uno sconto perché la persona che faceva il conto ha considerato che ero da solo e molto piccolo, parlavo la sua lingua e non avevo niente con me. Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunense incontrato in Tunisia, ora in Italia
In-canto. Il pensiero magico nel viaggio
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 IN-CANTO. IL PENSIERO MAGICO NEL VIAGGIO Ci sono cose che accadono perché devono, che si disegnano, che si realizzano perché si pensano o si dicono. La parola magica viene dal latino e ha dentro la melodia di un canto. Porta con sé l’idea che il linguaggio, quando raggiunge una certa intensità, smette di descrivere il mondo e lo convoca. E allora tutto accade. ENCANTATION Sacrifici, gris-gris, spiriti e jinn, sages e marabut, presagi e offerte, riti e fetiches, magia bianca e magia nera, la fortuna e il fatalismo, e poi Allah o le bon Dieu qui nous assiste. Quando chiediamo a William di trovare una parola che racchiuda questo spazio simbolico e rituale, non ha esitazioni: «encantantions, tout le voyage est rempli de encantations». Compiere l’aventure è essenzialmente una questione di «buona atmosfera», cioè di condizioni favorevoli, siano esse in rapporto agli elementi naturali dell’ambiente, come per esempio il meteo durante una traversata marittima, o a quelli di natura sociale e politica, come la predisposizione all’accoglienza da parte delle comunità stanziali, il comportamento della polizia, la congiuntura internazionale che determina l’efficacia del border regime, e così via. La religione e la magia servono a decifrare e propiziare tale atmosfera.  Encantation, Incantazione è un termine che viene dal latino e si riferisce al cantare, recitare, formule magiche. Riassume in sé una molteplicità di atti e credenze che accompagnano il viaggio e costruiscono uno spazio spirituale condiviso fra gli aventurier e gli stessi organizzatori arabi dei viaggi. Cristianesimo e islam, in tutte le declinazioni possibili, convivono fianco a fianco sia nei luoghi di preparazione della partenza, sia sui toba che compiono la traversata del Mediterraneo centrale; ma sotto la pelle del religioso lavora in continuazione un sostrato magico e animista. Spesso le barche che partono prevedono un sacrificio: un montone offerto dall’arab, la cui carne – in un rito di comunione – sarà condivisa da passeggeri, capitani e organizzatori del viaggio e il cui sangue viene versato in terra. Quali oggetti magici – gris-gris – indossare affinché la traversata abbia successo? Per saperlo molti interpellano a distanza i marabut, guide magiche e terapeutiche attraverso cui si può vedere il futuro e che, come contro-partita, prescrivono sacrifici o azioni da compiere per ottenere l’esito desiderato. Altri consultano i sages – gli anziani nei villaggi – per avere consigli e compiono riti di diverso tipo. Tutti pregano e Dio viene in continuazione evocato perché, come ci dice Malik, «è fondamentale, è ovunque, sulla strada» (si veda Dieu). Encantation opera come termine astratto, minimo comune denominatore, compreso da tutti. Fare il viaggio non è solo una questione materiale ma richiede fortuna e un investimento simbolico propiziatorio, a cui ci si dedica collettivamente come toba e individualmente come passeggeri. E se qualcosa va storto, il fatalismo opera come protezione simbolica e come dispositivo di neutralizzazione del rischio e della paura, perché «le vite e il destino degli aventurier sono nelle mani di Dio». E poi ovviamente anche il mondo magico è pieno di arnaqueur.  ESEMPI DAL CAMPO Tutti i convoi prima di uscire devono fare un sacrificio, per domandare la rotta. Nell’Africa nera, da noi, si fanno delle encantations, ma non è mai sicuro al cento per cento, è vero che è importante farlo ma è solo Dio che ha la verità. A volte il convoi non arriva perché ci sono persone possedute. Sai, l’acqua è pura, ma se ci sono degli oggetti impuri, anche l’acqua diventa impura e il convoi non arriva o ritarda, a causa di una persona. È molto pericoloso. Io non uso gris-gris, preferisco sentire i saggi del villaggio, i guardiani della spiritualità, e fare un sacrificio. Tutto ciò che è mistico ha vantaggi ma anche rischi. Il gris-gris naturale è la preghiera. Gli arabi recitano invece dei versetti del Corano quando sacrifichiamo il montone. Devi sapere che quando un convoi arriva in Europa, quando c’è boza, ci sono state molte encantations dietro, molte domande, molte consultazioni. E se non arriva, è perché c’è uno spirito negativo fra i passeggeri.  Intervista con william, corrispondente del giornale delle rotte  «Ci sono i buoni marabutti ma anche i truffatori; ci sono le brave guide e le cattive, così come ci sono i bravi organizzatori dei viaggi e i disonesti. Il sapere dei marabutti risiede in un libro segreto molto costoso; è il libro e la conoscenza che permettono di entrare in connessione con i jinn, esseri magici che popolano il mondo e sono più numerosi degli esseri umani». Abdou ci rivela poi di essere lui stesso un marabutto e di saper riconoscere i jinn quando prendono la forma di un animale o di un uomo. Queste dimensioni, lungi dall’essere pittoresche, innervano la costruzione simbolica e materiale del viaggio: «Ogni buon cokseur ha il suo marabutto. Si parte consultandolo. Il convoglio può essere ritardato se il marabutto dice di vedere segni nefasti». Il marabutto costruisce così una specie di meteo, un’atmosfera, un paesaggio della fortuna avversa o propizia. Nel corso del racconto Abdou descrive la sua vita da aiutocokseur e ne segna la fine nel momento in cui una barca (convoi) con molte persone a bordo, su cui fa partire un suo amico del villaggio, si perde: «Ne abbiamo lanciati tanti con successo, una quarantina di convoi. Ma su questo c’erano tutti i segni avversi. Il marabutto aveva detto di ritardarlo. Purtroppo lui, il mio vicino, è voluto partire lo stesso. Tutti i passeggeri ci mettevano fretta. Di solito in tre-quattro giorni vedi un risultato, ma in questo caso dopo venti non sapevamo ancora nulla».  Estratto dai diari di campo, febbraio 2023
Acqua blu, acqua benedetta
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 ACQUA BLU Esiste, al largo, una linea che non appare, ben conosciuta dagli avventurieri: è il confine tra l’acqua nera e l’acqua blu. L’acqua nera è fangosa, bassa, pesante. Vicina alle coste della Tunisia, non è ancora la linea di salvezza. L’acqua blu, invece, è leggera, profonda, piena di vita; allontana dalle frontiere più a sud della fortezza e avvicina a Lampedusa. Per i viaggiatori dell’avventura la geografia fatta di carte, linee, frontiere è solo una parte della storia del movimento. L’altra metà è scritta nel colore dell’acqua, nell’apparizione dei delfini, nel cambiamento della luce. Quel blu, che ha tutto il pericolo delle acque profonde,  apre al soccorso nell’immaginario degli aventuriers. Eppure, le acque blu sono diventate il nuovo teatro della caccia. Dal giugno 2024, anno in cui é stata istituita la SAR tunisina, anche l’acqua blu può tradire. Nonostante tutto, da Tripoli a Nouakchott, da Sfax a Tangeri, eau-bleue continua a significare una cosa sola: la speranza è ancora possibile e l’Europa é vicina. EAU BLEUE Parola a cura di Roberta Derosas e Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Per i viaggiatori dell’Africa occidentale che provano a raggiungere Lampedusa l’espressione eau-bleue («acqua blu») indica una linea di demarcazione e un orizzonte di speranza: l’ingresso nelle acque internazionali e l’abbandono di quelle territoriali tunisine. È il segnale della prossimità dell’Europa e di una possibile salvezza imminente. E il luogo dove sfuma la presa delle autorità tunisine sulla vita degli aventurier. Anche se il viaggio può essere ancora lungo e pericoloso, raggiungere l’acqua-blu rappresenta la libertà per tutti i passeggeri del toba, come quando si grida, giocando a nascondino: «Tana, liberi tutti».  Se il cromatismo associato all’acqua riflette una specifica idrografia dello spazio marittimo tunisino, nel contempo richiama una dimensione simbolica più vasta, estesa ad altri contesti dell’avventura. Le acque territoriali, lungo le coste a nord di Sfax e attorno alle isole Kerkennah, sono caratterizzate da fondali bassi e fangosi, dove i toba vengono spesso intercettati e respinti dalla guardia costiera e dalla marina militare tunisina. Superate di poche miglia le isole Kerkennah, il colore dell’acqua muta e compaiono i delfini, che accompagnano la prua delle imbarcazioni e sono considerati di buon auspicio. In tal senso l’eau-bleue si contrappone all’eau-sale («acqua-sporca») o all’eau-noire («acqua-nera»), incarnando la speranza e la libertà in opposizione all’orizzonte di partenza, fatto di violenza e dolore. L’acqua-blu è anche descritta come leggera e navigabile, a differenza di quella fangosa, pesante e di difficile attraversamento: l’una spinge in avanti, l’altra trattiene. Paradossalmente le acque basse, fangose, rendono la prima parte del viaggio più sicura dal punto di vista nautico. Come se ci fosse un’inversione  dei fattori di rischio: nelle acque sporche il rischio nautico è basso ma è alto quello di intercettazione; nelle acque blu quello di intercettazione diminuisce ma aumenta quello nautico.  Nell’immaginario collettivo degli aventurier l’acqua-blu rappresenta lo spazio in cui valgono il diritto al soccorso e il principio di non-respingimento. Tuttavia l’istituzione della zona di Search and Rescue (Sar) tunisina nel giugno 2024 – ovvero la zona di acque internazionali sulla quale uno stato dichiara la propria responsabilità nel coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di persone o imbarcazioni in difficoltà – cambia radicalmente il paesaggio giuridico, perché anche le acque internazionali diventano teatro delle operazioni di intercettazione da parte del regime di Kaïs Saïed, sostenute da fondi europei e italiani. In questo tratto di mare, una volta simbolo di salvezza, si combatte oggi una nuova battaglia navale: la flotta civile agisce per soccorrere mentre le autorità europee, coadiuvate dai voli e dai droni di Frontex, supportano gli assetti militari tunisini per evitare l’arrivo a Lampedusa. Nonostante sia mutato il contesto, raggiungere l’eau-bleue continua a significare una concreta possibilità di salvezza (espressa dal grido boza free!) al punto che, quando la traversata fallisce e la fortuna non ha accompagnato i naviganti, si usa dire con rammarico: «Eravamo quasi arrivati all’acqua-blu».  Eau-bleue, come codice, è diffuso anche in Libia, Marocco, Mauritania e in altri contesti di partenza come sinonimo di acque internazionali e, per estensione, di «fine pericolo respingimento».  ESEMPI DAL CAMPO I migranti che parlano dell’acqua-blu vuole dire che hanno fatto tanta strada, vuol dire che la Tunisia è quasi finita e si è quasi raggiunta l’Italia. I militari stazionano sulla linea internazionale. Ci aspettano lì. Dopo l’acqua sporca, c’è la zona tampone con l’acqua un po’ verde. E poi c’è l’acqua blu tunisina, ma l’acqua blu italiana è più blu di quella tunisina. Io stesso sono stato bloccato più volte a livello dell’acqua blu tunisina.  Intervista con Tala, corrispondente del giornale delle rotte L’acqua-blu è un codice. In Tunisia ci sono due tipi di acque. Quando lasci le spiagge, per due o tre ore devi attraversare l’acqua-nera. Quando esci dalla Tunisia, inizi a vedere il cambiamento del colore e i delfini che viaggiano con te. L’acqua dell’Europa e l’acqua dell’Africa sono separate. L’acqua dell’Europa è blu, quella della Tunisia è nera. L’acqua-blu vuol dire che sei proprio alla frontiera. E lì sull’acqua-blu internazionale prima non potevamo essere respinti. Ma adesso con il potere che Meloni ha dato al dittatore tunisino, si permettono di catturarti anche nelle acque internazionali. Anche in Libia molti convoi sono stati respinti con la forza nelle acque internazionali. Quando prendi il mare, bisogna fare ogni sforzo per raggiungere l’acqua-blu. Lì hai molte più speranze di passare. Acqua-blu è un codice internazionale fra tutti i bozayeur, fra tutti i neri, non è solo un codice per chi è in Tunisia. Intervista con William, corrispondente giornale delle rotte.
Disparu
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 MAFQOUD Lasciamo presentare la parola ai Corrispondenti del Giornale delle Rotte: Il mare non restituisce i nomi. A volte, restituisce i corpi quando il sale ha già finito il suo lavoro. Una madre tiene una foto. Aspetta di essere autorizzata a piangere. Ha pagato dodicimila euro per riportare a casa i suoi figli. Si è indebitata per seppellirli. Senza corpo non c’è lutto, dicono. Senza corpo la morte non è certa. Disparu è intrappolato in un tempo che non passa: per chi è andato e per chi è rimasto ad aspettare. DISPARU Parola a cura di Jacopo Anderlini e Vincenza Pellegrino dell’Università di Parma I termini disparu in francese, e mafqud, in arabo, indicano le persone scomparse durante le traversate del Mediterraneo o nei tentativi di «bruciare» le frontiere, il cui numero si conta oggi in numerose decine di migliaia. Se l’Organizzazione internazionale per le migrazioni parla di oltre trentamila morti nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni, il numero è certo ben maggiore poiché moltissime persone scomparse non vengono denunciate né registrate. Per rendere l’idea, nel mese di agosto 2023, in uno dei nostri periodi di ricerca sul campo, nell’obitorio della provincia di Zarzis, nel sud della Tunisia, un conricercatore tunisino che si occupa di documentare i disparu ha ottenuto un registro dove si parlava di novecento corpi restituiti dal mare e recuperati sulle spiagge del litorale tunisino meridionale nella sola stagione estiva.  Disparu non rimanda semplicemente all’assenza di una persona – morta o scomparsa senza lasciare tracce – rinvia piuttosto a una condizione liminale di scomparsa che sfida le categorie di vita e morte, producendo una sofferenza che è al tempo stesso individuale, familiare e sociale.  La scomparsa non è un evento puntuale ma un processo prolungato nel tempo che coinvolge non solo chi parte senza mai arrivare ma anche le loro intere reti familiari e sociali. Le madri, i padri, i fratelli e le sorelle di chi è scomparso si trovano intrappolati in una dimensione temporale alterata, dove l’attesa diventa essa stessa una forma di violenza.  La categoria di disparu mette a nudo non solo quanto la traversata sia mortifera ma anche il fallimento del sistema europeo di identificazione e registrazione delle vittime del confine. Molti corpi vengono restituiti dal mare settimane o mesi dopo Nel raccontarci la sua storia di mancanza e perdita legata ai figli morti la morte, quando sole, sale e decomposizione li hanno resi irriconoscibili. Altri non riemergono mai, lasciando le famiglie in una condizione di incertezza senza fine: senza corpo non c’è lutto possibile.  In questo vuoto istituzionale alcune famiglie dei disparu si sono organizzate e hanno creato gruppi di solidarietà – come Mem.Med – Memoria mediterranea o la Terre pour tous – che lavorano con reti transnazionali come Commemor’action, nata nel 2014 dopo la strage del Tarajal a Ceuta dove decine di persone sono morte o scomparse nel tentativo di raggiungere l’enclave spagnola in Marocco. Queste reti attraversano e sfidano le burocrazie dei confini nazionali, si scambiano informazioni, portano avanti battaglie legali per ottenere identificazioni, rivendicando così il diritto alla verità. Inoltre prendono parola pubblicamente e costruiscono strumenti di documentazione dal basso, archivi dove le storie dei singoli scomparsi vengono raccontate, i loro nomi registrati e le loro vicende sottratte all’oblio istituzionale, trasformando il dolore privato in azione politica collettiva.  La condizione di disparu, infine, rende visibile la violenza del sistema dei visti e del regime confinario, che separa arbitrariamente chi ha diritto alla mobilità e chi no. Per le famiglie la battaglia per ritrovare i propri cari diventa anche una lotta contro l’ingiustizia di un mondo dove persino nella morte si applicano forme di discriminazione economica e razziale.  ESEMPI DAL CAMPO Nell’attraversamento del Mediterraneo e per lungo tempo risultati scomparsi, Amira descrive quello che per lei è stato il periodo più buio, caratterizzato da una battaglia contro un sistema che nega l’importanza del rapporto con i corpi dei propri cari per elaborare il lutto. Le madri di chi è scomparso sono sospese in uno stato in cui non sono né in vita né morti, e devono scontrarsi con il rifiuto dell’autorità di umanizzare la relazione familiare e di facilitare l’identificazione dei defunti. È questa mancanza, secondo Amira, che condanna le persone a una dimensione di sofferenza insopportabile, privandole della possibilità di fare i conti con la perdita, di immaginare gli ultimi momenti dei loro cari e, in definitiva, di trovare un senso di chiusura.  Estratto dai diari di campo, ottobre 2023  Davanti all’ambasciata italiana a Tunisi una donna anziana tiene un cartello con scritte in arabo la data di scomparsa del figlio e la domanda: «Dove è scomparso mio figlio?». Accanto ai manichini di ferro senza testa che rappresentano i giovani dispersi, le madri siedono per terra sotto un telo, ognuna con la foto del proprio figlio scomparso. Uno striscione recita: «Questi sono i morti dispersi nel mare, vittime della Fortress Europe». Estratto dai diari di campo, ottobre 2023 Nella casa di Souad alcune cose appaiono bloccate, ferme nel tempo. La camera dei due figli, scomparsi nel Mediterraneo l’uno a distanza di un anno dall’altro, le loro fotografie, le loro vite. Souad ci racconta di come paradossalmente il suo dolore ha cominciato a evolvere (esplodere, rendersi visibile, rendersi curabile) solo con il ritrovamento dei loro corpi in due spiagge della sponda nord della Sicilia. «Per riavere i loro corpi dallo stato italiano ho pagato circa dodicimila euro, abbiamo fatto una enorme colletta. Mi sono indebitata per riaverli».  Estratto dai diari di campo, ottobre 2023
Par la grâce de Dieu
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Tutte le parole che hanno posto nel Contro dizionario, hanno una prima volta, che  poi si ripete. Anche Dio si è rivelata cosi: Vincenza Pellegrino l’ha ascoltata una volta e poi di nuovo e ancora, come una benedizione quando qualcuno le regalava la propria storia, come un’invocazione per dire che Dio era dalla sua parte, come preghiera quando le si raccontava l’intenzione di partire. Hamid BM le ha rivelato quanto fosse masticata questa parola nei campi, dicendo che era una delle più importanti, che passava di bocca in bocca, di gesto in gesto, nel movimento, nelle attese.  Questa parola non è un’idea astratta ma una presenza che si respira. Dio è un nome ripetuto come un ritmo, un sostegno che tiene insieme, allontana la paura e alimenta speranza. Nei campi, nelle foreste, sulle barche, la fede diventa parola condivisa, un mantra che aiuta ad accettare il rischio e a trasformarlo in destino. Affidarsi a Dio significa riconoscere la possibilità della morte, ma anche darle un senso, iscriverla in un cammino che continua oltre l’ostacolo. Non c’è frase di un avventuriero che non sia accompagnata da par la grace de Dieu osi Dieu le veux. Nell’universo delle persone in movimento, Dio è guida invisibile e forza politica: sta dalla parte di chi fugge, di chi non ha protezione, contro un mondo che blocca e respinge. La fede permette di resistere, leggere l’esperienza come prova e rivelazione. Così, anche quando tutto tenta di impedire il movimento, Dio, preghiere e gesti sacri lo tengono in vita. DIEU Parola a cura di Vincenza Pellegrino, Università di Parma e Hamid BM Dio, è molto nominato nelle esperienze di mobilità interdetta, potremmo dire che è spesso presentato come motore stesso e nutrimento della migrazione interdetta. La credenza in Dio e più in generale la dimensione spirituale è elemento centrale per resistere e tenere duro durante l’avventura migratoria (si veda Encantation). «Sei mio padre, mia madre, la mia destra, la sinistra. Sei il solo che mi può aiutare»: questo è uno dei tanti mantra diffusi che si sentono a ogni ora negli accampamenti e sulle barche, dice Hamid. Mantra che puoi sentire nelle foreste, nelle brousse o negli zitounes. Parlando insieme di diverse testimonianze, Hamid sottolinea come queste pratiche di richiamo alla volontà di Dio manipolano simbolicamente innanzitutto l’accettazione del rischio: «Accetto la decisione che tu accetti per me». In questo riferirsi alla volontà di Dio, quindi, sta innanzitutto la conoscenza della dimensione mortifera del contesto sociale istituito, del fatto che muoversi per molte persone si è tradotto negli ultimi anni nella esposizione alla morte.  Più in generale, tuttavia, il riferimento costante dei migranti a Dio precede le ritualità di protezione all’esposizione al rischio, è qualcosa che si sente nell’aria ovunque in questi campi perché chi si mette in mobilità viene spesso da contesti dove le persone di origine africana sono profondamente credenti e praticanti – tanto tra i musulmani che tra i cristiani, cattolici o protestanti – di forme religiose monoteistiche spesso sincretiche a pratiche improntate all’animismo e alla relazione spirituale profonda con il mondo naturale. La maggior parte delle persone intrappolate nelle frontiere militarizzate e che fuggono da contesti violenti, quindi, credono profondamente e vedono in Dieu declinazione di un destino orientato: ti espone al mondo e te lo l’unica forma di potere/potenza in grado di aiutare gli ultimi, i perseguitati, les soldats o les aventuriers con poca speranza di sopravvivere e che il mondo degli uomini potenti osteggia. «Non hai nessuno che ti conduce. Nessuno che ti protegge. Il mondo degli umani ti ostacola e ti imprigiona. Ma Lui è dalla tua parte perché tu hai fede. E se ti ha condotto sino lì, significa che continua a condurti. Per questo che non solo io, ma tutti, durante tutta questa esperienza sentono che Dio è dalla parte di chi vuole salvarsi, è contro le leggi che ti impediscono di salvarti», dice Hamid.  Questo sistema di pensiero, ricorrente nel discorso dei testi moni di cui stiamo parlando, è interessante per vari motivi: mostra empiricamente che la società globale delle persone che non hanno diritto di muoversi e di portarsi in salvo dalle ingiustizie (che la stessa immobilità forzata fa esplodere) è una società di credenti, società che il viaggio in qualche modo post secolarizza ancora più marcatamente.  Inoltre il tipo di discorsi che si fanno su Dio dentro la mobilità impedita sono interessanti poiché costruiscono una specifica forma di epopea collettiva, costituiscono un insieme di mantra, esclamazioni, racconti che nutrono una specifica pedagogia della migrazione («anche e soprattutto ai bambini si insegna a pregare per il viaggio, a chiamare Dio come protettore per chi non ha nulla e nessuno che lo difenda»). Manipolando concettualmente l’idea del probabile fallimento e della probabile morte di chi è costretto a nascondersi perché tra gli uomini non ha più avvocati, né tribunali, né possibili difensori, dà a Dio un ruolo attivo nella storia, un ruolo potremmo dire politico: Dio vuole la giustizia, la salvezza di chi non ha nulla. Dio è la mostra per quel che è, ti mette in un percorso da cui puoi capire la natura delle cose umane, ti dà la forza di accettarle sapendo che anche fallire avrà senso, ma al tempo stesso ti accompagna nel modificarle. In tal senso la vivezza e la presenza di Dio sono del tutto specifiche in questi campi e colpiscono soprattutto noi ricercatori che proveniamo da società secolarizzate e disincantate. Infine, la fede e l’attaccamento alle pratiche religiose sono riportati come importanti elementi di facilitazione e socializzazione nelle società di transito, soprattutto nel caso delle persone di religione musulmana e del transito attraverso il Maghreb, contesto in cui la solidarietà dal basso risponde a forme di organizzazione religiosa.  ESEMPI DAL CAMPO Essere musulmano mi ha aiutato molto con gli arabi. Sentivano la mia credenza, eravamo fratelli. Io avevo un piccolo Corano portatile che mi è stato regalato e quando mi prendevano e lo vedevano chiedeva no scusa. Era un dono di protezione. Sono arrivato in Italia con il mio zaino con la camera d’aria e il piccolo Corano, tutto lì. E un pull che ho buttato appena arrivato. Intervista con hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia  È come se avessi avuto una persona nascosta in me che mi conduce va. Anzi mi spingeva. Eravamo in otto sotto l’albero in Tunisia e sono il solo che è arrivato, è il mio destino e l’ho accettato salendo sulla barca pensando che Dio aveva per me l’esperienza di non farmi arrivare ma di farmi vivere la conoscenza di quel viaggio e che era con me!  Intervista con ismail, giovane uomo di origine ivoriana, conosciuto in Tunisia
Comita: la parole del legame
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La comita parla di legame. Persone che si uniscono, mettono insieme i pochi mezzi che hanno e trasformano la fiducia in forza, in una rotta condivisa, in una possibilità. Non ci sono intermediari né promesse comprate: solo mani che collaborano, conoscenze messe a disposizione del mare e qualcuno che accetta di guidare, diventando rais, portando sulle spalle il rischio e la speranza di tutti. È un partire che cresce nei quartieri, tra chi il mare lo conosce da sempre, tra chi lo attraversa già con lo sguardo prima ancora che con il corpo. La comita racconta che migrare è una scelta costruita dentro reti di fiducia, risorse e coraggio. E allo stesso tempo rivela le disuguaglianze: perché solo alcuni possono permettersi di partire così, mentre altri restano affidati a mani sconosciute. È, in fondo, una traversata che non comincia dalla riva, ma dalle relazioni: un pezzo di comunità che si stacca dalla terra e prova, insieme, a immaginare un altrove. COMITA Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova Il verbo latino committere è entrato dentro il dialetto tunisino attraverso la parola comita, un termine che indica una «compagnia», una «comitiva», un «equipaggio» che si mette d’accordo per organizzare l’attraversamento del canale di Sicilia in maniera autonoma, acquistando collettivamente la barca e tutto il materiale per dividere le spese e partire verso l’Italia. In Tunisia questa modalità di uscita (kharja) è contrapposta al viaggio organizzato attraverso un facilitatore (si veda Harrag), che permette di evitare i rischi di una truffa e i costi del servizio di intermediazione. La migrazione in comita segue linee di amicizia, familiari e di vicinato, fondando la partenza su (supposte) relazioni di fiducia, in rari casi utilizzando i social network per completare l’equipaggio. Rivelando in altre parole come la combinazione di capitale sociale e capitale economico strutturi precise pratiche di viaggio.  Muoversi in comita è quindi una modalità di uscita dalla Tunisia esclusivamente a portata di chi ha le giuste conoscenze marinaresche e una certa familiarità con la navigazione, a chi riesce cioè ad accedere direttamente ai mezzi di produzione della rotta migratoria mediterranea. È la modalità di chi ha già i contatti necessari per acquistare – o rubare, spesso nel manshar (il cantiere di riparazione), ma le conseguenze in caso di intercettazione sono più rischiose – una barca e il resto del materiale (Gps, motore, giubbotti, ecc.), mettere insieme l’equipaggio e trovare una persona in grado di guidare, che si prende il rischio di farsi eleggere come rais, parola che in arabo indica il capitano dell’imbarcazione (si veda Capitain). Per questo motivo è una modalità di viaggio che è utilizzata primariamente dagli abitanti tunisini della costa a sud della capitale Tunisi, che – se comparati con i tunisini dell’interno o i subsahariani che arrivano «da fuori» – hanno un accesso privilegiato allo spazio marittimo del canale di Sicilia e che possono mobilitare un sapere specifico legato alla pesca, in un contesto dove la costruzione, l’acquisto e il possesso di barche sono strettamente monitorati dallo stato.  I giovani uomini tunisini delle regioni costiere di Nabeul, Susa, Monastir, Mahdia, Sfax, Gabès, Medenin vedono con estrema naturalezza la prospettiva di percorrere in autonomia le miglia che dividono la costa tunisina dall’isola italiana di Lampedusa, muovendosi nelle zone di pesca (si veda Mammellone) e tra le rotte marittime che già molti di loro conoscono, sfidando le intercettazioni sempre più violente della guardia costiera tunisina e il rischio della deportazione dall’Italia. Ad alcuni di loro capita di cogliere l’opportunità, di partire quasi per caso, raccogliendo la proposta di imbarcarsi da parte di altri amici o parenti, con l’obiettivo di tentare la fortuna e lavorare qualche anno in Europa prima di ritornare.  Oltre a smentire un certo racconto eurocentrico che dipinge i migranti come orde di disperati pronti a partire a qualsiasi costo senza conoscere i rischi che li aspettano, la possibilità di viaggiare incomita riflette la sempre maggiore stratificazione e segregazione delle forme di attraversamento del canale di Sicilia, prodotte dall’irrigidimento del confine italo-tunisino. Come conseguenza degli accordi di esternalizzazione del confine tra la Tunisia e l’Unione Europea, chi non è un ragazzo tunisino che abita sulla costa e conosce il mare difficilmente riesce a organizzarsi per partire in autonomia, ed è costretto invece a fare affidamento su diverse figure di intermediatori più o meno organizzati (si veda Cokseur), a volte truffaldini e sfruttatori.  ESEMPI DAL CAMPO Ciao ragazzi, chi ha i soldi pronti ed è intenzionato a partire, il mio progetto è per venerdì prossimo. Siamo una comita, ci mancano ancora due persone con i soldi già pronti.  Post su un gruppo facebook  Tutte le persone a Mahdia in un modo o nell’altro conoscono il mare, sanno come si guida una barca. Il viaggio in comita prende forma solo se c’è un pescatore o qualcuno che conosce bene il mare, per questo è un modo caratteristico delle zone costiere. Quelli che vengono dall’in terno non ne sanno molto di mare e sono costretti ad affidarsi a un harrag. Quando su una barca la Garde Nationale trova un equipaggio in cui tutti vengono da fuori e uno dalla costa, quest’ultimo è di solito accusato di essere l’organizzatore o il capitano. Tutti qui abbiamo sempre provato tra di noi, tra amici. Questo tipo di viaggio si chiama comita: io e tutta la gente del quartiere ci siamo sempre organizzati tra di noi in questo modo. Cos’è la comita? È un gruppo di amici che compra il materiale per partire. Chi fa la comita? La fanno i poveri… C’è gente che va in spiaggia di notte per vedere se c’è qualcuno che parte, e si imbuca nel viaggio senza pagare niente…  intervista con Maher, ragazzo di Mahdia
Cokseur: l’organizzatore logistico del viaggio
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Figura di passaggio, sospesa tra mondi, instabile, senza radici né garanzie, il cokseur aggrega una domanda che non può dichiararsi apertamente, la trasforma in movimento. Vive di fiducia e sospetto, di ombra e di fama. È nel suo gesto iniziale, nel raccogliere e mettere in relazione, che il viaggio prende forma. Non è il viaggio, ma  colui che lo rende possibile.  Tessitore di relazioni, raccoglitore di traiettorie disperse. Talvolta onesto, altre no. I luoghi della boza sono incerti, le sue strade non sono segnalate,  ogni direzione è rischio. Ed è allora che appare il cokseur: indica, connette, raduna. Un logista del viaggio. Lo si incontra lontano dal mare, tra stazioni improvvisate e margini urbani, pronto a comporre gruppi di viaggiatori come fossero costellazioni temporanee: autobus, taxi, barche ancora da immaginare. È voce e ponte al contempo, memoria di percorsi già tentati e archivio vivente di contatti. Spesso è stato egli stesso un aventurier, ma ha finito per fermarsi a metà del cammino. Conosce l’avventura e proprio per questo è capace di orientare quello degli altri. COKSEUR Parola a cura di Vincenza Pellegrino – Università di Parma-, Ivan Bonnin e Hamid BM Cokseur è il nome con cui viene indicata la figura di qualcuno che funge da intermediario nel dare informazioni utili a organizzare la boza. È una figura fondamentale poiché spesso gli aventurier si trovano in contesti che non conoscono, dentro i quali è difficilissimo muoversi senza essere intercettati e soprattutto è necessario acquisire informazioni e contatti per proseguire. Il cokseur è quindi una figura di relais: offre informazioni e contatti per proseguire il viaggio, e d’altro canto è colui che raccoglie i passeggeri per formare gli equipaggi di autobus, taxi, barche, per costituire insomma il gruppo di viaggio che affronterà insieme la tappa successiva. Termine solitamente riferito a figure terrestri più che marine (le si incontra lontano dal mare), per traslazione oggi indica anche coloro che organizzano gli equipaggi di mare (più spesso chiamati lanceurs, coloro che lanciano in mare). Nello stesso luogo vi sono spesso molti cokseur, come attori in competizione tra loro e con reputazioni diverse. Il cokseur è quindi l’aggregatore di una domanda sociale, un soggetto liminale posto tra il mondo dei viaggiatori neri e quello dei fornitori tunisini o maghrebini più in generale. Nella complessa organizzazione del viaggio di cui parliamo, il cokseur è spesso una persona che ha tentato la propria boza, ha desiderato raggiungere l’Europa o raggiungere una condizione di regolarità in altri paesi di transito, ma ha fallito nella propria impresa, e – avendo acquisito molta esperienza e contatti – si trova nella condizione di svolgere questo ruolo. «Non avendo famiglia, né radicamento, né diritti, il cokseur è spesso un uomo senza radici e da questo deriva la sua inaffidabilità», mi dice Hamid. A volte però svolgono il ruolo di cokseur anche studenti in migrazione o altre figure che – avendo documenti – possono facilitare le transazioni di soldi per il pagamento dei servizi resi. Perché una questione determinante in questi viaggi verso la salvezza è come svolgere le transazioni, visto che non si può viaggiare facilmente con soldi materiali poiché si è troppo esposti al furto (si veda Cachette). In tal senso una delle principali abilità del cokseur è quella di stabilire legami e relazioni con persone locali o in possesso di documenti attraverso cui effettuare le transazioni. La logica, quindi, è quella di sviluppare reti che consentano la circolazione dei soldi legata ai servizi di informazione, di assemblaggio delle domande e di trasporto necessari a chi deve muoversi nascostamente ma che sono fuori da logiche di sfruttamento criminale – di tipo sessuale e lavorativo ad esempio – alle quali invece allude in modo general generico l’informazione mediatica.  Altra figura simile ma diversa è quella del passeur, termine che indica invece più spesso una persona originaria del paese di transito (ad esempio Marocco, Algeria, Tunisia ma anche Mauritania e così via), e che a differenza del cokseur – che ha un ruolo di relais, informazione, assemblaggio – lavora operativamente a organizzare lo spostamento: ha contatti con gli chauffeur (coloro che guidano i mezzi) o è esso stesso proprietario di qualche mezzo (spesso sono persone che già svolgevano un lavoro nel trasporto di oggetti).  La logica con cui ci si affida a un cokseur o a un passeur è sempre la stessa: quella del passa parola e della raccomandazione informale («altre persone con lui sono riuscite a fare boza»). Ma più in generale si ha poca scelta: per sottrarsi alla violenza bisogna proseguire, e per proseguire spesso ci si espone alla violenza.  Altri termini testimoniano infine della complessa rete di figure che aiutano le persone a cui la mobilità è interdetta a muoversi verso condizioni migliori: tornano ad esempio nelle testimonianze i lanceurs («sono i maghrebini, les arabes che ti lanciano nel mare»), les guides (migranti molte volte respinti o ai quali persone locali insegnano le strade del passaggio), i kamò (una parola che probabilmente viene da camorassien, che sembra essere una traslazione ivoriana della parola «camorrista»). Se il cokseur ha tra i suoi compiti economici quello di reclutare le bouteille per il viaggio, il kamò rappresenta invece il manager del convoi, il soggetto subsahariano che stabilisce i contatti con les arabes.  ESEMPI DAL CAMPO Probabilmente se non fossi riuscito a passare e a salvarmi, se non fossi riuscito a fare boza, io sarei diventato un cokseur perché parlo le lingue e non avrei avuto altre scelte. Ho avuto molte occasioni di diventare cokseur. Ma se sei lì da cinque anni, dieci anni e nessun paese ti dà documenti, né la Tunisia né puoi andare in Europa né puoi tornare che è tutto bruciato, allora cosa fai? Certo che inizi a lavorare nel mondo del viaggio.  Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia