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Par la grâce de Dieu
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Tutte le parole che hanno posto nel Contro dizionario, hanno una prima volta, che  poi si ripete. Anche Dio si è rivelata cosi: Vincenza Pellegrino l’ha ascoltata una volta e poi di nuovo e ancora, come una benedizione quando qualcuno le regalava la propria storia, come un’invocazione per dire che Dio era dalla sua parte, come preghiera quando le si raccontava l’intenzione di partire. Hamid BM le ha rivelato quanto fosse masticata questa parola nei campi, dicendo che era una delle più importanti, che passava di bocca in bocca, di gesto in gesto, nel movimento, nelle attese.  Questa parola non è un’idea astratta ma una presenza che si respira. Dio è un nome ripetuto come un ritmo, un sostegno che tiene insieme, allontana la paura e alimenta speranza. Nei campi, nelle foreste, sulle barche, la fede diventa parola condivisa, un mantra che aiuta ad accettare il rischio e a trasformarlo in destino. Affidarsi a Dio significa riconoscere la possibilità della morte, ma anche darle un senso, iscriverla in un cammino che continua oltre l’ostacolo. Non c’è frase di un avventuriero che non sia accompagnata da par la grace de Dieu osi Dieu le veux. Nell’universo delle persone in movimento, Dio è guida invisibile e forza politica: sta dalla parte di chi fugge, di chi non ha protezione, contro un mondo che blocca e respinge. La fede permette di resistere, leggere l’esperienza come prova e rivelazione. Così, anche quando tutto tenta di impedire il movimento, Dio, preghiere e gesti sacri lo tengono in vita. DIEU Parola a cura di Vincenza Pellegrino, Università di Parma e Hamid BM Dio, è molto nominato nelle esperienze di mobilità interdetta, potremmo dire che è spesso presentato come motore stesso e nutrimento della migrazione interdetta. La credenza in Dio e più in generale la dimensione spirituale è elemento centrale per resistere e tenere duro durante l’avventura migratoria (si veda Encantation). «Sei mio padre, mia madre, la mia destra, la sinistra. Sei il solo che mi può aiutare»: questo è uno dei tanti mantra diffusi che si sentono a ogni ora negli accampamenti e sulle barche, dice Hamid. Mantra che puoi sentire nelle foreste, nelle brousse o negli zitounes. Parlando insieme di diverse testimonianze, Hamid sottolinea come queste pratiche di richiamo alla volontà di Dio manipolano simbolicamente innanzitutto l’accettazione del rischio: «Accetto la decisione che tu accetti per me». In questo riferirsi alla volontà di Dio, quindi, sta innanzitutto la conoscenza della dimensione mortifera del contesto sociale istituito, del fatto che muoversi per molte persone si è tradotto negli ultimi anni nella esposizione alla morte.  Più in generale, tuttavia, il riferimento costante dei migranti a Dio precede le ritualità di protezione all’esposizione al rischio, è qualcosa che si sente nell’aria ovunque in questi campi perché chi si mette in mobilità viene spesso da contesti dove le persone di origine africana sono profondamente credenti e praticanti – tanto tra i musulmani che tra i cristiani, cattolici o protestanti – di forme religiose monoteistiche spesso sincretiche a pratiche improntate all’animismo e alla relazione spirituale profonda con il mondo naturale. La maggior parte delle persone intrappolate nelle frontiere militarizzate e che fuggono da contesti violenti, quindi, credono profondamente e vedono in Dieu declinazione di un destino orientato: ti espone al mondo e te lo l’unica forma di potere/potenza in grado di aiutare gli ultimi, i perseguitati, les soldats o les aventuriers con poca speranza di sopravvivere e che il mondo degli uomini potenti osteggia. «Non hai nessuno che ti conduce. Nessuno che ti protegge. Il mondo degli umani ti ostacola e ti imprigiona. Ma Lui è dalla tua parte perché tu hai fede. E se ti ha condotto sino lì, significa che continua a condurti. Per questo che non solo io, ma tutti, durante tutta questa esperienza sentono che Dio è dalla parte di chi vuole salvarsi, è contro le leggi che ti impediscono di salvarti», dice Hamid.  Questo sistema di pensiero, ricorrente nel discorso dei testi moni di cui stiamo parlando, è interessante per vari motivi: mostra empiricamente che la società globale delle persone che non hanno diritto di muoversi e di portarsi in salvo dalle ingiustizie (che la stessa immobilità forzata fa esplodere) è una società di credenti, società che il viaggio in qualche modo post secolarizza ancora più marcatamente.  Inoltre il tipo di discorsi che si fanno su Dio dentro la mobilità impedita sono interessanti poiché costruiscono una specifica forma di epopea collettiva, costituiscono un insieme di mantra, esclamazioni, racconti che nutrono una specifica pedagogia della migrazione («anche e soprattutto ai bambini si insegna a pregare per il viaggio, a chiamare Dio come protettore per chi non ha nulla e nessuno che lo difenda»). Manipolando concettualmente l’idea del probabile fallimento e della probabile morte di chi è costretto a nascondersi perché tra gli uomini non ha più avvocati, né tribunali, né possibili difensori, dà a Dio un ruolo attivo nella storia, un ruolo potremmo dire politico: Dio vuole la giustizia, la salvezza di chi non ha nulla. Dio è la mostra per quel che è, ti mette in un percorso da cui puoi capire la natura delle cose umane, ti dà la forza di accettarle sapendo che anche fallire avrà senso, ma al tempo stesso ti accompagna nel modificarle. In tal senso la vivezza e la presenza di Dio sono del tutto specifiche in questi campi e colpiscono soprattutto noi ricercatori che proveniamo da società secolarizzate e disincantate. Infine, la fede e l’attaccamento alle pratiche religiose sono riportati come importanti elementi di facilitazione e socializzazione nelle società di transito, soprattutto nel caso delle persone di religione musulmana e del transito attraverso il Maghreb, contesto in cui la solidarietà dal basso risponde a forme di organizzazione religiosa.  ESEMPI DAL CAMPO Essere musulmano mi ha aiutato molto con gli arabi. Sentivano la mia credenza, eravamo fratelli. Io avevo un piccolo Corano portatile che mi è stato regalato e quando mi prendevano e lo vedevano chiedeva no scusa. Era un dono di protezione. Sono arrivato in Italia con il mio zaino con la camera d’aria e il piccolo Corano, tutto lì. E un pull che ho buttato appena arrivato. Intervista con hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia  È come se avessi avuto una persona nascosta in me che mi conduce va. Anzi mi spingeva. Eravamo in otto sotto l’albero in Tunisia e sono il solo che è arrivato, è il mio destino e l’ho accettato salendo sulla barca pensando che Dio aveva per me l’esperienza di non farmi arrivare ma di farmi vivere la conoscenza di quel viaggio e che era con me!  Intervista con ismail, giovane uomo di origine ivoriana, conosciuto in Tunisia
Comita: la parole del legame
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La comita parla di legame. Persone che si uniscono, mettono insieme i pochi mezzi che hanno e trasformano la fiducia in forza, in una rotta condivisa, in una possibilità. Non ci sono intermediari né promesse comprate: solo mani che collaborano, conoscenze messe a disposizione del mare e qualcuno che accetta di guidare, diventando rais, portando sulle spalle il rischio e la speranza di tutti. È un partire che cresce nei quartieri, tra chi il mare lo conosce da sempre, tra chi lo attraversa già con lo sguardo prima ancora che con il corpo. La comita racconta che migrare è una scelta costruita dentro reti di fiducia, risorse e coraggio. E allo stesso tempo rivela le disuguaglianze: perché solo alcuni possono permettersi di partire così, mentre altri restano affidati a mani sconosciute. È, in fondo, una traversata che non comincia dalla riva, ma dalle relazioni: un pezzo di comunità che si stacca dalla terra e prova, insieme, a immaginare un altrove. COMITA Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova Il verbo latino committere è entrato dentro il dialetto tunisino attraverso la parola comita, un termine che indica una «compagnia», una «comitiva», un «equipaggio» che si mette d’accordo per organizzare l’attraversamento del canale di Sicilia in maniera autonoma, acquistando collettivamente la barca e tutto il materiale per dividere le spese e partire verso l’Italia. In Tunisia questa modalità di uscita (kharja) è contrapposta al viaggio organizzato attraverso un facilitatore (si veda Harrag), che permette di evitare i rischi di una truffa e i costi del servizio di intermediazione. La migrazione in comita segue linee di amicizia, familiari e di vicinato, fondando la partenza su (supposte) relazioni di fiducia, in rari casi utilizzando i social network per completare l’equipaggio. Rivelando in altre parole come la combinazione di capitale sociale e capitale economico strutturi precise pratiche di viaggio.  Muoversi in comita è quindi una modalità di uscita dalla Tunisia esclusivamente a portata di chi ha le giuste conoscenze marinaresche e una certa familiarità con la navigazione, a chi riesce cioè ad accedere direttamente ai mezzi di produzione della rotta migratoria mediterranea. È la modalità di chi ha già i contatti necessari per acquistare – o rubare, spesso nel manshar (il cantiere di riparazione), ma le conseguenze in caso di intercettazione sono più rischiose – una barca e il resto del materiale (Gps, motore, giubbotti, ecc.), mettere insieme l’equipaggio e trovare una persona in grado di guidare, che si prende il rischio di farsi eleggere come rais, parola che in arabo indica il capitano dell’imbarcazione (si veda Capitain). Per questo motivo è una modalità di viaggio che è utilizzata primariamente dagli abitanti tunisini della costa a sud della capitale Tunisi, che – se comparati con i tunisini dell’interno o i subsahariani che arrivano «da fuori» – hanno un accesso privilegiato allo spazio marittimo del canale di Sicilia e che possono mobilitare un sapere specifico legato alla pesca, in un contesto dove la costruzione, l’acquisto e il possesso di barche sono strettamente monitorati dallo stato.  I giovani uomini tunisini delle regioni costiere di Nabeul, Susa, Monastir, Mahdia, Sfax, Gabès, Medenin vedono con estrema naturalezza la prospettiva di percorrere in autonomia le miglia che dividono la costa tunisina dall’isola italiana di Lampedusa, muovendosi nelle zone di pesca (si veda Mammellone) e tra le rotte marittime che già molti di loro conoscono, sfidando le intercettazioni sempre più violente della guardia costiera tunisina e il rischio della deportazione dall’Italia. Ad alcuni di loro capita di cogliere l’opportunità, di partire quasi per caso, raccogliendo la proposta di imbarcarsi da parte di altri amici o parenti, con l’obiettivo di tentare la fortuna e lavorare qualche anno in Europa prima di ritornare.  Oltre a smentire un certo racconto eurocentrico che dipinge i migranti come orde di disperati pronti a partire a qualsiasi costo senza conoscere i rischi che li aspettano, la possibilità di viaggiare incomita riflette la sempre maggiore stratificazione e segregazione delle forme di attraversamento del canale di Sicilia, prodotte dall’irrigidimento del confine italo-tunisino. Come conseguenza degli accordi di esternalizzazione del confine tra la Tunisia e l’Unione Europea, chi non è un ragazzo tunisino che abita sulla costa e conosce il mare difficilmente riesce a organizzarsi per partire in autonomia, ed è costretto invece a fare affidamento su diverse figure di intermediatori più o meno organizzati (si veda Cokseur), a volte truffaldini e sfruttatori.  ESEMPI DAL CAMPO Ciao ragazzi, chi ha i soldi pronti ed è intenzionato a partire, il mio progetto è per venerdì prossimo. Siamo una comita, ci mancano ancora due persone con i soldi già pronti.  Post su un gruppo facebook  Tutte le persone a Mahdia in un modo o nell’altro conoscono il mare, sanno come si guida una barca. Il viaggio in comita prende forma solo se c’è un pescatore o qualcuno che conosce bene il mare, per questo è un modo caratteristico delle zone costiere. Quelli che vengono dall’in terno non ne sanno molto di mare e sono costretti ad affidarsi a un harrag. Quando su una barca la Garde Nationale trova un equipaggio in cui tutti vengono da fuori e uno dalla costa, quest’ultimo è di solito accusato di essere l’organizzatore o il capitano. Tutti qui abbiamo sempre provato tra di noi, tra amici. Questo tipo di viaggio si chiama comita: io e tutta la gente del quartiere ci siamo sempre organizzati tra di noi in questo modo. Cos’è la comita? È un gruppo di amici che compra il materiale per partire. Chi fa la comita? La fanno i poveri… C’è gente che va in spiaggia di notte per vedere se c’è qualcuno che parte, e si imbuca nel viaggio senza pagare niente…  intervista con Maher, ragazzo di Mahdia
Cokseur: l’organizzatore logistico del viaggio
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Figura di passaggio, sospesa tra mondi, instabile, senza radici né garanzie, il cokseur aggrega una domanda che non può dichiararsi apertamente, la trasforma in movimento. Vive di fiducia e sospetto, di ombra e di fama. È nel suo gesto iniziale, nel raccogliere e mettere in relazione, che il viaggio prende forma. Non è il viaggio, ma  colui che lo rende possibile.  Tessitore di relazioni, raccoglitore di traiettorie disperse. Talvolta onesto, altre no. I luoghi della boza sono incerti, le sue strade non sono segnalate,  ogni direzione è rischio. Ed è allora che appare il cokseur: indica, connette, raduna. Un logista del viaggio. Lo si incontra lontano dal mare, tra stazioni improvvisate e margini urbani, pronto a comporre gruppi di viaggiatori come fossero costellazioni temporanee: autobus, taxi, barche ancora da immaginare. È voce e ponte al contempo, memoria di percorsi già tentati e archivio vivente di contatti. Spesso è stato egli stesso un aventurier, ma ha finito per fermarsi a metà del cammino. Conosce l’avventura e proprio per questo è capace di orientare quello degli altri. COKSEUR Parola a cura di Vincenza Pellegrino – Università di Parma-, Ivan Bonnin e Hamid BM Cokseur è il nome con cui viene indicata la figura di qualcuno che funge da intermediario nel dare informazioni utili a organizzare la boza. È una figura fondamentale poiché spesso gli aventurier si trovano in contesti che non conoscono, dentro i quali è difficilissimo muoversi senza essere intercettati e soprattutto è necessario acquisire informazioni e contatti per proseguire. Il cokseur è quindi una figura di relais: offre informazioni e contatti per proseguire il viaggio, e d’altro canto è colui che raccoglie i passeggeri per formare gli equipaggi di autobus, taxi, barche, per costituire insomma il gruppo di viaggio che affronterà insieme la tappa successiva. Termine solitamente riferito a figure terrestri più che marine (le si incontra lontano dal mare), per traslazione oggi indica anche coloro che organizzano gli equipaggi di mare (più spesso chiamati lanceurs, coloro che lanciano in mare). Nello stesso luogo vi sono spesso molti cokseur, come attori in competizione tra loro e con reputazioni diverse. Il cokseur è quindi l’aggregatore di una domanda sociale, un soggetto liminale posto tra il mondo dei viaggiatori neri e quello dei fornitori tunisini o maghrebini più in generale. Nella complessa organizzazione del viaggio di cui parliamo, il cokseur è spesso una persona che ha tentato la propria boza, ha desiderato raggiungere l’Europa o raggiungere una condizione di regolarità in altri paesi di transito, ma ha fallito nella propria impresa, e – avendo acquisito molta esperienza e contatti – si trova nella condizione di svolgere questo ruolo. «Non avendo famiglia, né radicamento, né diritti, il cokseur è spesso un uomo senza radici e da questo deriva la sua inaffidabilità», mi dice Hamid. A volte però svolgono il ruolo di cokseur anche studenti in migrazione o altre figure che – avendo documenti – possono facilitare le transazioni di soldi per il pagamento dei servizi resi. Perché una questione determinante in questi viaggi verso la salvezza è come svolgere le transazioni, visto che non si può viaggiare facilmente con soldi materiali poiché si è troppo esposti al furto (si veda Cachette). In tal senso una delle principali abilità del cokseur è quella di stabilire legami e relazioni con persone locali o in possesso di documenti attraverso cui effettuare le transazioni. La logica, quindi, è quella di sviluppare reti che consentano la circolazione dei soldi legata ai servizi di informazione, di assemblaggio delle domande e di trasporto necessari a chi deve muoversi nascostamente ma che sono fuori da logiche di sfruttamento criminale – di tipo sessuale e lavorativo ad esempio – alle quali invece allude in modo general generico l’informazione mediatica.  Altra figura simile ma diversa è quella del passeur, termine che indica invece più spesso una persona originaria del paese di transito (ad esempio Marocco, Algeria, Tunisia ma anche Mauritania e così via), e che a differenza del cokseur – che ha un ruolo di relais, informazione, assemblaggio – lavora operativamente a organizzare lo spostamento: ha contatti con gli chauffeur (coloro che guidano i mezzi) o è esso stesso proprietario di qualche mezzo (spesso sono persone che già svolgevano un lavoro nel trasporto di oggetti).  La logica con cui ci si affida a un cokseur o a un passeur è sempre la stessa: quella del passa parola e della raccomandazione informale («altre persone con lui sono riuscite a fare boza»). Ma più in generale si ha poca scelta: per sottrarsi alla violenza bisogna proseguire, e per proseguire spesso ci si espone alla violenza.  Altri termini testimoniano infine della complessa rete di figure che aiutano le persone a cui la mobilità è interdetta a muoversi verso condizioni migliori: tornano ad esempio nelle testimonianze i lanceurs («sono i maghrebini, les arabes che ti lanciano nel mare»), les guides (migranti molte volte respinti o ai quali persone locali insegnano le strade del passaggio), i kamò (una parola che probabilmente viene da camorassien, che sembra essere una traslazione ivoriana della parola «camorrista»). Se il cokseur ha tra i suoi compiti economici quello di reclutare le bouteille per il viaggio, il kamò rappresenta invece il manager del convoi, il soggetto subsahariano che stabilisce i contatti con les arabes.  ESEMPI DAL CAMPO Probabilmente se non fossi riuscito a passare e a salvarmi, se non fossi riuscito a fare boza, io sarei diventato un cokseur perché parlo le lingue e non avrei avuto altre scelte. Ho avuto molte occasioni di diventare cokseur. Ma se sei lì da cinque anni, dieci anni e nessun paese ti dà documenti, né la Tunisia né puoi andare in Europa né puoi tornare che è tutto bruciato, allora cosa fai? Certo che inizi a lavorare nel mondo del viaggio.  Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
Clochard
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Les aventuriers hanno una vita complessa: da un lato sono privati di diritti, dall’altro vengono utilizzati per canalizzare paure e frustrazioni sociali. Vengono così costruiti come nemici interni, responsabili simbolici di un disagio collettivo che in realtà ha origini strutturali. In questo quadro, la violenza esercitata contro di loro appare non solo tollerata, ma implicitamente legittimata. Nel contesto del Maghreb, clochard indica gruppi di giovani marginalizzati coinvolti in microcriminalità che esercitano un controllo informale del territorio. Essi prendono di mira soprattutto le persone migranti subsahariane senza documenti, usando violenza e intimidazione per escluderli da spazi urbani e risorse. CLOCHARD Parola a cura di Jacopo Anderlini, Università di Parma Se nel francese standard la parola significa «senzatetto», nei paesi del Maghreb il termine clochard identifica la piccola criminalità che opera nelle periferie urbane e nelle zone rurali impoverite. Si tratta per lo più di giovani, singoli o organizzati in bande locali, talvolta legati alle tifoserie calcistiche. Spesso aggrediscono le persone subsahariane sans papiers, con l’obiettivo non solo di impossessarsi dei loro pochi averi ma anche di affermare il controllo territoriale su spazi che considerano propri. In questo senso, la loro azione emerge come una forma di governance informale che mira a regolare la presenza di soggetti percepiti come estranei e potenzialmente destabilizzanti per gli equilibri consolidati del quartiere. I clochard influenzano di fatto chi può transitare, sostare o lavorare in determinate aree, imponendo un regime di segregazione spaziale che relega le persone subsahariane in transito ai margini più estremi della società.  Questo fenomeno si è particolarmente intensificato in Tunisia a partire dal febbraio 2023, quando il discorso criminalizzante del presidente Kaïs Saïed ha di fatto legittimato socialmente l’aggressione verso i migranti subsahariani. Le successive normative che puniscono chi offre loro alloggio o lavoro hanno completato un processo di stigmatizzazione istituzionale che ha trasformato le persone sans papiers in bersagli socialmente autorizzati. In questo clima di legittimazione statale, la frustrazione generazionale, la disoccupazione e la mancanza di prospettive di mobilità sociale hanno trovato un canale di sfogo nella violenza verso soggetti che lo stato stesso aveva indicato come nemici interni.  Questa violenza dal basso si è poi saldata con l’intensificazione della violenza istituzionale, creando un sistema integrato di oppressione: i rastrellamenti e le deportazioni di massa da parte delle autorità di polizia si sono moltiplicati, mentre parallelamente cresceva l’impunità per le aggressioni compiute da civili.  I migranti subsahariani subiscono così una duplice esposizione alla violenza che ricorda la figura dell’homo sacer descritta da Giorgio Agamben: un soggetto che chiunque può colpire impunemente senza commettere un crimine, escluso tanto dall’ordine giuridico quanto dalla comunità. Come il pharmakos dell’antichità greca, le persone in transito subsahariane funzionano da capro espiatorio collettivo, su cui una società in crisi scarica le proprie tensioni e frustrazioni.  In questo scenario i clochard agiscono come esecutori materiali di un sistema di violenza più ampio che attraversa l’intera società maghrebina. Per i giovani delle periferie impoverite, l’aggressione ai migranti neri diventa un modo di ristabilire simbolicamente la propria posizione sociale: l’umiliazione strutturale – quella hogra che caratterizza l’esperienza di esclusione e frustrazione postcoloniale (si veda Hogra) – trova sfogo nella sopraffazione di chi è percepito come ancora più in basso nella gerarchia sociale.  Vittime del sistema si trasformano così in carnefici di soggetti ancora più deboli.  ESEMPI DAL CAMPO Mary, una donna camerunense sans papiers sulla cinquantina, ci dà appuntamento in una zona periferica di Sfax vicino a dove vive, per raccontarci delle torture e detenzioni subite in Libia e Algeria e della sua attuale condizione in Tunisia. Il luogo d’incontro è sulla soglia di un edificio abbandonato e defilato, vicino alla ferrovia. Mary arriva trafelata e coperta dalla testa ai piedi da un lungo abito. Mentre parla  con noi continua a guardare gli angoli della strada come temesse l’arrivo di qualcuno. Le chiediamo se abbia paura della polizia ma lei nega con decisione: «Il problema sono i clochard di qui, che danno la caccia ai neri». Ci spiega che le persone subsahariane vengono aggredite o taglieggiate quasi quotidianamente da gruppi di giovani tunisini, piccoli criminali della zona che vivono di espedienti, che le picchiano e poi le privano dei loro pochi averi.  Estratto dai diari di campo, gennaio 2024
Clandestino: di nascosto
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Quante volte l’abbiamo ascoltata questa parola? Termine che criminalizza, costruzione politica di un nemico. Tagliente, accusatoria, criminalizzante. Vuol dire di nascosto. Indica ciò che avviene senza autorizzazione, contro la legge. E’ diventato un termine chiave del linguaggio securitario. Trasforma il migrante in figura illegale, sospetta, da controllare. Negli ultimi anni si è imposta nel discorso politico e mediatico, alimentato dalle narrazioni sempre più diffuse che criminalizzano le migrazioni. Ma entra anche nel linguaggio quotidiano, dove, in contesti di tensione e abbandono istituzionale, come a Lampedusa, diventa una parola carica di paura e rabbia.  E poi, siccome le parole sono magiche,  clandestino diventa simbolo identitario e culturale.  Da marchio negativo a segno di resistenza. CLANDESTINO Parola a cura di Luca Giliberti, Università di Parma. L’ etimologia della parola clandestino deriva dal latino clandestinus, che a sua volta proviene daclam, che significa «di nascosto»; indica per lo più cose fatte senza l’approvazione o contro il divieto dell’autorità. Termine molto in voga all’interno del dibattito sulle migrazioni, rimanda a un approccio di tipo securitario e fa riferimento a una dimensione non autorizzata, illegale, che agisce in segreto, evitando i controlli. Si consolida negli ultimi anni nel linguaggio politico mainstream, veicolato dai mass media e cavalcato da forze politiche che fanno della criminalizzazione delle migrazioni il loro cavallo di battaglia.  Parola dalla diffusione feconda, oltre a emergere nel dibattito proibizionista e a fianco delle politiche di razzismo istituzionale, si consolida nel linguaggio dal basso delle popolazioni locali coinvolte direttamente dal fenomeno migratorio. Sull’isola di Lampedusa, per esempio, se storicamente il termine per indicare i migranti è quello di turcu (si veda Turcu), in tempi recenti la parola clandestino emerge in modo decisivo, in un contesto in cui si condensano il risentimento e la frustrazione per il senso di abbandono istituzionale e si fomentano ansie di tipo securitario. Il clandestino diviene allora il nemico da combattere, finendo per incarnare la figura del capro espiatorio.  Al contempo, il concetto di clandestino in altri contesti sociali si trova a ripercorrere il classico schema dello stigma che si trasforma in emblema, e viene rivendicato in vari modi, per esempio attraverso un certo tipo di produzione culturale. La hit globale di Manu Chao, che dà il nome al popolarissimo disco, insieme a una serie di altre produzioni culturali che ne fanno un uso similare – come la famosa canzone del rapper Master Sina e del cantante tunisino Balti – ne sono un chiaro esempio, ribaltando la cornice di senso che solitamente attornia tale concetto.  ESEMPI DAL CAMPO Manchiamo sull’isola da un anno e mezzo e non facciamo in tempo ad arrivare che, già sul taxi, esce fuori la parola clandestino. Il tassista, alla domanda di come va sull’isola, risponde che «i clandestini arri vano ogni giorno e che in questo momento c’è bel tempo, ci saranno sbarchi. Turisti invece ancora niente».  Estratto dai diari di campo, aprile 2025  «Bisogna difendersi. Qui siamo in guerra contro i clandestini…», esordisce Guido. L’inizio della conversazione è d’impatto, evidenziando una netta contrapposizione tra lampedusani e migranti, specialmente quelli di origine tunisina: «I tunisini sono una brutta razza… Vengono a pescare da noi e noi non possiamo pescare da loro. A differenza dei neri, chi arriva qui non scappa da nessuna guerra. Si muovono solo per arricchirsi: ’A jaddina ca camina porta ’a vozza china [la gallina che cammina ha la pancia piena]». Ci racconta attraverso un detto che sembrerebbe stigmatizzare i migranti, in particolare quelli economici. Nonostante la profonda diffidenza nei confronti degli sbarcati a Lampedusa, Guido è stato protagonista di un salvataggio in mare, di cui ci racconta i dettagli con grande emozione: «A me, come a molti, è capitato di incontrare un barcone di clandestini. Ho chiamato i miei amici che mi hanno detto di lasciar stare. Alla fine, ho deciso di trai narli e, se fosse affondata la barca, me li sarei presi a bordo. Non si lasciano le persone amare. Quando siamo arrivati in porto, mi hanno abbracciato come un salvatore… Guarda, ho la pelle d’oca».  Estratto dai diari di campo, settembre 2022  «Sono venuto in Italia, venuto da piccolo / Arabo in Italia, quello che dicono / Scappato dal paese su una barca / Choft 3la 3inaya wled [ho visto coi miei occhi ragazzi del mio paese affondare] / C’è chi si è salvato, c’è chi è morto / C’è chi è annegato, senza ritorno / Buongiorno l’Italia, ciao la Tunisia / Hareb min lbled w houma trak el boulisiya [in fuga dal paese e li insegue la polizia] / Mi sono arrangiato, ho sbagliato / Mi hanno taggato, per maleducato / Io sono cresciuto, ho pagato / […] / Non devo dire grazie a nessuno, perché la mia vita l’ho fatta da solo / E quando da bimbo tu aspettavi il regalo, io ero fuori a raccogliere il denaro / Clandestino / Perché senza soggiorno / Perché senza la mamma / Perché senza ritorno / Clandestino / Io voglio diventare ricco / Facendo contento la mamma / Senza cadere a picco».  Estratto della canzone Clandestino di Master Sina e Balti
Centro, tra ostacolo e orizzonte
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Anche centro è una parola  dalle molteplici sfumature, tra due sponde dello stesso mare. La parola è italiana, ma la si mastica in Tunisia e qui, acquisisce il senso preciso che manca al centro italiano: indica luoghi di cattura e contenimento. Hotspot, Cas, Cpr.  Il termine è entrato rapidamente nel linguaggio dei giovani, che raccontano le esperienze di chi è arrivato in Italia e poi è stato rinchiuso. Video sui social, storie di amici e parenti fanno circolare queste esperienze. Non è un concetto astratto: è uno spazio chiuso, sorvegliato, da cui non si esce. Eppure, negli stessi network, si condividono pratiche per sfuggire, aggirare, resistere. E allora lui è lì,  quasi come un’ingombrante presenza che resta un ostacolo, ma al contempo offre un orizzonte. CENTRO Parola a cura di Jacopo Anderlini, Università di Parma Numerosi sono i prestiti linguistici dall’italiano al tunisino, espressione della secolare prossimità sociale e culturale tra le due sponde del Mediterraneo. Si tratta di parole che toccano vari ambiti del quotidiano: il lavoro, come la pesca o il piccolo commercio, la vita domestica, l’abbigliamento, i trasporti.  Il termine centro non appartiene a questo insieme. La sua comparsa nella lingua tunisina è recente e riflette l’impatto – simbolico e materiale – del regime confinario europeo, non solo sulle pratiche ma anche sugli immaginari e i desideri di mobilità della popolazione tunisina.  Per un parlante italiano, centro è un termine alquanto generico; in Tunisia invece identifica una gamma di specifici dispositivi di confine votati alla cattura e al contenimento: hotspot, Centri di accoglienza straordinaria (Cas), Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). È entrato rapidamente nel lessico dei giovani tunisini – siano essi provenienti dalle classi popolari o della media borghesia – quando discutono dei pro e dei contro, delle possibilità di migrare, pesandone rischi e opportunità. La diffusione del termine si deve ai racconti di chi è riuscito ad arrivare in Italia ma è poi incappato in questi luoghi di detenzione, esperienze che vengono condivise soprattutto attraverso video sui social network. Queste storie circolano anche attraverso le scuole tunisine, in cui – nell’ambito di specifici programmi didattici, spesso finanziati con fondi europei – si ritiene che possano servire come deterrente alla mobilità, informando sui rischi della migrazione. L’esistenza di centri detentivi dove si viene rinchiusi per il solo fatto di provenire da un altro paese viene presentata come una realtà naturale e non il frutto delle politiche mortifere dell’Unione Europea. L’hotspot di Lampedusa rappresenta l’emblema di questi dispositivi: un luogo di detenzione insulare dove chi arriva dall’altra parte del Mediterraneo viene sottoposto a procedure di identificazione e smistamento, trasformando l’intera isola in una prigione a cielo aperto (si veda Lampedusa).  Nonostante la rappresentazione del centro sia quella di un luogo chiuso e recintato, dove si sta in gabbia, non si può uscire e si è sorvegliati costantemente, nelle reti che raggruppano chi è partito e chi non lo è ancora vengono condivise pratiche di resistenza e sottrazione a questo dispositivo, da una parte all’altra del Mediterraneo.  ESEMPI DAL CAMPO Per Hamid, giovane tunisino di un quartiere popolare di Mahdia, il centro non è un’istituzione precisa, ma un’immagine ricorrente fatta di recinzioni, cancelli e guardie. Quando parla dei rischi del viaggio non teme tanto il mare quanto «restare bloccato in un centro per mesi». Questa rappresentazione circola tra i suoi coetanei attraverso racconti, chat su WhatsApp e brevi video su TikTok. È diventata una sorta di deterrente simbolico: il centro come gabbia da evitare a ogni costo, anche se nessuno di loro ci è mai stato di persona. È questa stessa rappresentazione astratta, idealtipica, del centro che vediamo raffigurata nei bozzetti di una scenografia di uno studente dell’Accademia d’arte di Mahdia. Estratto dai diari di campo, febbraio 2025
Oh capitano, mio capitano!
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 CAPITAIN Per chi parte dalle coste a sud, è guida e scommessa. Per chi soccorre, è funzione e responsabilità. Per chi controlla, è crimine. Sta al timone, ma è anche passeggero. Talvolta è esperto, altre improvvisa. Capita anche che di navigazione e motori non sappia nulla e che sia stato costretto. Accanto a lui, il bussoliere, che indica la rotta. All’arrivo, talvolta scompare, nascosto tra i compagni che attraversano e che lui ha guidato fino alle acque più profonde. Talvolta viene preso. Il suo viaggio senza moneta non è gratuito: ha il prezzo del rischio. CAPITANO Parola a cura di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova e Roberta Derosas, Progetto MeltingPot I viaggiatori senza documenti, i solidali della flotta civile, ma anche i funzionari delle istituzioni che presidiano la Fortezza Europa usano tutti la parola capitain, capitano. Ma in ognuno di questi mondi il termine è associato a conseguenze, opportunità, dibattiti, attese, azioni e significati diversi.  Per chi vuole attraversare il mare per raggiungere Lampedusa, così come per gli organizzatori dei viaggi, avere un capitano è fondamentale. Su questa figura ricadono le aspettative e la speranza, ma anche la diffidenza, dei passeggeri. «Sarà un buon capitano? Avrà già condotto una barca? Quanti viaggi ha fatto? Quante volte ha fallito?». A lui in ogni caso bisogna affidarsi. Spesso gli organizzatori del viaggio verificano che il capitano abbia le giuste competenze attraverso quello che viene chiamato il «test». Egli è parte di un’aristocrazia del viaggio; non paga il biglietto per l’Europa e ha diritto ad alcuni posti gratis per persone di sua fiducia, posti che a volte rivende sul mercato delle partenze. Ma può essere anche un millantatore, privo di esperienza, senza un passato con una qualche prossimità al mare e alla pesca; oppure, come raccontato per la Libia nel film Io Capitano di Matteo Garrone, una persona obbligata a prendere il timone in mano per assicurarsi la libertà da una situazione di prigionia o schiavitù. In tutti i casi il capitano resta un aventurier, un passeggero lui stesso.  Il capitano dei tobà cerca di arrivare all’acqua-blu (si veda Eau-bleue) per essere soccorso; anche i capitani e gli equipaggi della flotta civile si dirigono verso le stesse acque – la «zona delle operazioni», la chiamano – per soccorrere quanti sono in difficoltà. Su queste navi solidali, i capitani costituiscono la principale autorità a bordo; alcuni fra loro contestano il termine per una eccessiva prossimità a un mondo autoritario e militare, provando viceversa ad animare una leadership più condivisa. Molti capitani ed equipaggi nella flotta civile non solo sono consapevoli dell’ingiusto rischio di criminalizzazione che i loro omologhi dei tobà dovranno affrontare, ma anche immaginano modi di azione e comunicazione per ridurre tale rischio.  Per le istituzioni, viceversa, il capitano è solo un trafficante, uno «scafista», e in quanto tale deve essere punito dalle leggi sulla migrazione. Per ogni barca che arriva a Lampedusa, polizie nazionali ed europee cercano segni e indizi per arrestarne capitani e aiutanti: fra tutti il bussolier, o compass-man, che ha il compito di tracciare la rotta. In Tunisia come in Italia, basta una chiave inglese, una candela del motore o la semplice presenza al timone perché un passeggero diventi il «responsabile» da arrestare e deportare. La criminalizzazione del capitain mostra come le logiche repressive europee si riproducono sull’altra sponda del Mediterraneo: esperienze lavorative pregresse o gesti contingenti diventano prove di colpevolezza. Per questo una volta che le barche sono in vista del soccorso i capitani tornano a confondersi nell’equipaggio, protetti spesso dai passeggeri. Il viaggio gratuito per loro è la contropartita per l’assunzione di un rischio penale.  «Captains Support», recita un flyer che si diffonde in mare e a terra, «è una piattaforma in solidarietà con coloro che sono accusati di aver guidato una barca verso l’Europa, mettendoli in relazione con avvocati e gruppi locali di sostegno»; in un gioco di specchi, capitani ed equipaggi nel mondo della solidarietà (bianca) aiutano altri capitani ed equipaggi nel mondo black degli aventurier (si veda Black). Nel film Io Capitano c’è sicuramente una scena finale mancante: quella di un’aula di tribunale o di una prigione, per un tempo che in Italia può raggiungere e superare formalmente i trent’anni di detenzione.  ESEMPI DAL CAMPO Così mi racconta Moussa: «Il capitano? Spesso fra noi passeggeri non si sa chi è sino a quando si parte. Per proteggerlo, perché an che in Tunisia sono criminalizzati…». È notte e siamo in un bunker in mezzo agli uliveti con l’equipaggio di una barca in partenza. Ripenso alle parole di un altro passeggero: «È una cattiveria rivelare chi è il capitano alla polizia. Noi diciamo sempre… Che siamo tutti capitani. È una questione di solidarietà».  Estratto dai diari di campo, dicembre 2024  Charles ci viene presentato come un capitano […] Lo chiamano «capitano» perché prima di partire, quando era in Camerun, lavorava nell’estrazione della sabbia dal mare, sabbia che poi viene utilizzata nell’edilizia […]. In Tunisia, quando Charles stava preparando con altri passeggeri la propria partenza, c’è stata un’irruzione della polizia nel bunker. Charles è stato trovato con uno zaino con dentro delle candele del motore e con una chiave inglese e una persona l’ha denunciato additandolo come il capitano del viaggio in preparazione. A quel punto è stato arrestato e processato: gli hanno dato otto mesi di galera che si è fatto nella prigione di Sfax. Non appena è stato rilasciato per avere scontato la sua pena, è stato preso e portato al porto di Sfax, dove l’hanno caricato su un autobus e portato in Libia, con tanta altra gente, dove è stato venduto ai libici e imprigionato di nuovo.  Estratto dai diari di campo, gennaio 2024  È un mestiere fare il capitano. È pagato in altro modo. Fa viaggiare gli amici gratis, o la propria donna. In Libia e Tunisia è uguale. Possono anche rivendere i posti che hanno a un prezzo ridotto. È una giusta ricompensa, perché ci vuole un gran coraggio per fare il loro lavoro.  Intervista con il testimone numero 13 del rapporto State Trafficking  I capitani vengono dai paesi dell’Africa dove c’è il mare o il fiume. Dopo il salvataggio è difficile riconoscere un capitano. Quando il convoi parte, si dice ai passeggeri di non dire chi è il capitano, per paura delle rappresaglie. Quando si vede una barca di soccorso, il capitano lascia il suo posto e i passeggeri magari dicono che il capitano è morto, che è caduto in acqua, che era un libico che è tornato indietro e che sono stati obbligati a condurre la barca. È sempre una farsa, obbligata, perché sappiamo che i capitani vengono arrestati in Europa.  Intervista con il testimone numero 1 del rapporto State Trafficking
Cachette. Fino a nascondere con il proprio corpo
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La cachette è ciò che non si vede e tiene in vita. Più che un luogo, forse è un gesto. Nel viaggio senza spazio e senza certezze degli aveturiers, gli oggetti si riducono: pochi, mobili, provvisori. Si perdono, si lasciano, si ritrovano. Restano lungo il cammino come tracce sulla sabbia. Si nasconde ciò che conta: nel terreno, tra le pietre, sotto un albero. Oppure  nel corpo, il contenitore più sicuro, perché custodisce e a volte ingoia. Nascondere nel corpo significa avvicinare l’oggetto al limite del sé, fino quasi a confonderlo. Ma ogni nascondiglio è noto anche a chi cerca, allora la cachette non è mai sicura, solo necessaria. È un equilibrio fragile tra avere qualcosa e non perderlo, portare senza mostrare, proteggere fino a far scomparire. CACHETTE Parola di Vincenza Pellegrino e Hamid Ben Moussa Cachette, dal francese cacher (nascondere), è un termine molto utilizzato nell’esperienza della mobilità osteggiata e sta a indicare il nascondiglio per oggetti importanti per la propria sopravvivenza. In un contesto dove si può viaggiare solo di nascosto, senza forme di tutela istituzionale o formale di nessun tipo, dentro condizioni di privazione e pericolo, dove ci si deve spostare spesso e con persone poco conosciute, la questione degli oggetti – della loro trasportabilità e della loro tutela – è centrale. Si tratta di viaggi lunghi molti mesi e più spesso diversi anni, necessari per attraversare il deserto sahariano e le diverse frontiere, ormai tutte controllate militarmente e tutte fonti di esperienze violente e traumatizzanti, così come necessari per organizzare la traversata del Mediterraneo. Sono viaggi da compiere «in nudità», senza possibilità di occupare spazio né di proteggere sé e i propri averi. Nascondere gli oggetti ed evitare i furti è quindi una questione vitale.  Questa esperienza di vita modifica profondamente la relazione con gli oggetti, a cui si impara a rinunciare, e che divengono materia di sogno e simbolo di speranza (qui l’idea del «futuro consumo» assume una sua specifica funzione, alimenta la resistenza ben oltre la banale socializzazione globale al consumismo). Questa relazione modificata con gli oggetti è molto interessante: siccome non si possono trasportare su mezzi di fortuna dove sono presenti moltissime persone, bisogna lasciarli e riprenderli; quindi si seminano spesso per strada per poi ricercarli altrove, tra quelli seminati da altri. Il viaggio è segnato e segnalato da una scia di oggetti abbandonati che oggi si trovano in moltissimi luoghi di frontiera. Specifica poi è la relazione con gli oggetti che si devono acquistare nei negozi dove servono documenti, ad esempio le telefonie, i cellulari, le schede sim, gli strumenti necessari all’orientamento attraverso piattaforme: questi oggetti – proprio per l’impossibilità di utilizzare la propria identità, per la mancanza di documenti o la paura di esporli ed essere catturati, denunciati, sequestrati – strutturano l’ampio mercato nero legato alla mobilità impedita. Semmai si riuscirà ad arrivare al possesso di un prezioso cellulare, il problema maggiore sarà appunto nasconderlo. Sicuramente le forme di cachette, di nascondiglio appunto, cambiano a seconda del tipo di oggetti. Alcuni sono più ingombranti (ad esempio il cellulare) e acquistarli o nasconderli comporta l’aiuto di persone locali; quindi è possibile solo col tempo e grazie alle abilità relazionali e all’uso di lingue veicolari. Altri sono oggetti più piccoli, come le schede sim (utili per gestire anche i conti bancari) o il denaro contante, purché sia di taglia piccola. Questo tipo di oggetti vengono nascosti per lo più sul corpo, che diventa allora la grande cachette: nei racconti dei testimoni abbiamo sentito di persone che li hanno ingoiati avvolti in plastica sottile, o hanno utilizzato i propri sfinteri, o li hanno intrecciati e nascosti nei capelli o cuciti dentro gli strati della stoffa e negli orli dei vestiti, e così via. Ma siccome tutti e tutte conoscono queste tecniche e le perquisizioni sono all’ordine del giorno (anche da parte delle polizie, che poi li requisiscono costantemente), il possesso di oggetti resta una questione molto delicata e pericolosa.  Nei racconti vi sono anche nascondigli sotto gli alberi, tra le rocce, nelle buche, soprattutto nella vita degli accampamenti di lunga durata, come zitounes, brousse e forêt. In questo caso sono soprattutto i racconti di donne che, restando al campo, sviluppano particolari strategie rispetto alle cachette, alla protezione degli oggetti, agli oggetti di protezione, che vengono nascosti non solo nel corpo ma anche nei capelli lunghi.  ESEMPI DAL CAMPO Il telefono è come il miele e tu sei come sparso di miele tra le api. Anche la polizia cerca i telefoni. Io non avevo niente, senza telefono e senza niente ero nudo, e forse la gente mi guardava con meno problemi per questo. Io ho pensato che non avere niente e avere buone relazioni fosse meglio, mi permetteva di usare gli oggetti degli altri. Così non avevo telefono ma potevo chiedere informazioni a chi aveva il telefono.  Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia  Se c’è una cosa utile che avevo imparato da mia madre prima di partire è come diventare una cachette. Io e il mio corpo. Uno scrigno, una cassaforte del pochissimo che ho. Quello l’ho poi perfezionato, ho scoperto nuovi modi e imparato come andare a nascondere senza essere vista né seguita. Sono stata perquisita varie volte senza che lo scoprissero. Poi altre volte sono stata derubata. Io non ho mai rubato. Funziona così. Le cose scompaiono molto, ma ci sono molte persone che non rubano tra noi.  Intervista con Paulette, giovane donna di origine ivoriana conosciuta in Tunisia e oggi ancora bloccata lì
Bunker, la parola del tra
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Questa parola è uno spazio di passaggio e di separazione. Dentro, chi ha superato la soglia, ha pagato il prezzo della traversata e può diventare passeggero. Fuori, chi aspetta ancora di poter entrare.  Il bunker protegge solo in parte. Le retate possono interrompere l’attesa in qualsiasi momento. Più che un rifugio, è una soglia: un luogo sospeso tra partenza e arresto, tra promessa e rischio.  Conosco più di un uomo che ha aspettato là dentro. S., un corrispondente del TheroutesJournal, dice che è una casa che connette, un luogo in cui si sta, molto prima di arrivare nell’acqua. Che ci si vive in attesa, mentre il cokseur e l’arabe lavorano per terminare la barca con cui si attraverserà. Lui ha aspettato tre giorni, prima di partire, altri invece ci restano settimane, persino mesi. I., invece, in Libia, ha atteso una settimana lì dentro, aspettando di essere lanciato. Mi scriveva ogni sera dicendo che forse l’indomani sarebbe stato il momento giusto. Poi, un giorno ha smesso di mandare messaggi. Non so se sia arrivato in Europa o se sia stato arrestato. Però, il suo silenzio per me così doloroso, significa che lui non  è più in quel tra. BUNKER  Parola a cura di Jacopo Anderlini, Università di Parma Spazio chiuso e protetto dove le persone in transito che hanno già pagato il viaggio attendono la partenza. A differenza degli zitounes (si veda Zitounes), il bunker è una struttura abitativa gestita direttamente da chi organizza il viaggio, che fornisce alloggio e vitto dietro pagamento di un affitto. Si tratta generalmente di case in prossimità dei luoghi di partenza, con diverse stanze dove possono essere ammassate decine di persone per camera in attesa di completare il gruppo necessario per riempire una barca. Il bunker rappresenta una tappa intermedia nel processo di attraversamento: chi vi accede ha già versato il denaro per il viaggio e si trova in una posizione privilegiata rispetto a chi vive ancora negli accampamenti. L’attesa può durare settimane o mesi, fino a quando non si raggiunge il numero minimo di passeggeri richiesto per la partenza. La parola, derivata dal proto-germanico *bankan (elevazione, altura), evoca l’idea di un rifugio sopraelevato e protetto. Il bunker è uno spazio che separa simbolicamente e fisicamente chi è pronto per il viaggio da chi ancora ne è escluso. Esso segna così una gerarchia all’interno del mondo delle partenze: essere ammessi significa aver superato la soglia economica che divide i semplici candidati al viaggio dai passeggeri effettivi. Si tratta però di una soglia che non protegge mai del tutto, viene costantemente messa in crisi dalle continue retate della polizia tunisina per deportare le persone in partenza. In tal senso il bunker rinvia alla dimensione bellica dell’avventura, evocando un luogo in cui si proteggono i soldat (si veda Soldat).  ESEMPI DAL CAMPO Mamadou e Rocky ci parlano a lungo della preparazione del loro viaggio: i differenti passaggi che anticipano la partenza, la composizione dei passeggeri, le tariffe. Si soffermano su come lavora questo trafficante, come a garanzia della qualità del suo operato e giustificazione del suo maggiore costo. Mamadou dice che il trafficante gestisce delle case dove le persone attendono di partire. Si tratta di grandi case con diverse stanze che chiamano bunker, dove in una stanza come quella in cui eravamo noi ci stanno anche venti persone. In questo contesto le persone vivono lì e pagano una sorta di affitto per l’alloggio e il vitto. Qui attendono di partire alle volte anche parecchi mesi.  Estratto dai diari di campo, gennaio 2024  Aspettiamo il buio e Mama ci viene a prendere sul ciglio dell’asfalto, la linea che separa la brousse dallo spazio pubblico, visibile, e dai suoi pericoli. Sale rapidamente sulla nostra auto e ci addentriamo su strade bianche punteggiate da case che sembrano in costruzione, ma sono tutte abitate. […] Mama è eccitato, come noi, di portarci dentro questo spazio che segna in realtà una gerarchia con il fuori: qui sono raggruppati tutti i passeggeri pronti a partire. Estratto dai diari di campo, gennaio 2024 Dietro un pesante portone di ferro, unica apertura di un muro di mattoni, si apre un vasto terreno e poi un edificio con una veranda e senza porte. Decine di persone attorno a un fuoco in cui si scalda dell’acqua. Al nostro arrivo si forma un piccolo capannello e parliamo dell’attraversamento del Mediterraneo e del meteo dei prossimi giorni. Stanno aspettando nuovi candidati paganti alla traversata, perché la barca con così poche persone non viene fatta partire. Mama e gli altri sono nel bunker da oltre un mese, hanno festeggiato Capodanno qui. Estratto dai diari di campo, gennaio 2024
Un laissez passer selettivo: Buco
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 A Lampedusa, attorno all’hotspot, c’è una rete bucata. Il buco, vuoto del limine, non è solo un’apertura nella rete metallica, ma un dispositivo informale di regolazione. Attraverso, si intravede il funzionamento concreto del regime di frontiera, che proclama il divieto assoluto ma che, al contempo, si regge su eccezioni, sospensioni e accomodamenti discrezionali. È una forma minima e precaria di mobilità che non rompe il controllo, ma lo rende più flessibile e sostenibile. In contesti di sovraffollamento cronico e di gestione emergenziale degli arrivi, la rigidità formale del dispositivo di confinamento si è spesso rivelata impraticabile. E in questa frizione tra norma e realtà il buco prende forma: una feritoia che permette di alleggerire le tensioni interne, un margine minimo di movimento, porosità temporanea tra l’hotspot e l’isola. Non si tratta di un semplice atto di disobbedienza o una trasgressione individuale; piuttosto, si configura come una pratica tacitamente riconosciuta, tollerata a intermittenza dalle autorità. BUCO parola a cura di Luca Giliberti, Università di Parma Figura nota nei resoconti etnografici e giornalistici di una Lampedusa di qualche tempo fa – con la pandemia e la gestione dell’emergenza sanitaria, seguite da un inasprimento securitario, a fare da spartiacque -, il buco nella recinzione dell’hotspot ha rappresentato per anni una necessaria valvola di sfogo per una struttura ai limiti del collasso. Quando nel centro, a causa dei continui arrivi ma anche dei trasferimenti ritardati, si superava il numero di presenze previsto – come spesso succedeva – finendo per duplicarlo o triplicarlo, si generava al suo interno una situazione di insostenibile degrado.   Permettere alle persone di uscire, prendere una boccata d’aria, comprare le sigarette, incontrare qualche abitante – generando un minimo spazio di porosità tra isola e migranti – facilitava l’alleggerimento di possibili conflitti all’interno dell’hotspot, spesso attraversato da rivolte e a più riprese dato alle fiamme dagli ospiti lì detenuti. Tale permesso, però, non ha mai previsto una dimensione ufficiale, prendeva forma attraverso una pratica informale, un escamotage. Le autorità addette al controllo, all’occorrenza, chiudevano un occhio e permettevano il movimento in entrata e in uscita, in modo variabile, discrezionale. La selettività del buco emerge anche in relazione alle tipologie di soggetti che possono permettersi di usarlo: giovani, uomini, temerari, sani, ma non, per esempio, una donna con un bambino. Il buco, figura reale e al tempo stesso metaforica, si configura come un laissez passer selettivo, localizzato e temporalmente flessibile, in un’isola da cui, in ogni caso, non si esce se non attraverso canali istituzionali.  L’hotspot quindi, formalmente chiuso, può al contempo risultare informalmente aperto; il buco si configura allora come parte di una sorta di guinzaglio, che permette di allentare la stretta in modo flessibile, ovvero consente uno strappo ma non la perdita del controllo. In questo senso il buco può essere letto come metafora del bluff che caratterizza il proibizionismo migratorio che – inefficace nelle sue promesse – proibisce retoricamente pratiche che prendono forma in modo informale, con l’accettazione occulta e discrezionale dell’istituzione. La recente gestione dell’hotspot da parte della Croce Rossa, che prevede un dispositivo di trasferimenti rapidi e frequenti, nel contesto attuale ha ridotto del tutto l’utilità e quindi la funzionalità del buco, che non si esclude però possa tornare a ricomparire in contingenze future, se ce ne sarà bisogno.  ESEMPI DAL CAMPO Dopo l’identificazione – quindi, in linea di massima due-tre giorni – tu dall’hotspot potresti uscire… ma ufficialmente non te lo fanno fare… E allora c’è il buco. Ora nel contesto covid i migranti quasi non escono più, ma prima l’uscita dal buco era consentita. L’istituzione non si è mai presa la responsabilità, non escono mai dalla porta principale… C’è anche un aspetto psicologico: uscire dal buco e non in una maniera formale li tiene al coltello… Dipendendo dai momenti e dalle situazioni contestuali, c’è maggiore o minore tollerabilità alla possibilità di uscita. Un aspetto importante è legato al periodo di trattenimento delle persone: se vengono trasferiti rapidamente non ci sono tensioni interne. Se invece c’è tensione devi permettere alla gente di uscire… come fai altrimenti?  Intervista a un avvocato delle reti solidali  Ufficialmente non glielo permettono, ma tutti sappiamo che devono uscire. Non è una prigione il centro, non è un Cie. Allora il buco è un escamotage. Tutti sanno che è così.  Intervista con l’ex sindaca di Lampedusa  Il buco è per una élite. Giovani, uomini, temerari, sani. La donna con il bambino non riesce a uscire dal buco. Il buco è la rappresentazione dell’ipocrisia di questo paese e dalla porta principale dell’hotspot di Lampedusa non è mai uscito nessuno.  Intervista con un’operatrice Mediterranean Hope