I gouerra siamo noi
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel
Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca
collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore
plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di
confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi,
lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese,
il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di
resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Notizie
CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio
2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
In Tunisia, è il nome che si dà a chi arriva dal nord del mare. E’ il bianco,
l’europeo, il non musulmano. Mette a distanza, come una linea di frontiera,
invisibile eppure presente. Separa tra chi appartiene a quel luogo e chi lo
attraversa.
Oggi il gaouri è colui che può scegliere di arrivare, restare o partire. Ha
denaro, passaporto, possibilità di movimento. La sua presenza sostiene
l’economia e, al contempo, mette alla luce un contrasto, sempre lo stesso:
alcuni attraversano le frontiere con facilità, altri vi restano impigliati.
La parola è uno specchio e ricorda che chi osserva è sempre, a sua volta,
osservato e lo invita a non dimenticare che il privilegio più invisibile è
quello di poter viaggiare senza dover spiegare perché.
GAOURI
Parola a cura di Filippo Torre, università di Genova
A differenza di chi viene da sud (si veda Jebri), chi arriva in Tunisia da nord
è genericamente identificato come un gaouri, una parola che definisce una
persona bianca, automaticamente associata a un europeo, occidentale, cristiano,
e idealmente sovrapposta alla figura del turista con il portafoglio gonfio e il
passaporto di uno stato ricco e potente.
La parola gaouri viene fatta risalire alla parola turco-ottomana gâvur,
storicamente usata nell’Impero ottomano per identificare i cristiani, che a sua
volta deriverebbe dalla parola araba kafir, che significa «miscredente»,
«infedele».
Ancora oggi, nei dialetti dei paesi del Maghreb, gaouri è rimasto di gran lunga
più popolare di orobi («europeo») o gharbi («occidentale») per riferirsi a una
persona straniera, bianca e non musulmana. In una sorta di riflesso al contrario
della parola turcu, utilizzata dai pescatori siciliani per identificare le
persone nere e musulmane (si veda Turcu), implica un senso di alterità o
differenza, anche senza necessariamente comportare un disprezzo o una
connotazione negativa.
La presenza dei gouerra (plurale di gaouri) rappresenta una delle fonti
principali di entrate di valuta straniera in Tunisia. In un quadro di recessione
economica e crescente rischio di default, il turismo contribuisce in modo
significativo al Pil e all’occupazione della Tunisia, e nel 2024 questo settore
ha raggiunto il suo record storico con oltre dieci milioni di visitatori, di cui
un numero significativo provenienti dall’Europa occidentale.
Oltre ai turisti, un crescente numero di pensionati europei, in stragrande
maggioranza italiani, ha deciso di spostare la propria residenza in Tunisia,
attratti dal regime fiscale agevolato e dal basso costo della vita,
concentrandosi in gran parte nella città di Hammamet: in pratica negli ultimi
anni la Tunisia è diventata il nuovo paradiso fiscale mediterraneo per i
pensionati italiani.
La libertà e i privilegi dei gouerra di decidere dove, quando e come spostarsi –
per piacere o per sfruttare le differenze transnazionali – alimentano i desideri
migratori e fanno da specchio alle mobilità ostruite dei migranti poveri,
razzializzati e indesiderati, che non hanno potere d’acquisto e – dopo la svolta
xenofoba del presidente Kaïs Saïed – sono percepiti come una minaccia per la
comunità nazionale e l’identità arabo-islamica del paese.
I gouerra siamo noi che facciamo ricerca in Tunisia, che siamo abituati a vedere
e osservare gli altri ma dimentichiamo spesso di chiederci come gli altri
guardano noi, di interrogare il nostro lavoro e i nostri privilegi.
ESEMPI DAL CAMPO
Un giorno Mohamed mi invita a passare a trovarlo sulla spiaggia in cui lavora.
Siamo nella zone touristique, il lato di riviera colonizzata dagli hotel di
lusso, ben diversa dal tratto di spiaggia che corre verso Chebba ancora libera
per pescatori e harraga. Mohamed gestisce l’offerta di sport acquatici per i
turisti degli hotel; lo trovo mentre sta organizzando un’attività di parasailing
per una numerosa famiglia inglese.
Siamo a fine ottobre e sono gli ultimi scampoli della stagione estiva. «Io
lavoro per il Mahdia Beach, il Mouradi e il Thalassa… La prossima settimana, se
cambia il meteo finisce la stagione». Al caffè mi aveva fatto vedere un video
mentre portava una turista sul paracadute trainato dalla barca. Appena arrivo mi
prende in disparte per dirmi: «È meglio se non parli di harga e di queste cose
qui».
Tutti vorrebbero sposare una gaouria per fare i documenti e venire in Europa.
Intervista con Ismail, ragazzo di Chebba