Fakop – Tra pegno e debito

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, June 25, 2026

Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar

Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni. 

Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.

Notizie

Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale

Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026

Roberta Derosas 12 Febbraio 2026

Funziona su due livelli: sanziona le violazioni delle regole di convivenza – soprattutto il furto – e remunera la protezione offerta da chi occupa da più tempo uno spazio in cui ci si nasconde e ne conosce le dinamiche. Nelle comunità degli avventurieri, si paga con la moneta locale.

è debito: quantificabile, negoziabile, rateizzabile. Può essere scontato per ragioni di solidarietà o di vulnerabilità ed ha una logica quasi contrattuale. 

È pegno: perché mette in ipoteca qualcosa che non appartiene solo a chi paga, ma coinvolge la rete familiare e amicale. E quando non c’è niente da dare, si paga con il tempo e il lavoro, fino a quando il debito non è stato saldato. 

È un dispositivo di appartenenza dentro una comunità che  protegge e vincola all’obbedienza e a regole. 

I corrispondenti del The Routes Journal dicono: “Segna l’uguaglianza tra uomini. Non stabilisce la legge del più forte. Se c’è conflitto, c’é fakop. Semplicemente. La legge dice che se non hai ragione, devi pagare una multa, che spesso è davvero alta.  Non è la legge della giungla: ci si sottomette alle regole per vivere bene”.

Il suo sinonimo, soprattutto la comunità ivoriana,  é ramba.

FAKOP
a cura di Vincenza Pellegrino, Università di Parma e Hamid Ben Moussa, aventurier

Il fakop o fukop (a seconda che lo scrivano persone provenienti da contesti coloniali francofoni o anglofoni) è una sorta di multa, di pagamento come ammenda per non aver rispettato le regole della coabitazione tra migranti interdetti, ma al tempo stesso è anche una somma di denaro che si paga per debito al gruppo, riconoscendo che in condizioni di fuga dalla caccia al migrante non ci si può salvare da soli e si ha bisogno dell’expertise di coloro che sono da più tempo in viaggio.

È quindi una sorta di tassa da pagare per il fatto di appartenere a una comunità in fuga dalla persecuzione delle istituzioni, comunità che si fa istituzione in qualche modo prevedendo forme di multe ma anche forme di pagamento della protezione. «Se qualcuno commette una sciocchezza deve pagare un fakop», ci racconta uno dei testimoni incontrati. Soprattutto nei campi di transito «bisogna rispettare regole precise stabilite dai più forti».

I più forti sono quelli che sono in quel contesto da più tempo, quindi forti non (sol)tanto come mezzi, strumenti dell’attraversamento o armi, ma forti come gruppo dirigente, spesso costituito con logiche ibride dettate dalla numerosità linguistica in un contesto o dalla durata della permanenza. La variabile più importante è il tempo e la conoscenza del «campo», anche se «il potere dipende dall’unità tra connazionali».

Così, quando si arriva, c’è qualcuno che spiega le regole della convivenza in quello spazio protetto di nascondimento (si veda Soldat): non si esce a qualsiasi orario, non si esce o entra con ospiti esterni senza permessi, non si introducono oggetti qualsiasi, ci si presenta in alcuni modi e ad alcune persone, e così via. Se queste pratiche di coabitazione non vengono rispettate, si paga il fakop.

Ma sicuramente il fakop più diffuso è quello che attiene al furto, considerato un rischio grave e al tempo stesso una cosa probabile in luoghi in cui le persone posseggono pochissimi oggetti e hanno tutte problemi di reperimento del cibo. Solitamente il fakop si paga nella moneta del posto. In Marocco, in foresta, non è lo stesso che in Tunisia, tra gli zitounes.

Per fare un esempio, a Melilla, in foresta, se fai delle «sciocchezze» il fakop è particolarmente duro, data la realtà organizzativa pressoché militare legata alla necessità di nascondimento e fuga dagli attacchi costanti e violenti delle polizie marocchine e spagnole.

Qui per un furto o una disobbedienza si arriva facilmente a mille euro, e oltre. In quel contesto vi sono persone condannate a restare per molto, e il sistema delle multe è perciò più consolidato. In tal senso più i gruppi in movimento sono perseguitati, più devono nascondersi, e più sono trattenuti in un posto, più si ristruttureranno allora sistemi di controllo reciproco e di tassazione.

Più è forte la militarizzazione di un contesto di transito, più si sviluppano poteri di autorganizzazione e pratiche vessatorie per la sopravvivenza. È proprio la violenza della persecuzione che nel tempo struttura la violenza dell’autorganizzazione del transito.

Siccome le persone in movimento non portano con sé soldi né oggetti, il sistema dei fakop è legato alle reti familiari: per lo più sono richieste fatte alla famiglia attraverso foto o video che testimoniano la situazione di chi deve pagare (purtroppo spesso sono fotografie di percosse ricevute).

È probabile quindi che dai primifakop sia nato il complesso sistema di coinvolgimento delle famiglie via cellulare che poi è divenuto la base organizzativa per eccellenza del sequestro (si veda Kidnappeur e Or noir) e del ricatto perpetrato oggi anche dalle istituzioni, come le polizie tunisine e libiche (è pressoché l’unico modo di uscire dalle prigioni libiche), con il coinvolgimento di facilitatori di ciascun gruppo linguistico e le pressioni alle famiglie.

In tal senso se tutti possono essere puniti e ricattati (ma anche rapiti senza motivo e venduti), solo alcuni hanno alle spalle famiglie che possono pagare. Il fakop, per come è strutturato, introduce quindi la dimensione di classe nella migrazione interdetta, e in un certo senso è una dimensione della tenuta (pur labile) della classe dentro al destino migratorio, anche se come vedremo la migrazione in sé genera nuove classi sociali attraverso nuove funzioni e mestieri (si veda Soldat, Cokseur e Taximafia). Se invece la famiglia non può pagare, il fakop diventa un debito da ripagare con il lavoro per determinati periodi.

Infine, il fakop ha anche una diversa forma che attiene al riconoscimento di una sorta di diritto di occupazione dello spazio di protezione, cioè al riconoscimento che la vita nei campi di resistenza – il passaggio e la vita prepartenza – sono possibili grazie alla presenza di persone instauratesi da lungo tempo e che conoscono il contesto e organizzano cibo, transito, ordine. Un esempio illuminante è il pagamento del fakop a un vecchio responsabile quando si compie boza e si è arrivati.

Esempi dal campo

Nella mia esperienza in foresta a Melilla i camerunensi erano potenti, perché erano molto presenti, io potevo parlare in hausa e questo avvantaggiava. Ho visto molti pagamenti di fakop tramite la chiamata alle famiglie, c’era uno che abitava in quella zona e chiamava. Io non l’ho mai pagato perché stavo sempre attento, mi mettevo vicino a uno anziano del campo e sceglievo il gruppo che parlava hausa, in cui c’erano persone più tranquille.

Intervista con hamid, giovane uomo di origine camerunense incontrato in Tunisia, ora in Italia

Ho pagato duecento euro di fakop per il transito da Algeria a Marocco, ma ho avuto uno sconto perché la persona che faceva il conto ha considerato che ero da solo e molto piccolo, parlavo la sua lingua e non avevo niente con me.

Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunense incontrato in Tunisia, ora in Italia