
La famiglia che nasce nel viaggio
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, July 9, 2026
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Pas qu’ un lien de sang
Non si tratta di avere lo stesso padre o la stessa madre. Né di legame di sangue. Un fratello si sceglie per il cammino che si condivide. Si intuisce nel gesto: protegge, condivide, resta, resiste. “Mon frère, ma soeur”: parole di riconoscimento, di esperienza e avventura vissuta insieme. Questo é il legame che si costruisce nel tempo variabile che la vita regala durante i viaggi per arrivare in Europa. Non si dimentica, ma si perde quasi sempre in modo brusco tra una retata, una fuga, una frontiera attraversata in direzioni diverse. La separazione è quasi sempre definitiva come il ricordo che resta del legame che si è avuto.
Frere / Souer
Parola a cura di Vincenza Pellegrino dell’Università di Parma e Hamid B.M,
Il frère o la soeur de voyage («fratello» o «sorella di viaggio»), normalmente è una persona con cui ci si sposta per lungo tempo e con cui ci si nasconde dalle polizie e dalle persecuzioni locali, senza condividere reali legami di sangue o famigliari. È qualcuno quindi che si incontra sul cammino: un incontro elettivo, dove la nazionalità conta solo in parte. Certo la conoscenza di lingue veicolari è significativa, ma come abbiamo visto le lingue si apprendono in migrazione, nei lunghi tempi a cui si è costretti dal nascondimento, e quindi è possibile trovare un frère di migrazione, di avventura, di boza, anche di paesi che non sono il proprio o di un’altra lingua madre. La relazione tra fratelli di viaggio è particolare, specifica. Per dichiarare qualcuno come frère o soeur si deve aver fatto un lungo periodo di cammino insieme e aver condiviso alcuni elementi specifici: aiutarsi economicamente condividendo soldi e oggetti e cibo; proteggersi fisicamente; aiutarsi nei lavori e nei debiti; «consolarsi a vicenda, raccontarsi la propria storia e le proprie famiglie», dice un interlocutore. Si tratta quindi di vita condivisa di lunga durata, mesi e più spesso anni, che esprime la materializzazione del capitale sociale legato al viaggio.
Questa relazione nei racconti dei migranti forzati al nascondimento pare spesso partire da eventi casuali, ad esempio caratterizzati da gesti di solidarietà in momenti particolari di pericolo: «Il frère è quando una delle due persone compie un gesto di protezione o di aiuto su cui poi si fonda il percorso successivo, che stringe sempre di più, ma ho visto che spesso parte da gesti istintivi», dice Hamid.
Nel quadro di queste relazioni di fratellanza elettive vi sono a volte anche dimensioni per così dire gerarchiche: Il est mon grand (il fratello più grande, l’aîné); Il est mon frérot, le petit de famille, e così via. Queste specifiche vanno ben al di là di generiche indicazioni sull’età e sono nei fatti esplicitazioni di profondi vincoli di rispetto e protezione.
La fraternità di viaggio è spesso qualcosa che pare nascere da, e al tempo stesso materializza, la capacità delle persone di non perdere la tenerezza, di non disumanizzarsi in questo viaggio fatto di violenze e soprusi legati alla clandestinità e alla scarsità dei mezzi. Avere dei frères, farsi dei frères è il segno tangibile del fatto che nonostante tutto si conservano valori di solidarietà e si perpetuano pratiche di sostegno che poi strutturano anche le probabilità e le dinamiche della sopravvivenza. Quello che caratterizza questa parola, che torna spesso nelle testimonianze, è anche un sentimento di tristezza perché riporta a momenti particolari, agli apici affettivi di questa esperienza, momenti in cui la migrazione interdetta si è tradotta in emozione, condivisione, amore, lutto. «Se lo racconti e lo ricordi, tutto il pensiero che hai sul frère è pervaso dal momento della separazione», dice ad esempio Hamid.
La separazione tra frère di viaggio per queste persone che non hanno il permesso di muoversi è irreversibile, perché le circostanze della separazione – spesso legate al pericolo, alla fuga nei momenti di refoulement, alle imboscate, alle retate delle polizie, e così via – sono caratterizzate da impotenza, e irreversibilità appunto (non si può tornare indietro a cercarsi).
È difficile mantenere il legame tra frère frontiera dopo frontiera, quindi; possibile se si hanno i telefoni (ma non tutti li hanno nel transito, anzi) ma, date le condizioni, generalmente complicato. Il sentimento di separazione traumatica caratterizza quindi questa esperienza di costruzione dei legami affettivi e di interdipendenza nel nascondimento e nella lotta per la mobilità.
Il concetto di fraternità spesso si utilizza poi anche per raccontare le strategie nella costruzione del gruppo di protezione («fingersi fratelli»): questo riguarda più spesso e specificamente la soeur de voyage. Nella mobilità interdetta e forzata al nascondimento, siccome per le donne la situazione è ancora più pericolosa, fingersi la soeur di qualcuno, essere presentata come sorella o moglie è una delle strategie più comuni per proteggersi.
Esempi dal campo
Ho incontrato un ragazzo che parlava solo hausa e inglese, era nigeriano, io parlavo hausa, e a Tebessa, tra Tunisia e Algeria, uno dice all’altra durante una fuga dalla polizia: «voglio rientrare a casa adesso», in hausa lo ha detto, nessun altro capiva. Per questo dovevo rispondergli io, io ero definitivo per il suo viaggio, e allora ho detto «resta, proviamo insieme, dividiamo questo». L’ho presentato come frère ed è diventato frère di viaggio; è venuto nella comunità camerunese, era diventato camerunese, tutti quelli che volevano fare qualcosa con lui dovevano passare da me.
Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
Ero vicino Sfax, la guida ha cercato di separare uomini e donne. Le donne piangevano, sapevano cosa sarebbe successo nei luoghi dove le portavano. Un uomo si è messo di mezzo e ha detto «non potete separarla, è mia moglie». Ha discusso. Ha insistito. Mi hanno lasciata con il gruppo. Da quel momento abbiamo assunto di essere una famiglia di protezione.
Intervista con Aicha, incontrata in Tunisia e originaria del Camerun
Siamo persone che non gestiscono il proprio destino, non possiamo pensare mai che ci rivedremo con qualcuno che ci ha salvato, con qualcuno a cui dobbiamo tutto, quella con il frère è una relazione spezzata.
Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia