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Espérance Hakuzwimana, Piergiorgio Pulixi, Georges Simenon con…
… con Massimo Carlotto, Marco Lupis, Candice Fox, Marino Niola – recensioni di Valerio Calzolaio   A esequie avvenute – Massimo Carlotto Edizioni e/o 2025 Pag. 213 euro 18 Padova e dintorni nel nordest. Gennaio 2025. Marco Alligatore Buratti, investigatore sprovvisto di licenza per indagini non autorizzate e guadagni di provenienza spesso illecita, comincia ad annoiarsi, dell’ultimo caso si è
Il caso Tommy Olsen. Una svolta repressiva verso chi difende i diritti delle persone migranti
(disegno di martina di gennaro) Il 16 marzo 2026 Tommy Olsen, cittadino norvegese e fondatore della Ong Aegean Boat Report (ABR), che da anni monitora e denuncia i respingimenti delle persone migranti nel Mare Egeo, viene arrestato nella sua casa a Tromsø, in Norvegia. L’arresto segue una richiesta di estradizione emessa dal governo della Grecia, ed è finalizzato a sottoporre l’attivista a un processo nel quale viene imputato di favoreggiamento e organizzazione criminale, e per il quale rischia di essere condannato fino a vent’anni di carcere. La sua detenzione e la persecuzione della sua organizzazione rivela la complicità degli stati europei nella violenza agita contro le persone migranti. La richiesta di estradizione viene emessa, non a caso, alle soglie dell’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, operativo da giugno 2026, le cui direttive in merito alle politiche di frontiera dei paesi membri e degli aderenti Schengen sono state preannunciante dall’implementazione di decreti e leggi nel 2025. Queste ultime, hanno infatti predisposto in maniera intermittente sospensioni al diritto di asilo in base ai capricci dei governi e agli equilibri geopolitici (pensiamo al caso dei paesi nord-africani o della Siria), condannando alla detenzione e alla deportazione sempre più vite umane. Parallelamente all’affossamento definitivo della libertà di movimento attraverso l’arma del paese sicuro, il nuovo Patto opererà una stretta decisiva anche in materia di favoreggiamento, tema da sempre prediletto per criminalizzare la solidarietà internazionale, che da dieci anni a questa parte ha spinto migliaia di individui a mobilitarsi in difesa dei diritti delle persone migranti. Già dallo scorso 5 febbraio 2026, il governo greco ha predisposto una nuova legge secondo cui il rivestire un ruolo dirigenziale all’interno di un’organizzazione non governativa si traduce automaticamente in un fattore aggravante in casi legati a violazioni dei codici in materia di migrazioni. Una coincidenza davvero curiosa, dal momento che allo stesso mese risale la notifica di arresto di Olsen. La sua persecuzione aveva avuto inizio anni fa, con l’avvio di diverse indagini avviate per volontà delle procure di varie isole-hotspot dell’Egeo. Sebbene quattro siano state archiviate, un’indagine avviata nel 2022 dalla procura di Kos lo vede rinviato a giudizio. A “incriminarlo”, sarebbe un messaggio scambiato con un uomo sbarcato a Kos nel luglio 2021 e l’accusa di complicità nel traffico illegale, avanzata da un membro della guardia costiera. Il vero motivo di questo accanimento giuridico? L’organizzazione di Olsen svolge da anni attività di monitoraggio nel Mar Egeo, rendendo nota la presenza di imbarcazioni in transito alla guardia costiera allo scopo di avviare le attività di soccorso, spesso in seguito alla richieste di aiuto ricevute da una linea telefonica d’emergenza specificatamente predisposta. Nel corso degli anni tale strumento ha però anche permesso di collezionare numerose prove audio-visive, incluse scene di rapimenti, prese in ostaggio e violenze in mare, permettendo così di denunciare le violenze e i respingimenti illegali effettuati dalle autorità greche e contribuendo a smascherare l’ipocrisia del sistema di “accoglienza” europeo. In particolare, Aegean Boat Report nasce come pagina Facebook tra il 2015 e il 2016, nel pieno dell’intensa stagione migratoria che proietta la frontiera greca nel ciclone mediatico internazionale. Nasce quindi come pagina di informazione, pubblica notizie in tempo reale sugli sbarchi, promuovendo un’attivazione che aveva spinto lo stesso Olsen a svolgere attività di volontariato sull’isola di Lesbo. L’obiettivo del progetto era colmare il vuoto in materia di dati, trasmessi all’epoca in maniera opaca e incostante dai governi e dall’UNHCR. La peculiarità dell’approccio della futura associazione consisteva nel considerare non solo i dati europei, ma anche quelli turchi, confrontando così le partenze con gli sbarchi, e restituendo una visione molto più coerente, ma anche drammatica, della realtà. Nel 2018, grazie alla presenza di vari attori sul campo, nasce la Ong norvegese, che ha saputo garantire un’operatività h24, sette giorni su sette, diventando uno dei maggiori riferimenti sul territorio greco. Gli slanci di solidarietà internazionale che si raccolsero all’epoca della “stagione migratoria” furono innumerevoli. È altrettanto innegabile, tuttavia, quanto la stessa parola “solidarietà” a cui si faceva appello, fosse diventata uno strumento tutt’altro che neutrale, e piuttosto strategico. Esso veniva rivolto a soggetti migranti, che per etnia e religione costituivano in quel periodo gli stessi obiettivi politici della “caccia al terrorista” scatenatasi in parallelo all’escalation di violenza e di morte nella Siria di Assad e alla minaccia dello Stato Islamico. Abbiamo imparato a comprendere, oggi, quanto la parola “solidarietà” possa essere un termine pericoloso, coloniale, de-responsabilizzante e, in tal senso, comodo alle agende dei governi europei. Il filone narrativo “solidale” all’epoca si inseriva in un clima politico che esigeva il rafforzamento di una morale cristiana ed eurocentrica, polarizzatrice, dove non poteva esistere alcun margine di ambiguità tra civiltà bianca e barbarie islamica, generosità cristiana e de-soggettivazione araba. L’essere solidale diveniva un salvagente da indossare, lodato fino a quando fosse rimasto ignaro dell’ipocrisia politica da cui veniva celebrata. In tal senso, dobbiamo chiarire che l’attività di Aegean Boat Report è stata molto più che solidale: è stata politica. Così come politica è la sua richiesta di estradizione oggi. Un manifesto, che dichiara la caccia a chiunque osi sfidare il sistema di apartheid, in cui l’unico vero carnefice è lo stato di diritto europeo. Questa non è di certo una novità, considerando che solo il mese scorso si è concluso il processo che dal 2018 vedeva imputata tra i tanti anche Sarah Mardini, rifugiata siriana accusata di smuggling per aver preso parte a operazioni di soccorso nelle acque di Lesbo, dove lei stessa era sbarcata anni prima. Con lei, anche Sean Binders. Oltre ad aver trascorso più di cento giorni in carcere, gli imputati hanno dovuto affrontare un esasperante processo protrattosi per otto anni e che, come nel caso di Olsen, contemplava possibili condanne fino a vent’anni di detenzione per favoreggiamento. C’è una motivazione specificamente politica che ci rivela il perché le attività di monitoraggio di Aegean Boat Report abbiano cominciato a essere particolarmente scomode durante i primi anni Venti, periodo in cui peraltro la migrazione aveva cominciato a perdere popolarità, spodestata dalla pandemia di Covid-19 e ancora sostituita mediaticamente dal movimento globale Black Lives Matter. Parallelamente agli accordi Europa-Turchia 2016 e alle loro implicazioni di lunga durata, oltre alla predisposizione di nuovi campi chiusi ad accesso controllato sulle isole dell’Egeo (trionfo dell’approccio securitario e di sorveglianza alla gestione dell’accoglienza), le pratiche illegali di respingimenti alla frontiera, noti internazionalmente come “pushback”, diventano prassi strutturale, di cui lo stato di diritto europeo si serve per implementare le sue leggi razziste. La presenza dell’agenzia europea Frontex al confine, investita di un mandato di lotta al traffico degli esseri umani, ha svolto in questi anni una funzione di deterrenza strategica, organizzando centinaia di spedizioni mortifere, che dai porti sono partite nella notte, o alle prime ore dell’alba, per neutralizzare le imbarcazioni affollate di migranti che a stento contenevano i propri passeggeri, e alla cui guida stavano persone sotto ricatto o marinai improvvisati, scelti casualmente dal gruppo destinato alla “traversata”. Senza poter nemmeno toccare terra e accedere al sistema di asilo, migliaia di persone sono state inseguite, minacciate, ricattate, perquisite, pestate, molestate in mare e a terra, dalla stessa guardia costiera adibita al loro salvataggio. Uomini mascherati di nero compaiono come protagonisti di queste spedizioni punitive nelle testimonianze di ogni persona sopravvissuta. Nel panico generale, il masked-man impartisce ordini, decreta il sequestro di beni essenziali, perquisisce corpi alla ricerca di telefoni che possano contenere prove sul presunto trafficante. Il motore delle imbarcazioni è rimosso e lasciato affondare, il gommone spinto verso la Turchia e abbandonato in balia delle onde. È esattamente quanto raccolto dalle testimonianze di una giovane donna, che il 25 ottobre 2025 ha denunciato in tempo reale un tentativo di respingimento avvenuto al largo di Chios: uomini mascherati e armati di pistole hanno minacciato i passeggeri. Il motore gettato in mare. La giovane testimone, che era riuscita a nascondere il proprio telefono, riesce però a chiamare la linea predisposta da ABR, alle 2:36 del mattino, e gli operatori mettono subito in allerta la guardia costiera turca per operare un soccorso. In attesa del sopraggiungere dei soccorsi, arrivati alle 3:35, i passeggeri restano in contatto con gli operatori, raccontando la violenza subita e inviando prove audio-visive dell’accaduto. Nel 2023 ABR pubblica alcune fotografie in cui figurano persone legate e bendate, stipate nel retro di un furgone. La fotografia, scattata a Kos da una donna che era riuscita a nascondere il suo telefono, denuncia un tentativo di “pushback via terra”, ovvero il rapimento di persone già sbarcate, che non hanno raggiunto però ancora il campo o potuto dichiarare la propria presenza alle autorità locali. La procura avvia un’indagine dichiarando falsificati tali contenuti. Tempo dopo, Frontex è costretta a smentire e condannare l’accaduto. Di recente, le testimonianze di un pentito, membro della guardia costiera ellenica, non hanno solo confermato quanto già si denunciava da anni, ma hanno addirittura svelato l’esistenza di una linea telefonica segreta, attraverso cui vengono coordinate le intercettazioni delle imbarcazioni da neutralizzare, in modo da non lasciare tracce nel caso di eventuali indagini. Il contro-monitoraggio svolto dall’associazione di Olsen è stato quindi cruciale, imponendo di fatto alla guardia costiera di svolgere operazioni di salvataggio e limitandone la violenza. Il legale di Olsen rimane ottimista sull’esito del processo, avendo affrontato ormai numerosi casi analoghi, tutti conclusi con la caduta dei capi di accusa. Tuttavia, l’ordine di estradizione e le accuse mosse contro Tommy, così come quelle verso Sarah e Sean, sono un monito che risuona minaccioso in vista delle nuove legislazioni migratorie e del nuovo scenario geopolitico in Asia occidentale. Lo stato di guerra totale imposto dall’imperialismo sionista in Palestina, Libano, Iran, così come le già precarie condizioni in Siria, Iraq e Afghanistan annunciano un’intensificazione dei flussi migratori verso la Turchia. C’è la possibilità concreta che il nuovo campo di Vastria (capienza cinquemila persone), costruito in mezzo a una foresta disboscata nel cuore di Lesbo, lontano chilometri da servizi e inaccessibile alle Ong, venga inaugurato davvero, nonostante le esitazioni per l’alto rischio di incendi. Quale volto assumerà la migrazione all’alba di questo patto? Ma soprattutto: quale volto potrà assumere la nostra diserzione da questo sistema imperialista e fatiscente? (roberta cecconi)
March 24, 2026
Napoli MONiTOR
deportazioni e detenzione amministrativa, uno sguardo tra il presente e il passato
Questa puntata è stata fatta in strada con il progetto “Radio Carretta Carretta”, la qualità dell’audio a volte viene un po meno. A giugno 2026 entrerà in vigore il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo che attraverso nuove tecnologie e la ufficializzazione di pratiche finora “illegali” ma usate da tutti i paesi, rende i confini europei ancor più sorvegliati. Nuovi sistemi di riconoscimento e raccolta dati dei migranti, respingimenti e deportazioni più veloci, allungamenti della reclusione nei cpr, queste alcune delle “novità” inserite nel patto. Ma questi strumenti, seppur sempre più tecnologici e raffinati, sono sempre stati presenti e ogni Stato li ha utilizzati a più riprese contro i “nemici” del momento, dai delinquenti comuni ai briganti fino ai detenuti politici. Il ruolo delle colonie interne ed esterne è stato fondamentale per la delocalizzazione della detenzione amministrativa, per il processo di colonizzazione e per la creazione dell’idea di uno Stato forte e intransigente. Una chiacchiera a due voci
March 16, 2026
Radio Blackout - Info
Le lettere dal carcere di Alaa Faraj e il potere delle storie
(disegno di nyushi) In Il pericolo di un’unica storia (Einaudi, 2020) la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Le storie possono spezzare la dignità di un popolo. Ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata”. Il libro di Alaa Faraj, Perché ero ragazzo (Sellerio, 2025) fa esattamente questo: restituisce dignità a una storia che era stata deformata, ridotta, incasellata dentro una narrazione, giudiziaria e mediatica, falsa e ingiusta. All’inizio della storia raccontata nel libro, Alaa Faraj è un giovane studente universitario di Ingegneria, un promettente calciatore che decide di fuggire dalla Libia devastata dalla guerra dopo la caduta di Muammar Gheddafi. Alaa parte da Bengasi con due amici, spinto dal desiderio di vivere, di studiare, di realizzarsi. Una volta arrivato in Italia, vede però i suoi sogni infrangersi bruscamente: viene infatti condannato a trent’anni con l’accusa di traffico di esseri umani e concorso in omicidio plurimo per la morte di quarantanove persone che viaggiavano sulla sua stessa imbarcazione. È il caso giudiziario passato alle cronache come la “tragedia di Ferragosto” del 2015, raccontato anche nel film di Gianfranco Rosi Fuocoammare. La storia personale di Alaa Faraj e dei suoi amici si intreccia con diversi elementi della storia globale degli ultimi decenni (le primavere arabe, il loro fallimento, gli interventi militari internazionali in Libia, una nuova fase del jihadismo, l’ulteriore stretta securitaria sulle migrazioni) e non è possibile scindere le due storie. Il libro nasce dalle lettere e dagli scritti redatti in carcere e inviati da Alaa alla docente di Filosofia del diritto Alessandra Sciurba, che ha curato la pubblicazione del volume e ha lavorato strenuamente, insieme a tanti altri e altre, per la sua liberazione, ottenendo un primo importantissimo risultato alla fine di dicembre 2025 quando il presidente della Repubblica Mattarella ha concesso la grazia parziale. Nelle pagine dal ritmo incalzante di Perché ero ragazzo, nonostante alcune imprecisioni dovute a una lingua imparata in carcere, Alaa riscrive la propria storia e, insieme, ribalta agli occhi di chi legge le sentenze che lo hanno definito un criminale. Racconta i sogni che lo avevano spinto a partire semplicemente “perché era ragazzo”: perché aveva l’età delle possibilità, delle aspirazioni, dell’inquietudine. Attraverso l’atto di scrivere, un atto di lenimento delle ferite causate dall’ingiustizia, Alaa ricostruisce il percorso che da Bengasi lo ha condotto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. Ma la sua non è solo una ricostruzione biografica: è un atto di resistenza. Scrivere diventa un modo per sottrarsi alla narrazione imposta dalle sentenze, per riappropriarsi della propria voce dopo essere stato privato della libertà del corpo e della parola. La storia di Alaa Faraj restituisce dignità anche a tante persone accusate di essere “scafiste” (se ne contano circa tremila nelle carceri italiane), spesso sulla base di meccanismi di profilazione razziale e di interpretazioni distorte del diritto, che trasformano i migranti in colpevoli. Persone che, dopo un viaggio intrapreso per cercare una vita nuova, si ritrovano in carcere, come racconta anche il noto caso di Maysoon Majidi, attivista curdo-iraniana arrestata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Più in generale il testo ha il grande merito di smontare la narrazione egemonica e semplificante che riduce i e le migranti a un’alterità indistinta, a un “altro” da temere. È proprio ciò che Adichie definisce il pericolo dell’unica storia, di un racconto che non è capace di restituire la pluralità dei posizionamenti. Scrive Adichie: “La conseguenza di un’unica storia è questa: sottrae alle persone la propria dignità. Rende difficile il riconoscimento della nostra pari umanità”. Leggendo questo libro, accade il contrario. Pagina dopo pagina, Alaa smette di essere il “clandestino”, il detenuto, il musulmano percepito come minaccia. Diventa un figlio, un fratello, un amico, un ragazzo con paure e desideri in cui è impossibile non riconoscersi. L’empatia che nasce dalla sua voce è uno degli elementi più potenti del libro: Perché ero ragazzo non lascia spazio alla distanza, non consente di sentirsi estranei. In questo senso, la lettura richiama alla mente un altro libro pubblicato da Sellerio, Storia della mia vita (2024) di Janek Gorczyca, racconto in prima persona di un uomo polacco che vive a Roma da più di trent’anni, senza fissa dimora, senza documenti e senza un posto fisso di lavoro. Anche lì, i margini – che siano il carcere, la strada, la migrazione – non sono luoghi abitati da un’umanità diversa, ma spazi in cui si riflette la nostra comune fragilità, i nostri sogni, desideri, paure. Entrambi i libri ribaltano la percezione dell’alterità e mostrano come la disumanizzazione dell’“altro/a” sia un dispositivo culturale e politico: un meccanismo che si ripete nel tempo, sperimentato già nelle pratiche coloniali del XIX e XX secolo e ancora oggi operante, che consente di rendere accettabili trattamenti degradanti e disumani verso chi viene costruito come “altro/a”. Un meccanismo che vediamo all’opera tutti i giorni, nel modo in cui è trattato il genocidio a Gaza, nel modo con cui sono trattati i migranti, lasciati morire in mezzo al mare, lungo le frontiere di terra, nei centri di detenzione. La vicenda di Alaa Faraj richiama inevitabilmente altre storie di migrazione, ma anche storie che ci mostrano l’importanza di percorsi ostinati verso la ricerca della giustizia e della verità. Vengono così in mente gli scritti dal carcere di Alaa Abd El-Fattah, attivista egiziano incarcerato dal regime di al-Sisi e autore di Non siete stati ancora sconfitti (Hopefulmonster, 2021) e le mobilitazioni internazionali che hanno permesso la sua liberazione. Anche in questo caso la parola, che emerge dal silenzio del carcere, diventa resistenza, testimonianza, ostinazione nel rivendicare verità e giustizia. Allo stesso modo, la battaglia per Alaa Faraj – sostenuta da una rete sempre più ampia di persone che chiedono con lui verità e giustizia – si intreccia idealmente con altre lotte civili, come quella della famiglia di Giulio Regeni e di quel “popolo giallo” che continua a chiedere la verità. Le storie dei due Alaa, la storia di Giulio (raccontata in un documentario nelle sale nei giorni scorsi, Giulio Regeni. Tutto il male del mondo) non riguardano soltanto i singoli casi qui nominati, ma interrogano tutti e tutte noi. In un tempo in cui si parla di crisi del diritto internazionale e di indebolimento dello stato di diritto e delle garanzie fondamentali, queste storie ci insegnano la perseveranza, l’ostinazione nel non cedere all’ingiustizia e alla menzogna. Nulla potrà restituire gli anni perduti ad Alaa Faraj, ma raccontare la sua storia, leggerla, può riaprire lo spazio del riconoscimento, ricordarci che dietro ogni categoria – migrante, detenuto, straniero – c’è una persona. E può cambiare il corso della storia stessa. Ed è ciò che questo libro sta facendo, attraverso una scrittura che non chiede pietà, ma giustizia, e che, raccontando una vita, ci costringe a interrogarci sulla nostra. (renata pepicelli)
February 24, 2026
Napoli MONiTOR
UNIONE EUROPEA ALL’ATTACCO DEL DIRITTO DI ASILO, CRESCONO I PAESI TERZI E DI ORIGINE “SICURI”
Via libera dal Parlamento Europeo di Strasburgo alla doppia riforma che restringe il diritto di asilo cambiando le regole sui paesi terzi e di origine considerati sicuri. Vengono considerati sicuri per i propri cittadini: Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia.  Per entrare in vigore le nuove norme dovranno essere approvate dal Consiglio Europeo, presumibilmente nel mese di giugno. Sono stati 408 i voti a favore (184 contrari e 60 astenuti) per quanto concerne il Regolamento che istituisce una lista di Paesi terzi sicuri a livello europeo. Il Parlamento ha anche votato con 396 voti a favore (226 contrari e 30 astenuti) la più controversa revisione di concetto di Paese d’origine sicuro. Secondo The Left, il gruppo della sinistra all’Eurocamera, con il voto di oggi il Parlamento Europeo mette “un altro chiodo sulla bara del diritto di asilo sul territorio dell’Unione Europea” e procede con politiche razziste e autoritarie che “mettono consapevolmente a rischio vite umane”. Il voto di oggi, continua The Left, rappresenta “un nuovo segno della fusione tra destra ed estrema destra, complice la passività dei socialisti”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto l’analisi dell’avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, dell’Associazione Diritti e Frontiere, già docente di diritto d’asilo all’Università di Palermo. Ascolta o scarica
February 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Presidio nonviolento a Napoli contro l’ICE: Padre Zanotelli parla davanti al Consolato USA
La repressione ha sponsor, la pace no Eravamo in pochi. Pochissimi. Una presenza esile, scoperta. Il silenzio non era raccoglimento: era il silenzio dei pochi. Ma nessuna resa. A parlare è stato Padre Alex Zanotelli. Lui ringrazia sempre. Ringrazia uno per uno, accarezza i presenti con le parole, come si fa quando non si vuole perdere nessuno per strada. Rassicura. Dice che non importa quanti siamo. Non per consolarci, ma per tenerci insieme. È anziano, ed è sempre lì. Da decenni. Con la stessa postura: restare. Zanotelli parla di guerra nucleare, di emergenza climatica, di migranti deportati negli Stati Uniti, dell’ICE come apparato repressivo normalizzato. Ricorda la Palestina, i curdi dimenticati dopo aver difeso l’Europa dall’ISIS, il rischio che nuove carcerazioni e nuove violenze riaprano cicli già visti in Medio Oriente. Le parole passano così: senza sostegni, perché siamo pochi. Il presidio nonviolento del 31 gennaio, davanti al Consolato Generale degli Stati Uniti a Napoli, è stato convocato dal Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio – Campania, con l’adesione del Presidio Permanente di Pace – IoCiSto, della Rete Sociale NoBox – Diritto alla Città, di Antimaka e de L’Asilo. Il comunicato denuncia le politiche razziste e repressive del governo USA e la presenza dell’ICE in Italia, rafforzata in vista delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Intorno, le forze dell’ordine erano più numerose. Sullo sfondo, il consolato americano. La scena è antica. La storia la conosce bene: la voce nel deserto è quella che resta fuori. Il potere sta dentro. Nessuno sponsor. Nessuna istituzione. Nessuna passerella. Cartelloni scritti a mano, a pennarello, su fogli A4 e cartoni recuperati. La pace non ha finanziatori. C’è un contrasto che resta addosso. Un uomo anziano che ringrazia, rassicura, tiene aperta una parola fragile. E altri uomini anziani che, dai palazzi, firmano deportazioni e alimentano violenze. Eravamo pochissimi. La repressione ha sponsor, la pace no. La pace continua a vivere solo dove qualcuno resta, ringrazia, e parla. Immagini della gallery: Lucia Montanaro Ermete Ferrero   Il Presidio Permanente di Pace – IoCiSto al presidio davanti al Consolato USA di Napoli, 31 gennaio. Stefania De Giovanni Massimo Varriale Padre Alex Zanotelli- No ICE   Padre Alex Zanotelli- No ICE in Italia e negli USA Presidente dell’associazione “Cinema e Diritti”, è fondatore, coordinatore e promotore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli.   Comitato Pace e Disarmo Campania Stefania De Giovanni
January 31, 2026
Pressenza
Fascisti e nazi nella Sala Stampa della Camera per la remigrazione
Oggi alla camera il Comitato Remigrazione e Riconquista ha organizzato, grazie al leghista Furgiuele alla Sala Stampa della Camera, presentano una proposta di legge popolare che parla di cancellazione della migrazione, espulsioni, inasprimento di regole già esistenti, fondo per la "remigrazione" insomma l'italia agli italiani (con la i minuscola per noi). Ne parliamo con una compagna di Memoria antifascista
January 30, 2026
Radio Onda Rossa
Gabriella Alberti, Devi Sacchetto / Soggettività migrante transnazionale
In un momento storico nel quale la geopolitica incornicia la quasi totalità del dibattito politico, il volume di Gabriella Alberti e Devi Sacchetto, Lavoro migrante – Exit, voice e riproduzione sociale, prende in mano, dentro una tensione di ricerca e di studio, il tema del rapporto fra migrazione e lavoro facendolo da una prospettiva inconsueta. Il testo riannoda i fili di una genealogia semantica dei processi che determinano le dinamiche del lavoro in una dimensione transnazionale, sulla base di una lettura che non trova molto spazio nel dibattito politico e scientifico odierno. Il libro avvia e organizza concetti che introducono chiavi di lettura articolate che ridefiniscono e abbattono alcuni fra i luoghi comuni più diffusi sulla materia. Proviamo ad indicare dei nodi sintetici. L’approccio neoclassico, che considera la mobilità come una risposta competitiva agli squilibri di mercato, e quello istituzionale,  che analizza l’interazione tra mobilità e varietà nazionali del capitalismo, sono largamente criticati dai due autori perché naturalizzano i confini nazionali e ignorano le relazioni sociali e storiche tra le diverse forze lavoro. Queste prospettive, infatti, considerano  la competizione tra lavoratori autoctoni e migranti come meccanica e priva di contesto, riproducendo un “nazionalismo metodologico” che definisce rigidamente chi appartiene alla forza lavoro nazionale e chi no.  Questo approccio critico di Alberti e Sacchetto riconfigura i parametri attraverso cui viene valutata la mobilità del lavoro nel suo complesso. In questa prospettiva, l’approfondimento dei due autori sulla razzializzazione e la genderizzazione del lavoro considera questi processi come un modo specifico di organizzare la produzione e la gestione della forza lavoro al fine di estrarne valore. La politica del lavoro migrante è infatti influenzata da dinamiche di potere razzializzato che segmentano e segregano alcuni gruppi di lavoratori migranti in lavori a basso salario. L’attenzione alle forme contemporanee di razzializzazione porta inoltre alla luce le questioni della cittadinanza e del potere statale nell’includere i lavoratori e le lavoratrici migranti in modo differenziato. I migranti e le comunità stanziali emergono quindi come soggetti razzializzati attraverso gerarchie di status giuridico, genere, cultura e classe. La teoria del doppio mercato del lavoro suggerisce che il mercato primario è dominato dagli uomini bianchi locali, mentre le minoranze etniche e gli immigrati sono relegati ai lavori meno retribuiti. L’individuazione di zone franche o a condizioni differenziate, che nel volume vengono definite “Enclave di lavoro differenziato”, costituisce un sistema per regolamentare il lavoro in modo specifico e differenziato da quello della forza lavoro locale. Il libro offre una chiave di lettura originale perché, mentre introduce nuovi strumenti di analisi, invita anche ad adottare uno sguardo più complesso. A partire dalla ricerca svolta, propone di considerare lavoratori e lavoratrici migranti come soggetti attivi, mettendo in relazione lavoro migrante, mercati del lavoro transnazionali e contesti nazionali, superando l’idea dei migranti come semplice espressione della volontà padronale. Il tema che investe maggiormente l’interesse degli autori è il ruolo della mobilità e del turn over lavorativo, che seppur analizzato nelle dimensioni sociologiche più ampie, viene individuato come uno degli strumenti di opposizione da parte dei lavoratori e delle lavoratrici al regime di sfruttamento. Dunque, non una fuga, ma un abbandono consapevole volto ad affermare la propria soggettività su una scala transnazionale, una uscita dallo specifico contesto lavorativo come atto di resistenza, incastonato dentro la dimensione della mobilità transnazionale e strumento di conflitto sociale e di classe, se esso è agito dai lavoratori che non subiscono forme di ricatto più consistenti. Al tema della mobilità si lega in modo indissolubile la questione dei mezzi di sostentamento complessivi che non possono non comprendere le varie forme che la riproduzione sociale assume e che il testo affronta in modo articolato. A sostegno della validità delle analisi, il volume presenta una serie di esperienze concrete che illustrano le analisi descritte da Alberti e Sacchetto e che tra loro presentano relazioni semantiche. Tali esperienze coprono un periodo temporale esteso e includono il sistema della Kafala nei Paesi del Golfo Persico, che obbliga i lavoratori migranti, soggetti allo sponsor padronale, a chiedere il permesso ai datori di lavoro per cambiare impresa, determinando un controllo da parte di questi ultimi e l’espropriazione politica dei lavoratori, che non possono scioperare, fare assemblee o riunioni. Nonostante ciò, ad agosto 2019 centinaia di lavoratori hanno scioperato per chiedere l’abolizione di questo sistema proprietario. Per quanto riguarda le enclave di lavoro differenziato, viene analizzato il sistema organizzativo della Foxconn di Shenzhen che, nel 2010, ha registrato il tentato suicidio di 18 giovani lavoratori provenienti dalle zone rurali e la morte di 14 di essi. Fra i vari esempi di mobilitazione e lotta legati al lavoro migrante, nel volume si ricorda lo sciopero dell’agosto 1973 delle lavoratrici della Pierburg Autoparts, che aveva come obiettivo l’abolizione della “categoria del salario leggero”, che aveva sostituito la “categoria salariale femminile”. Su 3.600 lavoratrici in sciopero, 2.100 erano migranti. Solo dopo quattro giorni di scontri, le lavoratrici ottennero la solidarietà degli operai qualificati, maschi e bianchi, e vinsero la vertenza. Alberti e Sacchetto hanno il pregio di rompere l’isolamento teorico di chi non vuole rassegnarsi agli schemi imposti da una lettura della globalizzazione, che veicolano l’idea dell’assenza di luoghi e spazi della decisione e quindi dell’individuazione di un soggetto verso cui orientare il conflitto. La vecchia e imprescindibile dicotomia fra capitale e lavoro assume in questo volume una nuova e rivitalizzata forma e consente di uscire dalle secche dell’impotenza delle letture sulla globalizzazione introdotte a partire dai primi anni Novanta, quando qualcuno si cullava in modo suggestivo ma errato sulla “fine del lavoro”.  Il volume costituisce quindi un antidoto, alla tendenza del momento, di guardare ogni cosa attraverso le lenti della geopolitica, che altro non è che un colpo di coda per ridare vita ad un’idea di stato novecentesco che espelle, però, dal proprio mandato la tutela, i bisogni e la soggettività delle classi subalterne. L'articolo Gabriella Alberti, Devi Sacchetto / Soggettività migrante transnazionale proviene da Pulp Magazine.
January 30, 2026
Pulp Magazine
Sud globale: la città come promessa mancata
Urbanizzazione africana (e non solo) tra attrazione e precarietà. di Fabrizio Floris (*)   L’urbanizzazione senza crescita Negli ultimi settant’anni, in gran parte del Sud Globale la città è divenuta l’orizzonte prevalente della vita sociale. In Africa, come in ampie aree dell’Asia meridionale e dell’America Latina, l’urbanizzazione ha assunto caratteri dirompenti: piccoli centri rurali si sono trasformati in agglomerati metropolitani
January 14, 2026
La Bottega del Barbieri