
Hogra. A ricordare la doppia assenza
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, August 6, 2026
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Hogra è la parola dell’umiliazione che non tace. Non è la vergogna di chi si sente colpevole, piuttosto la ferita che parla di chi si sente schiacciato da qualcosa di più grande: l’ingiustizia, il disprezzo, il potere che chiude le porte. Nel Maghreb, hogra è diventata il nome di una condizione condivisa. È il sentimento di chi vede il proprio futuro restringersi tra disoccupazione, corruzione e disuguaglianze. Allora, attraversare il mare significa tentare di lasciare alle spalle la hogra. Tuttavia, spesso questa continua il viaggio: nei controlli, nei respingimenti, nella precarietà, nello sguardo che riduce una persona a un problema da gestire. Così la hogra è al contempo il motivo della fuga, ma anche ombra che accompagna il cammino. Ricorda che l’esclusione può cambiare lingua, uniforme o frontiera, ma conserva lo stesso volto.
Hogra
Parola a cura di Filippo Torre, Università di Genova
Hogra (o hakra) è una parola di difficile traduzione che significa «umiliazione» o «oppressione». A differenza del sentimento di vergogna personale, espresso in arabo dall’espressione chouma, che racchiude un senso di colpa del soggetto, il mahgrur (il soggetto umiliato) non si trattiene dal rivendicare apertamente la sua umiliazione, attribuendola agli abusi delle forze dell’ordine, alla corruzione dei governi, alle disuguaglianze economiche che imprigionano il futuro della gioventù oppressa. Hogra è diventata una parola politicizzata, un’espressione dal significato fluttuante che veicola immediatamente un sentimento di ingiustizia sociale ed economica condivisa da ampi segmenti della popolazione maghrebina: oggi il mahgrur è un profilo sociale in cui si identificano migliaia di giovani oppressi nella riva sud del Mediterraneo, dalle classi popolari ai ceti medi.
Canzoni del repertorio ultras nordafricano – da hadi bled l-hogra («questo è il paese dell’hogra») degli ultras Hercules dell’Ittihad Tanger a f bledi dammouni («nel mio paese mi opprimono») degli ultras Green Boys del Raja Casablanca – sono grida di frustrazione da parte di una generazione che si sente sottovalutata e discriminata, e ogni weekend rimbombano a ritmo nelle curve delle squadre nordafricane. Anche fuori dagli stadi di calcio, hogra è sempre più uno slogan essenzialmente sovversivo che anima manifestazioni, proteste e rivoluzioni contro i regimi, dalle cosiddette «primavere arabe» al movimento Hirak marocchino del 2016-2017 e algerino del 2019.
Negli ultimi anni il rapporto tra hogra e harga è diventato sempre più stretto, con la migrazione irregolarizzata che si fa risposta politica e individuale a una situa Kırklareli e costretto a tornare in Marocco, vanificando gli investimenti zione di ingiustizia strutturale riassumibili nella parola hogra. Le immagini delle barche in partenza dalle coste marocchine, algerine o tunisine, o gli attacchi collettivi ai muri che circondano le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, sono visti come il simbolo del fallimento degli stati postcoloniali nel garantire condizioni di vita dignitose dopo le indipendenze. Non solo hogra è diventata la parola che meglio riassume le ragioni profonde per cui migliaia di maghrebini scelgono di attraversare il Mediterraneo nonostante le politiche europee di deterrenza e di esternalizzazione dei confini. È anche una condizione che sempre di più si sperimenta durante il processo migratorio, per esempio nelle condizioni in cui i migranti irregolarizzati sono obbligati a viaggiare per adattarsi alle restrizioni al movimento. La hogra allora non è solo una condizione di umiliazione che si evade con l’attraversamento del Mediterraneo ma è qualcosa che accompagna le traiettorie degli harraga, diventando emblema di quella «doppia assenza» di cui parlava Abdelmalek Sayad: il migrante è un soggetto discriminato nel contesto di origine e rifiutato dai luoghi di transito e di arrivo, continuamente respinto, umiliato e oppresso.
Esempi dal campo
«C’è la hakra da parte del makhzen [lo stato]», aveva detto Hassan a proposito del trattamento riservato dalle autorità turche ai migranti che tentano di «bruciare» la frontiera con la Bulgaria. Dopo aver risparmiato i soldi per volare a Istanbul, Hassan era stato respinto con la forza dalla polizia bulgara, trasferito nel campo-prigione di hOGRA economici della sua famiglia.
Estratto dai diari di campo, febbraio 2024
«Questa è il paese dell’hogra / dove abbiamo versato le nostre lacrime / la vita qui è amara / Non hanno mentito coloro che hanno detto / di averci ucciso con le promesse»
Estratto del coro hadi bled l-hogra dell’ittihad tanger