Lampedusa. Lo scoglio che racconta le contraddizioni

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, August 27, 2026

Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar

Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni. 

Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.

Notizie

Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale

Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026

Roberta Derosas 12 Febbraio 2026

Ancora prima di essere un’isola, per gli aventurier è un’idea, un nome pronunciato lungo le rotte come una promessa, una direzione, una preghiera. Poi, è lembo di terra su cui si proiettano speranze e paure. Simbolo dell’arrivo in Europa e di tutto ciò che può accadere prima di arrivare: attesa, mare, naufragio, soccorso, respingimento. Per chi viaggia, Lampedusa appare come una porta, come la fine dell’acqua, momento in cui un miraggio diventa finalmente una riva. Per gli Stati, come un filtro, dove il confine prende forma concreta attraverso procedure, controlli e decisioni capaci di cambiare una vita; luogo in cui le persone vengono contate, classificate, smistate .

Vetrina del Mediterraneo contemporaneo, questo scoglio racconta le contraddizioni di un intero continente. Dietro il suo nome così noto, resta la cosa più semplice: una terra all’orizzonte. 

Lampedusa

L’isola di Lampedusa, come altri luoghi affacciati sul Mar Mediterraneo, per esempio Lesbo in Grecia o Ceuta/Melilla in Spagna, è un punto nevralgico cruciale per lo spettacolo delle frontiere e la storia globale delle migrazioni irregolari verso l’Europa.

Al contempo, Lampedusa è parola chiave per chi è in viaggio, divenendo immaginario di riferimento e in qualche modo simbolo dell’arrivo in Europa attraverso il Mediterraneo centrale. O dei naufragi delle molte barche che avevano quest’isola come meta.

L’isola, come conseguenza delle politiche di gestione dei flussi più che per una specifica determinante geografica, è stata, ed è tuttora, una porta d’accesso all’Europa attraversata da centinaia di migliaia di migranti negli ultimi trent’anni.

Data la sua centralità simbolica e materiale, come palcoscenico paradigmatico dei discorsi e delle pratiche di diversi attori, la ricerca sociale ha scavato in lungo e in largo l’isola, concentrandosi su molteplici processi, come il passaggio dall’economia della pesca a quella del turismo, l’indebolimento dell’etica del mare e l’affermarsi di uno spirito competitivo; la trasformazione del confine tra fase umanitaria e fase di sicurezza e la creazione strumentale di una emergenza persistente; la produttività dello spettacolo della nuda vita sulla condizione dei migranti e le oscillazioni tra visibilità e invisibilità del fenomeno migratorio, nella dimensione detentiva strutturale dell’isola; il ruolo chiave delle economie di confine, dell’industria migratoria e della militarizzazione, nonché i vincoli nel raggiungimento del diritto di asilo; l’evoluzione del rapporto tra isolani e sbarchi e la diffusione di sentimenti di rassegnazione e risentimento nei confronti dello stato.

Lampedusa, nello spettacolo del confine, è una vetrina. Ma vetrina poi Lampedusa, oltre a essere un nome e un luogo ben noto lungo le rotte migratorie grazie alla circolazione di esperienze, storie e gruppi di persone in movimento, è anche uno dei primi filtri del regime di frontiera europeo e un laboratorio cruciale per sperimentare nuovi dispositivi orientati alla governance dei flussi.

È qui, insieme alle isole greche, che è stato implementato l’approccio degli hotspot, al fine di distinguere i migranti politici da quelli economici, generando in seguito diverse forme di canalizzazione tra l’espulsione e l’inserimento nei circuiti di accoglienza. 

Esempi dal campo

«Quando andavo alla scuola elementare ricordo che, guardando la cartina dell’Italia attaccata al muro, chiedevamo alla maestra dove fosse Lampedusa. E la maestra metteva un dito sul muro, un po’ più in giù della Sicilia, e diceva: ‘Ecco, qui sta Lampedusa’. Non c’eravamo sulla cartina!»

Giacomo Sferlazzo, artista lampedusano nato nel 1980, fondatore del collettivo Askavusa, racconta storie d’infanzia su un’isola che, all’epoca, in Italia risultava sconosciuta ai più. Interviene a questo punto un altro membro di Askavusa (che significa «a piedi scalzi», «senza scarpe», ed evoca «un’aspirazione a collegarsi con la storia e la memoria viva dell’isola con cui il turismo di massa crea una cesura»):

«Dalla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 in avanti, le migrazioni a Lampedusa dialogano con altri due eventi, il turismo di massa e la militarizzazione del Mediterraneo, con una serie di conseguenze. Il turismo di massa, per esempio, va a modificare una comunità di pescatori e di cicli culturali legati al mare… De Martino parlerebbe di ‘apocalissi culturale’. In pochi anni Lampedusa fa un salto molto più rapido e profondo che altri posti in Italia». 

Estratto dai diari di campo, dicembre 2020 

LAMPEDUSA di cosa? Sembrerebbe una vetrina anche di cose distinte, dipendendo dal momento e dalla contingenza storica. Hotspot vuoto, hotspot pieno… dipendendo se c’è la visita di un ministro o altro… E poi, come isola, ha in sé una dimensione di detenzione.

Sebbene molti migranti quando arrivano non lo sappiano e chiedano dov’è la stazione, qui si rimane bloccati, anche se si è riusciti a uscire dall’hotspot. Quando sei in un’isola dove vai? Rimani comunque bloccato. L’hotspot, in fin dei conti, è Lampedusa… 

Intervista a un avvocato delle reti solidali