Tag - arabia saudita

Bulgaria, dopo cinque anni torna libero l’attivista saudita al-Khalidi
Il 21 agosto, dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria col costante pericolo di essere rimpatriato, il giornalista e attivista Abdulrahman al-Khalidi ha potuto lasciare il centro chiuso per migranti irregolari di Lyubimets. Al-Khalidi rischiava di essere rimandato nel suo Paese, l’Arabia Saudita, che era stato costretto a lasciare a causa delle sue attività in favore dei prigionieri politici e per aver chiesto riforme democratiche. Fuggito dal Golfo nel 2013, dall’esilio aveva proseguito a denunciare le violazioni dei diritti umani anche attraverso la collaborazione a portali d’informazione. Aveva preso poi parte al movimento delle “api elettroniche”, un gruppo di attivisti informatici promosso dall’esilio dal giornalista Jamal Khashoggi – assassinato in Turchia nel 2018 – per contrastare la propaganda online del governo saudita. Dopo l’arresto, eseguito nell’ottobre 2021 dalle autorità bulgare a cui aveva chiesto protezione internazionale, Melting Pot Europa e il Collettivo Rotte Balcaniche avevano lanciato la campagna Free Abdulrahman. Il suo caso era stato segnalato anche da FrontLine Defenders e Amnesty International ed era stato oggetto di interventi da parte della Corte Europea dei Diritti Umani.   Riccardo Noury
August 23, 2026
Pressenza
I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale
La mappa delle alleanze che si estende tra l’Asia occidentale e meridionale non è più tracciata solo dalla geografia o dagli allineamenti settari. Negli ultimi anni, un nuovo ordine regionale ha iniziato a prendere forma, in cui gli interessi di sicurezza sono legati a tecnologia, energia, porti, catene di approvvigionamento […] L'articolo I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale su Contropiano.
August 21, 2026
Contropiano
Arriva la Nato sunnita, un ‘successone’ della guerra Usa-Israele all’Iran
E’ stato firmato in questi giorni un accordo di cooperazione militare tra sauditi, pakistani e turchi. E non è stato firmato in un luogo qualunque ma alla Mecca, “capitale” delle fede mussulmana. Potrebbe essere il nucleo di quella Nato islamica di cui si parla da tempo. Lo capiremo se i […] L'articolo Arriva la Nato sunnita, un ‘successone’ della guerra Usa-Israele all’Iran su Contropiano.
August 9, 2026
Contropiano
Diciotto eurodeputati chiedono alla Bulgaria la liberazione di Abdulrahman Al-Khalidi
Il giornalista e difensore dei diritti umani saudita entra nel quinto anno di detenzione amministrativa in Bulgaria, mentre ogni ordine di rilascio viene sistematicamente aggirato. Una lettera inviata al governo di Sofia e una piattaforma internazionale rilanciano il suo caso come emblema di repressione transnazionale su suolo europeo. Il 2 luglio 2026 diciotto membri del Parlamento europeo 1 hanno scritto al primo ministro bulgaro Rumen Radev e per conoscenza ai ministri della Giustizia, dell’Interno e degli Affari esteri, per denunciare la situazione di Abdulrahman Al-Khalidi, difensore dei diritti umani saudita trattenuto in detenzione amministrativa in Bulgaria da ottobre 2021 e tuttora sotto minaccia di espulsione verso l’Arabia Saudita. Un rimpatrio che, scrivono gli eurodeputati, lo esporrebbe a un rischio concreto di tortura, persecuzione e altre gravi violazioni dei diritti umani. Oltre le circostanze individuali del caso, la lettera solleva questioni di sistema che chiamano in causa il diritto dell’Unione, la Carta dei diritti fondamentali, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e gli obblighi della Bulgaria nel quadro del Sistema europeo comune di asilo (CEAS). UNA DOMANDA D’ASILO MAI DECISA, TRE ANNULLAMENTI DELLA CORTE SUPREMA Contrariamente a certe ricostruzioni pubbliche, Al-Khalidi ha presentato un’unica domanda di protezione internazionale, tuttora pendente e mai definita nel merito. Quella domanda è stata ripetutamente respinta e altrettante volte annullata: l’Agenzia statale per i rifugiati l’ha rigettata per via amministrativa, la Corte suprema amministrativa (SAC) ha annullato la decisione e rinviato per riesame. In tutto, gli eurodeputati contano tre pronunce favorevoli della Corte suprema amministrativa all’interno del procedimento d’asilo. Particolarmente grave, si legge nella lettera, è che già nella prima sentenza la SAC abbia qualificato l’intervento dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (DANS/SANS) nella procedura d’asilo come una violazione procedurale sostanziale e un’invasione di competenze. E’ un segnale, secondo i firmatari, di un malfunzionamento istituzionale che investe l’intero sistema di protezione. Il punto centrale della denuncia riguarda la neutralizzazione sistematica degli ordini di scarcerazione. I giudici bulgari hanno più volte dichiarato illegittima la prosecuzione della detenzione e disposto il rilascio – in particolare con le pronunce del 18 gennaio 2024 e del 26 marzo 2025 – senza che questo si traducesse mai in libertà effettiva. Il meccanismo, descritto nella lettera, è quello della porta girevole: dopo l’ordine del 26 marzo 2025, relativo alla detenzione sotto l’Agenzia per i rifugiati, il giorno successivo è stata emessa una nuova misura sotto la Direzione migrazione, e Al-Khalidi è stato semplicemente trasferito all’interno della stessa struttura anziché liberato. Un aggiramento analogo era già avvenuto dopo la pronuncia del gennaio 2024. Se la SAC, con decisione del 17 febbraio 2026, ha in seguito confermato la prosecuzione della detenzione, resta il nodo della sequenza precedente: ordini di rilascio annullati nella pratica prima che la questione venisse formalizzata. Un modus operandi che, per gli eurodeputati, colpisce «al cuore» la forza vincolante delle decisioni giudiziarie e lo Stato di diritto (art. 2 TUE, art. 47 della Carta). Gli eurodeputati contestano poi il ricorso alla formula «pericolo per la sicurezza nazionale» come giustificazione della detenzione, avanzata senza un’adeguata valutazione individualizzata della condotta e del rischio, e senza un reale controllo giurisdizionale sui criteri di necessità e proporzionalità, nonostante le perizie mediche descrivano Al-Khalidi come non aggressivo. Ancora più insidioso è il ragionamento circolare denunciato nella lettera: le autorità sembrano invocare il deterioramento psicologico indotto dalla detenzione stessa – un danno di cui lo Stato è responsabile – come motivo per prolungarla. Un approccio, scrivono, incompatibile con gli articoli 3 e 5 CEDU: la sofferenza detentiva impone doveri di protezione e cura, non può diventare un ulteriore titolo per mantenere la privazione della libertà. Sul piano del diritto dell’Unione, la lettera richiama l’articolo 15 della direttiva rimpatri (2008/115/CE) e l’articolo 8 della direttiva accoglienza (2013/33/UE): la detenzione dev’essere misura di ultima istanza, proporzionata e limitata al tempo più breve possibile, e non può proseguire in assenza di una prospettiva concreta di allontanamento. Ma il rimpatrio in Arabia Saudita è precluso dal principio di non-refoulement; l’ingresso in altri Stati membri appare impossibile per un divieto d’ingresso valido a livello UE; il trasferimento in un Paese terzo resta incerto e indefinito. Da qui il dubbio che quella «prospettiva ragionevole» richiesta dall’art. 15(4) semplicemente non esista. La lettera colloca infine il caso nel quadro della repressione transnazionale, la pratica con cui Stati terzi colpiscono dissidenti all’estero attraverso mezzi legali, amministrativi o coercitivi; si richiama la responsabilità degli Stati membri dell’UE nell’evitare che le procedure d’asilo vengano strumentalizzate per facilitare, anche indirettamente, quella repressione. I firmatari chiedono al governo bulgaro di: garantire piena ed effettiva ottemperanza alle decisioni giudiziarie sulla detenzione; riesaminare necessità e proporzionalità della detenzione alla luce del diritto UE e degli articoli 3 e 5 CEDU; assicurare che non si verifichi alcuna espulsione o refoulement indiretto; garantire che la procedura d’asilo pendente si svolga libera da ingerenze e nel rispetto dell’indipendenza giudiziaria. Chiedono inoltre chiarimenti scritti sulla base giuridica della detenzione, sulle garanzie procedurali a fronte delle classifiche di sicurezza nazionale e sulla valutazione della prospettiva di allontanamento. UN NUOVO SITO WEB PER LA SUA LIBERAZIONE Parallelamente alla pressione istituzionale, è online una piattaforma interamente dedicata al caso: free-alkhalidi.org, intitolata «Free Abdulrahman – Transnational Repression on EU Soil». Il sito raccoglie in un unico luogo tutto il materiale utile a seguire la vicenda ed è disponibile in diciassette lingue, italiano compreso. La homepage sintetizza la cronologia della privazione della libertà con alcuni contatori: oltre 1.740 giorni di detenzione amministrativa, tre pronunce favorevoli della Corte suprema amministrativa nel procedimento d’asilo, gli ordini di rilascio disattesi e più di venti organizzazioni per i diritti umani a sostegno. Il ricorso pendente davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo – Al-Khalidi c. Bulgaria, ric. n. 26364/24, per violazione degli articoli 3 e 5 CEDU – viene presentato come una delle detenzioni amministrative più lunghe documentate nella giurisprudenza di Strasburgo. Il sito è organizzato in sezioni navigabili: The Case (chi è Abdulrahman), Timeline (la cronologia legale degli ordini disattesi), ECHR (i documenti del ricorso), Voices (le voci internazionali), Documents (gli atti processuali) e Take Action (le azioni concrete: firmare la petizione su Change.org, contattare i propri europarlamentari e governi, condividere con l’hashtag #FreeAlKhalidi). Sono inoltre disponibili un archivio di stampa, una galleria delle mobilitazioni, un media kit per giornalisti e ONG e una raccolta dei materiali UE ed europarlamentari. Chi è Abdulrahman Al-Khalidi lo racconta la sezione biografica: giornalista, analista politico e difensore dei diritti umani, è stato membro dell’Association for Civil and Political Rights in Saudi Arabia (ACPRA) e ha collaborato all’Electronic Bees Army lanciato dal giornalista Jamal Khashoggi insieme al dissidente Omar Abdulaziz. Ha lasciato l’Arabia Saudita nel 2013 dopo la stretta sui difensori dei diritti umani; dopo anni di esilio tra Egitto, Qatar e Turchia, ha cercato rifugio nell’Unione europea attraversando il confine turco-bulgaro nell’ottobre 2021. Da allora è trattenuto senza accusa né condanna penale, prima a Busmantsi e oggi nel centro di Lyubimets. Front Line Defenders lo riconosce come difensore dei diritti umani a rischio. Sul sito trovano spazio anche gli scritti dello stesso Al-Khalidi dalla detenzione, alcuni dei quali pubblicati proprio su Melting Pot Europa, insieme alle testimonianze di figure come Mary Lawlor, già Relatrice speciale ONU sui difensori dei diritti umani, e alle prese di posizione di Human Rights Watch, Amnesty International, ALQST, MENA Rights Group, ARTICLE 19 e OMCT. Ogni ordine di rilascio è stato ignorato, e l’unica forza che finora ha mosso qualcosa è stata la pressione pubblica e politica, tra cui le lettere degli eurodeputati, l’attenzione della stampa, e di chi si rifiuta di voltarsi dall’altra parte. Proteggere i difensori dei diritti umani, prevenire la repressione transnazionale e far rispettare la forza vincolante delle decisioni giudiziarie, ricordano ancora una volta i firmatari della ultima lettera, sono componenti essenziali dell’ordinamento giuridico dell’Unione europea. 1. Tra i firmatari: Erik Marquardt, Tineke Strik, Ilaria Salis, Cristina Guarda, Anna Cavazzini, Estrella Galán, Rima Hassan, Brando Benifei, Cecilia Strada, Marc Angel, Daniel Freund, Sergey Lagodinsky, Lena Schilling, Katrin Langensiepen, Damien Carême, Murielle Laurent, Joanna Scheuring-Wielgus e Krzysztof Śmiszek. ↩︎
Missione militare in Arabia Saudita, Rete Pace Disarmo chiede lo stop
Rete Italiana Pace e Disarmo apprende con forte preoccupazione le notizie sulla cosiddetta Task Force Air – Arabia e sulla parallela Task Force Land – Arabia: un dispositivo militare italiano di prima grandezza schierato dalla seconda metà di marzo 2026 in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, di cui l’opinione pubblica e lo stesso Parlamento hanno appreso tutti i dettagli non da un passaggio parlamentare, ma da una scarna nota comparsa sul sito del Ministero della Difesa dopo mesi di silenzio. Non si tratta di un travaso simbolico di personale già presente nell’area. Parliamo di circa 400 militari dell’Aeronautica (con quattro caccia Eurofighter, un velivolo radar per l’allarme precoce e un sistema antidrone) affiancati da un contingente terrestre dell’Esercito di circa 300 uomini, dotato di una batteria missilistica terra-aria SAMP-T e di radar dispiegati tra Arabia Saudita e Bahrein. Assetti da combattimento e sistemi d’arma collocati a ridosso di un teatro di guerra attivo, non solo per quanto riguarda la crisi iraniana: almeno una parte del contingente si trova presso la base saudita di Al Taif, a circa 250 km dal confine con lo Yemen. Una missione nuova, ad alta valenza politica e ad alto rischio, molti dei cui mezzi sono partiti o sono in procinto di partire dall’Italia. Nessuno di questi assetti è stato oggetto di discussione e voto parlamentari specifici. L’Arabia Saudita compare nella scheda 4 della Delibera missioni 2026 soltanto come voce di un elenco generico di Paesi di quell’area geografica, in una Scheda che però è priva di qualunque dettaglio su consistenza, armamenti e finalità del dispiegamento in quello Stato. Il Governo si trincera dietro la facoltà, introdotta con la riforma quadro delle Missioni Militari del 2024, di “spostare forze e assetti nella stessa area geografica” dove già insistono missioni autorizzate. Ma è precisamente questo il punto che Rete Italiana Pace e Disarmo denuncia: un riferimento generico dentro una tabella per aree non equivale ad aver illustrato al Parlamento uomini, mezzi, armamenti e obiettivi operativi di una missione. Chi ha seguito con attenzione le audizioni dei vertici militari davanti alle Commissioni Esteri e Difesa (come Rete Italiana Pace e Disarmo fa da anni, partecipandovi direttamente) sa bene che in quelle sedi non è stata data alcuna indicazione di dettaglio su un dispiegamento di questa portata. Le critiche mosse in queste ore da chi chiede trasparenza non nascono dunque da una lettura distratta dei documenti, ma da ciò che quei documenti e quelle audizioni oggettivamente contengono e da ciò che, altrettanto oggettivamente, non contengono. Sostenere che tutto fosse “già pubblico” perché un giornalista ha saputo ricostruirlo consultando il sito della Difesa non è una prova di trasparenza: ne è la smentita. Non è la prima volta che solleviamo il problema. Già in occasione del dibattito sul decreto missioni Rete Italiana Pace e Disarmo era intervenuta in audizione parlamentare chiedendo un cambio di rotta e denunciando tempistiche e modalità di esame inaccettabili, con missioni portate all’attenzione delle Camere quando sono già prorogate e operative. E anche in occasione della modifica legislativa del 2024 la nostra Rete aveva evidenziato come il nuovo impianto avrebbe “permesso più facilmente il dispiegamento di forze armate in maniera repentina e senza gli opportuni passaggi parlamentari” con una proposta governativa che andava nella direzione di “rendere ancora più inefficaci la trasparenza e il controllo politico su un tema rilevante come quello delle Missioni militari”. Il caso della Task Force Arabia conferma, nel modo più netto, quelle preoccupazioni. Il nodo di merito è questo: se l’inserimento di un Paese in un elenco per aree geografiche, unito a una facoltà di “ricollocamento”, basta a coprire lo schieramento di caccia e batterie missilistiche con finalità mai esplicitate, quel meccanismo cessa di essere uno strumento di flessibilità operativa e diventa una delega in bianco. È il precedente che allarma: legittimata questa interpretazione, non vi sarebbe più alcun limite chiaro all’apertura di nuovi teatri operativi da parte dell’Esecutivo (potenzialmente anche sulla sola base di accordi bilaterali) sottraendo alle Camere ogni decisione effettiva e cancellando il ruolo che la Costituzione riserva al potere legislativo. Una situazione di preoccupazione che è resa ancora più pressante e concreta dagli eventi di queste ore. Secondo quanto riportato dal Guardian, e ripreso da numerose testate, l’Arabia Saudita si starebbe preparando a una nuova, ampia offensiva militare contro i ribelli Houthi in Yemen (per mare e possibilmente via terra) mentre chiede anche a diversi Paesi, l’Italia inclusa, di aderire a una coalizione navale nel Mar Rosso. In questo scenario Rete Italiana Pace e Disarmo pone una domanda diretta: come si troverebbero coinvolti i militari italiani presenti nella Task Force in Arabia Saudita, con i loro sistemi di difesa aerea e anti-missile schierati a poche decine di chilometri dal confine yemenita, in caso di escalation? Con quali compiti, quali regole d’ingaggio, quale mandato? Sono esattamente le domande cui una missione votata dal Parlamento avrebbe dovuto rispondere prima di partire. Come sottolinea Alfio Nicotra, coordinatore dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace e Disarmo, che per la Rete ha partecipato all’audizione parlamentare sulle missioni: «Lo avevamo denunciato con chiarezza nella nostra audizione nelle Commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati: le modifiche apportate nel 2024 alle tabelle delle missioni internazionali dell’Italia, con il loro accorpamento per aree geografiche, hanno reso più opache e non trasparenti le singole missioni. Il fatto che centinaia di soldati italiani siano stati dispiegati da questa primavera in Arabia Saudita al fine di contrastare potenziali attacchi iraniani dimostra che con questo escamotage il governo italiano ha tenuto all’oscuro e nascosto al Parlamento una missione militare ad alta valenza politica ed ad alto rischio per il nostro Paese.» «I poteri di controllo ed indirizzo delle Camere vengono di nuovo aggirati. Questo dimostra che la legge quadro 21 luglio 2016, n. 145 sulle missioni internazionali non risponde più ai presupposti per cui era stata varata — ovvero rendere centrale il ruolo del Parlamento — ma richiede una revisione puntuale di queste distorsioni. L’Italia non può ritrovarsi in un potenziale teatro di guerra aggirando le prerogative che la nostra Costituzione assegna al potere legislativo.» Per questo Rete Italiana Pace e Disarmo chiede: * lo stop immediato del dispiegamento e il ritorno della decisione nella sede che le compete, il Parlamento, con una discussione e un voto specifici sulla missione; * che il Governo riferisca con urgenza e in modo completo alle Camere sull’intera consistenza del dispositivo militare italiano nella penisola arabica (uomini, mezzi, armamenti, basi, catena di comando, regole d’ingaggio e finalità) e sui rischi di coinvolgimento in un’eventuale escalation in Yemen; * che si apra senza rinvii una revisione puntuale della legge n. 145/2016, per correggere le distorsioni introdotte con l’accorpamento del 2024 e impedire che la “libera interpretazione” governativa dei perimetri geografici svuoti il potere di controllo e indirizzo delle Camere. I fatti sono questi: una missione militare rilevante è stata avviata e resa operativa senza un voto parlamentare specifico, in una regione sull’orlo di una nuova guerra. Nessuna missione militare può sostituire la politica; nessuna sicurezza costruita nell’opacità e nell’aggiramento delle regole democratiche può essere una sicurezza duratura. Rete Italiana Pace e Disarmo
August 2, 2026
Pressenza
Contrordine! Per oggi non si spara…
Il clown famoso per i capelli arancione, purtroppo alla guida di una superpotenza nucleare, ci ha fatto la grazia. “Ho accettato, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo, di annullare l’attacco, subordinatamente alla possibilità di raggiungere rapidamente […] L'articolo Contrordine! Per oggi non si spara… su Contropiano.
August 2, 2026
Contropiano
L’Italia coinvolta nella guerra del Golfo. Militari e armamenti italiani già sul terreno
Gli articoli comparsi su La Repubblica e il Giornale hanno rivelato che in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo, all’insaputa del Parlamento e di tutti, ci sono ben settecento militari italiani che partecipano ai combattimenti “difensivi”. La notizia in realtà era stata comunicata piuttosto in sordina dal capo di […] L'articolo L’Italia coinvolta nella guerra del Golfo. Militari e armamenti italiani già sul terreno su Contropiano.
July 31, 2026
Contropiano
Traffico a Washington, vista su Hormuz
Quando Trump e Netanyahu si incontrano e addirittura si mostrano d’accordo la situazione diventa preoccupante per il resto del mondo. Se poi l’ora e mezza di chiacchierata a porte chiuse viene definita “buona e produttiva” da entrambe le parti – assegnando la diffusione del giudizio al solito Barak Ravid di […] L'articolo Traffico a Washington, vista su Hormuz su Contropiano.
July 29, 2026
Contropiano
Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta…
Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una […] L'articolo Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta… su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
Si allarga il mosaico nucleare in Medio Oriente. Israele, Iran e ora l’Arabia Saudita
Al mosaico della questione nucleare in Medio Oriente si sta aggiungendo una nuova tessera: l’Arabia Saudita. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Stati Uniti e l’Arabia Saudita, avrebbero concluso un accordo triennale per potenziare la cooperazione in materia di energia nucleare. L’accordo prevederebbe condivisione e trasferimenti tecnologici in materia […] L'articolo Si allarga il mosaico nucleare in Medio Oriente. Israele, Iran e ora l’Arabia Saudita su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano