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Socio-technical imaginaries of security in EU migration governance
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Bologna Department of Political and Social Sciences Master’s Degree in International Relations SOCIO-TECHNICAL IMAGINARIES OF SECURITY IN EU MIGRATION GOVERNANCE: CHALLENGING THE MYTH OF TECHNOLOGICAL NEUTRALITY IN EU MIGRATION PACT AND RETURN REGULATION Dissertation in Criminology of the Borders Di Valeria Gentili (2025-2026) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE Da diversi anni, il settore della sicurezza e della difesa è profondamente attraversato da processi di trasformazione digitale che ne hanno ridefinito strumenti, pratiche e modalità operative attraverso l’impiego di un articolato ecosistema tecnologico. Quest’ultimo ricomprende banche dati, algoritmi decisionali, sistemi di intelligenza artificiale, droni, sensori di movimento, telecamere di sorveglianza e tecnologie di identificazione biometrica. Si tratta di un ambito caratterizzato da una pluralità di attori e da una salda sinergia tra governi e colossi tecnologici, comunemente noti come Big Tech. Tali società si configurano come le principali produttrici di tecnologie di sorveglianza, fungendo da fornitrici privilegiate per gli Stati, che ne costituiscono i clienti primari. All’interno di questo intreccio – frequentemente definito security-industrial complex – convergono e si alimentano a vicenda gli interessi di imprese private, imprenditori, partiti politici, esperti di IT, forze dell’ordine, centri di ricerca e consulenti di sicurezza. La gestione delle frontiere e della mobilità umana è da tempo integrata nel comparto della sicurezza e rappresenta, di conseguenza, uno degli ambiti in cui le tecnologie digitali trovano l’applicazione più pervasiva. Nel corso del tempo, i confini sono divenuti veri e propri laboratori di sperimentazione per nuovi dispositivi tecnologici, testati sul campo sia su persone documentate sia su individui irregolari. Da un lato, le frontiere – storicamente concepite come linee fisse e visibili – si sono ulteriormente fortificate grazie a sistemi avanzati, dalle torri di sorveglianza alle reti radar e di sensori schierate lungo i tratti confinari. Dall’altro, proprio in virtù di tali tecnologie, la frontiera è sfuggita al controllo visivo immediato, facendosi mobile, invisibile e onnipresente. Non è più necessario raggiungere il confine fisico per essere identificati: la frontiera si proietta potenzialmente ovunque, manifestandosi nelle termocamere in dotazione alle forze di polizia nelle foreste balcaniche, nei sistemi TVCC dei centri commerciali o nei varchi aeroportuali europei, dove dispositivi automatizzati tracciano e identificano istantaneamente le persone in movimento. L’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei flussi migratori si inserisce in un mutamento di paradigma che ha ridefinito la concettualizzazione e il governo della mobilità umana. A partire dagli ultimi decenni del Novecento, infatti, il fenomeno migratorio è stato progressivamente riletto in chiave emergenziale e associato alla criminalità e al terrorismo. Di conseguenza, la migrazione è stata inquadrata prevalentemente come una minaccia alla sicurezza nazionale anziché come un fenomeno sociopolitico, orientando le risposte istituzionali verso un approccio rigidamente securitario. Ciò si è tradotto nel potenziamento del controllo confinario e nel consolidamento dei meccanismi di espulsione e respingimento, contesti nei quali il ricorso agli strumenti digitali ha conosciuto una costante crescita. All’interno dell’Unione Europea questa dinamica trova riscontri paradigmatici: dall’impiego dei droni di Frontex per il pattugliamento del Mediterraneo centrale – volti a guidare le intercettazioni in mare delle guardie costiere – all’installazione lungo i confini terrestri di torri di sorveglianza automatizzate con termocamere a lungo raggio. Tale tendenza emerge altresì nel finanziamento europeo a progetti di ricerca altamente controversi come iBorderCtrl, fondato su algoritmi per l’analisi delle micro-espressioni facciali a scopo di “lie detection”. Un controllo pervasivo analogo si ritrova nei centri di detenzione greci, strutturati su reti di sensori, telecamere, droni e varchi biometrici, così come nell’espansione delle banche dati europee per il tracciamento sistematico di chi fa ingresso nel territorio dell’Unione. Infine, questa logica trova la sua massima formalizzazione politica e giuridica nel Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e nel collegato Regolamento sui Rimpatri, due cornici normative che basano i processi di identificazione e sorveglianza sull’interoperabilità dei dati biometrici e digitali. Muovendo da tale contesto, il presente lavoro di tesi intende indagare criticamente questo massiccio dispiegamento di strumenti digitali, mettendo in discussione l’idea – sostenuta dai loro fautori – secondo cui essi possano essere impiegati in modo neutrale, razionale e con benefici diffusi per tutti gli attori coinvolti. A questo scopo, si rende necessario interrogare le motivazioni politiche e sociali, nonché gli orizzonti ideologici, che alimentano il crescente affidamento alla tecnologia nei processi di sicurezza e controllo confinario. Ci si chiede pertanto se, entro un quadro segnato da dinamiche di securitizzazione ed esternalizzazione delle frontiere e dalla criminalizzazione di determinate categorie di migranti, le tecnologie digitali possano davvero operare quali strumenti oggettivi, o se, al contrario, non contribuiscano a consolidare e riprodurre tali processi. Per rispondere a tale interrogativo, l’indagine si articolerà lungo due assi principali. In primo luogo, verranno esaminate le banche dati europee per la gestione delle frontiere – i cosiddetti sistemi IT su larga scala -, analizzandone l’architettura originaria e l’evoluzione riformatrice fino allo scenario attuale, per comprendere come tali infrastrutture si siano adeguate alle crescenti istanze di sorveglianza. In secondo luogo, l’attenzione si sposterà sulle novità introdotte dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e dalla proposta di Regolamento sui Rimpatri, approfondendo il modo in cui entrambi gli strumenti normativi imperniano la propria efficacia sull’uso del digitale. In quest’ambito, un focus specifico sarà dedicato all’evoluzione del sistema Eurodac e all’implementazione delle tecnologie biometriche – quali il riconoscimento facciale e la rilevazione delle impronte digitali – impiegate sia nelle procedure di screening ai confini sia all’interno dello spazio europeo. Attraverso la disamina di questi dispositivi e del loro utilizzo nell’ambito delle politiche migratorie dell’Unione, l’obiettivo finale sarà verificare se e in che misura la concreta attuazione di tali tecnologie alimenti le logiche di controllo, tracciamento ed esclusione che caratterizzano la governance europea dei confini. Occorre infine sottolineare la profonda interconnessione tra i due ambiti di analisi: il Patto trova infatti la propria chiave di volta nell’interoperabilità delle banche dati europee e, in particolare, in Eurodac, che ne costituisce il vero e proprio braccio operativo informatico. Comprendere il contesto specifico in cui le tecnologie digitali vengono implementate, gli interessi che servono e le pratiche che facilitano è di fondamentale importanza. Tale architettura tecnologica si inserisce infatti entro un quadro sempre più repressivo e orientato al controllo, una realtà che sia il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo sia il Regolamento sui Rimpatri consolidano formalmente. L’urgenza di analizzare questo fenomeno deriva innanzitutto dal fatto che sia le riforme relative ai sistemi IT europei sia il Nuovo Patto comportano conseguenze profonde e destabilizzanti per la vita di migliaia di cittadini di paesi terzi. Eppure, questi sviluppi spesso sfuggono al controllo pubblico, con decisioni cruciali prese in uno stato di diffusa inconsapevolezza. Tuttavia, i cambiamenti strutturali introdotti ai vertici dell’Unione Europea, insieme alle modalità operative di questo impianto tecnologico, portano con sé implicazioni significative per le pratiche contemporanee di sorveglianza, controllo e raccolta dati. Infatti, come questa tesi intende dimostrare, queste ultime stanno diventando sempre più totalizzanti, estendendo la loro portata su uno spettro sempre più ampio di individui. Tale scenario richiede dunque monitoraggio rigoroso, una profonda comprensione e una critica sistematica di ogni deriva che si traduca in violazioni dei diritti fondamentali anziché nel bene pubblico – specialmente in considerazione del fatto che questo apparato risponde agli interessi dei centri di potere, i quali definiscono chi debba essere sorvegliato in funzione di precisi obiettivi politici. Allo stato attuale, questi obiettivi appaiono saldamente diretti verso la sorveglianza di un numero sempre maggiore di individui e il controllo totale della mobilità umana. I processi decisionali in questo campo procedono in modo sottile, lento e incrementale, consolidandosi nell’arco di decenni attraverso il coinvolgimento di una pluralità di attori che mettono a punto le politiche pubbliche sulla base di interessi stratificati. Nel caso dell’Unione Europea, il percorso verso le riforme analizzate in questo lavoro è il risultato di dinamiche di lunga data guidate dagli interessi politici ed economici dei governi, delle Big Tech e delle multinazionali private. Oggi, questo complesso di sicurezza-industriale trova nella tecnologia il proprio perno: prodotta dai mercati privati, essa viene impiegata dalle istituzioni statali nella gestione migratoria e, più ampiamente, nelle politiche di sicurezza. Alla luce di ciò, demistificare le ragioni e le forme di questa strumentalizzazione diventa un imperativo analitico. Tale prospettiva porta a chiedersi se la tecnologia possieda un potenziale emancipatorio destinato a rimanere inespresso finché la sua progettazione risponde prevalentemente alle esigenze degli attori egemoni. In questo senso, il problema non risiede nella tecnologia in sé, ma piuttosto i quadri sociali, politici ed economici all’interno dei quali viene sviluppata e dispiegata. Come suggerito da esempi quali le tecnologie utilizzate per la giustizia climatica, per favorire decisioni trasparenti e responsabili o per colmare le disuguaglianze sistemiche, un uso giusto ed etico degli strumenti digitali è del tutto possibile e i risultati dipendono dalle logiche che ne governano la progettazione e l’uso. Infine, nell’esaminare un dispiegamento così pervasivo di strumenti digitali all’interno delle politiche migratorie europee, sorge una domanda ancora più ampia: è la tecnologia a servire le frontiere, o sono le frontiere a servire la tecnologia? Interrogare questa dinamica è fondamentale per evitare che questo apparato tecnologico – e gli interessi nascosti che lo guidano – continui a infliggere danni sistemici a popolazioni che sono già emarginate, o che rischiano di diventarlo proprio perché la tecnologia viene usata come un’arma per profitto economico e politico. Soprattutto nell’attuale clima legislativo plasmato dal Patto e dal Regolamento sui Rimpatri, e all’interno di un contesto sociale caratterizzato da proposte legislative sulla “re-migrazione” in Italia e da violente proteste anti-immigrazione a Belfast, è impossibile non temere che la tecnologia venga usata come un’arma per allinearsi a queste tendenze xenofobe e restrittive. Pertanto, è imperativo comprendere a fondo come questo strumento venga dispiegato, perché la conoscenza è potere, ed è fondamentale che questo potere sia detenuto da coloro le cui azioni sono guidate da interessi diversi dal profitto economico e dalla sorveglianza. Per condurre la ricerca svolta, si è scelto di adottare le lenti teoriche della criminologia digitale (digital criminology) e degli studi critici sulla sicurezza (Critical Security Studies). La criminologia digitale muove dal presupposto che la realtà contemporanea si configuri come una dimensione tecnosociale, in cui società e tecnologia risultano ormai inscindibili, influenzandosi reciprocamente in modo continuo. Questa costante interazione ha ridefinito le pratiche di sicurezza e di controllo sociale, con un impatto significativo sulla gestione della mobilità. Tale prospettiva permette dunque di decostruire l’infrastruttura tecnologica delle frontiere europee, sfidando la sua immagine di mero insieme di strumenti neutrali al fine di mostrarla, al contrario, come un complesso di dispositivi denso di implicazioni politiche e sociali. Inoltre, questo approccio evidenzia come la dimensione digitale possa trasformarsi in un vettore di controllo e di riproduzione delle disuguaglianze, un aspetto che trova ampio spazio di approfondimento all’interno della presente tesi. Per quanto riguarda i Critical Security Studies, si tratta di un quadro concettuale che fornisce gli strumenti analitici per connettere l’implementazione dell’infrastruttura tecnologica europea con le dinamiche di securitizzazione, esternalizzazione e criminalizzazione di specifiche categorie di persone in movimento. In particolare, questa lente teorica consente un’analisi del contesto politico e discorsivo che caratterizza i casi di studio presi in esame, focalizzandosi su come la percezione della migrazione sia mutata al punto da inquadrare il fenomeno come una minaccia e sul conseguente impatto che tale cambiamento ha avuto sulle politiche migratorie europee. Così, l’integrazione di questi due quadri teorici permette un approccio di ricerca critico volto a smantellare i discorsi istituzionali sulla sicurezza e a stimolare una profonda riflessione sulle reali logiche nascoste dietro l’uso della tecnologia. Per raggiungere questo obiettivo, è stata condotta un’analisi qualitativa del contenuto di fonti normative e documenti ufficiali, tra cui Regolamenti e decisioni dell’UE, direttive, proposte legislative e comunicazioni della Commissione Europea, nonché documentazione istituzionale delle Agenzie europee. L’obiettivo di questo esame non è stato semplicemente quello di decodificare il testo letterale, ma di portare alla luce le logiche sottostanti e di verificare se la tecnologia si configuri effettivamente come uno strumento neutrale. Tra le fonti supplementari consultate figurano testi della letteratura scientifica e accademica di riferimento, fonti giornalistiche e di attualità e contenuti multimediali. All’interno di questo quadro, un’importanza centrale è stata attribuita ai rapporti e ai briefing di ONG e coalizioni di esperti di diritti digitali, utilizzati in particolare per lo studio del Patto sulla Migrazione e l’Asilo e della proposta di Regolamento sui Rimpatri. Questa scelta si è resa necessaria trattandosi di un campo normativo estremamente recente e in continua evoluzione; un terreno inedito le cui reali conseguenze a lungo termine su piano pratico e tecnologico potranno essere verificate solo in futuro. Il primo capitolo di questa tesi esaminerà le motivazioni socio-politiche e gli eventi che hanno portato alla creazione della cosiddetta “frontiera digitale” (denominata anche “technoborder”). In particolare, esplorerà come l’impiego delle tecnologie digitali nella gestione dei confini e della mobilità sia strettamente connesso alle dinamiche della globalizzazione e del neoliberismo. Questi processi hanno infatti condotto a una securitizzazione delle frontiere che si è evoluta oggi in una vera e propria “tecno-securitizzazione” grazie alle più recenti innovazioni tecnologiche. L’analisi mostrerà come questa tendenza abbia ridefinito il fenomeno migratorio, identificandolo come una minaccia alla sicurezza e consolidando così il nesso tra migranti irregolari e criminalità. In questo contesto, un ruolo catalizzatore è stato svolto dalla paura: sebbene il dibattito sulla securitizzazione fosse già in atto, gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti hanno legittimato un’accelerazione della digitalizzazione delle frontiere, specialmente attraverso l’uso delle tecnologie biometriche. Successivamente, il capitolo approfondirà le trasformazioni strutturali subite dalle frontiere a seguito della loro digitalizzazione e il loro impatto su chi le attraversa. Si discuterà di come esse siano diventate “semi-permeabili” in relazione alla funzione di filtraggio che svolgono, proprio attraverso le tecnologie digitali. Queste ultime, infatti, permettono la raccolta di dati sulla base dei quali avviene una rapida selezione – il cosiddetto social sorting – che distingue i soggetti “desiderabili”, i quali attraversano i confini senza ostacoli, da quelli “indesiderabili”, che vengono invece intercettati. Per comprendere appieno questo meccanismo, verranno introdotti i concetti di profilazione del rischio (risk profiling) e di governance preventiva della mobilità (pre-emptive mobility governance), evidenziando come l’obiettivo sia quello di intercettare le potenziali minacce tramite la profilazione prima che gli individui raggiungano fisicamente la frontiera, esercitando così un controllo anticipato sulla mobilità. Il secondo capitolo sposterà l’attenzione sull’infrastruttura tecnologica europea per il controllo e la gestione delle frontiere, occupandosi nello specifico delle banche dati progettate a tal fine. Verrà innanzitutto esaminato il ruolo dell’Agenzia dell’Unione Europea per la Gestione Operativa dei Sistemi IT su Larga Scala (eu-LISA), che gestisce i database europei dal 2012. Il ruolo di eu-LISA sarà analizzato per portare alla luce gli immaginari, i progetti politici e le visioni del futuro che guidano questo attore, condizionando direttamente la progettazione e la riforma degli archivi digitali. Saranno presi in considerazione sia i primi sistemi informativi, come SIS, VIS ed Eurodac, sia quelli più recenti, come EES ed ETIAS. L’obiettivo è tracciarne l’evoluzione nel corso degli anni, identificando gli interessi politici e l’approccio ideologico dietro ogni modifica. L’analisi dimostrerà come sia le vecchie che le nuove banche dati convergono verso un’unica direzione e un’identica necessità: estendere la sorveglianza e il controllo sul maggior numero possibile di persone in movimento. Infine, il terzo capitolo esaminerà il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, in vigore dal 12 giugno 2026, e la proposta di Regolamento sui Rimpatri. L’obiettivo sarà quello di analizzare come entrambi gli strumenti legislativi si affidino pesantemente all’uso massiccio di tecnologie digitali e biometriche. Nello specifico, si vedrà come l’efficacia del Patto dipenda fortemente dall’interoperabilità delle banche dati europee (in primis Eurodac) e dall’identificazione biometrica all’ingresso delle frontiere, che diventa fondamentale per reindirizzare rapidamente i migranti verso le corrette procedure di asilo o di rimpatrio. La parte finale del capitolo si concentrerà sulla proposta di Regolamento sui Rimpatri, evidenziando il rischio di un’estensione della sorveglianza digitale anche all’interno degli Stati membri, in particolare attraverso misure di rintracciamento per identificare i cittadini di paesi terzi in situazione irregolare. Sia la proposta di Regolamento sui Rimpatri sia il nuovo Patto prevedono una raccolta massiccia di dati sensibili, un aspetto di cui verranno sottolineati rischi e criticità. Infine, l’analisi esaminerà anche come entrambi gli strumenti normativi rischino di estendere la detenzione amministrativa, la quale ha luogo in strutture notoriamente iper-tecnologizzate al fine di garantire sorveglianza e sicurezza. Il terzo capitolo lascerà aperta una questione cronologica: mentre il Patto entrerà in vigore nel giugno 2026, la proposta di Regolamento sui Rimpatri, al momento della stesura di questa tesi, è ancora in fase di discussione. Tuttavia, il quadro delineato da entrambi gli strumenti solleva notevoli preoccupazioni circa il loro carattere repressivo. L’intento sembra infatti essere quello di facilitare le espulsioni e ostacolare l’esercizio del diritto di asilo; in questo scenario, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nel veicolare tali obiettivi.
Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche due donne al governo in Europa. Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla, entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa. Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. “Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.  Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa. Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e “portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”. La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub), strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio. I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in Albania da ottobre 2024 2.  I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle autorità italiane. Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio. Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere responsabili del rimpatrio finale dei migranti. Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non appartenente all’UE. Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi come Uganda, Ruanda e Ghana. Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con la firma prevista all’inizio del 2027 3.  Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con l’Italia, confermandosi un partner strategico. Illustrazione: Wikimedia commons La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi che non li vogliono”. “L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha affermato 4.  Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.  In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023, ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di Keir Starmer nel 2024. Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.  In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7. Kigali skyline (PH: Wikimedia commons) La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa. Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione per gli investimenti esteri. Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.  La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso, contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi. Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.  Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco chiara. Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti nei paesi da cui erano fuggiti 10.  L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e arresti domiciliari per gli oppositori. Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.  Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i suoi return hubs per i migranti” 11. L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. “Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”, chiede il Commissario.  L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni irreparabili” 12. Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo. Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei diritti umani. 1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno 2026) ↩︎ 2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i 670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari, trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎ 3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan, Politico (giugno 2024) ↩︎ 4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎ 5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎ 6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il Manifesto (agosto 2026) ↩︎ 7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» – Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎ 8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎ 9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎ 10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump administration, PB News (giugno 2026) ↩︎ 11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎ 12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan – Politico (giugno 2026) ↩︎ 13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno 2026) ↩︎
Allarme! La militarizzazione della spesa pubblica nell’Unione europea
Anche se non succede niente, il minimo allarme, come il drone su Lipsia, scatena il panico. Da anni stiamo armando l’Ucraina, rifiutando qualsiasi ipotesi diplomatica, e ci sorprende un drone, o cento droni misteriosi? Bisogna fermarsi prima che sia troppo tardi. I popoli non vogliono nessuna guerra. Non basta una generazione di ucraini morta e sepolta per farlo capire ai governi europei? A guardare la spesa pubblica sembra proprio di no. E i droni russi o non russi che svolazzano sull’Unione europea fanno il gioco del famigerato e noto complesso militare industriale. L’accelerazione della spesa militare in Europa nell’ultimo quadriennio, presentata dalle istituzioni dell’Unione Europea e dai governi nazionali come una risposta obbligata alle minacce asimmetriche e alla guerra convenzionale, risponde a logiche economiche e politiche che meritano un’analisi critica e disincantata. Se da un lato episodi di sabotaggio reale o presunto, e la costante esposizione mediatica a scenari di rischio geopolitico vengono utilizzati per orientare il consenso pubblico, dall’altro le decisioni finanziarie stanno determinando una profonda riconfigurazione dei bilanci statali a danno del modello sociale europeo. Secondo gli ultimi dati ufficiali della European Defence Agency(https://eda.europa.eu/news-and-events/news/2026/07/16/eu-defence-spending—418-billion-in-2025–projected-to–454-billion-in-2026), la spesa militare combinata dei 27 Stati membri ha raggiunto i 418 miliardi di euro, registrando un balzo del 20% rispetto all’anno precedente e toccando il 2,2% del PIL comunitario, con proiezioni che prevedono una scalata fino a 454 miliardi di euro (il 2,4% del PIL). A livello globale, i rapporti del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute: https://www.sipri.org/media/press-release/2025/unprecedented-rise-global-military-expenditure-european-and-middle-east-spending-surges) documentano che l’Europa è diventata il principale traino della corsa globale agli armamenti, con un tasso di crescita delle spese militari che tra i membri europei della NATO ha registrato i ritmi più veloci dal 1953. Questo “allarmismo strutturale” offre una sponda ideale per legittimare investimenti che sottraggono risorse cruciali alla sanità pubblica, all’istruzione e al welfare in una fase di forte pressione inflazionistica. Sotto il profilo macroeconomico, l’argomentazione dell’autonomia strategica si traduce in una forte spinta protezionistica a beneficio del complesso militare-industriale europeo, le cui principali aziende quotate — come Rheinmetall. (https://www.xtb.com/it/formazione/le-migliori-aziende-del-settore-della-difesa) e BAE Systems registrano profitti record e una capitalizzazione di mercato senza precedenti. Esponenti dell’intelligence finanziaria e ricercatori del SIPRI paventano il rischio che la ridefinizione dei parametri di spesa per soddisfare i nuovi target NATO finisca per “sfumare i confini tra spesa militare e altre voci di bilancio legate a difesa e sicurezza”, riducendo drasticamente la trasparenza e complicando la reale valutazione delle capacità belliche. La stessa Corte dei Conti Europea (https://www.consilium.europa.eu/it/policies/defence-numbers/) ha espresso crescenti riserve sui meccanismi di finanziamento della difesa comune e sui programmi comunitari paralleli ad alto impatto fiscale (come il ricorso ai prestiti agevolati del fondo SAFE per il riarmo), segnalando forti criticità legate alla sovrapposizione dei budget, al rischio di duplicazione inefficiente dei contratti di approvvigionamento congiunto, e alla mancanza di una reale rendicontazione democratica sull’impiego dei fondi.  Spostando l’asse della sicurezza dalla resilienza sociale e civile alla mera accumulazione di asset bellici, l’Unione Europea rischia di alimentare la spirale dell’escalation internazionale e di indebolire la propria stabilità interna, dimostrando come la percezione della minaccia possa essere istituzionalizzata per superare le storiche resistenze democratiche alla militarizzazione della spesa pubblica. In pratica stiamo correndo al riarmo europeo, che favorisce soprattutto gli americani, e Rutte se ne vanta con Trump; quindi si converte l’economia in economia di guerra, e ogni allarme droni, serve ad alimentare il consenso attraverso la paura del nemico. Ray Man
September 3, 2026
Pressenza
ISLANDA: VINCE IL NO ALL’UE, FALLITO IL REFERENDUM SULLE TRATTATIVE PER L’INGRESSO. CONTRARIA ANCHE LA SINISTRA ECOLOGISTA
Vince il ‘no’ al referendum islandese sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Ue, col ‘sì’ che prevale solo nella capitale Reykjavík e i contrari che hanno superato il 60% nelle circoscrizioni rurali: no quindi all’ingresso dell’Unione Europea per il 52,8% degli islandesi. Alta l’affluenza, all’82,5%. “La campagna per il ‘no’ è stata molto più efficace della campagna per il ‘sì’“, fa sapere Roberto Pietrobon, giornalista collaboratore de Il Manifesto intervistato a Radio Onda d’Urto. Tutti i partiti di centrodestra islandese hanno sostenuto lo stop alle trattative per l’ingresso nell’Unione Europea dell’Islanda. Per il ‘no’ si è schierato anche il partito della sinistra socialista ed ecologista islandese, il Vinstri Græn, (VG). A differenza di molti partiti ecologisti dell’Europa continentale, i Verdi della sinistra islandese mantengono una forte linea euroscettica per motivi legati alla sovranità nazionale e alla tutela ambientale. Uscita sconfitta l’Alleanza socialdemocratica che guida l’Islanda da dicembre 2024, affiliata al Partito socialista europeo, della premier Frostadóttir, e il liberale ViÐreisn, legato all’Alde-Renew, della ministra degli Esteri èorgerÐur Katrín Gunnarsdóttir. La prima ministra ammette la sconfitta ma va avanti. Al centro della campagna referendaria la pesca e l’agricoltura islandese che trainano l’economia della terra del ghiaccio e che, secondo la coalizione contraria all’ingresso nell’Unione Europea, sarebbe stata messa a rischio dalle politiche di Bruxelles. Il ‘no’ ha infatti primeggiato nelle circoscrizioni rurali, dove supera in tre collegi su quattro il 60%. L’intervista a Roberto Pietrobon, giornalista collaboratore de Il Manifesto. Ascolta o scarica.
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste. Vince il No al referendum
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013. Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono […] L'articolo Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste. Vince il No al referendum su Contropiano.
August 30, 2026
Contropiano
Preparativi di guerra: nuovo accordo NATO sulle materie prime critiche
Nel summit NATO tenutosi ad Ankara il 7 luglio scorso è stato avviato un nuovo progetto internazionale sulle materie prime critiche per la Difesa, che vede coinvolti dodici Paesi facenti parte dell’Alleanza, tra cui l’Italia. Obiettivo dell’iniziativa è organizzare e rafforzare le filiere di approvvigionamento per le industrie militari, mettendo a punto un sistema condiviso di cooperazione riguardante l’intero processo produttivo: estrazione, stoccaggio, trasporto, gestione e riciclaggio dei minerali critici indispensabili. A tale proposito, il Segretario Generale della NATO ha dichiarato che «Per mantenere forti e pronte le nostre capacità di difesa necessitiamo di basi industriali e filiere produttive resilienti».[1] Il summit è complementare a diversi accordi siglati tra Unione Europea e Stati Uniti nel corso dell’ultimo anno: la Dichiarazione congiunta del 21 agosto 2025,[2] l’incontro interministeriale tra UE, USA e Giappone del 4 febbraio 2026[3] e, in ultimo, il Memorandum d’intesa del 24 aprile[4]. Il Memorandum è particolarmente significativo, in quanto stabilisce misure regolative dei prezzi al commercio dei metalli rari, includendo «prezzi minimi corretti alla frontiera, mercati basati su standard, sovvenzioni a copertura del differenziale di prezzo o accordi di ritiro della produzione». Stabilisce, inoltre: «standard per l’estrazione, la lavorazione, il riciclaggio o il commercio di minerali critici; cooperazione tecnica e normativa; cooperazione in materia di promozione e controllo degli investimenti; risposte rapide coordinate per prevenire interruzioni e crisi nelle catene di approvvigionamento dei minerali critici, anche provenienti da paesi terzi».[5] Se le «risposte rapide coordinate» includano o meno le risposte militari non è dato saperlo con certezza, dal momento che USA e UE «intendono proteggere le informazioni sensibili o tutelate per ragioni di sicurezza nazionale scambiate nell’ambito del presente Memorandum».[6] Sicuramente sono ricomprese anche misure civili, quali l’accumulo di scorte di minerali e la facilitazione normativa. E proprio a proposito della normativa bisogna spendere alcune parole: non solo il Memorandum è stato siglato dalla Commissione Europea, senza quindi alcuna forma di coinvolgimento democratico della popolazione, ma in esso è anche scritto che verranno prese misure per «accelerare, snellire o ridurre le tempistiche e le procedure di autorizzazione per l’estrazione, la separazione e la lavorazione di minerali critici».[7] Il modello è quello della logistica militare europea, che al momento attuale prevede de facto la circolazione di mezzi militari e truppe all’interno dei Paesi membri senza alcun bisogno di autorizzazione da parte dei Governi nazionali. L’obiettivo dell’Unione Europea è esplicito: estrarre almeno il 10% del fabbisogno di minerali critici entro il 2030,  processarne il 40% e, infine, riciclarne il 15%. Vi è però la necessità di ricorrere a fonti di estrazione collocate in paesi terzi, «determinati di comune accordo»[8] fra UE e USA. L’intento è chiaramente quello di muoversi in funzione anti-cinese, sottraendo quote di mercato dei metalli rari al gigante asiatico a partire dal controllo delle fonti di estrazione. Sarà però importante, all’interno di questo progetto imperialista, riuscire a mantenersi all’avanguardia per quanto riguarda la lavorazione e il riciclo dei metalli. Non per nulla il 25 marzo del 2025 l’Unione Europea ha ufficialmente stabilito la nascita di ben quarantasette progetti strategici riferiti all’intero ciclo produttivo delle materie prime critiche, comprese le fasi di ricerca e sviluppo. Dieci progetti riguardano il riciclo e, fra questi, quattro sono localizzati in Italia: in Toscana Solvay Italia lavora al riciclo dei metalli del gruppo del platino; nel Lazio Itelyum ed Erion si occupano del riciclo di metalli rari provenienti da hard-disk e motori elettrici; nel Veneto Recover-it recupera rame, nichel e platino dalle acque reflue industriali; in Sardegna Glencore dovrebbe occuparsi del recupero di litio dalle batterie, anche se il progetto sta incontrando difficoltà di tipo legale. Complessivamente i quarantasette progetti hanno un costo di 22,5 miliardi di Euro: risorse provenienti dalla Commissione e dagli Stati membri e pertanto potenzialmente sottratte al welfare. Siamo di fronte a un nuovo tassello del mosaico che descrive sempre più chiaramente i preparativi di una guerra globale ma anche quali saranno gli scenari della futura manifattura. Il coinvolgimento della NATO, di cui parlavamo all’inizio, ne è la prova lampante, così come lo è l’accaparramento dei metalli rari in Ucraina da parte degli USA – che subito dopo un accordo vantaggioso hanno iniziato a disimpegnarsi dalla guerra, scaricando gli oneri sulla UE per spostare l’attenzione verso l’indo-Pacifico. E. Gentili, F. Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- [1] https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/07/nato-allies-launch-new-project-on-critical-raw-materials-for-defence. [2] Cfr. https://policy.trade.ec.europa.eu/news/joint-statement-united-states-european-union-framework-agreement-reciprocal-fair-and-balanced-trade-2025-08-21_en. [3] Cfr. https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/fr/statement_26_323. [4] Cfr.                        https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_862. [5] https://ustr.gov/sites/default/files/files/Press/Releases/2026/U.S.-EU%20Critical%20Minerals%20Action%20Plan.pdf. [6] https://circabc.europa.eu/ui/group/09242a36-a438-40fd-a7af-fe32e36cbd0e/library/ca7bcd9d-6a41-417f-aed4-537e309f2f95/details. [7] Ibidem. [8] Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’ansia di guerra, a cervelli spenti
Allora. Uno si siede al computer, scorre le notizie e si trova davanti ad un bivio logico, concettuale, strategico pressoché irrisolvibile. Trump, presidente Usa che ha appena mandato il capo della Cia a Mosca, afferma che “Putin non attaccherà la Nato”. Burnham, primo ministro britannico, passato da poche settimane dal […] L'articolo L’ansia di guerra, a cervelli spenti su Contropiano.
August 28, 2026
Contropiano
Energia e materie prime. La bilancia commerciale Ue in tilt verso Usa e paesi extraeuropei
Nel secondo trimestre del 2026 l’Unione europea ha registrato un deficit commerciale di 21,8 miliardi di euro. Le importazioni di beni da Paesi extra-Ue hanno raggiunto 701,8 miliardi di euro, superando le esportazioni, ferme a 680 miliardi. A certificarlo è l’Eurostat, indicando che si tratta del primo deficit commerciale dal […] L'articolo Energia e materie prime. La bilancia commerciale Ue in tilt verso Usa e paesi extraeuropei su Contropiano.
August 27, 2026
Contropiano
Settecento giorni di protesta ad Agadez (Niger)
Ha compiuto 700 giorni il 23 agosto la protesta non violenta delle persone rifugiate al “Centro Umanitario” di Agadez, Niger. E sono passati quasi due anni da quando documentavamo per la prima volta le condizioni della struttura, finanziata con fondi pubblici italiani ed europei 1. Interviste BLOCCATI IN NIGER: IL GRIDO INASCOLTATO DEI RIFUGIATI DA UN CAMPO FINANZIATO DA ITALIA E UE Intervista ad alcuni residenti del “Centro umanitario” di Agadez sulla protesta in corso da due mesi Laura Morreale 28 Novembre 2024 Da allora, la protesta non si è mai fermata: il collettivo Refugees in Niger continua a manifestare quotidianamente e a denunciare la propria condizione attraverso i corpi, le immagini e le parole dei residenti del Centro. Donne, uomini e bambini che hanno trascorso mesi, spesso anni, in un limbo giuridico e in una struttura isolata, dove immaginare un futuro diverso diventa quasi impossibile. Sono persone fuggite dalle atrocità in Sudan o da altre aree di crisi, molte delle quali, secondo le loro testimonianze, sono state deportate illegalmente in Niger da Paesi nordafricani come Algeria, Libia e Tunisia. La protesta non viene semplicemente ignorata, né da UNHCR – a cui è affidata la gestione della struttura – né dalle autorità nigerine, che dovrebbero riconoscere a queste persone lo status di rifugiato e i relativi diritti. Da quando al Centro sono iniziate le mobilitazioni giornaliere, lunghi periodi di silenzio si alternano a comunicati ufficiali e visite istituzionali. In alcune occasioni, le autorità hanno cercato di rassicurare i rifugiati; in altre, la risposta è stata apertamente intimidatoria. PH: Refugees in Niger Il risultato, però, non è cambiato: le condizioni del campo restano critiche, i servizi ridotti o assenti, e la protesta ha ormai assunto la forma di un presidio permanente. Le ultime visite istituzionali risalgono al 7 e 8 agosto scorsi. La prima è stata quella della vice-rappresentante di UNHCR Niger. La sua presenza al Centro ha lasciato i rifugiati senza risposte sostanzialmente nuove. Ha riferito che sono in corso incontri con rappresentanti del governo per affrontare l’impasse dell’esame delle richieste di protezione da parte delle autorità nigerine, e ha ribadito che le opportunità di ricollocamento in Paesi terzi sono molto limitate. Rispetto alle denunce dei rifugiati sull’insufficienza degli aiuti alimentari, che da oltre un anno risentono di importanti tagli ai finanziamenti destinati ad Agadez, si è limitata a dire che l’agenzia non può assistere tutti e si concentra sulle persone vulnerabili. Secondo le informazioni più recenti raccolte dal Centro, sempre meno persone avrebbero accesso al sostegno alimentare; le razioni sarebbero progressivamente diminuite e i criteri di assegnazione sarebbero applicati in modo arbitrario, a volte escludendo anche persone vulnerabili, inclusi i bambini. Si tratta di accuse note da tempo, che richiederebbero una risposta più precisa e verificabile da parte dei responsabili della pianificazione e distribuzione degli aiuti. Nessuna speranza, inoltre, per quanto riguarda la riapertura del presidio medico: i rifugiati dovranno continuare a fare riferimento all’ospedale pubblico più vicino, distante circa sette chilometri dal Centro. Il giorno successivo è arrivata una seconda visita, non annunciata e non pubblicizzata, da parte di una rappresentante del governo nigerino. Secondo i rifugiati, si tratterebbe di Sidikou Ramatou Djermakoye Seyni, ministra della Popolazione e degli Affari Sociali. La visita aveva l’obiettivo di verificare le condizioni del Centro, con particolare attenzione alla situazione delle donne, che la ministra avrebbe dichiarato di avere particolarmente a cuore. Ma proprio durante la visita si sarebbe verificato l’ennesimo episodio repressivo nei confronti del racconto pubblico portato avanti dai rifugiati. Secondo le testimonianze raccolte, un uomo avrebbe impedito ai presenti di documentare l’incontro, controllando i loro telefoni e chiedendo di cancellare eventuali fotografie. Al termine della visita, la ministra sarebbe intervenuta spiegando che preferiva evitare la circolazione sui social media di immagini della giornata. In effetti, nessun canale ufficiale del governo ha reso pubblico l’incontro. Un operatore del Centro, incaricato della traduzione durante le visite istituzionali, avrebbe poi utilizzato toni aggressivi nei confronti dei rifugiati, rivolgendosi in particolare a uno di loro e facendogli intuire di essere sotto osservazione. L’uomo lo avrebbe avvertito delle conseguenze se avesse pubblicato immagini della visita, alludendo esplicitamente a un possibile arresto, mentre un altro uomo, funzionario del Centre Nationale d’Elegibilité (CNE) nigerino, avrebbe ripetuto più volte che loro rappresentano il governo e possono fare quello che vogliono. Lo scontro verbale, secondo i testimoni, si è verificato alla presenza di personale UNHCR, che non è però intervenuto. In un contesto che ha già visto, come documentato ampiamente, arresti e deportazioni di persone coinvolte nell’organizzazione della protesta, una minaccia di questo tipo assume un peso non indifferente. E non è la prima volta che rappresentanti del governo ricorrono a intimidazioni più o meno velate. Il punto della protesta è anche questo: dopo quasi due anni, a essere contestate non sono soltanto le condizioni materiali del Centro, ma soprattutto il rapporto tra le persone che vi abitano e le istituzioni incaricate di proteggerle. Non si può parlare di protezione internazionale quando manca la fiducia nella capacità e nella volontà di garantire dei diritti fondamentali. Se le uniche risposte possibili a chi solleva delle criticità sono la negligenza e la repressione, va messo in discussione l’intero impianto “umanitario” che permette a luoghi come il Centro di Agadez di continuare a esistere. Il clima di sopraffazione e di impunità che si respira ad Agadez è lo stesso di tanti altri luoghi di contenimento delle migrazioni, sparsi a varie latitudini. Luoghi che hanno tutti delle caratteristiche comuni: ridurre le persone in movimento a funzioni (di vittima o di minaccia), allontanarle dallo sguardo pubblico, privarle della loro capacità di agire e – quando invece la mostrano, contestando il sistema in cui sono inserite – reprimerle e isolarle. Il proliferare di campi profughi permanenti creati su richiesta europea, come quello di Agadez, lungo le rotte migratorie in Africa ha svuotato di senso il diritto di asilo, delegandolo a enti e paesi terzi che non sono in grado di offrire una protezione effettiva. 1. L’archivio di tutti i contenuti su questa vicenda sono consultabili sulla tag Agadez ↩︎
USB: “Benzina e gasolio fuori controllo, bollette in crescita, pensioni e salari fermi…
… NON POSSIAMO STARE A GUARDARE”. Quota due euro al litro è stata abbondantemente superata anche per la benzina, mentre il governo cincischia sulle accise e non assume nessun provvedimento efficace. Per intere categorie come gli autotrasportatori o i tassisti la situazione sta diventando insostenibile, come per tutti quelli che devono rifornirsi ai distributori per andare a lavorare. E il prezzo dei carburanti, si sa, finisce per riversarsi sull’intera economia, con un effetto inflazionistico molto pesante. Sono cinque milioni di famiglie che in Italia vivono in povertà energetica: per loro scaldarsi, illuminare casa, usare fornelli o scaldabagno è un lusso, figuriamoci il condizionatore nelle estati sempre più torride. Secondo lo studio della CGIA di Mestre il prezzo del GAS NATURALE (per MWh) è passato dai 16,1 € del 2019 ai 36,3 del 2024 con un aumento di oltre 140,2 % roba da strozzini, per poi salire a 38,7 € nel 2025 con una cedola per le aziende del settore del + 6,3 %. Analizzando meglio i dati pubblicati dalla CGIA di Mestre sulla povertà energetica si trovano storiche conferme, ad esempio con il mezzogiorno che ha ben 1.141.501 famiglie e ben 2.601.599 individui condannati alla povertà energetica; tuttavia, gli aumenti pesano sui bilanci familiari, al Nord come al Sud. Il caro bollette aggredisce i salari e le pensioni mantenuti bassi dagli accordi sindacali siglati da CGIL, Cisl, UIL e sindacati autonomi. Mentre lo stipendio medio di un lavoratore dipendente in Italia si aggira tra 30.000 e 35.000 euro lordi l’anno, pari a circa 1.500 euro netti al mese; la pensione media è di circa 1.280–1.350 euro lordi mensili. A questa condizione, già insufficiente, si aggiungono quasi cinque milioni di pensionati con un assegno pensionistico inferiore a 1.000 euro lordi. Considerando anche il prezzo dei carburanti, il quadro peggiora ulteriormente producendo un effetto domino sui prezzi al dettaglio di tutte le merci e impoverisce sia chi ha lavorato una vita sia chi, pur lavorando sempre di più, scivola ogni giorno più in basso fino a rientrare tra i lavoratori poveri. I nodi della crisi si fanno sempre più evidenti e la propaganda governativa, non tiene il confronto con la realtà come dimostra il taglio delle accise limitato a 17 centesimi al litro, valido per appena due giorni e solo sul diesel. Le promesse di Meloni sul taglio delle accise in campagna elettorale, con tanto di video di propaganda, poi disattese e sostituite da ridicoli tagli temporanei, fanno il paio con il governo Draghi: entrambi, di fronte alle aziende che realizzano superprofitti sulla pelle di milioni di pensionati e lavoratori, si sono piegati lasciando proseguire la speculazione. Le scelte di politica internazionale dell’UE ha imposto la fine delle forniture russe, sostituite nel nostro paese con forniture di energia sempre più care, come il GNL dagli USA. Una politica di guerra quella dei paesi NATO sempre più aggressiva che provoca ricadute devastanti sull’intera economia nazionale. La guerra e i dazi contro l’Iran ne sono un esempio evidente. La politica trasversalmente intesa trova sempre le risorse che finiscono per finanziare il risico bancario e gli interessi speculativi degli azionisti, così come per il riarmo e la guerra, ma se si parla di salari, pensioni e spesa pubblica diventa cieca, sorda e muta. Siamo in campagna elettorale e purtroppo la classe politica in queste situazioni diventa sempre più teatrale e sempre più cialtrona e già in questi giorni assistiamo ai i soliti sproloqui di promesse e proclami. Per USB serve un deciso cambio di rotta che metta al centro lavoratori e pensionati: i prezzi delle bollette devono essere tenuti sotto controllo pubblico e calmierati, perché l’accesso a gas, luce e acqua è un diritto fondamentale. Serve sì una tassazione sui super profitti ma il dato vero è che le imprese energetiche e idriche devono recuperare la funzione pubblica: le privatizzazioni e la logica di mercato hanno infatti prodotto un modello predatorio e antisociale. Occorre che salari e pensioni recuperino la perdita di potere di acquisto di oltre il 9% degli anni passati, legandoli all’inflazione reale e non all’IPCA che non considera nel calcolo l’aumento del costo degli idrocarburi importati (carburanti e bollette energetiche); servono aumenti salariali veri che restituiscano dignità al lavoro. Non possiamo pensare a salari al di sotto della soglia minima di 2000 € in paga base, questo significa salario minimo adeguato alla funzione che si svolge e che deve partire da non meno 12 € l’ora per tutte le tipologie contrattuali. Questo aumento vertiginoso del costo della vita è la vera emergenza nazionale che, a causa di un contesto internazionale sempre più caldo, è destinata ad aggravarsi sempre più. Restare a guardare, pensando che prima o poi le cose cambieranno e che tutto è destinato a tornare come prima, è una pura illusione. È ora di tornare a far sentire la rabbia di tanta gente che non ce la fa più e che chiede una alternativa vera.   Unione Sindacale di Base
August 25, 2026
Pressenza