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ll caso del PRDC di Corinto
CONFINI, PROTESTE E CORPI LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA E LA NECROPOLITICA EUROPEA NEL PRDC DI CORINTO Una raccolta di indagini e voci, nell’ambito di una ricerca sul campo di quattro mesi, racconta il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto (PRDC/PRO.KE.KA.), uno dei sette istituti di trattenimento amministrativo rivolto agli “stranieri irregolari 1” presenti in Grecia. I centri di detenzione gettano i trattenuti in una condizione in bilico tra, come lo descriverebbe Stefano degli Uberti (2019) 2, l’essere «forzati dentro», intrappolati in una prigione, e allo stesso tempo «lasciati fuori» dalle dinamiche sociali e spaziali, ottemperando alla volontà politica di criminalizzare, escludere e nascondere. Eppure, nonostante i tentativi delle istituzioni di invisibilizzarla, la struttura – per quanto apparentemente impermeabile – interagisce con l’esterno, attraverso le voci che oltrepassano mura e sistemi di sicurezza. La maggior parte dei cittadini locali ignora la sua l’esistenza ma per alcune persone il nome “Corinto” richiama immediatamente il centro di detenzione: Se sei un minimo nel giro, appena si dice Corinto, la prima cosa che le persone ti dicono è il detention center. Comunque, è – insieme ad Amigdalesa – il più grande della Grecia. (Intervista ad una attivista) 1. Un istituito che nasce nella criminalizzazione e si struttura nella lesione dei diritti: Il PRDC di Corinto viene inaugurato nel 2012 insieme ad altre strutture, tra cui Amygdaleza, Paranesti e Xanthi; la decisione si inserisce in un più ampio piano governativo volto ad ampliare gli spazi destinati al “contenimento” della cosiddetta “massa migrante criminalizzata”. I centri di detenzione e pre-allontanamento, gestiti dalla polizia ellenica e istituiti tramite decreto governativo 3 che ne definisce funzioni e quadro giuridico, dovrebbero costituire una misura eccezionale nella “gestione” della migrazione. In realtà, però, in Grecia – come in altri Paesi UE – il ricorso alla detenzione è progressivamente aumentato negli ultimi anni. La legge 4939/2022 4 (Codice dell’asilo) e le direttive più recenti, tra cui la legge 5226/2025, ne hanno ampliano l’uso in nome della “protezione delle frontiere”; una tendenza destinata a rafforzarsi ulteriormente con l’entrata in vigore, nel giugno 2026, del Patto europeo su migrazione e asilo. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 Una ricerca del 2023 documenta l’attività di queste strutture – cinque situate sulla terraferma e una sull’isola di Kos – per un totale di 3.676 posti disponibili, con la capienza maggiore registrata proprio nel centro di Corinto. Tabella 1 – Fonte: Direzione della polizia ellenica, 18 gennaio 2024. Dal sito AIDA, Place of detention, Greece Oltre all’uso massiccio e improprio del trattenimento, numerose denunce riguardano le condizioni gravemente lesive dei diritti umani in queste strutture. L’indagine invita a interrogarsi sulla necropolitica europea (Mbembe, 2003) 5 e sul ruolo del trattenimento amministrativo come dispositivo aberrante e disumanizzante, prendendo in esame il PRDC di Corinto come caso specifico per far emergere ciò che realmente accade all’interno di queste strutture. Attraverso analisi storico-antropologica, rapporti di ONG, testimonianze e osservazione etnografica, emerge un sistema opaco e degradante, nascosto dalla politica. In queste strutture, scioperi della fame, autolesionismo e suicidi diventano forme estreme di resistenza, in cui il “corpo sofferente del migrante” (Sorgoni, 2022) 6 resta l’unico mezzo di rivendicazione. Intanto, nei contesti in cui sono immersi, si rafforzano l’indifferenza locale, la normalizzazione della violenza istituzionale e l’invisibilizzazione di questi centri. Così, strutture sempre più invisibili all’esterno diventano sempre più brutali per chi le subisce, rivelando la contraddizione di Stati che si proclamano democratici mentre violano sistematicamente i diritti umani. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA GRECIA: GRAVI E PERSISTENTI VIOLAZIONI NEI CENTRI DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE La denuncia al Comitato per la Prevenzione della Tortura e delle Pene Inumane e Degradanti Ludovica Mancini 11 Febbraio 2025 Il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto è una struttura composta da otto edifici a due piani, ciascuno con due ali di dormitori comuni per almeno 12 persone, e un solo bagno per piano. La capacità ufficiale è di circa mille persone, ma il numero effettivo varia a seconda degli arrivi e dell’applicazione, spesso irregolare, della legge e del sistema amministrativo-burocratico. I trattenuti sono uomini provenienti principalmente da Paesi che hanno stipulato con la Grecia accordi di rimpatrio o considerati “sicuri” 7, come Albania, Turchia, Bangladesh e India. Attualmente, la Grecia considera la Turchia “paese terzo sicuro” per richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Bangladesh, Pakistan e Somalia, comportando per queste persone un ulteriore motivo di respingimento o detenzione pre-rimpatrio. Le testimonianze riportano tempi di detenzione principalmente tra i sei e i diciotto mesi, limite massimo imposto dall’attuale legge. Ufficialmente, le persone detenute dovrebbero essere attinte da un provvedimento di espulsione, ma spesso vengono rinchiusi anche richiedenti asilo appena sbarcati o arrestati prima di poter fare domanda di protezione internazionale; talvolta anche minori, in violazione di principi cardine come quelli sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 1989. Iniziamo quindi a vedere l’erosione dei diritti, da quello d’asilo alle condizioni di vita a cui le persone detenute sono costrette da anni. 2. Dal 2012 a oggi: denunce continue sulle condizioni del centro Nonostante la struttura operi in una totale opacità e tenti di negare ogni accesso dall’esterno, il PRDC di Corinto è stato al centro di denunce fin dalla sua apertura. Nel 2012, una delegazione europea per i diritti umani 8, testimoniò la presenza di oltre 1.050 detenuti, molti dei quali trattenuti da più di un anno, in condizioni terribili: sovraffollamento, cibo scarso, servizi igienici insufficienti e nessuna assistenza medica. Nel novembre dello stesso anno, una protesta che coinvolse 800 detenuti venne sedata con gas lacrimogeni e azioni di forza. Nel 2013, due detenuti afgani morirono per mancanza di cure 9, e nel 2014 vennero denunciati 10 casi vulnerabili e atti di autolesionismo senza la dovuta assistenza. Quando, sempre nel 2014, il Consiglio Giuridico Greco autorizzò il prolungamento della detenzione oltre i 18 mesi, fu organizzato dai trattenuti un grande sciopero della fame: Oggi, 9 giugno 2014, noi detenuti abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Sentiamo un’immensa pressione a causa dei nostri destini sconosciuti. 11 si legge nella loro dichiarazione. Scioperi della fame e rivolte dei detenuti hanno continuato a emergere con frequenza come risposta agli abusi, ma vengono sistematicamente repressi con l’uso della forza, senza produrre alcun miglioramento delle condizioni interne. Nel 2015, il governo Syriza chiuse e svuotò la struttura per poi riaprirla nello stesso anno, rivelando il carattere simbolico e propagandistico dell’intervento, perché non c’è mai stata la volontà di cambiare quest’istituto. Tsipras (leader di Syriza) aveva preso l’impegno di chiuderlo (il centro di detenzione). Solo che cosa ha fatto? improvvisamente apre, e tutti devono andarsene; ci saranno state quattrocento persone, senza soldi, non sanno cosa fare, affamati. Siamo andati a cercarli; molti li abbiamo trovati al porto, sulle panchine. Poi sono andati via perché li avevano portati qua dalle retate, alcuni vivevano in altre città. Dopo però il centro non poteva stare chiuso, c’era il business; quindi, ha riniziato a funzionare poco dopo. (Intervista ad una attivista, cittadina di Corinto) Nel 2016, il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) denunciò 12 la predominanza di detenuti marocchini e algerini, seguita, pochi mesi dopo, da pakistani e bengalesi, segnalando una chiara selettività etnica. Tra il 2016 e il 2018, il GCR (Greek Council for Refugees) 13 e altre organizzazioni denunciarono condizioni disastrose: infestazioni, mancanza di acqua calda, celle sporche, malattie e assenza di attività ricreative. Nel 2018 fu introdotto l’uso del cellulare, permettendo una minima connessione con l’esterno, tuttavia, senza sim-card, questa concessione si svuota e rivela un secondo fine: Ci lasciavano i cellulari, tattica efficace per sedarci… così passi tutto il giorno al telefono. (Intervista a Matt Broomfield) 14 Nel 2021, un ragazzo curdo si è suicidato dopo 16 mesi di detenzione, scatenando una protesta violenta e facendo parlare anche i giornali: Ha preso una corda, sì, se l’è messa attorno al collo ed è andato in bagno. L’hanno trovato morto. È successo di sabato, quindi gli unici presenti erano gli agenti di polizia. Dopo i detenuti hanno iniziato una protesta, hanno bruciato tipo metà del centro. (Intervista ad una psicologa che lavorava nel PRDC) Nel 2023, dopo oltre cinque anni di mancate visite ispettive, il CPT ha rilasciato un rapporto 15 sulle “condizioni catastrofiche” del centro, con infestazioni di scarafaggi e cimici e un’epidemia di tubercolosi che ha messo a rischio la salute dei detenuti, come dimostrato dalla morte di un ragazzo per polmonite, avvenuta senza che ricevesse cure mediche. Tra le principali problematiche, i dipendenti denunciano la scarsità di personale, soprattutto medico. Hanno deciso che non servivano tante persone. Quando l’ultima assistente sociale se n’è andata, sono rimasta completamente sola per un anno, la sera non c’era personale. Nemmeno un medico, nessuno voleva lavorare lì; e non sempre c’era un’interprete. Ho dovuto lasciare anche io perché ci facevano contratti addirittura mensili, ogni mese non sapevamo se avremmo avuto lavoro. Il 26 febbraio 2024, trentasei richiedenti asilo egiziani 16 hanno iniziato uno sciopero della fame contro il silenzio e lo stallo delle procedure di asilo, la negligenza medica e le condizioni disumane. Notizie/CPR, Hotspot, CPA GRECIA. SCIOPERO DELLA FAME NEL CENTRO DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE (PRDC) DI CORINTO Condizioni degradanti e negazione dei diritti fondamentali nei PRDC Chiara Spinnicchia 22 Marzo 2024 Secondo quanto riferiscono Solidarity with Migrants, Equal Rights Beyond Borders e Ef.Syne, le proteste sono state violentemente represse 17 dalle autorità, con incursioni, perquisizioni e intimidazioni. Il 20 febbraio, l’Ombudsman 18 ha richiesto il rilascio degli scioperanti, ma l’appello è stato ignorato. Otto detenuti sono stati trasferiti al PRDC di Amygdaleza per indebolire la protesta. Il Border Violence Monitoring Network, nel rapporto “Violence Within State Borders: Greece” 19, denuncia carenze di beni essenziali (tra cui indumenti intimi e farmaci), una situazione alimentare precaria con cibo di pessima qualità, e restrizioni di movimento, con ore di coprifuoco imposte e limitazioni di accesso all’“l’aria aperta”, in una stretta e rigida sorveglianza. Il Mobile Info Team riporta 20 gravi deterioramenti della salute mentale tra i detenuti, con casi di autolesionismo e il suicidio, nascosto ai media, di un ragazzo egiziano. Fotografie degli spazi interni del detention center che mostrano la separazione delle celle tramite sbarre, servizi igienici in pessime condizioni e un particolare dei letti a castello, circondati da lenzuola per creare privacy. Fonte: Detention landscape e Border Violence Monitoring Network Durante la mia permanenza a Corinto, un nuovo sciopero della fame era in corso. Un gruppo di attivisti locali ha organizzato una manifestazione in solidarietà agli scioperanti, e con il tentativo di far sapere in città quanto stava accadendo nel centro. Tuttavia, i cittadini di Corinto non sembrano aver mostrato alcun interesse: molti ignorano l’esistenza stessa del centro di detenzione e persino alcuni residenti delle aree circostanti non sanno cosa accada al suo interno, dimostrando quanto efficace sia stato il processo di invisibilizzazione. 3. Protesta, corpo e confine: uno sguardo antropologico Una protesta è una performance di conflitto (Pellander, Horsti; 2018) 21 in cui i manifestanti rivendicano dignità opponendosi a decisioni e costrizioni. In questo contesto emergono due forme di dissenso: la ribellione dei detenuti, espressa attraverso i loro corpi, e quella solidale dei cittadini, che cercano di amplificarne le voci. Lo sciopero della fame è una strategia estrema in cui il corpo diventa l’unico strumento di rivendicazione politica: il confine lo attraversa e lo trasforma con un processo di embodiment (Vradis et al., 2020) 22, rendendolo mezzo di denuncia della violenza statale. La somatetica (risonanza somatica (Achenbach, 2024) 23 propone il corpo come luogo di lotta contro questa oggettivazione violenta attraverso il rifiuto. Sfidando la comprensione tradizionale di cosa può essere politico, lo sciopero della fame utilizza un gesto di sacrificazione della salute personale in virtù della causa. Si esemplifica così una forma di necropolitica, ovvero il diritto di lasciar morire individui come parte delle politiche dello stato. Il potere, nella sua massima espressione di controllo sulla vita altrui, è in grado di decidere chi vive e chi muore: Loro usano questa cosa per farci pressione, ma non ci riescono: non mangiare è una loro scelta noi non possiamo farci niente. Cerchiamo di spiegargli che è un diritto umano anche decidere di morire, siamo formati per questo. Per loro non è facile, ma per noi problemi così sono fin troppo semplici da gestire. (Intervista ad un dipendente del PRDC) La morte viene così presentata come diritto, mentre i diritti negati per cui si protesta – come l’asilo – perdono valore. L’enfasi sul “diritto a morire” esemplifica l’esercizio del potere politico che si inserisce nel bios, trasformandosi in biopotere (Foucault) e politiche di morte. L’autolesionismo è un discorso silenzioso che richiede l’attenzione di chi è responsabile della condizione che lo genera; quando questa attenzione non arriva e l’atto viene ridotto a scelta personale, esso perde efficacia. Le gerarchie di potere riducono la ribellione a un’incomprensione dei diritti umani, un’ironica distorsione per chi lotta proprio per difenderli. Nyers (2003, p.1087) 24 definisce «riconquiste sovrane» i processi di riassorbimento del dissenso dentro la logica democratica, dove anche “le prese radicali” (come uno sciopero della fame) possono essere svuotate – piuttosto che avvalorate – in nome del “diritto”. Gli operatori del centro di detenzione dichiarano di essere istruiti a “lasciar scaricare” la protesta, evitando concessioni che creino precedenti; la richiesta d’ascolto viene quindi ignorata e invalidata come ignoranza: non capire che la morte è un diritto. La psicologa del centro, parallelamente, medicalizza la protesta, concentrandosi sui corpi sofferenti e non sulla causa politica, vulnerabilizzando i detenuti anziché riconoscerli come agenti di attivismo. Lo sciopero della fame è un «attivismo impossibile» (Nyers 2003) in quanto il dolore, radicato nella condizione generale e non solo nell’atto fisico, non viene riconosciuto come sofferenza legittima. Le richieste degli scioperanti vengono depoliticizzate e normalizzate, considerate routine: Ma poi queste cose continuano a succedere, tutti a un certo punto fanno lo sciopero della fame, sono sempre le stesse cose, è una piccola abitudine ora per me. (Intervista a un ufficiale di polizia del PRDC) Lo sciopero della fame, come tutte le azioni dimostrative che coinvolgono i corpi detenuti, non può essere ridotto a una semplice “richiesta di aiuto”, svuotata di significato, strumentalizzata, ignorata e confinata entro le mura del detention center, proprio come le persone da cui prende origine. Le azioni solidali che si sviluppano all’esterno, in continuità con le proteste che partono dall’interno, cercano allora di abbattere questo confine, esercitando pressione dall’altra parte e “disturbando” lo spazio urbano per traslare in un’area di visibilità ciò che si tenta di mantenere nascosto. La città stessa può diventare il palcoscenico su cui ri-politicizzare la protesta, sottraendola all’invisibilità prodotta da polizia e personale del centro, veri e propri “guardiani di frontiera” quotidiani. Tuttavia, la protesta raramente riesce a ottenere una reale risonanza mediatica: i messaggi restano circoscritti a una cerchia sensibile, mentre la violenza interna continua indisturbata, rimanendo invisibile dietro mura e filo spinato. Sulle pareti del centro di detenzione e intorno al perimetro, compaiono i messaggi solidali dei pochi attivisti che tentano di esternalizzare la denuncia; eppure, ancora oggi, dopo anni di proteste, la maggioranza dei cittadini di Corinto ignora ciò che, dal 2012, avviene all’interno di quel confine. CONCLUSIONE Questa analisi mostra come la detenzione amministrativa non rappresenti semplicemente uno strumento tecnico di gestione delle migrazioni, come vorrebbero far passare nei messaggi propagandistici, ma un dispositivo politico attraverso cui gli stati europei esercitano forme di controllo, esclusione e violenza sui corpi delle persone in movimento. Da oltre un decennio, rapporti ufficiali, ONG e operatori denunciano sovraffollamento, violenze, mancanza di cure, epidemie e suicidi: una condizione di violenza sistemica e continuativa, conosciuta e ignorata dalle istituzioni. Eppure, il centro non solo resta aperto, ma continua a funzionare come paradigma di un sistema che normalizza l’erosione dei diritti; la violenza che si consuma in questi spazi non è un incidente né una deviazione dall’ordine stabilito, è il suo funzionamento ordinario. In questo contesto, la protesta attraverso il corpo – l’ultimo spazio di espressione e di resistenza – assume una dimensione profondamente politica: i detenuti trasformano la propria vulnerabilità in una forma di rivendicazione che mette in crisi il confine tra vita biologica e potere politico, rivelando la dimensione necropolitica delle politiche migratorie contemporanee. Tuttavia, come mostrato, queste forme di dissenso rischiano spesso di essere neutralizzate, medicalizzate, banalizzate, ridotte a comportamento individuale o riassorbite dallo stesso sistema che le genera e che rimane invisibile. E allora queste proteste non possono restare isolate, ma devono risuonare anche fuori, oltre il confinamento, intrecciandosi con chiunque creda nel valore dei diritti fondamentali. Corinto non è un’eccezione ma il sintomo di un’Europa che proclama democrazia e diritti umani, ma alimenta strutture di oppressione sistematica. Dopo oltre dieci anni di denunce, la questione non è più capire cosa accade dentro il centro, perché lo sappiamo già; bisogna però continuare a raccontarlo per fare in modo che chi ignora questi luoghi, non possa più ignorarli, che chi li tollera non debba più essere disposto a farlo. Perché nel silenzio questi luoghi crescono e cresceranno, come vedremo con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo del 2026 che rafforzerà questa deriva, consolidando la detenzione come strumento centrale della politica migratoria. Se l’analisi storico-teorica permette di cogliere i meccanismi politici e simbolici che sostengono il sistema della detenzione amministrativa e di ricordare da quanti anni persista un dispositivo violento, sono le voci di chi vive, lavora o osserva questi luoghi a rivelarne la dimensione concreta. Spostando lo sguardo dalle strutture alle persone che le abitano o le attraversano quotidianamente, emerge la realtà dietro le mura: corpi reali, sofferenza tangibile e atti di resistenza che il sistema continua a ignorare. Nel prossimo contributo, la ricerca si apre quindi a una raccolta di voci provenienti dall’interno e dall’esterno del centro di Corinto, con l’obiettivo di restituire la complessità delle esperienze e delle percezioni che attraversano questo spazio di confine. 1. “Stranieri irregolari”, è un termine che uso tra virgolette, come fosse una citazione, per sottolineare come questa sia la dicitura utilizzata dagli istituti pubblici e dalle propagande politiche, la quale non trova però riscontro, a mio parare, con la realtà. Nello scenario attuale le persone, più che essere irregolari, sono irregolarizzate dalle politiche che prima ostacolano i percorsi di inserimento regolare e poi demonizzano con queste etichette, chi non ha avuto modo – proprio a causa delle politiche avverse – di legalizzare la sua presenza ↩︎ 2. Degli Uberti, S. (2019). Borders within. An Ethnographic Take on the Reception Policies of Asylum Seekers in Alto Adige/ South Tyrol. Archivio antropologico mediterraneo, Anno XXII, n. 21 (2), 1-21 ↩︎ 3. Decisione ministeriale congiunta 8038/23/22-M – Gazzetta ufficiale 118/B/21-1-2015, Proroga del funzionamento dei Centri di Detenzione Pre-allontanamento per Stranieri ↩︎ 4. Εφημερίδα της Κυβέρνησης της Ελληνικής Δημοκρατίας, NOMOΣ ΥΠ’ ΑΡΙΘΜ. 4939 ΦΕΚ Α 111/10.6.2022. Κύρωση Κώδικα Νομοθεσίας για την υποδοχή, τη διεθνή προστασία πολιτών τρίτων χωρών και ανιθαγενών και την προσωρινή προστασία σε περίπτωση μαζικής εισροής εκτοπισθέντων αλλοδαπών. (Trad. Gazzetta del governo della Repubblica Ellenica, LEGGE N. 4939 Gazzetta ufficiale A 111/10.6.2022. Ratifica di un codice legislativo sull’accoglienza, la protezione internazionale dei cittadini di paesi terzi e degli apolidi e la protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di stranieri sfollati) ↩︎ 5. Mbembe, A. (2003). Necropolitics. Public Culture,15 (1), 11-40. ↩︎ 6. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎ 7. Per comprendere quali paesi sono considerati “di origine sicura” ai sensi dell’articolo 92 del Codice d’asilo si legga qui: e elenco europeo dei “paesi di origine sicuri“, Commissione europea ↩︎ 8. Corinth: illustration of detention conditions in Greece, (Cap.2, B.5, pp.77-79), in “Frontex between Greece and Turkey: at the border of Denial”. FIDH, Migreurop, EMHRN ↩︎ 9. La comunità afgana in Grecia testimonia la morte di Mohammad Hassan il 27 luglio 2013, dopo 11 mesi di detenzione a Corinto, e la morte di Nezam Hakimi il 4 novembre 2013 dopo quattro mesi di detenzione nonostante malato di cancro, completamente ignorato. ↩︎ 10. Rapporto, Condizioni Detenzione amministrativa e accesso alla procedura di asilo, ottobre 2014 ↩︎ 11. Sciopero della fame nel detention center di Corinto per protestare contro la detenzione a tempo indeterminato, 2014 ↩︎ 12. Report to the Greek Government on the visit to Greece carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) ↩︎ 13. Η διοικητική κράτηση στην Ελλάδα: Διαπιστώσεις από το πεδίο (2018), Ελληνικό Συμβούλιο για τους Πρόσφυγες (trad: La detenzione amministrativa in Grecia: risultati sul campo (2018), Consiglio greco per i rifugiati) ↩︎ 14. Dalle parole di Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from Europe: a British journalist in the EU migrant detention system» ↩︎ 15. Council of Europe anti-torture Committee (CPT) again calls on Greece to reform its immigration detention system and stop pushbacks, 2024 ↩︎ 16. In seguito al naufragio al largo della costa di Kalamata, gli uomini sono stati separati dalle donne e dai bambini e trasferiti direttamente alla struttura di detenzione di Corinto. Sostenuti da Equal Rights Beyond Borders, il gruppo di uomini ha presentato un rapporto all’Ombudsman (difensore civico) il 15 febbraio 2024, contestando la legalità della detenzione ↩︎ 17. Άγρια καταστολή σε κρατούμενους πρόσφυγες της Κορίνθου, (trad. Brutale repressione dei rifugiati detenuti a Corinto), Ef.syn ↩︎ 18. L’Ombudsman è un’autorità indipendente che tutela i diritti dei cittadini e vigila sull’operato delle istituzioni pubbliche, garantendo il rispetto delle leggi e dei diritti umani. In Grecia svolge un ruolo fondamentale nella protezione dei diritti di migranti e rifugiati, monitorando le condizioni nei centri di detenzione e altri aspetti legati all’immigrazione ↩︎ 19. Si legga il rapporto ↩︎ 20. “When and how will I get out of here?” Statement on the deteriorating mental health of detainees at Corinth detention centre” (Mobile Info Team, 22 marzo 24) ↩︎ 21. Pellander, S., & Horsti, K. (2018). Visibility in mediated borderscapes: The hunger strike of asylum seekers as an embodiment of border violence. Political Geography, 66, 161-170. ↩︎ 22. Vradis, A., Papada, E., Papoutsi, A., & Painter, J. (2020). Governing mobility in times of crisis: Practicing the border and embodying resistance in and beyond the hotspot infrastructure. Society and Space, (38) 6, 981 – 990 ↩︎ 23. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 24. Nyers, P. (2003). Abject Cosmopolitanism: the politicsof protection in the anti-deportation movement. Third World Quarterly, Vol 24, No 6, 1069–1093 ↩︎
Ritorno della leva militare in Croazia: dettagli e implicazioni
Continua il ritorno della leva nei vari Paesi europei. Ora è la volta della Croazia il cui governo ha reintrodotto la leva obbligatoria con una legge approvata lo scorso novembre 2025 ed entrata in vigore all’inizio del 2026 seguendo un modello in parte diverso rispetto a quello impostato dai paesi scandinavi e recentemente dalla Germania. Il primo aspetto che colpisce, e che rappresenta la differenza principale, è che la Croazia ha optato per un obbligo generalizzato per la popolazione maschile, senza ricorrere al meccanismo del questionario o della lotteria, come invece sta avvenendo praticamente in tutti i Paesi europei. Ci interrogheremo alla fine di questa breve analisi sulle possibili cause di questa scelta, ma prima è necessario analizzare gli aspetti principali della legge. Il provvedimento croato introduce l’obbligo generalizzato del servizio militare o civile per tutta la popolazione maschile (le donne solo su base volontaria) di 18-19 anni, estendibile fino ai 30 anni di età. Si tratta dunque di uno strumento pervasivo, che bilancia però questo obbligo con la sua durata limitata: solamente due mesi, facendo della Croazia il Paese in Europa – e forse nel mondo – con il servizio militare più breve. E necessariamente deve essere così, perché tutte le classi dirigenti d’Europa hanno da un lato la necessità strutturale di reintrodurre la leva e dall’altro il problema della resistenza che potrebbero opporre le opinioni pubbliche; in ogni Paese si adottano dunque  meccanismi “leggeri” e la Croazia, obbligando tutti i propri giovani a servire la patria per “soli” due mesi, sceglie una via diversa, ma che risponde alle stesse necessità strutturali. Inoltre, la scelta di ridurre a due mesi il servizio militare permette al governo croato di scaglionare l’annata di leva in più periodi in modo da poter utilizzare le infrastrutture che sarebbero insufficienti per addestrare contemporaneamente l’intera annata di leva (al momento verranno utilizzate solo tre caserme). Il ritorno della leva di massa infatti richiede investimenti ingenti nelle infrastrutture che sono state smantellate un po’ in tutta Europa al momento del passaggio agli eserciti volontari. Un elemento comune ai Paesi europei è anche l’incentivo economico: per il servizio militare si parla di 1.100/1.200 euro al mese, in pratica uno stipendio medio per quel paese, elemento che ovviamente incentiva i giovani a scegliere l’addestramento; è d’altra parte questo uno strumento praticato ampiamente: anche la Germania ha aumentato fortemente (+33%) gli stipendi di chi sceglierà l’arruolamento e nella stessa direzione è andata la Polonia (+ 20%); la disoccupazione giovanile, che va di pari passo con la precarietà e il lavoro povero a cui sembrano condannate le giovani generazioni, è infatti un ulteriore elemento strutturale su cui puntano i guerrafondai per attirare i ragazzi e le ragazze nei sistemi di reclutamento. Un altro aspetto importante (e anzi decisivo), anch’esso in perfetta continuità con il resto d’Europa, è la possibilità di scegliere il servizio civile, un diritto previsto anche dalla Costituzione croata. Chi non vorrà svolgere il servizio militare, ha due possibilità: o un reclutamento di tre mesi nella protezione civile (gestione emergenze, calamità naturali, ecc.) pagato 340 euro al mese o quattro mesi presso la pubblica amministrazione (ospedali, enti locali, ecc.) pagato 170 euro al mese. Dunque il servizio civile è punitivamente più lungo e meno retribuito di quello militare, un meccanismo non nuovo ed esistente anche in anni passati. Ma ciò che va assolutamente attenzionato è il nuovo ruolo che assume il servizio civile: esso viene sì  presentato come un’opzione pienamente perseguibile (e d’altra parte nessun governo potrebbe in questo momento storico imporre la leva generalizzata), ma esso è parte integrante del sistema militare: la legge croata parla esplicitamente di “servizio militare in veste civile” e infatti anche coloro che sceglieranno di non fare il servizio militare vengono definiti “coscritti”; d’altra parte si fa riferimento alla Costituzione croata che, analogamente a quella italiana, definisce un dovere per ogni cittadino la difesa della patria. In linea con la “israelizzazione” delle società e con il concetto di “difesa totale” per il quale ogni cittadino deve essere addestrato per poter essere utilizzato in caso di guerra in base alle proprie competenze e al ruolo che occupa nella società. Inoltre, hanno fatto discutere le anticipazioni giornalistiche di un decreto attuativo che, se saranno confermate, prevedono l’istituzione di una commissione ad hoc che possa rifiutare la domanda di servizio civile se non adeguatamente motivata con elementi religiosi ed etici; in pratica lo Stato si riserva di verificare la “sincerità” dei cittadini e in questo modo apre alla possibilità, se sarà necessario, di aumentare il numero dei soldati. Siccome si tratta di un obbligo generalizzato, per chi rifiuta sia il servizio militare che quello civile sono previste multe di entità variabile (da 250 euro a 5.000) che però, anche se pagate, non esonerano dall’obbligo: lo Stato si riserva di convocare nuovamente ed applicare ulteriori multe; in ogni caso però non è al momento previsto il carcere. L’altro elemento comune alle politiche europee che emerge dalla legge croata è l’obiettivo di costruire una riserva imponente e diffusa, sempre sul modello israeliano, così come dichiarato anche dal nostro ministro della difesa Guido Crosetto. Si tratta appunto di “riserve leggere” per quanto riguarda i tempi, le modalità di addestramento e di richiamo; ciò permette di abbassare notevolmente i costi e, nuovamente, di far percepire in meno possibile l’obbligo alle opinioni pubbliche. In Croazia il richiamo è previsto fino ai 55 anni e così, anno dopo anno, la riserva andrà a coincidere quasi completamente con l’intera popolazione. E come ha avuto modo di dichiara il generale Pietro Serino in un’intervista rilasciata a Difesa online «La sostituzione del personale è un’esigenza purtroppo in guerra e quindi la formazione di riserve addestrate è importante […]. Noi abbiamo paura a dire le cose con il loro nome […], chiunque si trovi ad affrontare queste cose con responsabilità di governo ha difficoltà, ma le riserve addestrate servono per sostituire gli uomini delle unità di combattimento, non servono, come leggo sui giornali, per compiti di retrovia». E parallelamente a quanto accade in altri Paesi, anche chi opta per il servizio civile entra a far parte di una riserva che potrà essere mobilitata in caso di necessità. È nuovamente il concetto di “difesa totale” per il quale ogni cittadino, in qualunque posizione si trovi nella sua vita civile, deve essere considerato “al fronte” e da lì contribuire allo sforzo bellico. Avviciniamo ora la discontinuità che la leva croata ha inserito rispetto ai modelli europei: il governo ha scelto di non fare ricorso a meccanismi quali il questionario e la lotteria, ma di imporre tout court un obbligo totale o civile o militare. Come mai il governo croato può “permettersi” con la propria opinione pubblica una legge di questo tipo? Non è una risposta semplice e probabilmente concorrono a questa scelta politica una pluralità di fattori. Da un lato, infatti, occorre porre l’attenzione sul fatto che i Balcani sono l’unico luogo d’Europa ad avere memoria collettiva e soprattutto recente di una guerra e dunque questo ha probabilmente reso più semplice il lavoro dei guerrafondai croati. A dimostrazione della diversa condizione dell’opinione pubblica, possiamo confrontare alcuni sondaggi svolti a livello europeo sul ritorno della leva; benché ci siano, come sempre, difficoltà nella comparazione dei dati, emerge che l’opinione pubblica croata ha una percentuale di favorevoli a forme di addestramento militare obbligatorio molto più alta rispetto agli altri Paesi europei (oltre il 75%, in base a un sondaggio effettuato nel 2024 da HRejting e condotto da Promocija plus). Il governo croato, dunque, sapeva che non avrebbe incontrato una grande opposizione nell’opinione pubblica, e ha potuto permettersi di fare un passo avanti rispetto ad altri governi europei. E che la scommessa sia stata vincente lo dimostra il tono trionfante del comunicato che il Ministero della Difesa croato ha diffuso nel corso di una conferenza stampa dello scorso 2 marzo: sugli 800 giovani chiamati per il primo scaglione solo 10 hanno optato per il servizio civile, mentre la grande maggioranza affronterà i due mesi di addestramento militare che comporteranno prevedibilmente un aumento netto dei volontari che decideranno poi di prolungare il servizio (è questo d’altra parte un obiettivo immediato dei guerrafondai europei vista la “sindrome da caserme vuote” e l’età avanzata di cui vi vive). Ciò che sta succedendo in Croazia ci conferma che il ritorno alla leva nei vari Paesi europei avviene con gradualità e che le classi dirigenti sono da un lato ben consapevoli di non poter realizzare velocemente il loro vero obiettivo (tornare alla leva di massa) e dall’altro si spingono fin dove lo permettono le proprie opinioni pubbliche. Vedremo in Italia quale sarà la via scelta dal ministro Guido Crosetto che ha difronte un problema più complesso visto che, a differenza dei governanti della Croazia, ha l’opinione pubblica più contraria alla leva di tutta Europa. Serena Tusini, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Michelangelo Dome: lo scudo missilistico con cui Leonardo SpA avvolgerà l’Europa
«Rispondere alle minacce emergenti in uno scenario globale sempre più complesso e proteggere infrastrutture critiche, aree urbane sensibili, territori e asset di interesse nazionale ed europeo attraverso una soluzione modulare, aperta, scalabile e multi-dominio: è l’obiettivo di “Michelangelo – The Security Dome”, sistema avanzato di difesa integrata di Leonardo» (https://www.leonardo.com/it/focus-detail/-/detail/michelangelo-sistema-multidominio-difesa-aerea-leonardo). In occasione della presentazione del Piano Industriale 2026-2030 di Leonardo SpA, tenutasi a Roma giovedì 12 marzo, l’Amministratore Delegato Roberto Cingolani ha evocato il nome dello “scudo missilistico” con cui l’azienda vorrebbe avvolgere l’Europa: Michelangelo Dome. Già il nome rievoca l’israeliano Iron Dome, progettato per intercettare i missili provenienti dai paesi arabi, soltanto che l’Europa non è in guerra coi propri vicini. Che cosa è il Michelangelo Dome? Si tratta di un sistema complesso ma costruito per essere compatibile con tutte le piattaforme adottate dai paesi Nato, adattabile alla difesa del territorio nazionale ma anche di specifiche aree strategiche come porti, basi militari, aeroporti, siti industriali; una sorta di grande cupola costruita con sistemi tecnologici avanzati e di ultima generazione, incluso il ricorso alla stessa IA. Nel corso dell’intervento, Cingolani ha promesso il primo impiego sul campo dello scudo entro la fine del 2026, in Ucraina. Intervistato poi da il Sole 24 Ore a margine dell’evento, l’AD ha seccamente difeso gli investimenti programmati per Michelangelo: «non sta finendo la guerra, sta iniziando una guerra nuova. I prossimi anni di pace apparente potrebbero permettere agli aggressori di costruire armi che sono difficili da neutralizzare: mai come adesso bisogna investi.re nella difesa».[1] Sarà – come sostiene implicitamente Cingolani –… che non vi siano alternative a questo destino di guerra, prefigurato con fin troppa facilità. Tuttavia i dubbi sorgono, dato che non si può negare un diretto interesse economico dell’azienda a una maggiore domanda di armi (e quindi a un loro maggior impiego) e all’innovazione militare, così come non si può nascondere il coinvolgimento sempre più diretto di Leonardo nelle istituzioni – da quelle militari alle scuole, le Università e i centri di ricerca. Il progetto di difesa Michelangelo era stato lanciato nell’ottobre del 2025 ma solo negli ultimi giorni dell’inverno 2026 è stato ufficialmente presentato al Ministro della Difesa Crosetto, al Capo di Stato Maggiore della Difesa Portolano e a tutti i Capi di Stato Maggiore delle Forze Armate. In un Comunicato stampa, Leonardo lo ha definito come «un’architettura completa che integra sensori terrestri, navali, aerei e spaziali di nuova generazione, piattaforme di cyber defence, sistemi di comando e controllo, intelligenza artificiale ed effettori coordinati. La piattaforma crea una cupola dinamica di sicurezza, capace di individuare, tracciare e neutralizzare minacce, anche in caso di attacchi massivi, su tutti i domini di operazione: aeree e missilistiche, inclusi missili ipersonici e sciami di droni, attacchi dalla superficie e sotto la superficie del mare, forze ostili terrestri». Senza poi dimenticare che «Grazie alla fusione avanzata dei dati provenienti da sensori multipli e all’impiego di algoritmi predittivi, Michelangelo è in grado di anticipare comportamenti ostili, ottimizzare la risposta operativa e coordinare automaticamente gli effettori più idonei».[2] Si parla di un giro d’affari di ben 21 miliardi entro il 2035, a patto però che Leonardo incontri il favore dei governi europei nel creare una rete di protezione unica che coinvolga i diversi paesi. Nel frattempo, il Bilancio aziendale è in netta crescita e ciò ha permesso di includere nel Piano Industriale 2026-2030 «un incremento sostanziale del dividendo che sarà pagato nel 2026 (+21% [rispetto al 2024]) e un ulteriore aumento del ritorno agli azionisti nell’arco di piano [ossia: durante il periodo coperto dal piano industriale vi sarà un ulteriore aumento]».[3] Si arriverà così a un dividendo di 0,63 € per azione, rispetto agli 0,52 di due anni fa. La guerra, evidentemente, paga. Il timore è che oltre al denaro fornisca agli azionisti di Leonardo anche la possibilità di esercitare pressioni e orientamenti sempre più forti sui governi, visto che è proprio con progetti come il Michelangelo che il grado di dipendenza delle istituzioni dalle aziende militari cresce notevolmente. E stando a vedere le politiche industriali del Governo già oggi il complesso militar industriale sembra avere un potere sterminato nell’influenzare scelte e strategie nell’immediato futuro. Emiliano Gentili, Federico Giusti, Stefano Macera [1] Cfr. https://www.analisidifesa.it/2025/11/leonardo-presenta-michelangelo-the-security-dome/. [2] Leonardo, Comunicato stampa: Leonardo: Cingolani presenta “Michelangelo – the Security Dome”, 27 Novembre 2025. [3] C. Dominelli, Leonardo svela nuovo piano: previsti 142 miliardi di ordini al 2030, «il Sole 24 Ore», 12 Marzo 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente