Da Mitiga all’Aja: alla Corte Penale Internazionale le udienze contro El Hishri, pari grado di Almasri
Si sono aperte martedì 19 maggio alla Corte Penale Internazionale le udienze
preliminari contro Khaled Mohamed Ali El Hishri, il generale Al Buti, alto
dirigente della milizia libica SDF/RADA e pari grado di Osama Almasri Njeem. Per
questo momento storico, Refugees in Libya e Mediterranea Saving Humans sono
presenti all’Aja con una delegazione per tutta la durata delle audizioni.
El Hishri è infatti il primo indagato a comparire davanti alla CPI da quando la
Corte ha aperto le indagini sulla Libia, nel 2011, su mandato del Consiglio di
Sicurezza dell’ONU. Le accuse a suo carico – tortura, detenzione arbitraria,
stupro, omicidio, riduzione in schiavitù, persecuzione – riguardano crimini di
guerra e crimini contro l’umanità commessi tra il 2014 e il 2020 nella prigione
di Mitiga, nel compound controllato dalla milizia a Tripoli, dove almeno 5.140
persone sarebbero state arrestate, detenute e sistematicamente torturate.
Ph: Flickr – ICC-CPI: El Hishri case
«OGGI SOTTO PROCESSO C’È UN SISTEMA»
Finalmente, dopo anni di denunce, testimonianze e mobilitazioni emerge con
chiarezza quello che vittime e organizzazioni solidali stanno denunciando da
decenni: non si tratta di crimini scollegati uno dall’altro, bensì parte di un
sistema costruito e alimentato grazie agli accordi tra governi europei, Italia
compresa, e milizie libiche trasformate in guardiani armati delle frontiere
europee. È questo il cuore politico e giuridico del processo che si sta
celebrando all’Aja.
«Queste tre giorni di udienze stanno affrontando per la prima volta, con un
imputato fisicamente presente, il tema del sistema Libia», spiega Luca Casarini,
capomissione e tra i fondatori di Mediterranea. «Sistema Libia significa una
sistematica organizzazione di violazione dei diritti umani e della vita delle
persone – in particolare migranti, ma anche cittadini libici e oppositori
politici – che in questi anni è stato utilizzato anche dalle istituzioni
italiane come strumento per organizzare respingimenti di massa nel Mediterraneo
centrale».
Il meccanismo è stato ricostruito in aula con centinaia di testimonianze, video,
fotografie e documenti ufficiali. «La milizia RADA, quella di Almasri, per
capirci – prosegue Casarini – viene trasformata sostanzialmente in polizia di
frontiera. La cosiddetta guardia costiera libica cattura i migranti in mare, li
deporta nelle prigioni di Mitiga, e lì avviene l’impensabile. Oggi è stato
descritto compiutamente, crimine per crimine. La Corte ha fatto un lavoro enorme
per ricostruire questo meccanismo, confermando che l’illegalità e la violazione
dei diritti umani vengono esercitate su donne, uomini e bambini innocenti –
anche con la complicità di governi che finanziano queste milizie, forniscono
mezzi e addestramento, e di fatto deportano in lager gestiti da chi oggi è sotto
processo».
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue)
SECONDO GIORNO: TESTIMONIANZE DURISSIME E RICHIESTA DI RESPONSABILITÀ POLITICHE
Nel secondo giorno di udienza, mercoledì 20 maggio, l’aula ha ascoltato
testimonianze tra le più pesanti del processo: sopravvissuti che hanno
raccontato i crimini perpetrati nel carcere di Mitiga contro donne, uomini e
bambini. Per molti di loro è la prima volta che il loro racconto viene
formalmente ascoltato da una corte internazionale, e questo è un fatto reso
possibile solo dal coraggio di chi ha scelto di rompere anni di silenzio.
Mentre emergono responsabilità sempre più gravi sul fronte libico, cresce
parallelamente la pressione perché vengano accertate anche le responsabilità del
governo italiano sul caso Almasri: in particolare di Giorgia Meloni, Matteo
Piantedosi, Carlo Nordio e Alfredo Mantovano, dopo la mancata consegna del
criminale di guerra alla giustizia internazionale.
C’è appunto un grande assente nell’aula dell’Aja: Almasri stesso. «E questo –
sottolinea Casarini – la dice lunga sul perché il nostro governo ne abbia
organizzato la fuga e la sottrazione alla cattura. Cosa che invece non è
accaduta per El-Hishri, il suo pari grado nell’organizzazione della milizia
RADA, arrestato dalla Germania all’aeroporto di Berlin Brandenburg nel dicembre
2025 e regolarmente consegnato alla Corte».
Presente all’Aja anche David Yambio, di Refugees in Libya, organizzazione che ha
portato al processo decine di testimonianze dirette. «Vogliamo ringraziare il
popolo italiano e la società civile europea per la loro solidarietà», dichiara
Yambio che critica il governo: «Il popolo italiano dovrebbe mettere in
discussione la credibilità e i principi di lavoro di Giorgia Meloni, perché non
si può impunemente minare il diritto internazionale sui diritti umani. I crimini
che questa milizia perpetua su bambini, donne e uomini dovrebbero essere
ascoltati da tutti i ministri e da tutti i parlamentari italiani, per capire di
cosa stiamo parlando. Cose orribili fatte anche con la complicità di istituzioni
che si definiscono democratiche e civili».
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue)
Il confronto con la Germania è alquanto evidente: mentre l’Italia, nel gennaio
2025, arrestava Almasri in esecuzione di un mandato CPI per poi, di fatto,
accompagnarlo a Tripoli su un volo di Stato due giorni dopo – trincerandosi
dietro “sicurezza nazionale” e “segreto di Stato“; Berlino arrestava El-Hishri
sullo stesso tipo di mandato e lo consegnava regolarmente alla Corte. Per la
condotta italiana, la CPI ha già formalmente deferito il caso all’Assemblea
degli Stati Parte, accertando la violazione degli obblighi di cooperazione
previsti dallo Statuto di Roma.
La complicità italiana nel sistema denunciato davanti alla Corte precede però di
anni il caso Almasri.
Come fanno notare Refugees in Libya e Mediterranea, comincia con il Memorandum
d’intesa Italia–Libia del febbraio 2017, prosegue con la Dichiarazione di Malta
e con i fondi dell’EUTF for Africa dell’Unione Europea, che finanziano
motovedette, addestramento e tecnologie di sorveglianza alla guardia costiera
libica.
Nel 2018 la Libia ha ottenuto il riconoscimento di una propria zona SAR
dall’IMO, su spinta di Italia e Unione europea: una copertura formale per i
respingimenti. Tra gennaio 2018 e settembre 2025, oltre 145.000 persone sono
state intercettate e riportate in Libia. Molte sono finite a Mitiga.
Ph: Alarm Phone
«LA SOLIDARIETÀ NON SARÀ MAI UN CRIMINE»
C’è un’ironia amara che Mediterranea non manca di sottolineare: mentre chi
soccorre vite in mare nel Mediterraneo viene messo sotto accusa e costantemente
criminalizzato – dal decreto Piantedosi fino ai vari processi nei tribunali -,
oggi alla Corte Penale Internazionale è sotto processo chi quel sistema di morte
lo ha costruito, gestito e difeso.
«Rimarremo anche oggi all’Aja per stare accanto ai sopravvissuti e per
pretendere che la giustizia non si fermi davanti a un singolo torturatore»,
conclude Casarini. «Il processo a El-Hishri è il processo a un sistema: un
sistema che il nostro governo e l’Unione Europea finanziano da quasi dieci anni,
un sistema che continua a uccidere, a torturare, a respingere. La CPI deve
continuare e ampliare le indagini sull’intera architettura della detenzione
libica e perseguire tutti i responsabili – libici ed europei – che lo hanno reso
possibile».
Le vittime e i sopravvissuti continuano a chiedere verità, giustizia e
riparazione. È ora, scrivono le organizzazioni, di rompere la complicità con un
sistema di violenza che l’Europa e l’Italia continuano a sostenere. «Mitiga non
è un orrore lontano. È la conseguenza diretta delle nostre frontiere. La
solidarietà non sarà mai un crimine. La complicità con tortura e violenze invece
lo è».