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Abdulrahman Al-Khalidi è libero
MELTING POT E COLLETTIVO ROTTE BALCANICHE 1 Ogni volta che scrivevamo di questa profonda ingiustizia, ogni volta che sentivamo Abdul, ogni volta che partecipavamo ai presidi per chiedere la sua liberazione, ogni volta che traducevamo e diffondevamo i suoi testi, lo facevamo con la speranza di poter arrivare, un giorno, a scrivere queste parole: > Abdulrahman Al-Khalidi è libero. Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman ha finalmente lasciato il centro di detenzione. Il 21 agosto 2026, è stato trasferito da Lyubimets a Sofia, dove la misura che ne disponeva la detenzione è stata modificata, permettendogli di uscire dal centro chiuso. Abdulrahman era detenuto in Bulgaria dall’ottobre 2021, dopo essere fuggito dall’Arabia Saudita e aver attraversato il confine turco-bulgaro per chiedere protezione. Aveva lasciato in Turchia la moglie e i suoi due figli. Da allora era rimasto in detenzione amministrativa, senza una condanna penale. Oggi, insieme ad Abdul, il nostro pensiero e il nostro abbraccio vanno a loro.  Lo abbiamo conosciuto nel 2024, quando era già detenuto da tre anni e aveva iniziato uno sciopero della fame contro il rischio di deportazione in Arabia Saudita. Da allora abbiamo continuato a seguire la sua vicenda. Nel tempo Abdulrahman è diventato anche autore di Melting Pot. Dal centro di detenzione ci ha affidato i suoi testi, continuando a scrivere, a denunciare e a far sentire la propria voce. Attraverso i suoi articoli ha continuato a parlare con l’esterno, raccontando la propria condizione e quella di tante altre persone prigioniere delle politiche di frontiera. Ma la sua storia non è stata soltanto raccontata. Abdul non è mai stato solo. In questi anni, in Bulgaria e fuori dalla Bulgaria, tante persone hanno continuato a stargli accanto. Una solidarietà fatta di mobilitazioni e presidi, di sostegno legale e politico, ma anche di presenza concreta, di aiuto materiale, di telefonate, incontri e vicinanza. Il Collettivo Rotte Balcaniche, che da anni attraversa e sostiene le persone lungo la rotta balcanica, ha mantenuto con Abdul un rapporto diretto, portandogli sostegno e presenza durante gli anni della detenzione. E insieme a tante altre realtà 2, associazioni, attiviste e attivisti e organizzazioni, abbiamo continuato a chiedere la sua liberazione attraverso presidi, iniziative, petizioni e azioni di solidarietà e a denunciare il rischio della sua deportazione in Arabia Saudita. Da questa mobilitazione è nata anche la campagna internazionale Free Abdulrahman, che ha raccolto e rilanciato la richiesta di liberazione, portando la sua vicenda all’attenzione di un pubblico sempre più ampio e delle istituzioni europee. > Una mobilitazione che non ha mai smesso di dire una cosa semplice: Abdulrahman > doveva essere libero. PH: Migrant Solidarity Bulgaria Ma se oggi possiamo festeggiare questa vittoria, il primo nome da ricordare è quello di Abdul. È stata la sua forza, la sua determinazione e la sua capacità di resistere a tenere aperta questa battaglia per quasi cinque anni. Ha continuato a lottare, a scrivere, a parlare, a denunciare. Non ha mai accettato che la detenzione cancellasse la sua voce. La sua liberazione non cancella gli anni che gli sono stati sottratti. Non cancella l’ingiustizia di una detenzione durata quasi cinque anni senza una condanna. Ma oggi possiamo raccontare una vittoria. Ogni giorno, con il nostro lavoro editoriale e con la nostra presenza sul campo, siamo accanto alle persone che subiscono la violenza delle frontiere, le detenzioni, i respingimenti e le violazioni. Raccontiamo queste storie e lottiamo perché possano avere un esito diverso. Oggi quell’esito diverso ha un nome: la libertà di Abdulrahman. Nonostante tutto, si può vincere. Si può resistere alla detenzione. Si può continuare a parlare quando si vorrebbe imporre il silenzio. Si può costruire una rete di solidarietà che attraversa confini, centri di detenzione e anni di attesa. Questa vittoria ha il volto e la voce di Abdulrahman e di tutte coloro che hanno lottato al suo fianco. Bentornato, Abdul. Melting Pot e Collettivo Rotte Balcaniche * Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot * La campagna per la sua liberazione – Free Abdulrahman PH: Migrants Solidarity in Bulgaria (centro di detenzione bulgaro di Busmantsi, Sofia) 1. Collettivo Rotte Balcaniche è una rete di attiviste e attivisti impegnata lungo la rotta balcanica. Attraverso presenza sul campo, solidarietà e supporto concreto, sostiene le persone in movimento e denuncia le violenze e le violazioni legate alle politiche di frontiera e di mobilità. Dal 2023 il Collettivo è attivo sul confine tra Bulgaria e Turchia ↩︎ 2. Migrant Solidarity Bulgaria, Храна не война Sofia, reti di attiviste e attivisti della società civile, organizzazioni non governative internazionali ↩︎
Palazzo San Gervasio e il CPR come “malattia sociale”
DOTT. NICOLA COCCO 1, AVV. ARTURO RAFFAELE COVELLA Non è un evento critico. Non è una tragica casualità. La morte di Lassoued Dhoui, avvenuta il 10 agosto 2026 all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio, rappresenta la sequela logica, prevedibile e devastante di un sistema strutturalmente patogeno 2. Come già accaduto nello stesso centro per Oussama Darkaoui 3e per troppe altre persone inghiottite dal buio della detenzione amministrativa, la cronaca ci consegna l’immagine di un’infrastruttura istituzionale programmaticamente incapace di tutelare l’integrità psicofisica della persona ristretta 4. Ci troviamo di fronte all’operato di un vero e proprio dispositivo necropolitico 5, in cui la gestione statale della marginalità e della condizione migratoria irregolare si traduce nella produzione seriale di sofferenza acuta, cronicizzazione della patologia e, da ultimo, morte 6. LA CATENA DEI FALLIMENTI E IL GIOCO PERVERSO DELLE “PORTE SCORREVOLI“ La ricostruzione puntuale dei fatti e l’analisi dei documenti procedurali saranno l’oggetto delle indagini della Procura, che si augurano tempestive e ampie. Quanto è stato possibile ricostruire dai documenti a disposizione e dalle testimonianze delle altre persone detenute nel CPR spalanca uno squarcio illuminante sulle ipocrisie su cui poggia l’intera macchina del trattenimento amministrativo. Lassoued Dhoui, trentenne di nazionalità tunisina, portava sulle spalle un vissuto segnato da grave fragilità psichiatrica, sradicamento e ripetuti passaggi nel circuito detentivo 7. La sua storia personale era già nota a diversi centri del territorio nazionale, dai quali sarebbe stato formalmente rilasciato proprio in ragione dell’incompatibilità delle sue condizioni di salute con il regime di detenzione amministrativa. Nonostante questo quadro di palese vulnerabilità, il 6 agosto 2026 la Questura di Genova ha disposto l’ennesimo provvedimento di trattenimento, successivamente convalidato dal Giudice di Pace per una durata di novanta giorni presso il CPR di Palazzo San Gervasio. Il certificato medico rilasciato dalla ASL 3 Genovese presso il Punto di Primo Intervento dell’Ospedale Micone, allegato agli atti del fascicolo di convalida, costituisce una testimonianza emblematica di quella che la letteratura socio-giuridica e medica definisce come “burocratizzazione dell’idoneità” 8. Nel corso di una valutazione fugace durata una manciata di minuti, il medico refertante ha dichiarato il giovane “idoneo ad accedere alla vita in comunità ristretta“, liquidando la complessità del quadro clinico con le formule di rito: paziente “asintomatico” e privo di terapie in corso. Nessun contatto con le strutture sanitarie territoriali che lo avevano precedentemente preso in carico, nessuna richiesta di anamnesi remota, nessuna traccia del percorso clinico antecedente o delle pregresse dichiarazioni di inidoneità al trattenimento. Questo perverso meccanismo di “porte scorrevoli“, in cui la valutazione dell’idoneità sanitaria si riduce a un adempimento burocratico decontestualizzato e difensivo, proietta la persona migrante in un corto circuito schizofrenico e psicopatogeno 9. Una volta varcata la soglia del CPR di Palazzo San Gervasio, Lassoued è stato scagliato in un ambiente caratterizzato da un sovraffollamento cronico e sistematico. Come documentato dalle drammatiche testimonianze dirette raccolte all’interno della struttura nelle ore immediatamente successive alla tragedia, l’incapacità ricettiva del centro costringeva numerose persone a dormire all’aperto, accampate sul cemento del campo da calcio interno o negli spazi adiacenti alle infermerie, prive di materassi, coperte o delle fondamentali garanzie igienico-sanitarie. In questo contesto di deprivazione sensoriale, sovraffollamento e totale disperazione, amplificato dalla recente notifica della convalida del trattenimento e dall’assenza strutturale di una seria e continuativa mediazione linguistico-culturale, la sofferenza acuta di Lassoued ha finito per canalizzarsi nell’unica forma di protesta ancora praticabile in un’istituzione totale: la minaccia di un gesto autolesivo estremo, visibile a tutti, formulata dall’alto della recinzione perimetrale del piazzale. Un disperato grido di soccorso che si è trasformato in tragedia con la rovinosa caduta a terra e il decesso del giovane. TRA LA MINACCIA E L’ATTO: LO SPETTRO SFUMATO DELLA SOFFERENZA ANTICONSERVATIVA Sul piano clinico, psicopatologico ed epidemiologico, la morte di Lassoued Dhoui mette a nudo un tragico equivoco teorico e operativo che vizia la gestione della salute mentale nei contesti di privazione della libertà. Nell’alveo delle istituzioni totali 10, il confine formale che separerebbe il gesto “dimostrativo“, la minaccia autolesiva e il tentativo di suicidio reale non costituisce una linea demarcativa netta, bensì uno spettro fluido, dinamico e continuamente sovrapponibile 11. Liquidare un’espressione di sofferenza o una minaccia autolesiva come gesto “simulato“, “strumentale” o “manipolatorio” significa disconoscere le dinamiche profonde con cui la psiche umana reagisce alla cattività e all’annientamento della propria soggettività. Nell’isolamento del CPR, ogni comportamento collocabile lungo lo spettro autolesivo porta con sé un potenziale esito fatale intrinseco, sia per l’estrema sproporzione e imprevedibilità dei mezzi impiegati, sia per la velocità con cui l’angoscia situazionale può evolvere verso la perdita di controllo. Ignorare questi segnali d’allarme o tentare di contenerli mediante la somministrazione indiscriminata e aspecifica di terapie sedative, come riferito dagli stessi reclusi in merito alla routine del centro, integra una condotta clinica decontestualizzata che non risolve il nodo del rischio, ma al contrario acuisce la vulnerabilità del paziente e trasforma l’atto medico in una prassi di mero controllo comportamentale 12. Occorre inoltre evidenziare come questa ennesima tragedia si sia consumata nel pieno del mese di agosto. La coincidenza temporale non è casuale, ma risponde a una dinamica statistica tristemente nota sia per la rete dei CPR che per il sistema penitenziario italiano. Durante i mesi estivi e i periodi festivi, la drastica riduzione delle già scarse attività quotidiane, la rarefazione dei presidi sanitari e del personale di supporto, unitamente al caldo torrido e all’assenza ancora più profonda di contatti con l’esterno, determinano una drammatica impennata degli eventi critici, delle crisi psicotiche e dei gesti anticonservativi 13. Ciononostante, la struttura di Palazzo San Gervasio si è trovata del tutto priva di strumenti operativi idonei e di un presidio sanitario reattivo, in una gestione esclusiva delle forze di polizia che si sono rivelate sostanzialmente inefficaci di fronte all’escalation della tragedia. IL VUOTO DEI PROTOCOLLI ANTISUICIDIARI E LA CRISI ETICA DELLA PROFESSIONE MEDICA Nonostante le continue denunce promosse dalle organizzazioni della società civile e dei legali, e a dispetto delle formali istanze inoltrate per evidenziare la carenza di piani idonei alla prevenzione del rischio suicidario nei luoghi di detenzione amministrativa, i CPR continuano a operare in un conclamato vuoto di tutele. A confermarlo è la stessa Prefettura di Potenza che, in un riscontro ufficiale del 29 luglio 2026, ammette formalmente come presso il centro di Palazzo San Gervasio non siano mai stati sottoscritti protocolli per la prevenzione del rischio suicidario e dell’autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D. territorialmente competente, e che il contratto di gestione non ha subito alcun adeguamento alle sentenze della giustizia amministrativa né alla Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166 14. > L’esperienza del CPR di Palazzo San Gervasio dimostra che la contenzione > amministrativa è un dispositivo strutturalmente refrattario alla presa in > carico della vulnerabilità. La totale assenza di protocolli trasparenti per la valutazione precoce del rischio anticonservativo, l’inesistenza di una reale continuità assistenziale e la sistematica subordinazione della relazione terapeutica alle priorità dell’ordine pubblico generano un habitat intrinsecamente nocivo. Questa condizione interroga in modo radicale la responsabilità deontologica ed etica della professione medica. Gli articoli 3, 5 e in particolare 32 del Codice di Deontologia Medica stabiliscono senza ambiguità che il dovere primario del medico risiede nella tutela della vita, della salute fisica e psichica della persona e nel sollievo dalla sofferenza, facendo espresso divieto di cedere a prassi o contesti che comportino trattamenti inumani, crudeli o degradanti. La stessa Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) ha riconosciuto le criticità sostanziali e deontologiche relative al rispetto del diritto alla salute nei CPR 15. Quando la certificazione di idoneità sanitaria scade a mero formalismo contabile, utile soltanto a consentire l’ingresso coatto di un soggetto psichiatricamente fragile in una struttura notoriamente patogena, si consuma una inconciliabile frattura con i principi guida dell’etica medica. Il personale sanitario operante in questi contesti viene irrimediabilmente arruolato in una logica di “doppia lealtà” (dual loyalty), in cui il mandato istituzionale della sicurezza e della sorveglianza finisce per schiacciare il dovere deontologico di cura e protezione del paziente 16. LE INDAGINI DELLA PROCURA DI POTENZA Il quadro rappresentato e le condizioni arcinote del Cpr di Palazzo San Gervasio inducono gli scriventi a chiedere alla Procura della Repubblica di Potenza una approfondita indagine su quanto accaduto ma anche sulle condizioni che hanno determinato l’evento tragico del 10 agosto scorso. Le testimonianze raccolte e i racconti arrivati dall’interno del CPR di Palazzo San Gervasio, oltre alle dichiarazione fornite dai ragazzi arrestati per le proteste successive al decesso, mostrano diversi profili di criticità e di illegalità che non possono essere liquidati sbrigativamente ma meritano i dovuti approfondimenti. Le responsabilità per la morte del giovane Lassoued Dhoui sono legate al perverso sistema della detenzione amministrativa ma anche alle mancanze di specifici soggetti. In primis, vi è una responsabilità in capo a chi ha determinato che nonostante il pregresso di fragilità, Lassoued Dhoui fosse idoneo alla vita ristretta nel CPR di Palazzo San Gervasio. Poi vanno approfondite le eventuali responsabilità di chi aveva in carico Dhoui all’interno del CPR di Palazzo San Gervasio e ha consentito che, nonostante la sua fragilità, fosse relegato a vivere in un campo di calcio. Per non parlare della mancata attivazione dello screening sanitario che avrebbe dovuto condurre Dhoui ad immediati controlli per accertare il suo stato di salute psico-fisico. Ma non solo. Dal punto di vista giuridico non si può sottacere sulla prassi di concedere la convalida del trattenimento anche in presenza di certificati di idoneità lacunosi e superficiali, non in linea con quanto previsto dall’articolo 3 della Direttiva Lamorgese. Una prassi che porta tantissimi soggetti fragili nel CPR di Palazzo San Gervasio a vivere in condizioni di abbandono e di forte disagio. Insomma, non è corretto liquidare la morte di Lassoued Dhoui come un semplice suicidio, dietro tale decesso vi è molto di più ed è giusto che le indagini della Procura della Repubblica di Potenza siano coraggiose e ampie per accertare le responsabilità di chi ha favoritò la morte del giovane Dhoui. L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE: LA PROSPETTIVA DELL’ABOLIZIONE Lassoued Dhoui è soltanto l’ultimo nome iscritto nella lunga e dolorosa lista di vite spezzate all’interno dei centri di permanenza per il rimpatrio italiani. Il bilancio esatto di questa strage silenziosa rimane indefinito, occultato dall’inerzia e dalla reticenza delle istituzioni e della politica, nell’assenza di interventi risolutivi anche da parte degli organi di garanzia. Perseverare nel definire questi decessi come “eventi critici isolati” o come anomalie gestionali ed emergenziali significa alimentare un’illusione riformista non più tollerabile. I CPR non sono istituzioni correggibili, umanizzabili o emendabili attraverso piccoli aggiustamenti regolamentari. La violenza strutturale, lo snaturamento delle relazioni umane, la reificazione dell’individuo, la disperazione e la morte non rappresentano incidenti imprevedibili del percorso detentivo: sono la cifra costitutiva, l’essenza operativa e il risultato fisiologico della detenzione amministrativa, che si sta rivelando sempre più un dispositivo necropolitico delle politiche migratorie europee, volte alla cancellazione delle persone migranti, dei loro corpi, delle loro storie e reti sociali 17. > Quella dei CPR è un’urgenza politica, etica e sanitaria che non ammette più > dilazioni. L’unica scelta coerente con i principi costituzionali, con la tutela della salute pubblica, con le carte internazionali dei diritti umani e con il rispetto della dignità della persona risiede nel superamento radicale e nell’abolizione immediata della detenzione amministrativa e nella chiusura dei luoghi in cui viene attuata. Quando questo traguardo di civiltà verrà raggiunto, sarà comunque colpevolmente tardi per Lassoued Dhoui, per Oussama Darkaoui e per le troppe vittime dimenticate di questo sistema. Ma rappresenta l’ultimo passaggio ineludibile per chiunque rifiuti la normalizzazione della violenza di Stato e scelga di continuare, senza compromessi, a restare umano. 1. Nicola Cocco, medico infettivologo, membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e attivista della Rete “Mai più lager – No ai CPR ↩︎ 2. Cocco, N., Marchese, V., Nicoli, F., Russo, G., Testa, J., Corsaro, A., & Mazzetti, M. (2026). The pathogenicity of immigration detention: a systemic conflict between medical ethics and harmful migration policies. The Lancet Regional Health–Europe, 64 ↩︎ 3. Avv. Arturo Raffaele Covella, Melting Pot (2025). Oussama Darkaoui, un anno dopo: il ricordo, la lotta, la speranza ↩︎ 4. Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 5. Mbembe, A. (2019). Necropolitics. Necropolitics ↩︎ 6. Van Hout, M., Lungu-Byrne, C., & Germain, J. (2020). Migrant health situation when detained in European immigration detention centres: a synthesis of extant qualitative literature. International journal of prisoner health, 16 3, 221-236 ↩︎ 7. Melting Pot Europa. (2026, 12 agosto). La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere ↩︎ 8. (2024). Doctors should not declare anyone fit to be held in immigration detention centres. BMJ, 384 ↩︎ 9. Davies, T., Isakjee, A., & Dhesi, S. (2017). Violent Inaction: The Necropolitical Experience of Refugees in Europe. Antipode, 49, 1263-1284 ↩︎ 10. Goffman, E. (1962). Asylums: Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates ↩︎ 11. Zhong, S., M., Yu, R., Perry, A., Hawton, K., Shaw, J., & Fazel, S. (2021). Risk factors for suicide in prisons: a systematic review and meta-analysis. The Lancet. Public Health, 6, e164 – e174 ↩︎ 12. Cohen, J. (2008). Safe in our hands?: a study of suicide and self-harm in asylum seekers. Journal of forensic and legal medicine, 15 4, 235-44 ↩︎ 13. Associazione Antigone. (2025). Focus suicidi. XXI Rapporto sulle condizioni di detenzione ↩︎ 14. Citata in Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 15. Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. (2024, 18 aprile). La FNOMCeO accoglie l’appello della SIMM sui CPR e diritto alla salute. Portale FNOMCeO ↩︎ 16. Pont, J., Stöver, H., & Wolff, H. (2012). HEALTH POLICY AND ETHICS Resolving Ethical Conflicts in Practice and Research Dual Loyalty in Prison Health Care ↩︎ 17. Campesi, G. (2024). Regulating mobility through detention: Understanding the new geography of control and containment at the Southern European border. Theoretical Criminology, 28, 554 – 576 ↩︎
Life Support, 57 persone soccorse: sette morte durante la traversata. Due evacuate in condizioni critiche
La nave di EMERGENCY ha soccorso un’imbarcazione sovraffollata nelle acque internazionali della zona SAR libica. A bordo anche 29 minori non accompagnati. Sette persone erano già morte, due in condizioni critiche per soffocamento. Alle autorità era stato chiesto un porto vicino, ma è stato assegnato Bari, a 632 miglia nautiche dal luogo del soccorso. Sette persone morte, due in condizioni critiche per soffocamento e altre nove bisognose di assistenza medica. È il bilancio del soccorso effettuato lunedì 17 agosto dalla Life Support di EMERGENCY nel Mediterraneo centrale. L’operazione si è conclusa alle 8:07, dopo che l’imbarcazione, una barca di legno a doppio ponte, era stata individuata alle 6 del mattino. «I naufraghi – spiega l’ONG – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne». Secondo quanto riferito da EMERGENCY, la situazione è apparsa subito particolarmente grave. «Alle 6 del mattino abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli. Quando ci siamo avvicinati abbiamo visto una barca di legno sovraffollata e una motovedetta libica che si stava avvicinando e ha iniziato a dirigersi verso la nostra nave», racconta Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support. La presenza della motovedetta libica non ha interrotto l’operazione. «A un miglio di distanza li abbiamo contattati per avvisare che l’operazione di soccorso era già in corso: l’imbarcazione libica è rimasta a sorvegliare l’operazione per tutta la sua durata», spiega Nanì La Terra. È durante il soccorso che il team della Life Support ha scoperto la gravità delle condizioni delle persone a bordo. «A metà soccorso il nostro team si è accorto della presenza di 9 persone sdraiate sul ponte, dove erano state trasportate dagli altri naufraghi che le avevano recuperate dalla stiva dove avevano trascorso tutto il viaggio», racconta il capomissione. «Per 7 di loro non c’è stato niente da fare; 2 di loro sono in condizioni critiche per soffocamento». Il numero complessivo delle persone soccorse è di 57, mentre il comunicato di EMERGENCY specifica che 50 erano ancora in vita al momento del completamento dell’operazione: 45 uomini e 5 donne. Tra loro ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, 26 maschi e 3 femmine. Nove persone necessitavano di assistenza medica. PH: Michele Bertelli, EMERGENCY Per le due persone in condizioni critiche, il personale sanitario della Life Support ha richiesto immediatamente un’evacuazione medica urgente. Il MedEvac è stato completato alle 14:14, trasferendo le due persone a terra per le cure necessarie. Ma mentre l’emergenza sanitaria veniva affrontata, si apriva un’altra questione: quella del porto di sbarco assegnato dalle autorità italiane. Subito dopo il soccorso, EMERGENCY aveva chiesto alle autorità l’assegnazione di un Place of Safety vicino, proprio considerando le condizioni delle persone soccorse e il bilancio dell’intervento. La richiesta non è stata accolta: il porto assegnato è Bari, distante circa 632 miglia nautiche, pari a circa tre giorni di navigazione dal luogo del soccorso. Una decisione che, secondo EMERGENCY, impone alle persone sopravvissute alla traversata e al naufragio ulteriori giorni in mare, nonostante le condizioni fisiche e psicologiche già compromesse. «Una decisione che significa costringere i naufraghi, soggetti vulnerabili che hanno già alle spalle esperienze difficili e traumatiche e che dovrebbero raggiungere un posto sicuro nel minor tempo possibile, a ulteriori giorni di navigazione», denuncia l’organizzazione. Il viaggio verso Bari comporta inoltre il rinvio dell’accesso alle procedure di protezione e ai servizi di cui le persone soccorse hanno bisogno. Il tema del Place of Safety torna così a intrecciarsi con quello delle politiche di gestione delle frontiere nel Mediterraneo: anche dopo essere state individuate e soccorse in acque internazionali, persone sopravvissute a una traversata segnata dalla morte vengono mantenute per altri giorni a bordo di una nave di soccorso, in attesa di poter raggiungere un porto sicuro. A bordo della Life Support, intanto, lo staff di EMERGENCY continua a seguire le persone soccorse e a garantire loro assistenza. La nave SAR di EMERGENCY opera in questa regione dal dicembre 2022 e, da allora, ha soccorso complessivamente 3.588 persone.
Palazzo San Gervasio, la morte di Lassoued Dhoui e la rivolta nel CPR
Il 10 agosto un uomo tunisino di 30 anni è morto nel centro per il rimpatrio lucano. Era stato trasferito lì nonostante un documento medico ne attestasse la vulnerabilità. Dopo la sua morte, la protesta delle persone trattenute è stata repressa con idranti e arresti. L’Assemblea Lucana No CPR: «Una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». Lassoued Dhoui è morto nel pomeriggio del 10 agosto 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio. Aveva trent’anni, era cittadino tunisino e si trovava nel centro da circa due settimane. Interviste/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI LASSOUED DHOUI A PALAZZO SAN GERVASIO: IL SISTEMA CPR CONTINUA AD UCCIDERE La testimonianza di Yasmine Accardo e Francesca Viviani dell’Assemblea Lucana No CPR Redazione 12 Agosto 2026 La Procura della Repubblica di Potenza ha parlato di un «gesto estremo», riconducendo la morte a un suicidio avvenuto dopo la notizia della convalida del trattenimento. Una ricostruzione respinta dall’Assemblea Lucana No CPR, che nel comunicato diffuso il 14 agosto parla invece di «una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». > «Noi diciamo che è stata una morte annunciata», scrive l’Assemblea. «Noi > diciamo che è stato un omicidio di Stato». Parole che arrivano dopo settimane di tensione all’interno del CPR lucano e a pochi giorni dal secondo anniversario della morte di Oussama Darkaoui, deceduto nella stessa struttura il 5 agosto 2024. Il 5 agosto scorso l’Assemblea era tornata davanti ai cancelli di Palazzo San Gervasio proprio per ricordarlo e chiedere verità sulla sua morte. Per la rete, quanto accaduto a Lassoued non può essere letto come un episodio isolato. «Non è una coincidenza, non è una tragica fatalità», si legge nel comunicato. «È il funzionamento fisiologico di un dispositivo di detenzione amministrativa che porta strutturalmente sofferenza e morte». Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 LE PROTESTE PRIMA DELLA MORTE Nelle settimane precedenti la morte di Lassoued, all’interno del CPR erano già in corso proteste. Le persone trattenute denunciavano il caldo, le condizioni del centro, l’assenza di cibo adeguato e la mancanza di assistenza sanitaria. Secondo l’Assemblea, venivano segnalate anche «la difficoltà di accesso delle ambulanze, la somministrazione massiccia e incontrollata di psicofarmaci al posto delle cure, l’assenza di assistenza dell’infermeria interna, l’abbandono». Le proteste, continuavano a partire da una richiesta fondamentale: la libertà. > «Per la libertà, una parola che arriva forte e senza tregua dall’altra parte > del muro», scrive l’Assemblea. È dentro questo contesto che viene collocata la vicenda di Lassoued. Secondo quanto riferito nel comunicato, il trentenne era stato trasferito a Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della morte con un documento medico che attestava condizioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nel centro. «Lassoued era stato trasferito nel CPR di Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della sua morte con un documento medico che attestava le sue condizioni di vulnerabilità: non idonee alla permanenza nel centro», denuncia l’Assemblea. La mattina del 10 agosto il giudice di pace di Melfi aveva convalidato il trattenimento per novanta giorni. Nel pomeriggio Lassoued è morto. «Aveva le carte in mano per essere liberato. Lo chiedeva, lo rivendicava da giorni», si legge nel comunicato. > «Non voleva morire: voleva uscire vivo da lì, voleva essere libero». LA RIVOLTA DOPO LA MORTE La morte di Lassoued ha fatto esplodere la protesta delle persone trattenute. Secondo la ricostruzione dell’Assemblea, il corpo dell’uomo è rimasto per ore a terra mentre attorno a lui si sviluppava una protesta collettiva. «Lassoued è rimasto ore sul terreno. Attorno a lui il dolore collettivo, la protesta di autodeterminazione e la rabbia dei compagni solidali». La risposta delle forze dell’ordine, denuncia la rete, è stata caratterizzata da una massiccia operazione repressiva: «Lo Stato ha risposto con gli idranti, l’irruzione massiccia e feroce dentro i moduli, le botte e gli arresti». Nella stessa notte, secondo il comunicato, diverse persone trattenute avrebbero tentato gesti autolesivi o ingerito oggetti e sostanze per attirare l’attenzione degli operatori. «Chi aveva ingerito detersivo, chi vetro, chi in crisi respiratoria», racconta l’Assemblea. E denuncia ancora una volta uno squilibrio tra repressione e assistenza: «Il rapporto tra repressione e cura dentro i lager CPR non è nuovo». Per le attiviste, la conseguenza è stata anche giudiziaria: «Chi ha reagito è stato picchiato. Chi ha alzato la voce è stato arrestato. Chi si ribella, ancora una volta, diventa imputato». LE DENUNCE SULL’ASSISTENZA A LASSOUED Il 12 agosto il Tribunale di Potenza ha convalidato l’arresto di tre persone trattenute, indicate nel comunicato con le iniziali B., D. e A. Tra le accuse figura anche quella di promozione di rivolte nei centri per il rimpatrio, introdotta dal decreto-legge del marzo 2025. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere. La giudice ha disposto invece il divieto di dimora in Basilicata, riconoscendo che i tre sono incensurati e che la loro condotta è maturata «in uno specifico contesto ambientale e relazionale», individuato nel CPR. Nell’ordinanza vengono riportate anche le dichiarazioni dei tre arrestati sulle condizioni di Lassoued nei giorni precedenti la morte. Secondo quanto riferito dall’Assemblea, i tre hanno raccontato che il trentenne «era in condizioni di grave sofferenza da tempo» e «aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute». Uno degli arrestati, inoltre, avrebbe cercato di segnalare agli operatori che Lassoued poteva essere in pericolo. L’ordinanza, riferisce il comunicato, parla in questo caso di mancato «adeguato intervento». Per l’Assemblea, la rivolta deve essere letta alla luce di queste circostanze. «La rivolta che ha portato agli arresti di B., D. e A. non è stata un atto criminale», sostiene la rete. «È stata la conseguenza diretta e inevitabile della rabbia di chi ha visto morire un compagno che chiedeva aiuto da giorni e non era stato ascoltato». E ancora: «Chi, in quelle condizioni, sarebbe rimasto in silenzio? Chi, dopo giorni di grida inutili conclusi con un cadavere davanti agli occhi, non avrebbe reagito?». Il divieto di dimora in Basilicata comporta il trasferimento dei tre arrestati in altri CPR. Una decisione che l’Assemblea contesta perché riguarda persone che conoscevano Lassoued e che hanno assistito direttamente agli ultimi momenti della sua vita. «Testimoni diretti della morte di Lassoued, sradicati dal luogo dei fatti, separati dai loro compagni, spostati altrove», scrivono. Per l’Assemblea, il rischio è quello di disperdere le testimonianze: «Ogni testimone trasferito è una voce in meno per raccontare cosa è successo quel pomeriggio». «Non siamo giornaliste. Non siamo investigatrici», si legge nel comunicato. «Non è compito nostro accertare la dinamica esatta della morte di Lassoued». Ma aggiunge: «Comunque vadano quelle indagini, nessuna ricostruzione minuto per minuto cancellerà che Lassoued è stato ucciso dal sistema CPR». LA MORTE DI LASSOUED E QUELLA DI OUSSAMA Nel comunicato, l’Assemblea collega la morte di Lassoued a una sequenza più ampia di morti legate alle politiche di frontiera e alla detenzione amministrativa. «Il 10 agosto 2026 muore Lassoued Dhoui nel CPR di Palazzo San Gervasio. Il 5 agosto 2024, esattamente due anni prima, moriva Oussama Darkaoui nello stesso posto. Il 19 luglio 2026, a Bologna, moriva Abderrahim Fakir». «Non sono coincidenze», sostiene la rete. «Sono le persone che si portano addosso la violenza securitaria e strumentale della fortezza Europa, dei confini e del razzismo strutturale, dello sfruttamento, dell’impero, della propaganda sulla reimigrazione». L’Assemblea definisce quella di Lassoued «l’ennesima storia di un omicidio di Stato»: «Una persona in grave affanno ha provato a fare sentire la sua voce e non è stata ascoltata. Nessuna voce della rivolta è stata ascoltata». Infine si annuncia che si continuerà a mantenere la propria presenza davanti al CPR di Palazzo San Gervasio e a rispondere al telefono SOS per le persone trattenute. «Continueremo a portare fuori le voci di chi dentro non può parlare», scrive l’Assemblea Lucana No CPR. Le richieste restano quelle che accompagnano da sempre la sua attività: «Libertà di movimento. Chiusura definitiva del CPR di Palazzo San Gervasio. Chiusura di tutti i CPR. Fine della detenzione amministrativa». > «Nessuno deve stare chiuso ostaggio lì dentro. Nessuno».
La ratonera del Príncipe. Cronache dalla penombra di Ceuta
A Ceuta la frontiera non finisce con il muro, le pattuglie e il confine di El Tarajal. Si sposta dentro la città, nei quartieri dove migliaia di persone rimangono sospese in un limbo fatto di attesa, sovraffollamento e invisibilità.  Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Nel Príncipe, a pochi chilometri dalla frontiera, centinaia di persone vivono nascoste, dormono negli spazi di fortuna e cercano di sottrarsi a un sistema che continua a controllarne gli spostamenti e a riportarle verso il confine. È il risultato di una politica di frontiera che non si limita a impedire l’ingresso: produce spazi di sospensione, seleziona chi può essere visto e chi deve rimanere invisibile, e trasforma la permanenza stessa in una forma di controllo. 1. LA SPUGNA DI CONFINE Ceuta – El Príncipe Alfonso è la ratonera di Ceuta, il trappolone urbano a un passo dal valico di El Tarajal. In qualsiasi altro luogo dell’exclave, il dispositivo di gestione della frontiera opera secondo una logica vettoriale e prevedibile: pattuglie, cinturamenti di strade, raduni coatti e il cosiddetto “pastoreo” che riaccompagna la massa verso il territorio marocchino nel giro di poche ore. Nel Príncipe, no. La densità dell’abusivismo edilizio, la trama minuta di case autocostruite e una secolare rete informale di solidarietà e commercio oppongono una resistenza passiva alla visibilità dello Stato. Qui il confine è una spugna che assorbe e trattiene. Sotto questa superficie si accumula la pressione di numeri imponenti. La Città Autonoma di Ceuta – un lembo di territorio di appena 18,5 chilometri quadrati – si trova a gestire la presenza stimata di oltre 3.000-4.000 persone bloccate in un limbo giuridico e logistico, entrate a nuoto o via terra lungo le scogliere di Benzú e Tarajal. La dimensione della tragedia sottotraccia emerge dal conteggio drammatico delle croci in mare: il bilancio ufficiale provvisorio parla di almeno 88 corpi recuperati (con stime istituzionali locali che attestano tra 77 e 84 salme repertoriate), mentre le organizzazioni per i diritti umani e le associazioni indipendenti come Caminando Fronteras stimano fino a 130-141 vittime totali compresi i dispersi. PH: Raffaello Rossini 2. LA NORMALITÀ DELL’ANOMALIA In questa penombra stratificata vive Yassin. Viene da Targha, ha la serenità paradossale di chi si trova al centro esatto della tempesta e dorme da dieci giorni nell’abitacolo di un’auto abbandonata. Si è fatto accettare dalla geografia del quartiere con la naturalezza dei sopravvissuti, parla al telefono con i genitori per mostrare la normalità dell’anomalia e circonda di sorrisi il proprio stato di sospensione. I suoi amici mettono in posa i corpi davanti all’obiettivo con la joya immediata e infantile di chi sente di avercela fatta, anche se «farcela», qui, significa soltanto aver guadagnato qualche giorno di latenza prima di essere riassorbiti. L’illusione dell’accoglienza ha però margini strettissimi. Il Centro di Permanenza Temporanea per Immigrati (CETI) della città, progettato per una capienza massima di 512 posti, è crollato sotto un tasso di sovraffollamento che supera il 300%, costringendo le autorità a stipare centinaia di persone in tendopoli di emergenza presso la zona industriale di Tarajal o a lasciarle all’addiaccio. Ancora più critica è la situazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MENA): la rete d’accoglienza della Città Autonoma di Ceuta registra una presenza di oltre 500 minori a fronte di una capacità ricettiva ordinaria pari a circa 132 posti, costringendo il Governo locale a richiedere l’attivazione dei protocolli nazionali di ripartizione solidale verso le altre Comunità Autonome della penisola. Il bambino che ti prende per mano per accompagnarti da una famiglia seduta fuori dalla porta di casa non sta compiendo un gesto di cortesia: sta attivando la micro-procura di controllo del territorio. L’interrogatorio che ne segue è rapido, pragmatico, privo di affettazione: chi sei, da dove vieni, fai parte di una ONG, hai una telecamera? Poi la raccomandazione che suona come una sentenza sul clima del luogo: «Stai attento, ti potrebbero rapinare». 3. FRATTURE NEL BARRIO Poco distante, un altro ragazzo spagnolo musulmano che masticando qualche parola d’italiano cerca di misurare la presenza dello straniero, esplicita la regola non scritta della convivenza transfrontaliera. Tra il 5 e il 6 agosto, le cronache locali della Jefatura Superior de Policía de Ceuta hanno registrato l’arresto del latitante “Pleita” e l’ingresso all’Hospital Universitario di Loma Colmenar di un trentanovenne ferito da arma bianca al costato, accoltellato da un connazionale al culmine di un litigio per la strada. > «Finché si comportano bene e portano rispetto va bene», dice con una calma > fredda, «ma se esagerano, qui la gente deve farsi sentire». È la frattura interna all’emigrazione stessa. Da una parte la comunità storica del Príncipe – cittadini spagnoli di fede musulmana e lingua darija, incastrati da decenni tra il traffico dell’hachís, un tasso di disoccupazione giovanile locale che le rilevazioni INE (Instituto Nacional de Estadística) attestano costantemente sopra il 60%, e il sospetto perenne delle forces di sicurezza – e dall’altra la nuova marea di connazionali che preme per trovare riparo, portando con sé la disperazione, la fame e il disordine di chi non ha più nulla da perdere. PH: Raffaello Rossini 4. LE GEOMETRIE FATISCENTI DELLA PROTEZIONE Arrampicandosi verso il cuore più alto del barrio, tra cubi di edilizia popolare arancioni, grigi e rossi schiacciati da un caldo atroce, questa tensione sociologica trova una sua inaspettata, rudimentale forma di autogoverno. Sul cemento rovente di un campetto da calcio di quartiere era stato improvvisato un recinto fatto di transenne di plastica rossa, teli stesi alla ben e meglio per schermare il sole e un’infinità di materassi e tappeti appoggiati a terra. Uno spazio nato per proteggere donne e ragazze dai rischi della strada, gestito direttamente dai residenti. L’infrastruttura di questa protezione informale è interamente autofinanziata: tendoni, materassi e i pasti somministrati sono il frutto di una colletta interna promossa dagli abitanti. Un quartiere storicamente marginale che estrae dal proprio tessuto informale una capacità di contenimento che le istituzioni formali non riescono o non vogliono garantire. Tuttavia, il campo è amministrato da persone del barrio con strumenti empirici, una formazione approssimativa e categorie organizzative rigide. Nelle ultime ore sono arrivate altre trecento persone, quasi tutte giovani donne e minori. La capienza informale è exploded, costringendo gli organizzatori a decidere il trasferimento del campo verso un impianto sportivo più grande. Lo sgombero del primo spazio ha rivelato l’estetica della deprivazione urbana del Príncipe: la struttura smontata ha messo a nudo un recinto privo persino delle porte da calcio o di un canestro, recintato da reti di metallo strappate e arrugginite dove giocare significa rischiare a ogni tiro di perdere il pallone per sempre nei burroni del quartiere. Un residente, osservando i volontari caricare le stuoie, commentava con un’amarezza senza sconti: «A Ceuta ci sono diversi campi da calcio moderni e attrezzati; com’è possibile che per fare accoglienza debbano usare il nostro, che cade a pezzi?». PH: Raffaello Rossini 5. IL SOMMERSO, L’IGNORANZA E GLI SGUARDI Oltre le centinaia di presenze tracciabili nel campetto, esiste un secondo livello di invisibilità ancora più profondo: decine di giovanissime sono nascoste all’interno delle case private del barrio. La paura di essere intercettate e riassorbiti dal dispositivo di rimpatrio le spinge a una clausura volontaria nelle stanze buie delle case autocostruite. In questo sottoscala sociale domina un radicale analfabetismo giuridico: sia le minori sia le maggiorenni ignorano completamente i propri diritti, non conoscono le tutele teoricamente offerte dalla Ley de Extranjería per chi è sotto la fascia protetta, né quantificano i rischi reali di espulsione automatica o di trattenimento arbitrario. Attorno al perimetro del recinto la vita adolescenziale scorre alterata da una maturazione precoce. Fuori dalle transenne si calcano gruppi di ragazzi del posto: si creano dinamiche di promiscuità inevitabili, fatte di sguardi insistenti, numeri di telefono scritti sui cartoni, risate lanciate a distanza e tentativi di contatto. In un contesto segnato dalla totale assenza di mediazione professionale, la vulnerabilità delle minori esposte alla minaccia di molestie o violenze di genere rimane una costante latente, sfumata appena dalla presenza sul campo degli operatori di Mujeres en Zona de Conflicto (MZC). Questa ONG spagnola, attiva storicamente nei contesti di frontiera per la prevenzione della tratta e della violenza sulle donne, tenta un’opera di monitoraggio e orientamento, muovendosi con cautela tra la diffidenza dei ragazzi del quartiere e la lentezza della Polizia Nazionale, presente sul posto per raccogliere dati, fotosegnalare e catalogare le minori ai fini del conteggio istituzionale. PH: Raffaello Rossini 6. «IO SONO DI MIA MADRE»: LA VOCE DEL BARRIO L’intreccio tra disillusione, cinismo e una forma di disperata lucidità emerge nelle parole dei giovani che sono cresciuti nelle strade del Príncipe, dove l’infanzia si accorcia fino a sparire. Un ragazzo del posto restituisce la grammatica di questo margine: «I ragazzi fuori hanno troppa pressione addosso, vogliono solo fare i loro giri. Guardati intorno: ci sono tutte le ragazze dentro e tutti i ragazzi fuori che aspettano, guardano, mandano messaggi. Questo mi fa pena. Invece di vederli buttati così, io gli dico “spostati là” e si spostano. E se qualcuno non ascolta, glielo si fa capire con le maniere forti. Sono adolescenti, poco più che bambini. E la gente dall’alto parla di musulmani, marocchini, urla “fuori, fuori!“. Ma sono persone. In che momento abbiamo smesso di essere persone? Io non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di Sánchez né del PP. Che cazzo me ne frega? Io sono di mia madre. A me ha cresciuto mia madre, mi ha scaldato il cibo mia madre, esattamente come la tua. Non la Meloni, non i politici. Mia madre, grazie a Dio. Vedi questo documento? È il mio DNI spagnolo, nato qui a Ceuta. È scaduto. E non lo vado a rinnovare. Non me ne importa niente, quando vorrò andare via ci penserò. Se non ti serve, lo tiri via, lo bruci, fai una denuncia e ti dicono che c’è un altro modello. Non mi interessa perché la Spagna a me non dà niente». PH: Raffaello Rossini 7. IL VUOTO ISTITUZIONALE E LE OMBRE SULLE RISORSE Dopo quattro giornate trascorse tra le sterrate del Príncipe, la percezione sul campo è quella di una polveriera a lento rilascio. Tra i vicoli si rincorrono ossessivamente le voci di un imminente sfollamento forzato o di una chiusura ermetica della frontiera di Tarajal, mentre gli agenti addetti ai valichi interpellati liquidano l’ipotesi bollandola come un’assurdità irrealizzabile. La realtà materiale, tuttavia, precipita nell’incuria: nel campo non ci sono docce, né servizi igienici adeguati; la presenza strutturale delle ONG è pressoché inesistente. I membri di Mujeres en Zona de Conflicto esternano una forte preoccupazione per il clima di militarizzazione strisciante: in mattinata perfino reparti dell’Esercito (Ejército de Tierra) si sono spinti fin dentro il quartiere per effettuare una specie di censimento informale. Ahmed, che con immensa fatica e sacrificio cerca di coordinare il campo, rimarca infastidito come l’atteggiamento dei militari sia stato inutilmente muscolare e provocatorio, sottolineando amaramente che se le forze armate tornassero per portare via le persone con la forza, lui non potrebbe fare nulla per impedirlo. L’unica certezza materiale resta il cibo, che continua ad arrivare grazie allo sforzo congiunto degli abitanti e al supporto logistico di entità assistenziali come la Cruz Blanca. Fa tuttavia rumore l’assenza totale di qualsiasi istituzione civile, sociale o socio-sanitaria della Ciudad Autónoma de Ceuta. L’unico volto dello Stato a farsi strada nell’incrocio tra edilizia abusiva e degrado è quello in divisa della Polizia Nazionale e dei blindati militari. Nei bar del barrio si parla apertamente del paradosso economico del margine: i finanziamenti straordinari versati dal Governo centrale di Madrid e dai fondi europei per la gestione dell’emergenza transfrontaliera. Tra i residenti ricorre l’amarezza per le cifre – come i circa 25 milioni di euro stanziati ed erogati per la gestione dell’accoglienza e dell’emergenza migratoria – chiedendosi dove vadano a finire queste risorse prima di arrivare in un quartiere dove le scuole cadono a pezzi, le abitazioni versano in uno stato di cronico semiabbandono e non esiste un solo centro di aggregazione giovanile o uno spazio sociale per impedire che i ragazzi della zona finiscano inghiottiti dai circuiti informali della frontiera. PH: Raffaello Rossini 8. L’INTERCAPEDINE PERMANENTE Nelle parole dei giovani del barrio si sovrappongono il rifiuto delle categorie ideologiche istituzionali, il senso di abbandono da parte dello Stato centrale e l’accettazione della violenza come unico codice regolatore dell’ordine locale. In questo frammento di conversazione si riassume la condizione antropologica del Príncipe: una comunità che rifiuta l’identificazione con le narrazioni statali – siano esse spagnole o marocchine – per rifugiarsi in un tribalismo primario fondato sulla lealtà familiare e sulla legge del più forte. Il Príncipe non si costituisce come rifugio politico né come ghetto chiuso: risponde alle caratteristiche di un non-luogo di transito spinto all’estremo, un’intercapedine architettonica e sociale dove l’identità individuale viene congelata nell’attesa. Un limbo dove l’autorità formale recede lasciando spazio a un’infrastruttura d’emergenza autoprodotta, in cui la solidarietà comunitaria e la minaccia della pistola convivono nello stesso spazio, divise soltanto dal perimetro precario di una transenna rossa. Sullo sfondo, mentre le camionette della Polizia scendono lungo i tornanti polverosi dopo aver completato l’ennesimo censimento formale, le ragazze rimaste dentro la rete tentano di riappropriarsi del tempo con una palla sgonfia o una chiamata verso casa. Sotto la superficie di Ceuta, la marea non si è fermata: si è limitata a spostarsi di poche centinaia di metri, occupando un altro campetto sbrecciato in cui continuare ad attendere. PH: Raffaello Rossini
La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere
Yasmine e Francesca, dell’Assemblea Lucana No CPR, raccontano le ore successive alla morte del giovane tunisino di trent’anni nel CPR di Palazzo San Gervasio: le condizioni della struttura, le richieste di aiuto dall’interno, gli interventi delle forze dell’ordine e le proteste dei trattenuti. L’Assemblea è rimasta sul posto per circa dodici ore, mantenendo attraverso il telefono SOS un contatto continuo con le persone all’interno e garantendo, per quanto possibile, il diritto di difesa. «I CPR vanno chiusi». DA ANNI DENUNCIATE LE CONDIZIONI DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO. COSA È ACCADUTO IERI? Da molto tempo, come attivisti e attiviste dell’Assemblea Lucana No CPR, denunciamo la mancanza di assistenza sanitaria, la presenza di persone in condizioni di grave fragilità che non dovrebbero essere trattenute e le carenze igienico-sanitarie della struttura. Denunciamo anche le condizioni dei moduli e il caldo (gestito da “Officine sociali” con solo 4 litri di acqua potabile al giorno) che in questo ultimo periodo ha ulteriormente esasperato una situazione già critica. Ieri è morto all’interno del CPR un cittadino tunisino di trent’anni, una persona che, secondo le certificazioni mediche, non era idonea al trattenimento. Per noi è un morto di Stato, ancora una volta nelle mani di un sistema che uccide, umilia e devasta le persone che vi vengono rinchiuse. Da anni chiediamo la definitiva chiusura di questi luoghi di umiliazione, devastazione e patogeni. COSA SAPETE DELLE CIRCOSTANZE DELLA MORTE? Il giovane non era idoneo alla vita in comunità ristretta per gravi problemi psichiatrici. La sua insofferenza al trattenimento era motivo di scherno da parte delle forze dell’ordine. I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di 90 giorni, conseguenza dell’udienza innanzi al giudice di pace di Melfi della mattina della morte. Molti dei detenuti hanno assistito alla morte di Lassoued e ci dicono che “hanno ancora il suo sangue negli occhi” e che hanno deciso di ribellarsi alla violenza del CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 Per noi, è il “sistema CPR” che ha portato alla morte di questa persona che, tra l’altro, sappiamo non sopportasse di vivere in una gabbia, di stare in un modulo di cemento. Dormiva su un materasso nell’unico spazio comune del centro: una lastra di cemento circondata da alte sbarre d’acciaio. Anche questo racconta le condizioni in cui si trovano le persone trattenute. in una giornata di forti tensioni, di confusione e difficoltà nella gestione del centro tra le forze dell’ordine (adibite alla tutela dell’ordine pubblico all’interno del CPR) e l’Ente Gestore, Lassoued, probabilmente durante un tentativo di contenzione del suo giusto malessere, chiuso in una gabbia, pur di sottrarsi ad un ulteriore limitazione della sua libertà, non ha potuto fare altro che cercare scampo arrampicandosi sul tetto della gabbia, da dove è precipitato. non si voleva uccidere: ci sentiamo di dirlo perchè lo abbiamo guardato negli occhi poche ore prima che morisse. Aveva le “carte in mano” per essere liberato, lo voleva. Lo gridava, lo reclamava: chiedeva di essere liberato. Voleva uscire, vivo, non nel carro funebre: perchè così si esce dal CPR di Palazzo san Gervasio con la gestione di Officine Sociali”!  COSA È SUCCESSO DOPO LA MORTE? La morte è avvenuta davanti agli occhi delle altre persone trattenute che nell’immediato hanno iniziato a protestare contro tutto il sistema, tra l’altro preoccupati che potessero morire anche loro.  Il fumo degli incendi, la contenzione delle forze dell’ordine, la rabbia, il caldo estremo hanno causato malori tra i trattenuti che ci chiedevano di chiamare le ambulanze. A., trattenuto nonostante una resezione epatica e che quindi non dovrebbe essere trattenuto in quella struttura, ha avuto una crisi respiratoria.  Un’altra persona è stata portata in ospedale dopo aver ingerito dei detersivi. Un’altra aveva ingerito vetro. > «Non è un episodio critico, non è un’eccezione, è un morto conseguenza di un > sistema» Nel mentre, entravano forze dell’ordine, sono stati utilizzati gli idranti per spegnere gli incendi; la Guardia di Finanza è entrata nei moduli per arrestare chi protestava. Quello che abbiamo visto è una violenza sistemica che diventa violenza concreta sui corpi delle persone, soprattutto dopo una morte che, per noi, è il prodotto delle condizioni patogene di quel luogo. VOI SIETE RIMASTI FUORI DAL CPR PER MOLTE ORE. COSA AVETE VISTO? Siamo rimasti sul posto per circa dodici ore, tra ambulanze, Guardia di Finanza e Polizia.  Siamo rimasti in contatto continuo con le persone trattenute attraverso il telefono SOS, anche per garantire il diritto di difesa, che non sempre viene adeguatamente assicurato. Nei giorni precedenti, per esempio, ad alcuni avvocati che dovevano svolgere colloqui difensivi non era stato consentito di accedere, con la motivazione di dover garantire l’ordine pubblico. Abbiamo avvisato parlamentari e la Garante provinciale, che è arrivata sul posto ma non è entrata nel CPR. Ha raccolto soltanto le dichiarazioni del prefetto vicario. La Garante, quindi, non ha verificato le condizioni delle persone trattenute. QUAL È LA SITUAZIONE IN QUESTE ORE? Le persone che abbiamo sentito avevano ancora negli occhi il sangue del giovane morto. C’è la sensazione costante di trovarsi dentro qualcosa che uccide, se non fisicamente, almeno dentro. Continuiamo a ricevere richieste di aiuto e notizie di persone devastate. Gli atti di autolesionismo all’interno del CPR sono all’ordine del giorno. Parliamo di persone a cui vengono continuamente somministrati psicofarmaci e che non dovrebbero essere lì. Per questo chiediamo anche attenzione per le persone che, oltre a subire queste violenze quotidiane, hanno assistito alla morte, e supporto per la famiglia del ragazzo. COSA CHIEDETE ADESSO? Chiediamo che questa ennesima vicenda non cada nel vuoto. Nei prossimi giorni, insieme alle altre realtà locali, torneremo a presidiare e batterci accanto alle persone trattenute. Abbiamo chiesto la presenza di parlamentari, soprattutto per garantire alle persone la possibilità di essere ascoltate e per portare fuori da quelle mura ciò che sta accadendo, per non far cadere questa ennesima vicenda nell’oblio. La morte di questo giovane tunisino non arriva per caso. È il frutto di un sistema di repressione e di annichilimento delle persone che vengono rinchiuse nei CPR. Per questo, insieme all’Assemblea Lucana No CPR, chiediamo Verità per Oussama, Lassoued e tutti i morti di CPR e delle necropolitiche di frontiera e continueremo a chiedere una cosa sola: la chiusura definitiva dei CPR.
La morte di L.D. non è un “evento critico”. È una morte di CPR
Nel linguaggio burocratico dei CPR, quanto accaduto ieri pomeriggio a Palazzo San Gervasio viene definito un “evento critico”. Nella realtà, è morto un ragazzo di trent’anni, nato in Tunisia nel 1996, probabilmente entrato nel Centro della provincia di Potenza nonostante una storia di fragilità alle spalle. La sua morte, nel gergo del CPR, rischia così di diventare soltanto un altro “evento critico”. Ma il passato e il presente del CPR di Palazzo San Gervasio sono pieni di eventi critici che sembrano essere ormai una costante drammatica di questa struttura. Solamente tra gennaio 2026 e luglio 2026 i c.d. eventi critici registrati dall’ente gestore della struttura sono stati 67 (atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, ecc). Numeri impressionanti che danno il senso della drammaticità della condizione del CPR di Palazzo San Gervasio e che rappresentano una condizione di criticità cronica nella gestione del Centro da parte di tutti i soggetti coinvolti (pubblici e privati). Purtroppo, nonostante le numerose segnalazioni, le denunce, i procedimenti in corso, i pronunciamenti del Consiglio di Stato e della Corte costituzionale, il sistema CPR in Basilicata continua a funzionare così. Certificazioni di idoneità superficiali e rilasciate sotto pressioni delle Questure di turno. Verifiche in sede di udienza di convalida sulla documentazione medica inesistenti. Screening sanitari nelle strutture del tutto assenti e perdurante stato di abbandono di soggetti fragili all’interno di una struttura che non è in grado di assicurare i minimi standard di assistenza sanitaria richiesti dalla legge. D’altra parte è la stessa Prefettura di Potenza a confermare che “… ad oggi non sono stati sottoscritti protocolli di prevenzione del rischio suicidario e autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D territorialmente competente, e non risultano intervenute modifiche al contratto di gestione del CPR in essere per adeguamenti a sentenze della giustizia amministrativa o in attuazione della Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166” (riscontro del 29.07.2026). In questo quadro si inserisce quanto accaduto ieri pomeriggio nel CPR di Palazzo San Gervasio. PH: Assemblea lucana NO CPR Non un semplice evento critico ma il decesso di un trentenne per cause che sono tutte da accertare. Sbrigativamente si è parlato di incidente e di suicidio ma il quadro che emerge dalle testimonianze raccolte dalla viva voce di chi era presente al momento dei fatti è più complesso e merita i dovuti approfondimenti. Le indagini dovranno fare il loro corso e siamo sicuri che verranno eseguite a 360 gradi per verificare tutto quanto accaduto prima, durante e dopo il tragico evento. Il quadro generale rappresentato dai numeri sopra citati e dalle mancanze gestionali e organizzative del CPR di Palazzo San Gervasio non può portare a rubricare quanto accaduto come un semplice incidente e speriamo che la Procura della Repubblica tenga in debita considerazione tutti questi dati, tutti questi elementi e anche molti altri. Infatti, la morte del giovane L.D. non è un accadimento isolato ma si inserisce in un clima di forte tensione presente da settimane e nel contesto più generale di un sistema di detenzione amministrativa che determina solamente sofferenza e morte. Tensioni e sofferenze che sono sfociate, dopo la morte di L.D., in una comprensibile protesta da parte degli altri trattenuti. Proteste che sono durante per diverse ore e che sono state vissute in diretta da chi fuori dal cancello del CPR portava solidarietà ai trattenuti. Proteste che hanno portato all’arresto di diversi ragazzi, le vittime che diventano i colpevoli. Nel ricordare quanto accaduto ieri non possiamo non evidenziare un dato importante. L.D. è morto il 10 agosto del 2026, esattamente due anni fa, nella stessa struttura moriva Oussama Darkaoui. Non sono soltanto coincidenze, non si tratta di tragiche fatalità. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA PER NON DIMENTICARE OUSSAMA DARKAOUI, MORTO DI CPR Quanto accaduto al giovane svela tutta l’ipocrisia del mondo occidentale Avv. Arturo Raffaele Covella 5 Agosto 2026 Purtroppo il sistema CPR è questo e produce questo. Non si può continuare a far finta di niente, a guardare dall’altra parte. Il Cpr di Palazzo San Gervasio va immediatamente chiuso. Che cosa deve accadere ancora prima che le istituzioni di questo Paese prendano coraggio e dimostrino di avere un volto umano? Cosa deve accadere ancora prima che si arrivi a rispettare la legge da parte di chi pretende dagli altri il rispetto delle leggi? Quanti ragazzi ancora devono morire prima che la politica locale assuma la responsabilità di chiedere a gran voce la chiusura del CPR di Palazzo San Gervasio e lo faccia con atti ufficiali? In attesa di risposte che non arriveranno, continuiamo questa drammatica conta.
Confini europei in Nord Africa: la lezione di Ceuta
Tra l’ultimo giovedì di luglio e i giorni successivi sono arrivate, principalmente a Ceuta, decine di migliaia di persone. Tra queste, almeno 142 sono morte nel tentativo di raggiungere l’enclave spagnola, molte delle quali durante l’attraversamento a nuoto 1. PH: Raffaello Rossini (agosto 2026) Le persone migranti hanno raggiunto Ceuta utilizzando gommoni, imbarcazioni di fortuna e, soprattutto, nuotando. Sono molte le immagini e i video che circolano sui social dei disordini che hanno interessato la città: le spiagge affollate di persone che cercano di fuggire dalla polizia, le manifestazioni dei militanti di estrema destra contro una presunta invasione, le immagini della polizia marocchina che lancia pietre contro i migranti e quelle di molte associazioni che distribuiscono cibo. Le Ong presenti sul posto raccontano una situazione di difficile gestione, in cui mancano beni di prima necessità e i rimpatri svolti con procedure poco chiare sono costanti. Nella narrazione mediatica della vicenda ci scontriamo con un linguaggio caratterizzato da una forte violenza: si parla di “invasione”, di “assalto” e di arrivi in massa sulle coste spagnole. Una premessa è doverosa: Ceuta è geograficamente situata in Marocco. Notizie/Confini e frontiere NOTE SU UN PASSAGGIO DI STATO TRA CEUTA E FNIDEQ Reportage da un confine che trasforma le persone in merce di scambio Raffaello Rossini 8 Agosto 2026 Sarebbe scorretto non ricordare che le persone in questione non hanno mai, geograficamente parlando, lasciato l’Africa. Quello che è accaduto è che hanno superato un confine che risale all’Europa coloniale, la stessa Europa che oggi si lamenta di essere invasa. I partiti di destra, spagnoli e non, si sono subito affannati a trovare il capro espiatorio nel governo di Pedro Sánchez e in particolare nel processo di regolarizzazione che ha avviato, volto a concedere un permesso di soggiorno, e non la cittadinanza, alle persone migranti che vivono in Spagna da prima del 2026. Notizie/Confini e frontiere LA REGOLARIZZAZIONE IN SPAGNA: NOVECENTOMILA PERSONE MIGRANTI STABILIZZATE Mentre la Spagna riconosce diritti e alimenta il boom economico, l’Italia continua ad essere solo fabbrica di marginalità   Chiara Concetta Starita, Avv. Gennaro Santoro (Roma) 29 Giugno 2026 D’altra parte, la sinistra incolpa il Marocco della pressione sulle frontiere e invoca controlli più ferrei sui confini. Osservando tutto questo vale la pena chiedersi a che tipo di contraddizioni stiamo assistendo e che dinamiche produce questo dibattito. Questo tipo di attraversamento dei confini europei, con molte persone che si muovono contemporaneamente, si è verificato altre volte nella storia, tuttavia l’attenzione mediatica riservatagli non è sempre la stessa. > La scelta di utilizzare i fatti di Ceuta per parlare di assalto e invasione > strizza l’occhio a un clima politico di avanzata generale delle destre in > Europa. Con un meccanismo ormai facilmente prevedibile, il tema delle persone in movimento viene strumentalizzato per lanciare dichiarazioni da campagna elettorale. Un processo che si è accentuato a causa dell’avvicinarsi delle elezioni spagnole, previste per il 2027. Inoltre, bisogna considerare che la costruzione delle barriere tra Ceuta e il resto del Marocco è iniziata negli anni ’90. Infatti, la frontiera terrestre tra Africa e Unione Europea è caratterizzata dalla massiccia presenza di controlli. Pertanto, sembra che la crisi che sta attraversando Ceuta sia da imputare alla presenza dei controlli rigidi sui confini e non alla loro assenza. Notizie/Confini e frontiere «HO TENTATO DI ARRIVARE A CEUTA. MI HANNO FERMATO, MI HANNO MESSO SU UN BUS E MI HANNO PORTATO NEL SUD. ORA STO PEGGIO DI PRIMA» Le testimonianze di due persone migranti nere 7 Agosto 2026 La domanda da porsi è: le politiche europee in tema di controllo dei confini stanno realmente impattando sui tentati attraversamenti? La risposta sembra essere negativa: l’aumento dei controlli sulle frontiere europee non ha eliminato i tentativi di attraversamento. Ad aumentare sono piuttosto le violenze e le morti. Ancora una volta, osservando Ceuta possiamo riflettere sul potere dei confini. I paesi situati alla frontiera dell’Ue rappresentano già da molti anni dei laboratori per la sperimentazione e il perfezionamento delle politiche in materia di gestione dei “flussi” e della “lotta all’immigrazione clandestina”. Ad oggi, i confini non rappresentano più delle semplici linee che dividono un territorio da un altro, ma funzionano come se fossero filtri: il passaggio della linea di frontiera determina chi ha il diritto di muoversi e chi no. È proprio sui confini che si compie quella che diversi antropologi, riprendendo Foucault, hanno chiamato “biopolitica dell’alterità”: un’operazione politica che si muove dai confini esterni tra i territori e quelli interni sociali, attraverso cui gli Stati attribuiscono alle vite valori morali differenti. L’alterità, cioè la persona migrante che arriva da fuori, viene amministrata attraverso dispositivi biopolitici che combinano assistenza, controllo e soprattutto selezione. In questo clima, risulta del tutto inappropriato invocare un maggior controllo dei confini perché la politica attuale si basa proprio su questo. Bisogna ricordare che l’Ue ha recentemente approvato un nuovo Patto su migrazione e asilo che agevola le procedure di rimpatrio alla frontiera. Nel concreto, è da almeno 15 anni che l’Europa ha avviato un processo di esternalizzazione delle frontiere, basato su accordi bilaterali tra Stati: territori esterni all’Unione, come il Marocco, assumono il ruolo di gendarmi della Fortezza Europa, a cui viene affidato il controllo dei flussi. Che cosa ha prodotto questa politica? La militarizzazione dei confini e l’aumento della violenza esercitata sulle persone che li attraversano. Il potere generativo del confine si esplica in una dinamica chiara: attraverso l’attuazione di determinate pratiche e leggi è lo Stato che produce attivamente categorie di persone “irregolari” e “fuori legge”, negando loro garanzie. Per estensione, tutto il territorio di frontiera, l’intera Ceuta, si caratterizza per la presenza di illegalità. Questo è un espediente narrativo che giustifica immediatamente la sospensione dei diritti e l’uso della violenza. PH: Raffaello Rossini (agosto 2026) Una categoria su cui è necessario riflettere è quella del “migrante illegale”. Seguendo quanto espresso in Migrant “illegality” and deportability in everyday life da Nicholas De Genova (2002), l’illegalità non può essere utilizzata come categoria descrittiva, perché non è una condizione intrinseca dell’essere migrante. Nessuna persona nasce illegale, ma diventa tale perché uno Stato stabilisce che la sua presenza non è conforme alle norme vigenti. Attraverso meccanismi di vario tipo, tra cui procedure burocratiche complesse e inaccessibili, è lo Stato che produce l’illegalità dei migranti. Infatti, viaggiare legalmente dal Marocco alla Spagna è molto complesso, se non addirittura impossibile. Così le persone migranti diventano irregolari: non hanno commesso un reato, però non rientrano in uno stato giuridico legale. Pensare che l’irregolarità sia una condizione prodotta dalle istituzioni cambia la narrazione, perché ci permette di decostruire l’idea secondo cui essere migranti illegali sia una scelta individuale. Ci troviamo di fronte a un dibattito in cui l’etichetta di “illegale” ha sostituito del tutto l’identità delle persone. Parlare di “invasione” e “assalto” produce un effetto simbolico molto importante: il migrante è colui che deliberatamente viola la legge, non più un individuo con una storia e con dei diritti. Quando l’identità giuridica prevale sull’identità della persona ci troviamo nella sfera della deumanizzazione: meccanismo per cui l’umanità di alcune categorie viene negata. Il lessico utilizzato per descrivere quello che accade a Ceuta è caratterizzato dalla sistematica omissione dei numeri delle persone morte in mare e del fatto che molti hanno compiuto l’attraversamento a nuoto. Le categorie utilizzate dalla stampa e dalla politica per descrivere le persone migranti – “clandestino”, “illegale” o “invasore” – non sono affatto neutre, perché non descrivono soltanto la realtà ma contribuiscono a produrla. La classificazione giuridica diventa una forma di potere che incide sulle possibilità di accedere ai propri diritti e di essere riconosciuti come soggetti politici attivi. Al di là della ricerca dei diretti responsabili, quello che è avvenuto a Ceuta non può essere considerato un episodio isolato, ma una storia tristemente destinata a ripetersi. Si tratta della manifestazione concreta di un sistema che continua a produrre sofferenza e violazioni dei diritti come effetti strutturali delle proprie politiche di gestione delle frontiere. Approfondimenti/Confini e frontiere CEUTA E MELILLA: COSA STA REALMENTE ACCADENDO Per comprendere davvero dobbiamo guardare oltre l'emergenza e interrogarci sul modello di gestione delle frontiere europee  3 Agosto 2026 Fino a quando la gestione europea delle migrazioni continuerà a privilegiare i confini, a basarsi sulla deterrenza e sui controlli violenti, casi come quello di Ceuta saranno sempre più inevitabili. Per comprendere i fenomeni migratori è spesso necessario andare oltre la cronaca e interrogarsi sulle rappresentazioni e sul linguaggio con cui le vicende vengono raccontate. La deumanizzazione non si manifesta solo attraverso l’uso della violenza sui confini, ma affonda le sue radici nella progressiva riduzione delle persone a “invasori” o “assaltatori”. Inoltre, parlare di “emergenza” occulta spesso il fatto che la violenza è strutturale e costante, sia nelle cause della migrazione, sia nella gestione del fenomeno. Ci troviamo all’interno di un dibattito che da anni sostituisce le persone con i numeri e con le statistiche, in cui l’indignazione iniziale è diventata totale assuefazione. È un concreto effetto della deumanizzazione normalizzare e accettare l’inaccettabile: il fatto che da un lato abbiamo una destra che parla di “prioridad nacional” e una sinistra che invoca controlli più ferrei sui confini, ma che nessuno parli delle persone che decidono di migrare a nuoto o su barche di fortuna ne è la rappresentazione concreta. Ogni società costruisce la propria politica della vita, decidendo quali vite sono considerate degne di essere protette e soccorse e quali possono essere esposte al rischio. Le frontiere europee e gli spazi come quello di Ceuta riflettono una gerarchia morale in cui il diritto al movimento è distribuito in maniera totalmente diseguale. > Le città di frontiera sono diventate aree in cui i diritti diventano pedine di > scambio geopolitiche. Ceuta rappresenta il fallimento di una precisa idea di Europa: quella che ha preferito investire progressivamente nella militarizzazione delle frontiere e non nella costruzione di vie di accesso sicure e legali, nel rispetto dei diritti fondamentali della persona; un’Europa che ha affidato a paesi terzi il controllo dei movimenti migratori, chiudendo prima un occhio poi l’altro di fronte alle sistematiche violazioni dei diritti umani e che ha trasformato la solidarietà tra gli Stati membri in un principio evocato solo nei documenti ufficiali e inesistente, o ridotto a un compenso economico, nella pratica. I fatti di Ceuta mostrano che l’Unione sta alimentando politiche che non difendono le persone, ma i confini. Di fronte a queste dinamiche è necessario riumanizzare la narrazione, restituendo alle persone in movimento quello che le politiche securitarie tendono a togliere: un nome, una storia e delle ragioni. Va ribadito chiaramente che nessuno affronta il mare o il deserto per invadere l’Europa. Le cause principali dei movimenti di persone vanno ricercate nella violenza strutturale, nella povertà estrema, nei processi di sviluppo diseguali tra Stati e nella totale mancanza di opportunità future, che sta segnando intere generazioni di giovani in Nord Africa e in Africa subsahariana. Inoltre, la situazione è aggravata dall’accelerazione di un forte processo di desertificazione che distrugge i mezzi di sussistenza e costringe ad abbandonare la propria terra. Questo dato dovrebbe essere preso particolarmente in considerazione oggi, in un’Europa che brucia per le temperature da bollino rosso. Se il nostro obiettivo è la comprensione dei fenomeni migratori, non possiamo ridurre Ceuta a una sterile individuazione delle responsabilità. Questi fatti di cronaca mostrano la necessità di un cambio di paradigma. Il dibattito dovrebbe concentrarsi sulla necessità di una politica che rimetta al centro la difesa della vita, con vie di accesso all’Europa che siano sicure. Cosa vuole difendere la nostra Fortezza Europa che si chiude sempre più su se stessa? Continuare a misurare il successo delle politiche migratorie sulla base del numero dei respingimenti o sulla riduzione degli arrivi significa accettare che la tutela dei confini prevalga sulla tutela delle persone. Invertire questa prospettiva è necessario, perché nessuna frontiera è sicura se il prezzo della sua sicurezza è la perdita di vite umane. 1. Una ONG marroquí eleva a 141 los fallecidos en Ceuta y Melilla, Diario de Sevilla (7 agosto 2026): Recuperado el cuerpo de otro migrante en Ceuta, los muertos suman 142, Ansa Latina (9 agosto 2026) ↩︎
Note su un passaggio di stato tra Ceuta e Fnideq
Fnideq, Marocco – Cominciamo dalla fine. Dalla risacca di un evento che si è già riassorbito, dall’arrivo sul campo a caos concluso, quando la cronaca ha già voltato pagina e restano solo le tracce termiche sul territorio. A Fnideq, il margine può essere uno scivolo di cemento che si perde nel buio del bagnasciuga. La spiaggia, priva di qualsiasi infrastruttura formale o servizio urbano, brulica di un’umanità che occupa lo spazio con la naturalezza dei mercati temporanei. Gruppi di donne velate sedute sulle aiuole della moschea, capannelli di ragazzini che corrono in ciabatte, famiglie intere in movimento costante fino a tarda notte. L’intera cittadina funziona come un formicaio impazzito: motorini, cibo di strada, sigarette di contrabbando, borse, un’infinità di magliette contraffatte del Marocco o con il nome di Lamine Yamal. Qui le maree umane si muovono sincronizzate con i ritmi della notte, montano e si riassorbono lungo la costa senza mai fermarsi davvero. Due uomini seduti su sedie di plastica offrono un servizio essenziale per la geografia informale della spiaggia: il noleggio della seduta per la serata. Rispondo in italiano con un «No, grazie» per non interrompere la dinamica, e continuo a camminare lungo la battigia per mimetizzarmi nella topografia del luogo. Al ritorno verso la strada principale, uno dei due mi aggancia in un italiano privo di inflessioni straniere. Si chiama I… . Ha circa cinquantacinque anni, un corpo segnato dal lavoro manuale e una storia che segue la parabola tipica della frammentazione identitaria. Dai sedici anni fino all’età matura ha vissuto a Ravenna: lavoro, due figli, una moglie italiana. Poi le prime deviazioni, il fallimento del nucleo familiare, la perdita dei contatti con i figli, il passaggio infruttuoso in Francia e infine il rientro forzato in Marocco. Nei codici sociali dell’emigrazione magrebina, il rientro senza la vettura con targa europea o la casa di proprietà costruita con le rimesse estere equivale a una condanna per fallimento. I… non torna da vincitore; rifiuta l’aiuto della famiglia e finisce a fare il pescatore nell’estremo sud del paese, per poi ripiegare su Fnideq e il noleggio delle sedie sul bagnasciuga. Un ulteriore, silenzioso passaggio di stato sociale verso l’invisibilità. Il confine, prima di essere una barriera fisica, è un’alterazione della percezione, uno stato mentale fatto di attesa e di occasioni percepite. Giovedì scorso, mentre era in spiaggia, l’attenzione di I… è stata attratta da un movimento collettivo. Centinaia di ragazzi hanno iniziato a radunarsi sulla collina che sovrasta la costa. La dinamica dell’evento è quella dei fenomeni di massa istantanei: alcune voci affermano che le stesse forze di sicurezza abbiano allentato il cordone, sollecitando o lasciando intendere la possibilità di buttarsi in mare per raggiungere la costa di Ceuta. Si è scatenato il caos. Centinaia di persone hanno abbandonato all’istante le proprie attività quotidiane, spogliandosi sulla spiaggia e lasciando pantaloni, borse e altro sulla sabbia. I… ha tentato di proteggere il proprio cellulare avvolgendolo in un sacchetto di plastica raccolto da terra e si è lanciato in acqua in maglietta e boxer. La traversata a nuoto verso l’enclave spagnola, sotto la spinta della corrente e con visibilità ridotta, è durata per diverse ore – i minori incontrati a Ceuta parlano di percorsi in acqua fino a otto ore. È lì che avviene il passaggio di stato più radicale: il corpo solido e terrestre si dissolve nell’elemento liquido, esposto a una fisica spietata. Nel racconto di I… compare la rimozione del rischio: la visione di corpi che perdevano galleggiabilità, la transizione irreversibile di chi scompare inghiottito dall’oscurità dello Stretto, scivolando sotto la superficie senza più riemergere, non ha interrotto la spinta della massa. È la forza cieca di queste maree politiche e disperate, dove l’illusione di una breccia nell’architettura del confine invalicabile azzera qualsiasi calcolo di sopravvivenza. L’impatto con la sponda spagnola riproduce la consueta sequenza della gestione di frontiera: l’arrivo sulla scogliera, il telefono inutilizzabile per via dell’acqua, i fermi e le percosse da parte dei reparti antisommossa, la fuga momentanea negli anfratti urbani di Ceuta e la successiva, sistematica riammissione nel territorio marocchino. Un dispositivo collaudato che azzera la spinta e ripristina lo status quo in poche ore. Superato il varco, la distinzione tra la Spagna e il Marocco non è solo una questione linguistica o valutaria, ma una frattura nell’ordine dello spazio. A Ceuta, i ragazzi marocchini che sono riusciti a rimanere temporaneamente vagano per la città spagnola con la curiosità dei turisti: si fotografano sorridenti davanti ai monumenti coloniali, pur avendo perso tutto in mare. Molti parlano un francese corretto, sono studenti o lavoratori precoci, ed esprimono la normale complessità emotiva di chi ha tentato un salto sistemico. In Europa, e in particolare nel dibattito pubblico italiano, questa materia umana viene regolarmente sterilizzata all’interno di una narrazione bidimensionale: da un lato la retorica dell’invasione, dall’altro un pietismo astratto. Entrambe le visioni ignorano la natura strutturale del fatto politico. La realtà di chi attraversa il confine rifiuta le categorie semplificate di “migrante“: si tratta di persone esposte alla violenza delle politiche di controllo, soggette a dinamiche di sfruttamento e spesso usate come merce di scambio geopolitico tra le due sponde del Mediterraneo. Seduto sulla sedia di plastica a Fnideq, I… conclude il suo monologo con una presa di coscienza priva di concessioni ideologiche: l’amarezza per un governo che utilizza la spinta e la disperazione dei propri cittadini meno abbienti come una leva di pressione diplomatica verso l’Unione Europea. Sullo sfondo, il rumore del mercato e del mare continua indifferente alla contabilità dei corpi rimasti in acqua 1, mentre la marea riassorbe i superstiti e li restituisce alla solita, immobile attesa. Galleria fotografica di Raffaello Rossini 1. Fonti indipendenti, come la Ong Caminando Fronteras, hanno accertato oltre 140 morti ↩︎
Bulgaria – Una protesta dei richiedenti asilo detenuti in base al nuovo Patto Ue è stata brutalmente repressa dalla polizia
«Libertà. Hurriya. Open camp!». Per settimane le persone recluse nel centro di detenzione di Pastrogor, nel sud della Bulgaria, a pochi chilometri dal confine turco, hanno protestato contro la privazione della libertà imposta nell’ambito delle nuove procedure di frontiera previste dal Patto europeo su migrazione e asilo. Il 26 luglio, dopo un momento di protesta dei detenuti, è arrivata una brutale repressione. Secondo quanto denunciato dal Collettivo Rotte Balcaniche e dalle persone recluse nel centro, agenti di polizia hanno invaso l’edificio con il volto coperto da passamontagna, hanno spento le telecamere di sorveglianza e hanno picchiato e torturato i prigionieri. «La vendetta è stata brutale», racconta in un comunicato stampa l’organizzazione solidale che da diversi anni è presente nel Paese con diverse attività di supporto alle persone migranti e che da settimane mantiene i contatti con l’interno della struttura. «Alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani e alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue. Almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto.» Tra le persone picchiate, denunciano ancora lə attivistə, ci sarebbero stati anche dei minori, «che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione». Le proteste in realtà andavano avanti da settimane, dall’implementazione del nuovo Patto il 12 giugno scorso. Molti detenuti avevano iniziato uno sciopero della fame, rifiutando «il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati». Altri avevano organizzato contestazioni nella mensa, chiedendo «cibo aggiuntivo e di migliore qualità». La risposta, racconta il Collettivo, era già stata violenta: «Almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta». Ma la richiesta fondamentale dei richiedenti asilo detenuti non riguardava soltanto le condizioni di vita all’interno del centro. «La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa». In una lettera collettiva, le persone recluse chiedevano «il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo». Chiedevano inoltre «di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata», informazioni che, secondo il Collettivo Rotte Balcaniche, sarebbero state sistematicamente negate. Il 26 luglio, mentre all’esterno del centro lə attivistə portavano «un saluto solidale», all’interno le persone detenute scandivano «Libertà», «Hurriya» e «Open camp! Open camp!». Alcune hanno anche tentato di evadere. «Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia». Secondo il collettivo, dopo il pestaggio la polizia avrebbe distrutto numerosi telefoni cellulari «rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri». Dodici persone sono poi state trasferite in una stazione di polizia, trattenute per ventiquattro ore e costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano «a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro». Una delle persone detenute sintetizza così il motivo della protesta: «Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica». Il centro di Pastrogor – caratterizzato da un’architettura carceraria e situato in un luogo molto isolato – è stato inaugurato nel 2012 come struttura aperta destinata ai richiedenti asilo. Nel dicembre 2025 le autorità bulgare ne hanno modificato la funzione, trasformandolo in un centro di detenzione per richiedenti asilo considerati “minacce per la sicurezza nazionale“. Dal 12 giugno, invece, all’interno del centro viene applicata la nuova asylum border procedure, introdotta dal Patto europeo, che amplia il ricorso alla detenzione durante l’esame delle domande di protezione internazionale per un massimo di tre mesi. Mentre i tempi della detenzione si allungano, la nuova normativa riduce a soli sette giorni il termine entro cui presentare ricorso contro il (probabile) diniego dell’asilo. Un limite che, in assenza di un’adeguata informazione giuridica e di un’effettiva assistenza legale, compromette concretamente il diritto alla difesa. Contestualmente, nell’ultimo anno sono aumentate le deportazioni dal Paese, in particolare quelle effettuate come “rimpatri volontari”, realizzati con il coinvolgimento di Frontex e dell’IOM, che di volontario non hanno nulla. «Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Unione europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno», conclude il Collettivo Rotte Balcaniche. Ph: Collettivo Rotte Balcaniche