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Protezione sussidiaria per debt bondage a cittadino indiano di etnia Jatt/Sick, proveniente dal Punjab
La decisione della Commissione Territoriale di Roma offre un interessante esempio di riconoscimento della protezione sussidiaria a fronte di una condizione di servitù da debito (debt bondage), fenomeno tuttora diffuso in India e scarsamente contrastato dalle autorità statali. La Commissione, pur escludendo lo status di rifugiato per l’assenza di un nesso con uno dei cinque motivi di persecuzione, ha ritenuto che il rimpatrio esporrebbe il richiedente al rischio concreto, attuale e individualizzato di subire trattamenti inumani o degradanti, così accertando il diritto alla protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14, lett. b), d.lgs. 251/2007. Di particolare rilievo è la scelta di non sminuire – come spesso avviene nelle audizioni delle Commissioni – la posizione dell’interessato a quella stereotipata di “migrante economico”, valorizzando invece tanto le dichiarazioni rese quanto la relazione dell’Ente Antitratta (NdR.). -------------------------------------------------------------------------------- La vicenda riguarda un cittadino indiano del Punjab che sin dall’infanzia si è trovato costretto a lavorare, per via dei maltrattamenti subiti dal padre. In seguito, sempre più sfruttato, questi contraeva una serie di debiti con il proprio datore di lavoro che lo ha posto in una condizione di schiavitù tale da trovarsi a lavorare solo al fine di pagare i debiti contratti con lo stesso.  Detta situazione lo poneva nella necessità di entrare in contatto con un trafficante, sempre mediante il proprio datore di lavoro, al fine di procurarsi un nulla osta per lavoro stagionale in Italia. Ebbene, in Italia si trovava vittima di una truffa, non essendovi alcun datore di lavoro ad attenderlo: ciò acuiva lo stato di bisogno, amplificando il debito che arrivava al pagamento di circa 30.000 Rupie mensili; quanto raccontato portava lo stesso a trovarsi costretto a vivere in una roulotte ed a lavorare in un’officina meccanica ad orari e a condizioni degradanti. Preso in carico dall’Ente Antitratta per l’emersione, seguiva un ottimo percorso che ha condotto al riconoscimento della protezione internazionale. La decisione emessa dalla Commissione Territoriale è meticolosa e puntuale e viene accertato il diritto alla protezione sussidiaria per ‘debt bondage’.  Difatti l’organo ministeriale, nel valutare la credibilità della condizione debitoria in India, come narrata dal ricorrente e come  puntualizzato dalla relazione dell’Ente Antitratta ‘Parsec’, statuiva che “nel caso in esame, per tutte le suesposte ragioni, la misura del rimpatrio porrebbe l’interessato nella difficoltà di risanare la posizione debitoria propria e della famiglia, esponendolo al fondato rischio, concreto, attuale e individualizzato di essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti ai sensi della lettera b) dell’art. 14 d.lgs. 251/2007”. Commissione Territoriale di Roma, decisione del 17 agosto 2026 Si ringrazia l’Avv. Armando Maria De Nicola per la segnalazione, il caso è stato seguito dall’operatrice legale Paola De Crescenzo. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e dell’India * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” Vedi le sentenze: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Accoglimento cautelare sull’autorizzazione a risiedere del soggetto vulnerabile
Il Tribunale di Trieste accoglie inaudita altera parte il ricorso ex art 700 c.p.c. instaurato contestualmente al reclamo ex art. 5 quinquies d.lgs 142/2015. Il procedimento è relativo alla domanda di protezione internazionale di una donna potenziale vittima di tratta, che era stata segnalata dall’Ente attuatore di Trieste alla Commissione territoriale per la p.i. di Trieste prima dell’applicazione della PAF (procedura accelerata di frontiera). Il Tribunale prende posizione su diversi aspetti, si riportano succintamente quelli rilevanti nel caso di specie. Sull’autorizzazione a risiedere durante la procedura PAF il giudice, richiamati gli art. 54 par. 1 Regolamento 2024/1348/UE e l’art. 5-ter comma 1 D.lgs. 142/2015, esplicita che tali disposizioni “non legittimano alcuna limitazione della libertà personale dei richiedenti la protezione internazionale da parte dell’autorità amministrativa. Fanno infatti espresso riferimento ai concetti di «soggiorno» e di «residenza», il cui campo semantico è infinitamente più ampio rispetto a quello di «detenzione» o «trattenimento», situazione – quest’ultima – peraltro letteralmente esclusa dalla seconda delle norme citate. È dunque importante anzitutto chiarire che la lettera delle disposizioni citate non si pone in contrasto con la previsione di riserva di giurisdizione di cui all’art. 13 Cost.”. Rispetto all’applicazione della PAF nel territorio di Trieste, il Tribunale ribadisce la posizione già assunta in altri provvedimenti, negando che la frontiera giuliano slovena sia frontiera esterna. Infine, in accoglimento del 700 c.p.c. inaudita altera parte perché trattasi di domanda di protezione proposta da soggetto vulnerabile, il Giudice così motiva: “Dalla segnalazione dell’Ente citato, in combinazione con i dati relativi allo stato di salute rilevati in sede di screening, emerge dunque un quadro in cui la ricorrente potrebbe effettivamente qualificarsi come soggetto vulnerabile in quanto potenziale vittima di tratta. Ebbene, la segnalazione di un ente come la ONLUS in questione che indichi un richiedente come potenziale vittima di tratta fa scattare l’obbligo di valutare se attivare la procedura di referral, e impone alla Commissione di riesaminare la scelta procedurale. Nel caso di specie, la Commissione, nonostante la segnalazione, ha però proseguito con l’adozione della procedura accelerata di frontiera, e – soprattutto – non ha motivato tale scelta nel provvedimento che determina l’applicabilità della procedura in questione (…omissis…). Nel fare ciò, essa ha violato l’art. 21 del Regolamento 2024/1348/UE, e altresì l’articolo 8 commi 3 e 3-bis D.lgs. 25/2008 sul dovere di esame individuale e obiettivo e sulla necessità di approfondimenti istruttori di natura medica. Per tali ragioni, il requisito del fumus boni iuris può dirsi, anche sotto il profilo in questione, integrato. Per quanto riguarda il periculum in mora, bisogna rilevare come la situazione in cui si trova … consista in un pregiudizio che limita la sua libertà (anche se trattasi della libertà di circolazione e non della libertà personale), con la conseguenza che la sua condizione di vulnerabilità (che si è detto sussistere quantomeno sotto il profilo del fumus) viene aggravata quotidianamente, ed ella non ha accesso ai canali di protezione e al programma di assistenza previsto dal Meccanismo Nazionale di Referral. (…omissis…) nel caso di specie, il pregiudizio si consuma giorno per giorno, e proprio per la delicatezza di queste situazioni è imposta una certa celerità nell’attivazione del meccanismo di referral succitato. (…omissis…) Pertanto, conclude il giudice: (…omissis…) la domanda di pronuncia cautelare inaudita altera parte è fondata”. Tribunale di Trieste, decreto dell’8 agosto 2026 Si ringrazia l’Avv. Dora Zappia per la segnalazione e il commento.
Indagine su una frontiera al di sopra di ogni sospetto
Il Patto europeo su migrazione e asilo, entrato nella sua fase applicativa, ridisegna le procedure di frontiera e introduce nuovi istituti la cui portata concreta si misura sui territori, prima ancora che nelle norme. Indagine su una frontiera al di sopra di ogni sospetto è un ciclo di cinque incontri online che attraversa altrettanti punti della frontiera siciliana – Pantelleria, Pozzallo, Lampedusa, Agrigento e Messina – per osservare come queste procedure prendono forma nella prassi. Ogni appuntamento si articola in due parti: una prima dedicata al contesto territoriale e al funzionamento dell’hotspot, una seconda di approfondimento giuridico. Gli incontri, a cura di Spazi Circolari e Studio legale Antartide, si terranno sul canale YouTube di Melting Pot, da settembre a dicembre 2026, sempre dalle ore 18.00 alle 19.00. -------------------------------------------------------------------------------- 1° INCONTRO – PANTELLERIA Martedì 15 settembre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatrici: Avv.ta Giulia Crescini e Avv.ta Federica Remiddi – Studio Legale Antartide Prima parte (contesto e prassi) Pantelleria: un laboratorio delle nuove procedure di frontiera Il contesto dell’isola di Pantelleria, il funzionamento dell’hotspot e le modalità di applicazione delle nuove procedure di frontiera previste dal Patto europeo in un territorio caratterizzato da un peculiare regime operativo. Seconda parte (focus giuridico) L’analisi giuridica della procedura di screening e del nuovo istituto del fermo introdotto dal D.L. n. 100/2026 -------------------------------------------------------------------------------- 2° INCONTRO – POZZALLO Martedì 29 settembre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatori/trici: Avv. Salvatore Fachile e Avv.ta Loredana Leo – Studio Legale Antartide (in aggiornamento) Prima parte (contesto e prassi) Le procedure di frontiera a Pozzallo Analisi del contesto territoriale e delle modalità concrete di applicazione delle procedure di frontiera presso l’hotspot di Pozzallo. Seconda parte (focus giuridico) L’emersione delle vulnerabilità sociali, con focus specifico sulle vittime di tratta Gli strumenti di individuazione ed emersione delle situazioni di vulnerabilità, con particolare riferimento alle persone vittime di tratta e sfruttamento e alle garanzie previste durante la procedura di frontiera. -------------------------------------------------------------------------------- 3° INCONTRO – LAMPEDUSA Giovedì 15 ottobre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatrici: Avv.ta Lucia Gennari e Avv.ta Cristina Laura Cecchini – Studio Legale Antartide (in aggiornamento) Prima parte (contesto e prassi) Lampedusa e le procedure di frontiera Il contesto dell’isola e l’applicazione delle procedure di frontiera nell’hotspot di Lampedusa. Seconda parte (focus giuridico) Vulnerabilità sanitarie, tutela della salute e soccorso in mare L’emersione delle vulnerabilità sanitarie, il ruolo del personale medico e delle organizzazioni impegnate nelle attività di ricerca e soccorso in mare nell’ambito delle nuove procedure. -------------------------------------------------------------------------------- 4° INCONTRO – AGRIGENTO (FOCUS SPECIFICO SU VILLA SIKANIA E/O LICATA) Martedì 17 novembre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatrici: Avv.ta Giulia Crescini e Avv.ta Federica Remiddi – Studio Legale Antartide (in aggiornamento) Prima parte (contesto e prassi) Le procedure di frontiera nel territorio agrigentino Il contesto territoriale e l’applicazione delle procedure di frontiera presso Villa Sikania e/o Licata. Seconda parte (focus giuridico) Autorizzazione a risiedere in un luogo specifico e obblighi di segnalamento; il nuovo meccanismo di monitoraggio dei diritti fondamentali Analisi del nuovo sistema di limitazione della libertà di circolazione previsto durante la procedura di frontiera e degli obblighi imposti ai richiedenti asilo; analisi del meccanismo di monitoraggio dei diritti fondamentali previsto come garanzia dal Patto UE. -------------------------------------------------------------------------------- 5° INCONTRO – MESSINA Martedì 15 dicembre 2026 | ore 18.00 – 19.00 Relatrici: Avv.ta Lucia Gennari e Avv.ta Cristina Laura Cecchini – Studio Legale Antartide (in aggiornamento) Prima parte (contesto e prassi) Le procedure di frontiera nell’hotspot di Messina Il funzionamento dell’hotspot di Messina e le modalità applicative delle procedure di frontiera. Seconda parte (focus giuridico) I Paesi di origine statisticamente sicuri Il nuovo sistema di individuazione dei Paesi statisticamente sicuri, il suo impatto sull’esame delle domande di protezione internazionale e le principali questioni interpretative.
L’accesso alla protezione internazionale presso la Questura di Bergamo: una procedura senza criteri trasparenti
M.A. 1 Davanti alla Questura di Bergamo si assiste ormai da mesi a una situazione che difficilmente può essere considerata fisiologica in uno Stato di diritto: persone che intendono richiedere protezione internazionale sono costrette a trascorrere la notte all’aperto, in attesa di un accesso che non risulta né garantito né disciplinato da criteri chiari e trasparenti. Tale ricostruzione non si fonda su episodi isolati, ma su osservazioni dirette e testimonianze raccolte in più occasioni tra settembre 2025 e giugno 2026. Le informazioni raccolte evidenziano una modalità di gestione degli accessi nella quale l’ingresso agli uffici della Questura appare affidato a procedure caratterizzate da ampi margini di discrezionalità e dall’assenza di criteri oggettivi, verificabili e preventivamente conoscibili dai richiedenti, con possibili conseguenze sull’effettività del diritto di presentare domanda di protezione internazionale. Dalle testimonianze raccolte sul posto è emerso che la selezione delle persone ammesse alla formalizzazione della domanda non ha seguito criteri oggettivi e verificabili. Di fatto, un richiedente ha descritto il processo di accesso come sostanzialmente “random“, evidenziando l’assenza di parametri. Tale percezione è stata successivamente corroborata dalle dichiarazioni rese da un agente in servizio, il quale ha affermato che le persone ammesse alla richiesta di asilo sono state individuate “sulla base di niente“. Un’altra persona impiegata presso la Questura ha riferito che l’ispettore incaricato avrebbe tenuto conto della condizione di vulnerabilità delle persone per stabilire chi avrebbe potuto accedere alla procedura. Tale criterio, tuttavia, è apparso difficilmente verificabile e non ha trovato riscontro nelle osservazioni effettuate. In un caso osservato, ad esempio, tra le persone in attesa vi era una persona con una bombola di ossigeno, una condizione di vulnerabilità immediatamente evidente, alla quale non è stato comunque consentito l’accesso alla procedura. Questo episodio ha sollevato interrogativi su come siano state individuate e valutate le condizioni di vulnerabilità degli altri richiedenti, se persino una situazione di fragilità così manifesta non è sembrata essere stata considerata ai fini dell’accesso. È stato inoltre osservato come, in alcune circostanze, le donne abbiano beneficiato di un accesso più agevolato alla procedura, sebbene tale elemento non abbia consentito di stabilire l’esistenza di un criterio sistematico. In particolare, secondo quanto osservato, tra le ore 8:15 e le ore 8:45 un ispettore della Questura, sempre lo stesso, usciva dall’edificio e chiamava nominativamente le persone che, in quella giornata, potevano accedere alla formalizzazione della propria domanda, il tutto in modo completamente discrezionale. In altri casi, tuttavia, non infrequenti secondo quanto osservato e secondo quanto riferito dai presenti, alle persone in attesa – spesso accampate davanti alla Questura fin dalla notte precedente – veniva comunicato che “la Questura è chiusa” oppure che il sistema informatico non era funzionante, con la conseguenza che l’accesso veniva negato indistintamente a tutti coloro che attendevano di formalizzare la propria domanda di protezione internazionale. Le informazioni raccolte delineano un sistema di gestione degli accessi privo di criteri trasparenti e preventivamente conoscibili, con il rischio di compromettere principi fondamentali dell’azione amministrativa quali imparzialità, uguaglianza e certezza delle procedure. Tale modalità operativa solleva interrogativi rilevanti: sulla base di quali criteri viene determinato chi può accedere alla formalizzazione della domanda e chi invece è costretto ad attendere? Quali garanzie sono previste affinché l’accesso a un diritto soggettivo non dipenda da valutazioni non conoscibili dagli interessati? Il quadro normativo vigente al momento delle osservazioni prevedeva un termine preciso per la formalizzazione della domanda di protezione internazionale: il Decreto legislativo 25/2008 stabiliva che la domanda dovesse essere formalizzata entro tre giorni lavorativi dalla manifestazione della volontà di chiedere protezione (art. 26, co. 2-bis), termine prorogabile fino a dieci giorni lavorativi esclusivamente in presenza di un numero elevato di richieste. Nonostante tale previsione, la prassi osservata presso la Questura di Bergamo si è discostata da tale quadro normativo. I tempi di attesa rilevati sono apparsi prolungati e sistematici, mentre l’accesso alla formalizzazione risultava di fatto ostacolato. L’individuazione delle persone ammesse sembrava inoltre avvenire in assenza di criteri oggettivi e trasparenti. In questo contesto, il diritto di asilo – riconosciuto anche dall’articolo 10, comma 3, della Costituzione – è stato compromesso. Ancora più problematico è apparso il carattere strutturale della situazione osservata. Non si è trattato, infatti, di episodi isolati o di disfunzioni occasionali, bensì di una prassi che, secondo quanto riscontrato, si è protratta per mesi sotto gli occhi delle istituzioni, degli operatori del settore e delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti dei richiedenti asilo. Nonostante un tentativo promosso dal CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati) volto a favorire un accesso più ordinato e chiaro alle procedure, tale iniziativa non avrebbe prodotto risultati duraturi. Al contrario, la possibilità di ottenere un appuntamento per la presentazione della domanda di protezione internazionale risulta, di fatto, preclusa, poiché la Questura non procede al rilascio di appuntamenti tramite PEC. In tale contesto, l’unica possibilità per molte persone è stata quella di presentarsi fisicamente davanti alla Questura più volte consecutive, arrivando in alcuni casi ad attendere fino a tre mesi, come riferito da un agente di polizia presente sul posto, nella speranza di rientrare tra le persone ammesse alla formalizzazione della domanda. Resta da monitorare come tale quadro sia destinato a evolvere alla luce dei cambiamenti introdotti dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e della sua progressiva attuazione, verificando se e in quale misura tali modifiche incideranno concretamente sulle modalità di accesso alle procedure di protezione internazionale. Resta tuttavia centrale una questione: indipendentemente dagli sviluppi normativi futuri, l’accesso alla procedura deve essere garantito attraverso modalità chiare, trasparenti e verificabili, affinché la possibilità di esercitare un diritto fondamentale non dipenda da meccanismi non conoscibili agli interessati. 1. Lavoro come operatore legale nel campo del diritto dell’immigrazione all’interno di un C.A.S. in provincia di Milano ↩︎
Settecento giorni di protesta ad Agadez (Niger)
Ha compiuto 700 giorni il 23 agosto la protesta non violenta delle persone rifugiate al “Centro Umanitario” di Agadez, Niger. E sono passati quasi due anni da quando documentavamo per la prima volta le condizioni della struttura, finanziata con fondi pubblici italiani ed europei 1. Interviste BLOCCATI IN NIGER: IL GRIDO INASCOLTATO DEI RIFUGIATI DA UN CAMPO FINANZIATO DA ITALIA E UE Intervista ad alcuni residenti del “Centro umanitario” di Agadez sulla protesta in corso da due mesi Laura Morreale 28 Novembre 2024 Da allora, la protesta non si è mai fermata: il collettivo Refugees in Niger continua a manifestare quotidianamente e a denunciare la propria condizione attraverso i corpi, le immagini e le parole dei residenti del Centro. Donne, uomini e bambini che hanno trascorso mesi, spesso anni, in un limbo giuridico e in una struttura isolata, dove immaginare un futuro diverso diventa quasi impossibile. Sono persone fuggite dalle atrocità in Sudan o da altre aree di crisi, molte delle quali, secondo le loro testimonianze, sono state deportate illegalmente in Niger da Paesi nordafricani come Algeria, Libia e Tunisia. La protesta non viene semplicemente ignorata, né da UNHCR – a cui è affidata la gestione della struttura – né dalle autorità nigerine, che dovrebbero riconoscere a queste persone lo status di rifugiato e i relativi diritti. Da quando al Centro sono iniziate le mobilitazioni giornaliere, lunghi periodi di silenzio si alternano a comunicati ufficiali e visite istituzionali. In alcune occasioni, le autorità hanno cercato di rassicurare i rifugiati; in altre, la risposta è stata apertamente intimidatoria. PH: Refugees in Niger Il risultato, però, non è cambiato: le condizioni del campo restano critiche, i servizi ridotti o assenti, e la protesta ha ormai assunto la forma di un presidio permanente. Le ultime visite istituzionali risalgono al 7 e 8 agosto scorsi. La prima è stata quella della vice-rappresentante di UNHCR Niger. La sua presenza al Centro ha lasciato i rifugiati senza risposte sostanzialmente nuove. Ha riferito che sono in corso incontri con rappresentanti del governo per affrontare l’impasse dell’esame delle richieste di protezione da parte delle autorità nigerine, e ha ribadito che le opportunità di ricollocamento in Paesi terzi sono molto limitate. Rispetto alle denunce dei rifugiati sull’insufficienza degli aiuti alimentari, che da oltre un anno risentono di importanti tagli ai finanziamenti destinati ad Agadez, si è limitata a dire che l’agenzia non può assistere tutti e si concentra sulle persone vulnerabili. Secondo le informazioni più recenti raccolte dal Centro, sempre meno persone avrebbero accesso al sostegno alimentare; le razioni sarebbero progressivamente diminuite e i criteri di assegnazione sarebbero applicati in modo arbitrario, a volte escludendo anche persone vulnerabili, inclusi i bambini. Si tratta di accuse note da tempo, che richiederebbero una risposta più precisa e verificabile da parte dei responsabili della pianificazione e distribuzione degli aiuti. Nessuna speranza, inoltre, per quanto riguarda la riapertura del presidio medico: i rifugiati dovranno continuare a fare riferimento all’ospedale pubblico più vicino, distante circa sette chilometri dal Centro. Il giorno successivo è arrivata una seconda visita, non annunciata e non pubblicizzata, da parte di una rappresentante del governo nigerino. Secondo i rifugiati, si tratterebbe di Sidikou Ramatou Djermakoye Seyni, ministra della Popolazione e degli Affari Sociali. La visita aveva l’obiettivo di verificare le condizioni del Centro, con particolare attenzione alla situazione delle donne, che la ministra avrebbe dichiarato di avere particolarmente a cuore. Ma proprio durante la visita si sarebbe verificato l’ennesimo episodio repressivo nei confronti del racconto pubblico portato avanti dai rifugiati. Secondo le testimonianze raccolte, un uomo avrebbe impedito ai presenti di documentare l’incontro, controllando i loro telefoni e chiedendo di cancellare eventuali fotografie. Al termine della visita, la ministra sarebbe intervenuta spiegando che preferiva evitare la circolazione sui social media di immagini della giornata. In effetti, nessun canale ufficiale del governo ha reso pubblico l’incontro. Un operatore del Centro, incaricato della traduzione durante le visite istituzionali, avrebbe poi utilizzato toni aggressivi nei confronti dei rifugiati, rivolgendosi in particolare a uno di loro e facendogli intuire di essere sotto osservazione. L’uomo lo avrebbe avvertito delle conseguenze se avesse pubblicato immagini della visita, alludendo esplicitamente a un possibile arresto, mentre un altro uomo, funzionario del Centre Nationale d’Elegibilité (CNE) nigerino, avrebbe ripetuto più volte che loro rappresentano il governo e possono fare quello che vogliono. Lo scontro verbale, secondo i testimoni, si è verificato alla presenza di personale UNHCR, che non è però intervenuto. In un contesto che ha già visto, come documentato ampiamente, arresti e deportazioni di persone coinvolte nell’organizzazione della protesta, una minaccia di questo tipo assume un peso non indifferente. E non è la prima volta che rappresentanti del governo ricorrono a intimidazioni più o meno velate. Il punto della protesta è anche questo: dopo quasi due anni, a essere contestate non sono soltanto le condizioni materiali del Centro, ma soprattutto il rapporto tra le persone che vi abitano e le istituzioni incaricate di proteggerle. Non si può parlare di protezione internazionale quando manca la fiducia nella capacità e nella volontà di garantire dei diritti fondamentali. Se le uniche risposte possibili a chi solleva delle criticità sono la negligenza e la repressione, va messo in discussione l’intero impianto “umanitario” che permette a luoghi come il Centro di Agadez di continuare a esistere. Il clima di sopraffazione e di impunità che si respira ad Agadez è lo stesso di tanti altri luoghi di contenimento delle migrazioni, sparsi a varie latitudini. Luoghi che hanno tutti delle caratteristiche comuni: ridurre le persone in movimento a funzioni (di vittima o di minaccia), allontanarle dallo sguardo pubblico, privarle della loro capacità di agire e – quando invece la mostrano, contestando il sistema in cui sono inserite – reprimerle e isolarle. Il proliferare di campi profughi permanenti creati su richiesta europea, come quello di Agadez, lungo le rotte migratorie in Africa ha svuotato di senso il diritto di asilo, delegandolo a enti e paesi terzi che non sono in grado di offrire una protezione effettiva. 1. L’archivio di tutti i contenuti su questa vicenda sono consultabili sulla tag Agadez ↩︎
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Enrica Rigo
È iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, la radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Ne parliamo insieme a Enrica Rigo, docente associata del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre e attivista. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONI E ASILO VIENE SPESSO RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA DAVVERO UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE CHE ABBIAMO CONOSCIUTO NELL’ULTIMO DECENNIO? Penso che siano vere entrambe le letture. Da un lato, il Patto fa proprie e istituzionalizza procedure che sono state progressivamente implementate nei diversi Paesi europei. Basti pensare alla procedura hotspot, che ereditiamo dalla cosiddetta “crisi delle migrazioni” del 2015 – o, se la si guarda da una prospettiva diversa, dalla “lunga stagione delle migrazioni”. Lo stesso vale per le procedure di screening e di monitoraggio, sperimentate soprattutto nei Paesi del Nord Europa. Sotto questo profilo esistono certamente linee di continuità. Dall’altro lato, però, il fatto stesso di mettere tutte queste procedure a sistema rappresenta, a mio avviso, un elemento di discontinuità. È una modalità tipica della trasformazione della crisi in una forma permanente di governo delle migrazioni. Le crisi delle frontiere, infatti, si sa quando iniziano, ma non finiscono mai: lasciano in eredità metodologie di confinamento, screening e controllo che continuano a operare anche dopo la fase emergenziale. L’istituzionalizzazione di queste pratiche costituisce quindi un passaggio nuovo. Del resto, da quando la Comunità europea è diventata Unione europea, questa mi sembra la riforma più complessiva. Credo inoltre che questa istituzionalizzazione europea renda più difficile quel gioco di sponda che, fino a oggi, era stato possibile. Il diritto dell’Unione poteva infatti essere utilizzato, attraverso interpretazioni estensive, per aprire spazi rispetto ai limiti del diritto nazionale; viceversa, alcuni limiti posti dagli ordinamenti nazionali potevano essere valorizzati, soprattutto davanti ai giudici, come controcanto rispetto alle norme europee. Questa omogeneizzazione – termine che spesso viene considerato positivo – dal mio punto di vista non lo è affatto. Al contrario, restringe gli spazi di agibilità. Se quindi ragioniamo nei termini di continuità e discontinuità, credo che entrambe le chiavi di lettura siano fondate. Tuttavia, il Patto traccia una direzione molto netta: quella della chiusura. L’idea che l’Europa potesse essere uno spazio nel quale la cittadinanza nazionale perdeva progressivamente importanza, a favore dell’apertura di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, com’era definito un tempo, mi sembra completamente dismessa. Al suo posto emerge un modello di governo delle migrazioni nel quale l’accesso ai diritti diventa sempre più difficile. Ho l’impressione che lo standard cui ormai ci si accontenta sia quello della tutela minima dell’habeas corpus e nient’altro. È venuta meno qualsiasi aspirazione di inclusione dentro un’idea di cittadinanza pregna dal punto di vista dei diritti. GRAZIE PER QUESTA PANORAMICA, CHE CI AIUTA A FAMILIARIZZARE CON IL PATTO E A COLLOCARLO NEL PIÙ AMPIO PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA. VORREI CHIEDERTI DI SOFFERMARTI SUL SIGNIFICATO POLITICO DEL PATTO. HAI GIÀ OFFERTO ALCUNE LENTI INTERPRETATIVE MOLTO UTILI, MA TI CHIEDEREI SE C’È ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE COGLIERE RISPETTO ALL’IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI CHE EMERGE DALLA NUOVA NORMATIVA E DALLA SUA FASE DI IMPLEMENTAZIONE. Partirei proprio dalla fase di implementazione, perché ieri si è svolto un incontro di un network europeo di ricercatrici, ricercatori, attiviste e attivisti che ha avviato una rete informale di monitoraggio dell’attuazione del Patto. Naturalmente è ancora molto presto: il Patto è entrato in vigore da poco più di un mese. Ciò che finora emerge rispetto alle procedure di frontiera, alla detenzione amministrativa e ai rimpatri non sembra corrispondere alla retorica che ha accompagnato l’approvazione del Patto. Questa osservazione non riguarda soltanto l’Italia. È stata condivisa anche da ricercatrici e ricercatori tedeschi e polacchi, in particolare con riferimento al confine tra Polonia e Bielorussia. Per ora sembra quasi che si sia partiti con il freno tirato. Non so ancora quale interpretazione dare a questa dinamica. Probabilmente dipende anche dal fatto che i meccanismi previsti dal Patto sono molto complessi e richiedono tempi lunghi di implementazione. Se dovessi fare una previsione, direi che l’impatto concreto potrebbe rivelarsi minore rispetto alla retorica e alle aspettative che hanno accompagnato questa riforma. Questo riguarda il piano dell’attuazione. Se invece guardiamo all’intenzione politica che emerge dal Patto, mi sembra che il suo significato sia molto chiaro. A mio avviso, il Patto estende la dimensione della frontiera e, con essa, quella della precarizzazione dei diritti e della loro progressiva riduzione. Estende enormemente quel circuito di illegalizzazione che la frontiera produce. Questa estensione è insieme spaziale e temporale. Faccio un esempio molto concreto. Come clinica legale abbiamo iniziato, per la prima volta, a entrare nel CPR di Ponte Galeria insieme al Garante delle persone private della libertà personale. Fino a oggi avevamo preferito svolgere un’attività diversa: fare le avvocate e gli avvocati nel CPR piuttosto che gli osservatori. Abbiamo deciso di intraprendere anche questa attività proprio per colmare la mancanza di informazioni. Nel CPR di Ponte Galeria, che è il più grande d’Italia, oggi ci sono persone che vivono in Italia da trent’anni, perfino da quarant’anni. Non sto esagerando. Si tratta di situazioni di estrema marginalità sociale, gestite attraverso il confinamento e inserite in un circuito permanente di andata e ritorno tra carcere e CPR, ma anche semplicemente tra CPR e CPR. Lo stesso fenomeno lo osserviamo nei cosiddetti ghetti dei lavoratori migranti. Anche lì aumenta continuamente l’età delle persone presenti. Un tempo, in luoghi come il ghetto di Rignano, si incontravano soprattutto migranti arrivati da poco in Italia, che svolgevano il lavoro agricolo come una fase iniziale del proprio percorso. Oggi, invece, si trovano sempre più spesso persone di sessantacinque o settant’anni. Perché? Perché anche quel contesto diventa un circuito dal quale non si esce più. Una condizione di marginalità lavorativa permanente. Nessuno aspira a fare il bracciante agricolo per tutta la vita. Invece, sempre più frequentemente, si trasforma in una condizione definitiva. Quando parlo di estensione della frontiera mi riferisco proprio a questo: a un processo che riguarda certamente la frontiera fisica, ma anche le frontiere economiche, sociali e simboliche. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE UN’OCCASIONE, DA UNA PROSPETTIVA CRITICA, PER INTERROGARSI SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CHE SI OCCUPANO DI POLITICHE MIGRATORIE, SIA QUELLI PRODOTTI NEI CIRCUITI ACCADEMICI SIA QUELLI CHE SI SVILUPPANO FUORI DALL’UNIVERSITÀ. HAI L’IMPRESSIONE CHE, IN QUESTA FASE, QUESTI SAPERI FACCIANO FATICA A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO, IN ITALIA E IN EUROPA? Mi sembra che i saperi critici continuino a utilizzare uno strumentario concettuale elaborato ormai più di vent’anni fa, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Penso a categorie come il confine poroso, il confine come strumento epistemologico dell’inclusione selettiva, il confine come moltiplicatore dei regimi del lavoro o ancora all’autonomia delle migrazioni. Si tratta di strumenti teorici che continuano a essere importanti e, sotto molti aspetti, ancora estremamente utili. Allo stesso tempo, però, è significativo osservare che quello stesso periodo storico fu anche una fase nella quale il variegato mondo delle ONG, del volontariato cattolico e di molte altre realtà sociali esercitava una capacità di influenza sul dibattito pubblico che oggi mi sembra essersi notevolmente ridotta. D’altra parte, però, negli stessi anni si sono sviluppate pratiche radicali di contestazione che considero estremamente importanti. Penso, ad esempio, a ciò che accade nel Mediterraneo con le attività di search and rescue. Ritengo che abbiano un valore politico fondamentale. Oggi non abbiamo più grandi mobilitazioni come quelle dei primi anni Duemila. Ricordo, ad esempio, la manifestazione contro la legge Bossi-Fini. Proprio in questi giorni ricorrono i venticinque anni del G8 e se ne è parlato molto. La manifestazione che aprì quelle giornate, dedicata alla libertà di movimento, fu probabilmente la prima manifestazione di quelle dimensioni ad assumere in modo così chiaro quella prospettiva. Quel tipo di attivismo e quel discorso teorico che poi si riversava nelle piazze oggi non li abbiamo più. Al tempo stesso, però, oggi esistono pratiche di contestazione molto radicali, che hanno radicalizzato anche il mondo delle ONG e che considero molto importanti. In una fase in cui siamo minoritari e minoritarie – non c’è dubbio – le pratiche hanno una valenza molto importante dal punto di vista della costruzione discorsiva e dell’allargamento delle possibilità, anche dal punto di vista della riflessione teorica. Riuscire a individuare pratiche capaci, anche se sviluppate da poche persone, di inserire dei granelli d’inceppamento nella filiera dei confini e delle deportazioni mi sembra oggi uno dei terreni più importanti da osservare e da coltivare. HAI GIÀ INIZIATO A RISPONDERE ANCHE ALLA DOMANDA CHE AVEVO PREPARATO SUCCESSIVAMENTE. TI AVREI VOLUTO CHIEDERE SE LE DIFFICOLTÀ CHE ATTRAVERSANO OGGI QUESTO CAMPO DI STUDI RIGUARDINO SOPRATTUTTO LA PRODUZIONE DEI SAPERI CRITICI, LA LORO CIRCOLAZIONE OPPURE SE TU INTRAVEDA ALTRI ELEMENTI DI BLOCCO. HAI GIÀ DIALOGATO CON QUESTA DOMANDA, MA TI CHIEDEREI SE C’È QUALCOSA CHE DESIDERI AGGIUNGERE PRIMA DI PASSARE ALL’ULTIMA PARTE DELLA NOSTRA CONVERSAZIONE. Forse aggiungerei due elementi, che naturalmente hanno a che fare anche con la mia biografia, sia di studiosa sia di attivista. Prima richiamavo Genova e quella stagione di riflessione sulle migrazioni che aveva come assi portanti l’autonomia delle migrazioni, la trasformazione dei confini e la centralità del lavoro migrante. Era un approccio che leggeva l’autonomia delle migrazioni nella sua tensione con il capitale e analizzava il modo in cui quest’ultimo cattura le spinte alla mobilità. Credo però che quella prospettiva abbia avuto un limite importante: il suo orizzonte è rimasto sostanzialmente quello dello spazio europeo. Certo, si trattava di un’Europa pensata ben oltre i propri confini istituzionali, ma, a mio avviso, non è riuscita a mettere davvero in discussione il proprio eurocentrismo. Su questo punto mi viene in mente un’espressione utilizzata da Sara Marilungo in una tesi di dottorato che sto leggendo proprio in questi giorni. Mi sembra che descriva molto bene il problema: abbiamo parlato di razzismo senza fare davvero i conti con la razza e con il colonialismo come dispositivi che continuano a produrre, anche sul piano epistemologico, il punto di vista dal quale si guarda il mondo. Penso invece che oggi si stia sviluppando una nuova stagione di studi sulle migrazioni e sul razzismo che prova finalmente a confrontarsi seriamente con questi nodi. Credo che questo sia un passaggio indispensabile. Per questo penso che oggi la sfida sia, in un certo senso, far esplodere lo spazio europeo. Uscire da quell’orizzonte che, per molti aspetti, ha finito per limitare anche la nostra capacità di immaginazione politica. È anche per questo che torno a fare l’esempio delle ONG nel Mediterraneo. Ma, più in generale, penso al Mediterraneo come spazio di lotta, come spazio che oggi conduce fino a Gaza, attraverso esperienze come quelle della Flotilla e di altre iniziative di solidarietà. Mi sembra che questa esplosione dello spazio europeo sia ormai necessaria se vogliamo riuscire a immaginare qualcosa di diverso da ciò che abbiamo conosciuto finora. CI AVVICINIAMO ALLA PARTE FINALE DI QUESTA CONVERSAZIONE E VORREI TORNARE SULL’IDEA DELLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” CON CUI AFFRONTARE CRITICAMENTE L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO. LA PRIMA DOMANDA RIGUARDA GLI STRUMENTI TEORICI, LE CATEGORIE ANALITICHE E, PIÙ IN GENERALE, ANCHE LE PRATICHE MILITANTI. QUALI RITIENI CHE OGGI SIA UTILE RIPRENDERE, AGGIORNARE O INTERROGARE ALLA LUCE DELLE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E, VICEVERSA, CI SONO CATEGORIE O APPROCCI CHE TI SEMBRANO ORMAI INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO RISPETTO ALLE SFIDE POSTE DAL PATTO? È una domanda complessa e non mi è così facile rispondere. Quando ho iniziato a occuparmi di migrazioni era relativamente semplice orientarsi nella letteratura critica. Si poteva individuare uno strumentario teorico abbastanza definito, un insieme di autori, autrici e categorie che costituivano una sorta di mappa condivisa. Penso, ad esempio, a Étienne Balibar, ma anche all’influenza che hanno avuto Agamben, con la riflessione sullo stato di eccezione, Foucault, Judith Butler per alcuni aspetti, oppure tutta la tradizione dell’economia politica dei confini. In Italia, naturalmente, penso anche al lavoro di Sandro Mezzadra e di altri studiosi e altre studiose. Quella mappa esiste ancora e continua a essere importante. Oggi, però, si è enormemente ampliata. Questo è sicuramente un elemento positivo, ma allo stesso tempo rende più difficile orientarsi. Ritengo comunque che quello strumentario critico rimanga valido, anche perché il sapere sui confini è un sapere diacronico. I confini non sono fenomeni statici: si trasformano continuamente, così come cambiano le retoriche discorsive. All’interno di questo panorama, però, credo che l’innesto del pensiero femminista sia stato fondamentale. Quando quelle categorie sono state elaborate, l’approccio femminista rimaneva spesso un orpello. Oggi, invece, mi sembra indispensabile, proprio perché il confine è sempre più chiaramente un luogo nel quale si organizza e si governa la riproduzione della vita. Non riguarda soltanto la riproduzione della forza lavoro, ma la riproduzione stessa della vita di interi segmenti della società. Accanto a questo, considero imprescindibile anche il pensiero decoloniale e, soprattutto, l’ascolto delle pratiche e delle elaborazioni che provengono dal cosiddetto Sud globale. Credo che dovremmo lasciarci contaminare molto di più da queste esperienze. A volte mi sembra che esistano resistenze a questa contaminazione. Anche quando cerchiamo di dismetterle, riemergono sotto forma di diffidenza nei confronti di alcune prospettive teoriche o politiche. Faccio un esempio. Nelle ultime settimane abbiamo iniziato a costruire, insieme a una parte della comunità musulmana romana, un percorso comune di seminari e momenti di formazione. Si tratta soprattutto di ragazze e ragazzi molto giovani. Trovo estremamente interessante osservare ciò che accade quando le loro priorità e le nostre si incontrano e si mischiano. Sono esperienze che considero molto interessanti, anche se la comunità a cui faccio riferimento si organizza intorno ai luoghi di preghiera.. In questo senso mi convince anche l’idea di “demigrantizzare” il tema delle migrazioni. Leggo questa prospettiva come un tentativo di uscire dalla continua, forse inevitabile, riproduzione della contrapposizione tra “noi” e “gli altri“. Non penso di avere una soluzione, ma credo che sia importante riconoscere quanto quella dinamica continui a riprodursi e provare, almeno, a costruire pratiche che permettano di andare oltre. Mi sembra una direzione di lavoro utile e necessaria. TI RIVOLGO UN’ULTIMA DOMANDA. STIAMO IMMAGINANDO QUESTA INTERVISTA ANCHE COME UNA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” PER CHI, NEI PROSSIMI MESI, SI CONFRONTERÀ CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO. ACCANTO AGLI SPUNTI TEORICI E METODOLOGICI DI CUI ABBIAMO PARLATO, TI CHIEDEREI SE CI SONO LIBRI, ARTICOLI, FILM, PODCAST O ALTRI MATERIALI CHE CONSIGLIERESTI A CHI VUOLE APPROFONDIRE QUESTA FASE. PENSO A OPERATRICI E OPERATORI, VOLONTARIE E VOLONTARI, ATTIVISTE E ATTIVISTI, RICERCATRICI E RICERCATORI, AVVOCATE E AVVOCATI: PERSONE CHE, NEI DIVERSI CONTESTI, INIZIERANNO A MISURARSI CONCRETAMENTE CON GLI EFFETTI DEL PATTO. CI SONO LETTURE, OPERE O ESPERIENZE CHE RITIENI POSSANO OFFRIRE STRUMENTI UTILI PER COMPRENDERE CIÒ CHE STA ACCADENDO? Da questo punto di vista mi sento un po’ antica e poco aggiornata. Oggi esiste una produzione enorme e molto interessante. Se però dovessi dare un’indicazione, direi di tenere fin dall’inizio dentro il proprio percorso uno sguardo decoloniale. Mi sembra un passaggio fondamentale. Lo dico anche perché, quando ho iniziato a occuparmi di confini, questa dimensione era meno evidente. Per questo continuo a considerare Frantz Fanon un caposaldo. Così come suggerirei di vedere La battaglia di Algeri e anche L’odio: sono opere che, secondo me, continuano a offrire strumenti preziosi per decostruire questa nostra costruzione europea, che oggi appare sempre più ristretta. Forse dovremmo ricominciare a sperimentare pratiche militanti anche come parte dei nostri percorsi di formazione. Andiamo a fare un “Erasmus” sulle navi delle ONG. Troviamo modi per uscire dall’orizzonte europeo non soltanto attraverso lo studio, ma anche attraverso l’esperienza diretta, come pratica militante. Andiamo a vedere che cosa succede sull’altra sponda del Mediterraneo. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A SANDRO MEZZADRA Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 24 Luglio 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MIGUEL MELLINO Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 2 Luglio 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026
Status di rifugiato al richiedente bengalese vittima di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo
Il Tribunale di Napoli con decreto emesso il 17.03.2026 n. 21551/2024 ha riconosciuto lo status di rifugiato ad un cittadino bengalese vittima di tratta per sfruttamento lavorativo ribaltando la decisione della Commissione Territoriale di Salerno sez. di Napoli. La Commissione Territoriale, infatti, aveva rigettato la domanda di protezione internazionale sul presupposto della natura esclusivamente economica dei motivi di espatrio del richiedente asilo, nonostante le vicende di indebitamento e sfruttamento riferite e altresì supportate da una relazione di vulnerabilità redatta dall’ente anti-tratta. Il ricorrente lasciava il Paese di origine quando, ancora minorenne, la sua famiglia prendeva accordi con una agenzia locale che gli assicurava un contratto di lavoro in Italia. L’intero viaggio era gestito dalla famiglia che, per finanziare il progetto migratorio e sostenere i costi dell’agenzia, si indebitava ripetutamente. Il ricorrente riferiva di essere giunto in Italia con passaporto contraffatto recante la sua maggiore età, consegnatogli dall’agenzia e subito si dichiarava minorenne. Giunto a Napoli veniva inserito a lavorare nel settore tessile, sottoposto a minacce, a condizioni lavorative usuranti e costretto a rivolgersi agli sfruttatori per ottenere, a caro prezzo, un permesso di soggiorno. Venuto a contatto con l’ente anti tratta, questo ha riconosciuto il richiedente quale vittima di tratta internazionale e sfruttamento lavorativo “essendo stato reclutato da una rete criminale quando era ancora minorenne e ridotto in uno stato di soggezione continuativa mediante inganno, false promesse, la contrazione di una situazione debitoria, nonché tramite efficaci azioni di abuso della condizione di vulnerabilità.” Il Tribunale ha ritenuto perfettamente credibili le dichiarazioni del ricorrente relative al suo viaggio, ha valorizzato gli indici di tratta già rilevati dall’ente ritenendo sussistenti indicatori come: le modalità di svolgimento del viaggio da parte del richiedente, partito da solo e quando ancora minore, con un percorso gestito e controllato da terzi e caratterizzato da continue richiesTe di pagamenti. Il Tribunale ha valorizzato la scarsa conoscenza dei dettagli del viaggio che, invece di assurgere a motivo di non credibilità, è diventato elemento di valutazione positiva, atto ad indicare l’assoluta terzietà del ricorrente rispetto al suo percorso migratorio, affrontato in balia di terze persone in tenera età. Sulla base degli indicatori emersi, delle particolari modalità del percorso migratorio dal Bangladesh all’Italia e infine della condizione di vulnerabilità del ricorrente, da rinvenirsi nella situazione di estrema ricattabilità sfruttata dai reclutatori per favorire il suo ingresso in Italia e sottoporlo poi a condizioni di sfruttamento, oltre che nella povertà del suo contesto di origine, il Tribunale ha riconosciuto  al ricorrente lo status di rifugiato, richiamando l’art. 3 della Convenzione di Palermo secondo cui “il consenso della vittima allo sfruttamento è irrilevante nei casi in cui sono utilizzati abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità.” Tribunale di Napoli, decreto del 17 marzo 2026 Si ringrazia l’Avv. Martina Stefanile per la segnalazione, il commento è a cura della Dott.ssa Mariagiulia Avvisati. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Bangladesh * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Permesso di soggiorno per protezione speciale * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria
Nazionalismo e riammissioni di richiedenti asilo, misure di solidarietà tra Stati o verso le persone?
Dopo l’Austria che chiede di riammettere richiedenti asilo transitati dall’Italia, sulla stessa linea anche la Finlandia. Nei rapporti con questi paesi, come con la Svizzera, non sarà facile chiedere “compensazioni” dagli sbarchi di naufraghi soccorsi dalle Ong, tentativo già fallito con la Germania. L’effetto domino non finirà qui e potrebbe presto estendersi ad altri paesi europei, dopo l’ennesima sospensione della libera circolazione Schengen da parte dell’Italia, da ultimo nei confronti della Spagna. Il problema non deriva soltanto dall’entrata in vigore del nuovo Regolamento gestione frontiere (UE) 2024/1351 “ex Dublino”, frutto del Patto UE sulla migrazione e l’asilo, ma esplode oggi a causa dalle pregresse inadempienze del governo Meloni, che dal suo insediamento nel 2022 ha “sospeso” le “riammissioni” dagli altri Stati membri, sulla base di una “emergenza” inesistente, e lo confermano i dati sugli sbarchi in questi ultimi anni forniti dal Viminale, “chiudendo la porta” di fronte a persone comunque in cerca di protezione, in nome di un sovranismo che adesso si ritorce contro di noi. In realtà nella comunicazione pubblica, anche sulla vicenda dei “dublinanti” come questi richiedenti asilo “rifiutati” vengono impropriamente definiti, piuttosto che “dublinati”, perchè vittime di scelte politiche prese sulla loro testa, dietro questa logora bandiera della “difesa dei confini”, si stanno rafforzando posizioni apertamente nazionaliste e suprematiste che, ad ogni scadenza elettorale, con un evidente supporto e coordinamento internazionale, rischiano di travolgere la già traballante democrazia europea. Le trattative bilaterali tra singoli Stati membri per concordare un regime particolare di gestione delle frontiere interne sono già un fallimento evidente dei principi di “solidarietà flessibile” e di gestione condivisa al centro del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024, e dei Regolamenti che ne sono derivati. Sembra che sia in corso una trattativa con la Germania del cancelliere Merz, alla vigilia di importanti elezioni regionali. Emerge però una base negoziale totalmente sbagliata ad evidente scopo di propaganda, da entrambe le parti. Il contributo di solidarietà, come supporto finanziario, o altre misure compensative, non può essere stabilito sulla base di accordi bilaterali, ma è frutto di una decisione adottata dalla Commissione europea e dal Consiglio sulla base di una analisi approfondita su molteplici indicatori, che non può tenere in conto soltanto il numero dei naufraghi soccorsi dalle Ong, peraltro una modesta percentuale (20%) degli arrivi via mare. Il Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere, che abroga il vecchio Regolamento Dublino III del 2013, indica altri criteri, che non possono essere oggetto di trattativa bilaterale tra Stati membri. In ogni caso stiamo assistendo alla solita bolla mediatica contro gli operatori umanitari delle ONG, contro i “dublinati”, e più in generale contro i richiedenti asilo. Il loro numero effettivo è molto più esiguo di quanto “sparato” da certi giornali, perché il nuovo Regolamento gestione non riguarda casi registrati in data anteriore al 30 giugno 2026, che rimangono regolati dalla vecchia normativa, che richiedeva il consenso dello Stato membro ricevente per la esecuzione effettiva della riammissione nel paese di primo ingresso. Nel caso dell’Italia, a fronte della riduzione degli arrivi via mare vantata dal governo, frutto di accordi con paesi terzi che hanno intercettato naufraghi in acque internazionali ed internato in campi lager decine di migliaia di persone, con migliaia di morti in mare, non si può sostenere la ricorrenza di una pressione migratoria o di una situazione migratoria significativa. Se di emergenza si deve parlare, e se ne deve parlare, si dovrebbe affrontare la questione delle vittime degli accordi di esternalizzazione, e delle politiche di cooperazione con paesi terzi che non rispettano i diritti umani, con le limitazioni alle attività di soccorso delle navi umanitarie delle ONG, frutto degli accordi con i libici (da Berlusconi a Gentiloni, e Minniti) e di leggi nazionali come il Decreto Piantedosi del 2023 (legge 15/2023). Non si possono neppure ignorare i respingimenti immediati che già da tempo si verificano dalla Francia e dall’Austria, soprattutto a Gorizia, frutto di una crisi ormai generalizzata del sistema Schengen, ed anche in questo caso, di precise scelte politiche. Nessuna norma dei nove Regolamenti attuativi del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024 cita espressamente le ONG, ed i soccorsi operati dalle navi umanitarie con riferimento alla mobilità secondaria ai confini interni ed alle azioni di compensazione richieste agli Stati membri quando si tratta di concretizzare il principio di “solidarietà flessibile” che è alla base del Regolamento sulla gestione delle frontiere interne (UE) 2024/1351. Semmai, in questo Regolamento al Considerando 22 si afferma che “Al fine di garantire un’equa ripartizione delle responsabilità, la solidarietà sancita all’articolo 80 TFUE, nonché un equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri, dovrebbe essere istituito un meccanismo di solidarietà obbligatorio che fornisca un sostegno efficace agli Stati membri soggetti a pressioni migratorie e garantisca un rapido accesso a procedure eque ed efficienti per il riconoscimento della protezione internazionale. Tale meccanismo dovrebbe prevedere diversi tipi di misure di solidarietà di pari valore ed essere flessibile e in grado di adattarsi rapidamente all’evoluzione delle sfide migratorie. La risposta di solidarietà dovrebbe essere definita caso per caso, affinché sia mirata alle esigenze dello Stato membro in questione”. E subito dopo si aggiunge (al Cons.25) che “Considerando che la ricerca e il soccorso derivano da obblighi internazionali, gli Stati membri che devono affrontare sbarchi ricorrenti nel contesto di operazioni di ricerca e soccorso potrebbero rientrare tra gli Stati membri beneficiari di misure di solidarietà. Dovrebbe essere possibile individuare una percentuale indicativa delle misure di solidarietà che potrebbero essere necessarie per gli Stati membri interessati. Inoltre, gli Stati membri dovrebbero tenere conto delle vulnerabilità delle persone che arrivano da tali sbarchi”. Quando uno Stato membro ritiene di essere sottoposto ad una “pressione migratoria” che ostacoli la capacità di eseguire gli impegni a causa delle difficoltà cui deve far fronte, può chiedere in qualsiasi momento una riduzione totale o parziale dei contributi che sarebbe tenuto a versare. Gli strumenti di solidarietà operano tuttavia sul piano solidaristico con una forte componente discrezionale, occorrono decisioni della Commissione e del Consiglio UE. In base all‘art.11 del Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere che prevede una decisione di esecuzione della Commissione che determina gli Stati membri soggetti a pressioni migratorie, a rischio di pressioni migratorie o in una situazione migratoria significativa, la Commissione consulta gli Stati membri interessati, e utilizza le informazioni raccolte su tutte le rotte migratorie, comprese le specificità del fenomeno strutturale degli sbarchi dopo le operazioni di ricerca e soccorso e i movimenti non autorizzati di cittadini di paesi terzi e apolidi tra gli Stati membri, nonché le pressioni precedenti sullo Stato membro interessato e la situazione attuale. In particolare, “Qualora negli ultimi 12 mesi uno Stato membro abbia dovuto far fronte a un elevato numero di arrivi a causa di sbarchi ricorrenti a seguito di operazioni di ricerca e soccorso, la Commissione considera tale Stato membro soggetto a pressioni migratorie, a condizione che tali arrivi siano di entità tale da creare obblighi sproporzionati persino sul sistema di asilo, accoglienza e migrazione ben preparato dello Stato membro interessato”. Si può ritenere che questa sia la situazione dell’Italia in base al crollo degli arrivi via mare di cui si vanta il governo Meloni per gli anni 2024 e 2025, fino ai dati diffusi per il 2026 pochi giorni fa? Con l’art. 56 del Regolamento (UE) 2024/1351, si stabilisce un Fondo Annuale di Solidarietà, che dovrà servire come principale strumento di risposta solidale per gli Stati Membri sotto pressione migratoria sulla base delle esigenze identificate nella proposta della Commissione. Il Fondo Annuale di Solidarietà deve essere composto dai seguenti tipi di misure di solidarietà, considerate di pari valore: trasferimento di richiedenti protezione internazionale, o quando concordato bilateralmente dallo Stato membro contribuente e beneficiario interessato, dei beneficiari della protezione internazionale che hanno ottenuto la protezione internazionale meno di tre anni prima dell’adozione dell’atto di esecuzione del Consiglio, o ancora contributi finanziari forniti dagli Stati membri principalmente rivolti ad azioni negli Stati membri relative all’ambito della migrazione, accoglienza, asilo, reintegrazione pre-partenza, gestione delle frontiere e supporto operativo, che possano anche fornire supporto ad azioni in o in relazione a paesi terzi che possano avere un impatto diretto sui flussi migratori alle frontiere esterne degli Stati membri o migliorare l’asilo, sistema di accoglienza e migrazione del terzo paese interessato, inclusi programmi di ritorno volontario assistito e di reintegrazione. La situazione di “pressione migratoria” non è stabilita a livello unilaterale, o bilaterale, ma va valutata da tutti gli organi dell’Unione europea. Ai sensi dell’ art. 59 del Regolamento gestione frontiere, “Quando uno Stato membro non è stato identificato in una decisione del Consiglio come sotto pressione migratoria ma si considera sotto pressione migratoria, deve notificare alla Commissione la necessità di utilizzare il Fondo Annuale di Solidarietà e informare il Consiglio. La Commissione informerà il Parlamento Europeo di tali informazioni”. In base all’art.62 del Regolamento, uno Stato membro identificato in una “situazione migratoria significativa” o “che si considera in una situazione migratoria significativa”, può in qualsiasi momento richiedere una detrazione parziale o integrale dei contributi impegnati previsti dall’atto di esecuzione del Consiglio. Quindi, in base al successivo art.64 la Commissione adotterà un “atto di esecuzione” riguardante le regole relative al funzionamento dei contributi finanziari.  Nessuna norma del Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere lascia spazio in materia di contributi di solidarietà a trattative dirette tra i singoli Stati membri, ma tutte le misure di solidarietà devono essere decise con il coinvolgimento della Commissione, del Consiglio, ed in qualche caso anche del Parlamento europeo. Che cosa ha fatto l’Italia, o che cosa si propone di fare, in relazione a questa complessa rete di relazioni internazionali che implicano la costruzione di alleanze certamente non basate sulle ricorrenti pulsioni elettorali o sulla spinta di sovranismi di varia natura? La Corte di giustizia europea (CGUE) a marzo di quest’anno (caso Daraa) ha ribadito la valenza del Regolamento Dublino per la determinazione della responsabilità nelle procedure di asilo. Un tribunale amministrativo tedesco si era rivolto alla corte europea per chiarire una questione fondamentale in materia di asilo, proprio su un caso di rifiuto di riammissione da parte dell’Italia. La Corte di Lussemburgo osservava che “lo Stato membro designato come competente in base ai criteri enunciati al capo III del regolamento Dublino III non può sottrarsi, mediante un semplice annuncio unilaterale, alle responsabilità ad esso incombenti in forza di tale regolamento. Infatti, una siffatta possibilità porterebbe a violare tali criteri e rischierebbe di mettere così a repentaglio il buon funzionamento del sistema istituito da detto regolamento”. Lo stesso principio, ancora rafforzato dal recente Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione delle frontiere, potrebbe essere riaffermato in futuro se, come appare probabile, l’Italia finirà ancora una volta davanti alla Corte di Giustizia UE. Gli attuali governi europei, in particolare in Italia ed in Germania, hanno dimostrato di riuscire a sterilizzare le decisioni giudiziarie sfavorevoli. Ma sarebbe forse tempo di un cambio di prospettiva politica, dalla solidarietà tra Stati per escludere e barattare richiedenti asilo, ad una vera solidarietà europea in favore di chi fugge in cerca di protezione, di chi rischia di fare naufragio in mare, e di chi è vittima di respingimenti verso paesi terzi che non rispettano i diritti fondamentali della persona. Se questa è ancora Europa. Fulvio Vassallo Paleologo
August 20, 2026
Pressenza
Amnesty International: “L’accordo Italia-Albania è un disastro. L’Unione Europea deve porre fine a piani crudeli in materia d’immigrazione”
L’accordo tra Italia e Albania per l’esternalizzazione della detenzione di persone migranti e richiedenti asilo sta mettendo a rischio l’incolumità, la libertà e i diritti umani di queste persone. Lo ha dichiarato Amnesty International in una ricerca pubblicata a poche settimane di distanza dai fatti di Ceuta, che hanno messo in evidenza i pericoli insiti nelle politiche migratorie dell’Unione Europea, da tempo basate sull’esclusione e sul confinamento. La ricerca, intitolata “Italia: la detenzione extraterritoriale delle persone migranti e gli obblighi in materia di diritti umani”, esamina l’accordo del 2023 che ha istituito due centri in Albania gestiti dalle autorità italiane. Tale accordo ha comportato il trasferimento forzato e il trattenimento di centinaia di persone, con un accesso fortemente limitato all’assistenza legale. Le condizioni detentive e il grave costo umano delle politiche di esternalizzazione dell’Italia potrebbero aver contribuito a indurre alcune persone detenute a compiere atti di autolesionismo o a tentare il suicidio. “Il fine ultimo della detenzione extraterritoriale è produrre un effetto deterrente e cercare di aggirare ed evadere la responsabilità di rispondere alle necessità di chi migra e l’obbligo di dare asilo a chi ne necessita. L’accordo dell’Italia con l’Albania dimostra ancora una volta l’inevitabile costo umano di tale approccio”, ha dichiarato Eve Geddie, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee. “Poco prima che entrasse in vigore, Amnesty International aveva dato l’allarme sul dannoso impatto che l’accordo avrebbe inevitabilmente avuto sui diritti delle persone in pericolo in mare e su quelli delle persone che sarebbero state trasferite in Albania. Ora, queste preoccupazioni si sono chiaramente materializzate”, ha aggiunto Geddie. Amnesty International ritiene che le proprie conclusioni debbano servire da ammonimento all’Unione Europea sul disastroso impatto delle politiche in materia d’immigrazione, che cercano sempre più di fare affidamento su Stati al di fuori delle sue frontiere per gestire il fenomeno migratorio, invece di aumentare i percorsi regolari e sicuri. Crudeltà gratuita Tra ottobre 2024 e gennaio 2025, sulla base dell’accordo, l’Italia ha svolto tre operazioni in mare e trasferito 74 persone direttamente dalle acque internazionali in Albania. Dopo numerose sentenze di tribunali italiani che non avevano convalidato il trattenimento di queste persone, l’Italia ha cessato i trasferimenti. Nel marzo 2025, tuttavia, il governo italiano ha modificato l’accordo per consentire la detenzione in Albania di persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia. A seguito di ciò, negli ultimi 15 mesi centinaia (si ritiene oltre 500) uomini prevalentemente razzializzati sono stati forzatamente trasferiti nel centro di detenzione di Gjadër. In questo centro, tra l’11 aprile e il 16 maggio 2025, sono stati registrati 42 ‘eventi critici’, tra cui due tentate impiccagioni, una protesta in cui tre persone hanno riportato ferite da schegge di vetro e vari casi di autolesionismo. Il governo italiano ha ostacolato il monitoraggio indipendente dell’attuazione dell’accordo, anche attraverso restrizioni ai controlli parlamentari e aggirando le normali procedure legislative. Limitando l’accesso e la supervisione di osservatori indipendenti sui diritti umani, cosa accada nei centri di detenzione in Albania rimane largamente avvolto dal segreto. Benché le persone detenute in Albania ricadano sotto la giurisdizione italiana, la loro distanza fisica dall’Italia e il limitato accesso ad avvocati, a giudici e ad altre misure di garanzia compromettono significativamente l’efficacia del diritto d’asilo e l’accesso alla giustizia. Un avvocato intervistato da Amnesty International ha affermato di non essere stato in grado di conferire col suo cliente prima di un’udienza d’asilo e di non aver avuto sufficiente tempo per preparare in modo adeguato la difesa. A suo parere, il fatto che sui verbali delle udienze d’asilo siano riportate risposte a monosillabi è segno che le persone si sentissero intimidite. “Le persone detenute in Albania sono comprensibilmente traumatizzate: possono aver attraversato deserti, aver subito detenzione e violenza in Libia, essere sopravvissute a una traversata in mare a bordo di imbarcazioni inadatte alla navigazione, venire intercettate dalle autorità italiane e, infine, aver viaggiato per giorni verso l’Albania. Altre, trasferite in Albania dai centri di detenzione in Italia, sono state strappate alle loro vite, alle comunità e alle reti di sostegno. Ciò che sono costrette a subire è una crudeltà intollerabile e gratuita”, ha sottolineato Geddie. Indebolire lo stato di diritto I tribunali italiani e la Corte di Giustizia dell’Unione Europea hanno giudicato incompatibili con le norme dell’Unione Europea le leggi e le prassi italiane circa la gestione delle richieste d’asilo da parte di persone provenienti da Paesi designati “sicuri” dall’Italia, a causa della cui designazione si applicano procedure accelerate d’esame. Hanno anche stabilito che non vi sono sufficienti salvaguardie a disposizione delle persone richiedenti asilo. Nonostante una serie di sentenze dei tribunali italiani che hanno ordinato il ritorno in libertà delle persone detenute in Albania, il governo italiano ha proseguito ad applicare l’accordo. Ha cercato di limitare le verifiche dei tribunali sulla designazione dei “Paesi sicuri” ricorrendo alla decretazione d’urgenza, senza spiegare i motivi di questo indebolimento dello stato di diritto. Le persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia e qui già detenute vengono anche sottoposte a trasferimenti extraterritoriali illegali, non previsti dalle norme italiane ed europee. “È abbondantemente chiaro che il modello Italia-Albania è impossibile da attuare nel rispetto degli obblighi italiani sui diritti umani. Questo dato di fatto deve sollecitare l’Unione Europea a porre definitivamente termine a ogni futuro progetto di espandere l’uso della detenzione extraterritoriale e di altre modalità di esternalizzazione”, ha sottolineato Geddie. “Le autorità italiane devono immediatamente mettere fine all’accordo con l’Albania, attuare alternative alla detenzione delle persone migranti – che nel diritto internazionale deve rimanere l’ultima misura a disposizione – e assicurare l’accesso a procedure d’asilo effettive e non discriminatorie e a un’accoglienza nel territorio italiano che rispetti la dignità di tutte le persone in cerca di protezione internazionale. Tutte le persone rifugiate e migranti dovrebbero poter accedere a effettive salvaguardie legali ed essere oggetto di un monitoraggio indipendente”, ha concluso Geddie. Ulteriori informazioni L’accordo Italia-Albania è entrato in vigore il 23 febbraio 2024 con validità di cinque anni e conseguente rinnovo automatico. Per la sua attuazione, il governo italiano risulta abbia previsto oltre 670 milioni di spesa fino al 2028. Poiché il Ministero dell’Interno italiano, citando motivi di sicurezza e di ordine pubblico, ha negato ad Amnesty International di visitare i centri di detenzione in Albania, questa ricerca si è basata sulla corrispondenza con lo stesso ministero, sulla revisione di atti giudiziari, su informazioni condivise con la rete della società civile “Tavolo asilo e immigrazione”, su relazioni di parlamentari e difensori civici e su interviste con agenzie delle Nazioni Unite e con due avvocati di persone detenute a Gjadër. Lo scorso giugno una delegazione di Amnesty International Italia ha percorso via mare la rotta da Brindisi a Shëngjin a bordo di un’imbarcazione della cooperativa transfemminista e popolare “Seasters”. L’iniziativa, che ha ripercorso il tragitto utilizzato per il trasferimento dei migranti nell’hotspot in Albania, ha visto anche la partecipazione dell’artista Laika, presente a bordo con una sua opera. Italia: detenzione extraterritoriale delle persone migranti – Amnesty International Italia     Amnesty International
August 20, 2026
Pressenza
Limbo: così la Questura di Udine ostacola sistematicamente il diritto di chiedere asilo
Nelle procedure legate alle persone straniere, i luoghi fisici non sono soltanto degli spazi di espletamento di procedure ordinarie, ma dei veri e propri simboli per sondare l’effettivo accesso ai diritti fondamentali, come il diritto di asilo e un letto. Sono spazi difficili da attraversare, angusti e senza sedie, spazi di attesa e di restrizione. Nella loro stessa conformazione lanciano un chiaro messaggio: “nessun diritto è gratuito”. Stando alla normativa italiana ed europea, tra la manifestazione (anche a voce) della volontà di chiedere asilo e la formalizzazione di tale richiesta dovrebbero intercorrere dai 3 ai 10 giorni: se una persona giunta in Italia si presenta per la prima volta in questura, dovrebbe essere presto identificata, sottoposta a un’informativa legale e immediatamente smistata nei centri di accoglienza del territorio. Potrebbero sembrare delle formalità per un cittadino italiano nato in Italia, per il quale un ritardo della pubblica amministrazione è soltanto l’ennesimo fastidio di una ragnatela burocratica, ma per una persona straniera il rispetto dei tempi previsti dalla legge segna la differenza fra una notte trascorsa in strada o in un letto. I luoghi di identificazione delle persone migranti disattendono il ruolo che dovrebbero avere – luoghi amministrativi, di mera gestione di pratiche – diventando spazi politici, in cui il potere è a senso unico ed è esercitato in maniera arbitraria e abusiva. Come le linee geografiche tra gli Stati, anche i muri dei centri di accoglienza, i CPR, le prefetture e le questure inscenano qualcosa di più dell’ordinaria amministrazione. E come dei confini invisibili innalzati all’interno dell’infrastruttura statale, mantengono un’architettura basata su razza, territorialità e classe sociale. LIMBO Il 16 giugno l’équipe di strada dell’associazione udinese Ospiti in Arrivo ha pubblicato “Limbo“. Il report, sottoscritto da Rete DASI FVG e da altre associazioni del Friuli Venezia Giulia 1, emerge dal monitoraggio all’entrata della questura di Udine, in uno di quegli spazi di esercizio arbitrario del potere continuamente attraversati dalle persone straniere. Da fine gennaio a fine maggio, gli attivisti e le attiviste hanno presidiato l’ingresso della questura per alcune ore al giorno con l’obiettivo di rilevare i tempi di presentazione formale delle richieste di asilo e le modalità di interazione tra richiedenti asilo e personale della questura. Il report riporta i grafici dei dati, le statistiche e le interviste raccolte durante queste osservazioni. È un marciapiede quello dove le persone straniere attendono il proprio turno all’ingresso della questura di Udine. Non ci sono posti a sedere o separatori per mettere in fila persone con richieste diverse, non ci sono pensiline per ripararsi dalla pioggia. All’ingresso della questura, dove chiarire le ragioni della propria presenza sarebbe fondamentale per avviare le procedure, non ci sono quasi mai mediatori linguistici a cui le persone migranti possano rivolgersi. I fatti più inquietanti emersi dal monitoraggio di Ospiti in Arrivo sono due: 1. La questura di Udine disattende sistematicamente le tempistiche entro cui, secondo la normativa, la pubblica amministrazione dovrebbe provvedere a formalizzare le richieste di asilo: alcuni intervistati hanno riferito di essere di attesa di formalizzare la propria richiesta di asilo anche da 35 giorni. In questo limbo e in assenza di documenti, non hanno potuto accedere ai servizi essenziali: cure mediche, cibo, un posto dove dormire. 2. Il personale fotocopia il passaporto delle persone straniere e sullo stesso foglio scrive a matita la data e l’orario in cui tornare in questura per la formalizzazione della richiesta di asilo. Chi non si presenta con un passaporto viene rimandato a data da destinarsi. La proposizione della richiesta di asilo viene quindi vincolata al possesso di un documento di riconoscimento. Questa prassi è illegittima. TUTTO TACE L’associazione ha trasmesso il dossier alla stessa Questura di Udine chiedendo di rispondere dei profili di illegittimità riscontrati dal monitoraggio, ma a oggi non è arrivata alcuna risposta concreta e non sono state messe in atto delle misure operative per far fronte ai ritardi sistematici. Nella speranza che un organo istituzionale prenda misure concrete, Ospiti in Arrivo ha inoltrato il report all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Interpellata, UNHCR si è detta disponibile a un incontro con gli attivisti, anche se non è stata definita una data. Ha inoltre dichiarato che “l’accesso alla procedura di asilo non dovrebbe mai essere ostacolato da difficoltà operative o amministrative” e che vi è disponibilità a collaborare “per favorire misure che garantiscano un accesso tempestivo ed effettivo alla procedura di asilo”. Tuttavia, non ci sono evidenze che siano state fatte pressioni sull’ufficio immigrazione della Questura di Udine, né che i responsabili siano stati richiamati al rispetto delle procedure. Le dichiarazioni dell’Alto Commissariato arrivano tardi: l’inaccessibilità alla procedura di asilo a Udine è un fatto riscontrato da anni da associazioni e ONG che si occupano di richiedenti asilo. Una prassi che si ripete con sistematica violenza durante tutto l’anno, non soltanto nei mesi in cui la presunta eccezionalità dei “flussi” potrebbe essere utilizzata come attenuante. È quindi impossibile che UNHCR non ne fosse al corrente ben prima del 16 giugno. A un mese dalla pubblicazione del report, queste dichiarazioni restano formule di circostanza se non sono accompagnate da azioni concrete a tutela delle persone che vogliono chiedere asilo. Ma non si ferma il mare con le mani. Dietro questo silenzio incessante, queste vite non si fermano. Se le questure italiane perseverano nel loro tentativo di spegnere la vitalità delle persone in movimento, i volontari continuano a intercettare i loro bisogni e i loro desideri reali. Le persone migranti continuano ad autodeterminarsi: c’è chi si cura da solo una lunga ferita alla coscia procurata durante la rotta, chi continua a fare domande e ad affidarsi alle persone solidali. “Un gruppetto”, racconta un’attivista dell’associazione, “ha imparato a dire in italiano «per piacere ascoltami» e «ho bisogno di fare asilo»”, quasi a voler scavalcare quei confini invisibili innalzati impunemente da piantoni e poliziotti sul marciapiede di una strada qualunque. “Altri hanno cominciato a studiare l’italiano nelle scuole gratuite del territorio, perché in Italia ci vogliono restare.” Al bieco e abusante silenzio di tutte le istituzioni, si continua a rispondere con rabbia, ma anche con umanità e speranza. 1. Consulta il rapporto ↩︎