Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con
la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche
due donne al governo in Europa.
Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla,
entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le
differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro
che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce
ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa.
Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio
in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”.
“Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.
Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato
accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa.
Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato
dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader
europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e
“portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”.
La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub),
strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel
territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio.
I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente
all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in
Albania da ottobre 2024 2.
I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di
essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie
strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto
richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle
autorità italiane.
Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha
trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari
che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio.
Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri
per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere
responsabili del rimpatrio finale dei migranti.
Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la
responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non
appartenente all’UE.
Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno
confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi
come Uganda, Ruanda e Ghana.
Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con
la firma prevista all’inizio del 2027 3.
Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con
l’Italia, confermandosi un partner strategico.
Illustrazione: Wikimedia commons
La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti
asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi
che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi
attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi
che non li vogliono”.
“L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle
proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri
paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici
vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha
affermato 4.
Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris
Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati
irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.
In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023,
ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di
persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di
Keir Starmer nel 2024.
Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline
come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata
dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.
In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese
africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il
dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto
meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e
in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7.
Kigali skyline (PH: Wikimedia commons)
La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte
Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel
luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa
il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il
potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa.
Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo
economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione
per gli investimenti esteri.
Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a
luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento
climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.
La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso,
contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi.
Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica
Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i
tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra
le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile
e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.
Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco
chiara.
Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio
Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da
hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi
e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS
e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la
segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti
nei paesi da cui erano fuggiti 10.
L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte
tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo
settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere
dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il
principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e
arresti domiciliari per gli oppositori.
Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi
Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.
Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del
Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i
suoi return hubs per i migranti” 11.
L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di
lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia
dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE
porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani.
“Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”,
chiede il Commissario.
L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha
detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati
corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni
irreparabili” 12.
Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni
verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti,
indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo.
Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani
per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in
considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei
diritti umani.
1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno
2026) ↩︎
2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di
ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un
numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è
stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i
670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari,
trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per
l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎
3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan,
Politico (giugno 2024) ↩︎
4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal
paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎
5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per
piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎
6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il
Manifesto (agosto 2026) ↩︎
7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» –
Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎
8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎
9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano
in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎
10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump
administration, PB News (giugno 2026) ↩︎
11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return
hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎
12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan
– Politico (giugno 2026) ↩︎
13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno
2026) ↩︎