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Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche due donne al governo in Europa. Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla, entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa. Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. “Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.  Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa. Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e “portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”. La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub), strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio. I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in Albania da ottobre 2024 2.  I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle autorità italiane. Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio. Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere responsabili del rimpatrio finale dei migranti. Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non appartenente all’UE. Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi come Uganda, Ruanda e Ghana. Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con la firma prevista all’inizio del 2027 3.  Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con l’Italia, confermandosi un partner strategico. Illustrazione: Wikimedia commons La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi che non li vogliono”. “L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha affermato 4.  Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.  In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023, ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di Keir Starmer nel 2024. Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.  In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7. Kigali skyline (PH: Wikimedia commons) La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa. Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione per gli investimenti esteri. Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.  La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso, contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi. Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.  Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco chiara. Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti nei paesi da cui erano fuggiti 10.  L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e arresti domiciliari per gli oppositori. Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.  Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i suoi return hubs per i migranti” 11. L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. “Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”, chiede il Commissario.  L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni irreparabili” 12. Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo. Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei diritti umani. 1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno 2026) ↩︎ 2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i 670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari, trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎ 3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan, Politico (giugno 2024) ↩︎ 4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎ 5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎ 6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il Manifesto (agosto 2026) ↩︎ 7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» – Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎ 8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎ 9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎ 10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump administration, PB News (giugno 2026) ↩︎ 11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎ 12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan – Politico (giugno 2026) ↩︎ 13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno 2026) ↩︎
Protezione speciale, vita privata e salute: due decisioni di merito oltre il trattenimento al CPR di Bari-Palese
Le due vicende che seguono hanno molti punti in comune. In entrambe un cittadino straniero radicato da decenni in Italia viene raggiunto, insieme al diniego del titolo di soggiorno, da un decreto di espulsione e da un provvedimento di trattenimento presso il CPR di Bari-Palese; in entrambe quel trattenimento si rivela un passaggio fragile, superato una volta davanti al giudice della convalida e l’altra in sede di riesame; e in entrambe, all’esito del giudizio di merito, viene riconosciuto il diritto alla protezione speciale ex art. 19 del d.lgs. 286/1998. L’art. 19 T.U.I. è stato riscritto due volte in pochi anni: prima ampliato dal d.l. 130/2020, poi ristretto dal d.l. 20/2023. Le due pronunce si collocano sui due versanti di quella successione di leggi. Nel caso deciso dal Tribunale di Bologna la domanda è anteriore all’11 marzo 2023 e si applica dunque la disciplina più estesa del 2020; in quello deciso dal Tribunale di Roma la domanda è successiva e ricade sotto il regime restrittivo del 2023. Eppure, anche in quest’ultima ipotesi la tutela della vita privata e familiare non scompare: sopravvive attraverso il richiamo agli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato, e in particolare all’art. 8 CEDU. IL CASO DECISO DAL TRIBUNALE DI BOLOGNA: SALUTE E RADICAMENTO DI UN CITTADINO MAROCCHINO Il ricorrente è un cittadino del Marocco che vive in Italia da oltre trent’anni. Già titolare di un permesso di soggiorno per lavoro subordinato, ne aveva perso il rinnovo a seguito di una serie di condanne penali. Nel 2022 presenta istanza di protezione speciale, documentando i propri legami familiari – un figlio, che vive con l’ex moglie, e un fratello – e allegando una promessa di assunzione. Nel 2024 il Questore della Provincia di Forlì-Cesena rifiuta il permesso e gli notifica il diniego unitamente al decreto di espulsione e al decreto di trattenimento presso il CPR di Bari-Palese. Il Giudice di Pace di Bari non convalida il trattenimento, con una motivazione che valorizza il radicamento e la piena identificabilità dell’interessato: “[…] rilevato che il cittadino marocchino risulta residente in Italia da lungo tempo, già detentore di permesso di soggiorno e pertanto compiutamente identificato e con dimora stabile in Italia; rilevato che è detentore di passaporto in corso di validità e valido per l’espatrio e non risulta attinto da un precedente decreto di espulsione con la conseguenza che poteva essere adottata una misura meno restrittiva del trattenimento […] rilevato inoltre che non sono ancora decorsi i termini per l’impugnativa del provvedimento di rifiuto del permesso di soggiorno“. Il diniego del permesso viene poi impugnato davanti al Tribunale di Bologna. Nel giudizio si portano all’attenzione del Collegio la presenza pluridecennale sul territorio, l’ospitalità offerta dal fratello (presso cui il ricorrente è ospite dal 2008, a riprova della stabilità abitativa), l’autorizzazione all’esercizio dell’attività di ambulante – anch’essa risalente al 2008 – e, soprattutto, una condizione di salute significativa. Il ricorrente è infatti in cura presso il Servizio di Endocrinologia e Diabetologia di Cesena e ha affrontato negli anni controlli e ricoveri per una pancitopenia, ossia la riduzione simultanea delle tre linee cellulari del sangue (globuli rossi, globuli bianchi e piastrine), seguita in follow-up. Il Tribunale accoglie il ricorso, disattendendo la valutazione della Commissione territoriale richiamata dalla Questura attraverso il parere vincolante. Sul piano del diritto applicabile, il Collegio individua con precisione il regime ratione temporis: “[…] occorre avere riguardo alla formulazione dell’art. 19 del T.U.I. nel testo vigente ratione temporis, tenendo in considerazione le modifiche apportate dal DL n. 130/2020 […]. Non si applicano, invece, al caso di specie, le disposizioni restrittive introdotte dal D.L. n. 20/2023, posto che, ai sensi del co. 2 dell’art. 7 del citato decreto, alle domande presentate prima dell’entrata in vigore del decreto medesimo continua ad applicarsi la disciplina previgente“. Nel merito, il Collegio valorizza le condizioni di salute del ricorrente alla luce della situazione sanitaria del Paese d’origine, segnata da forti disparità nella distribuzione di infrastrutture e personale tra aree rurali e urbane, e ne trae la conseguenza sul piano del bilanciamento: “Le informazioni che abbiamo sul Marocco […] non garantendo assistenza sanitaria adeguata, inducono, pertanto, nel bilanciamento tra istanze sottese alla sicurezza ed all’ordine pubblico e quelle relative alla vita privata ed alla salute del ricorrente a ritenere prevalenti queste ultime, pur tenendo conto dei molteplici precedenti penali menzionati nel provvedimento di rigetto e non contestati dal ricorrente“. A questo si aggiunge il radicamento, letto come costruzione di una identità sociale: “[…] ad oggi il ricorrente si trova sul territorio italiano complessivamente da molti anni, ciò che gli ha consentito di radicare una propria identità sociale: vuoi per l’attività lavorativa svolta, vuoi per le relazioni – amicali e non – inevitabilmente intrecciate in seno ai contatti sociali“. Il ragionamento si chiude sul terreno della proporzionalità art. 8 CEDU: ritenute le condizioni di salute ostative all’espulsione, l’interferenza dello Stato nella vita privata è legittima solo ove risponda a un “bisogno sociale imperativo” (il Collegio richiama Odievre c. Francia e Olsson c. Svezia), bilanciamento che l’art. 19 novellato consente per ragioni di sicurezza nazionale, ordine e sicurezza pubblica e protezione della salute, nel rispetto della Convenzione di Ginevra e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. Tribunale di Bologna, sentenza del 14 maggio 2026 IL CASO DECISO DAL TRIBUNALE DI ROMA: VITA PRIVATA E DOMANDA REITERATA DI UN CITTADINO NIGERIANO La seconda vicenda riguarda un cittadino nigeriano che affronta il trattenimento al CPR di Bari-Palese pur avendo titolo al permesso per attesa della definizione della domanda reiterata, e che solo dopo tre anni vede riconosciuto il proprio diritto alla protezione speciale. La cronologia è la seguente. Il 30 aprile 2014 il ricorrente formalizza la richiesta di protezione internazionale davanti alla Commissione di Roma, che la rigetta. Il 21 giugno 2023 avanza una domanda reiterata presso la Questura di Cagliari; la Commissione Territoriale di Roma la dichiara inammissibile per carenza dei nuovi elementi richiesti dall’art. 29, lett. b), del d.lgs. 25/2008. Il 27 maggio 2025 si presenta alla Questura di Arezzo per ottenere il permesso legato alla pendenza della domanda: in quella sede gli viene notificato il decreto senza che sia mai stato convocato per l’audizione, occasione in cui avrebbe potuto esporre le ragioni della fuga dall’Edo State (la perdita di entrambi i genitori, la sottrazione delle terre paterne, il conflitto con i pastori nomadi della comunità Pular, la fuga attraverso la Libia e poi verso l’Italia). Contestualmente, viene trattenuto al CPR di Bari-Palese. Il 29 maggio 2025 il Giudice di Pace di Bari convalida il trattenimento per novanta giorni, senza poter valutare il diniego e il relativo diritto di impugnazione, che non erano stati esibiti in udienza. A seguito della presentazione di un’istanza di riesame della misura ex art. 15 della Direttiva 2008/115/CE, il 13 giugno 2025 il ricorrente viene rimesso in libertà, con invito a presentarsi presso la Questura di Arezzo per il rilascio del permesso. All’esito del giudizio di merito, il Tribunale di Roma, con decreto del 24 aprile 2026, accoglie il ricorso. Anzitutto disattende la valutazione di inammissibilità: “[…] non può condividersi la valutazione della Commissione Territoriale circa la completa assenza di elementi nuovi a fondamento della richiesta di protezione in esame […] il Collegio ravvisa tuttavia degli elementi di novità nelle allegazioni e nei documenti prodotti dal ricorrente in giudizio a dimostrazione del proprio inserimento in Italia». Trattandosi di domanda successiva all’11 marzo 2023, si applica il d.l. 20/2023 (conv. dalla l. 50/2023), il cui art. 7 ha abrogato il terzo e il quarto periodo del comma 1.1 dell’art. 19 T.U.I. – quelli che, nella versione introdotta dal d.l. 130/2020, avevano fatto della violazione del diritto alla vita privata e familiare un’autonoma ipotesi di inespellibilità. Il Tribunale osserva tuttavia che la novella non ha toccato il primo e il secondo periodo del medesimo comma: “[…] la novella in esame non ha modificato il primo ed il secondo periodo del comma 1.1. del suddetto art. 19 […] che tra le ipotesi di inespellibilità utili ai fini del riconoscimento della protezione speciale prevedono non soltanto il caso in cui l’allontanamento del cittadino straniero dal territorio nazionale possa esporlo a trattamenti inumani e degradanti, ma anche il caso in cui l’allontanamento […] costituisca una violazione degli obblighi di cui all’art. 5, comma 6 del d.lgs. 286/1998, ossia degli obblighi costituzionali o internazionali vincolanti per l’ordinamento italiano“. Il Collegio ritiene infatti che il ricorrente abbia costruito in Italia, in via esclusiva, la propria esistenza: “Il ricorrente ha dimostrato di avere da lunghissimo tempo radicato in Italia la propria vita privata in via esclusiva, recidendo al contempo qualsiasi legame con il Paese d’origine“. Vita da adulto avviata e stabilizzata in Italia, occupazione regolare in corso, convivenza con la compagna: un allontanamento, conclude il Tribunale, comporterebbe una “gravissima violazione del diritto fondamentale al rispetto della vita familiare e privata“, tutelato a livello costituzionale e internazionale, e in particolare dall’art. 8 CEDU, quale interpretato dalla giurisprudenza di Strasburgo nel senso della nuova identità e stabilità (il decreto richiama Narjis c. Italia, n. 57433/15; Üner c. Paesi Bassi, n. 46410/99; Maslov c. Austria, n. 1638/03). Il rientro in Nigeria rappresenterebbe uno sradicamento dal luogo divenuto ormai sede esclusiva della sua vita. Di qui, ai sensi dell’art. 32, comma 3, del d.lgs. 25/2008, che richiama espressamente le ipotesi di inespellibilità di cui all’art. 19, commi 1 e 1.1, il riconoscimento del diritto al rilascio del permesso per protezione speciale. Tribunale di Roma, decreto del 24 aprile 2026 Si ringrazia l’Avv. Uljana Gazidede per la segnalazioni. * Consulta altre decisioni relative al permesso di soggiorno per protezione speciale
«Oggi posso aprire una porta e attraversarla di mia volontà»
Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman Al-Khalidi 1 è finalmente libero 2. A pochi giorni dalla sua liberazione, Abdul ha scritto una lettera per ringraziare le tante persone che in questi anni gli sono state accanto e raccontare le sue prime ore fuori dal centro di detenzione. Notizie/CPR, Hotspot, CPA ABDULRAHMAN AL-KHALIDI È LIBERO Era la notizia che avremmo sempre voluto darvi Redazione 21 Agosto 2026 Ma la libertà, scrive Abdulrahman, non è soltanto l’apertura della porta di un centro di detenzione. La sua procedura per il riconoscimento della protezione internazionale è ancora in corso e l’ordine di espulsione rimane in vigore. La sua battaglia, dunque, continua. Prima di tornare a parlare di tutto questo, però, Abdul si prende qualche giorno per riposare, ritrovare la vita quotidiana e scoprire cosa significa nuovamente poter scegliere. Pubblichiamo integralmente la sua lettera. LA LETTERA DI ABDULRAHMAN AL-KHALIDI Dopo quasi cinque anni di detenzione, finalmente posso rivolgermi a voi da fuori quelle mura. Ci sono molte cose che vorrei dire, ma prima ho voluto concedermi qualche giorno semplicemente per capire cosa significhi essere di nuovo fuori. Dalla mia liberazione, ho ricevuto più messaggi di quanti ne potessi rispondere tutti insieme, da persone che conosco e da molte che non ho mai incontrato. Li ho letti, li apprezzo e risponderò man mano che ritroverò la strada verso la vita quotidiana. Oggi posso aprire una porta e attraversarla di mia volontà. È stato strano uscire e vedere un mondo senza distanziamento sociale o mascherine, senza disinfettanti ovunque a causa del COVID-19, e in cui gli assembramenti negli spazi chiusi sono di nuovo normali. La detenzione sembra una brusca sospensione del tempo. Sono passato da un’epoca all’altra, privato della possibilità di vivere quegli anni, privato della possibilità di essere come tutti gli altri e di fare ciò che scelgo. La detenzione è stata una tappa del viaggio della vita. È stata come il Purgatorio di Dante, che conduce all’Inferno o al Paradiso. In quale dei due sono arrivato? Non lo so ancora. Ma la libertà non consiste semplicemente nell’aprire la porta di un centro di detenzione. La vera libertà è sapere di avere un luogo sicuro in cui costruire la propria vita, avere il controllo sulle proprie scelte fin nei minimi dettagli, poter stare vicino alle persone che si amano e poter esprimere le proprie opinioni senza paura. Sono stato liberato, ma la procedura relativa alla mia domanda di protezione internazionale è ancora in corso e l’ordine di espulsione rimane in vigore. Le autorità hanno imposto una misura alternativa alla detenzione, che mi obbliga a presentarmi periodicamente alla polizia in quanto ancora sottoposto a una procedura di espulsione. Ciò che cerco è semplice e non ne faccio mistero. Voglio vivere senza la paura di essere espulso verso un luogo in cui potrei essere perseguitato. Voglio uno status giuridico che mi permetta di andare avanti con la mia vita e con la mia famiglia. Questa è la fase successiva, e più importante, del mio caso, e continuerò a perseguirla attraverso le vie legali, come ho fatto durante tutti questi anni. Molte persone vedono il carcere come una perdita totale della propria vita. Ma durante quegli anni ho avuto modo di conoscere persone e di capire davvero che tipo di persone fossero: amici, avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti, accademici, organizzazioni, studenti universitari e delle scuole, lavoratori, persone che non avevo mai incontrato e persino persone all’interno del sistema e delle sue istituzioni. Ognuno, a modo proprio, ha scelto di non rimanere in silenzio. Ognuno si è rifiutato di permettere che l’apparato di sicurezza e amministrativo fosse utilizzato come strumento di oppressione contro un altro essere umano. Alcuni hanno portato il mio caso nei tribunali, nei parlamenti e sui media. Alcuni hanno aiutato in silenzio, da qualsiasi luogo si trovassero e con qualunque cosa potessero fare. E a volte è bastata una telefonata in una giornata difficile per permettermi di andare avanti. Ci sono nomi che posso fare pubblicamente e nomi che non posso fare. Ci sono persone le cui azioni a mio favore potrebbero non essere mai conosciute, e ce ne sono state altre che hanno lavorato silenziosamente dietro le quinte e la cui identità non conosco nemmeno io. Ma per quanto riguarda le persone che conosco, ricordo quei volti e porto con me un’immensa gratitudine nei loro confronti. Allo stesso tempo, so che la stanza che ho lasciato non è vuota. Altre persone sono ancora lì, senza un nome sui giornali e senza avvocati. Una detenzione di questo tipo non è più soltanto una misura amministrativa. È una politica e si sta espandendo in tutta Europa attraverso il linguaggio dei rimpatri e dell’ordine. Sì, la mia detenzione è terminata, ma il sistema che l’ha prodotta non è terminato. E la mia liberazione dalla detenzione non è la fine del mio caso. Ci sarà tempo, più avanti, per parlare di tutto questo in modo più approfondito. Per ora, voglio prendermi un momento per riposare e riscoprire come appare la vita dopo un vuoto di cinque anni. Voglio camminare per strada senza dover chiedere il permesso, sedermi con i miei amici senza che la visita finisca a un’ora prestabilita, vedere Sofia di sera e tornare nel luogo in cui vivo e aprire e chiudere la porta da solo. Voglio scoprire di più di questo Paese, della sua cultura e della sua storia. Voglio incontrare le persone anziane nei villaggi e ascoltare le loro storie, e conoscere le tradizioni culinarie locali e la cultura popolare. Nella speranza che tutti noi possiamo svegliarci davanti a un domani migliore. Grazie al mio caro amico Victor Lilov e ai miei straordinari avvocati Diana Radoslavova, Hristo Vasilev, Adela Kat, e a tutte le amiche, gli amici e i compagni. Con i miei migliori auguri, Abdulrahman Al-Khalidi Sofia, Bulgaria 26 agosto 2026 1. Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot ↩︎ 2. Abdulrahman Al-Khalidi è un giornalista, analista politico e attivista per i diritti umani saudita. Nel 2013 ha lasciato l’Arabia Saudita a causa della repressione subita per il suo impegno politico e, negli anni successivi, ha vissuto in diversi Paesi della regione. Nell’ottobre 2021, dopo essere entrato in Bulgaria dalla Turchia, ha presentato domanda di protezione internazionale. Da allora è stato detenuto per quasi cinque anni nei centri di detenzione amministrativa bulgari, senza essere mai stato condannato per un reato. Durante la detenzione ha continuato a denunciare la propria situazione e a scrivere, anche attraverso le pagine di Melting Pot, mentre una rete di avvocati, organizzazioni, attiviste e attivisti in Bulgaria e in Europa si mobilitava per la sua liberazione. Il 21 agosto 2026, dopo quasi cinque anni di detenzione, Abdulrahman è stato liberato. La sua procedura per la protezione internazionale è tuttavia ancora in corso e nei suoi confronti rimane in vigore un ordine di espulsione. ↩︎
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Enrica Rigo
È iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, la radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Ne parliamo insieme a Enrica Rigo, docente associata del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre e attivista. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONI E ASILO VIENE SPESSO RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA DAVVERO UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE CHE ABBIAMO CONOSCIUTO NELL’ULTIMO DECENNIO? Penso che siano vere entrambe le letture. Da un lato, il Patto fa proprie e istituzionalizza procedure che sono state progressivamente implementate nei diversi Paesi europei. Basti pensare alla procedura hotspot, che ereditiamo dalla cosiddetta “crisi delle migrazioni” del 2015 – o, se la si guarda da una prospettiva diversa, dalla “lunga stagione delle migrazioni”. Lo stesso vale per le procedure di screening e di monitoraggio, sperimentate soprattutto nei Paesi del Nord Europa. Sotto questo profilo esistono certamente linee di continuità. Dall’altro lato, però, il fatto stesso di mettere tutte queste procedure a sistema rappresenta, a mio avviso, un elemento di discontinuità. È una modalità tipica della trasformazione della crisi in una forma permanente di governo delle migrazioni. Le crisi delle frontiere, infatti, si sa quando iniziano, ma non finiscono mai: lasciano in eredità metodologie di confinamento, screening e controllo che continuano a operare anche dopo la fase emergenziale. L’istituzionalizzazione di queste pratiche costituisce quindi un passaggio nuovo. Del resto, da quando la Comunità europea è diventata Unione europea, questa mi sembra la riforma più complessiva. Credo inoltre che questa istituzionalizzazione europea renda più difficile quel gioco di sponda che, fino a oggi, era stato possibile. Il diritto dell’Unione poteva infatti essere utilizzato, attraverso interpretazioni estensive, per aprire spazi rispetto ai limiti del diritto nazionale; viceversa, alcuni limiti posti dagli ordinamenti nazionali potevano essere valorizzati, soprattutto davanti ai giudici, come controcanto rispetto alle norme europee. Questa omogeneizzazione – termine che spesso viene considerato positivo – dal mio punto di vista non lo è affatto. Al contrario, restringe gli spazi di agibilità. Se quindi ragioniamo nei termini di continuità e discontinuità, credo che entrambe le chiavi di lettura siano fondate. Tuttavia, il Patto traccia una direzione molto netta: quella della chiusura. L’idea che l’Europa potesse essere uno spazio nel quale la cittadinanza nazionale perdeva progressivamente importanza, a favore dell’apertura di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, com’era definito un tempo, mi sembra completamente dismessa. Al suo posto emerge un modello di governo delle migrazioni nel quale l’accesso ai diritti diventa sempre più difficile. Ho l’impressione che lo standard cui ormai ci si accontenta sia quello della tutela minima dell’habeas corpus e nient’altro. È venuta meno qualsiasi aspirazione di inclusione dentro un’idea di cittadinanza pregna dal punto di vista dei diritti. GRAZIE PER QUESTA PANORAMICA, CHE CI AIUTA A FAMILIARIZZARE CON IL PATTO E A COLLOCARLO NEL PIÙ AMPIO PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA. VORREI CHIEDERTI DI SOFFERMARTI SUL SIGNIFICATO POLITICO DEL PATTO. HAI GIÀ OFFERTO ALCUNE LENTI INTERPRETATIVE MOLTO UTILI, MA TI CHIEDEREI SE C’È ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE COGLIERE RISPETTO ALL’IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI CHE EMERGE DALLA NUOVA NORMATIVA E DALLA SUA FASE DI IMPLEMENTAZIONE. Partirei proprio dalla fase di implementazione, perché ieri si è svolto un incontro di un network europeo di ricercatrici, ricercatori, attiviste e attivisti che ha avviato una rete informale di monitoraggio dell’attuazione del Patto. Naturalmente è ancora molto presto: il Patto è entrato in vigore da poco più di un mese. Ciò che finora emerge rispetto alle procedure di frontiera, alla detenzione amministrativa e ai rimpatri non sembra corrispondere alla retorica che ha accompagnato l’approvazione del Patto. Questa osservazione non riguarda soltanto l’Italia. È stata condivisa anche da ricercatrici e ricercatori tedeschi e polacchi, in particolare con riferimento al confine tra Polonia e Bielorussia. Per ora sembra quasi che si sia partiti con il freno tirato. Non so ancora quale interpretazione dare a questa dinamica. Probabilmente dipende anche dal fatto che i meccanismi previsti dal Patto sono molto complessi e richiedono tempi lunghi di implementazione. Se dovessi fare una previsione, direi che l’impatto concreto potrebbe rivelarsi minore rispetto alla retorica e alle aspettative che hanno accompagnato questa riforma. Questo riguarda il piano dell’attuazione. Se invece guardiamo all’intenzione politica che emerge dal Patto, mi sembra che il suo significato sia molto chiaro. A mio avviso, il Patto estende la dimensione della frontiera e, con essa, quella della precarizzazione dei diritti e della loro progressiva riduzione. Estende enormemente quel circuito di illegalizzazione che la frontiera produce. Questa estensione è insieme spaziale e temporale. Faccio un esempio molto concreto. Come clinica legale abbiamo iniziato, per la prima volta, a entrare nel CPR di Ponte Galeria insieme al Garante delle persone private della libertà personale. Fino a oggi avevamo preferito svolgere un’attività diversa: fare le avvocate e gli avvocati nel CPR piuttosto che gli osservatori. Abbiamo deciso di intraprendere anche questa attività proprio per colmare la mancanza di informazioni. Nel CPR di Ponte Galeria, che è il più grande d’Italia, oggi ci sono persone che vivono in Italia da trent’anni, perfino da quarant’anni. Non sto esagerando. Si tratta di situazioni di estrema marginalità sociale, gestite attraverso il confinamento e inserite in un circuito permanente di andata e ritorno tra carcere e CPR, ma anche semplicemente tra CPR e CPR. Lo stesso fenomeno lo osserviamo nei cosiddetti ghetti dei lavoratori migranti. Anche lì aumenta continuamente l’età delle persone presenti. Un tempo, in luoghi come il ghetto di Rignano, si incontravano soprattutto migranti arrivati da poco in Italia, che svolgevano il lavoro agricolo come una fase iniziale del proprio percorso. Oggi, invece, si trovano sempre più spesso persone di sessantacinque o settant’anni. Perché? Perché anche quel contesto diventa un circuito dal quale non si esce più. Una condizione di marginalità lavorativa permanente. Nessuno aspira a fare il bracciante agricolo per tutta la vita. Invece, sempre più frequentemente, si trasforma in una condizione definitiva. Quando parlo di estensione della frontiera mi riferisco proprio a questo: a un processo che riguarda certamente la frontiera fisica, ma anche le frontiere economiche, sociali e simboliche. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE UN’OCCASIONE, DA UNA PROSPETTIVA CRITICA, PER INTERROGARSI SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CHE SI OCCUPANO DI POLITICHE MIGRATORIE, SIA QUELLI PRODOTTI NEI CIRCUITI ACCADEMICI SIA QUELLI CHE SI SVILUPPANO FUORI DALL’UNIVERSITÀ. HAI L’IMPRESSIONE CHE, IN QUESTA FASE, QUESTI SAPERI FACCIANO FATICA A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO, IN ITALIA E IN EUROPA? Mi sembra che i saperi critici continuino a utilizzare uno strumentario concettuale elaborato ormai più di vent’anni fa, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Penso a categorie come il confine poroso, il confine come strumento epistemologico dell’inclusione selettiva, il confine come moltiplicatore dei regimi del lavoro o ancora all’autonomia delle migrazioni. Si tratta di strumenti teorici che continuano a essere importanti e, sotto molti aspetti, ancora estremamente utili. Allo stesso tempo, però, è significativo osservare che quello stesso periodo storico fu anche una fase nella quale il variegato mondo delle ONG, del volontariato cattolico e di molte altre realtà sociali esercitava una capacità di influenza sul dibattito pubblico che oggi mi sembra essersi notevolmente ridotta. D’altra parte, però, negli stessi anni si sono sviluppate pratiche radicali di contestazione che considero estremamente importanti. Penso, ad esempio, a ciò che accade nel Mediterraneo con le attività di search and rescue. Ritengo che abbiano un valore politico fondamentale. Oggi non abbiamo più grandi mobilitazioni come quelle dei primi anni Duemila. Ricordo, ad esempio, la manifestazione contro la legge Bossi-Fini. Proprio in questi giorni ricorrono i venticinque anni del G8 e se ne è parlato molto. La manifestazione che aprì quelle giornate, dedicata alla libertà di movimento, fu probabilmente la prima manifestazione di quelle dimensioni ad assumere in modo così chiaro quella prospettiva. Quel tipo di attivismo e quel discorso teorico che poi si riversava nelle piazze oggi non li abbiamo più. Al tempo stesso, però, oggi esistono pratiche di contestazione molto radicali, che hanno radicalizzato anche il mondo delle ONG e che considero molto importanti. In una fase in cui siamo minoritari e minoritarie – non c’è dubbio – le pratiche hanno una valenza molto importante dal punto di vista della costruzione discorsiva e dell’allargamento delle possibilità, anche dal punto di vista della riflessione teorica. Riuscire a individuare pratiche capaci, anche se sviluppate da poche persone, di inserire dei granelli d’inceppamento nella filiera dei confini e delle deportazioni mi sembra oggi uno dei terreni più importanti da osservare e da coltivare. HAI GIÀ INIZIATO A RISPONDERE ANCHE ALLA DOMANDA CHE AVEVO PREPARATO SUCCESSIVAMENTE. TI AVREI VOLUTO CHIEDERE SE LE DIFFICOLTÀ CHE ATTRAVERSANO OGGI QUESTO CAMPO DI STUDI RIGUARDINO SOPRATTUTTO LA PRODUZIONE DEI SAPERI CRITICI, LA LORO CIRCOLAZIONE OPPURE SE TU INTRAVEDA ALTRI ELEMENTI DI BLOCCO. HAI GIÀ DIALOGATO CON QUESTA DOMANDA, MA TI CHIEDEREI SE C’È QUALCOSA CHE DESIDERI AGGIUNGERE PRIMA DI PASSARE ALL’ULTIMA PARTE DELLA NOSTRA CONVERSAZIONE. Forse aggiungerei due elementi, che naturalmente hanno a che fare anche con la mia biografia, sia di studiosa sia di attivista. Prima richiamavo Genova e quella stagione di riflessione sulle migrazioni che aveva come assi portanti l’autonomia delle migrazioni, la trasformazione dei confini e la centralità del lavoro migrante. Era un approccio che leggeva l’autonomia delle migrazioni nella sua tensione con il capitale e analizzava il modo in cui quest’ultimo cattura le spinte alla mobilità. Credo però che quella prospettiva abbia avuto un limite importante: il suo orizzonte è rimasto sostanzialmente quello dello spazio europeo. Certo, si trattava di un’Europa pensata ben oltre i propri confini istituzionali, ma, a mio avviso, non è riuscita a mettere davvero in discussione il proprio eurocentrismo. Su questo punto mi viene in mente un’espressione utilizzata da Sara Marilungo in una tesi di dottorato che sto leggendo proprio in questi giorni. Mi sembra che descriva molto bene il problema: abbiamo parlato di razzismo senza fare davvero i conti con la razza e con il colonialismo come dispositivi che continuano a produrre, anche sul piano epistemologico, il punto di vista dal quale si guarda il mondo. Penso invece che oggi si stia sviluppando una nuova stagione di studi sulle migrazioni e sul razzismo che prova finalmente a confrontarsi seriamente con questi nodi. Credo che questo sia un passaggio indispensabile. Per questo penso che oggi la sfida sia, in un certo senso, far esplodere lo spazio europeo. Uscire da quell’orizzonte che, per molti aspetti, ha finito per limitare anche la nostra capacità di immaginazione politica. È anche per questo che torno a fare l’esempio delle ONG nel Mediterraneo. Ma, più in generale, penso al Mediterraneo come spazio di lotta, come spazio che oggi conduce fino a Gaza, attraverso esperienze come quelle della Flotilla e di altre iniziative di solidarietà. Mi sembra che questa esplosione dello spazio europeo sia ormai necessaria se vogliamo riuscire a immaginare qualcosa di diverso da ciò che abbiamo conosciuto finora. CI AVVICINIAMO ALLA PARTE FINALE DI QUESTA CONVERSAZIONE E VORREI TORNARE SULL’IDEA DELLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” CON CUI AFFRONTARE CRITICAMENTE L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO. LA PRIMA DOMANDA RIGUARDA GLI STRUMENTI TEORICI, LE CATEGORIE ANALITICHE E, PIÙ IN GENERALE, ANCHE LE PRATICHE MILITANTI. QUALI RITIENI CHE OGGI SIA UTILE RIPRENDERE, AGGIORNARE O INTERROGARE ALLA LUCE DELLE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E, VICEVERSA, CI SONO CATEGORIE O APPROCCI CHE TI SEMBRANO ORMAI INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO RISPETTO ALLE SFIDE POSTE DAL PATTO? È una domanda complessa e non mi è così facile rispondere. Quando ho iniziato a occuparmi di migrazioni era relativamente semplice orientarsi nella letteratura critica. Si poteva individuare uno strumentario teorico abbastanza definito, un insieme di autori, autrici e categorie che costituivano una sorta di mappa condivisa. Penso, ad esempio, a Étienne Balibar, ma anche all’influenza che hanno avuto Agamben, con la riflessione sullo stato di eccezione, Foucault, Judith Butler per alcuni aspetti, oppure tutta la tradizione dell’economia politica dei confini. In Italia, naturalmente, penso anche al lavoro di Sandro Mezzadra e di altri studiosi e altre studiose. Quella mappa esiste ancora e continua a essere importante. Oggi, però, si è enormemente ampliata. Questo è sicuramente un elemento positivo, ma allo stesso tempo rende più difficile orientarsi. Ritengo comunque che quello strumentario critico rimanga valido, anche perché il sapere sui confini è un sapere diacronico. I confini non sono fenomeni statici: si trasformano continuamente, così come cambiano le retoriche discorsive. All’interno di questo panorama, però, credo che l’innesto del pensiero femminista sia stato fondamentale. Quando quelle categorie sono state elaborate, l’approccio femminista rimaneva spesso un orpello. Oggi, invece, mi sembra indispensabile, proprio perché il confine è sempre più chiaramente un luogo nel quale si organizza e si governa la riproduzione della vita. Non riguarda soltanto la riproduzione della forza lavoro, ma la riproduzione stessa della vita di interi segmenti della società. Accanto a questo, considero imprescindibile anche il pensiero decoloniale e, soprattutto, l’ascolto delle pratiche e delle elaborazioni che provengono dal cosiddetto Sud globale. Credo che dovremmo lasciarci contaminare molto di più da queste esperienze. A volte mi sembra che esistano resistenze a questa contaminazione. Anche quando cerchiamo di dismetterle, riemergono sotto forma di diffidenza nei confronti di alcune prospettive teoriche o politiche. Faccio un esempio. Nelle ultime settimane abbiamo iniziato a costruire, insieme a una parte della comunità musulmana romana, un percorso comune di seminari e momenti di formazione. Si tratta soprattutto di ragazze e ragazzi molto giovani. Trovo estremamente interessante osservare ciò che accade quando le loro priorità e le nostre si incontrano e si mischiano. Sono esperienze che considero molto interessanti, anche se la comunità a cui faccio riferimento si organizza intorno ai luoghi di preghiera.. In questo senso mi convince anche l’idea di “demigrantizzare” il tema delle migrazioni. Leggo questa prospettiva come un tentativo di uscire dalla continua, forse inevitabile, riproduzione della contrapposizione tra “noi” e “gli altri“. Non penso di avere una soluzione, ma credo che sia importante riconoscere quanto quella dinamica continui a riprodursi e provare, almeno, a costruire pratiche che permettano di andare oltre. Mi sembra una direzione di lavoro utile e necessaria. TI RIVOLGO UN’ULTIMA DOMANDA. STIAMO IMMAGINANDO QUESTA INTERVISTA ANCHE COME UNA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” PER CHI, NEI PROSSIMI MESI, SI CONFRONTERÀ CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO. ACCANTO AGLI SPUNTI TEORICI E METODOLOGICI DI CUI ABBIAMO PARLATO, TI CHIEDEREI SE CI SONO LIBRI, ARTICOLI, FILM, PODCAST O ALTRI MATERIALI CHE CONSIGLIERESTI A CHI VUOLE APPROFONDIRE QUESTA FASE. PENSO A OPERATRICI E OPERATORI, VOLONTARIE E VOLONTARI, ATTIVISTE E ATTIVISTI, RICERCATRICI E RICERCATORI, AVVOCATE E AVVOCATI: PERSONE CHE, NEI DIVERSI CONTESTI, INIZIERANNO A MISURARSI CONCRETAMENTE CON GLI EFFETTI DEL PATTO. CI SONO LETTURE, OPERE O ESPERIENZE CHE RITIENI POSSANO OFFRIRE STRUMENTI UTILI PER COMPRENDERE CIÒ CHE STA ACCADENDO? Da questo punto di vista mi sento un po’ antica e poco aggiornata. Oggi esiste una produzione enorme e molto interessante. Se però dovessi dare un’indicazione, direi di tenere fin dall’inizio dentro il proprio percorso uno sguardo decoloniale. Mi sembra un passaggio fondamentale. Lo dico anche perché, quando ho iniziato a occuparmi di confini, questa dimensione era meno evidente. Per questo continuo a considerare Frantz Fanon un caposaldo. Così come suggerirei di vedere La battaglia di Algeri e anche L’odio: sono opere che, secondo me, continuano a offrire strumenti preziosi per decostruire questa nostra costruzione europea, che oggi appare sempre più ristretta. Forse dovremmo ricominciare a sperimentare pratiche militanti anche come parte dei nostri percorsi di formazione. Andiamo a fare un “Erasmus” sulle navi delle ONG. Troviamo modi per uscire dall’orizzonte europeo non soltanto attraverso lo studio, ma anche attraverso l’esperienza diretta, come pratica militante. Andiamo a vedere che cosa succede sull’altra sponda del Mediterraneo. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A SANDRO MEZZADRA Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 24 Luglio 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MIGUEL MELLINO Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 2 Luglio 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026
Abdulrahman Al-Khalidi è libero
MELTING POT E COLLETTIVO ROTTE BALCANICHE 1 Ogni volta che scrivevamo di questa profonda ingiustizia, ogni volta che sentivamo Abdul, ogni volta che partecipavamo ai presidi per chiedere la sua liberazione, ogni volta che traducevamo e diffondevamo i suoi testi, lo facevamo con la speranza di poter arrivare, un giorno, a scrivere queste parole: > Abdulrahman Al-Khalidi è libero. Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman ha finalmente lasciato il centro di detenzione. Il 21 agosto 2026, è stato trasferito da Lyubimets a Sofia, dove la misura che ne disponeva la detenzione è stata modificata, permettendogli di uscire dal centro chiuso. Abdulrahman era detenuto in Bulgaria dall’ottobre 2021, dopo essere fuggito dall’Arabia Saudita e aver attraversato il confine turco-bulgaro per chiedere protezione. Aveva lasciato in Turchia la moglie e i suoi due figli. Da allora era rimasto in detenzione amministrativa, senza una condanna penale. Oggi, insieme ad Abdul, il nostro pensiero e il nostro abbraccio vanno a loro.  Lo abbiamo conosciuto nel 2024, quando era già detenuto da tre anni e aveva iniziato uno sciopero della fame contro il rischio di deportazione in Arabia Saudita. Da allora abbiamo continuato a seguire la sua vicenda. Nel tempo Abdulrahman è diventato anche autore di Melting Pot. Dal centro di detenzione ci ha affidato i suoi testi, continuando a scrivere, a denunciare e a far sentire la propria voce. Attraverso i suoi articoli ha continuato a parlare con l’esterno, raccontando la propria condizione e quella di tante altre persone prigioniere delle politiche di frontiera. Ma la sua storia non è stata soltanto raccontata. Abdul non è mai stato solo. In questi anni, in Bulgaria e fuori dalla Bulgaria, tante persone hanno continuato a stargli accanto. Una solidarietà fatta di mobilitazioni e presidi, di sostegno legale e politico, ma anche di presenza concreta, di aiuto materiale, di telefonate, incontri e vicinanza. Il Collettivo Rotte Balcaniche, che da anni attraversa e sostiene le persone lungo la rotta balcanica, ha mantenuto con Abdul un rapporto diretto, portandogli sostegno e presenza durante gli anni della detenzione. E insieme a tante altre realtà 2, associazioni, attiviste e attivisti e organizzazioni, abbiamo continuato a chiedere la sua liberazione attraverso presidi, iniziative, petizioni e azioni di solidarietà e a denunciare il rischio della sua deportazione in Arabia Saudita. Da questa mobilitazione è nata anche la campagna internazionale Free Abdulrahman, che ha raccolto e rilanciato la richiesta di liberazione, portando la sua vicenda all’attenzione di un pubblico sempre più ampio e delle istituzioni europee. > Una mobilitazione che non ha mai smesso di dire una cosa semplice: Abdulrahman > doveva essere libero. PH: Migrant Solidarity Bulgaria Ma se oggi possiamo festeggiare questa vittoria, il primo nome da ricordare è quello di Abdul. È stata la sua forza, la sua determinazione e la sua capacità di resistere a tenere aperta questa battaglia per quasi cinque anni. Ha continuato a lottare, a scrivere, a parlare, a denunciare. Non ha mai accettato che la detenzione cancellasse la sua voce. La sua liberazione non cancella gli anni che gli sono stati sottratti. Non cancella l’ingiustizia di una detenzione durata quasi cinque anni senza una condanna. Ma oggi possiamo raccontare una vittoria. Ogni giorno, con il nostro lavoro editoriale e con la nostra presenza sul campo, siamo accanto alle persone che subiscono la violenza delle frontiere, le detenzioni, i respingimenti e le violazioni. Raccontiamo queste storie e lottiamo perché possano avere un esito diverso. Oggi quell’esito diverso ha un nome: la libertà di Abdulrahman. Nonostante tutto, si può vincere. Si può resistere alla detenzione. Si può continuare a parlare quando si vorrebbe imporre il silenzio. Si può costruire una rete di solidarietà che attraversa confini, centri di detenzione e anni di attesa. Questa vittoria ha il volto e la voce di Abdulrahman e di tutte coloro che hanno lottato al suo fianco. Bentornato, Abdul. Melting Pot e Collettivo Rotte Balcaniche * Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot * La campagna per la sua liberazione – Free Abdulrahman PH: Migrants Solidarity in Bulgaria (centro di detenzione bulgaro di Busmantsi, Sofia) 1. Collettivo Rotte Balcaniche è una rete di attiviste e attivisti impegnata lungo la rotta balcanica. Attraverso presenza sul campo, solidarietà e supporto concreto, sostiene le persone in movimento e denuncia le violenze e le violazioni legate alle politiche di frontiera e di mobilità. Dal 2023 il Collettivo è attivo sul confine tra Bulgaria e Turchia ↩︎ 2. Migrant Solidarity Bulgaria, Храна не война Sofia, reti di attiviste e attivisti della società civile, organizzazioni non governative internazionali ↩︎
Palazzo San Gervasio e il CPR come “malattia sociale”
DOTT. NICOLA COCCO 1, AVV. ARTURO RAFFAELE COVELLA Non è un evento critico. Non è una tragica casualità. La morte di Lassoued Dhoui, avvenuta il 10 agosto 2026 all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio, rappresenta la sequela logica, prevedibile e devastante di un sistema strutturalmente patogeno 2. Come già accaduto nello stesso centro per Oussama Darkaoui 3e per troppe altre persone inghiottite dal buio della detenzione amministrativa, la cronaca ci consegna l’immagine di un’infrastruttura istituzionale programmaticamente incapace di tutelare l’integrità psicofisica della persona ristretta 4. Ci troviamo di fronte all’operato di un vero e proprio dispositivo necropolitico 5, in cui la gestione statale della marginalità e della condizione migratoria irregolare si traduce nella produzione seriale di sofferenza acuta, cronicizzazione della patologia e, da ultimo, morte 6. LA CATENA DEI FALLIMENTI E IL GIOCO PERVERSO DELLE “PORTE SCORREVOLI“ La ricostruzione puntuale dei fatti e l’analisi dei documenti procedurali saranno l’oggetto delle indagini della Procura, che si augurano tempestive e ampie. Quanto è stato possibile ricostruire dai documenti a disposizione e dalle testimonianze delle altre persone detenute nel CPR spalanca uno squarcio illuminante sulle ipocrisie su cui poggia l’intera macchina del trattenimento amministrativo. Lassoued Dhoui, trentenne di nazionalità tunisina, portava sulle spalle un vissuto segnato da grave fragilità psichiatrica, sradicamento e ripetuti passaggi nel circuito detentivo 7. La sua storia personale era già nota a diversi centri del territorio nazionale, dai quali sarebbe stato formalmente rilasciato proprio in ragione dell’incompatibilità delle sue condizioni di salute con il regime di detenzione amministrativa. Nonostante questo quadro di palese vulnerabilità, il 6 agosto 2026 la Questura di Genova ha disposto l’ennesimo provvedimento di trattenimento, successivamente convalidato dal Giudice di Pace per una durata di novanta giorni presso il CPR di Palazzo San Gervasio. Il certificato medico rilasciato dalla ASL 3 Genovese presso il Punto di Primo Intervento dell’Ospedale Micone, allegato agli atti del fascicolo di convalida, costituisce una testimonianza emblematica di quella che la letteratura socio-giuridica e medica definisce come “burocratizzazione dell’idoneità” 8. Nel corso di una valutazione fugace durata una manciata di minuti, il medico refertante ha dichiarato il giovane “idoneo ad accedere alla vita in comunità ristretta“, liquidando la complessità del quadro clinico con le formule di rito: paziente “asintomatico” e privo di terapie in corso. Nessun contatto con le strutture sanitarie territoriali che lo avevano precedentemente preso in carico, nessuna richiesta di anamnesi remota, nessuna traccia del percorso clinico antecedente o delle pregresse dichiarazioni di inidoneità al trattenimento. Questo perverso meccanismo di “porte scorrevoli“, in cui la valutazione dell’idoneità sanitaria si riduce a un adempimento burocratico decontestualizzato e difensivo, proietta la persona migrante in un corto circuito schizofrenico e psicopatogeno 9. Una volta varcata la soglia del CPR di Palazzo San Gervasio, Lassoued è stato scagliato in un ambiente caratterizzato da un sovraffollamento cronico e sistematico. Come documentato dalle drammatiche testimonianze dirette raccolte all’interno della struttura nelle ore immediatamente successive alla tragedia, l’incapacità ricettiva del centro costringeva numerose persone a dormire all’aperto, accampate sul cemento del campo da calcio interno o negli spazi adiacenti alle infermerie, prive di materassi, coperte o delle fondamentali garanzie igienico-sanitarie. In questo contesto di deprivazione sensoriale, sovraffollamento e totale disperazione, amplificato dalla recente notifica della convalida del trattenimento e dall’assenza strutturale di una seria e continuativa mediazione linguistico-culturale, la sofferenza acuta di Lassoued ha finito per canalizzarsi nell’unica forma di protesta ancora praticabile in un’istituzione totale: la minaccia di un gesto autolesivo estremo, visibile a tutti, formulata dall’alto della recinzione perimetrale del piazzale. Un disperato grido di soccorso che si è trasformato in tragedia con la rovinosa caduta a terra e il decesso del giovane. TRA LA MINACCIA E L’ATTO: LO SPETTRO SFUMATO DELLA SOFFERENZA ANTICONSERVATIVA Sul piano clinico, psicopatologico ed epidemiologico, la morte di Lassoued Dhoui mette a nudo un tragico equivoco teorico e operativo che vizia la gestione della salute mentale nei contesti di privazione della libertà. Nell’alveo delle istituzioni totali 10, il confine formale che separerebbe il gesto “dimostrativo“, la minaccia autolesiva e il tentativo di suicidio reale non costituisce una linea demarcativa netta, bensì uno spettro fluido, dinamico e continuamente sovrapponibile 11. Liquidare un’espressione di sofferenza o una minaccia autolesiva come gesto “simulato“, “strumentale” o “manipolatorio” significa disconoscere le dinamiche profonde con cui la psiche umana reagisce alla cattività e all’annientamento della propria soggettività. Nell’isolamento del CPR, ogni comportamento collocabile lungo lo spettro autolesivo porta con sé un potenziale esito fatale intrinseco, sia per l’estrema sproporzione e imprevedibilità dei mezzi impiegati, sia per la velocità con cui l’angoscia situazionale può evolvere verso la perdita di controllo. Ignorare questi segnali d’allarme o tentare di contenerli mediante la somministrazione indiscriminata e aspecifica di terapie sedative, come riferito dagli stessi reclusi in merito alla routine del centro, integra una condotta clinica decontestualizzata che non risolve il nodo del rischio, ma al contrario acuisce la vulnerabilità del paziente e trasforma l’atto medico in una prassi di mero controllo comportamentale 12. Occorre inoltre evidenziare come questa ennesima tragedia si sia consumata nel pieno del mese di agosto. La coincidenza temporale non è casuale, ma risponde a una dinamica statistica tristemente nota sia per la rete dei CPR che per il sistema penitenziario italiano. Durante i mesi estivi e i periodi festivi, la drastica riduzione delle già scarse attività quotidiane, la rarefazione dei presidi sanitari e del personale di supporto, unitamente al caldo torrido e all’assenza ancora più profonda di contatti con l’esterno, determinano una drammatica impennata degli eventi critici, delle crisi psicotiche e dei gesti anticonservativi 13. Ciononostante, la struttura di Palazzo San Gervasio si è trovata del tutto priva di strumenti operativi idonei e di un presidio sanitario reattivo, in una gestione esclusiva delle forze di polizia che si sono rivelate sostanzialmente inefficaci di fronte all’escalation della tragedia. IL VUOTO DEI PROTOCOLLI ANTISUICIDIARI E LA CRISI ETICA DELLA PROFESSIONE MEDICA Nonostante le continue denunce promosse dalle organizzazioni della società civile e dei legali, e a dispetto delle formali istanze inoltrate per evidenziare la carenza di piani idonei alla prevenzione del rischio suicidario nei luoghi di detenzione amministrativa, i CPR continuano a operare in un conclamato vuoto di tutele. A confermarlo è la stessa Prefettura di Potenza che, in un riscontro ufficiale del 29 luglio 2026, ammette formalmente come presso il centro di Palazzo San Gervasio non siano mai stati sottoscritti protocolli per la prevenzione del rischio suicidario e dell’autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D. territorialmente competente, e che il contratto di gestione non ha subito alcun adeguamento alle sentenze della giustizia amministrativa né alla Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166 14. > L’esperienza del CPR di Palazzo San Gervasio dimostra che la contenzione > amministrativa è un dispositivo strutturalmente refrattario alla presa in > carico della vulnerabilità. La totale assenza di protocolli trasparenti per la valutazione precoce del rischio anticonservativo, l’inesistenza di una reale continuità assistenziale e la sistematica subordinazione della relazione terapeutica alle priorità dell’ordine pubblico generano un habitat intrinsecamente nocivo. Questa condizione interroga in modo radicale la responsabilità deontologica ed etica della professione medica. Gli articoli 3, 5 e in particolare 32 del Codice di Deontologia Medica stabiliscono senza ambiguità che il dovere primario del medico risiede nella tutela della vita, della salute fisica e psichica della persona e nel sollievo dalla sofferenza, facendo espresso divieto di cedere a prassi o contesti che comportino trattamenti inumani, crudeli o degradanti. La stessa Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) ha riconosciuto le criticità sostanziali e deontologiche relative al rispetto del diritto alla salute nei CPR 15. Quando la certificazione di idoneità sanitaria scade a mero formalismo contabile, utile soltanto a consentire l’ingresso coatto di un soggetto psichiatricamente fragile in una struttura notoriamente patogena, si consuma una inconciliabile frattura con i principi guida dell’etica medica. Il personale sanitario operante in questi contesti viene irrimediabilmente arruolato in una logica di “doppia lealtà” (dual loyalty), in cui il mandato istituzionale della sicurezza e della sorveglianza finisce per schiacciare il dovere deontologico di cura e protezione del paziente 16. LE INDAGINI DELLA PROCURA DI POTENZA Il quadro rappresentato e le condizioni arcinote del Cpr di Palazzo San Gervasio inducono gli scriventi a chiedere alla Procura della Repubblica di Potenza una approfondita indagine su quanto accaduto ma anche sulle condizioni che hanno determinato l’evento tragico del 10 agosto scorso. Le testimonianze raccolte e i racconti arrivati dall’interno del CPR di Palazzo San Gervasio, oltre alle dichiarazione fornite dai ragazzi arrestati per le proteste successive al decesso, mostrano diversi profili di criticità e di illegalità che non possono essere liquidati sbrigativamente ma meritano i dovuti approfondimenti. Le responsabilità per la morte del giovane Lassoued Dhoui sono legate al perverso sistema della detenzione amministrativa ma anche alle mancanze di specifici soggetti. In primis, vi è una responsabilità in capo a chi ha determinato che nonostante il pregresso di fragilità, Lassoued Dhoui fosse idoneo alla vita ristretta nel CPR di Palazzo San Gervasio. Poi vanno approfondite le eventuali responsabilità di chi aveva in carico Dhoui all’interno del CPR di Palazzo San Gervasio e ha consentito che, nonostante la sua fragilità, fosse relegato a vivere in un campo di calcio. Per non parlare della mancata attivazione dello screening sanitario che avrebbe dovuto condurre Dhoui ad immediati controlli per accertare il suo stato di salute psico-fisico. Ma non solo. Dal punto di vista giuridico non si può sottacere sulla prassi di concedere la convalida del trattenimento anche in presenza di certificati di idoneità lacunosi e superficiali, non in linea con quanto previsto dall’articolo 3 della Direttiva Lamorgese. Una prassi che porta tantissimi soggetti fragili nel CPR di Palazzo San Gervasio a vivere in condizioni di abbandono e di forte disagio. Insomma, non è corretto liquidare la morte di Lassoued Dhoui come un semplice suicidio, dietro tale decesso vi è molto di più ed è giusto che le indagini della Procura della Repubblica di Potenza siano coraggiose e ampie per accertare le responsabilità di chi ha favoritò la morte del giovane Dhoui. L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE: LA PROSPETTIVA DELL’ABOLIZIONE Lassoued Dhoui è soltanto l’ultimo nome iscritto nella lunga e dolorosa lista di vite spezzate all’interno dei centri di permanenza per il rimpatrio italiani. Il bilancio esatto di questa strage silenziosa rimane indefinito, occultato dall’inerzia e dalla reticenza delle istituzioni e della politica, nell’assenza di interventi risolutivi anche da parte degli organi di garanzia. Perseverare nel definire questi decessi come “eventi critici isolati” o come anomalie gestionali ed emergenziali significa alimentare un’illusione riformista non più tollerabile. I CPR non sono istituzioni correggibili, umanizzabili o emendabili attraverso piccoli aggiustamenti regolamentari. La violenza strutturale, lo snaturamento delle relazioni umane, la reificazione dell’individuo, la disperazione e la morte non rappresentano incidenti imprevedibili del percorso detentivo: sono la cifra costitutiva, l’essenza operativa e il risultato fisiologico della detenzione amministrativa, che si sta rivelando sempre più un dispositivo necropolitico delle politiche migratorie europee, volte alla cancellazione delle persone migranti, dei loro corpi, delle loro storie e reti sociali 17. > Quella dei CPR è un’urgenza politica, etica e sanitaria che non ammette più > dilazioni. L’unica scelta coerente con i principi costituzionali, con la tutela della salute pubblica, con le carte internazionali dei diritti umani e con il rispetto della dignità della persona risiede nel superamento radicale e nell’abolizione immediata della detenzione amministrativa e nella chiusura dei luoghi in cui viene attuata. Quando questo traguardo di civiltà verrà raggiunto, sarà comunque colpevolmente tardi per Lassoued Dhoui, per Oussama Darkaoui e per le troppe vittime dimenticate di questo sistema. Ma rappresenta l’ultimo passaggio ineludibile per chiunque rifiuti la normalizzazione della violenza di Stato e scelga di continuare, senza compromessi, a restare umano. 1. Nicola Cocco, medico infettivologo, membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e attivista della Rete “Mai più lager – No ai CPR ↩︎ 2. Cocco, N., Marchese, V., Nicoli, F., Russo, G., Testa, J., Corsaro, A., & Mazzetti, M. (2026). The pathogenicity of immigration detention: a systemic conflict between medical ethics and harmful migration policies. The Lancet Regional Health–Europe, 64 ↩︎ 3. Avv. Arturo Raffaele Covella, Melting Pot (2025). Oussama Darkaoui, un anno dopo: il ricordo, la lotta, la speranza ↩︎ 4. Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 5. Mbembe, A. (2019). Necropolitics. Necropolitics ↩︎ 6. Van Hout, M., Lungu-Byrne, C., & Germain, J. (2020). Migrant health situation when detained in European immigration detention centres: a synthesis of extant qualitative literature. International journal of prisoner health, 16 3, 221-236 ↩︎ 7. Melting Pot Europa. (2026, 12 agosto). La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere ↩︎ 8. (2024). Doctors should not declare anyone fit to be held in immigration detention centres. BMJ, 384 ↩︎ 9. Davies, T., Isakjee, A., & Dhesi, S. (2017). Violent Inaction: The Necropolitical Experience of Refugees in Europe. Antipode, 49, 1263-1284 ↩︎ 10. Goffman, E. (1962). Asylums: Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates ↩︎ 11. Zhong, S., M., Yu, R., Perry, A., Hawton, K., Shaw, J., & Fazel, S. (2021). Risk factors for suicide in prisons: a systematic review and meta-analysis. The Lancet. Public Health, 6, e164 – e174 ↩︎ 12. Cohen, J. (2008). Safe in our hands?: a study of suicide and self-harm in asylum seekers. Journal of forensic and legal medicine, 15 4, 235-44 ↩︎ 13. Associazione Antigone. (2025). Focus suicidi. XXI Rapporto sulle condizioni di detenzione ↩︎ 14. Citata in Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 15. Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. (2024, 18 aprile). La FNOMCeO accoglie l’appello della SIMM sui CPR e diritto alla salute. Portale FNOMCeO ↩︎ 16. Pont, J., Stöver, H., & Wolff, H. (2012). HEALTH POLICY AND ETHICS Resolving Ethical Conflicts in Practice and Research Dual Loyalty in Prison Health Care ↩︎ 17. Campesi, G. (2024). Regulating mobility through detention: Understanding the new geography of control and containment at the Southern European border. Theoretical Criminology, 28, 554 – 576 ↩︎
Palazzo San Gervasio, la morte di Lassoued Dhoui e la rivolta nel CPR
Il 10 agosto un uomo tunisino di 30 anni è morto nel centro per il rimpatrio lucano. Era stato trasferito lì nonostante un documento medico ne attestasse la vulnerabilità. Dopo la sua morte, la protesta delle persone trattenute è stata repressa con idranti e arresti. L’Assemblea Lucana No CPR: «Una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». Lassoued Dhoui è morto nel pomeriggio del 10 agosto 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio. Aveva trent’anni, era cittadino tunisino e si trovava nel centro da circa due settimane. Interviste/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI LASSOUED DHOUI A PALAZZO SAN GERVASIO: IL SISTEMA CPR CONTINUA AD UCCIDERE La testimonianza di Yasmine Accardo e Francesca Viviani dell’Assemblea Lucana No CPR Redazione 12 Agosto 2026 La Procura della Repubblica di Potenza ha parlato di un «gesto estremo», riconducendo la morte a un suicidio avvenuto dopo la notizia della convalida del trattenimento. Una ricostruzione respinta dall’Assemblea Lucana No CPR, che nel comunicato diffuso il 14 agosto parla invece di «una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». > «Noi diciamo che è stata una morte annunciata», scrive l’Assemblea. «Noi > diciamo che è stato un omicidio di Stato». Parole che arrivano dopo settimane di tensione all’interno del CPR lucano e a pochi giorni dal secondo anniversario della morte di Oussama Darkaoui, deceduto nella stessa struttura il 5 agosto 2024. Il 5 agosto scorso l’Assemblea era tornata davanti ai cancelli di Palazzo San Gervasio proprio per ricordarlo e chiedere verità sulla sua morte. Per la rete, quanto accaduto a Lassoued non può essere letto come un episodio isolato. «Non è una coincidenza, non è una tragica fatalità», si legge nel comunicato. «È il funzionamento fisiologico di un dispositivo di detenzione amministrativa che porta strutturalmente sofferenza e morte». Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 LE PROTESTE PRIMA DELLA MORTE Nelle settimane precedenti la morte di Lassoued, all’interno del CPR erano già in corso proteste. Le persone trattenute denunciavano il caldo, le condizioni del centro, l’assenza di cibo adeguato e la mancanza di assistenza sanitaria. Secondo l’Assemblea, venivano segnalate anche «la difficoltà di accesso delle ambulanze, la somministrazione massiccia e incontrollata di psicofarmaci al posto delle cure, l’assenza di assistenza dell’infermeria interna, l’abbandono». Le proteste, continuavano a partire da una richiesta fondamentale: la libertà. > «Per la libertà, una parola che arriva forte e senza tregua dall’altra parte > del muro», scrive l’Assemblea. È dentro questo contesto che viene collocata la vicenda di Lassoued. Secondo quanto riferito nel comunicato, il trentenne era stato trasferito a Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della morte con un documento medico che attestava condizioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nel centro. «Lassoued era stato trasferito nel CPR di Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della sua morte con un documento medico che attestava le sue condizioni di vulnerabilità: non idonee alla permanenza nel centro», denuncia l’Assemblea. La mattina del 10 agosto il giudice di pace di Melfi aveva convalidato il trattenimento per novanta giorni. Nel pomeriggio Lassoued è morto. «Aveva le carte in mano per essere liberato. Lo chiedeva, lo rivendicava da giorni», si legge nel comunicato. > «Non voleva morire: voleva uscire vivo da lì, voleva essere libero». LA RIVOLTA DOPO LA MORTE La morte di Lassoued ha fatto esplodere la protesta delle persone trattenute. Secondo la ricostruzione dell’Assemblea, il corpo dell’uomo è rimasto per ore a terra mentre attorno a lui si sviluppava una protesta collettiva. «Lassoued è rimasto ore sul terreno. Attorno a lui il dolore collettivo, la protesta di autodeterminazione e la rabbia dei compagni solidali». La risposta delle forze dell’ordine, denuncia la rete, è stata caratterizzata da una massiccia operazione repressiva: «Lo Stato ha risposto con gli idranti, l’irruzione massiccia e feroce dentro i moduli, le botte e gli arresti». Nella stessa notte, secondo il comunicato, diverse persone trattenute avrebbero tentato gesti autolesivi o ingerito oggetti e sostanze per attirare l’attenzione degli operatori. «Chi aveva ingerito detersivo, chi vetro, chi in crisi respiratoria», racconta l’Assemblea. E denuncia ancora una volta uno squilibrio tra repressione e assistenza: «Il rapporto tra repressione e cura dentro i lager CPR non è nuovo». Per le attiviste, la conseguenza è stata anche giudiziaria: «Chi ha reagito è stato picchiato. Chi ha alzato la voce è stato arrestato. Chi si ribella, ancora una volta, diventa imputato». LE DENUNCE SULL’ASSISTENZA A LASSOUED Il 12 agosto il Tribunale di Potenza ha convalidato l’arresto di tre persone trattenute, indicate nel comunicato con le iniziali B., D. e A. Tra le accuse figura anche quella di promozione di rivolte nei centri per il rimpatrio, introdotta dal decreto-legge del marzo 2025. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere. La giudice ha disposto invece il divieto di dimora in Basilicata, riconoscendo che i tre sono incensurati e che la loro condotta è maturata «in uno specifico contesto ambientale e relazionale», individuato nel CPR. Nell’ordinanza vengono riportate anche le dichiarazioni dei tre arrestati sulle condizioni di Lassoued nei giorni precedenti la morte. Secondo quanto riferito dall’Assemblea, i tre hanno raccontato che il trentenne «era in condizioni di grave sofferenza da tempo» e «aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute». Uno degli arrestati, inoltre, avrebbe cercato di segnalare agli operatori che Lassoued poteva essere in pericolo. L’ordinanza, riferisce il comunicato, parla in questo caso di mancato «adeguato intervento». Per l’Assemblea, la rivolta deve essere letta alla luce di queste circostanze. «La rivolta che ha portato agli arresti di B., D. e A. non è stata un atto criminale», sostiene la rete. «È stata la conseguenza diretta e inevitabile della rabbia di chi ha visto morire un compagno che chiedeva aiuto da giorni e non era stato ascoltato». E ancora: «Chi, in quelle condizioni, sarebbe rimasto in silenzio? Chi, dopo giorni di grida inutili conclusi con un cadavere davanti agli occhi, non avrebbe reagito?». Il divieto di dimora in Basilicata comporta il trasferimento dei tre arrestati in altri CPR. Una decisione che l’Assemblea contesta perché riguarda persone che conoscevano Lassoued e che hanno assistito direttamente agli ultimi momenti della sua vita. «Testimoni diretti della morte di Lassoued, sradicati dal luogo dei fatti, separati dai loro compagni, spostati altrove», scrivono. Per l’Assemblea, il rischio è quello di disperdere le testimonianze: «Ogni testimone trasferito è una voce in meno per raccontare cosa è successo quel pomeriggio». «Non siamo giornaliste. Non siamo investigatrici», si legge nel comunicato. «Non è compito nostro accertare la dinamica esatta della morte di Lassoued». Ma aggiunge: «Comunque vadano quelle indagini, nessuna ricostruzione minuto per minuto cancellerà che Lassoued è stato ucciso dal sistema CPR». LA MORTE DI LASSOUED E QUELLA DI OUSSAMA Nel comunicato, l’Assemblea collega la morte di Lassoued a una sequenza più ampia di morti legate alle politiche di frontiera e alla detenzione amministrativa. «Il 10 agosto 2026 muore Lassoued Dhoui nel CPR di Palazzo San Gervasio. Il 5 agosto 2024, esattamente due anni prima, moriva Oussama Darkaoui nello stesso posto. Il 19 luglio 2026, a Bologna, moriva Abderrahim Fakir». «Non sono coincidenze», sostiene la rete. «Sono le persone che si portano addosso la violenza securitaria e strumentale della fortezza Europa, dei confini e del razzismo strutturale, dello sfruttamento, dell’impero, della propaganda sulla reimigrazione». L’Assemblea definisce quella di Lassoued «l’ennesima storia di un omicidio di Stato»: «Una persona in grave affanno ha provato a fare sentire la sua voce e non è stata ascoltata. Nessuna voce della rivolta è stata ascoltata». Infine si annuncia che si continuerà a mantenere la propria presenza davanti al CPR di Palazzo San Gervasio e a rispondere al telefono SOS per le persone trattenute. «Continueremo a portare fuori le voci di chi dentro non può parlare», scrive l’Assemblea Lucana No CPR. Le richieste restano quelle che accompagnano da sempre la sua attività: «Libertà di movimento. Chiusura definitiva del CPR di Palazzo San Gervasio. Chiusura di tutti i CPR. Fine della detenzione amministrativa». > «Nessuno deve stare chiuso ostaggio lì dentro. Nessuno».
La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere
Yasmine e Francesca, dell’Assemblea Lucana No CPR, raccontano le ore successive alla morte del giovane tunisino di trent’anni nel CPR di Palazzo San Gervasio: le condizioni della struttura, le richieste di aiuto dall’interno, gli interventi delle forze dell’ordine e le proteste dei trattenuti. L’Assemblea è rimasta sul posto per circa dodici ore, mantenendo attraverso il telefono SOS un contatto continuo con le persone all’interno e garantendo, per quanto possibile, il diritto di difesa. «I CPR vanno chiusi». DA ANNI DENUNCIATE LE CONDIZIONI DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO. COSA È ACCADUTO IERI? Da molto tempo, come attivisti e attiviste dell’Assemblea Lucana No CPR, denunciamo la mancanza di assistenza sanitaria, la presenza di persone in condizioni di grave fragilità che non dovrebbero essere trattenute e le carenze igienico-sanitarie della struttura. Denunciamo anche le condizioni dei moduli e il caldo (gestito da “Officine sociali” con solo 4 litri di acqua potabile al giorno) che in questo ultimo periodo ha ulteriormente esasperato una situazione già critica. Ieri è morto all’interno del CPR un cittadino tunisino di trent’anni, una persona che, secondo le certificazioni mediche, non era idonea al trattenimento. Per noi è un morto di Stato, ancora una volta nelle mani di un sistema che uccide, umilia e devasta le persone che vi vengono rinchiuse. Da anni chiediamo la definitiva chiusura di questi luoghi di umiliazione, devastazione e patogeni. COSA SAPETE DELLE CIRCOSTANZE DELLA MORTE? Il giovane non era idoneo alla vita in comunità ristretta per gravi problemi psichiatrici. La sua insofferenza al trattenimento era motivo di scherno da parte delle forze dell’ordine. I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di 90 giorni, conseguenza dell’udienza innanzi al giudice di pace di Melfi della mattina della morte. Molti dei detenuti hanno assistito alla morte di Lassoued e ci dicono che “hanno ancora il suo sangue negli occhi” e che hanno deciso di ribellarsi alla violenza del CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 Per noi, è il “sistema CPR” che ha portato alla morte di questa persona che, tra l’altro, sappiamo non sopportasse di vivere in una gabbia, di stare in un modulo di cemento. Dormiva su un materasso nell’unico spazio comune del centro: una lastra di cemento circondata da alte sbarre d’acciaio. Anche questo racconta le condizioni in cui si trovano le persone trattenute. in una giornata di forti tensioni, di confusione e difficoltà nella gestione del centro tra le forze dell’ordine (adibite alla tutela dell’ordine pubblico all’interno del CPR) e l’Ente Gestore, Lassoued, probabilmente durante un tentativo di contenzione del suo giusto malessere, chiuso in una gabbia, pur di sottrarsi ad un ulteriore limitazione della sua libertà, non ha potuto fare altro che cercare scampo arrampicandosi sul tetto della gabbia, da dove è precipitato. non si voleva uccidere: ci sentiamo di dirlo perchè lo abbiamo guardato negli occhi poche ore prima che morisse. Aveva le “carte in mano” per essere liberato, lo voleva. Lo gridava, lo reclamava: chiedeva di essere liberato. Voleva uscire, vivo, non nel carro funebre: perchè così si esce dal CPR di Palazzo san Gervasio con la gestione di Officine Sociali”!  COSA È SUCCESSO DOPO LA MORTE? La morte è avvenuta davanti agli occhi delle altre persone trattenute che nell’immediato hanno iniziato a protestare contro tutto il sistema, tra l’altro preoccupati che potessero morire anche loro.  Il fumo degli incendi, la contenzione delle forze dell’ordine, la rabbia, il caldo estremo hanno causato malori tra i trattenuti che ci chiedevano di chiamare le ambulanze. A., trattenuto nonostante una resezione epatica e che quindi non dovrebbe essere trattenuto in quella struttura, ha avuto una crisi respiratoria.  Un’altra persona è stata portata in ospedale dopo aver ingerito dei detersivi. Un’altra aveva ingerito vetro. > «Non è un episodio critico, non è un’eccezione, è un morto conseguenza di un > sistema» Nel mentre, entravano forze dell’ordine, sono stati utilizzati gli idranti per spegnere gli incendi; la Guardia di Finanza è entrata nei moduli per arrestare chi protestava. Quello che abbiamo visto è una violenza sistemica che diventa violenza concreta sui corpi delle persone, soprattutto dopo una morte che, per noi, è il prodotto delle condizioni patogene di quel luogo. VOI SIETE RIMASTI FUORI DAL CPR PER MOLTE ORE. COSA AVETE VISTO? Siamo rimasti sul posto per circa dodici ore, tra ambulanze, Guardia di Finanza e Polizia.  Siamo rimasti in contatto continuo con le persone trattenute attraverso il telefono SOS, anche per garantire il diritto di difesa, che non sempre viene adeguatamente assicurato. Nei giorni precedenti, per esempio, ad alcuni avvocati che dovevano svolgere colloqui difensivi non era stato consentito di accedere, con la motivazione di dover garantire l’ordine pubblico. Abbiamo avvisato parlamentari e la Garante provinciale, che è arrivata sul posto ma non è entrata nel CPR. Ha raccolto soltanto le dichiarazioni del prefetto vicario. La Garante, quindi, non ha verificato le condizioni delle persone trattenute. QUAL È LA SITUAZIONE IN QUESTE ORE? Le persone che abbiamo sentito avevano ancora negli occhi il sangue del giovane morto. C’è la sensazione costante di trovarsi dentro qualcosa che uccide, se non fisicamente, almeno dentro. Continuiamo a ricevere richieste di aiuto e notizie di persone devastate. Gli atti di autolesionismo all’interno del CPR sono all’ordine del giorno. Parliamo di persone a cui vengono continuamente somministrati psicofarmaci e che non dovrebbero essere lì. Per questo chiediamo anche attenzione per le persone che, oltre a subire queste violenze quotidiane, hanno assistito alla morte, e supporto per la famiglia del ragazzo. COSA CHIEDETE ADESSO? Chiediamo che questa ennesima vicenda non cada nel vuoto. Nei prossimi giorni, insieme alle altre realtà locali, torneremo a presidiare e batterci accanto alle persone trattenute. Abbiamo chiesto la presenza di parlamentari, soprattutto per garantire alle persone la possibilità di essere ascoltate e per portare fuori da quelle mura ciò che sta accadendo, per non far cadere questa ennesima vicenda nell’oblio. La morte di questo giovane tunisino non arriva per caso. È il frutto di un sistema di repressione e di annichilimento delle persone che vengono rinchiuse nei CPR. Per questo, insieme all’Assemblea Lucana No CPR, chiediamo Verità per Oussama, Lassoued e tutti i morti di CPR e delle necropolitiche di frontiera e continueremo a chiedere una cosa sola: la chiusura definitiva dei CPR.
La morte di L.D. non è un “evento critico”. È una morte di CPR
Nel linguaggio burocratico dei CPR, quanto accaduto ieri pomeriggio a Palazzo San Gervasio viene definito un “evento critico”. Nella realtà, è morto un ragazzo di trent’anni, nato in Tunisia nel 1996, probabilmente entrato nel Centro della provincia di Potenza nonostante una storia di fragilità alle spalle. La sua morte, nel gergo del CPR, rischia così di diventare soltanto un altro “evento critico”. Ma il passato e il presente del CPR di Palazzo San Gervasio sono pieni di eventi critici che sembrano essere ormai una costante drammatica di questa struttura. Solamente tra gennaio 2026 e luglio 2026 i c.d. eventi critici registrati dall’ente gestore della struttura sono stati 67 (atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, ecc). Numeri impressionanti che danno il senso della drammaticità della condizione del CPR di Palazzo San Gervasio e che rappresentano una condizione di criticità cronica nella gestione del Centro da parte di tutti i soggetti coinvolti (pubblici e privati). Purtroppo, nonostante le numerose segnalazioni, le denunce, i procedimenti in corso, i pronunciamenti del Consiglio di Stato e della Corte costituzionale, il sistema CPR in Basilicata continua a funzionare così. Certificazioni di idoneità superficiali e rilasciate sotto pressioni delle Questure di turno. Verifiche in sede di udienza di convalida sulla documentazione medica inesistenti. Screening sanitari nelle strutture del tutto assenti e perdurante stato di abbandono di soggetti fragili all’interno di una struttura che non è in grado di assicurare i minimi standard di assistenza sanitaria richiesti dalla legge. D’altra parte è la stessa Prefettura di Potenza a confermare che “… ad oggi non sono stati sottoscritti protocolli di prevenzione del rischio suicidario e autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D territorialmente competente, e non risultano intervenute modifiche al contratto di gestione del CPR in essere per adeguamenti a sentenze della giustizia amministrativa o in attuazione della Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166” (riscontro del 29.07.2026). In questo quadro si inserisce quanto accaduto ieri pomeriggio nel CPR di Palazzo San Gervasio. PH: Assemblea lucana NO CPR Non un semplice evento critico ma il decesso di un trentenne per cause che sono tutte da accertare. Sbrigativamente si è parlato di incidente e di suicidio ma il quadro che emerge dalle testimonianze raccolte dalla viva voce di chi era presente al momento dei fatti è più complesso e merita i dovuti approfondimenti. Le indagini dovranno fare il loro corso e siamo sicuri che verranno eseguite a 360 gradi per verificare tutto quanto accaduto prima, durante e dopo il tragico evento. Il quadro generale rappresentato dai numeri sopra citati e dalle mancanze gestionali e organizzative del CPR di Palazzo San Gervasio non può portare a rubricare quanto accaduto come un semplice incidente e speriamo che la Procura della Repubblica tenga in debita considerazione tutti questi dati, tutti questi elementi e anche molti altri. Infatti, la morte del giovane L.D. non è un accadimento isolato ma si inserisce in un clima di forte tensione presente da settimane e nel contesto più generale di un sistema di detenzione amministrativa che determina solamente sofferenza e morte. Tensioni e sofferenze che sono sfociate, dopo la morte di L.D., in una comprensibile protesta da parte degli altri trattenuti. Proteste che sono durante per diverse ore e che sono state vissute in diretta da chi fuori dal cancello del CPR portava solidarietà ai trattenuti. Proteste che hanno portato all’arresto di diversi ragazzi, le vittime che diventano i colpevoli. Nel ricordare quanto accaduto ieri non possiamo non evidenziare un dato importante. L.D. è morto il 10 agosto del 2026, esattamente due anni fa, nella stessa struttura moriva Oussama Darkaoui. Non sono soltanto coincidenze, non si tratta di tragiche fatalità. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA PER NON DIMENTICARE OUSSAMA DARKAOUI, MORTO DI CPR Quanto accaduto al giovane svela tutta l’ipocrisia del mondo occidentale Avv. Arturo Raffaele Covella 5 Agosto 2026 Purtroppo il sistema CPR è questo e produce questo. Non si può continuare a far finta di niente, a guardare dall’altra parte. Il Cpr di Palazzo San Gervasio va immediatamente chiuso. Che cosa deve accadere ancora prima che le istituzioni di questo Paese prendano coraggio e dimostrino di avere un volto umano? Cosa deve accadere ancora prima che si arrivi a rispettare la legge da parte di chi pretende dagli altri il rispetto delle leggi? Quanti ragazzi ancora devono morire prima che la politica locale assuma la responsabilità di chiedere a gran voce la chiusura del CPR di Palazzo San Gervasio e lo faccia con atti ufficiali? In attesa di risposte che non arriveranno, continuiamo questa drammatica conta.
Bulgaria – Una protesta dei richiedenti asilo detenuti in base al nuovo Patto Ue è stata brutalmente repressa dalla polizia
«Libertà. Hurriya. Open camp!». Per settimane le persone recluse nel centro di detenzione di Pastrogor, nel sud della Bulgaria, a pochi chilometri dal confine turco, hanno protestato contro la privazione della libertà imposta nell’ambito delle nuove procedure di frontiera previste dal Patto europeo su migrazione e asilo. Il 26 luglio, dopo un momento di protesta dei detenuti, è arrivata una brutale repressione. Secondo quanto denunciato dal Collettivo Rotte Balcaniche e dalle persone recluse nel centro, agenti di polizia hanno invaso l’edificio con il volto coperto da passamontagna, hanno spento le telecamere di sorveglianza e hanno picchiato e torturato i prigionieri. «La vendetta è stata brutale», racconta in un comunicato stampa l’organizzazione solidale che da diversi anni è presente nel Paese con diverse attività di supporto alle persone migranti e che da settimane mantiene i contatti con l’interno della struttura. «Alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani e alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue. Almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto.» Tra le persone picchiate, denunciano ancora lə attivistə, ci sarebbero stati anche dei minori, «che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione». Le proteste in realtà andavano avanti da settimane, dall’implementazione del nuovo Patto il 12 giugno scorso. Molti detenuti avevano iniziato uno sciopero della fame, rifiutando «il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati». Altri avevano organizzato contestazioni nella mensa, chiedendo «cibo aggiuntivo e di migliore qualità». La risposta, racconta il Collettivo, era già stata violenta: «Almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta». Ma la richiesta fondamentale dei richiedenti asilo detenuti non riguardava soltanto le condizioni di vita all’interno del centro. «La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa». In una lettera collettiva, le persone recluse chiedevano «il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo». Chiedevano inoltre «di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata», informazioni che, secondo il Collettivo Rotte Balcaniche, sarebbero state sistematicamente negate. Il 26 luglio, mentre all’esterno del centro lə attivistə portavano «un saluto solidale», all’interno le persone detenute scandivano «Libertà», «Hurriya» e «Open camp! Open camp!». Alcune hanno anche tentato di evadere. «Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia». Secondo il collettivo, dopo il pestaggio la polizia avrebbe distrutto numerosi telefoni cellulari «rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri». Dodici persone sono poi state trasferite in una stazione di polizia, trattenute per ventiquattro ore e costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano «a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro». Una delle persone detenute sintetizza così il motivo della protesta: «Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica». Il centro di Pastrogor – caratterizzato da un’architettura carceraria e situato in un luogo molto isolato – è stato inaugurato nel 2012 come struttura aperta destinata ai richiedenti asilo. Nel dicembre 2025 le autorità bulgare ne hanno modificato la funzione, trasformandolo in un centro di detenzione per richiedenti asilo considerati “minacce per la sicurezza nazionale“. Dal 12 giugno, invece, all’interno del centro viene applicata la nuova asylum border procedure, introdotta dal Patto europeo, che amplia il ricorso alla detenzione durante l’esame delle domande di protezione internazionale per un massimo di tre mesi. Mentre i tempi della detenzione si allungano, la nuova normativa riduce a soli sette giorni il termine entro cui presentare ricorso contro il (probabile) diniego dell’asilo. Un limite che, in assenza di un’adeguata informazione giuridica e di un’effettiva assistenza legale, compromette concretamente il diritto alla difesa. Contestualmente, nell’ultimo anno sono aumentate le deportazioni dal Paese, in particolare quelle effettuate come “rimpatri volontari”, realizzati con il coinvolgimento di Frontex e dell’IOM, che di volontario non hanno nulla. «Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Unione europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno», conclude il Collettivo Rotte Balcaniche. Ph: Collettivo Rotte Balcaniche