Intervista a Vincenzo del Collettivo anarchico Bakunin di Roma sugli anarchici in Ucraina

Pressenza - Tuesday, June 30, 2026

Vincenzo, tu fai parte del gruppo anarchico Mikhail Bakunin aderente alla
Federazione Anarchica Italiana, collegata all’IFA. Qual è la peculiarità
del vostro gruppo e cosa vi distingue dagli altri movimenti italiani?
Il gruppo Mikhail Bakunin si riconosce nella tradizione dell’anarchismo comunista e
federativo sviluppatasi da Bakunin, Malatesta e Fabbri, e aderisce alla Federazione
Anarchica Italiana, che a sua volta è parte dell’Internazionale delle Federazioni Anarchiche
(IFA-AIF).
La nostra peculiarità non è quella di possedere una “linea” da imporre, ma di praticare il
federalismo libertario: autonomia dei gruppi, responsabilità individuale, rifiuto di qualsiasistruttura verticistica. Non siamo un partito né aspiriamo a diventare una classe  dirigente.
L’anarchismo, per noi, non consiste nel conquistare il potere, ma nel renderlo superfluo
attraverso l’autorganizzazione delle persone.
Questo ci distingue tanto dai movimenti autoritari quanto da molte organizzazioni politiche che, pur parlando di emancipazione, finiscono inevitabilmente per riprodurre forme di comando.

Come mai in Ucraina esiste una significativa presenza anarchica di cui si
parla poco?
L’Ucraina possiede una tradizione libertaria molto più antica della guerra attuale.
L’esperienza della Machnovščina non nasce improvvisamente con Nestor Machno, ma affonda le proprie radici nelle rivolte contadine, nelle comuni rurali, nelle pratiche di autogoverno e nelle organizzazioni operaie sviluppatesi tra la fine dell’Ottocento e la Rivoluzione del 1917.


Volin descrive bene come il movimento anarchico fosse una realtà popolare, non il progetto personale di un capo carismatico.
Oggi esistono gruppi molto differenti tra loro. Alcuni operano sul terreno sociale, altri fanno mutualismo, altri ancora hanno scelto di partecipare militarmente alla difesa dell’Ucraina.
Parlare genericamente “degli anarchici ucraini” è quindi fuorviante.
L’attenzione mediatica italiana tende invece a semplificare tutto dentro la contrapposizione Russia-NATO, facendo sparire la pluralità delle esperienze libertarie.

Molti anarchici italiani hanno ormai rapporti difficili con il principale
ambiente anarchico ucraino. Perché?
Il motivo fondamentale riguarda la diversa interpretazione dell’internazionalismo.
Una parte consistente del movimento anarchico italiano ritiene che partecipare stabilmente all’apparato militare di uno Stato significhi inevitabilmente rafforzarne le strutture di dominio, anche quando ciò avviene per respingere un’invasione.
Molti anarchici ucraini, invece, ritengono che senza la difesa armata non esisterebbero più gli spazi minimi nei quali sviluppare qualsiasi pratica libertaria. Si tratta di un dissenso reale, che nasce da condizioni storiche profondamente differenti.
Ciò che sarebbe sbagliato è trasformare questo dissenso in una scomunica reciproca. La
tradizione anarchica ha sempre privilegiato il confronto franco piuttosto che la disciplina
ideologica.

Che idea ti sei fatto della guerra in Ucraina?
L’aggressione russa costituisce una guerra imperialista. Ma questo non trasforma
automaticamente l’altro fronte nel campo della libertà. Il comunicato della Federazione
Anarchica Italiana è molto chiaro: gli anarchici respingono gli imperialismi contrapposti, la NATO come l’OTSC, e denunciano come siano sempre le classi popolari a pagare il prezzo delle guerre. Da anarchico non scelgo tra due Stati. Scelgo sempre dalla parte delle popolazioni sfruttate, dei disertori, degli obiettori, dei profughi, dei lavoratori costretti a finanziare la guerra e di chi costruisce forme di solidarietà dal basso. L’internazionalismo significa questo: non sostituire una bandiera con un’altra.

Cosa distingue la Machnovščina dalle attuali brigate anarchiche ucraine?
Storicamente le differenze sono profonde. La Machnovščina non nasceva come reparto
militare di uno Stato, ma come espressione armata di un processo rivoluzionario che
cercava di costruire comuni libere, soviet senza partiti, autogestione economica e
federalismo anarchico.
Come ricorda Volin, l’esercito insurrezionale era subordinato ai congressi regionali di
contadini e operai. Lo strumento militare non costituiva il fine. La Machnovščina non va letta come il “proto-esercito nazionale ucraino”, né come una semplice armata contadina. Volin insistette sul fatto che fosse soprattutto un’esperienza di rivoluzione sociale libertaria. Il conflitto militare nasceva dalla necessità di difendere un processo rivoluzionario già in atto, non dal progetto di costruire uno Stato ucraino.
Questa distinzione è fondamentale anche per comprendere perché molti anarchici della FAI e dell’IFA guardino con rispetto alla memoria storica di Machno, ma mantengano al tempo stesso una posizione critica nei confronti dell’inquadramento di anarchici contemporanei dentro uno Stato e il suo esercito. Non si tratta di mettere sullo stesso piano contesti incomparabili, bensì di ricordare che, nella tradizione anarchica classica, il fine non è mai la vittoria di uno Stato sull’altro, ma la liberazione delle persone da ogni forma di dominio.
Le attuali formazioni anarchiche combattono invece prevalentemente all’interno dell’esercito ucraino o comunque coordinate con esso. Questo cambia radicalmente il quadro politico.
Non significa negare il coraggio individuale di chi combatte, ma riconoscere che il contesto storico è completamente diverso.

Esistono gruppi anarchici internazionalisti e antimilitaristi in Ucraina?
Sì. Pur essendo molto meno visibili, esistono anarchici che continuano a mantenere una
posizione antimilitarista e internazionalista. Molti sono impegnati nel mutualismo,
nell’assistenza ai profughi, nell’aiuto ai renitenti alla leva, nella solidarietà sociale o nella
documentazione delle repressioni. Naturalmente operano in condizioni estremamente
difficili. Come sempre accade durante le guerre, le posizioni che rifiutano entrambe le
logiche statali ricevono pochissimo spazio pubblico.

L’anarchismo ha conosciuto esperienze di lotta armata ma anche grandi
pedagogisti antiautoritari. Come concili queste due tradizioni?
L’anarchismo non ha mai fatto della violenza un valore. Ha sempre considerato la violenza una tragica conseguenza delle strutture di dominio. Bakunin, Malatesta, Volin e lo stesso Nestor Machno non celebrano la guerra; cercano piuttosto di comprendere come una rivoluzione possa difendersi quando viene aggredita dagli eserciti degli Stati.
Parallelamente, pensatori come Ferrer, Faure, Tolstoj, pur con differenze importanti,
mostrano che la trasformazione sociale passa soprattutto attraverso l’educazione, la
cultura, l’autogestione e la costruzione quotidiana di rapporti non autoritari. Per un
anarchico la rivoluzione non consiste nell’organizzare un esercito permanente, ma nel creare persone sempre meno disposte ad obbedire.

Rivoluzione armata e nonviolenza: qual è il tuo pensiero personale?
Personalmente penso che l’anarchismo debba mantenere una tensione etica molto forte
contro ogni forma di militarizzazione. Comprendo perché, in determinate condizioni storiche, delle persone decidano di prendere le armi. Non mi sento di giudicare chi vive sotto le bombe. Ma credo che la storia del Novecento dimostri anche un’altra cosa: ogni volta che la struttura militare prende il sopravvento sull’organizzazione sociale, la rivoluzione perde progressivamente il proprio carattere libertario. Per questo continuo a ritenere che la vera forza dell’anarchismo risieda nella capacità di costruire realtà autorganizzate, reti dal basso antiautoritarie, pratiche mutualistiche, solidarietà internazionale, scioperi, autogestione e disobbedienza.
Come scrive Volin nella , l’emancipazione non può essere delegata a nessun esercito e a nessun governo: può essere soltanto opera diretta delle donne e degli uomini che scelgono di organizzarsi liberamente.

(Foto di Mauro Zanella dall’Ucraina)

Mauro Carlo Zanella