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Erri De Luca: “La soluzione è due Stati, uno palestinese e uno israeliano”
Dopo le polemiche seguite alle sue parole a Gerusalemme, lo scrittore risponde sul significato del termine sionismo, sulla soluzione a due Stati e sulle critiche ricevute. Le parole, in tempo di guerra, non sono mai soltanto parole. Possono diventare ponti oppure ferite, chiarimenti oppure detonatori. Le recenti dichiarazioni di Erri De Luca, rilasciate dopo la sua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival, in cui lo scrittore si è definito sionista, hanno acceso una polemica intensa, con reazioni molto dure. La tragedia che si consuma in Palestina, la conta quotidiana delle vittime civili e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico fanno sì che ogni termine assuma un peso enorme. Alcune parole vengono ascoltate nella loro intenzione originaria, altre filtrate attraverso il trauma, la rabbia, la paura, la storia personale e collettiva di ciascuno. Da lettrice che segue da molti anni il lavoro di Erri De Luca, e da giornalista che collabora con Pressenza, ho sentito il bisogno di non fermarmi alle interpretazioni e alle polemiche, ma di cercare un confronto diretto. Queste le domande che gli ho rivolto: Quando dici “sono sionista”, che cosa intendi esattamente? E, al di là delle parole, dei loro significati più stretti o più ampi e delle possibili strumentalizzazioni, qual è la tua visione su come si possa arrivare a una soluzione di pace davanti a questo dramma? Come stai vivendo, sul piano umano e personale, le reazioni così dure che stanno accompagnando queste tue dichiarazioni? Buongiorno Lucia. Sulla parola sionismo ti rimando a una pagina che ho scritto ieri e messa sui canali della rete. Te la riassumo. Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale: sionista è chi riconosce lo Stato d’Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è sionista. Non lo è chi sostiene l’eliminazione di Israele dalla carta geografica. Questa posizione coincide con quella di Hamas. Non con quella dell’OLP che rappresenta una parte del popolo palestinese. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Arafat e Rabin hanno prodotto il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’OLP. Questa constatazione , è sionista chi sostiene la soluzione a due Stati, è stata ricevuta come una provocazione grave. Non è mio intento offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese, che condivido. Dalla distanza raggiunta con l’età vedo possibile e obbligatoria la soluzione a due Stati. Uno palestinese senza la dittatura di Hamas a Gaza, dove il popolo sia libero di indire elezioni e scegliere i propri rappresentanti. E un governo israeliano libero dagli estremisti e dal loro programma di esproprio e annessione di terre palestinesi. Il dolore e l’oppressione del popolo palestinese sarà medicato solo dal risarcimento di uno Stato libero e affrancato dalla guerra. Visto il surriscaldamento dei commenti non credo di raffreddarli, ma devo questa aggiunta a chi ha stima di me e mi vuol bene. Sulla seconda parte , più personale, mi sono già trovato a ricevere vibrate disapprovazioni. Il mio carattere me le fa accettare, perché chi riceve elogi deve anche accogliere il loro contrario. Non gli insulti, che mi sono indifferenti perché non sono argomenti. Le mie poche domande non hanno naturalmente la pretesa di esaurire una questione così complessa, né di offrire risposte definitive. Nascono piuttosto dal bisogno di aprire uno spiraglio di confronto, di chiarire il senso di alcune parole e di offrire ulteriori spunti di riflessione. Ringrazio Erri De Luca per aver accolto questo breve dialogo e per aver condiviso il suo pensiero in un passaggio così delicato. Lucia Montanaro
May 27, 2026
Pressenza
Nursel Aydoğan: Servono passi concreti per una pace duratura
La politica Nursel Aydoğan ha ricordato che Abdullah Öcalan ha descritto i colloqui in corso nell’ambito del “Processo di pace e società democratica” come negoziati condotti con lo “Stato normale”. Ha sostenuto che il motivo per cui la commissione istituita nella Grande assemblea nazionale turca (TBMM) non ha ancora iniziato a preparare le riforme legislative è che i colloqui di Imrali non hanno raggiunto un livello di maturità sufficiente. L’ex parlamentare del Partito democratico dei popoli (HDP), Nursel Aydoğan, ha parlato con ANF degli sviluppi attuali, affermando che, sebbene non si sia ancora instaurata una piena atmosfera di pace nella società, si sta assistendo a un notevole ammorbidimento delle tensioni politiche. Ciononostante, ha sottolineato che il governo non ha ancora intrapreso passi concreti verso la democratizzazione. In seno al parlamento si sono svolte diverse discussioni e sono stati redatti vari rapporti, ma finora non è emersa alcuna normativa concreta. A suo parere, qual è la ragione principale di tutto ciò? Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha dichiarato che i colloqui riguardanti quello che definiamo il processo di “Pace e società democratica” si stanno svolgendo con lo “Stato normale”. Credo che la ragione per cui la commissione istituita presso la Grande assemblea nazionale turca non abbia ancora preparato e presentato al parlamento le riforme legislative e costituzionali risieda nel fatto che le discussioni tra il signor Öcalan e lo Stato di Imrali non abbiano ancora raggiunto un certo livello di maturità. La commissione parlamentare sa infatti che, anche qualora elaborasse e approvasse leggi e disposizioni giuridiche non ancora concordate tra il signor Öcalan e lo Stato, tali misure non avrebbero alcun valore pratico. In altre parole, le riforme legislative dovrebbero essere attuate rapidamente solo dopo aver raggiunto un consenso tra le parti. Una volta raggiunto tale accordo, la presentazione e l’approvazione della legge in parlamento non richiederebbero più di una settimana. Il motivo per cui non si è tenuto alcun incontro negli ultimi 54 giorni potrebbe anche essere che a Imrali sono in corso discussioni su quale debba essere la struttura di queste riforme legali e costituzionali. Perché, come ha affermato lo stesso signor Öcalan, il processo è ormai entrato nella sua seconda fase. Il tempo delle dichiarazioni è passato; ora è il momento dell’azione concreta. Ritiene che l’attuale approccio del governo rappresenti un autentico sforzo per sviluppare la volontà politica di risolvere la questione curda, oppure una politica controllata volta a prolungare il processo? Allo stato attuale, si può affermare che il governo ha un approccio volto a risolvere la questione curda. Tuttavia, esita a dimostrare una forte volontà politica per una soluzione concreta. Infatti, sebbene il partito al governo sia l’attore che dovrebbe intraprendere i passi necessari all’interno del processo, è in realtà il leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, ad aver rilasciato le dichiarazioni e le valutazioni politiche più significative. Ciò potrebbe anche riflettere una divisione dei ruoli all’interno della coalizione di governo. Allo stesso tempo, si può affermare che il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) si concentra principalmente sul garantire che la Turchia esca dal processo di riorganizzazione in corso in Medio Oriente senza subire danni ingenti, preservando al contempo ciò che Bahçeli definisce “la sopravvivenza dello Stato” e la struttura unitaria della repubblica. È inoltre evidente che il governo sta gestendo il processo in modo estremamente controllato al fine di preservare, e possibilmente rafforzare, il proprio potere politico nel corso dei negoziati. Ciò, a sua volta, porta il governo a prolungare deliberatamente il processo nel tempo, secondo i propri calcoli politici. Tuttavia, data l’incertezza che circonda gli sviluppi regionali, in particolare la questione di dove potrebbero condurre le tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele, prolungare il processo potrebbe in definitiva non produrre risultati favorevoli per il governo stesso. Ritiene che l’attuale clima politico in Turchia offra condizioni sufficienti per una soluzione democratica e per il dialogo? Dopo l’appello del signor Öcalan per una “pace e una società democratica” del 27 febbraio, il Partito dei lavoratori del kurdistan (PKK) ha convocato il suo congresso il 5 e 6 maggio e ha annunciato la decisione di sciogliersi e porre fine alla lotta armata. Da allora sono trascorsi quindici mesi. Negli ultimi quindici mesi gli scontri sono cessati. Non si tengono più funerali di soldati o guerriglieri. Sebbene le parti non abbiano compiuto sforzi sufficienti per diffondere e ampliare il processo di pace in tutta la società, e sebbene non si sia ancora instaurata una piena atmosfera di pace in tutta la Turchia, si può comunque parlare di un certo ammorbidimento politico. Tuttavia, in questi 15 mesi non è stato compiuto alcun passo concreto verso la democratizzazione. Il principale partito di opposizione continua a subire forti pressioni politiche e giudiziarie, i commissari nominati dallo Stato sono ancora in carica, la repressione nelle carceri persiste e il trattamento dei detenuti malati, insieme alle decisioni dei comitati di osservazione amministrativa penitenziaria, rimane tra le più gravi violazioni dei diritti umani, in netto contrasto con lo spirito del processo. In definitiva, la condizione più importante affinché il processo possa progredire è il silenzio delle armi. L’assenza di conflitti armati e la fine degli scontri hanno creato una base fondamentale. Se il governo si impegnerà seriamente nei prossimi mesi per ammorbidire il clima politico, raggiungere la pace diventerà molto più facile. Secondo te, quali passi concreti devono essere intrapresi innanzitutto affinché il processo si trasformi in una soluzione duratura e realistica? La richiesta del popolo curdo e di chiunque desideri la pace è la realizzazione di una pace e di una soluzione durature e onorevoli. La prima cosa che deve cambiare è la lingua utilizzata. Perché tutto inizia dalla lingua. Sebbene da parte del governo si siano registrati alcuni progressi in tal senso, questi sono ancora ben lungi dall’essere sufficienti. La sfiducia nei confronti del blocco di governo, soprattutto verso l’AKP, uno dei partiti che guidano il processo, continua a persistere. Se il governo desidera davvero costruire fiducia, e dovrebbe farlo, deve adottare misure concrete per rafforzarla. Ciò può avvenire solo quando la retorica e i fatti procedono di pari passo. Naturalmente, usare un linguaggio positivo e rilasciare dichiarazioni costruttive è importante, ma agire in conformità con tali dichiarazioni lo è ancora di più. Per questo motivo, nell’ambito del “Coordinamento del processo di pace e democratizzazione” proposto da Devlet Bahçeli per il ruolo del signor Öcalan, è necessario stabilire il riconoscimento legale del signor Öcalan quale “Coordinatore del processo di pace e democratizzazione”. Come dimostra anche l’esperienza internazionale, una volta ottenuto tale riconoscimento, il processo può procedere con molta più rapidità. Una volta ottenuto tale status, gli incontri che il signor Öcalan potrebbe tenere a Imrali con giornalisti, accademici, politici, rappresentanti della società civile e organizzazioni sociali democratiche svolgerebbero un ruolo fondamentale nel diffondere il processo e nell’abbattere i pregiudizi all’interno della società. È necessario un quadro giuridico completo che includa la partecipazione dei guerriglieri alla vita politica e sociale, la situazione dei prigionieri politici nelle carceri, i politici in esilio, il ritorno dei curdi che vivono a Maxmur e, naturalmente, la liberazione del signor Öcalan. In altre parole, è necessaria una chiara tabella di marcia affinché questo processo possa procedere con successo ed evitare gravi battute d’arresto. Il popolo curdo è pronto a vivere insieme in modo equo e libero all’interno di una repubblica democratica. Anche i guerriglieri hanno ripetutamente affermato che, una volta adottate le leggi necessarie, sono pronti a tornare nel loro paese e a partecipare alla vita politica democratica. Ora, la responsabilità di intraprendere azioni per la pace e una soluzione spetta al governo. Gli ultimi 15 mesi hanno dimostrato sia al popolo turco sia al governo, in quanto controparte del processo, quanto sia preziosa la pace. Per questo motivo, è giunto il momento che il governo agisca, senza condizioni né esitazioni, in nome del futuro democratico della Turchia. L'articolo Nursel Aydoğan: Servono passi concreti per una pace duratura proviene da Retekurdistan.it.
May 24, 2026
Retekurdistan.it
Nursel Aydoğan: Servono passi concreti per una pace duratura
La politica Nursel Aydoğan ha ricordato che Abdullah Öcalan ha descritto i colloqui in corso nell’ambito del “Processo di pace e società democratica” come negoziati condotti con lo “Stato normale”. Ha sostenuto che il motivo per cui la commissione istituita nella Grande assemblea nazionale turca (TBMM) non ha ancora iniziato a preparare le riforme legislative è che i colloqui di Imrali non hanno raggiunto un livello di maturità sufficiente. L’ex parlamentare del Partito democratico dei popoli (HDP), Nursel Aydoğan, ha parlato con ANF degli sviluppi attuali, affermando che, sebbene non si sia ancora instaurata una piena atmosfera di pace nella società, si sta assistendo a un notevole ammorbidimento delle tensioni politiche. Ciononostante, ha sottolineato che il governo non ha ancora intrapreso passi concreti verso la democratizzazione. In seno al parlamento si sono svolte diverse discussioni e sono stati redatti vari rapporti, ma finora non è emersa alcuna normativa concreta. A suo parere, qual è la ragione principale di tutto ciò? Il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan ha dichiarato che i colloqui riguardanti quello che definiamo il processo di “Pace e società democratica” si stanno svolgendo con lo “Stato normale”. Credo che la ragione per cui la commissione istituita presso la Grande assemblea nazionale turca non abbia ancora preparato e presentato al parlamento le riforme legislative e costituzionali risieda nel fatto che le discussioni tra il signor Öcalan e lo Stato di Imrali non abbiano ancora raggiunto un certo livello di maturità. La commissione parlamentare sa infatti che, anche qualora elaborasse e approvasse leggi e disposizioni giuridiche non ancora concordate tra il signor Öcalan e lo Stato, tali misure non avrebbero alcun valore pratico. In altre parole, le riforme legislative dovrebbero essere attuate rapidamente solo dopo aver raggiunto un consenso tra le parti. Una volta raggiunto tale accordo, la presentazione e l’approvazione della legge in parlamento non richiederebbero più di una settimana. Il motivo per cui non si è tenuto alcun incontro negli ultimi 54 giorni potrebbe anche essere che a Imrali sono in corso discussioni su quale debba essere la struttura di queste riforme legali e costituzionali. Perché, come ha affermato lo stesso signor Öcalan, il processo è ormai entrato nella sua seconda fase. Il tempo delle dichiarazioni è passato; ora è il momento dell’azione concreta. Ritiene che l’attuale approccio del governo rappresenti un autentico sforzo per sviluppare la volontà politica di risolvere la questione curda, oppure una politica controllata volta a prolungare il processo? Allo stato attuale, si può affermare che il governo ha un approccio volto a risolvere la questione curda. Tuttavia, esita a dimostrare una forte volontà politica per una soluzione concreta. Infatti, sebbene il partito al governo sia l’attore che dovrebbe intraprendere i passi necessari all’interno del processo, è in realtà il leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, ad aver rilasciato le dichiarazioni e le valutazioni politiche più significative. Ciò potrebbe anche riflettere una divisione dei ruoli all’interno della coalizione di governo. Allo stesso tempo, si può affermare che il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) si concentra principalmente sul garantire che la Turchia esca dal processo di riorganizzazione in corso in Medio Oriente senza subire danni ingenti, preservando al contempo ciò che Bahçeli definisce “la sopravvivenza dello Stato” e la struttura unitaria della repubblica. È inoltre evidente che il governo sta gestendo il processo in modo estremamente controllato al fine di preservare, e possibilmente rafforzare, il proprio potere politico nel corso dei negoziati. Ciò, a sua volta, porta il governo a prolungare deliberatamente il processo nel tempo, secondo i propri calcoli politici. Tuttavia, data l’incertezza che circonda gli sviluppi regionali, in particolare la questione di dove potrebbero condurre le tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele, prolungare il processo potrebbe in definitiva non produrre risultati favorevoli per il governo stesso. Ritiene che l’attuale clima politico in Turchia offra condizioni sufficienti per una soluzione democratica e per il dialogo? Dopo l’appello del signor Öcalan per una “pace e una società democratica” del 27 febbraio, il Partito dei lavoratori del kurdistan (PKK) ha convocato il suo congresso il 5 e 6 maggio e ha annunciato la decisione di sciogliersi e porre fine alla lotta armata. Da allora sono trascorsi quindici mesi. Negli ultimi quindici mesi gli scontri sono cessati. Non si tengono più funerali di soldati o guerriglieri. Sebbene le parti non abbiano compiuto sforzi sufficienti per diffondere e ampliare il processo di pace in tutta la società, e sebbene non si sia ancora instaurata una piena atmosfera di pace in tutta la Turchia, si può comunque parlare di un certo ammorbidimento politico. Tuttavia, in questi 15 mesi non è stato compiuto alcun passo concreto verso la democratizzazione. Il principale partito di opposizione continua a subire forti pressioni politiche e giudiziarie, i commissari nominati dallo Stato sono ancora in carica, la repressione nelle carceri persiste e il trattamento dei detenuti malati, insieme alle decisioni dei comitati di osservazione amministrativa penitenziaria, rimane tra le più gravi violazioni dei diritti umani, in netto contrasto con lo spirito del processo. In definitiva, la condizione più importante affinché il processo possa progredire è il silenzio delle armi. L’assenza di conflitti armati e la fine degli scontri hanno creato una base fondamentale. Se il governo si impegnerà seriamente nei prossimi mesi per ammorbidire il clima politico, raggiungere la pace diventerà molto più facile. Secondo te, quali passi concreti devono essere intrapresi innanzitutto affinché il processo si trasformi in una soluzione duratura e realistica? La richiesta del popolo curdo e di chiunque desideri la pace è la realizzazione di una pace e di una soluzione durature e onorevoli. La prima cosa che deve cambiare è la lingua utilizzata. Perché tutto inizia dalla lingua. Sebbene da parte del governo si siano registrati alcuni progressi in tal senso, questi sono ancora ben lungi dall’essere sufficienti. La sfiducia nei confronti del blocco di governo, soprattutto verso l’AKP, uno dei partiti che guidano il processo, continua a persistere. Se il governo desidera davvero costruire fiducia, e dovrebbe farlo, deve adottare misure concrete per rafforzarla. Ciò può avvenire solo quando la retorica e i fatti procedono di pari passo. Naturalmente, usare un linguaggio positivo e rilasciare dichiarazioni costruttive è importante, ma agire in conformità con tali dichiarazioni lo è ancora di più. Per questo motivo, nell’ambito del “Coordinamento del processo di pace e democratizzazione” proposto da Devlet Bahçeli per il ruolo del signor Öcalan, è necessario stabilire il riconoscimento legale del signor Öcalan quale “Coordinatore del processo di pace e democratizzazione”. Come dimostra anche l’esperienza internazionale, una volta ottenuto tale riconoscimento, il processo può procedere con molta più rapidità. Una volta ottenuto tale status, gli incontri che il signor Öcalan potrebbe tenere a Imrali con giornalisti, accademici, politici, rappresentanti della società civile e organizzazioni sociali democratiche svolgerebbero un ruolo fondamentale nel diffondere il processo e nell’abbattere i pregiudizi all’interno della società. È necessario un quadro giuridico completo che includa la partecipazione dei guerriglieri alla vita politica e sociale, la situazione dei prigionieri politici nelle carceri, i politici in esilio, il ritorno dei curdi che vivono a Maxmur e, naturalmente, la liberazione del signor Öcalan. In altre parole, è necessaria una chiara tabella di marcia affinché questo processo possa procedere con successo ed evitare gravi battute d’arresto. Il popolo curdo è pronto a vivere insieme in modo equo e libero all’interno di una repubblica democratica. Anche i guerriglieri hanno ripetutamente affermato che, una volta adottate le leggi necessarie, sono pronti a tornare nel loro paese e a partecipare alla vita politica democratica. Ora, la responsabilità di intraprendere azioni per la pace e una soluzione spetta al governo. Gli ultimi 15 mesi hanno dimostrato sia al popolo turco sia al governo, in quanto controparte del processo, quanto sia preziosa la pace. Per questo motivo, è giunto il momento che il governo agisca, senza condizioni né esitazioni, in nome del futuro democratico della Turchia.
May 24, 2026
UIKI ONLUS
Intervista a Radio Onda d’Urto sulla scuola neoliberista tra militarizzazione e riforma del 4+2
Nella puntata del 16 maggio 2026di Scuola Resistente, Mario Sanguinetti, promotore del giovane sindacato SSB (Sindacato Sociale di Base) e tra i fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, torna a parlarci della stretta connessione tra professionalizzazione in chiave “confindustriale” dei tecnici e professionali ridotti a quattro anni e la scuola vista ormai anche come luogo di addestramento più che di formazione critica ed educazione ad una cittadinanza attiva. L’enfasi perdurante data alle cosiddette competenze digitali, le recenti dichiarazioni di un ex-rappresentante delle industrie armiere, Guido Crosetto, l’ossessione nel voler cavalcare l’onda dell’artificiale nella vana speranza di contrastarne le sue ingerenze anchilosanti nei processi di apprendimento e memorizzazione sono tutti segnali che indicano, come rotta futura, una mobilitazione culturale, calata dall’alto, intorno ad una “cultura della difesa” che necessita, appunto, di un reclutamento anche e soprattutto tra i banchi scolastici. Se da un lato, tra le varie aziende che vampirizzano il sistema scolastico negli ITS Academy Leonardo SpA spesso fa capolino, non va mai dimenticato che a Roma, da tre anni scolastici, va avanti indisturbato un liceo pubblico, il Matteucci, direttamente sponsorizzato e finanziato da Leonardo SpA con la sua Fondazione Leonardo – La Civiltà della Macchine, con tanto di “tutor aziendale” e continui andirivieni degli studenti, tra scuola e azienda. Questo liceo è stato inaugurato in pompa magna da Luciano Violante. In tal proposito Mario Sanguinetti, a più riprese, ha ricordato come proprio gli ambienti cosiddetti progressisti, nel corso degli ultimi decenni, siano stati i veri protagonisti della creazione di un sistema educativo asservito all’economia neoliberista, in ultima analisi diremo anche all’economia di guerra, tendente alla standardizzazione tramite, ad esempio, sistemi di valutazione come l’INVALSI, ed una visione economicistica del processo educativo. Si tratta di elementi tutti molto coerenti con, appunto, un’economia di guerra che richiede come atteggiamento, un rispetto a critico delle norme, (la cosiddetta “educazione alla legalità”), una citazione passiva di tutti gli elementi repressivi che si sperimentano in tutte le scuole ormai da anni a partire dai presidi-sceriffo. Dal Berlinguer del sistema dei crediti e del 3+2, ad un Renzi della “buona scuola” in buon compagnia anche di altri ministri sempre del centro-sinistra, sono innumerevoli gli esempi di deriva neoliberista e liberale nell’impostazione generale del sistema formativo ed educativo. Da questo punto di vista, anche la recente ordinanza ministeriale che sistematizza rendendola più operativa e concreta, la possibilità di anticipare al quarto anno l’esame di Stato, rappresenta un passo in avanti inaugurato, appunto, dalla “buona scuola” di Renzi, ma ideato da gestioni precedenti che va nella direzione di un individualismo competitivo e performante: una sorta di corsa verso il mondo del lavoro improntata ad una velocità che rappresenta l’antitesi della formazione non solo culturale ma anche come cittadino-persona consapevole in stretta relazione/collaborazione con altre persone. Ascolta qui l’intervista a Mario Sanguinetti per Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Electrolux dimezza la produzione. Una nuova bomba occupazionale per le Marche
Qualche giorno fa sull’Italia già debilitata a livello economico ed industriale è arrivata la bomba ‘Electrolux’. Il colosso svedese l’11 maggio scorso ha annunciato 1.700 esuberi su un totale di 4.000 addetti. In particolare sono le Marche a pagare il prezzo più di alto di questa scelta: è prevista la chiusura e la dismissione dello stabilimento di Cerreto D’Esi, piccolo centro in provincia di Ancona, a ridosso dell’appennino umbro-marchigiano. Centosettanta lavoratori si ritroveranno di punto in bianco in mezzo alla strada. Un altro colpo che viene inferto a un territorio, quello del fabrianese, famoso nel secolo scorso come il “distretto del bianco” e per la produzione dii elettrodomestici, che dal 2008  ha già subito duri colpi e per il quale la luce fuori dal tunnel ancora oggi non si vede. Abbiamo incontrato su questo aspetto e sulla situazione marchigiana in genere il segretario regionale della CGIL Giuseppe Santarelli. La vicenda Electrolux è un fulmine a ciel sereno, o è solo, per usare un riferimento letterario, la ‘cronaca di una morte annunciata’? La vicenda Electrolux non è né un fulmine a ciel sereno, né una cronaca di una morte annunciata. Gli svedesi di Electrolux hanno acquisito la Best nel 2017 con l’intento di portare dentro al proprio gruppo la produzione di cappe per cucine. Si passava da un’azienda che era diventata nel 2016 di proprietà di un fondo finanziario inglese, a un marchio che rappresentava e rappresenta ancora un player importantissimo nel settore. Il problema è quello che è avvenuto proprio dal 2017 in avanti. È cambiata la produzione, si è passati da prodotti di alta gamma gradualmente a prodotti di fascia bassa. Le strategie delle multinazionali si decidono con logiche puramente finanziarie e di profitto, logiche che in Italia nessuno ha voluto e vuole contrastare, oggi ma anche nel passato. Abbiamo assistito negli ultimi 15 anni a uno shopping di numerose aziende marchigiane: oggi secondo l’Istat sono oltre 1.000 le unità locali che fanno riferimento direttamente o indirettamente a multinazionali. Non esistono vincoli normativi obbligatori, condizionalità, piani di investimenti a medio e lungo termine. Si arriva, si prende quello che c’è da prendere, compresi contributi pubblici e cassa integrazione. poi quando si trova qualcosa di più conveniente in altre aree del mondo si lascia il deserto. Questo modello di capitalismo si può e si deve contrastare, altrimenti siamo alla farsa. Le dichiarazioni del presidente della Regione Acquaroli e del ministro Urso, se non corredate da atti chiari a tutela del lavoro e del territorio, servono solo a salvare la faccia. Noi vogliamo sentire parole chiare e impegni precisi, altrimenti quello che è successo con Beko, Giano e Electrolux capiterà ancora con altre aziende sparse per il territorio marchigiano. Qual è oggi il vero volto dell’imprenditoria marchigiana? È quello de “l’ultimo dei Mohicani” come si è autodefinito Francesco Casoli di Elica group, o quello delle multinazionali che stanno colonizzando la regione? Sono tanti i volti degli imprenditori marchigiani, non esiste un solo modello d’impresa. Ci sono oggi oltre 15.000 aziende manifatturiere attive, da piccolissime a grandi; aziende che hanno saputo innovare processi e prodotti e che hanno investito e altre che hanno tirato a campare perseguendo un modello competitivo basato su bassi salari e poca innovazione dei processi organizzativi. Siamo la Regione con il tasso di manifatturiero più alto, ma con gli stipendi in questi settori più bassi. In 15 anni nell’industria marchigiana il valore aggiunto delle imprese è quasi raddoppiato, mentre i salari sono cresciuti del 23%. Molto meno che in Emilia Romagna, in Veneto, in Toscana o Lombardia. Poi si lamentano che non trovano operai: li vogliono formati, giovani e pure che costino poco.  Faccio un esempio su tutti: la Tod’s si rifiuta da almeno 25 anni di firmare contratti aziendali integrativi, è una delle pochissime griffe internazionali a pagare solo i minimi contrattuali nazionali. L’imprenditoria familistica marchigiana è un glorioso nostalgico ricordo, un possibile ritorno al futuro, o la vera “artefice del disastro” degli ultimi vent’anni? È indubbiamente la vera artefice del declino che ha determinato, pensando che tutto sarebbe potuto andare come sempre, mentre il mondo stava cambiando. Generalizzare in questi casi è sempre complicato, ma i numeri ci dicono questo: se perdi 5.300 industrie e 37.000 addetti in 15 anni, qualcosa non ha funzionato. Hanno evidentemente privatizzato gli utili e socializzato le perdite, che poi in fondo è l’obiettivo del capitalismo, ma nelle Marche è accaduto po’ di più. Sarà il ‘modello’ Amazon’, prossimo all’apertura a Jesi, la panacea di tutti i mali, come decanta bipartisan l’intera classe dirigente politica ed economica regionale? Oppure è solo un modo per evitare di guardarci allo specchio? Io ribadisco sempre lo stesso concetto: il modello Amazon si basa sulla sistematica compressione del costo del lavoro, negli hub e lungo tutta la catena della logistica e fino alla nostra porta di casa. Con la modica cifra di € 49,99 ci garantiamo la spedizione di centinaia di pacchi gratuitamente ogni anno; chi pensate che paghi quelle spedizioni? Le paga il lavoratore lungo tutta la catena Amazon, dalla produzione di beni e servizi fino alla consegna a casa. Ma come per tutte le altre multinazionali, non possiamo permettere che Amazon arrivi, condizioni fortemente lo sviluppo, l’ambiente e la vita del territorio, senza dare nessuna garanzia. In questi anni come CGIL abbiamo fatto in Italia centinaia di vertenze, arrivando anche a importanti accordi, ma Amazon resta comunque un’azienda basata su un modello di sviluppo che per natura tende a ridurre i costi e a comprimere i diritti. L’obiettivo della Cgil non sarà mai quello di chiudere gli stabilimenti, ma quello di lavorare e lottare per renderli più rispettosi dei diritti e delle tutele. Ammetto che contro questi colossi è un lavoro improbo, ma non possiamo fare altro che provarci. Nelle Marche i movimenti pro Pal hanno portato alla luce diverse aziende coinvolte più o meno direttamente nell‘’economia del genocidio’. Il Rearm Europe, la corsa al riarmo, potrebbe diventare per gli imprenditori marchigiani ‘la zona Cesarini’, ovvero quella riconversione industriale capace di rimettere in corsa l’economia manifatturiera regionale? Credo che la guerra sia la più grande sciagura dell’umanità e se produci carri armati, armi e tecnologie belliche, prima o poi quelle armi o le userai contro qualcuno, o qualcun altro le userà contro di te. L’Europa ha imboccato questa folle strada che la vedrà investire oltre 800 miliardi in armamenti entro il 2030. Una follia che pagheremo a caro prezzo e che ci impedirà di investire risorse nel rilancio dell’industria europea dal punto di vista tecnologico e della transizione ambientale. La legge vieta l’esportazione verso Paesi in stato di conflitto armato, in Paesi i cui governi violano i diritti umani e verso Stati la cui politica contrasta con l’art. 11 della Costituzione. Va applicata la legge, punendo e sequestrando le fabbriche che non rispettano la legge. Una cosa però non si può fare: prendersela con i lavoratori che in queste fabbriche ci lavorano, cioè scambiare il boia con l’impiccato. Anche la democrazia sindacale e la coscienza non si possono esportare da altri luoghi davanti ai cancelli. Deve crescere all’interno e dal basso, avviando percorsi formativi e culturali e chiedendo a queste aziende informazioni sulle produzioni e le destinazioni delle merci.   Leonardo Animali
May 22, 2026
Pressenza
Al fianco dei nostri figli nel percorso a ostacoli della transizione di genere
“La transizione di genere è sempre un percorso a ostacoli, ma tutti possiamo contribuire a renderlo meno doloroso: dalla famiglia alle istituzioni. E invece oggi questo governo manifesta l’intenzione di mettersi ulteriormente di traverso”. A parlare è Giulia (nome di fantasia), madre di un ragazzo di 17 anni (che chiameremo Massimo): non si è sentita di partecipare alla mostra “Ritratto di famiglie” realizzata da Agedo Milano, l’associazione di cui anche lei fa parte, ma ci tiene a portare la sua testimonianza. Ci racconti di suo figlio, che sta compiendo la transizione dal genere femminile a quello maschile. È nato con identità femminile. Fin da quando era piccolo, voleva i capelli corti e indossava sempre pantaloni, detestava il rosa e prediligeva giochi e sport “maschili”. Manifestava disagio quando stava in gruppi femminili, ma non era pienamente accettato neppure in quelli maschili. Questo ha comportato un crescente isolamento. Pensa sia stato oggetto di bullismo? Non credo, se non vogliamo considerare l’esclusione una forma di bullismo. O almeno non ce ne ha mai parlato. Di sicuro aveva difficoltà a fare amicizia, si sentiva sempre fuori luogo. Voi genitori vi siete resi conto di questo suo disagio? Sì e no. Diciamo che non abbiamo saputo interpretare correttamente certi segnali e di questo mi sento responsabile. La situazione è andata via via peggiorando nella preadolescenza. Abbiamo provato a mandarlo da una psicoterapeuta, ma non si è rivelata la persona giusta. In occasione di un paio di vacanze di gruppo con coetanei per motivi di studio o sportivi mio figlio ha però probabilmente maturato una maggiore consapevolezza. Quando aveva 13 anni, ha iniziato a buttare lì frasi tipo: ‘Penso che potrei innamorarmi di una ragazza, ma anche di un ragazzo o di una persona trans”, e io invece di cogliere il messaggio gli rispondevo: ‘L’importante è che sia una brava persona’. Poi ha chiesto a me e a suo padre di uscire una sera a cena solo noi tre, senza il fratello più piccolo. Abbiamo provato a organizzare, ma non era il luogo adatto ed è passato del tempo. E poi cosa è successo? Un sabato mattina non trovavo Massimo in casa, lo chiamavo e non rispondeva. Stavo mettendo le scarpe per uscire a cercarlo quando il mio figlio minore è venuto a dirmi che era chiuso in bagno e piangeva. L’abbiamo trovato seduto in terra in preda a una crisi di panico: singhiozzava talmente forte da non riuscire a parlare e quasi a respirare, non voleva essere toccato. Eravamo tutti sconvolti e spaventati, incapaci di aiutarlo. Siamo rimasti a lungo seduti per terra accanto a lui nel bagno. Poi finalmente ho capito: gli ho toccato una spalla e gli ho mormorato: ‘Tu vuoi dirci chi sei’. Un’ora dopo abbiamo letto la sua lettera, in cui ci confessava tutta la sua frustrazione e sofferenza. Scriveva di disforia, quando guardava nello specchio un corpo in cui non si riconosceva. E di euforia, quando qualcuno per strada si rivolgeva a lui al maschile pensando fosse un ragazzo. Come si è sentita? Soprattutto colpevole per non aver saputo cogliere i messaggi che mio figlio continuava a mandarci. Ho capito di aver bisogno di sostegno e mi sono rivolta ad Agedo. Con il suo aiuto Massimo ha iniziato un percorso di psicoterapia mirata con una professionista esperta su identità e affermazione di genere. Nel frattempo abbiamo aperto la strada per parlarne con la famiglia allargata e con gli amici. Come hanno reagito? I familiari bene: tutti hanno espresso solidarietà e l’augurio di serenità e benessere. Tra gli amici abbiamo avuto qualche sorpresa sia in positivo che in negativo. Con alcuni abbiamo interrotto i rapporti: un atteggiamento giudicante o poco comprensivo non è compatibile con l’amicizia. Anche nella scuola superiore alla fine del primo anno Massimo ha fatto il suo ‘coming out’ con i compagni e i professori, che hanno accettato di usare il suo nome maschile d’elezione. Purtroppo non ha potuto avere accesso alla “carriera alias”[1] (secondo la dirigente non era ‘necessaria’), e questo ha comportato il fatto che ogni supplente facesse per esempio l’appello con il vecchio nome. Anche quando è passato dal biennio al triennio i docenti non sono stati informati e questo ha comportato situazioni difficili”. È in discussione in Parlamento una legge restrittiva sulla transizione di genere. Il Ddl 2575 (Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere) è attualmente in esame alla Camera. Il testo stabilisce regole più rigide e stringenti per la prescrizione dei farmaci e ormoni che sospendono la pubertà nei minori, sollevando diverse critiche da parte delle società scientifiche. Per noi non cambia molto, dato che tra sei mesi Massimo compirà 18 anni, ma per tanti altri ragazzi e ragazze è un’ulteriore fonte di sofferenza: veder emergere caratteristiche sempre più evidenti in un corpo che già non riconosci come tuo è un dolore grande. E tutto questo solo a causa di pregiudizi ideologici di persone che non hanno mai davvero parlato con una persona transgender né hanno approfondito l’argomento. Una vera ingiustizia”. Anche nelle scuole il tema ‘gender’ è bandito. Proprio così. Anche i dirigenti e i docenti più illuminati temono di incorrere nelle ire del ministero, schierato con le posizioni reazionarie del movimento Pro vita. Questo non fa che aumentare la confusione nei bambini e ragazzi che si interrogano sulla propria identità sessuale e di genere. Si sentono ancora più ‘sbagliati’ e persino colpevoli, imprigionati in un corpo che sentono estraneo. Per fortuna oggi ci sono personaggi pubblici transgender che non hanno paura di mostrarsi: artisti, musicisti, sportivi, anche politici. Speriamo che quella legge oscurantista non passi e che la società civile apra gli occhi su persone che hanno diritto al rispetto e al riconoscimento. Proprio per questo sono importanti eventi come la mostra Ritratto di famiglie, che diventerà itinerante. Consiglio a tutti di non perdersela. [1] La carriera alias è un profilo amministrativo, temporaneo e confidenziale che consente alle persone transgender di utilizzare un nome di elezione (e il pronome corrispondente) diverso da quello anagrafico all’interno di un’istituzione — come università, scuole o luoghi di lavoro — senza attendere l’iter di rettifica legale. Il suo scopo principale è tutelare la privacy, prevenire il disagio psicologico e garantire il diritto allo studio e al lavoro in un ambiente inclusivo.   Claudia Cangemi
May 21, 2026
Pressenza
Mostra “Ritratto di famiglie” a Milano
Non è vero che di mamma ce n’è una sola e anche le famiglie sono tutte diverse. Ma quelle raccontate nella mostra così intitolata – aperta ancora per pochi giorni nel foyer di Palazzo Pirelli a Milano – hanno un elemento in comune: un figlio o una figlia omosessuale / transgender. A crearla per e con Agedo (Associazione genitori di omosessuali) Milano è stata Alle Bonicalzi, fotografa e filosofa, attivista e divulgatrice. Protagoniste sedici famiglie che hanno accettato di partecipare, raccontarsi e dialogare con il visitatore. Ne parliamo con la presidente di Agedo Milano Cinzia Valentini, che intreccia la sua storia con quella di tanti altri genitori diventati la sua “famiglia d’elezione”. Come e quando è nata questa mostra, ospitata nella prestigiosa sede regionale grazie al consigliere Luca Paladini? L’idea è emersa un paio di anni fa dal confronto con Alle. È rimasta nel cassetto per un po’, poi abbiamo deciso che i tempi erano maturi. Soffia un vento reazionario su questo temi in Italia e non solo. Le conquiste che sembravano acquisite vengono messe in discussione. E poiché soprattutto in certi ambiti il personale è politico, con questa mostra vogliamo amplificare il messaggio e rendere pubblico, apertamente manifesto e socialmente rilevante ciò che troppo spesso rimane assente, ai margini, non visibile. I nostri figli e le nostre figlie esistono e vogliono essere riconosciuti. Ci auguriamo che in molti, visitando la mostra, possano immedesimarsi e riconoscersi in queste immagini, nei nostri abbracci, nei nostri sguardi. In cosa consiste il progetto? Sedici famiglie di Agedo hanno deciso di partecipare. Si sono fatte fotografare e hanno preso parte a un laboratorio: figli e genitori si sono scambiati lettere intime e confessati a cuore aperto anche cose mai dette. Poi Alle ci ha proposto di cancellare ciò che non volevano fosse divulgato, ma quasi nessuno l’ha fatto. A quel punto Alle ha estrapolato alcune frasi sovrapponendole come un collage alle foto. Oltre ai ritratti, i visitatori potranno anche confrontarsi con alcuni “pannelli filosofici” che pongono domande e riflessioni del tipo: cosa significa per te essere normale? Cosa significa per te essere famiglia? Cosa vuol dire essere se stesso? Da quale esigenza nascono la mostra e la vostra stessa associazione? Dal rendere visibile il processo di trasformazione cui va incontro una famiglia dopo il ‘coming out’ dei figli, decostruendosi per poi ritrovarsi e ricostruirsi più forti e uniti di prima Per quanto una persona possa ritenersi aperta e priva di pregiudizi, la scoperta dell’omosessualità o identità di genere del proprio figlio o figlia è quasi sempre uno scossone non facile da affrontare da soli. Emergono grandi fragilità e non tutti hanno gli strumenti per trovare la strada. Per rendere tutto più concreto racconterò la mia esperienza. Quando mio figlio ha fatto coming out a 15 anni mi sono persa come madre. Avevo aspettative diverse per lui: un’unione stabile con una ragazza che mi avrebbe prima o poi resa nonna. Mi sono anche resa conto di avere anche tanti pregiudizi. Ho iniziato a non dormire. Ero dominata dalla paura, soprattutto del giudizio altrui, degli insulti e delle etichette. Temevo di essere colpevolizzata per essere stata troppo permissiva. Mi vergogno un po’ di dire queste cose ora, ma la sincerità è importante. Poi ho cercato di andare a fondo: ho iniziato a leggere e a informarmi, a parlarne con alcune amiche che mi parevano più sensibili. Ma il vero salto di qualità è stato l’incontro con Agedo: persone che c’erano già passate, che mi capivano e condividevano i dubbi, le paure. Più che amici questi altri genitori sono diventati una superfamiglia allargata. Ci siamo confrontati e sostenuti a vicenda in ogni senso, emotivo ma anche pratico. Abbiamo incontrato psicologi che ci hanno aiutato a guardarci dentro e a capire che quell’evento che ci aveva tanto sconvolto poteva essere una preziosa opportunità per rendere davvero autentico e profondo il rapporto con i nostri figli, rendendoci tutti più liberi e aperti. Parliamo allora di questi ragazzi, che vivono sulla propria pelle la crisi dell’identità e delle prime relazioni d’amore. Per un adolescente che a causa dei pregiudizi si sente ‘sbagliato’ o comunque disorientato e spaventato è fondamentale trovare accoglienza in primo luogo nella famiglia. Una reazione di rifiuto manifestata dalle persone più care può avere conseguenze devastanti e drammatiche. A maggior ragione se si sommano a esclusione, dileggio o addirittura bullismo a scuola o nel gruppo dei pari. Gli atti di autolesionismo e i suicidi tentati o riusciti sono molto più frequenti tra le persone omosessuali o con varianza di genere, così come il ritiro sociale. Noi genitori siamo spesso troppo distratti per cogliere i segnali: non c’è nulla di più doloroso delle sofferenze di un figlio, ma proprio per questo rischiamo di chiudere gli occhi di fronte al loro disagio, di attribuire tutto all’adolescenza, come fosse una “malattia” destinata a passare con il tempo. E così inconsciamente li induciamo a fingere, a nascondersi, a sentirsi disperatamente soli, per la paura di deluderci, di perdere il nostro amore o persino per proteggerci dalla verità, in una paradossale inversione dei ruoli. E poi c’è lo stigma sociale… Esatto, tante persone fanno battute pesanti o usano epiteti dispregiativi e se qualcuno reagisce quasi si arrabbiano: ‘E va beh, era solo una battuta!’. Ma non si chiedono cosa può produrre quella ‘battuta’ su una persona omosessuale o transgender. L’uso per esempio del termine ‘finocchio’ ha un’origine storica precisa e terribile: ai tempi dell’Inquisizione semi di finocchio venivano sparsi nei luoghi dove erano stati messi al rogo gli eretici e anche gli omosessuali, per alleviare l’odore della carne bruciata. Non venivano usate spezie pregiate provenienti dall’Oriente, ma solo semi di finocchio poco costosi, a testimoniare il poco valore di queste persone. La società è ancora ben lontana dall’essere davvero inclusiva, anzi è sempre più diffuso un ‘machismo tossico’ che disprezza e a volte perseguita chi è percepito come diverso. Basti pensare a un fatto: un ragazzo e una ragazza etero che stanno insieme non si pongono alcun problema a tenersi per mano o baciarsi in pubblico, una coppia omosessuale rischia di essere insultata o persino aggredita se fa la stessa cosa. Anche in questo caso bisogna quindi agire in ambito culturale, con uno sguardo più aperto. L’intento della mostra è permettere a tutti di immedesimarsi e capire invece di giudicare. Una sensibilizzazione che avevamo iniziato a fare nelle scuole, ma che ora è sempre più difficile: troppi dirigenti scolastici temono di subire un’ispezione ministeriale o ritorsioni se ci invitano a parlare con i ragazzi. Andiamo più spesso nelle aziende: anche in ambito lavorativo moltissime persone nascondono la propria inclinazione o il fatto di avere un partner dello stesso sesso per paura di ripercussioni sulla carriera e sulle relazioni con i colleghi. La strada da fare è ancora molto lunga. Del resto, le istituzioni danno l’esempio. È di queste ore la notizia che la Regione ha di nuovo negato il patrocinio al Pride del 27 giugno a Milano. Claudia Cangemi
May 20, 2026
Pressenza
Lorena Fornasir: “E’ andata in scena la bellezza della sapienza infantile. Non stupore, ma contatto empatico”
Abbiamo intervistato Lorena Fornasir, di Linea d’Ombra, associazione che si occupa da diversi anni di dare prima assistenza ai migranti che arrivano a Trieste dalla rotta balcanica, sulla vicenda riguardante una classe di scuola elementare di Marostica su cui alcuni politici hanno montato un’assurda polemica. Lorena ci racconta quanto ha vissuto con questi bambini. Com’è andato l’incontro tra i bambini e i migranti? Che atmosfera si respirava e come hanno reagito gli uni e gli altri? Il 13 maggio una docente che si accompagnava al Fornello di Bassano del Grappa ha portato due classi quinte dopo averne concordato l’opportunità. Da anni, classi di bambini, adolescenti e adulti ci chiedono di “fare servizio” con noi. A Trieste la piazza non è solo una piazza, ma è un atelier formativo, creativo, generativo di legami di comunità. Il clima era molto sereno, gioioso, pulsante di entusiasmo da parte degli alunni per fare questa esperienza. Assieme a Filippo, uno scout e studente universitario e ad altri adulti, fra cui io stessa, li abbiamo accompagnati lungo il cerchio dei ragazzi migranti in attesa di ricevere il piatto. La gratitudine che brillava nei loro occhi, sia in quelli dei bimbi che in quelli dei migranti stessi, era quasi tattile, vibrava nell’intensità delle emozioni. Il clima era festoso, una sorta di dono reciproco che sorgeva nel rapporto tra una mano che riceve e una manina che porge. E’ andata in scena la bellezza della sapienza infantile. Non stupore, ma contatto empatico. Quando, attratta da questa alchimia di emozioni, ho intervistato due ragazzini, erano entusiasti e desiderosi di esprimere i loro pensieri: “Per aiutare”, “Per dare cibo ai più bisognosi e stargli vicino”, “Pensare che si sono fatti tanti anni per arrivare qua e prendere questo pasto e averglielo dato noi, è proprio una cosa bella! Per noi è poco, ma per loro è tantissimo”. Pensieri puri, privi di rabbia, privi di ideologismo, senza schieramenti, ma solo umanità. Che messaggio possono dare questi bambini alla città di Trieste con la loro esperienza? Il messaggio che questi alunni possono offrire alla città è che un gesto semplice, ricco di umanità, può restituire il senso del proprio valore a chi è sofferente. La povertà, il corpo pieno di dolore, la disumanizzazione del migrante, sono una realtà che ognuno, anche i bambini, possono incrociare. Purtroppo tutto questo viene relegato nel regno della vergogna e quasi automaticamente rimosso dallo sguardo. Gli alunni hanno riportato in scena il valore della vicinanza, della solidarietà, della conoscenza, dell’ascolto. E soprattutto il valore della CURA, dell’avere cura, poiché la Cura è il fondamento della vita. Senza Cura la vita sarebbe una giungla. Purtroppo è in questa giungla, priva di anima, che nascono gli attacchi alla vita e alla sua bellezza, attraverso le interrogazioni parlamentari frutto dell’intolleranza e del razzismo. Davide Bertok
May 19, 2026
Pressenza
Il Cammino 44: tra Resistenza e l’urgenza di Antigone contro i crimini di guerra.
Movimento Tellurico, da anni impegnato nel cammino come atto di solidarietà e protesta, presenta il Cammino 44. Il Cammino 44 è un progetto della Liberation Route Europe Italy. Questo percorso, che si snoda lungo la Linea Gotica, non è solo una rievocazione storica, ma lega i luoghi delle stragi del 1944 — come Sant’Anna di Stazzema — al “Limite di Antigone”: l’imperativo etico di non uccidere civili inermi. Un principio tragicamente attuale di fronte ai crimini di guerra in corso a Gaza. In questa intervista dialoghiamo con Enrico Sgarella, fondatore e presidente fino al 2025 di Movimento Tellurico, esploriamo il tracciato storico (circa 170 km in 12 tappe) e il legame profondo tra la memoria della Resistenza e l’attivismo nonviolento di oggi, unito dall’esperienza delle Local March for Gaza.    Ettore: Enrico, partiamo dall’inizio. Cos’è esattamente il Cammino 44? Come nasce questa idea e quale è stata la sua “genesi” all’interno di Movimento Tellurico? Enrico: Movimento Tellurico nasce con l’idea che il camminare sia un modo per raccontare storie e agire per un mondo solidale e rispettoso dell’ambiente. Questo spirito ha guidato le cinque edizioni della Lunga Marcia per L’Aquila dal 2012 e le tre successive Marce nelle Terre Mutate. In quell’occasione abbiamo attraversato i territori colpiti dai terremoti tra Fabriano e L’Aquila. Il nostro obiettivo era testimoniare solidarietà attraverso la costruzione di un cammino attrezzato, una struttura turistica subito disponibile per sostenere la ricostruzione. Dal 2020 abbiamo aperto il cantiere del Cammino di Antigone. Vogliamo legare i luoghi della memoria delle stragi compiute in Italia nell’estate di sangue del 1944, a cavallo della Linea Gotica. L’intento è riaffermare il “Limite di Antigone”: non è mai lecito uccidere civili inermi. È successo a Sant’Anna di Stazzema e Montesole, e purtroppo succede ancora oggi in luoghi come Gaza. Questi sono crimini di guerra. Il Cammino 44 nasce dalla collaborazione tra Movimento Tellurico e il progetto Liberation Route Europe (sezione Italia). Questa iniziativa vede la partecipazione delle regioni Toscana ed Emilia-Romagna, del Parco della Pace di Sant’Anna di Stazzema e di molti altri soggetti attivi nella Memoria della Resistenza. Movimento Tellurico si è assunto il compito di tracciare il percorso, organizzarne la struttura, curare la segnaletica e gestire i contatti locali. Stiamo creando una vera rete di assistenza per i camminatori che rende possibile la realizzazione concreta del progetto.   Ettore: Il percorso segue la Linea Gotica. Spieghiamo meglio cos’era questa linea del fronte e perché il cammino porta questo nome. C’è un legame profondo con l’anno 1944, giusto? Enrico: La Linea Gotica era la linea di difesa estrema costruita dalla Wehrmacht durante la Campagna d’Italia per fermare l’avanzata alleata. Tuttavia, spesso non si insegna che il territorio tra le Apuane e gli Appennini fu il cuore della lotta partigiana. In queste zone vennero compiute centinaia di stragi, piccole e grandi. La 16ª divisione delle SS agì con ferocia per “ripulire” il territorio dove doveva sorgere la linea difensiva. Non risparmiarono nulla: civili, animali, coltivazioni. Fu un attacco totale alle popolazioni inermi. Su questi monti è nata l’Italia democratica. A Sant’Anna di Stazzema, accanto al museo, si può leggere l’ode a Kesselring di Piero Calamandrei: lì è racchiuso il sacrificio di tanti giovani per la Resistenza. Il nome “Cammino 44” si riferisce proprio agli eventi tragici di quell’anno in questo territorio. Per noi questo è uno dei “Cammini di Antigone”. Vogliamo tracciarne altri per creare una rete della memoria che includa tutti i luoghi delle stragi, come Vinca e le pendici emiliane degli Appennini, affinché nulla venga dimenticato.   Ettore: Parliamo del tracciato. Di quante tappe si compone il Cammino 44? Quali sono la lunghezza e il dislivello complessivi? Enrico: In totale sono circa 170 chilometri. Il calcolo include la prima tappa che sale da Pietrasanta fino a Sant’Anna di Stazzema. Per l’evento di lancio percorreremo l’intero tragitto in 12 tappe. Tutti i dettagli su lunghezze e dislivelli sono disponibili nella locandina ufficiale, dove troverete anche i link per l’iscrizione.   Ettore: Ci siamo conosciuti durante le Local March for Gaza. Con Movimento Tellurico hai una lunga esperienza di cammini civili. Da dove nasce questo legame tra etica, memoria e il camminare? Enrico: L’anno scorso, durante la marcia “La scelta di Antigone”, ci siamo uniti con le Local March for Gaza nella tappa verso Sant’Anna di Stazzema. È stato naturale accostare le stragi del passato a quelle attuali. Durante quel cammino abbiamo raccolto testimonianze per un documentario, inclusa quella di Sharif, un amico di Gaza. Sharif ci ha raccontato di come sua madre cercasse sempre un pezzetto di terra da seminare, anche sotto le bombe. Quella è vera resistenza. Ci ha anche ricordato che non può esserci Pace senza Giustizia. Camminiamo per conoscere, per testimoniare, per portare solidarietà e anche per protesta ove occorra.  Come diceva Margaret Mead: non bisogna mai dubitare che un piccolo gruppo di persone motivate possa cambiare il mondo.   Ettore: Il 20 giugno inizia un evento importante. Puoi anticiparci qualcosa sulle iniziative e sugli incontri previsti lungo il percorso? Enrico: Partiremo da Pietrasanta con un evento istituzionale. Poi inizierà il cammino vero e proprio verso Sant’Anna di Stazzema, seguendo la mulattiera da Valdicastello Carducci. È la stessa via percorsa dalle SS nel 1944. A Sant’Anna visiteremo il Museo della Resistenza, un’esperienza che consiglio a tutti. Proseguiremo con guide locali e un mezzo per il trasporto bagagli. Dormiremo in accoglienze pellegrine o strutture low cost. Incontreremo associazioni come il “Cammino di San Bartolomeo”, proloco e amministrazioni locali. E ci sarà anche qualche sorpresa lungo la strada!   Ettore: Per chi volesse partecipare, magari anche solo per una tappa, dove si trovano i dettagli per iscriversi? Enrico: Potete trovare tutte le informazioni tecniche e i moduli di iscrizione sul sito di Movimento Tellurico e sui nostri canali social ufficiali. Vi aspettiamo! Ettore Macchieraldo
May 17, 2026
Pressenza
Roditori e colture agricole in Africa: una lotta tra i poveri e la ricerca di una soluzione nonviolenta
Durante la 10a Conferenza Internazionale sul controllo della fertilità negli animali selvatici, tenutasi a Barcellona alla fine di aprile dall’Istituto Botstiber https://wildlifefertilitycontrol.org/, molti relatori si sono concentrati sui roditori. Una presentazione del professor Steven Belmain, del Natural Resources Institute, Università di Greenwich (Regno Unito), è stata dedicata all’impatto dei roditori soprattutto in Africa e alle possibilità di un intervento ecologicamente ed eticamente sostenibile.    Professor Belmain, cominciamo con la portata enorme del problema. In tutto il mondo centinaia di milioni di roditori vengono uccisi ogni anno in contesti agricoli e urbani, per prevenire la perdita dei raccolti, la contaminazione degli alimenti ed eventuali malattie. Ma i rodenticidi anticoagulanti causano una morte lenta e dolorosa… I metodi convenzionali come i rodenticidi anticoagulanti sono anche oggetto di restrizioni in diversi paesi, a causa delle preoccupazioni circa l’accumulo ambientale e sullo sviluppo di resistenza. Ma senza alternative efficaci e sostenibili, esiste il rischio di un aumento delle ricadute in termini di zoonosi e di maggiori perdite economiche per gli agricoltori. Il controllo della fertilità con contraccettivi orali somministrati in forma di cibo sta emergendo come un’alternativa promettente ai metodi letali. I roditori, con la loro prolifica riproduzione e la breve durata di vita, presentano sfide e opportunità uniche per questo approccio, rispetto ai mammiferi più grandi. L’applicazione di mangimi contraccettivi in contesti ampi come i sistemi colturali e il controllo urbano è considerata un’opzione socialmente più accettabile, umana e sostenibile dal punto di vista ambientale.    Come funziona questa possibile alternativa?  L’obiettivo primario in questi contesti è ridurre la densità dei roditori e mantenere le popolazioni al di sotto della soglia di danno socioeconomico.  Una combinazione degli ormoni levonorgestrel e quinestrolo, nota come EP1, ha una lunga storia di utilizzo sicuro ed efficace nel limitare la riproduzione negli esseri umani ma anche in varie specie selvatiche come i marsupiali come i canguri, e i primati, negli zoo. Le prove dimostrano ora che questa combinazione è efficace anche contro diverse specie importanti di roditori, tra cui quelle cosmopolite come il ratto nero (Rattus rattus), il topo comune (Mus musculus) e quelle di importanza regionale come il Mastomys natalensis, molto invasivo nell’Africa sub-sahariana. Studi sul campo che hanno confrontato il contraccettivo EP1 con un rodenticida anticoagulante  mostrando riduzioni paragonabili nelle popolazioni di roditori. Una singola somministrazione all’inizio della stagione nelle aree agricole può ridurre significativamente l’aumento della popolazione, riducendo i danni ai raccolti.   Il contraccettivo orale EP-1, utilizzato in Cina e in Africa, viene somministrato su larga scala in quei paesi? EP1 è registrato per l’uso in Tanzania, ma non esiste alcuna attività che lo produca e lo venda. Tuttavia, viene utilizzato attraverso i canali governativi in risposta alle epidemie. Il governo tanzaniano fornisce veleni agli agricoltori quando sono previste epidemie di roditori – non sempre e ovunque, ma in aree ad alto rischio in alcuni anni. Attraverso questo processo consolidato hanno anche cercato di fornire invece esche per il controllo della fertilità. Tuttavia non ho dati su quanto ampiamente venga utilizzato lì, ed è un fenomeno ad hoc. Lo stesso vale in Cina – non viene commercializzato e venduto, ma viene utilizzato attraverso i canali governativi per contribuire a ridurre le popolazioni di gerbilli della Mongolia in caso di rischio. EP1 è stato utilizzato altrove in Zambia e Sud Africa, ma solo in via sperimentale e non è stato ancora registrato in questi paesi. E’ qualcosa che sto cercando di promuovere e spero che arriveremo a un punto in cui potrà essere utilizzato ufficialmente in Sud Africa. Perché EP1 non viene utilizzato in modo massiccio? C’è un problema di costi per il mangime contraccettivo?  Il costo di produzione è paragonabile a quello dei rodenticidi. Gli ormoni vengono prodotti su larga scala per pillole anticoncezionali umane e altro, quindi sono economici da acquistare; i costi principali sono gli ingredienti alimentari dell’esca. Lo stesso vale per il veleno anticoagulante, il cui costo è in realtà costituito dagli ingredienti dell’esca alimentare. Il problema è che le aziende commerciali di disinfestazione non hanno alcun interesse nella produzione – per loro è molto più facile continuare a produrre veleni rodenticidi. Ci sono anche altri ostacoli? Sebbene EP1 funzioni, gli ostacoli normativi in Europa e negli Stati Uniti probabilmente impediranno la registrazione di EP1 a causa del problema già riconosciuto della contaminazione da estrogeni nell’ambiente, dovuta all’uso umano e negli allevamenti. Quindi molto probabilmente non verrà consentito un prodotto come questo, anche se solo in modo molto limitato. I paesi africani non hanno questi problemi di elevata presenza di estrogeni nell’ambiente e hanno visto l’EP1 una possibilità per ridurre la contaminazione ambientale con veleni anticoagulanti, quindi sono più disposti a permetterne l’utilizzo per ridurre questo importante avvelenamento il cui danno va ben oltre i roditori. Attraverso la ricerca che ho in corso in Sud Africa intendiamo indagare su questi ulteriori problemi.  Come si fa a far sì che il cibo con il contraccettivo venga mangiato dai topi e solo da loro? Ci sono due modi: uno è quello di mettere l’esca direttamente nelle tane dei roditori. Questa tecnica è ampiamente utilizzata per la somministrazione di veleni, quindi si può fare lo stesso con la nostra esca contraccettiva. Utilizziamo anche piccoli segmenti di bambù e/o segmenti di tubo di plastica come stazione. I segmenti vengono posizionati nell’area di coltivazione, con l’esca posizionata al centro del segmento. Ciò impedisce agli uccelli e agli animali più grandi di raggiungere l’esca: le foto-trappole lo dimostrano.  E quanto all’uso di estratti vegetali per fini contraccettivi nel caso dei roditori? Il neem è stato testato in studi di laboratorio e può ridurre la fertilità.  Ma deve essere somministrato in tempi lunghi e ha un sapore molto amaro: non è affatto facile convincere i roditori a mangiarlo. Il sapore è un problema con molti prodotti naturali testati per valutarne gli effetti sulla fertilità. Un prodotto naturale venduto negli Stati uniti a questo scopo contiene olio di semi di cotone, che ha il composto gossipolo. Il gossipolo ha effetti di controllo della fertilità, ma provoca anche insufficienza cardiaca, tossicità epatica e molti altri effetti tossici. Un altro prodotto, venduto sempre negli Usa, contiene triptolide. Proviene dalla pianta Tripterygium wilfordii. Ciò ha effetti sulla riproduzione, presenta anche molte altre gravi tossicità note. Poiché entrambi i prodotti dovrebbero essere somministrati ai roditori a lungo termine, è probabile che si verifichi una tossicità cumulativa per gli animali che li mangiano. Alcune osservazioni da parte dei professionisti della disinfestazione suggeriscono che questa sia la modalità d’azione effettiva, ben più del controllo della riproduzione. Negli Stati uniti non sono tuttora disponibili prove del fatto che questi prodotti limitino in modo rilevante la riproduzione. Le sperimentazioni in corso a New York City mirano a raccogliere maggiori dati sull’efficacia e sulla modalità d’azione di uno di questi prodotti.    Marinella Correggia
May 14, 2026
Pressenza