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Elezioni in Serbia: la Lista degli Studenti sfida Aleksandar Vučić
L’anno scorso abbiamo dato spazio al movimento di protesta degli studenti serbi contro una classe politica corrotta e il presidente Vučić, che ha coinvolto non solo i giovani, ma ha goduto di un ampio sostegno nella popolazione. Tutto è iniziato due anni fa a Novi Sad, quando la pensilina della stazione ferroviaria appena costruita è crollata, uccidendo sedici passanti. Da allora le proteste sono continuate, con una novità che potrebbe cambiare radicalmente la situazione: la Lista degli Studenti sfida alle elezioni anticipate di domenica 25 ottobre il Partito progressista serbo di Vučić e secondo gli ultimi sondaggi potrebbe vincere. Parliamo della situazione con Miloje Savić, serbo che vive a Bruxelles e che si trova ora a Belgrado per votare e fare da osservatore. Che relazione c’è tra il movimento di protesta e la Lista degli Studenti? La Lista degli Studenti è nata dal movimento di protesta. Quasi due anni fa, il movimento era incentrato principalmente sulla richiesta di assunzione di responsabilità per il crollo della pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e che ha causato la morte di 16 persone. Ad oggi, nessuna persona è stata assicurata alla giustizia. Ciò che è ancora più inquietante è che l’ex presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, abbia concesso la grazia a 49 persone nel suo ultimo giorno in carica (si è dimesso il 27 settembre dopo aver indetto elezioni anticipate il 9 settembre). Ad oggi non sappiamo chi siano queste persone, ma sospettiamo che alcune di loro siano quei funzionari di alto rango del governo che erano implicati nel caso e nei confronti dei quali la Procura Generale stava conducendo delle indagini. Dato il silenzio istituzionale, era evidente che il governo non avesse alcuna intenzione di rispondere alle richieste degli studenti in materia di responsabilità, Stato di diritto e operato indipendente delle istituzioni; pertanto, il movimento è passato alla fase successiva della lotta per la giustizia. Verso la fine della primavera o l’inizio dell’estate dello scorso anno gli studenti si sono trasformati in una forza politica diretta, chiedendo formalmente elezioni anticipate, il che alla fine ha aperto la strada alla creazione di quella che oggi chiamiamo Lista degli Studenti. Raduno del 22 ottobre a Belgrado Quali sono i punti principali del suo programma elettorale? La Lista degli Studenti ha delineato un piano che comprende 11 punti raggruppati attorno a 4 temi principali: 1) lotta alla corruzione e responsabilità istituzionale, 2) riforma sociale ed economica, 3) libertà dei media e rispetto della Costituzione, 4) sovranità nazionale e politica di non allineamento. In parole semplici, la Lista degli Studenti si batte per i valori democratici fondamentali che l’ex presidente Aleksandar Vučić e la sua cricca di fedelissimi hanno smantellato e ridicolizzato nei 14 anni in cui sono stati al potere. Eravamo uno Stato in procinto di aderire all’UE, ma il governo ha fatto di tutto per impedirlo, minando ogni suo singolo valore. Il movimento studentesco in Serbia ha preceduto le proteste giovanili che ora stanno dilagando in Francia, Spagna, Albania e Italia. Secondo te, ci sono delle somiglianze tra le loro rivendicazioni? Sì, penso che si possano individuare alcuni punti in comune tra questi movimenti in tutto il continente. Innanzitutto, e in modo molto evidente, c’è la questione generazionale: si tratta di giovani nati nel XXI secolo. In secondo luogo, sono molto esperti di tecnologia; a volte penso che vivano davvero nella realtà online. In terzo luogo, li abbiamo sottovalutati; abbiamo sottovalutato quanto abbiano a cuore il loro ambiente, il loro Paese e la loro società. Poiché la loro realtà si svolge nello spazio virtuale, era facile pensare che questa generazione non fosse interessata alle questioni quotidiane, ma ci hanno dimostrato che ci sbagliavamo: sono molto sensibili all’ingiustizia, alla disuguaglianza e alla disparità di opportunità. Anche se la scintilla scatenante può essere diversa – il crollo di una pensilina a Novi Sad in Serbia, affari loschi relativi ai parchi nazionali protetti in Albania, disuguaglianze educative ed economiche in Francia e in Italia – questa generazione, in definitiva, sta lottando per gli stessi valori. A mio avviso, questi si concentrano sulla responsabilità degli individui e delle istituzioni, sull’eguaglianza generazionale, sulla democrazia digitalizzata (hanno spostato l’arena del dibattito dagli studi televisivi e dalla stampa a Instagram e TikTok), sulla giustizia ambientale e climatica. Dobbiamo confrontarci con la realtà del pianeta devastato che gli stiamo lasciando loro come eredità. Festa di benvenuto per gli studenti che hanno percorso più di 200 kilometri per arrivare a Belgrado. Che prospettive vedi dopo le elezioni? Una schiacciante vittoria elettorale è ciò che tutti desideriamo: porre fine al regime del Partito progressista serbo e far ripartire le istituzioni e lo Stato. Dico “ripartire” perché abbiamo vissuto una situazione simile nel 2000 e per un certo periodo abbiamo vissuto in un Paese democratico (o per quanto potesse esserlo dopo un decennio di guerre civili nell’ex Jugoslavia); da allora in poi è stato tutto un declino. Tuttavia, temo che il passaggio di potere non avvenga senza intoppi. La manipolazione del voto è già in pieno svolgimento. La diaspora è stata sottoposta a condizioni elettorali inique: o i seggi non erano aperti, lasciando centinaia di cittadini senza la possibilità di votare, come a Vancouver, in Canada, oppure dovranno percorrere centinaia o migliaia di chilometri per raggiungere il seggio più vicino, come da Miami a Washington (le distanze in Canada sono ancora maggiori), oppure semplicemente i seggi non erano nemmeno aperti, come ad Abu Dhabi, a Doha, in Slovacchia o in Romania. E tutte queste località disponevano di seggi elettorali durante le ultime elezioni del 2023. Per non parlare dell’ultimo ostacolo: in tutto il mondo i cittadini dovranno votare secondo l’ora di Belgrado; immaginate quindi qualcuno a Pechino, New York o Los Angeles costretto a recarsi al seggio dopo mezzanotte secondo l’ora locale. Ma la diaspora è molto ingegnosa: alcuni organizzeranno un pigiama party per andare a votare Questo tentativo di negarci i diritti costituzionali ha ottenuto il risultato di unire ancora di più la diaspora. Inoltre, è stato riferito che sono state rilasciate più di 200.000 nuove carte d’identità, ma nessuno sa chi siano questi nuovi cittadini. A quanto pare, il registro elettorale unificato in Serbia conta più elettori registrati rispetto al numero ufficiale di cittadini aventi diritto di voto. Un’altra tecnica di manipolazione comune è quella degli “elettori fantasma” (i defunti vengono regolarmente utilizzati in modo improprio per votare). Stanno già arrivando segnalazioni da piccole città in tutta la Serbia secondo cui le schede elettorali e le urne vengono sostituite, con manomissioni criminali del materiale elettorale attualmente in corso in vista del giorno delle elezioni. In uno scenario più realistico, è possibile che entrambe le liste, quella degli Studenti e quella del Partito progressista serbo, rivendichino la vittoria il 25 ottobre, dopodiché ci troveremo di fronte a una lunga situazione di stallo, con la possibilità di un riconteggio di ogni singolo voto. Prolungando e ribaltando il risultato elettorale, il regime ricorrerà probabilmente a tattiche di logoramento, poiché dispone di risorse enormi e ha preso il controllo di tutte le istituzioni. Temo che quando ci riuniremo la notte del 25 davanti alla sede della Commissione Elettorale della Repubblica (RIK in serbo), a Belgrado, che annuncerà i risultati elettorali, ci saranno disordini e provocazioni da parte loro, poiché la RIK si trova nell’edificio dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia (il vecchio Parlamento) in via Kralja Milana, proprio di fronte al Parco Pionirski, dove da oltre un anno è situato un insalubre accampamento paramilitare-mafioso chiamato “Ćaciland“. Affermando che forze esterne e interne fomenteranno disordini, l’ex presidente sta semplicemente gettando le basi per sconfessare proprio quelle azioni che continua a ispirare. Foto di Miloje Savić     Anna Polo
October 24, 2026
Pressenza
Fossili, clima e guerra: il 24 ottobre assemblea nazionale. Intervista a Renato Di Nicola
 Le fonti fossili non sono solo la causa principale del cambiamento climatico, ma sono anche il motivo per cui scoppiano la maggior parte delle guerre. Fossili, clima e guerra costituiscono, pertanto, la miscela esplosiva che sta portando il mondo verso l’autodistruzione. È su questi temi, e sulla necessità di riprendere la lotta contro un potere economico, politico e militare che sempre più determina il futuro dell’umanità, che sabato 24 ottobre si terrà a Roma (sede nazionale Cobas, viale Manzoni 55, ore 10) una assemblea nazionale aperta al contributo di tutte le realtà di movimento che lottano per la giustizia climatica e sociale, contro l’economia di guerra e per la difesa dei territori e dei beni comuni.   Chiediamo a Renato Di Nicola, coordinatore della Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”, promotrice dell’iniziava, quali sono le ragioni che hanno spinto per la convocazione dell’assemblea. Quello che accade è sotto gli occhi di tutti, stiamo attraversando il periodo più buio e più pericoloso dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mai come oggi abbiamo assistito ad una crisi climatica così grave e mai abbiamo avuto contemporaneamente più guerre così devastanti che rischiano di portarci verso una deflagrazione globale. Non a caso al centro delle due crisi ci sono i combustibili fossili, dei quali dobbiamo liberarci al più presto possibile. Il legame fossili-clima è certificato da tempo dalla comunità scientifica internazionale, ma quello tra fonti fossili e guerra?  E’ così da sempre, cioè da quando sono stati scoperti carbone, petrolio e gas – risponde Di Nicola -, senza combustibile non si muovono i carri armati e non volano gli aerei. L’ attuale crisi energetica, che sta avendo pesantissime ripercussioni soprattutto sulle economie dell’Occidente, è la diretta conseguenza della guerra in Iran, scatenata dagli Stati Uniti e da Israele. Dallo stretto di Hormuz passa il 25 per cento del petrolio mondiale e il 20 per cento del GNL (gas naturale liquefatto). Le guerre scoppiano non solo per conquistare le aree ricche di fonti fossili ma anche per avere il controllo delle loro rotte di transito. La situazione di oggi può essere paragonata alla prima grande crisi energetica del 1973, causata dalla guerra del Kippur. Da notare che il Medio Oriente è il più grande bacino di petrolio e di gas del mondo, e proprio in quest’area si è avuta una lunga serie di sanguinosi conflitti legati alle fossili, tra cui le due guerre del Golfo del 1990 e del 2003.  Anche molte guerre nel continente africano, oltre a ragioni di carattere etnico e territoriale, hanno avuto al centro le fonti fossili. Si pensi ai conflitti in Nigeria, Libia, Sud Sudan e Yemen. Neppure la guerra Russia-Ucraina sfugge alla trappola delle fossili. Infatti, le regioni contese, ovvero il Donbass e il Dnieper-Donetsk, hanno grandi riserve di carbone e di metano da carbone. Non solo, ma sono anche ricche di minerali strategici, come litio, titanio, uranio, grafite e manganese. È casuale tutto questo?.  Veniamo alla Palestina, dove è in atto il genocidio del popolo palestinese. Anche qui giocano un ruolo le fonti fossili. Nel 2000, al largo della costa di Gaza, sono stati scoperti due giacimenti di metano, con una capacità complessiva stimata in 30 miliardi di metri cubi, una quantità tale da poter soddisfare l’intero fabbisogno dei palestinesi, ma lo sfruttamento dei due campi di gas non è mai partito perché Israele ne rivendica illegalmente il controllo.  Ma le fonti fossili servono anche per la società civile, per le famiglie e per le industrie. Come se ne esce?   Le alternative esistono eccome, è una questione di scelte politiche; le fonti energetiche rinnovabili sono oggi più competitive rispetto alle fossili, e fanno risparmiare anche sulle bollette. Vedi il caso della Spagna dove il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è in media inferiore del 50 per cento rispetto all’Italia. Ciò dipende dal fatto che in Spagna il fabbisogno dell’elettricità è coperto per il 56 per cento dalle rinnovabili, che sono la fonte prevalente. In Italia, invece, è il gas che fa il prezzo perché incide per quasi il 50 per cento sulla produzione di energia elettrica.  È possibile sostituire le fossili, climalteranti ed inquinanti, con energia pulita e più economica. Infatti, si potrebbero realizzare 90 GW di rinnovabili in più entro il 2030, riducendo in questo modo il consumo di gas di almeno 20 miliardi di metri cubi; ed entro il 2035 la copertura elettrica nazionale potrebbe essere ottenuta al 100 per cento con le rinnovabili. Se ciò non avviene è perché le potenti lobby del settore fossile non sono disposte a rinunciare ai loro enormi profitti e al loro potere, con cui impongono le loro decisioni ai governi. E il governo italiano non sfugge a questa regola. Va detto, però, che l’utilizzo delle fonti rinnovabili deve essere sempre contestualizzato per evitare che si riproduca il sistema energetico dominante, danneggiando i territori e l’ambiente con una violenza simile all’estrattivismo fossile. L’energia deve essere considerata un bene essenziale e pubblico e quella rinnovabile, se vogliamo che sia davvero democratica, deve essere prodotta soprattutto dal basso attraverso le comunità energetiche e le comunità solari. Come siamo messi, al riguardo, in Italia? Siamo in forte ritardo rispetto agli stessi obiettivi del Piano nazionale energia e clima (PNIEC), che già di per sé è poco ambizioso. Il governo Draghi prima e quello Meloni dopo, anziché puntare sulle rinnovabili, hanno favorito grandi investimenti nello sviluppo delle infrastrutture del gas. Nel 2022, approfittando della guerra in Ucraina, è stata riavviata la realizzazione del grande metanodotto Linea Adriatica di 425 chilometri da Sulmona a Minerbio, con una nuova centrale di compressione a Sulmona; inoltre, saltando tutte le procedure di legge, si è deciso di realizzare i due nuovi rigassificatori di Piombino e Ravenna. Si tratta di opere del tutto inutili, la cui presunta necessità è basata sulla falsa narrazione che L’Italia, in seguito alla chiusura delle importazioni dalla Russia, correva il rischio di restare a corto di gas. In realtà nel nostro Paese il gas non è mai mancato perché già aveva diverse fonti di ingresso sostitutive. Oggi il consumo di metano è intorno ai 63 miliardi di metri cubi, mentre – senza considerare il gas russo e i rigassificatori di Piombino e Ravenna, e naturalmente senza la Linea Adriatica, che non è ancora completata – l’Italia ha una disponibilità tecnica di almeno 100 miliardi di metri cubi. Abbiamo, quindi, un eccesso di infrastrutture metanifere, non una carenza; e, come se ciò non bastasse, il governo ha deciso di realizzare tre nuovi rigassificatori a Gioia Tauro, Porto Empedocle e Taranto. Inoltre, è stato già avviato il raddoppio del Tap ed è previsto un nuovo metanodotto, l’EastMed-Poseidon, da Israele ad Otranto. Con tutte queste nuove opere l’Italia arriverebbe ad avere assurdamente una disponibilità di metano di circa 160 miliardi di metri cubi, mentre i consumi non andranno oltre i 58 miliardi ad 2030, che è l’obiettivo del PNIEC. ENI e SNAM faranno profitti da capogiro mentre i costi di tutti questi impianti superflui saranno caricati per decenni sulle bollette dei cittadini italiani. A livello operativo qual’ è la finalità dell’assemblea del 24 ottobre? L’ultima grande mobilitazione nazionale per la difesa del clima e contro le grandi opere è stata quella di Roma del 2019; dopo di allora, non muovendosi più nulla in modo coordinato, abbiamo deciso di trasformare lo slogan del nostro striscione in una Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”. Poi è arrivato il Covid che ha rallentato una risposta nazionale e di massa, ma noi non ci siamo mai fermati.  In sette anni abbiamo realizzato, insieme ad indagini e analisi, centinaia di manifestazioni sincroniche contro lo strapotere di multinazionali quali Eni, Snam, Socar, Leonardo ed altre; convegni come quelli di Ravenna contro la fiera OMC Med Energy; e cortei partecipati da migliaia di persone a Sulmona, Ravenna, Piombino, Ancona, Falconara, Brindisi. Abbiamo preso parte ad iniziative promosse da altre realtà di lotta stabilendo relazioni e connessioni durature, sempre in una prospettiva di convergenza e rifiutando schemi di tipo verticistico. Abbiamo dato il nostro contributo per la costruzione di intese nazionali come il Climate Pride. Abbiamo seguito gli incontri COP da Glasgow a Belem, e partecipato al primo incontro contro i fossili di Santa Marta in Colombia. Abbiamo organizzato comunità energetiche e lotte anche con altre realtà di movimento, come a Milano per lo Stop Data Center, o a Taranto per la chiusura delle fabbriche di morte. Il 24 ottobre a Roma, con una visione rivolta al futuro, discuteremo, insieme a chi vuole condividere questo percorso, di come superare i limiti e le difficoltà date dal divario tra le giuste e puntuali lotte che vengono portate avanti nei territori e il rafforzamento del potere di dominio delle grandi compagnie del fossile, del nucleare, dell’apparato militare-industriale-finanziario, che condizionano fortemente le decisioni politiche a livello nazionale e globale.  Per realizzare un reale cambiamento non basta quello che si è fatto da parte delle diverse realtà in Italia, spesso ciascuna per conto proprio. Su questi temi riteniamo indispensabile aprire una nuova fase di confronto e di coordinamento, soprattutto sul “che fare”, con l’obiettivo di arrivare ad una mobilitazione nazionale che leghi le lotte per il clima con le lotte sociali e con quelle contro il riarmo e la crescente militarizzazione in atto nei territori. Sappiamo che è una sfida molto dura e difficile, ma se vogliamo cambiare i rapporti di forza nella nostra società, questa è l’unica strada da percorrere.   Mario Pizzola
October 21, 2026
Pressenza
Intervista a Emiliano Brancaccio: «Le sanzioni sono frutto del declino degli Stati Uniti»
Da 900 a oltre 9mila sanzioni Ofac dall’inizio del secolo: per l’economista Emiliano Brancaccio sono pressioni economiche mascherate da lotta al terrorismo_ _________ Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni. La sottomissione europea ai diktat del comparto politico-finanziario americano sembra evidente. Come siamo arrivati a questo punto? E come uscirne? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica all’Università Federico II di Napoli e autore del recente saggio Libercomunismo (Feltrinelli), che sta suscitando ampio dibattito sui media e nelle istituzioni. PROFESSOR BRANCACCIO, NEL SUO ULTIMO LIBRO LEI SOSTIENE CHE NULLA POSSIAMO CAPIRE DI QUEST’EPOCA SE NON LA COLLEGHIAMO ALLA «CRISI DEL DEBITO STATUNITENSE CHE PORTA AL DECLINO DEL VECCHIO ORDINE MONDIALE A GUIDA AMERICANA». EPPURE LA LUNGA MANO DEGLI STATI UNITI SI AVVERTE ANCORA. L’OFAC, L’UFFICIO DEL DIPARTIMENTO DEL TESORO CHE GESTISCE LE SANZIONI, COLPISCE CON MISURE SEMPRE PIÙ DURE PERSONALITÀ, BANCHE, ASSOCIAZIONI E ISTITUZIONI FUORI DAI CONFINI AMERICANI. COME SI SPIEGA? Più il vincolo del debito americano morde, più il declino del vecchio ordine mondiale si accentua, più la reazione degli Stati Uniti diventa aggressiva. E accentua la militarizzazione dei rapporti commerciali e finanziari con gli altri Paesi. Le cosiddette sanzioni finanziarie imposte dall’Ofac sono un caso emblematico. All’inizio del secolo erano appena novecento, oggi sono più di novemila, in larghissima misura extra-territoriali. Il più delle volte sono spacciate come “sanzioni” contro cosiddetti “terroristi” e simili. Ma la verità è che si tratta di meccanismi di pressione che rientrano nella grande svolta della politica economica americana: dal vecchio globalismo dei tempi gloriosi a un nuovo protezionismo commerciale e finanziario, unilaterale e sempre più minaccioso. LEI STA DICENDO CHE LA LOTTA AL “TERRORISMO” E SIMILI È UNA SCUSA? L’Ofac ha bloccato l’alluminio russo, il petrolio venezuelano, i semiconduttori cinesi, con giustificazioni che andavano dalla lotta agli oligarchi che facevano malign activities, al contrasto al traffico di droga, alla difesa degli uiguri. E così via. Queste sanzioni, guarda caso, sono cresciute man mano che il debito americano verso l’estero aumentava. E diventava sempre più difficile controllarlo in condizioni di libero mercato. La verità è che l’Amministrazione americana utilizza questi “nobili” pretesti per nascondere i suoi veri obiettivi: governare il declino del capitalismo americano e cercare di preservare un perimetro egemonico almeno su un pezzo di mondo. Con tutti i mezzi. VALE ANCHE PER IL CASO DI BANCA ETICA? Il boom delle sanzioni di Ofac funziona un po’ come una pesca a strascico. Hanno una precisa rotta politica ma poi tirano nella rete anche un mucchio di gente che c’entra ben poco. Il caso di Banca Etica fa parte del mucchio. La banca ha dovuto chiudere il conto di Autistici/Inventati accusati dagli Stati Uniti di fornire infrastrutture digitali al Partito comunista curdo e ad altre organizzazioni dell’estrema sinistra definita “violenta”. Una esagerazione alquanto grottesca. Che però, se ci pensiamo bene, rientra in un progetto che fa proprio dell’indistinta rozzezza la sua cifra politica. Insomma, per l’amministrazione americana non è più tempo di indugiare nei distinguo. C’è da stringere le maglie intorno a tutti i vari tipi di cellule ribelli, che in un modo o nell’altro disturbino il ridisegno dei perimetri dell’egemonia, dall’Europa al Medio Oriente. È un altro effetto del cosiddetto friend shoring. Ossia, della netta separazione che ormai gli americani fanno tra “amici” e “nemici”. È una politica che non ammette più sfumature, che non contempla più tolleranze. Persino i più piccoli dissidenti delle più remote periferie vanno schiacciati. Anche bloccando gli accessi ai conti bancari, se serve. È successo nella Germania nazista come nell’apartheid in Sud Africa. Ora accade nell’Occidente filo-americano, che ancora si ostina a definirsi “liberale”. C’È CHI SOSTIENE CHE BANCA ETICA AVREBBE DOVUTO TIRARE DRITTO, SENZA BLOCCARE IL CONTO DI AUTISTICI/INVENTATI. CHE NE PENSA? Ipotesi donchisciottesca. In casi non dissimili, l’Ofac ha applicato sanzioni secondarie tali da impedire qualsiasi intermediazione con il sistema finanziario americano. Con effetti dirompenti sulle più banali operatività delle banche colpite. Un decoupling finanziario dall’America può avvenire, ma solo su basi politiche. Servono prese di posizione, leggi, regolamenti, infrastrutture digitali. MA COME SI COSTRUISCE UN DECOUPLING POLITICO EUROPEO? L’EURO DIGITALE È SICURAMENTE UNA PRIMA RISPOSTA, MA FORSE NON BASTA. È VERO CHE LA BCE PUNTA A INFRASTRUTTURE DIGITALI EUROPEE. MA POSSONO ESSERE SUFFICIENTI IN UN MONDO IN CUI LA DIPENDENZA ANCHE TECNOLOGICA DAGLI STATI UNITI È FORTISSIMA? Non è un problema di ordine tecnologico. È un problema di coordinamento politico. Per citare un esempio, l’Europa non ha ancora una sua carta di credito perché la frammentazione tra i singoli Stati ha impedito la formazione di un gigante oligopolista all’altezza dei fornitori americani. Ma soprattutto, l’Europa non ha una politica estera comune che consenta di scegliere dinanzi al bivio imposto dagli americani. Ossia, o i Paesi europei subiscono passivamente la svolta protezionista degli Stati Uniti, accettando tutte le cosiddette sanzioni e le altre conseguenze. Oppure reagiscono a quella svolta con una risposta coordinata, apertamente antagonistica al friend shoring americano. IN CHE DIREZIONE SI STANNO MUOVENDO I PAESI EUROPEI? Per adesso gli europei stanno subendo. Per il futuro, la crisi dell’ordine si accentuerà. Gli Stati Uniti cercheranno di scaricare ancor più i loro problemi sugli alleati europei. Le tensioni atlantiche aumenteranno. Gli esiti non sono ancora scritti Redazione Italia
October 18, 2026
Pressenza
Curare non è un reato. La salute dei migranti e la resistenza dei medici
Ne parliamo con il dott. Nicola Cocco,[1] infettivologo della società di medicina delle migrazioni e della Rete No ai CPR, accusato insieme ad altri 23 medici di aver creato una associazione a delinquere volta a evitare attraverso certificati medici l’invio delle persone migranti nei Centri di detenzione ed espulsione. Per parafrasare Bertold Brecht potremmo dire povero il Paese che indaga i propri medici che assistono le persone in difficoltà. Tu sei indagato insieme ad altri 23 dalla Procura di Ravenna. Ci puoi dire cosa è successo? Come è partita questa indagine? Allora Manfredo, ti rispondo raccontandovi che il 16 di settembre a livello nazionale è partita una perquisizione di 23 medici. Per il sottoscritto la perquisizione era anche accompagnata da un avviso di denuncia per associazione a delinquere volta alla creazione di un sistema per diffondere certificati falsi per non mandare persone all’interno dei CPR (Centro di permanenza per il rimpatrio), in vista di un eventuale rimpatrio forzato. Si tratta di una costola di un’inchiesta partita a febbraio del 2026 sempre dalla Procura di Ravenna, che ha indagato all’epoca 8 persone per falso ideologico; l’accusa è quella che esista un sistema di medici che producono certificati falsi per non mandare le persone nei CPR. Questa è una accusa anche infamante, parliamo di associazione a delinquere; in realtà è la torsione giudiziario-propagandistica di una campagna partita più di due anni fa e promossa dalla SIMM ASGI e dalla rete Mai più Lager-no CPR, volta a contattare medici, studenti di medicina e operatori della salute per discutere delle criticità di salute all’interno dei centri, per diffondere la questione di patogenicità di questi centri e per chiedere che venga presa in considerazione questa patogenicità per il rilascio delle idoneità che sono richieste ai medici del Sistema Sanitario Nazionale per l’invio delle persone all’interno dei CPR. Possiamo dire che nell’assurdità di questa inchiesta un merito è stato quello di far parlare dei CPR e delle condizioni che i migranti vivono al loro interno. Ci puoi spiegare qual è l’aspetto più drammatico per le persone rinchiuse? Di fatto questa inchiesta sta portando alle cronache i CPR, ma mi sgomenta perché se c’è bisogno di denunciare i medici per parlare dei CPR… Questi medici non sono eroi, ma  professionisti che ritengono che il Giuramento di Ippocrate e il codice deontologico abbiano ancora un valore. Perché sottolineo questo? Perché oramai da diversi anni abbiamo le evidenze scientifiche della patogenicità degli Immigration Detenter Center a livello internazionale; c’è un corpus di studi, articoli e inchieste che sono arrivate non solo a livello giornalistico o istituzionale, ma anche a livello di letteratura scientifica, quella basata sulle evidenze, quella su cui prendono le decisioni i medici e ci dicono che questi centri hanno caratteristiche di patogenicità, fanno ammalare le persone e peggiorano le condizioni di chi è già ammalato. In particolare hanno effetti gravissimi sulla salute mentale che proseguono a lungo anche dopo il rilascio dai centri stessi e che si correlano con l’abuso di psicofarmaci volti proprio al trattenimento. Questa è una realtà che riguarda anche i CPR italiani, caratterizzati da un livello di degrado degli ambienti che sono patogeni e lesivi della dignità degli esseri umani; questi ambienti non sarebbero accettabili neanche nell’istituzione peggiore che esiste nel nostro Paese, cioè il carcere. Se in carcere avessimo le condizioni strutturali che esistono nei CPR, credo che avremmo rivolte quotidiane. Questi centri sono caratterizzati da grande sofferenza e violenza perché la violenza è l’unico linguaggio messo in atto sia da chi li gestisce, dalla polizia, dai gestori privati, dal personale sanitario. Una violenza che è giustificata dalla totale  normalizzazione e disumanizzazione, perché queste persone sono disumanizzate, non sono visti come esseri umani, ma sono identificati con un numero e spesso si riconoscono loro stessi con il numero identificativo quando gli chiedi: “Chi sei? Come ti chiami?” Spesso mi hanno risposto con il loro numero. Questo evidenzia la disumanizzazione che poi porta alla normalizzazione della violenza. Infine c’è il discorso del regime di abbandono di questi luoghi; come diceva Basaglia, questi sono luoghi dove le persone sono abbandonate in vista di un rimpatrio forzato che come sappiamo avviene in meno della metà dei casi dei provvedimenti di espulsione e del tutto avulso dall’art 27 della Costituzione sull’importanza del reinserimento sociale. Queste persone vengono detenute perché ritenute ontologicamente dei corpi da espellere in base alla normativa e alla propaganda politica del momento. Questo ovviamente è inaccettabile dal punto di vista medico e deontologico  ed è quello che ha informato in coscienza la campagna dei medici, che in scienza si basa sull’evidenza della patogenicità e in coscienza chiede di utilizzare queste evidenze nella valutazione di una idoneità al trattenimento in questi centri. Su cosa si basa l’accusa di aver fondato una organizzazione a delinquere? E’ ovvio che i medici nella loro autonomia hanno come priorità la salvaguardia della salute delle persone, e questo è previsto dal dettato costituzionale e quindi quei medici che hanno salvaguardato la salute dei migranti già traumatizzati dal viaggio dalle torture subite in Libia, semmai hanno svolto una funzione suppletiva, cioè quella di rispettare lo spirito della Costituzione e il diritto universale alla salute. La vostra difesa si baserà anche su questi principi? L’accusa di associazione a delinquere si basa sul fatto di aver scoperto che esiste un gruppo di medici che discute e dibatte in modo pubblico e aperto negli ospedali, all’università, a congressi medici su una questione politicamente sensibile. Noi abbiamo sempre fatto tutto alla luce del sole; è singolare che un’associazione a delinquere agisca alla luce del sole e lascia alquanto basiti su quale sarebbe l’intento criminoso. Si tratta di un’accusa strumentale per poter dire che questi certificati sono stati falsificati, per ottenere un risultato ideologicamente fondato. Almeno così viene presentata questa inchiesta a livello mediatico. L’accusa di associazione a delinquere è una cosa seria, pesante, gravissima e a differenza di quelli che dicono che le persone indagate hanno piena fiducia nella magistratura, io sono molto preoccupato perché tutto l’impianto di questo momento storico si basa sul fatto di voler trovare dei capri espiatori da utilizzare propagandisticamente in chiave elettorale e quindi utilizzare l’espulsione degli immigrati più come strumento politico che come strumento amministrativo; su questo punto, ogni figura professionale che osa essere di intralcio a questo tipo di gestione che non rispetta la dignità delle persone migranti va bloccata con ogni mezzo. Quello che si è verificato negli ultimi anni è che lo Stato non vuole più vedere i corpi, le vite e le storie delle persone migranti, riflettendo quello che è la pancia dell’opinione pubblica e lo si vede dalla classe dirigente di questo governo. Ma è un problema antico che dura almeno da 30 anni, cioè l’aver letto l’immigrazione solo come un problema di sicurezza ed emergenziale e non come la realtà strutturale e dinamica di esseri umani che dovrebbero avere quello che Papa Francesco ha definito Jus Migrandi. E cito Papa Francesco, non teorici marxisti sul diritto alla migrazione. Quindi lo Stato ha completamente delegato la presa in carico della salute delle persone migranti a realtà terze. Le persone irregolari, ad esempio, non possono neanche iscriversi al sistema sanitario e per loro viene emesso un codice (STP che significa straniero temporaneamente presente), per poter accedere ai servizi sanitari. Le persone migranti che attraversano il Mediterraneo e seguono la rotta balcanica sono state completamente abbandonate dallo Stato. Non c’è più la missione Mare Nostrum e tutto è stato delegato alle ONG di soccorso, che oltretutto vengono criminalizzate. Molti migranti che accedono alle questure per asilo politico o per rinnovo dei permessi di soggiorno devono aver paura, perché molti vengono prelevati e portati direttamente nei CPR per aumentare le espulsioni e l’invio nei Paesi terzi. Si tratta di un vero e proprio migranticidio messo in atto dalle classi dirigenti europee negli ultimi 20-30 anni, cancellando la presenza dei corpi, le storie, le vite delle persone migranti nei nostri Paesi. Questo lo si fa ignorando da dove arrivano queste persone, le condizioni di transito dei lager libici, dei posti di traffico tunisini o nei luoghi di detenzione terrificanti lungo la rotta balcanica. Questo accade con l’omissione di soccorso in mare, e la criminalizzazione delle ONG,  con l’esternalizzazione delle frontiere, con la marginalizzazione quotidiana dei migranti nei nostri Paesi, per cui difficilmente riescono a uscire dalle risacche di povertà ed entrano in contatto con gli ambienti criminali. Infine questo accade negli Immigration Detention Center, che sono una vera e propria frontiera interna dei nostri Paesi ermeticamente chiusa, che funge da capro espiatorio di una politica razzista e che riflette un razzismo sistemico che è in ognuno di noi e che purtroppo è diventato istituzionale. [1] Nicola Cocco sarà presente il 30 ottobre all’ARCI Stranamore di Pinerolo per raccontare la sua esperienza insieme agli avvocati dell’ASGI Manfredo Pavoni Gay
October 18, 2026
Pressenza
Laura, un bosco come scelta di vita
In un bosco sventola una bandiera della pace. L’ha issata Laura, una donna che, insieme con una cucciola di maremmano di nome Perla, ha deciso di andare a vivere lì, da sola nella selva. Sono stata loro ospite al Cenobio per qualche giorno. Abbiamo passato ore a chiacchierare, a lavorare, ad ascoltare, a ridere, a sguazzare nel fiume come fossimo tornate bambine. In tanti sentiamo il desiderio di vivere di più il contatto con la natura, ma poi, all’atto pratico, ci intimoriamo. Tu invece stai portando avanti il sogno di vivere libera in un bosco con tenacia e passione e soprattutto senza compromessi. Raccontaci di questa tua scelta e di quel che rappresenta il bosco per te Sono un’ottimista per natura e credo nella pratica più che nelle parole, dunque è stata la voglia di fare a guidarmi. Lo so, vivere qui da sola a molti appare una scelta estrema ma per me in verità non lo è. È piuttosto un processo spontaneo, qualcosa che si è fatto da sé: quando smettiamo di delegare ad altri, allo Stato, a un dio che sta sopra di noi, e ci poniamo in ascolto senza pregiudizi, diventa semplice capire quello che fa per noi. Dunque di consapevolezza in consapevolezza mi sono trovata dinanzi al bosco, non immaginario ma vero e ci sono entrata. Attraverso il bosco riesco a connettermi alla natura autentica, ne assorbo le qualità per osmosi e di giorno in giorno mi accorgo che torno a essere un umano sano, robusto e tenace, e capace di fare cose incredibili. So che alcuni tuoi ospiti – e tra questi mi ci metto anch’io – ti hanno ringraziata per aver offerto loro l’occasione di confrontarsi con paure ancestrali, per esempio il buio della notte, mentre altri hanno apprezzato la bellezza del selvatico senza comodità ad hoc. Per esempio Silvia scrive: “Non c’è un praticello accogliente, ma terra, foglie secche, pacciamatura, lavori in costruzione. Il Cenobio non ti fa accomodare, ma invita a svegliarsi, a essere presente a te stesso e al luogo. L’impatto è di un luogo in trasformazione” Credi che questa tua proposta di reintegrazione nel selvatico senza sconti potrebbe essere vissuta come una cura e una via per l’anima e per il corpo? I feedback che ho ricevuto durante il secondo anno al Cenobio mi hanno fatto riflettere e a volte sorridere, perché io stessa all’inizio mi sono confrontata con quelle che chiami “paure ancestrali”. In effetti non c’è via di fuga, bisogna affrontarle e superarle. Ma dove stanno davvero le paure? In verità, il bosco è molto più gentile di quanto si creda. Quando i cacciatori sono arrivati e mi hanno chiesto se non avessi paura dei cinghiali non ho saputo trattenermi e gli ho risposto che ho più paura dei fucili che degli abitanti del bosco; allo stesso modo mi sembra più coraggioso vivere in grandi città come Milano piuttosto che in luoghi dove non c’è nessuno. Certo vivere nell’essenziale aiuta: già solo svegliarsi con la luce dell’alba e coricarsi quando sale la luna, passare la giornata all’aria aperta riportano il sistema nervoso in equilibrio. E poi c’è di nuovo il tempo libero, uno spazio contemplativo che mi è diventato essenziale. Non significa che mi siedo nella grotta e non faccio nulla, al contrario “vivere il Cenobio” significa dar luogo alla progettazione del fare armonioso; proprio per la sua essenzialità, ti costringe a non disperderti e incanala la creatività in modo che ogni cosa che pensi, e che poi farai, sarà coerente in ogni sua parte. E questo ti permette di provare la forza dell’unione e dà gioia. Come hanno contribuito alla tua formazione di “guardiana del bosco” e permacultrice le esperienze che hai fatto all’estero? Sicuramente il corso di progettazione in permacultura (PDC) che ho seguito nel 2016 è servito da punto di partenza; da lì si è aperto un mondo di possibilità e soluzioni perfettamente compatibili con il percorso di yoga che mi accompagna dal 2001. L’anno del covid ha funzionato da molla e da acceleratore. Ho comprato un van, anzi una vanessa e come la farfalla impollinatrice sono partita all’avventura portando con me semi antichi, con l’intenzione di scambiarli con altre persone impegnate nella salvaguardia della Natura così com’è. Soprattutto in Spagna ho incontrato persone dedite alla rigenerazione della terra e della società con bio-costruzione, agroforestazione, sintropia e sinergia tra orti e umani. Per esempio la Repesei è una rete di permacultura  molto solida e presente nell’area della Murcia. Avevo pensato di fermarmi con loro, ma alla fine del mio girovagare ho trovato le corrispondenze giuste qui in Toscana, dove sono nata. Forse, per quanto possegga un animo nomade e lo sento che ancora pulsa, era destino tornare al punto di partenza, dove sono le radici. Ti riconosci nel movimento che è stato definito “neo-rurale”? Credi che le tante esperienze di singoli e gruppi che cercano modi di vivere alternativi, naturali e al di fuori, o sul confine, del sistema dominante, stiano configurando un nuovo popolo? Sì, credo che stiamo attraversando un cambio di paradigma e sono fiduciosa che un mondo etico e sano possa esistere. Negli ultimi sette/ottomila anni abbiamo costruito una società sempre più patriarcale e soffocante; al contrario avremmo bisogno di una società matrifocale o gilanica (termine usato da Marija Gimbutas per descrivere la civiltà paleolitica fondata sull’uguaglianza sociale e la cooperazione) per poter vivere vite pacifiche e in abbondanza. Dobbiamo riportare questa forma in auge attraverso la pratica, non basta teorizzarla. Quali sono i valori che animano queste persone? E quali dovrebbero essere le caratteristiche principali di tale società? Non so se posso rispondere a nome di tutti. Posso dire che sto cercando di applicare tre semplici principi etici: la cura della terra, la cura dell’altro, la condivisione di bellezza e risorse in equità. Se più persone proveranno a uscire da un sistema dove persino “la cura dell’altro” è diventata una pratica economica e proveranno a guardare all’altro con occhi diversi, più amorevoli e empatici, nascerà una nuova società umana. Quello è il primo passo, tutto il resto viene da sé. Ritornando al Cenobio, ci hai detto che ti piace progettare e so che sei una visionaria. Sappiamo però che da soli si arriva fino a un certo punto, dunque chi vorresti come compagni di viaggio in questa avventura? La definizione dotta di Cenobio, tratta dalla Treccani, lo descrive come un monastero e questo luogo ancora intatto lo è. E ne esiste un’altra, di pertinenza biologica, che pone l’accento sulla capacità che hanno gli esseri di unirsi temporaneamente o permanentemente in colonie. Nel Cenobio a cui ho dato avvio le due qualità si uniscono. Vorrei che chi avvicina questo posto ne capisse la sacralità e apprezzasse le responsabilità che impone. L’elettricità, prodotta da due panelli solari e l’acqua non sono scontate, quindi bisogna usarle con attenzione; il terreno è grande e ci sono moltissime cose (grandi e piccole) da fare per curare il bosco. E soprattutto vorrei si mettesse al centro della propria esperienza la collaborazione – la cura dell’altro. Non escludo che lavorare al Cenobio possa portare del profitto economico, ma deve avere una forma etica e non portare rapacità – né verso il luogo né verso l’altro, il compagno. Le idee possono essere tante, dall’agricoltura all’arte. Chi mi conosce sa che, sotto un’apparenza burbera, sono una persona aperta e disponibile a ragionare insieme per trovare una via comune. Marina Serina
October 13, 2026
Pressenza
“Cerchiamo solo di avere un futuro”: gli studenti di Marsiglia scendono in piazza contro il governo Macron-Lecornu
Intervista a Lilia, studentessa del liceo Thiers di Marsiglia, attiva nelle recenti proteste contro i tagli ai fondi per l’istruzione e le condizioni inadeguate in cui si studia nelle scuole francesi. Denuncia la violenza degli agenti di polizia, che non portano il numero identificativo e la completa tutela legale di cui godono con la nuova legge sulla legittima difesa. In questi giorni molti media hanno dato ampio spazio alle vostre proteste contro i tagli ai fondi per la scuola e le condizioni vergognose del sistema scolastico francese. Puoi spiegarci, da una che è in prima linea, le vostre vere motivazioni nello scendere in piazza? Siamo scesi in piazza perché avevamo un motivo concreto e perché le condizioni delle scuole sono vergognose. C’è Parcoursup, una piattaforma che ti assegna un posto a seconda del tuo dossier e da questo dipende a quali percorsi post-diploma puoi accedere. Alcuni non ci riescono affatto. Lo trovo profondamente ingiusto e discriminatorio e vogliamo che finisca. Poi ci sono le condizioni degli edifici. Molte scuole cadono a pezzi, con muffa e umidità. Vogliamo che vengano ristrutturate. Non vogliamo spaventare il governo: cerchiamo solo di avere un futuro e per averlo dobbiamo protestare. C’è chi non scende in piazza perché non è abbastanza politicizzato e non capisce fino in fondo cosa sia il movimento. Lottiamo anche per loro, come per tante altre persone. Anche i ritmi sono pesantissimi: studiamo dalle 8 di mattina alle 6 di sera. Lo so, è assurdo. Protestiamo anche per questo, perché è una questione fondamentale. Scendiamo in piazza per noi, per i nostri diritti e per quelli degli altri, di chi non comprende ancora cosa stia succedendo. Nel 2026 il nostro modo di studiare è mediocre. Gli studenti italiani, in particolare chi fa politica nelle scuole, vi guardano con grande ammirazione per il coraggio con cui avete sfidato la dura repressione di Stato e polizia. Come l’avete affrontata e come ha risposto la polizia nelle vostre scuole a Marsiglia? Siamo in tanti e cerchiamo di aiutarci a vicenda. Ci siamo gli uni per gli altri ed è questo a renderci una comunità unita: ci siamo per tutti. Ci sostengono molti sindacati, tra cui uno dei più noti in Francia, con tanti insegnanti del sistema nazionale, delle medie e dei licei. Tantissime persone ci danno una mano. Molti professori ci proteggono dalla polizia formando catene umane; su TikTok e Instagram ci sono tanti video su questo. È così che affrontiamo la repressione, che è durissima. La polizia ci lancia contro i lacrimogeni ed è una violenza enorme. Gli agenti dovrebbero portare il numero identificativo RIO durante il servizio, ma con noi non lo fanno, perché non vogliono essere rintracciati. A Parigi, per esempio, usano delle luci stroboscopiche negli scudi che li rendono impossibili da filmare e riconoscere. Poi c’è una nuova legge, approvata non molto tempo fa, sulla legittima difesa per i poliziotti. In sostanza, se uccidono un ragazzo, o chiunque altro, non possono essere perseguiti se dichiarano di aver agito per legittima difesa. Se vogliamo denunciarli e loro invocano la legittima difesa, siamo noi a dover dimostrare che non lo era. Ci sono tante persone che hanno perso denti, mani, occhi o che sono state strangolate. Una violenza assurda, disgustosa. Stavolta sono particolarmente brutali, ma lo sono da tempo. Cambia anche il modo di chiamarli: prima erano “guardiani della pace”, ora sono “forze dell’ordine”. Si vede il cambio di mentalità. Molti media italiani hanno riportato un presunto episodio in cui un preside sarebbe stato cosparso di benzina davanti al liceo Victor Hugo di Marsiglia, seguito poi da timide smentite. Che cosa è successo davvero quel giorno? Pensi che sia solo uno strumento usato dai media di destra per screditarvi? Ne ho sentito parlare, ma non so cosa sia successo quel giorno, perché non c’ero e non ho molte informazioni. Una cosa però la so con certezza: la violenza non viene da noi liceali. Il nostro è un movimento pacifista, senza violenza. La violenza arriva solo dalla polizia e da altre persone, più grandi, che si infiltrano di proposito nei blocchi e nelle manifestazioni. Non siamo noi. Non vogliamo essere rappresentati da loro né associati a loro, non è l’immagine che vogliamo dare. È vero che nei media di destra molti dicono che siamo ragazzi manipolati dalla sinistra, che protestiamo solo perché non abbiamo voglia di andare a scuola. Non è così. Vogliamo più opportunità e un futuro, perché stanno succedendo troppe cose: tagli al bilancio e cattedre sospese di proposito. Giustificano i tagli dicendo che la popolazione è in calo, ma non è una buona ragione per ingrandire le classi, con quasi 40 studenti e un solo insegnante che si trova a lavorare con quattro classi da 40 ragazzi. È insostenibile, è terribile. Non so cosa voglia ottenere questa stampa di destra, ma so che veniamo infantilizzati. Poiché abbiamo 17 anni, si dice che non siamo abbastanza grandi per pensare con la nostra testa e avere un’opinione su tutto questo ed è completamente falso. Vogliamo lottare per tutti: per le persone, per gli studenti. Le proteste sono nate in Bretagna a inizio settembre e poi si sono estese alla periferia di Parigi. Come siete riusciti a coordinarvi e a costruire una rete tra voi? Come avete reso possibile tutto questo? Credo che qualcuno sia in contatto con Parigi, ma in realtà non coordiniamo le lotte da una città all’altra. Non so bene perché e sarebbe un’ottima idea. Lavoriamo a livello locale, in modo piuttosto disorganizzato. La rete non è ancora ben sviluppata: ci proviamo, ma è difficile. Prima di questa mobilitazione facevamo già dei blocchi, quindi una rete di base esisteva. Ci schieriamo tutti con tutti e cerchiamo di creare solidarietà: è questo che ha reso possibile il movimento. Siamo tanti a lottare per la causa, per gli studenti, per gli insegnanti e per molto altro e siamo uniti. Sono davvero orgogliosa di noi, perché mostriamo una vera solidarietà. Nelle piazze abbiamo visto di tutto: studenti, operai, dipendenti pubblici, vigili del fuoco. Che cosa unisce, secondo te, categorie così diverse? Perché siete scesi insieme contro le misure di bilancio del governo Macron-Lecornu? Siamo in tanti a lottare contro questo governo e questo ci unisce molto: il rifiuto del modo in cui governa e il fatto che si taglino sempre più diritti sociali. Non so se ricordate la riforma del 2023 sulle pensioni: con quella si può andare in pensione a 64 anni, che è veramente troppo tardi. Oggi sono al centro dell’attenzione i tagli al bilancio dell’istruzione nazionale, con tante cattedre soppresse di proposito. Ci sono molte scuole medie e superiori con classi senza nemmeno un insegnante di francese, che è materia d’esame alla maturità e così non ci si può preparare come si deve. Per questo noi studenti lottiamo contro tutti questi tagli e queste soppressioni di posti, ed è per questo che molti si uniscono a noi. Possiamo anche unirci ad altre cause, come quella degli ospedali: ci aiutiamo a vicenda nelle rispettive battaglie. È così che ci uniamo, per via di queste misure di bilancio e dello smantellamento di tanti diritti sociali. Siamo molto solidi e cerchiamo di restare uniti, perché è fondamentale. Proprio mentre protestavate, Macron ha pubblicato sui social un video del lancio di un nuovo missile nucleare. Cosa pensate dell’enorme aumento delle spese militari in Francia e in Europa, a fronte delle politiche di austerità dei nostri governi? Penso che sia una vergogna: la guerra, i missili nucleari, tutto. Dimostra che a Macron non importa della nostra causa, di niente di ciò che cerchiamo di ottenere. Gli importano solo i suoi missili. Siamo indignati, è scandaloso, perché non gli importa nemmeno del suo Paese, quello che guida. Nel nostro liceo ci sono dei corsi di difesa in caso di guerra che vogliamo eliminare: non li vogliamo. È come se ci preparassero alla guerra, a 17 anni! È vergognoso. Cerchiamo di opporci, ma è complicato. Teodoro Palpacelli
October 12, 2026
Pressenza
Il centro storico di Monterotondo (RM) non è in vendita
 Piazza della Libertà è bene pubblico Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, verrebbe da dire notando il silenzio assordante che l’Amministrazione comunale di Monterotondo sta scegliendo come modalità di risposta a richieste e chiarimenti della cittadinanza sul progetto dei parcheggi a Piazza della Libertà e sull’abbattimento di 24 alberi (di cui 2 monumentali). Abbiamo già scritto sull’argomento e sulla mobilitazione cittadina ma non abbiamo ancora tratteggiato in modo più puntuale quella che potremmo definire ‘la linea comportamentale’ dell’attuale Amministrazione circa questo intervento nei confronti dei loro stessi cittadini e cittadine, residenti o no. Lo chiediamo a Gianluca Pirozzi, presidente dell’Associazione Centro storico in Movimento e promotore del Comitato Salviamo Piazza della Libertà. Gianluca, voi come associazione, avete scritto pochi giorni fa due lettere all’Amministrazione comunale: una intitolata “Piazza della Libertà. Lettera aperta all’amministrazione comunale di Monterotondo” e “Piazza della Libertà come Bosco Ospizio: perché il cemento vale più di un polmone verde?”. Ci puoi sintetizzare il contenuto? Le due lettere nascono dalla volontà di far sentire con forza la voce della comunità di fronte a un progetto che riteniamo profondamente dannoso per il futuro di Monterotondo. Nella “Lettera aperta all’Amministrazione comunale”, rivolta direttamente al Sindaco e alla Giunta, chiediamo l’immediata revoca delle delibere e la cancellazione del progetto del parcheggio interrato, richiamando l’attenzione sull’esempio negativo di altre realtà italiane (come il cantiere dell’Ex Ospizio a Reggio Emilia), dove decisioni calate dall’alto hanno creato spaccature insanabili tra istituzioni e cittadini. Ricordiamo che il suolo di Piazza della Libertà è interamente pubblico, un patrimonio comune che chi governa ha il dovere primario di tutelare. La nostra richiesta di stop si fonda su quattro pilastri imprescindibili: Prevalenza dell’interesse collettivo: i 24 alberi storici costituiscono un polmone verde insostituibile, indispensabile per il microclima, la salute pubblica e il decoro del centro storico. Volontà della comunità: migliaia di residenti e commercianti hanno espresso un “NO” documentato e partecipato; ignorarlo significa spezzare il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Assenza di utilità dell’opera: a fronte di rischi idrogeologici e geotecnici, dei costi ambientali irreversibili e dei disagi alla viabilità, l’utilità reale per la qualità della vita dei cittadini è pari a zero. Iniquità economica e “gabella” delle strisce blu: è un’ingiustizia inaccettabile far ricadere il costo finanziario dell’operazione sulla collettività, imponendo circa 1.500 stalli a pagamento su tutto il territorio comunale e ipotecando la sosta di famiglie e lavoratori per ben 21 anni. Nel secondo testo, “Piazza della Libertà come Bosco Ospizio: perché il cemento vale più di un polmone verde?”, evidenziamo il paradosso visivo e concettuale di questa scelta: da un lato gli alberi e il verde storico in primo piano, dall’altro la sede del Municipio sullo sfondo. Ricordiamo agli amministratori che gestire un bene pubblico non equivale a possederlo, ma a custodirlo. Togliere un polmone verde alla città per consegnare un parcheggio interrato con un centinaio di posti tutti rigorosamente a pagamento e a vantaggio delle casse di un privato con tanto di edificio di 4 piani da costruire per ospitare un centro commerciale — costringendo per di più i cittadini a pagare di tasca propria per 21 anni questo scempio — è una scelta non solo ingiustificabile ma democraticamente oltre che eticamente colpevole, che continueremo a contrastare con determinazione. Italia Nostra sostiene questa battaglia iniziata da cittadini e cittadine. Potresti raccontarci nel dettaglio le ragioni del sostegno di un’associazione così prestigiosa? L’opposizione al progetto del parcheggio interrato a Piazza della Libertà non è un’iniziativa isolata o estemporanea, ma un impegno civico e culturale fondato sulla difesa dell’identità urbana e storica di Monterotondo. Le posizioni espresse da Italia Nostra — la principale associazione nazionale per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale — confermano che la mobilitazione per la salvaguardia dei 24 alberi e per la tutela del suolo pubblico non riguarda soltanto una questione di decoro locale, ma tocca principi fondamentali di legalità, sostenibilità e partecipazione democratica a dimostrazione che il centro storico non è uno spazio da cementificare o monetizzare, ma un bene comune vivo che appartiene alla collettività e che chi governa ha il dovere di custodire. D’altro canto fu proprio Italia Nostra, con lo storico convegno di Gubbio del 1960, a dare impulso alla tutela dei centri storici nel nostro Paese, riconoscendoli come uno dei patrimoni culturali di maggior pregio d’Italia. A quell’incontro presero parte amministratori, urbanisti e intellettuali di primissimo piano, tra cui Giulio Carlo Argan e Antonio Cederna. Oggi la giurisprudenza riconosce che un centro storico è un bene immateriale complesso: esso racchiude non solo le architetture e la struttura edilizia, testimonianza dell’evoluzione urbana, ma anche la vita sociale e culturale della comunità che vi abita. È quindi un organismo vivo, il cui valore risiede proprio nella sua continuità storica e sociale. Il centro storico di Monterotondo, caratterizzato dalla figura imponente di Palazzo Orsini, costituisce uno degli esempi più significativi di tutta la Sabina Romana. È evidente come l’intervento proposto stravolga l’identità del luogo: cancella 24 alberi storici — due dei quali proposti per l’inserimento nell’elenco dei monumentali nazionali — e introduce elementi costruttivi del tutto slegati dal contesto storico preesistente. Inoltre, l’opera altererebbe il normale svolgimento della vita quotidiana dei residenti, trasformando Piazza della Libertà in un polo di movida notturna a beneficio esclusivo di poche attività commerciali e a discapito della vivibilità di chi risiede nella zona. Sotto il profilo procedurale, le osservazioni presentate da Italia Nostra hanno evidenziato gravi carenze nelle analisi tecniche di progetto, in particolare per ciò che concerne l’impatto ambientale; risulta inoltre assente la necessaria autorizzazione della Soprintendenza, l’organo preposto per legge alla protezione dei centri storici. A queste criticità si aggiunge un piano economico-finanziario altamente penalizzante, pensato per drenare risorse economiche dalla cittadinanza per un arco temporale di ben 21 anni. L’unica scelta civile e responsabile per Italia Nostra e per la cittadinanza resta l’interruzione immediata dell’iter autorizzativo prima che vengano prodotti danni irreparabili. Peraltro, bisognerebbe ricordare a questa Amministrazione che la difesa dei centri storici e la tutela dei beni pubblici hanno sempre rappresentato battaglie civili e identitarie storicamente legate alla sensibilità della sinistra.  All’inizio dell’articolo abbiamo scritto che volevamo tratteggiare meglio la ‘linea comportamentale’ dell’attuale Amministrazione comunale. Personalmente la ritengo assolutamente consapevole dei danni che arrecherebbe questo progetto alla città di Monterotondo. Che idea ti sei fatto delle ragioni che sostengono questa cieca ostinazione? Dalla prospettiva dei dati scientifici, amministrativi e sociali, tutte le evidenze remano in modo inequivocabile contro questa scelta. La consapevolezza dei danni da parte dell’Amministrazione è evidente nel modo stesso in cui ha agito: tenendo le carte coperte il più a lungo possibile, non dando notizia dell’avvio della Conferenza dei Servizi e rinunciando a chiedersi se l’opera fosse davvero utile o compatibile con le norme paesaggistiche e l’emergenza climatica. A questo si aggiunge un dato economico sconcertante: l’alienazione della sosta pubblica per ben 21 anni in project financing, che consegna 1.500 stalli a logiche private con modalità impensabili persino in regimi autoritari. Sul piano ecologico, l’abbattimento di 24 alberi ad alto fusto (tra cui due monumentali) priva la piazza di ombra e mitigazione termica: un danno che nessun arredo sostitutivo potrà mai ripagare, producendo un cortocircuito logico per chi proclama la transizione ecologica come pilastro politico. Non si tratta di ignoranza dei dati (il socratico “si sbaglia solo per ignoranza”), dato che perizie e istanze sono ben note. Subentra invece l’acrasia aristotelica: la debolezza della volontà. I vertici politici, pur consapevoli dei rischi ambientali e del danno politico, cedono all’inerzia burocratica e alla rigidità delle decisioni già prese (path dependency). Le conseguenze di questo atteggiamento sono inevitabili: Scollegamento con la cittadinanza: ignorare la volontà popolare mina il rapporto di fiducia tra comunità e istituzioni. Perdita di credibilità: risulta impossibile parlare di ambiente nei convegni quando sul territorio si avalla il taglio del verde maturo. Se per i Greci l’acrasia era il fallimento dell’intelletto che si piega all’impulso, vederla applicata alla gestione pubblica fa sorridere amaro. Ostinarsi a difendere il progetto del parcheggio interrato a tutti i costi non dimostra forza o determinazione, ma la forma più disarmante di debolezza: l’incapacità di riconoscere il proprio errore e fermarsi. Un giovane che conosce bene questo scellerato progetto ieri ha fatto questa osservazione in generale ma probabilmente applicabile anche su Monterotondo: la Destra cresce perché la Sinistra non è tale. Credi che sia applicabile anche all’incontro promosso dal Partito Democratico del prossimo 16 ottobre qui a Monterotondo e intitolato ‘In campo per l’alternativa’, laddove per ‘alternativa’ che cosa intendono dire? L’osservazione di quel giovane coglie esattamente il cuore della contraddizione. Quando la Sinistra smette di fare la Sinistra — ovvero quando rinuncia alla tutela prioritaria dei beni comuni, del verde pubblico e del benessere collettivo per avallare logiche di privatizzazione, cementificazione e finanza d’assalto — perde la sua stessa funzione storica e identitaria. Non sorprende che poi la cittadinanza si allontani o che le destre ne approfittino per occupare quegli spazi di scontento. L’iniziativa del Partito Democratico del 16 ottobre, intitolata “In campo per l’alternativa”, rischia di rivelarsi un vero e proprio esercizio di retorica svuotata di senso se applicata al contesto locale. Viene spontaneo chiedersi: “Alternativa” a chi e a che cosa? Alternativa a sé stessi? Se il PD locale è la forza politica di maggioranza che governa Monterotondo e che porta avanti con “cieca ostinazione” il parcheggio interrato a Piazza della Libertà, il taglio di 24 alberi e l’imposizione di 1.500 strisce blu per 21 anni, parlare di “alternativa” crea un cortocircuito comico, se non drammatico. Alternativa di facciata – l’alternativa non si costruisce non ascoltando la cittadinanza: non si può sventolare la bandiera dell’alternativa o della transizione ecologica nei convegni e sulle locandine quando nei fatti, sui territori amministrati, si applicano modelli di sviluppo economico e urbanistico basati sulla speculazione e sull’impermeabilizzazione del suolo. Se chi governa Monterotondo intende davvero costruire un’alternativa credibile alle destre, dovrebbe iniziare a fare l’alternativa nei comportamenti e nelle scelte concrete di governo: revocare intanto questo progetto scellerato di Piazza della Libertà, ascoltare le migliaia di cittadini che protestano e rimettere al centro i beni comuni. Continuare a organizzare eventi sui massimi sistemi mentre sul territorio si portano avanti scempi ambientali non è fare opposizione o costruire il futuro: è semplicemente la conferma che la Sinistra, quando agisce così, smette di essere se stessa e che chi amministra non lo fa mettendo al centro del proprio agire l’interesse della cittadinanza e neanche quello dei suoi propri elettori, passati e probabili futuri.     Redazione Roma
October 10, 2026
Pressenza
Intervista all’On. Stefania Ascari: no alla militarizzazione delle scuole
Dall’11 al 16 ottobre è prevista a Reggio Emilia una visita di studio promossa da Reggio Children, realtà educativa a partecipazione comunale. Sulla composizione della delegazione la deputata Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione (4/09208) ai Ministri dell’Istruzione e degli Esteri, chiedendo di chiarire quali criteri debbano valere nelle collaborazioni educative internazionali con istituzioni legate ad apparati militari. INTERVISTA ALL’ON. STEFANIA ASCARI D: On. Ascari, perché ha ritenuto necessario portare la questione in Parlamento? R: Perché non siamo di fronte a una questione che riguarda l’identità religiosa o nazionale di un gruppo di insegnanti. Il punto che ho posto è diverso: occorre verificare se tra le realtà coinvolte nella visita vi siano istituzioni che abbiano sostenuto, promosso o normalizzato rapporti con l’esercito israeliano, mentre a Gaza e nei territori palestinesi occupati sono documentati gravissimi crimini di guerra e contro l’umanità. Reggio Children rappresenta nel mondo un patrimonio educativo italiano fondato sui diritti dell’infanzia, sulla pace, sull’inclusione e sul rifiuto di ogni discriminazione. Proprio per questo ritengo necessario che ci sia la massima trasparenza sulle realtà con cui entra in relazione. Portare la vicenda in Parlamento significa chiedere alle istituzioni nazionali di chiarire quali criteri debbano valere quando soggetti educativi italiani instaurano rapporti internazionali con realtà che potrebbero avere collegamenti con apparati militari coinvolti in un genocidio. D: Che cosa chiede concretamente a Reggio Children e al Comune? R: Chiedo innanzitutto trasparenza. Chiedo che venga verificata, scuola per scuola e organizzazione per organizzazione, la natura dei rapporti eventualmente intrattenuti con l’IDF o con soggetti che ne sostengono le attività. E chiedo coerenza rispetto a quanto Reggio Children stessa aveva dichiarato nel settembre 2025, quando annunciò che non avrebbe accolto né partecipato a progetti con istituzioni che sostenessero le politiche del Governo israeliano a Gaza. Non chiedo di selezionare le persone sulla base della nazionalità, della religione o delle opinioni individuali. Sarebbe inaccettabile. Chiedo invece di valutare i rapporti istituzionali e le condotte concrete delle organizzazioni coinvolte. La Carta “Per una educazione democratica e partecipata”, che impegna a ripudiare la guerra e a tenere le scuole fuori da ogni forma di militarizzazione, rappresenta un passo importante. Ma occorre capire come questi principi vengano concretamente applicati. D: Perché un’interrogazione ai Ministri dell’Istruzione e degli Esteri, visto che Reggio Children è un soggetto a partecipazione comunale? Che cosa si aspetta concretamente come risposta? R: Sono perfettamente consapevole che il Governo non possa sostituirsi al Comune di Reggio Emilia nelle decisioni che competono a Reggio Children. L’interrogazione non chiede ai Ministri di esercitare poteri che non possiedono. Chiede però al Ministero dell’istruzione di chiarire quale sia l’indirizzo del Governo rispetto alla collaborazione del sistema educativo italiano con istituzioni straniere che presentino eventuali rapporti con apparati militari coinvolti in conflitti e al Ministero degli esteri di valutare la questione nel quadro più generale delle relazioni internazionali dell’Italia e del rispetto del diritto internazionale. Mi aspetto soprattutto una risposta su un principio, quali criteri deve adottare l’Italia affinché la cooperazione educativa internazionale non diventi, anche involontariamente, uno strumento di legittimazione o normalizzazione di condotte incompatibili con il diritto internazionale e con i valori che le nostre istituzioni educative dichiarano di rappresentare? D: Una risposta scritta arriverà dopo la visita. Che senso ha quindi lo strumento? R: Un’interrogazione parlamentare non serve soltanto a fermare un evento. Serve a chiamare il Governo ad assumere una posizione e lascia agli atti del Parlamento una questione che va molto oltre la visita prevista dall’11 al 16 ottobre. Il problema continuerà ad esistere anche dopo quella data, riguarda i criteri con cui vengono costruite collaborazioni internazionali, study group, partnership e attività formative. Inoltre, quando ho presentato l’interrogazione la visita era prevista. Dopo le contestazioni e il confronto sviluppatosi in città, la delegazione ha chiesto alcuni giorni per valutare le condizioni della partecipazione. Questo dimostra che porre pubblicamente delle domande può produrre un confronto prima ancora dell’arrivo della risposta formale. D: Che cosa risulta dai precedenti del 2025, cioè l’annuncio di verifica di settembre e il caso Temple Beth Sholom? Reggio Children ha davvero sospeso quella collaborazione? R: Questo è precisamente uno degli aspetti sui quali ritengo necessario fare chiarezza. Nel settembre 2025 Reggio Children dichiarò pubblicamente di avere avviato una verifica delle relazioni con le scuole che sostenevano il Governo israeliano e annunciò che non avrebbe accolto né partecipato a progetti insieme a tali soggetti. Pochi giorni dopo fu resa nota la sospensione temporanea delle attività di collaborazione con la Innovative School of Temple Beth Sholom di Miami Beach, dopo che era emerso che la comunità di riferimento indicava tra gli enti da sostenere un’organizzazione a favore dei soldati dell’IDF. La sospensione riguardava le attività di collaborazione, non l’interruzione di ogni rapporto, Reggio Children precisò infatti di voler mantenere aperto il dialogo con insegnanti e responsabili della comunità. Proprio questo precedente rende legittimo chiedere oggi quale sia stato l’esito complessivo delle verifiche annunciate nel 2025 e quali criteri siano stati successivamente adottati. D: Qual è il criterio con cui si stabilisce se un’istituzione educativa non debba essere accolta? R: Il criterio non può essere la nazionalità. Non può essere la religione. E non può nemmeno essere una generica appartenenza culturale. Deve essere fondato su elementi oggettivi. Occorre verificare se un’istituzione sostenga materialmente apparati militari, organizzi raccolte di fondi a loro favore, promuova la militarizzazione all’interno dei propri percorsi educativi oppure mantenga collaborazioni istituzionali direttamente funzionali a strutture coinvolte in gravi violazioni del diritto internazionale. E lo stesso criterio deve valere per tutti, non soltanto per Israele. Bisogna distinguere sempre tra governi e cittadini, tra istituzioni e singoli insegnanti. È proprio questa distinzione che consente di evitare qualsiasi discriminazione e, contemporaneamente, di pretendere responsabilità dalle istituzioni. D: Che peso ha avuto la mobilitazione dei genitori e delle realtà del territorio? R: Un peso importante. Famiglie, associazioni, sindacati e realtà del territorio hanno posto domande precise e chiesto trasparenza. Non considero questo un problema per un sistema educativo, considero il confronto con la comunità una parte essenziale della sua credibilità. Reggio Children stessa ha riconosciuto il valore di questo confronto e ha spiegato che la Carta “Per una educazione democratica e partecipata” sarà discussa anche con la Consulta delle famiglie. Quando si parla di educazione dei bambini, le famiglie non possono essere considerate spettatrici. D: Ci sono altri casi in Italia di collaborazioni educative o universitarie con istituzioni legate a forze armate coinvolte nel conflitto? Che criteri propone di adottare in generale? R: Il tema è molto più ampio di Reggio Emilia. In questi mesi è emersa anche la questione dei rapporti di università italiane con istituzioni israeliane impegnate in attività di ricerca o cooperazione collegate al settore militare. Su questo ho già chiesto chiarimenti attraverso gli strumenti parlamentari. Il principio dovrebbe essere generale e applicabile a qualunque Paese, trasparenza preventiva sulle partnership, verifica dell’utilizzatore finale delle attività di ricerca e formazione, esclusione di collaborazioni direttamente funzionali ad attività militari coinvolte in gravi violazioni del diritto internazionale e valutazione periodica degli accordi in essere. Non dobbiamo inventare criteri diversi a seconda dello Stato coinvolto. Dobbiamo costruire criteri trasparenti, verificabili e uguali per tutti. D: Come risponde a chi sostiene che l’educazione debba restare uno spazio di dialogo anche con le parti in conflitto, che è la linea espressa a suo tempo da Reggio Children? R: Condivido il principio che l’educazione debba essere uno spazio di dialogo. Ma dialogare non significa rinunciare ai propri principi. Anzi, un autentico spazio educativo deve essere capace di dire con chiarezza che la vita di un bambino palestinese e quella di un bambino israeliano hanno esattamente lo stesso valore, che nessun bambino deve essere educato alla guerra e che una scuola non può diventare luogo di normalizzazione della violenza o della militarizzazione. Per questo considero significativa la Carta elaborata da Reggio Children, che chiede a chi partecipa alla sua rete di ripudiare la guerra e di tenere le scuole fuori da ogni forma di militarizzazione. Se arrivano singoli insegnanti che accettano realmente questi principi, la situazione è diversa rispetto all’accoglienza istituzionale di organizzazioni che sostengono materialmente un apparato militare. Il dialogo deve rimanere aperto alle persone. La responsabilità deve essere richiesta alle istituzioni. È questa distinzione che permette di difendere contemporaneamente il dialogo, il diritto internazionale, la libertà educativa e il rifiuto di ogni forma di antisemitismo e di discriminazione. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Anno Unico, un servizio per adolescenti a Saronno (Varese). Intervista a Davide Fant
“Anno Unico è il nostro territorio di sperimentazione e r-esistenza, uno spazio-tempo che le/gli adolescenti che hanno lasciato la scuola possono frequentare per ri-generarsi e riattivarsi in un momento di stallo e di crisi. Si tratta di un servizio un po’ inedito: non è scuola come la conosciamo, non è un centro di aggregazione giovanile, non è un servizio di counselling: è un mix di tutto questo e molto di più, un ambiente educativo e scolastico insieme, un luogo di cura di sé, di apprendimento, di sperimentazione nel mondo”. A parlarci di questa particolare esperienza è Davide Fant, educatore, formatore, instancabile ricercatore nel campo pedagogico. Dov’è e cos’è Anno Unico? Anno Unico si trova a Saronno, è promosso da Fondazione Daimon, opera nell’underground (nel vero senso della parola: le aule si trovano nel seminterrato) di un contesto scolastico in cui sono presenti un centro di formazione professionale e un istituto tecnico, entrambi nel settore grafico. In più di vent’anni di vita è cresciuto: da piccolo servizio di ‘scuola bottega’ per adolescenti che non ne volevano più sapere della scuola a percorso sperimentale di contrasto alla dispersione scolastica, di cura delle nuove sofferenze degli adolescenti e vitale luogo di ricerca pedagogica. In pratica com’è organizzato? La frequenza è di 4 giorni a settimana, ogni incontro è di 3-4 ore, prevalentemente la mattina: un giorno è dedicato all’attività psico-educativa di riflessione personale, uno all’area linguistica e scientifico- matematica, gli altri a esperienze di laboratorio e sperimentazione; la struttura dell’orario è in ogni caso molto flessibile a seconda delle esigenze formative. Nella sua conformazione attuale il ‘sistema Anno Unico’ accoglie ogni anno circa 50 allieve/i tra i 15 e i 19 anni, divise/i nei contesti della crew e della gilda, a loro volta scomposti in ulteriori sottogruppi. La ‘crew’ è lo spazio dedicato a chi è più in difficoltà a reggere il contesto d’aula: sono i ragazzi più street, in molti casi provenienti da situazioni di povertà educativa, afferibili al fenomeno della dispersione scolastica come lo conosciamo storicamente. La ‘gilda’ invece è il luogo sereno dove può riprendere il proprio cammino chi ha vissuti di ansia e/o ritiro sociale; in alcuni casi sono ragazze e ragazzi che hanno alle spalle anche anni di liceo superati con successo, fino a quando non è arrivato il crash. Il contesto gilda, attivo ormai da quasi una decina di anni, è forse uno dei primi dispositivi educativi dedicati al lavoro educativo e scolastico con adolescenti con queste problematiche (emergenza quanto mai in crescita). Sono inoltre alcuni anni che Anno Unico comprende nel proprio dispositivo un gruppo di allieve/i più giovani che, in regime di homeschooling, preparano l’esame di terza media. Un’ultima novità, la più recente, è invece la possibilità di raggiungere una qualifica professionale attraverso un anno aggiuntivo, successivo all’Anno Unico, ma sempre gestito dalla nostra équipe e nel nostro stile formativo ed educativo. Al termine dell’Anno Unico o del nostro anno di qualifica i ragazzi e le ragazze si inseriscono nel mondo del lavoro o, in molti casi, in altri contesti scolastici. È sempre più frequente che allieve/i che sono passati dalla nostra esperienza proseguano fino al diploma, e ci sono anche alcuni casi di iscrizioni all’università. Qual è l’idea alla base di Anno Unico? L’idea alla base della proposta è di lasciare in secondo piano – quanto meno inizialmente – tutto ciò che classicamente viene proposto nei servizi di contrasto alla dispersione scolastica: attività di orientamento, recupero delle materie, apprendimento di specifiche competenze professionalizzanti, individuazione del progetto futuro. L’attenzione invece è concentrata sulla cura di quei corpi affannati, la riscoperta del desiderio, la costruzione di senso, la sperimentazione di esperienze vitali e generative. Ci siamo resi conto che quando iniziano a disintossicarsi dalla società della prestazione, quando costruiscono inedite alleanze di senso, i corpi delle/degli adolescenti si distendono e ricominciano a pulsare, aprendosi a nuove strade e possibilità. Qual è l’origine dell’abbandono scolastico? Uno dei motivi per cui oggi diversi adolescenti lasciano la scuola è il disagio nei confronti dei pari. Convivere con i pari nelle aule scolastiche è oggi diffusamente una questione problematica; in molti si sentono soli e in costante competizione con gli altri, la classe è percepita come un ring dove ognuno è chiamato a performare, nell’attività scolastica, ma non solo: ‘È popolare chi è più brillante, chi ha sempre la battuta pronta, chi ha interessi che sono ritenuti cool’, mi ha detto Nicole. Per molti la classe è lo spazio dove si amplifica il sentimento della vergogna, dove più forte è il percepirsi non all’altezza. Alla base dell’approccio di Anno Unico c’è il fatto che non proponiamo ai ragazzi e alle ragazze di diventare forti, ci sottraiamo all’abuso della parola ‘resilienza’, che in molti casi significa semplicemente spingere ad ‘armarsi’ per essere all’altezza del mondo estenuante là fuori. Vogliamo essere guardiani di uno spazio che si possa abitare con la propria componente di fragilità, confusione, vulnerabilità, saliscendi e stordimenti. Tutto questo a una condizione: che questi vissuti li si possa condividere, esplorare insieme e che la sensibilità non sia solo rivolta verso se stessi, ma anche verso gli altri. Si tratta, nell’epoca del narcisismo, di passare ‘dall’io al noi della sensibilità’. Quali sono gli strumenti per raggiungere questi obiettivi? Partiamo dall’aspetto ‘didattico’. I contenuti delle materie scolastiche, in particolare della sempre più bistrattata area umanistica, possono fornire stimoli molto preziosi; il problema è che la rigidità e la cornice nozionistica con cui vengono proposti i programmi li rende spesso sterili informazioni da ingurgitare e di cui liberarsi al più presto per fare spazio a nuove iniezioni di nozioni. All’Anno Unico, ovunque sia possibile, vogliamo ribaltare il paradigma: partire dalle questioni che pulsano maggiormente in loro e da lì cercare i contenuti culturali che più possono essere utili al loro percorso di indagine. Raccogliamo e condividiamo in équipe le parole che tra i ragazzi e le ragazze sono più ricorrenti, quelle emotivamente più cariche, al fine di restituirgliele per avviare insieme una riflessione problematizzante. Una possibilità che spesso sfruttiamo è quella di fare emergere le parole generatrici dal materiale culturale proprio degli adolescenti: canzoni, serie tv, anime, a volte anche videogiochi. È affascinante così assistere a un prezioso dialogo inter-generazionale: la cultura del passato interagisce con quella giovanile, quella ufficiale con la contro-cultura, l’esperienza del formatore con quella dei ragazzi. All’interno di questo processo può sorgere la necessità di produrre nuovi testi; allora ci si può ingaggiare nel produrre opere multimediali, rappresentazioni teatrali, scrivere racconti di fantascienza o rap. Una parte importante della nostra proposta formativa è dedicata a esperienze che possano aprire a nuove sperimentazioni di sé: laboratori artistici, ma anche attività nel contesto sociale e produttivo, avventure residenziali fuori città, esplorazioni in natura, incontri con persone dal vissuto significativo. Il primo passo per ri-aprire la strada e l’immaginazione verso il futuro è non pensare al futuro, ma vivere con pienezza il presente. Ci chiedono di ri-motivare i ragazzi e le ragazze alla scuola, ma quello di cui hanno bisogno è rimotivarsi alla vita e questo accade solo se si comincia a esplorare con desiderio e non con un pensiero programmatico. Il resto, col tempo, arriva di conseguenza. Anno Unico prevede anche la possibilità di un’esperienza di stage non obbligatoria Sì, sempre in un’ottica di esplorazione: negli anni li abbiamo visti sperimentarsi come panettieri, meccanici, parrucchieri, falegnami, impegnati in negozi di videogiochi, tatuaggi, asili nido, maneggi, fattorie o in esperienze di volontariato. Ad Anno Unico vogliamo porre in forte discussione il concetto di lavoro come unica realizzazione nella vita, motivo di sofferenza per molti adolescenti nel loro sguardo verso il futuro. Ci troviamo in sintonia con le rivendicazioni delle nuove generazioni che non chiedono solo salari dignitosi, ma anche maggiore tempo libero, ambienti meno competitivi e relazioni più serene. Non si tratta di essere collusivi con «gli sdraiati», ma di de-costruire insieme a loro il ‘mito del lavoro’ per ritrovare il senso del fare e del contribuire alla comunità con responsabilità. Al laboratorio di animazione bambini, per esempio, i ragazzi e le ragazze dell’Anno Unico si occupano di prendersi cura dei bambini mentre le mamme, migranti, partecipano a un corso di italiano organizzato da un’associazione di volontariato locale. Si tratta di un’attività che, con María Nieves Tapia potremmo definire di ‘service learning’, lavoro di utilità sociale attraverso il quale si generano apprendimenti. Ma ha anche un altro valore: durante il tempo in cui la si svolge non si pensa a sé, ai propri problemi. Adolescenti infantilizzati dal contesto sociale (e spesso anche in famiglia) vengono così investiti di responsabilità reali, hanno modo di vivere un’esperienza differente, stupendo e stupendosi per le risorse che sono in grado di mettere in campo. Anno Unico è aperto al mondo anche in altri modi… Tra gli elementi più significativi ci sono le cosiddette contro-esperienze residenziali. Si tratta di proposte in cui si vive, per qualche giorno, uno stile di vita completamente diverso dal quotidiano. Quando durante le formazioni mi viene chiesto come si faccia ad aiutare le/gli adolescenti a riconoscere che i cosiddetti ‘valori della trap’, come il denaro e il successo individuale, non possono rendere felici, a me viene da pensare alla potenza che hanno avuto per i nostri ragazzi e le nostre ragazze esperienze immersive di più giorni in case scout, in cooperative dedite alla permacultura, o giornate di cammino. Situazioni in cui il primo giorno sono tutti molto preoccupati del telefono che non prende e si fa fatica a ricaricare, ma poi con il passare del tempo se lo dimenticano, fino a venirci a dire: «Ma sai che si sta bene anche senza?» Un elemento fondamentale delle contro-esperienze è inoltre l’incontro con persone che hanno fatto scelte di vita fuori dal comune, che hanno dato priorità al senso, agli altri, alla diffusione di una nuova cultura sull’ambiente anziché al proprio rendiconto economico. Si tratta di momenti in cui si riparametrano le priorità”. Definirebbe Anno Unico un modello? Anno Unico non è un’avanguardia, né un franchising da replicare così com’è. Siamo un servizio di emergenza, che nasce per rispondere a una domanda impellente; è dedicato a chi non ce la fa, a chi, in modalità differenti, si ritrova un perdente nella società di tutti-contro-tutti. Rispondiamo con i mezzi che abbiamo a disposizione a una sete di vita in un momento storico di particolare sofferenza e annichilimento.   Claudia Cangemi
October 7, 2026
Pressenza
Campagna per la raccolta firme: L’attuazione da parte della Turchia del “diritto alla speranza” è decisiva per il successo del processo di pace
A seguito delle continue pressioni e attività di advocacy da parte dell’opinione pubblica, il Comitato dei Ministri ha inserito il caso di Öcalan all’ordine del giorno della riunione di dicembre 2026. Si tratta di un’opportunità cruciale, in occasione della quale il Consiglio d’Europa dovrà prendere posizione sul caso di Öcalan e sul mancato riconoscimento da parte della Turchia del suo “diritto alla speranza”. Per questo motivo, scriviamo nuovamente al Comitato dei Ministri, esortandolo ad assumere una posizione forte nella riunione di dicembre e a fare pressione sulla Turchia affinché riconosca il “diritto alla speranza” come primo passo per garantire giuridicamente la libertà di Öcalan. La libertà di Öcalan è una condizione necessaria per il successo del processo di pace. Invitiamo a firmare la lettera e a condividerla nelle vostre reti. Il termine ultimo per firmare è il 31 ottobre. Link per firmare: https://forms.gle/z2i6qyZtPEJoVVZ29 Per adesione: info.uikionlus@gmail.com  
October 5, 2026
UIKI ONLUS