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La mia esperienza di volontario al Rifugio Massi di Oulx. Intervista a Corrado Alberti
A marzo l’intervista a Silvia Massara aveva descritto le attività del Rifugio Massi di Oulx, vicino al confine tra Italia e Francia in supporto ai migranti che decidono di attraversarlo. Da allora per il taglio di fondi pubblici l’apertura è stata ridotta alle ore notturne, dalle 20 di sera alle 8 di mattina e la presenza dei volontari è diventata più importante per coprire le ore diurne. Ne parliamo con Corrado Alberti, che è già stato varie volte al rifugio, l’ultima ai primi di luglio. Che situazione hai trovato rispetto alle visite precedenti? Nelle mie prime visite gli operatori pagati erano nove, ma i problemi economici hanno costretto a ridurre il loro numero. Il loro compito rimane quello della pulizia delle stanze dove alloggiano i migranti, la preparazione della colazione e della cena e la presenza notturna per accogliere chi arriva tardi. I problemi logistici sono aumentati: attività che si svolgevano quando il rifugio era aperto dalle 17 alle 10 del mattino dopo si sono anticipate dalle 6 alle 8 del mattino (per esempio fare le lavatrici, stendere e ritirare il bucato, rifornire il magazzino di vestiti e scarpe). Data la stagione, ora c’è meno bisogno di abiti invernali; l’attesa dei migranti per ricevere l’abbigliamento necessario al passaggio della frontiera in montagna ora avviene nella piazzetta dietro il rifugio e non più al suo interno. La distribuzione di vestiti e scarpe si svolge come prima in una saletta adibita a questo scopo. C’è però un aspetto positivo: i due container procurati da Rainbow for Africa, arrivati da poco e posizionati nel piazzale della stazione, dove arrivano pullman e treni, sono adibiti uno a visite mediche e consulenza legale e l’altro a magazzino per tavoli e gazebo che vengono usati per il pranzo. Quando il rifugio apre alle 20 si ripetono le attività mattutine (lavatrici, ecc), svolte da volontari fino alle 22, alternandosi con quelli della mattina. Ci sono persone che vengono da Torino e dalla Val Susa tutte le settimane, in giorni fissi. Cosa fanno i migranti per tutto il giorno, visto che alle 8 di mattina devono uscire dal rifugio? Quelli che sono arrivati la sera prima, hanno dormito al rifugio e sono vestiti in modo adeguato, sono pronti a prendere il pullman per Claviere, al confine dalla parte italiana; ai minori viene spiegato che hanno il diritto di essere accolti in Francia e in effetti, dopo i controlli dei documenti, in genere riescono a passare la frontiera. Chi di loro ha un po’ di soldi una volta in Francia prende il pullman per Briançon, dove viene accolto dall’associazione Terrasses Solidaires. Gli altri a Claviere prendono il sentiero di montagna che, se non vengono fermati dai gendarmi francesi, li porterà a Briançon e all’accoglienza dei volontari con cui il rifugio Massi ha un rapporto di collaborazione. Chi arriva durante il giorno viene accolto alla stazione da due o tre volontari e riceve le indicazioni per mangiare, bere e riposarsi in un gazebo. Se ha problemi sanitari può essere visitato da medici, anche loro volontari, mentre l’assistenza legale viene fornita quattro volte alla settimana. In questo caso i migranti si fermano fino a poter parlare con l’avvocato, messo a disposizione dalla comunità valdese. E’ un momento di ascolto e accoglienza, per capire cosa vogliono fare, che esigenze hanno, qual è la loro storia, eccetera. A volte c’è qualche problema linguistico, facilitato in alcuni casi dalla presenza di interpreti. In genere questi volontari sono giovani, parlano più lingue (come minimo l’inglese) e fanno parte di associazioni come Mediterranea Saving Humans, No Name Kitchen e Rainbow for Africa, mentre i volontari più anziani, come me, si dedicano alle lavatrici e al bucato. I volontari si occupano del pranzo, che viene servito sui tavoli e sotto il gazebo. I migranti restano nel piazzale della stazione fino a quando il rifugio non apre alle 20. A volte li coinvolgiamo in giochi da tavolo (carte, puzzles ecc) e questo crea momenti di condivisione e allegria. Ci sono problemi con la popolazione? I bagni della stazione chiudono alle 17 e questo crea un problema pratico evidente, oggetto a volte di lamentele. Devo dire che il comandante della locale stazione dei carabinieri ha un buon rapporto con il rifugio e ci ha offerto di usare il loro bagno. Il Comune di Oulx, di destra, invece, non è affatto disponibile a venire incontro alle esigenze dei migranti, nemmeno quando si tratta di donne incinta e bambini piccoli. Tra i volontari però c’è anche gente di Oulx, o della zona, che coordinano per esempio la raccolta dei vestiti e i turni. Che cosa ti ha dato e ti sta dando questa esperienza? Il primo impatto è stato forte: entrare in contatto diretto con persone che raccontano il loro viaggio e le loro sofferenze mi ha messo davanti una realtà molto crudele e provocata da scelte politiche precise (respingimenti, accordi con la Libia e la Tunisia eccetera). Mi ha aiutato sentirmi parte di una comunità solidale costituita da gente della mia età e da giovani molto attivi, di diverse parti d’Italia e di altri Paesi, soprattutto europei, che mi hanno dato speranza nel futuro per il loro atteggiamento aperto e positivo nonostante il mondo vada in una direzione violenta e distruttiva. Mi sento utile e vedo subito i risultati del mio impegno e questo mi dà la carica e l’energia per continuare la mia presenza al rifugio. Sentire l’umanità che ci lega al di là delle differenze è un’esperienza arricchente, che consiglio anche come percorso educativo per mettersi nei panni di chi è meno fortunato di noi. Per maggiori informazioni visitare il sito della Fondazione Talità Kum.               Anna Polo
July 21, 2026
Pressenza
“Portentosa Cura Intergalattica”: quando la politica abbraccia la poesia
Carlotta Muston e Chloé Bertini raccontano il sogno di un’ecologia dei movimenti contro la frammentazione della sinistra italiana. PCI — no, non parliamo con nostalgia del Partito Comunista Italiano, ma della “Portentosa Cura Intergalattica”. Il nome stesso suona strano, fuori dagli schemi, impossibile da inscatolare negli slogan del panorama di opposizione politica che conosciamo. Eppure, dietro a queste tre parole si nasconde una visione radicale e un progetto politico concreto che sta riunendo decine di realtà attiviste attorno a una domanda semplice, ma mai veramente affrontata: come costruiamo davvero il cambiamento? Come lo facciamo insieme? Quando il nome diventa manifesto politico Carlotta Muston e Chloé Bertini sono due delle fondatrici della PCI. Si sono incontrate nei movimenti di Extinction Rebellion e Ultima Generazione, dentro quei movimenti che negli ultimi anni hanno messo il corpo sulla strada, ma è stato in momenti di sosta dalla militanza che hanno iniziato a farsi le domande davvero difficili. “Eravamo tra il portone di casa di Sofia, che ha dato vita al progetto insieme a noi, e la fermata del tram davanti a casa sua. Sofia è molto comunista e insisteva che avremmo dovuto chiamarci PCI. Giocando con queste tre lettere e reinventandole, abbiamo capito che l’emozione che sentivamo era il bisogno di un nome grande, esplosivo, espansivo, pieno di amore, luce, colore e gioia. Ed è importante per noi che la dimensione della cura sia proprio al centro del nome, perché rende la dimensione transfemminista del nostro progetto fondamentale , ed è proprio quello che nella sinistra italiana  abbiamo invece visto mancare da quando siamo bambine.” — Carlotta Chloé aggiunge un’altra sfaccettatura: “Quello che mi piace è l’inafferrabilità che porta con sé questo nome. Perché da un lato deve essere grande per affrontare una sfida globale e sistemica che richiede ambizione. Dall’altro, ci sono tante altre parole che usiamo per comporre e scomporre questa sigla, per esempio “Piccole Creature Invertebrate”, perché vogliamo avanzare in modo organico e riconnetterci alla vita. Dentro il nostro gruppo cambiamo le parole dell’acronimo ogni volta che vogliamo, per esprimere concetti diversi. Questo mi piace perché mantiene sia la dimensione ambiziosa della sigla che quella di gioco e creatività.”. “Portentosa cura intergalattica è un nome che può far ridere“, aggiunge Carlotta. “Ma è per dire: possiamo avere un orizzonte molto alto e ambizioso e fare piccoli passi, continuare a prenderci sul serio e anche prenderci in giro. Penso che la sinistra abbia bisogno di questa ironia.” Il weekend che ha cambiato tutto La genesi della PCI arriva da una frustrazione condivisa. Molte di loro vengono da anni di lotta climatica con  Extinction Rebellion, Ultima Generazione. Anni di corpo sulla strada, di urgenza, di consapevolezza che la crisi climatica e sociale non è rimandabile. Ma c’era qualcosa che mancava. “C’era una spinta, un’energia, una volontà di dare tutto al servizio di un cambiamento radicale, ma non erano ancorate a un’intenzione che poteva essere formulata con chiarezza. Non ci eravamo mai chiesti davvero: come lo facciamo? Come realmente sovvertiamo questo sistema omicida, genocida, ecocida?” — Chloé E da lì il gesto semplice: un fine settimana a casa di Chloé. “Da brave amiche e compagne abbiamo passato il weekend a cercare di pianificare la rivoluzione, o almeno, a rispondere ad alcune domande“, racconta Carlotta. Un ecosistema, non una battaglia Quello che emerge è l’intuizione che un’ecologia dei movimenti è urgente. Carlotta spiega: “Se vogliamo abbattere capitalismo, patriarcato e colonialismo che sono la matrice del sistema in cui viviamo, dobbiamo scardinare dentro di noi stesse le strutture culturali di oppressione che abbiamo interiorizzato. Non abbiamo una risposta a come costruire un’ecologia di movimento. Ma l’intuizione è quella di un’ottica permaculturale, dove le diverse realtà entrano sinergicamente in relazione e permettono di produrre ancora più biodiversità e meraviglia.” Ritiro gruppo operativo, maggio 2026 Come il potere frammenta i movimenti La frammentazione dei movimenti non è un incidente, è un effetto del potere. “Vedo un potere che tende all’atomizzazione dell’individuo concentrato sul successo di sé stesso. Un meccanismo di competizione che si irradia a tutte le sfere. Ma se mettiamo in condivisione le competenze, unirci ci permette di generare più spazio contro l’ottica di scarsità che viene raccontata e ricercare quel movimento espansivo che abbiamo incastonato nel nostro nome” — Carlotta Chloé individua un meccanismo cruciale: “La frammentazione viene da dentro i movimenti. Quando attraversiamo conflitti interni e sentiamo di non guardare nella stessa direzione, lo si vive spesso personalmente come un tradimento. E questo porta a maturare la credenza di non poter lavorare con qualcuno che non vediamo come portatore di un lavoro di trasformazione radicale. Dobbiamo anche fare i conti con una scala di prossimità al potere che ci frammenta: più si è vicine al potere, più è difficile empatizzare con chi è ai margini e più i margini sono lontani meno si sentono compresi.” Facilitazione sistemica e conflitto trasformativo “La facilitazione sistemica affronta i gruppi come sistema ed è uno strumento fondamentale e politico perché le strutture di potere che viviamo nel mondo si ripercuotono nei nostri spazi: i maschi, le persone bianche, le persone abili prendono più spazio. La facilitazione ci permette di scardinare attivamente queste strutture.”  — Carlotta Carlotta mette in luce la necessità di un nuovo modo di vivere e camminare nel confronto. Durante un conflitto, stare sui contenuti e stare sul processo sono modalità completamente diverse di vivere ciò che accade. Il processo stesso è cura e apprendimento e la facilitazione aiuta a navigare il dialogo mentre lo si vive. “Siamo esposti a una gestione del conflitto secondo la metafora della guerra, non della trasformazione. Una sfida fondamentale di evoluzione è permettere alle persone di avere un’esperienza incarnata di cosa significa stare nel conflitto e non uscirne massacrati, ma trasformati.” – Carlotta “L’emotività è parte del processo”, sottolinea Carlotta, che fa la facilitatrice sistemica di professione. “Il dolore di fronte alla terra che brucia, il dolore quando non riusciamo a stare insieme, è informazione data al lavoro di connessione reciproca“. Per questo è importante e non secondaria la scelta dei luoghi in cui la PCI decide di portare avanti il processo: spazi naturali, vicino a fonti d’acqua, con la luna piena ad illuminare gli incontri. I valori che permeano il progetto sono quindi : eco-transfemminismo, nonviolenza (ecologica e indigena), ciclicità, facilitazione, affiancati da una volontà crescente di approcciarsi in maniera pratica al mondo con un ‘ottica decoloniale. L’urgenza: “When despair ends, tactics begin” “La mia terra sta bruciando. La superficie vivibile della Terra si sta riducendo. Questa estate in Italia sentiamo temperature assurde. Le circostanze ci mettono davanti a una scelta: o perdiamo la nostra umanità, o abbattiamo tutto quello che la ostacola.” — Chloé “Uno degli ostacoli più grandi a cui ci troviamo di fronte è il cinismo e la disperazione. Le persone vedono ciò che accade e ne rimangono incredule, ma continuano a vivere la propria vita come se nulla fosse. Non si rendono conto del potere che abbiamo” continua l’attivista. “When despair ends, tactics begin. Possiamo e dobbiamo continuare a elaborare il lutto e il dolore per la Terra che muore e per il fatto di non riuscire a stare insieme come vorremmo, ma adesso è il momento di iniziare a mettere in atto  e a costruire veramente le tattiche comuni per uscire da tutto questo. L’urgenza di riconoscerci come ecosistema di movimenti nasce per noi dalla crisi climatica, che è qui e ora. Per questo il progetto diventa urgente, non rimandabile e un imperativo. L’alternativa che cerchiamo non può essere dentro questo sistema, perché è quello che ha prodotto il disastro.” — Carlotta. Un incontro per tessere il potere collettivo Tutto questo prende forma concreta per il secondo anno consecutivo in un incontro a fine agosto a cui sono state invitate 50 realtà diverse, dall’ambientalismo al transfemminismo, dai diritti dei migranti alla solidarietà palestinese, dalle comunità alternative ai sindacati di base. Cinque giorni dove le diverse lotte proveranno a vedersi, parlarsi, tessere una trama nuova. Quando si parla di risultati però è bene riconoscere che il processo durerà anni e quindi per il momento si procede con calma e cura. Chloé: “C’è tanto amore dentro il nostro gruppo. Nel primo incontro “beta” questa energia si è estesa a tutto il campeggio e credo che succederà nuovamente quest’anno.” Anzio, agosto 2025, Primo ritiro rivoluzionario Carlotta non vuole parlare di aspettative, ma di desiderio che, ci ricorda, letteralmente vuol dire: “Andare verso le stelle. È strano portare la dimensione energetica e spirituale in ambienti politici, non lo è per noi, ma è una cosa nuova per chi lo vede fare e lo vive nei nostri incontri. Personalmente, comunque, vorrei che le persone presenti al ritiro se ne andassero con il cuore più aperto e più capaci di comunicare con gli altri, senza la paura di essere vulnerabili.” Forse è qui, nello spazio tra la visione globale e l’intimità del legame, che la Portentosa Cura Intergalattica sta facendo qualcosa di radicale: non sconfiggere il nemico, ma imparare a stare insieme, veramente insieme, nella costruzione di un mondo diverso. Per saperne di più scrivere a info@portentosacuraintergalattica.com   Erica Cardin
July 17, 2026
Pressenza
Marco Croatti e la Flotilla per Gaza: le nostre vele gonfie grazie alla sollevazione popolare
Marco Croatti, senatore M5S, racconta la sua esperienza sulle barche cariche di aiuti umanitari assalite dall’esercito israeliano. Una guerra atroce, il tentativo di disumanizzazione delle vittime, il servilismo dei governi occidentali, il ritorno al neocolonialismo. E soprattutto: l’importanza dei movimenti. Quando Marco Croatti parla della Flotilla, lo fa con la calma intensa di chi ha vissuto un’esperienza che segna. Senatore del Movimento 5 Stelle, classe 1972, riminese, una vita iniziata nella grafica pubblicitaria e poi virata verso l’impegno civile, a settembre 2025 ha deciso di unirsi alla prima Global Sumud Flotilla, la missione internazionale che ha tentato di portare aiuti umanitari a Gaza affrontando i prevedibili atti di pirateria dell’esercito israeliano in acque internazionali. Mentre in tutto il mondo esplodevano iniziative di sostegno, gli organizzatori annunciavano la seconda flottiglia per la primavera 2026, con una mobilitazione ancora più ampia grazie alla risonanza mediatica della prima spedizione. Questa intervista nasce da lì: dal racconto di un uomo che ha attraversato il Mediterraneo per un gesto umano e politico di cui c’è un bisogno urgente. Siamo cresciuti con il mito dell’ONU, della Corte Penale Internazionale, organismi che dovrebbero garantire pace e giustizia. Negli ultimi anni tutto questo sembra crollare. È ancora attuale avere fiducia nelle istituzioni internazionali? Viviamo tempi bui in cui sembra prevalere la legge del più forte. Dobbiamo batterci per restituire forza e credibilità al diritto internazionale, calpestato dai doppi standard e dall’ipocrisia di quei Paesi che ogni giorno sbandierano i cosiddetti “valori occidentali”. Senza un diritto internazionale credibile, il futuro è spaventoso. L’esperienza della Flotilla è stata percepita come un atto politico oltre che umanitario. L’avete vissuta così? Il nostro viaggio voleva accendere una luce sulla tragedia di Gaza e aprire un corridoio umanitario permanente, ma è diventato qualcosa di molto più potente: ha coinvolto milioni di persone che non si sentivano rappresentate dal silenzio e dalla complicità dei loro governi. Le nostre vele erano spinte dalle loro voci e dalla loro rabbia. Il governo italiano vi ha chiesto di consegnare a loro gli aiuti per farli arrivare “in sicurezza”. Ma gli aiuti del governo arrivano davvero? Il governo ha lanciato appelli continui a noi, che non violavamo alcuna regola, ma nessun appello agli israeliani che attaccavano le nostre barche in acque internazionali. Gli aiuti transitano con il contagocce, migliaia di camion restano fermi, molte merci essenziali non passano. Inchieste e ONG hanno mostrato che la consegna tramite Food for Gaza è bloccata o fortemente rallentata. Quando hanno bloccato le due flottiglie, che fine hanno fatto gli aiuti presenti sulle vostre barche? Sono stati confiscati dall’IDF insieme alle imbarcazioni. Non sappiamo altro. La maggior parte degli aiuti raccolti tenta comunque di raggiungere Gaza via terra secondo il distribution plan di Music for Peace, ma incontra ostacoli continui posti da Israele. Da mesi per avere notizie su Gaza bisogna cercarle con fatica. Sembra che l’obiettivo sia farci abituare alla guerra. Normalizzare la guerra, disumanizzare le vittime, spingere su un’economia di guerra: sono gli obiettivi che sembrano prefiggersi molti Paesi occidentali, a partire dalla UE. Non possiamo accettarlo. Dobbiamo batterci contro questa visione. Le sollevazioni di indignazione nel mondo hanno avuto effetti tangibili sull’evoluzione della guerra? La pressione dei cittadini e delle piazze ha fatto cadere molte maschere, evidenziato complicità e costretto governi a esporsi. Le proteste hanno portato alla tregua a Gaza e spaventato la coalizione Epstein. USA e Israele non hanno desistito, ma i risultati ottenuti dalla sollevazione popolare sono una grande luce di speranza. Differenza tra le due flottiglie: nella prima siete stati trattati con durezza ma non con ferocia; nella seconda i volontari sono stati picchiati e torturati. Come ti spieghi questo cambio? La Flotilla li ha spaventati. La prima spedizione è diventata un fenomeno globale enorme. Con la seconda hanno agito con maggiore ferocia, bloccando subito le barche e dando una dura lezione ai volontari a favore di telecamere. Il messaggio è stato chiaro e sinistro: chi proverà ancora sa cosa lo attenderà. Parliamo dei governi occidentali. Che fine hanno fatto le presunte minacce e richieste di giustizia del governo italiano? Le scuse sono arrivate? Ovviamente no. Ai servi non si devono risposte. Il governo italiano verso Israele è sempre stato questo: servile e complice. Giuliano Santoboni
July 16, 2026
Pressenza
Ludmilla Iapira: “Oggi in Italia con il mio stipendio vivo dignitosamente. In Moldavia non ci riuscirei”
Ludmilla mi aspetta sulla porta di casa con il bicchiere di kwass già in mano – sa che lo adoro e che mi ricorda uno dei romanzi russi che porto nel cuore, “Oblomov” di Ivan Gončarov. Oggi mi racconterà del suo piccolo Paese, la Moldavia. Molti di noi, me inclusa, solo da qualche anno si sono accorti che le tante persone, tra cui moltissime donne, che silenziosamente e con grande discrezione sono entrate nelle nostre vite portano con sé una storia e una cultura propria. Liquidarle come immigrate da “staterelli” della vecchia U.R.S.S. è superficiale e un po’ arrogante. Dunque, vista l’ignoranza che aleggia su queste Repubbliche faccio un cappello con qualche dato geografico e storico. La Moldavia si estende per un territorio di 33.846kmq, nel quale vivono circa tre milioni e mezzo di persone, 105 abitanti per kmq. In sostanza è poco più grande della Lombardia (23.863,65 kmq con i suoi dieci milioni di abitanti– 422,33 ab per kmq) ma decisamente meno popolosa. Fu a lungo un principato dell’Impero Ottomano che godeva di ampia libertà, ma dopo la prima guerra mondiale passò sotto il dominio del Regno di Romania fino al 1940, quando parte del suo territorio originale divenne una Repubblica aderente alla Federazione Sovietica – l’altra metà rimane entro i confini rumeni e ucraini. La sua tradizione agricola è tuttora il motore portante del Paese. La UE ha accettato la sua candidatura di prossimo membro della Comunità; il suo ingresso è previsto per il 2030. Siamo coetanee, ma siamo cresciute in un mondo che era diviso in due e a parte la propaganda di entrambe le parti, sapevamo poco gli uni degli altri. Come si viveva nella vecchia Repubblica Moldava aderente all’U.R.S.S.? Sono cresciuta in campagna – i miei genitori lavoravano la terra – in un ambiente sereno in cui non ci mancava nulla. Mio padre soffriva di un problema cardiaco e pertanto riceveva una pensione con la quale praticamente viveva l’intera famiglia, quattro figli e i due genitori. Mia mamma era contadina nel settore del tabacco e ciò che lei guadagnava sceglievamo di accumularlo su un libretto di risparmio; sarebbe servito per emergenze, matrimoni, ecc. come facevano tutte le famiglie. Foto di Alina Iapira Come funzionava l’economia a quei tempi? Che cosa ti ha portata in Italia? Esistevano strutture simili alle vostre aziende agricole. Erano suddivise per ramo, per esempio potevi lavorare per quello della frutta, della verdura, del tabacco, dei cereali ecc. Lì convergeva la materia prima e ogni mese il lavoratore veniva retribuito di un tot stabilito con cui si viveva dignitosamente. Non c’era concorrenza tra le aziende perché il prezzo dei prodotti era stabilito dall’alto. Ma il momento più bello, quello che ogni moldavo attendeva come la “Grande Festa”, era la fine dell’anno: ogni gruppo divideva le rimanenze dell’annata fra tutti i lavoratori. Tutto il nostro mondo crollò, quasi all’improvviso, poco dopo la perestrojka e fu il caos. Ricordo mia madre piangere quando capì che la svalutazione aveva ridotto in fumo il suo lavoro di anni. Si continuò a lavorare, ma invece di pagarci in denaro ci davano prodotti o pseudo-buoni. Poi divisero la terra, ma lo fecero considerando gli anni che si erano prestati di lavoro, quindi a noi giovani non spettò nulla. Nel frattempo mi ero sposata ed erano arrivate le mie gioie, Alina e Andrey; i miei genitori si facevano in quattro per aiutarci, ma alla fine ho dovuto emigrare per dar da mangiare e assicurare un futuro ai miei figli. Recentemente ho letto un articolo uscito sul Fatto Quotidiano secondo cui il governo moldavo era caduto a causa della corruzione vicina ai suoi vertici. I moldavi si aspettavano tanta corruzione? Come stanno reagendo? Innanzitutto ti correggo: il governo di Maia Sandu, pur investito dallo scandalo, non è caduto. La corruzione nel nostro Paese ha preso piede da tanto tempo, ma prima la cosa era meno sfacciata e quelli di prima, i filo-russi, rubavano, ma davano qualcosa anche al popolo. Non fraintendermi, non li sto giustificando, ma capisco che se sei povero, come ormai sono diventati i miei compatrioti, anche una briciola fa la differenza. Per esempio prendi il peggiore, Vladimir Plahoniuc, che con Ilan Shor fu complice nel “furto del secolo”: quando fu arrestato ammise il crimine commesso e a sua discolpa fece notare le opere che aveva realizzato. L’attuale governo invece, oltre a essere molto opaco e sempre più dittatoriale, chiude infrastrutture pubbliche, spinge alla privatizzazione e, dulcis in fundo, strizza l’occhio a Bucarest; non gli dispiacerebbe annettere la Moldavia alla Romania. Per questo a volte ho paura che il mio piccolo Paese vogliano farlo sparire. Come si vive in Moldavia oggi? Con grande fatica e se va avanti così la gente inizierà davvero a morire di fame. Ti do due dati che puoi comparare con i prezzi italiani. Uno stipendio medio-alto è di 10.000-12.000 Leu moldavi, mentre il minimo è di 6.000-7.000Leu. 20 Leu corrispondono a 1 Euro. Dunque uno stipendio medio in Euro sarebbe 500-600 Euro, il minimo 300 Euro; un insegnante ricade nella categoria medio, un addetto alle pulizie nella minima. Ma quali sono i prezzi sul mercato?  Una famiglia tipica deve spendere almeno 50 Euro a settimana solo per mangiare; il gas costa 26 Leu a metrocubo, cioè 1,30 Euro, la benzina 29 Leu a litro cioè 1,45 Euro, e poi c’è il mercato immobiliare impazzito. L’affitto di un monolocale a Chișinău, la capitale, va da 250 Euro in su e il valore degli immobili si è raddoppiato in soli quattro anni, dunque lo stesso monolocale che nel 2022 costava 22.000 Euro oggi lo compri a 44.000 Euro. Chi se lo può permettere? Ci sono proteste contro il caro-vita? Certo, ma pochi scendono in piazza, perché chi lo ha fatto è stato picchiato dalla polizia, arrestato e criminalizzato dai media. Non è facile opporsi a questo governo. Come vedono i moldavi la guerra tra Russia e Ucraina appena al di là del confine? Se ne sente la presenza? All’inizio sì. Persino dalla capitale si sentivano deflagrazioni, ma oggi non più. Credo che chi vive in Moldavia debba fronteggiare ogni giorno tanta insicurezza economica che la guerra passa in secondo piano. Tuttavia c’è di che preoccuparsi. Non so che cosa progetta il governo, ma una nuova legge entrata in vigore lo scorso gennaio non mi piace per nulla: hanno deciso che ogni uomo fino ai quarantacinque anni non può lasciare il Paese per essere disponibile alla chiamata alle armi. Tempo fa una mia connazionale che vive a Bologna fece un appello sui social perché il figlio era stato bloccato all’aeroporto di Chișinău. Spero sia riuscita a riportarlo a casa. Anni fa ti vidi tornare felice dalla Moldavia; mi raccontasti che gioia era stato abbracciare i tuoi cari, mangiare il cibo della tua terra e che riannusare i suoi profumi ti aveva ricaricata di energia. Come ti senti oggi? Tempo fa sognavo di tornare nella mia prima patria per trascorrere la vecchiaia tra la mia gente, ma ho cambiato idea. É paradossale, ma oggi in Italia con il mio stipendio vivo dignitosamente, mentre in Moldavia non ci riuscirei. I due Paesi mi sono cari nello stesso modo e vorrei il meglio per entrambi. Purtroppo credo che in Moldavia, finché non ci sarà un cambio di politica che metta al centro le persone  e non gli interessi esteri, per i miei connazionali sarà molto dura e quando penso a loro mi si stringe il cuore. Nota: Vladimir Plahoniuc è un politico moldavo e Ilan Shor un banchiere di origine israeliana. Il primo è stato condannato a diciannove anni di carcere; fuggì ma fu arrestato in Grecia ed estradato; il secondo, condannato a quindici anni, si rifugiò prima in Israele e poi in Russia ed è tuttora libero. Sul “furto del secolo”, la colossale frode bancaria del 2014: https://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_della_frode_bancaria_in_Moldavia Marina Serina
July 15, 2026
Pressenza
Berdan Öztürk: Questo problema non può essere risolto con un “accordo già chiuso”
Berdan Öztürk ha affermato che il quadro giuridico previsto deve essere discusso con tutte le parti interessate e definito attraverso un ampio consenso. Berdan Öztürk, co-portavoce della Commissione per le relazioni estere del Partito per l’uguaglianza e la democrazia dei popoli (Partito DEM), ha rilasciato un’intervista all’agenzia ANF in merito al processo di pace e società democratica avviato da Abdullah Öcalan, alla proposta di legge quadro, al vertice NATO in Turchia e alla visita dei servizi segreti turchi nel Kurdistan meridionale (Başur). La questione curda deve essere definita correttamente Berdan Öztürk ha affermato che definire correttamente la questione curda è il primo passo verso una soluzione e ha criticato la retorica di una “Turchia libera dal terrorismo”. Ha affermato: “Se si vuole che vi siano la volontà, il desiderio e la determinazione di risolvere la questione curda che si protrae da oltre un secolo, è necessario innanzitutto nominarla correttamente. L’obiettivo principale è la costruzione di una società democratica. Un tale approccio e un tale dialogo contribuirebbero in modo molto più significativo al processo di soluzione.” Per la Turchia e per i popoli che vivono in Turchia, è fondamentale comprendere appieno gli sforzi, il lavoro e la volontà profusi dal signor Öcalan per oltre un anno, ormai prossimo al secondo. La questione in gioco è la risoluzione della questione curda in Turchia. Il popolo curdo è impegnato in una lotta per rivendicare i propri diritti collettivi, e qui si parla del risultato di una lotta lunga 50 anni. Pertanto, il modo in cui si affronta questa questione è di fondamentale importanza. Il linguaggio che utilizziamo e le frasi che formuliamo devono essere in linea con lo spirito del processo. Se è stata espressa determinazione a trovare una soluzione e volontà di intraprendere azioni concrete, ciò deve essere compreso appieno. Il popolo curdo ha rivendicazioni legittime derivanti dalla propria identità Berdan Öztürk ha affermato che la risoluzione della questione curda è direttamente collegata alla democratizzazione della Turchia, sottolineando che i curdi hanno rivendicazioni legittime derivanti dalla loro identità. Berdan ha inoltre affermato: “I curdi rivendicano l’uguaglianza in questo Paese. Rivendicano la libertà di preservare la propria esistenza. Vogliono che la loro identità venga riconosciuta. Vogliono poter usare liberamente la propria lingua madre. In breve il popolo curdo ha rivendicazioni legittime derivanti dalla propria identità curda.” Naturalmente, questa non è una questione che riguarda solo il popolo curdo. È anche direttamente collegata alla democratizzazione della Turchia. I diritti collettivi dei curdi e la democratizzazione della Turchia devono essere affrontati congiuntamente. Ogni passo compiuto dovrebbe essere considerato in questo quadro e visto come un vantaggio comune per la Turchia. Abdullah Öcalan è un attore chiave nel processo di soluzione Berdan Öztürk ha affermato che il popolo curdo considera il signor Öcalan il rappresentante della propria volontà politica, aggiungendo che gli accordi relativi alla sua libertà fisica e alle sue condizioni di lavoro sono essenziali affinché il processo di soluzione possa progredire. Ha dichiarato: “Il signor Öcalan è riconosciuto dal popolo curdo come suo rappresentante politico, la cui leadership e identità politica sono state accolte. Pertanto, non è un approccio appropriato consentire incontri con lui quando fa comodo e impedirli quando non lo è. Stiamo parlando di un attore chiave nella risoluzione di una questione profondamente radicata e storica come la questione curda. Una questione del genere richiede un approccio molto più serio e responsabile. Non è una questione che può essere risolta tra due o tre partiti politici.” Oggi il mondo intero ha potuto constatare l’impatto positivo che anche una sola telefonata del signor Öcalan può avere. Per questo motivo come abbiamo già affermato più volte, è necessario garantire al signor Öcalan la libertà fisica. Egli deve poter incontrare liberamente qualsiasi persona, istituzione o gruppo ogni volta che lo desideri, senza dover dipendere da permessi o decisioni arbitrarie. Abdullah Öcalan è un attore legittimo. È un leader considerato dal popolo curdo come suo rappresentante e uno dei principali interlocutori nel processo di soluzione. Il popolo curdo lo ha dimostrato ripetutamente. Questa realtà deve essere riconosciuta e si deve agire di conseguenza. Öcalan deve poter partecipare al processo in condizioni di parità Berdan Öztürk ha affermato che il signor Öcalan dovrebbe poter partecipare al Processo di pace e società democratica in condizioni di parità con i funzionari statali e governativi. Ha dichiarato: “Ogni tentativo di risolvere un conflitto coinvolge diverse parti. Per anni il popolo curdo ha scelto il signor Abdullah Öcalan per rappresentare la propria volontà politica. Dunque così come il governo, lo Stato e tutte le istituzioni competenti sono coinvolti nel processo, anche il signor Öcalan deve poter partecipare in condizioni di parità.” Non mi riferisco solo agli incontri, ma anche alle opportunità di lavoro e di comunicazione. Sebbene lo Stato abbia accesso a tutte le risorse disponibili, impedire al principale attore di un processo così importante persino di tenere riunioni, o subordinare tali riunioni a un’autorizzazione arbitraria, non è un approccio appropriato. Non è né comprensibile né accettabile. Questo punto va sottolineato. Gli approcci che non contribuiscono a una soluzione devono essere abbandonati. Qual è lo status giuridico di Abdullah Öcalan? Öztürk ha affermato che lo Stato turco e il governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) non hanno ancora intrapreso alcuna azione legale per definire lo status del signor Öcalan. Berdan ha proseguito: “Qual è lo status giuridico del signor Öcalan? Dal punto di vista ufficiale dello Stato, è ancora considerato semplicemente un prigioniero, oppure è un attore politico che rappresenta il popolo curdo e il suo movimento politico nei negoziati con lo Stato? Questo deve essere chiaramente definito in termini legali.” Per noi la risposta è chiara. Ed è chiara anche per il popolo curdo. Il signor Öcalan è il principale attore politico nel processo di soluzione. Tuttavia, anche lo Stato deve riconoscere questa realtà attraverso normative legali. Le necessarie disposizioni legali devono pertanto essere prese senza ulteriori indugi. “I ritardi finora riscontrati non sono né appropriati né accettabili.” Il messaggio dell’11 luglio era un invito a tutti ad assumersi le proprie responsabilità Berdan Öztürk ha descritto la cerimonia del rogo delle armi del movimento di liberazione del Kurdistan dell’11 luglio 2025 come un passo storico e un invito a tutte le parti ad assumersi le proprie responsabilità. Ha dichiarato: “È trascorso quasi un anno da quando le armi sono state deposte e bruciate. L’11 luglio, questo processo compirà un anno. Il messaggio lanciato quel giorno è stato molto chiaro: tutti sono stati chiamati ad assumersi le proprie responsabilità. L’appello era rivolto alle istituzioni politiche, alle organizzazioni della società civile, a tutti coloro che hanno a cuore la questione curda e la democratizzazione della Turchia, e a ogni segmento della società, dai giovani alle donne. Naturalmente, anche il governo e lo Stato erano tra i destinatari dell’appello.” In risposta a quell’appello, ormai si sarebbero dovuti intraprendere passi concreti. Quali sono questi passi concreti? Si tratta di riforme legali e legislative. Il leader del popolo curdo, Abdullah Öcalan, ha lanciato il suo appello. Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) ha tenuto il suo congresso. È stata adottata la decisione di sciogliere l’organizzazione ed è stato assunto un chiaro impegno a porre fine alla strategia della lotta armata. Tutti questi sono passi concreti e chiari segnali di sincerità. La sincerità dello Stato e del governo può essere dimostrata solo attraverso riforme legali e legislative. Non vi è alcuna ragione giustificabile per continuare a rimandare o ritardare tali misure. Un simile approccio è semplicemente inaccettabile. Le tattiche dilatorie faranno perdere tutto il popolo turco Ha affermato che affrontare la questione curda, vecchia di un secolo, con tattiche dilatorie danneggerebbe non solo i curdi, ma tutti i popoli della Turchia. Berdan Öztürk ha anche affermato: “Il mondo sta cambiando molto rapidamente. Gli sviluppi politici, diplomatici e geopolitici si stanno svolgendo a grande velocità, e possiamo vederlo chiaramente nella nostra regione. La Turchia deve quindi prendere una decisione chiara. Affrontare la questione curda attraverso calcoli politici quotidiani, interessi a breve termine o tattiche ritardatrici danneggerà la Turchia. Non solo farà perdere i curdi, ma tutti i popoli della Turchia”. La democratizzazione della Turchia è un vantaggio per tutti Berdan ha ricordato il processo di soluzione del 2013-2015, affermando che il periodo di dialogo ha portato importanti vantaggi non solo per i curdi, ma per la Turchia nel suo complesso. Ha dichiarato: “Il processo di soluzione del 2013-2015 è stato vantaggioso per tutti. I progressi che la Turchia ha conseguito durante i quasi due anni di colloqui con il signor Öcalan sono evidenti. Non si è trattato di un periodo di cui hanno beneficiato solo i curdi, ma l’intera Turchia. Piuttosto che agire sulla base di ristretti calcoli politici, la questione curda dovrebbe essere considerata la questione fondamentale che determinerà il futuro democratico della Turchia”. Berdan Öztürk ha sottolineato che i curdi, in particolare il signor Öcalan e il Movimento per la Libertà del Kurdistan, non accetteranno mai accordi imposti unilateralmente. Öztürk ha dichiarato: “Le necessarie riforme legislative devono essere inserite senza indugio nell’agenda del Parlamento. L’eventuale pausa parlamentare non dovrebbe essere il fattore determinante. Se necessario il periodo di lavoro dovrebbe essere prorogato. Per quanto ne so, la sessione parlamentare è già stata prorogata fino al 22 luglio. Entro tale termine, le necessarie riforme legislative dovrebbero essere elaborate e presentate al Parlamento.” Ciò che conta non è semplicemente approvare una legge. Il contenuto di tale legge è altrettanto importante, perché questa questione ha i suoi interlocutori. Qualsiasi proposta legislativa dovrebbe essere discussa con loro, dibattuta e plasmata sulla base di un terreno comune. Solo allora dovrebbe essere presentata al Parlamento come proposta legislativa, esaminata in commissione e approvata dall’Assemblea Generale. Questo problema non può essere risolto con un approccio “a saldo e stralcio”. Un simile metodo è sbagliato e non ha mai risolto alcun problema. Voglio sottolinearlo in particolare. “Non abbiamo mai accettato un simile approccio e non lo accettiamo nemmeno oggi.” Il popolo turco dovrebbe riconoscere questa sincerità Öztürk ha affermato che l’appello alla pace e alla società democratica lanciato dal signor Öcalan e le iniziative intraprese dal movimento di liberazione curdo sono storiche e sincere, aggiungendo che i popoli della Turchia dovrebbero riconoscerlo. Ha dichiarato: “Il popolo curdo, il movimento e il leader del popolo curdo, il signor Öcalan, sono stati assolutamente chiari e coerenti su questo tema. Cinquant’anni di lotta hanno prodotto una significativa esperienza politica, diplomatica e sociale. Tale esperienza non può essere ignorata. Bisogna trovare una soluzione democratica a questo problema, e la strada da percorrere passa attraverso passi concreti che costruiscano fiducia reciproca. I processi di soluzione progrediscono attraverso la fiducia reciproca e le garanzie legali. Anche i popoli della Turchia devono riconoscere questi passi storici e questa sincerità”. Qualsiasi stallo nel processo non sarà causato dai curdi Öztürk ha affermato che il signor Öcalan e il Movimento per la Libertà Curda hanno agito in buona fede, sottolineando che i curdi non dovrebbero essere incolpati se il processo dovesse giungere a una situazione di stallo. Ha dichiarato: “Se il processo dovesse giungere a una situazione di stallo, è necessario precisare chiaramente che ciò non sarà dovuto ai curdi o al popolo curdo. Qualsiasi affermazione contraria non rispecchierebbe la realtà. Come ha affermato anche il signor Öcalan, stiamo attraversando un periodo di trasformazione strategica. È stato adottato un nuovo approccio basato sul passaggio dalla lotta armata alla politica democratica. Questa lotta democratica proseguirà con determinazione.” Tuttavia, se il governo o lo Stato rallentano il processo per motivi di politica interna, sarà la Turchia a soffrirne. Il danno non ricadrà sui curdi, ma direttamente sul futuro della Turchia. La nostra lotta continuerà a crescere su basi democratiche. Per questo motivo, le riforme legislative saranno l’indicatore più chiaro della sincerità dello Stato. La NATO contribuisce ad aggravare le crisi globali Commentando l’imminente vertice NATO in Turchia.Berdan Öztürk ha affermato che i fondi stanziati per la militarizzazione vanno a scapito della sanità, dell’istruzione e dei servizi sociali. Berdan ha dichiarato: “Grazie alle sue risorse minerarie strategiche e agli sviluppi nel settore della difesa, la Turchia è considerata un Paese importante per la NATO. Allo stesso tempo, però, la realtà economica del Paese racconta una storia diversa. Mentre la gente fatica ad arrivare a fine mese e non riesce a soddisfare i propri bisogni primari, l’aspetto di intere città può essere trasformato in breve tempo in occasione di un vertice NATO. Questa contraddizione parla da sola.” È inaccettabile creare una vetrina mettendo in secondo piano i veri problemi della popolazione. Questo rivela chiaramente anche le priorità che plasmano il futuro del Paese. Crediamo che le alleanze militari come la NATO contribuiscano più ad aggravare le crisi globali che a risolverle. Le soluzioni durature risiedono nella democrazia, nella politica e nel dialogo. “Ciò che deve essere ampliato non è la militarizzazione, ma la democratizzazione”. Risolvere la questione curda è la chiave per la stabilità regionale Berdan Öztürk ha inoltre commentato i contatti dell’Organizzazione nazionale di intelligence turca (MIT) in Iraq e nel Kurdistan meridionale, affermando che tali attività non sono una novità. Ha affermato: “Il Medio Oriente ha subito una profonda trasformazione negli ultimi anni. Con il ridefinirsi degli equilibri regionali, il popolo curdo è ora riconosciuto come uno degli attori chiave in questo nuovo scenario. Dopo oltre cinquant’anni di lotta politica, i curdi hanno costruito una solida organizzazione sociale e una rappresentanza politica non solo in Turchia, ma anche nel Rojava, nel Kurdistan meridionale, nel Kurdistan orientale (Rojhilat) e in tutta la diaspora europea. Per questo motivo, nessun piano regionale che escluda i curdi o ignori la loro volontà politica ha alcuna possibilità di successo. La resistenza di Kobanê ne è stata una delle più chiare dimostrazioni. I contatti con il Kurdistan meridionale non sono certo una novità. Le discussioni a vari livelli si susseguono da molti anni. Tuttavia, per la Turchia, la questione decisiva è la sua capacità di risolvere la questione curda entro i propri confini attraverso mezzi democratici. La Turchia può sviluppare tutte le relazioni diplomatiche che desidera con l’Iran, l’Iraq o altri attori regionali, ma non può raggiungere una stabilità duratura senza risolvere la propria questione democratica. Per questo motivo, la chiave per una soluzione non risiede nella politica estera, ma nel processo di democratizzazione della Turchia stessa. L'articolo Berdan Öztürk: Questo problema non può essere risolto con un “accordo già chiuso” proviene da Retekurdistan.it.
July 13, 2026
Retekurdistan.it
Il 42% dell’acqua viene sprecata a causa di reti colabrodo
Anche questa estate è insopportabilmente torrida e segnata dalla siccità. E anche quest’anno il Paese deve fare i conti con un’emergenza idrica che si aggrava di giorno in giorno. Di fronte a questo scenario così preoccupante è inevitabile porsi una domanda: possiamo davvero permetterci di disperdere il 42 per cento dell’acqua potabile a causa di una rete di distribuzione ormai palesemente inadeguata? Stiamo parlando che per ogni italiano si perdono quotidianamente 157 litri d’acqua, un intollerabile spreco che nel 2022 ha generato un impatto economico stimato in quasi 10 miliardi di euro all’anno. I dati elaborati dalla CGIA di Mestre sono riferiti al 2022 e sono gli ultimi disponibili. > “Purtroppo, denuncia l’ufficio studi della CGIA, nonostante la lunga serie di > promesse e proclami che hanno accompagnato le campagne elettorali regionali e > nazionali degli ultimi decenni, gli interventi strutturali necessari per > ammodernare la rete idrica del Paese sono rimasti, in massima parte, sulla > carta. Si tratta di criticità che interessano l’intera penisola, anche se in > molte aree del Mezzogiorno la situazione ha ormai raggiunto livelli > difficilmente accettabili”. Sfogliando i quotidiani locali si scopre che non c’è regione d’Italia, non una, che in queste ultime settimane non sia alle prese con la carenza d’acqua. Non un’emergenza, non un imprevisto: la cronaca annunciata di un Paese che gestisce l’acqua come se fosse infinita e poi si sorprende quando non lo è. E così, puntuale come ogni estate, arriva il momento in cui il rischio che l’erogazione — di un diritto, non di un lusso — possa essere contingentata smette di essere un’ipotesi giornalistica e diventa la doccia che non funziona, il rubinetto a secco, il conto che qualcun altro dovrà pagare per anni di reti colabrodo e piani idrici mai fatti. Nel 2023 il prelievo idrico totale in Italia è stato pari a 36,5 miliardi di metri cubi. Di questi, il 49 per cento è in capo all’agricoltura (17,5 miliardi di metri cubi), il 23 per cento viene impiegato per usi civili (8,4 miliardi), il 18 per cento per l’industria (6,6 miliardi) e il 10 per cento per produrre l’energia elettrica (4 miliardi).  Purtroppo, siamo la nazione più “idroesigente” d’Europa; seguono a distanza la Spagna (con poco meno di 33 miliardi di metri cubi) e la Francia (con 26 miliardi di metri cubi). Sia in agricoltura che nell’industria siamo il Paese che registra i consumi idrici più elevati in UE. Infine, in merito all’uso civile della risorsa idrica, gli italiani consumano 23 milioni di metri cubi al giorno. I destinatari di questa risorsa non sono solo le famiglie, ma anche le Amministrazioni pubbliche (per edifici pubblici, uffici, scuole, ospedali), le attività di servizio (industriali e agricole situate però all’interno del tessuto urbano, ma non le grandi utenze industriali/agricole extraurbane, che rientrano in altre categorie di uso) e il Comune stesso (per usi collettivi come il lavaggio delle strade, l’irrigazione del verde pubblico e i fontanili). Ma quali sono le cause delle perdite? In linea di principio, la dispersione idrica è riconducibile a più fattori: alle rotture presenti nelle condotte, all’età avanzata degli impianti, ad aspetti amministrativi dovuti a errori di misurazione dei contatori e agli usi non autorizzati (allacci abusivi). E’ la Basilicata è la regione più “sprecona”, mentre l’Emilia-Romagna è quella che spreca di meno. In Basilicata. la dispersione d’acqua su quanto immesso in rete è pari al 65,5 per cento. Seguono l’Abruzzo con il 62,5 per cento, il Molise con il 53,9, la Sardegna con il 52,8 e la Sicilia con il 51,6. Per contro, la Lombardia con il 31,8 per cento, la Valle d’Aosta con il 29,8 e l’Emilia-Romagna con il 29,7 sono le aree più virtuose del Paese. Per quanto riguarda i Comuni, nel Comune di Potenza non arriva nei rubinetti delle abitazioni il 71 per cento di quanto immesso in rete, a Chieti si tocca il 70,4 per cento, a L’Aquila il 68,9 per cento a Latina il 67,7 per cento e a Cosenza il 66,5 per cento. Per contro a Milano le perdite idriche raggiungono il 13,4 per cento, a Pordenone il 12,1 per cento a Monza l’11 per cento, a Pavia il 9,4 per cento e a Como, la città più virtuosa d’Italia, il 9,2 per cento. Non tutto il Sud, comunque, versa in condizioni “disastrose”; fortunatamente ci sono delle situazioni virtuose che vanno doverosamente segnalate. Se, ad esempio, nel comune di Trapani la dispersione raggiunge solo il 17,2 per cento dell’acqua immessa in rete, a Brindisi il 15,7 per cento e a Lecce il 12 per cento; un valore, quest’ultimo, addirittura inferiore a quello riscontrato nel comune di Milano. La CGIA di Mestre, oltre a ridurre gli sprechi e ad intervenire sulle reti, propone di recuperare l’acqua piovana. > “Oggi in Italia si recupera appena il 10 per cento circa dell’acqua piovana: > una percentuale troppo bassa per affrontare la crisi idrica che, ogni estate, > torna a mettere in difficoltà famiglie e imprese. Un problema che tocca da > vicino anche il mondo artigiano: dalle attività di autolavaggio ai laboratori > alimentari/ristorazione, dalle imprese di pulizia agli acconciatori, dai > caseifici alle lavanderie, sono tutte realtà che spesso sono tra le prime a > subire razionamenti e disagi. Per evitare docce spente e rubinetti a secco > occorre intervenire sulla rete idrica, colpita da dispersioni rilevanti, e > realizzare nuove infrastrutture: vasche di laminazione, trincee drenanti, > invasi e grandi adduzioni. In questa fase di cambiamento climatico non > possiamo più permetterci di sprecare una risorsa così preziosa: ogni goccia > che finisce in mare senza essere trattenuta è un’occasione persa, anche per > l’economia del territorio. Insomma, è necessario un piano infrastrutturale > serio, investimenti immediati e la volontà politica di agire ora, non domani”. Qui per approfondire: https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/07/Siccita-11.07.26-2.pdf Giovanni Caprio
July 13, 2026
Pressenza
Lo spirito del pugilato cubano: Cubanía
Cuba, da alcuni mesi, sta attraversando uno dei periodi più problematici della sua storia. La piccola isola del Mar dei Caraibi, che si trova in una posizione strategica all’imbocco del Golfo del Messico e quindi delle coste meridionali statunitensi, è sotto embargo totale imposto dal “democratico” presidente John Fitzgerald Kennedy nel lontano 1962. Un embargo che ha tolto al governo di La Havana tutti gli aiuti esterni fondamentali nel corso del tempo. L’ultimo di questi è venuto meno dopo la deposizione del presidente venezuelano Nicolas Maduro a inizio del 2026, a seguito di un colpo di stato esterno organizzato per volere dell’attuale presidente statunitense Donald J. Trump.
July 13, 2026
Sport popolare
Intervista alle Combatants for Peace Iris Gur e Mai Shahin (parte II)
> All’evento Re-Imagine Peace di Firenze che inizia domani ci saranno anche le > Combatants for Peace Iris Gur (israeliana) e Mai Shahin (palestinese), > entrambe invitate per la proiezione del film There is Another Way (sabato 11 > luglio, h 16 al Cinema Astra, Firenze). Daniela Bezzi di Pressenza ha raccolto > la loro testimonianza, di cui riportiamo qui la seconda parte. DB – Potete dirci qualcosa sulle varie Conferenze per la Pace che sono state organizzate negli ultimi due anni? Iris – La Conferenza annuale per la pace è organizzata dalla Peace Partnership, e le organizzazioni coinvolte collaborano sulla base di una visione condivisa e di obiettivi comuni. In questo tipo di partnership, il nome della coalizione in sé non è ciò che conta. Ciò che conta è la volontà di lavorare insieme, di unire le forze e di riconoscere che i nostri obiettivi condivisi sono più grandi delle differenze tra di noi. La forza di questa partnership deriva dalla scelta di lavorare in cooperazione: dalla capacità di diverse organizzazioni, con la propria identità, storia e approccio, di unirsi e agire collettivamente per la pace, la giustizia, la libertà e la sicurezza per tutti. Mai – Ciò che sta emergendo ora è la consapevolezza che la frammentazione ci indebolisce tutti e che nessun movimento da solo può far fronte alla portata di ciò che stiamo affrontando. «The Platform» (la coalizione lanciata più di recente) riflette un passaggio verso movimenti interconnessi, in cui le organizzazioni rimangono distinte, ma si coordinano attorno a principi condivisi: uguaglianza, nonviolenza, giustizia, responsabilità e dignità umana. Non si tratta di fondere le identità. Si tratta di costruire un ecosistema di resistenza più forte dell’isolamento. DB – Entrambe siete spesso coinvolte in azioni di “presenza protettiva”. Potete raccontarci qualche momento della vostra esperienza? Iris – Grazie per questa domanda, così importante per me a livello personale che mi vengono le lacrime agli occhi! Faccio parte di un gruppo chiamato “Jordan Valley Activists”. È stato fondato circa 17 anni fa da attivisti di Combatants for Peace ed è cresciuto fino a diventare un gruppo a sé stante, grazie all’iniziativa di israeliani che offrono accompagnamento e presenza protettiva ai pastori e agli agricoltori palestinesi nella Valle del Giordano. Forniamo presenza fisica e assistenza con cibo, acqua, sostegno legale e qualsiasi altro aiuto possiamo offrire alle ultime comunità rimaste che continuano a resistere, di fronte alla violenza dei coloni e dell’esercito israeliano: ordini di demolizione, minacce di sfollamento, restrizioni al pascolo, negazione dell’acqua e dei mezzi di sussistenza e così via. Ho iniziato a partecipare a queste attività di «presenza protettiva» nel novembre 2023, quando la violenza dei coloni e dell’esercito si è intensificata drasticamente. La violenza non era più diretta solo contro i pastori nei campi, ma anche contro le famiglie nelle loro stesse case. Di conseguenza, la presenza degli attivisti è stata estesa a turni 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ho instaurato un legame stretto con una comunità specifica chiamata «Farsiya al-Razala», composta da cinque famiglie, tra cui bambini, donne e anziani. È una delle ultime dieci comunità di pastori rimaste nella Valle del Giordano e, purtroppo, anche per loro il momento dello sfollamento forzato potrebbe arrivare molto presto. La settimana scorsa ho accompagnato due giovani pastori che stavano pascolando le loro greggi in una zona chiamata Hammam al-Malih. Fino a pochi mesi fa, lì c’era una grande comunità: famiglie, campi, greggi, bambini e persino una scuola elementare regionale. Tutto è stato distrutto dallo Stato di Israele. La popolazione è stata sfollata con la forza, nonostante il terreno sia di proprietà privata di una chiesa. Dall’altra parte della strada, accanto alla comunità, c’è una base militare che esiste da molti anni. Negli ultimi mesi, i soldati si sono assunti il compito di garantire che, anche dopo l’espulsione delle famiglie e lo sgombero del luogo, i pastori delle comunità vicine non tornassero a pascolare le loro greggi. In passato, lì c’era anche una sorgente che forniva acqua potabile sia alle persone che agli animali. Il giorno in cui mi trovavo lì, i due giovani pastori ci hanno chiesto di non lasciarli soli, perché se lo avessimo fatto, i soldati sarebbero venuti ad arrestarli. Uno di loro ci ha raccontato del suo precedente arresto: «Delle soldatesse, di 18 o 19 anni, ci urlavano contro e ci stringevano forte le mani con delle fascette di plastica. Ho chiesto loro: “Perché? Qui c’è spazio per tutti. Chiedo solo di vivere in pace”. I soldati ci hanno urlato: «Andatevene da qui». Lui ha risposto: «Dove dovremmo andare? Non abbiamo altro posto dove andare. Questa è la nostra casa. Abbiamo vissuto qui tutta la vita». Quel giorno, i pastori sono riusciti a finire di pascolare le greggi in pace. Ieri, nello stesso posto, sono arrivati due soldati e hanno arrestato uno di quei giovani. L’altro è riuscito a scappare. Uno dei soldati ha sparato in aria con il suo fucile M16 e ha affermato di non avere paura di nessuno. Il pastore palestinese è stato portato, ammanettato, alla base militare a diversi chilometri di distanza. Poche ore dopo è stato rilasciato, pieno di lividi e percosse. Questa è solo una storia tra le centinaia di episodi quotidiani di abuso. Yousef, un ragazzo di 13 anni con bisogni speciali, mi ha chiamato per dirmi che la sua famiglia aveva ricevuto un ordine di demolizione per la loro casa a Farsiya. Non ho saputo cosa rispondergli. Questo giovane e la sua famiglia non hanno un’altra casa. Mai – «Presenza protettiva» è il luogo in cui tutto diventa reale. Significa stare al fianco delle comunità sottoposte a pressioni immediate. Contadini, pastori, famiglie, bambini che cercano di rimanere sulla propria terra e continuare a vivere una vita normale in condizioni straordinarie. In Cisgiordania, soprattutto dal 7 ottobre, il livello di violenza, incertezza e instabilità è aumentato. Ogni giorno le comunità devono affrontare attacchi da parte dei coloni, incursioni militari e continue pressioni che le costringono allo sfollamento. In quel contesto, la nostra presenza non è simbolica. È una forma di protezione, ma anche una forma di testimonianza. Comunica qualcosa di semplice ed essenziale: non siete soli. A volte previene la violenza, a volte no. Ma interrompe sempre l’isolamento e l’isolamento è uno degli strumenti fondamentali dell’oppressione. Ed è qui che il legame con i Combatants for Peace diventa tangibile, perché non è solo dialogo, ma resistenza congiunta in azione. E la «presenza protettiva» ne è una delle espressioni più chiare sul campo. È anche qui che le pratiche incarnate e consapevoli del trauma di Satyam Homeland diventano essenziali, perché rimanere presenti in tali momenti richiede un radicamento interiore, non solo una convinzione politica. Entrambe le dimensioni sono sempre presenti nel nostro lavoro. DB – Infine: cosa possiamo fare per contribuire alla vostra causa? Iris – Si possono fare molte cose. Oltre a fornire sostegno finanziario, le persone possono recarsi nella regione e partecipare alle attività di presenza protettiva come volontari internazionali. Ciò comporta dei rischi: c’è il rischio fisico di subire violenze da parte dei coloni, così come la possibilità di essere espulsi dalle autorità israeliane. Allo stesso tempo, visitare sia la Cisgiordania che Israele è sicuro e può consentire alle persone di sviluppare una comprensione più profonda e accurata della realtà. Non c’è niente come vedere le cose con i propri occhi, e non c’è niente come vivere direttamente la realtà. La storia ci ha dimostrato che la pressione delle comunità internazionali può influenzare i leader, cambiare le politiche e persino trasformare il corso della storia. Le persone possono agire rivolgendosi ai media, ai politici, agli artisti e alle personalità pubbliche, modificando il dibattito pubblico e chiedendo la fine immediata della violenza, degli abusi, dell’occupazione, dell’apartheid e degli sfollamenti. Ciò include la richiesta di accesso all’acqua e ai mezzi di sussistenza, alla libertà di movimento e al rilascio dei detenuti palestinesi. Significa esigere che tutti gli esseri umani siano liberati da vite plasmate dalla paura e dalla violenza. La richiesta deve riguardare la sicurezza, la libertà e la parità di diritti per ogni persona che vive tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Il dibattito deve cambiare: bisogna passare dal sostenere una delle parti in conflitto contro l’altra alla consapevolezza che l’obiettivo deve essere una vita sicura e libera per tutti gli esseri umani. Ci sono 14 milioni di persone che vivono tra il mare e il fiume Giordano: circa 7 milioni di ebrei e 7 milioni di palestinesi. Nessuno dei due se ne andrà da nessuna parte. Il nostro futuro è condiviso, che ci piaccia o no. La domanda non è se vivremo insieme, ma come. I nostri figli meritano di crescere in libertà, sicurezza e dignità. Mai – La prima responsabilità è la chiarezza. Rifiutare completamente l’antisemitismo. Rifiutare completamente l’islamofobia. Rifiutare completamente il razzismo anti-palestinese. Rifiutare qualsiasi quadro di riferimento che attribuisca un valore diseguale alla vita umana. La seconda responsabilità è la verità. Non possiamo costruire la giustizia sulla negazione. Dobbiamo essere in grado di chiamare con il loro nome l’occupazione, lo sfollamento, la disuguaglianza strutturale e la violenza senza eufemismi. La terza responsabilità è il sostegno ai movimenti che uniscono resistenza e guarigione. Perché è questo che rende possibile una trasformazione a lungo termine. Combatants for Peace rappresenta la spina dorsale politica della resistenza nonviolenta e della lotta comune. Satyam Homeland incarna la capacità emotiva e comunitaria che permette a quella resistenza di continuare senza crollare. Insieme, rappresentano qualcosa di raro: un modo di rimanere umani all’interno della lotta. Per me, come donna palestinese che lavora in Cisgiordania, questa non è teoria. È la vita quotidiana, plasmata dal rischio, dalla responsabilità, dal dolore, ma anche da un profondo impegno e dalla fiducia nei rapporti che abbiamo costruito al di là delle divisioni. È ciò che mantiene vivo questo lavoro. Perché, in fin dei conti, quello che stiamo costruendo non è solo un cambiamento politico. È la possibilità di rimanere pienamente umani rifiutando al contempo i sistemi che negano l’umanità agli altri. -------------------------------------------------------------------------------- A cura di Daniela Bezzi. La prima parte dell’intervista si può leggere qui. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Daniela Bezzi
July 9, 2026
Pressenza
Intervista Radio Onda Rossa ad Antonio Mazzeo su esercitazioni militari con droni e sottomarini in Salento
Rilanciamo l’intervista che Antonio Mazzeo, docente, giornalista e promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha rilasciato lo scorso 8 luglio 2026 a Radio Onda Rossa sull’enorme operazione di esercitazioni militari della NATO che interessa il Salento e il mar Adriatico di cui ha parlato anche in un articolo qui. Nell’audio viene anche approfondito come la militarizzazione sia portata avanti sempre più attraverso e per gli interessi dei grandi produttori di armi, così come dimostra il vertice NATO di Ankara, in cui sono presenti anche politici italiani del “campo largo”, che sembra una grande fiera del settore militare. Un chiaro segnale pacifista, antimilitarista e nonviolento dovrebbe consistere nel prendere le distanze dalla NATO, un’alleanza militare resa inutile dalla smantellamento del Patto di Varsavia e che, piuttosto, oggi viene brandita come minaccia per la sicurezza e l’instabilità in Europa e nel mondo intero. Del resto, come ricorda Antonio Mazzeo, i devastanti processi di riarmo e militarizzazione sono bipartisan, sostenuti sia dal centrosinistra sia dal centrodestra. Una vera forza politica alternativa dovrebbe farsi carico di questi temi e con responsabilità prendere posizione sulla presenza di forze militari straniere sul nostro territorio. Clicca qui per l’intervista su Radio Onda Rossa. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: “Come farfalla a luglio” di Stefano Valenti
Nella vasta bibliografia sui fatti di Genova di 25 anni fa, si contano sulle dita di una mano i tentativi di narrazione rispetto alla saggistica, con qualche concessione alla diaristica, o al graphic novel. “E invece io credo che, dopo tanti anni, sia finalmente arrivato il momento di riattraversare quei giorni anche in chiave narrativa” mi dice per telefono Stefano Valenti, che da qualche settimana è di nuovo in libreria con questo suo ultimo e davvero bellissimo libro dal titolo Come farfalla a luglio (Gramma Feltrinelli). “Il romanzo però ha tempi ben diversi dalla saggistica e dopo aver a lungo sedimentato le emozioni di quei giorni, ho proprio sentito l’esigenza di ritornare su quella storia, che peraltro ho vissuto in prima persona. In quel periodo gravitavo intorno al Punto Rosso di Milano, affiliato ad Attac. Dopo un periodo di assenza dalla politica mi ero di nuovo entusiasmato per il movimento altermondialista. Avevo raccolto un sacco di materiale andando verso il G8 e naturalmente subito dopo su quanto era accaduto, per il lavoro di controinformazione che sentimmo l’urgenza di far uscire a caldo. Ed eccoci adesso in un momento in cui quegli eventi diventano dirimenti nell’interpretazione del presente. La sfida era far rivivere per i lettori di adesso la dimensione soggettiva di quei giorni: non solo ‘idee che camminano su due gambe’, ma esseri umani che quella cosa lì l’hanno vissuta e hanno pagato un prezzo altissimo”. IN PIÙ PUNTI NEL LIBRO NON NASCONDI DI AVER TRATTO ISPIRAZIONE DA UN TESTO CHE LO SCRITTORE AUSTRIACO THOMAS BERNHARD SCRISSE NEL 1983, IL SOCCOMBENTE. “Sì, per l’idea dei tre amici, uniti da una grande passione. Nel caso di Thomas Bernhard è la musica, nel caso di questo mio libro è l’intensità degli anni universitari vissuti insieme, l’amore per i libri, per la filosofia, Walter Benjamin in particolare. Ma l’aspetto che più mi interessava era il legame fra di loro, senz’altro segnato dal dramma di quei giorni di luglio 2001, con la morte di Carlo Giuliani.” UN CARLO GIULIANI MOLTO DIVERSO DA COME CI È STATO RACCONTATO. “Molto trasfigurato, sì. Consapevolmente ho scelto di non sapere più di tanto della sua biografia, né di entrare in contatto con i suoi familiari, perché sapevo che se mi fossi fatto ‘distrarre’ non sarei riuscito a procedere nel romanzo. Per me Carlo è colui che fra i tre amici dedica la propria vita a qualcosa di superiore, animato da un’idea assoluta di giustizia. Un idealista, parola che per me ha un valore altissimo. E lo fa pagando un prezzo enorme, sacrificando la sua vita, che considero un traguardo in termini di testimonianza. Mi è sembrato bello raccontarlo in questo modo per chi ha l’età che aveva lui quando è morto, 23 anni. Carlo resta per me il 23 enne che davanti a una pistola puntata contro di lui si aggrappa alla prima cosa che gli capita a tiro, per difendere sé stesso e chi gli sta intorno. Quel gesto poi è stato usato contro di lui, come prova di un’intenzionalità violenta, per dire che tutto sommato ‘se l’è cercata’ e anche questo rientra nelle tante storie che continueranno a dividere il nostro paese. Dalla resistenza in poi, fino agli anni ‘60 e ‘70, per arrivare al G8 di Genova, continuiamo a subire queste letture ‘di parte’ che impediscono una vera ricostruzione storica. Per me Carlo resta una figura esemplare.” COME È STATO ACCOLTA QUESTA TUA VERSIONE DI CARLO DAI FAMILIARI? “Solo a romanzo finito ho chiesto all’editore di sottoporre il testo alla madre, Haidi: non avrei sopportato l’idea di uscire con una narrazione che potesse in qualche modo riaprire la ferita. Con mio immenso sollievo la risposta è stata positiva. E questo per me è il più grande risultato dal punto di vista umano prima ancora che testimoniale: perché senz’altro l’autore del romanzo sono mio, il che mi da la libertà di decidere in che modo riattraversare quella vicenda; ma il fatto di esserci riuscito con il pieno consenso e persino apprezzamento di colei che ha vissuto in modo così doloroso quei giorni di Genova 25 anni fa, è stato il riconoscimento più grande. COSA TI RESTA DI QUELLE GIORNATE? “Il ricordo del viaggio da Milano a Genova: in autobus, con il gruppo di Attac, giovani e spensierati. Arrivati a Genova ci siamo ritrovati come tantissimi altri al Carlini. E poi è successo quello che è successo e il 21 luglio, come descrivo nel libro, è stato un fuggi fuggi generale nel tentativo di acchiappare il primo passaggio possibile per il ritorno a Milano, e nel mio caso con un paio di amici eccoci a bordo dei pullman della CGIL-FIOM. E poi quella sera incollati a Blob abbiamo assistito alla notte della Diaz: e lì è cominciata la vera paura.” LE DESCRIZIONI DI QUEI MOMENTI DENTRO LA DIAZ, E POI A BOLZANETO, SONO AGGHIACCIANTI… “E non c’è niente di inventato. La parte documentale è totalmente priva di fiction: è quanto raccolto nel corso degli anni dai vari processi, sono le testimonianze delle vittime, a cominciare da quel primo ‘Libro Bianco’ che venne congiuntamente pubblicato da L’Unità, Il Manifesto, Liberazione, Carta a un anno esatto dai fatti, come libro di denuncia. Tutti quei momenti che rievoco nel libro sono successi davvero. L’unica parte romanzata è l’amicizia tra i tre personaggi: oltre all’io-narrante, c’è Carlo Giuliani che perde la vita durante gli scontri e infine Francesco, il professore di filosofia, che non ha mai davvero superato l’esperienza traumatica delle torture subite a Bolzaneto. E infatti decide di suicidarsi. Il libro inizia proprio con la notizia del suo suicidio così ‘a lungo premeditato’, come per il ‘soccombente’ di Thomas Bernhard. E con l’io-narrante che si mette in viaggio per l’ultimo saluto. Ed è lì, in visita all’ultima casa-rifugio di Francesco, in quello studio ormai vuoto di vita ma pieno di libri, appunti, saggi incompiuti, che si ritorna a quei drammatici momenti di luglio 2001, che non hanno mai smesso di interrogarci: come è stato possibile? E cosa è iniziato dopo?” È STRAORDINARIO RENDERSI CONTO DI COME QUESTA STORIA CONTINUA A “PARLARE” AI GIOVANI DI OGGI…, “Confermo. Abbiamo inaugurato questo tour di presentazione il 18 giugno scorso alla Fondazione Feltrinelli di Milano ed era stracolma di giovani, una cosa sorprendente, oltre 300 persone, alcuni non sono neppure riusciti ad entrare. Molte le domande alla fine dell’incontro, tutte pertinenti. E oltre 150.000 visualizzazioni nell’arco di poche ore per quel breve You Tube che il sito della Fondazione ha diffuso qualche giorno fa. Credo che questo sia dovuto al fatto che, nonostante tutto, nonostante l’indubbia sconfitta rappresentata da quegli eventi di Genova, nonostante l’insistenza sul tramonto delle ideologie, non c’è niente di più persistente dei movimenti sociali, che io vedo come qualcosa di carsico: che si muove magari sotto traccia e però in continuità, e prima o poi riemerge in superfice. Dopo Genova, abbiamo avuto le primavere arabe nel 2011, e poi la stagione di ‘Occupy Wall Street’ e poi l’infinità di mobilitazioni per la Palestina dal 7 ottobre a oggi. Noi continuiamo a registrare questi sommovimenti con il criterio dell’attualità, sempre più dominata dai social media, che decidono quel che vale la pena sapere e registrare. Ma in realtà, quel che veramente succede ha tempi ben più lunghi. E l’eredità oltre che l’attualità di quanto è successo a Genova nel 2001 non si è affatto esaurita, come infatti ci confermano questi giovani.” Come farfalla a luglio di Stefano Valenti verrà presentato oggi a Genova, 8 luglio alle ore 18.30, alla Libreria Feltrinelli, Via Ceccardi 16/24 e in dialogo con l’autore ci saranno Haidi Gaggio Giuliani e Lorenzo Guadagnucci. Prossime tappe del tour: il 12 luglio a Castelfiorentino per la Festa dell’Unità; il 16 luglio a Saronno con un comitato locale di Attac; il 17 luglio di nuovo a Milano @ Libreria Noi; il giorno dopo a Verona per un Festival in Piazza. Centro Sereno Regis
July 8, 2026
Pressenza