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“Una spiritualità adatta ai tempi”: intervista agli autori, Andrea Billau e Vincenzo Musolino
Questo 28 agosto, per edizioni Mimesis, è uscito l’interessantissimo libro, di carattere filosofico, intitolato “Una spiritualità adatta ai tempi. Tra post-ateismo e compresenza Saggi di Andrea Billau e Vincenzo Musolino”. Il libro gode della preziosa partecipazione di Pier Paolo Segneri, Enrico Salvatori, Danilo Di Matteo e Pasquale Vitagliano, ma il suo fulcro sono i due saggi di Billau e Musolino. Nel primo, intitolato “L’altrove è possibile. Un percorso filosofico”, Billau si occupa di spiritualità e storia culturale della modernità, mentre nel secondo, intitolato “Morire la morte. Nascite, rinascite e aggiunte nella compresenza”, Musolino affronta la figura e la filosofia di Aldo Capitini, definito da lui il “Gandhi italiano”, concentrandosi molto anche sull’importanza della nonviolenza. Andrea Billau, che già conosciamo, è giornalista di Radio Radicale, nel 2020 ha ricevuto il premio “Acquaformosa che accoglie” per il suo impegno giornalistico sui temi dell’immigrazione e dell’antirazzismo. In campo filosofico-religioso ha scritto: “Cercando un altro Dio. La condizione tragica dell’esistenza e la religione aperta”, Apollo edizioni, 2020; “Per un nuovo universalismo. L’apporto della religiosità alla cultura laica”, da lui curato, Castelvecchi, 2023; “I nuovi creatori. Il nostro destino di liberazione dalla tragicità”, edito da Multimage nel 2024. Vincenzo Musolino è dottore di ricerca in Metodologie della filosofia. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: Potere e paranoia. Il concetto di potere nell’analisi di Elias Canetti (2008), Eccezione e Trascendenza. La teologia politica di Carl Schmitt (2015), il Quaderno di filosofia intitolato Le strade vive della filosofia (2022), produzione del Centro studi filosofici “Aldo Capitini” – Anassilaos, di cui è responsabile – e il secondo Quaderno di filosofia Contro la morte. Sulla filosofia di Aldo Capitini (2024).  Nella sinossi del libro si può leggere: “Di fronte a un mondo schiacciato sul presente, dominato dal modello tecnologico-capitalista e segnato dal fallimento delle grandi narrazioni politiche della modernità, la possibilità di immaginare il futuro sembra essersi dissolta. La perdita di protagonismo collettivo ha favorito passività, sovranismi e fondamentalismi, mentre la ragione moderna ha espulso dalla vita umana anche il suo autentico bisogno spirituale. I saggi di Andrea Billau e Vincenzo Musolino esplorano la possibilità di recuperare questa dimensione attraverso il riconoscimento del limite, la responsabilità personale e l’azione capace di trasformare la realtà, lungo un percorso tra post-ateismo e compresenza capitiniana”.  In merito a quanto ben esplicato nel libro, ho raggiunto i due autori per intervistarli: Da dove nasce questo libro? Andrea Billau: Questo libro nasce da una mia esigenza personale che si trasforma anche in un’esigenza sociale e addirittura politica. Non è il primo testo che scrivo da solo o in collaborazione con altri, ma andiamo al dunque. Vincenzo Musolino: dall’esigenza di “osare” il concetto di Dio nel nostro tempo per salvare le tante dimensioni dell’umano e una spiritualità propria del presente e viva che rischia di essere sottovalutata nell’accelerazione consumistica. Fede e Trascendenza sono oggi ancora indispensabili come il compito filosofico di renderli comprensibili nella nostra immanenza. Senza alcuna rete di protezione, caduti i grandi bastioni formali dell’Autorità – Chiesa e Stato – la spiritualità, la cura dell’Altro, sono innanzitutto compiti “pratici” che scaturiscono da una “persuasione” che è una scommessa anche politica: la realtà di tutti è insufficiente, ingiusta, tocca a noi riformarla.   Nel suo saggio, Billau lei fa riferimento al fatto che la dimensione della spiritualità umana è ancora oggi schiacciata tra le fedi dogmatiche e un ateismo altrettanto dogmatico. Può spiegarci cosa intende in merito a ciò e cosa ha prodotto tale situazione?  Io sono un laico che fin da giovane ha sentito fortemente la tragicità dell’esistere (Leopardi docet) e rispetto a questa dimensione pervasiva della nostra condizione esistenziale ha cercato di rispondere non aderendo a una delle tante fedi religiose date ma affidandosi alla riflessione filosofica che fin dal mondo greco ha indagato sul senso della vita, del male nel mondo fino al confronto ineludibile con la morte. E qui inserisco l’aspetto sociale: la cultura laica a cui sento di appartenere nella sua giusta battaglia per liberarsi dal Modello teocratico premoderno ha buttato con l’acqua sporca del clericalismo il bambino del bisogno spirituale umano è ha cercato di realizzare qui sulla terra, attraverso le ideologie, i paradisi storici che sono tutti miseramente falliti e dopo questa catastrofe, da tutti i punti di vista, si è adattata a vivere il solo presente senza più spinte al trascendimento della realtà data, lasciando lo spazio ai sostituti delle ideologie e cioè la politica dell’uomo o della donna forte o l’affidarsi a forme religiose fondamentaliste, con tutte le conseguenze che verifichiamo nella terribilità del mondo attuale. Se la cultura laica prendesse esempio dalla Chiesa Cattolica che ha saputo rinnovarsi a partire dal Concilio Vaticano II, dovrebbe riuscire a imprimere una novità nella sua stanca narrativa, rimettendo al centro la grande tradizione filosofica che pure le apparteneva, per conseguire una nuova spinta etica che avrebbe come conseguenza anche una nuova politica. Per uscire da tale impasse, Billau, dopo un’attenta analisi incentrata anche sulla storia della filosofia, lei si rifà alla filosofia processuale dell’Essere, che contempla più dimensioni che l’Essere ha assunto nella sua cronologia d’esistenza. Può dirci in cosa consiste, nello specifico della sua filosofia, e che effetti può avere nella vita quotidiana? Io arrivo alla Teoria processuale dell’essere partendo dal Post-Ateismo, perché riconosco giusta la critica dello stesso alla Teodicea, cioè alla giustificazione classica della religione cristiana della presenza del male nel mondo, non attribuibile a Dio ma al solo essere umano, quando è ben evidente che è la natura stessa a infliggere dolore nel mondo attraverso le catastrofi, le malattie e la morte. Ma l’ateo si ferma qui e non offre una via d’uscita dalla tragicità ontologica, mentre la filosofia, attraverso la teoria che prediligo, la trova in una descrizione diversa del “ fenomeno Dio”, depersonalizzandolo e investendo l’essere umano di una posizione di mezzo tra un origine del tutto atemporale(l’essere originario), che poi cambia faccia e si temporalizza nella pluralizzazione degli enti, tra cui ci siamo noi che attraverso l’acquisizione della coscienza riflessiva entriamo in una nuova dimensione, la Noosfera, che è di sua natura immateriale e che emerge dalla biosfera con l’intento di autonomizzarsi in una dimensione altra oltre la morte materiale ed è questo il nostro destino finale di liberazione. Nel secondo saggio, Musolino lei affronta la figura del filosofo Aldo Capitini. Può spiegarci chi era e in cosa consiste la sua teoria della compresenza e la sua filosofia nonviolenta? Capitini è il filosofo e attivista antifascista della Nonviolenza. E’ il fondatore, insieme a Guido Calogero, del Movimento Liberalsocialista, è il “religioso aperto” che, grazie a Benedetto Croce, pubblica nel 1937 il saggio “Elmenti di un’esperienza religiosa” che rivoluzionerà le coscienze dei giovani intellettuali italiani, a partire da Noberto Bobbio, dando il vita ad una nuova opposizione al regime di Mussolini. Nell’Italia Repubblicana, poi, Capitini sarà il fautore di un transpartitismo finalizzato all’apertura della Sinistra ai valori dell’omnicrazia e della partecipazione popolare alla gestione della Cosa Pubblica, senza steccati confessionali o ideologici (Pannella ne è senz’altro l’erede politico), con al centro l’uomo e il suo destino nella “Compresenza dei morti e dei viventi”. Questo è anche il titolo del libro più filosofico di Capitini (pubblicato nel 1966) e rappresenta il luogo corale della manifestazione del “Dio anonimo” negli innumerevoli volti di tutti i cristi-crocifissi della Storia, di tutti i “Tu” la cui “aggiunta” costante di nascite e rinascite spirituali contribuisce, anche dopo la morte, alla produzione di ciò che conta, che vale, che resiste, che dura, che salva. Dire un tu a tutti, ci dice Capitini, è il riconoscimento “pratico”, vivo, dell’Unità spirituale che ci lega e che rende possibile, ancora oggi, sviluppo e crescita morale. Nonviolenza, Nonmenzogna, Noncollaborazione al male sono gli strumenti, gli “esistenziali” che mutano non solo la Società ma la stessa Realtà, espungendo la morte – il fatto bruto – dal nostro orizzonte, dalla nostra capacità infinita di atti di valore. I morti, ci dice Capitini, non ritorneranno, perché non sono mai andati via.   Andrea Vitello
September 3, 2026
Pressenza
Avete mai sentito parlare del partito capibara?/2
continua da qui Avete mai sentito parlare del partito capibara?/1 Ma non c’è il rischio che le persone, con i principali bisogni risolti, si siedano sul divano? Una ricerca del Basic Income Network tedesco, rete per il reddito di base universale, fece un’inchiesta con due domande: “Cosa pensi farebbero le persone se, per mezzo di un reddito universale, venissero liberate dalla schiavitù del lavoro?” L’80% disse che sarebbero rimasti sul divano. Ma alla seconda domanda: “cosa faresti tu?” Il 100% ha risposto elencando le tante cose che sognava di fare. Per questo siamo ottimisti, questo progetto gratuitista fa fare un passo avanti nella società. Fino ad ora la grandissima parte della popolazione è costretta a fare un lavoro con dei tempi, delle condizioni, una retribuzione, che fa star male: solo una minima parte degli abitanti di questo pianeta puo’ realizzare i suoi sogni. Oggi, con l’opulenza che c’è, che l’abbondanza si distribuisca in modo da sviluppare la creatività di ognuno di noi! Ma la tecnologia, l’AI non è “nelle nostre mani”. Si, ci sarà lo scontro. La tecnologia dovrà essere open, libera. Una tecnologia pubblica da impiegare per il bene comune, frutto di protocolli gestiti dalla collettività. L’AI non dovrà essere più nelle mani di pochi oligarchi. Non si tratta semplicemente di redistribuire i frutti dell’automazione. Questa tecnologia, che ora è “estrattiva”, va reinventata, trasformata, perché non si riduca ad una mera eliminazione del 40% dei posti di lavoro come prefigura la banca inglese. [La Banca d’Inghilterra ha stimato che l’Ai spazzerà via il 40% dell’occupazione. Frey e Osborne, in una famosa ricerca, hanno parlato di un rischio per il 47% della popolazione]. Sta a noi inventare un nuovo modello sociale che prenda questa tecnologia e la reinventi. Spero solo che alcuni lavori non vengano automatizzati tout court, se no… Io per esempio sono un insegnante, credo di essere più bravo di una macchina… Certo! Quando il celebre slogan del libro “Inventare il futuro: per un mondo senza lavoro” dice “Pretendi la piena automazione”, non significa che noi vogliamo automatizzare tutto, l’insegnamento, la cura, la salute: quello è il capitalismo che fa di tutto per sostituire l’umano con la macchina. Pretendere la piena automazione significa che l’automazione sia PER NOI. Qualsiasi rivoluzione nel passato è stata violentemente attaccata dai “vicini”. Sì, questo percorso deve essere internazionale, deve superare i confini, che tra l’altro, neppure vogliamo. Hai ragione: se ci fermassimo ad una trasformazione all’interno del recinto liberale, partitica, nazionale, si esaurirebbe in fretta, sarebbe repressa come successe con la Comune di Parigi.  E’ per questo che il partito “flotilla” Capibara sa che “non è la flotilla” che blocca Israele, il partito Capibara sarà fermato ben prima di arrivare al governo. È il tragitto del popolo che scende in strada e blocca tutto.  La prima funzione del partito Capibara è iperstizionale: diffondere un’idea, è un’idea che irrompe nella realtà. Si tratta di inondare con questa idea e risvegliare le coscienze. Lancia dei compagni e delle compagne in parlamento, con divieto (da statuto) di fare accordi di governo fino al raggiungimento della maggioranza assoluta, senza alcun accordo con altre forze politiche.  Il ’68, il ’77 furono dei momenti di incredibile iperstizione, superarono i confini nazionali. Noi vogliamo risvegliare un nuovo ’68. Ci vorrà questa forza, sarà indispensabile, perché i ricchi non molleranno certo la presa, e bisognerà essere in tanti per contrastare la loro repressione. Il partito è solo uno strumento di diffusione delle idee. I capitalisti dovranno affrontare non un partito, ma il popolo e lì ci sarà la rivoluzione.  Ti dico anche: COMUNQUE andrà questa candidatura per il 2027, noi abbiamo già vinto, l’idea si sta diffondendo e andremo sempre avanti. Stiamo crescendo, le persone si accendono, dicono: “Ma davvero è possibile tutto questo? Questa possibilità di non accontentarsi delle briciole?” Qui si tratta di ribaltare la nostra esistenza. Di fronte ad una prospettiva di una vita che diventa BELLA, le persone riaccendono la loro libido politica. Continuo con le provocazioni. Come mai compare quasi solo il tuo nome sul sito? Non ho mai detto di essere il fondatore. So che quella di “personalizzare” è una cosa che tendono a fare soprattutto i giornali, stiamo cercando di raddrizzare la cosa. Dopodiché in questo momento sono quello che ha più parlantina, ma stiamo cercando di fare in modo che ci siano anche altri che hanno voglia di affrontare telecamere e altro. Non c’è un capo: siamo un vento, come gli anabattisti del 1500. State raccogliendo le firme, per presentarvi alle politiche ci vogliono 120mila firme. Si, per ora stiamo raccogliendo delle adesioni online, per dire poi a questi: andate a firmare sulla carta. Secondo una legge che nel 2021 non venne modificata per un voto, le firme per la presentazione di un nuovo partito, devono essere cartacee, questo sarà uno sforzo enorme, ma ci proveremo. Sarà un misurarci e vedere quante persone vogliono questa trasformazione. A novembre, a Bologna, presenteremo il partito invitando i tanti movimenti, lotte, resistenze che ci sono in Italia; dal giorno dopo inizieremo a raccogliere le firme. Sembrate uno dei partiti “pirata” che vi sono stati in passato. Si, appariamo come uno scherzo, un gioco, con proposte surreali, assurde, MA rispetto ai partiti pirata del passato (partito dell’amore, della birra, dell’uomo spazzatura come in Inghilterra) le nostre proposte non sono supercazzole, sono serie e progettate nei minimi dettagli. È solo un’apparenza il gioco, ma vogliamo fare breccia dentro le mura dell’attenzione. Usando strategie comunicative: già il nome del partito, capibara, incuriosisce e arriva. Qualcuno vi avrà avvicinato alle speranze risvegliate dai 5 stelle che avevano lanciato all’inizio idee innovative, in molti avevano sognato. Sì, e anche io 10 anni fa ci avevo creduto, ci sono certo assonanze, ma c’erano alcune differenze di fondamentali: mentre il movimento 5 stelle non aveva un’ideologia, si diceva né di destra né di sinistra, noi siamo di una sinistra radicale, intersezionale, transfemminista, antispecista, anarchica, comunista. Siamo eredi di queste lotte nei secoli. Per questo ci rivolgiamo ai compagni e alle compagne delle lotte, questo vascello vedrà LORO entrare in parlamento.  Nel nostro statuto scriveremo che il partito capibara non potrà MAI fare accordi di governo con altri partiti, cosa che abbiamo imparato dal naufragio dei 5 stelle che arrivarono al 34% per poi sedersi al governo prima con la lega e poi col pd. Non si tratta di giocare con la politica parlamentare come hanno fatto loro.  La seconda differenza dai 5 stelle è che si collocavano pienamente all’interno del realismo capitalista. Non avevano un piano, non avevano una visione del futuro, di società che volevano realizzare. E così, una volta arrivati al governo, si sono sgonfiati perché non sapevano davvero cosa fare. Mancava la progettazione perché mancava, alla radice, la capacità stessa di immaginare. Trovo ottimo che si torni a parlare di casa, lavoro, sanità, immigrazione, diritti, ma nominate pochissimo la politica estera, quello che sta avvenendo nel mondo tra guerre e riarmo. Noi siamo chiaramente contro ogni guerra e ogni esercito, in ogni guerra siamo dalla parte dei soldati che si rifiutano di prendere le armi, siamo con i disertori. I potenti della terra fanno le guerre come se giocassero a risiko sulla pelle delle persone.  Abbiamo uno sguardo decoloniale, a partire dalla denuncia della colonizzazione tutt’ora in atto da parte degli Usa su di noi. L’indipendenza dovrà essere dei popoli, non delle nazioni, siamo per l’abolizione dei confini. Deve terminare lo sfruttamento dell’occidente in Africa e non solo. Così dobbiamo affrontare le vere migrazioni di massa che non sono ancora iniziate, le vedremo nei prossimi decenni con l’acqua che mancherà sempre più. Questi problemi andranno affrontati dal punto di vista globale, planetario. Quindi: transizione ecologica e lotta contro le multinazionali, ovunque. È necessaria una prospettiva sistemica e strutturale per affrontare questi problemi. Un’ultima domanda: quale è il processo con cui prendete le decisioni? Ottima domanda, ci becchi in un momento in cui stiamo discutendo a lungo su questo. Il problema è il partito, finché è un movimento anarchico, autonomo, va tutto bene, ma poi la faccenda si complica, non ci nascondiamo. Un gruppo anarchico, orizzontalista, nel diventare un partito affronta una contraddizione fondamentale. Stiamo cercando di darci dei protocolli comportamentali, un patto relazionale, uno statuto di cura.  Comunicazione non violenta, obblighi di trasparenza, un’analisi se il mio comportamento è coerente o oppositivo con la causa che portiamo avanti. Questo patto relazionale prevede anche uno strumento di autovalutazione. Quando avviene un conflitto, l’idea è di far sì che questo conflitto venga sottoposto a questo patto relazionale, con dei protocolli operativi, in modo da comprendere se una delle persone non si sta comportando bene nei confronti dell’intersezionalità, in modo autonomo e decentrato.  Non vogliamo degli organi decisionali che gerarchicamente decidono e dispongono, ma costruire questi protocolli che siano una bussola per un comportamento di cura collettiva. Certo che QUESTO, ora, è il tema più complesso che stiamo affrontando, per far stare insieme le persone senza gerarchie. Per inventare questi strumenti bisogna avere tanta Comune di Parigi nel cuore, tanti sindacati anarchici nel cuore, tanto orizzontalismo e anche un po’ di sana critica dello stesso orizzontalismo. Andrea De Lotto
September 2, 2026
Pressenza
Avete mai sentito parlare del partito capibara?/1
Vengo a conoscenza di un nascente partito: il partito dei capibara. Mi dicono: “Sono giovani, sembra interessante, prova a sentirli.” Guardo il sito e trovo idee che mi sono molto care: a partire dalla riduzione drastica dell’orario di lavoro. Ci diamo appuntamento con un loro portavoce, Davide Dibitonto, 31 anni, di Padova, ha una doppia laurea in economia e scienze politiche, lavora come consulente per l’ottimizzazione dei processi produttivi. Ci eravamo dati una mezz’ora, alla fine staremo a parlare per un’ora e mezza.  Davide, parti dall’inizio. L’origine sta nell’avanguardia filosofica che nasce in Inghilterra alla fine degli anni ’90: l’accelerazionismo che vuole rimettere in moto un mondo, una storia che sembra essersi fermata. L’accelerazionismo “di sinistra” è un movimento intellettuale, accademico, militante, che segue la crisi del 2008, che cerca di capire come mai il forte movimento Occupy Wall Street non ha portato risultati. La risposta più esaustiva è stata trovata dal pensatore inglese Mark Fisher, che scrive nel 2009 Realismo capitalista.  In estrema sintesi: “Abbiamo perso perché non siamo stati in grado di immaginare ciò che vogliamo. Siamo sempre ‘anti’, in difesa, resistenti, ma così non si vince, se va bene si rallenta l’offensiva avversaria”. Ecco allora la riflessione, il sogno di una nuova utopia mobilitante. In Inghilterra il dibattito va spedito e il nuovo partito di Corbin è molto vicino a quelle analisi. In Italia quel pensiero arriva in modo davvero particolare, non tanto attraverso traduzioni, che sono pochissime, ma attraverso i meme. Sono immagini provocatorie, scherzose, montaggi di foto o disegni e frasi, pensieri, in questo caso si mandano messaggi con l’obiettivo di svecchiare le categorie della sinistra tradizionale.  Negli anni 2014/15 c’è un gruppo fb che si chiama Sinistra Libro, alcuni di loro usano molto i meme. In fondo in quegli anni è la stessa campagna di Trump che avviene a colpi di meme. Nascono migliaia di meme che inondano l’immaginario. Nel frattempo l’unico autore che viene tradotto dall’inglese all’italiano è Mark Fisher, il quale si toglie la vita nel 2017 e in Italia la sua opera principale, Realismo capitalista, viene tradotta nel 2018 e poi via via tutto quello che ha scritto.  Cosa dice Fisher: “Siamo depressi perché non abbiamo futuro, non siamo neanche in grado di immaginarlo.” Se l’accelerazionismo di sinistra inglese è più legato alla tecnologia e alle potenzialità che questa ha per migliorare la nostra vita, qui in Italia attecchisce maggiormente l’aspetto immaginifico. Nascono in Italia tanti piccoli gruppi che mettono in pratica questo proposito: immaginiamo, ma da lì riflettiamo, elaboriamo, la società che vogliamo e la sua realizzabilità.  Dall’utopia alla progettazione tecnica. Questa corrente di accelerazionismo si chiama “gratuitismo”, che si sposa con la decrescita felice. La forma prezzo della vita viene demercificata; noi dobbiamo andare a lavorare perché la vita costa, il gratuitismo vuole costruire un progetto anarco-comunista. Soprattutto dell’anarchia. La gratuità, per esempio, ci consente di capire l’abolizione della moneta. Se arriviamo ad avere gratuitamente la risposta ai sei bisogni principali, la moneta conta meno. Si abolisce il significato della moneta, non il significante. È un’accelerazione oltre il capitalismo, come se noi sgretolassimo il capitalismo. È un’incredibile, entusiasmante utopia mobilitante che si diffonde in un’era apocalittica. Le reti di progettazione aperte nascono nel 2021, quindi think tank dal basso, persone che si aggregano con l’obiettivo di trasformare i nostri sogni in progettazioni tecniche. Per esempio, nel 2021 abbiamo lavorato con Giuseppe Graziano, grande esperto di sanità, direttore sanitario dell’Umberto I di Roma, e con lui abbiamo scritto il decreto attuativo di un futuro servizio sanitario nazionale. Come nasce l’idea del partito? L’idea del “partito accelerazionista” è sempre stata un meme, già nel 2015 vi erano meme su un ipotetico partito. Certo era un gioco, uno scherzo. Nel 2022, durante le elezioni vere e proprie in Italia, abbiamo montato tra noi un gioco: le elezioni iperstizionali. Iperstizione è un’idea che si trasforma in realtà. Un’idea così forte e desiderabile che circola sempre di più fino a diventare realtà.  Per esempio, la “remigrazione” è un’iperstizione: tanto hanno martellato che ora rischia di diventare realtà. Il motto “Non c’è alternativa”, il “there is no alternative” di Margareth Thatcher è un’iperstizione: noi ci crediamo e così diventa realtà.  Queste elezioni che inventammo avevano otto liste immaginarie, tutte delle prese in giro dei partiti esistenti. Non eravamo molti, i gruppi meme sono piccoli, formati da 4/5 persone, ma poi questi messaggi viaggiano, alcune centinaia di persone votarono. Ma già allora, nel 2022 avevamo scritto i programmi di questi 8 partiti: facemmo dei laboratori di liberazione dell’immaginazione, che è la pratica che viene fatta quando si segue l’insegnamento di Fisher.  Quando scrivemmo i programmi ci accorgemmo che era facile declinarli in programmi reali. L’immaginazione, per gioco va oltre il realismo, ma poi ci si accorge che le rivendicazioni sono meno assurde del mondo in cui viviamo. Da lì negli anni seguenti un lavoro di articolazione di tutti i nostri sogni. Ma quando l’idea di questo partito capibara? Il progetto è nato alla fine dell’estate scorsa, ma non è più un gioco. Certo la contraddizione è “un partito che nasce in un contesto anarchico”; siamo nell’assurdo, nel paradosso. L’idea è quella del Galeone, poesia del 1967 che poi è diventata canzone del canzoniere anarchico: è praticamente la storia della Flotilla, questo Galeone di schiavi che si ammutinano e decidono di schiantare questa barca contro le rive.  Come la Flotilla, non sta in difesa, va all’attacco. A novembre a Bologna convocheremo tutti coloro che vogliono “salire su questo galeone”. Noi offriamo lo spazio, non saremo noi, ma saranno altri “compagni e compagne” che noi scaglieremo in parlamento contro le rive del parlamento. Butteremo dentro alcune persone come se fosse una grande strategia alla Ilaria Salis. Lei è lì per sostenere le lotte territoriali, non per obbedire ad un partito. Davide dicci in sintesi le “colonne” del programma, in sintesi, poi chi vorrà approfondire andrà a vedersi il sito www.partitocapibara.org  Se non siamo un partito tradizionale, tanto meno lo è il programma perché è fuori dalle cornici che il capitalismo definisce “possibile”. Le tre rivendicazioni di punta sono queste: 1. Lavorare meno: 24 ore alla settimana. Dal lunedì al giovedì indicativamente, sei ore per 4 giorni, associate ad un minimo di 15 euro netti, fa un salario minimo di 1560 euro al mese. 2. La gratuità dei sei bisogni fondamentali: le sei leve che ci costringono ad andare a lavorare. La casa, le utenze, i trasporti, il cibo, la salute e l’istruzione/cultura. 3. La messa in comune della tecnologia e la distribuzione dei suoi frutti: 500 euro al mese per tutti e tutte, agganciati al tasso di sviluppo per l’automazione. Questi pilastri si scontrano immediatamente con la visione capitalista che abbiamo digerito e che ci fa dire: “E’ assolutamente impossibile”. Ecco allora che ci aiuta ancora un concetto di Fisher: questo gratuitismo o comunismo di lusso, non basta desiderarlo, spingerlo, bisogna dimostrare che è realistico, possibile qui e ora. Da qui nascono le reti di progettazione aperte. Andiamo concretamente a scrivere le riforme tecniche di queste rivendicazioni.  Ad oggi le due riforme che sono state stese per intero sono quelle della sanità e quella della riforma delle 24 ore di lavoro.  Sul primo punto abbiamo lavorato ripristinando e potenziando la stessa legislazione italiana (la legge 833 /1978, smantellata nei decenni successivi), sul modello della Trieste dei basagliani, dei modelli cubano e del confederalismo del Rojava.  Per il secondo abbiamo fatto tutto un lavoro sulla fiscalità, capovolgendo l’attuale piramide. Per i redditi più bassi le tasse non ci sono. Le tasse sono pagate non più dai poveri, ma dai ricchi.  Stiamo lavorando alla progettazione fattibile di una graduale abolizione del sistema carcerario, stiamo scrivendo la transizione energetica, il servizio di trasporto pubblico capillare in modo da rendere sempre più superflua l’automobile.  Poi c’è la questione della casa, un sistema immobiliare in cui nessuno possa avere (come singolo individuo) più di due case; quindi, se siete in 4 in famiglia potrete godere di 8 immobili. Oggi abbiamo 77 milioni di immobili in Italia di cui abitabili 64 milioni: siamo 52 milioni di maggiorenni di cui due terzi vivono in compagnia.  Come se fossimo una tribù di 100 persone con 140 capanne. È chiaro che l’affitto o il mutuo è un’invenzione del capitalismo. La scarsità è imposta dal capitale. C’è invece l’abbondanza. Useremmo per le case una strategia che arriva da Mariana Mazzuccato, economista italo-americana che vive in Inghilterra. Se un palazzinaro ha 5000 appartamenti dovrà lasciarne 4998. Questi verranno messi all’asta. Attualmente il 5% dei proprietari possiede oltre il 50% delle proprietà. La gran mole di case che entreranno nel mercato farà crollare i prezzi.  Ma non siamo un’isola, qualcuno andrà via, qualcuno arriverà. Si, dobbiamo prevedere qualsiasi scenario, è come una partita a scacchi. Quello della fuga dei capitali è il classico spauracchio, ma va affrontato per quello che è: il patrimonio italiano produttivo è pari a 14mila miliardi. 7 mila miliardi sono patrimonio immobiliare, e 7 finanziario. Bene: l’idea di spostare una produzione all’estero non è così facile come ci fanno credere. Parallelamente certo dovrà maturare una coscienza politica che farà sì che le proprie aziende vengano difese. Certo che avremo gli attuali padroni, proprietari contro: si lotterà per difendere il progetto della nostra società gratuitista. Quindi mettete in conto lo scontro? Ecco allora che emerge l’idea del partito flotilla, la radice anarchica del nostro progetto che NON ci fa credere che gli strumenti della democrazia liberale possano davvero bastare per arrivare a dei risultati rivoluzionari.  Lo scontro sarà soprattutto su questo tetto massimo che abbiamo stabilito: nessuno potrà possedere più di 6,66 milioni di patrimonio personale. Questa è la patrimoniale “accelerazionista” che abbiamo concepito, l’idea cioè di un tetto massimo. Questo significa che il signor Ferrero, l’uomo più ricco d’Italia, che ha un patrimonio personale (cioè di lui persona fisica) di 50 miliardi di euro, dovrà rinunciare a 49 miliardi e 994 milioni di euro, cioè il 99,9999% del suo patrimonio. E rimarrà comunque multimilionario. Ma è evidente che lui non ce lo permetterà mai. Le storie della comune di Parigi, di Allende, insegnano: i padroni, quelli veri, sono internazionalisti e non lasceranno mai che tutto il loro potere venga distribuito per il diritto all’abbondanza comune. Saranno loro a far saltare la democrazia liberale.  Per questo non bisogna credere ciecamente, ingenuamente, che la democrazia liberale basterà a fare questa grande rivoluzione. È proprio come per la flotilla: la flotilla sa che non è la barchetta, va da sé, che blocca Israele. Anzi, la barchetta viene arrestata addirittura prima di raggiungere le rive della Palestina. La flotilla sa che è il tragitto a risvegliare le coscienze del popolo che scende in strada e blocca tutto. Lo stesso vale per il partito-flotilla, il partito capibara (il più grande roditore del mondo, ndR): il partito, il vascello, ovvero la democrazia liberale, da sola, non riuscirà a bloccare il capitalismo; è il tragitto che conta: risvegliare le coscienze, mostrare al mondo che viviamo nell’abbondanza e abbiamo tutto il diritto di rivendicarla, di trasformare le nostre vite, di conquistare un’esistenza bella da godere, che tutto ciò è possibile. È il risveglio delle coscienze nel popolo la vera rivoluzione.  Quando i potenti della terra si scaglieranno a reprimerci, quando saranno pronti a far saltare la democrazia liberale pur di impedirci di realizzare il gratuitismo, quando si arriverà allo scontro finale, sarà la coscienza collettiva a realizzare la rivoluzione, non la barchetta-partito. Era questo lo scopo di Fisher nella sua ultima opera incompiuta, “Acid Communism”: innescare una nuova iperstizione come quella del 1968, risvegliare le coscienze, liberare il desiderio. Da un certo punto di vista, si tratta di innescare un nuovo incantesimo collettivo, una nuova forma di “coscienza di classe”. (continua qui Avete mai sentito parlare del partito capibara?/2)   Andrea De Lotto
September 2, 2026
Pressenza
Biella: un altro suicidio in carcere
Un migrante egiziano, di cui ancora non sappiamo il nome, si è impiccato in carcere con la garza che gli copriva la ferita ad una gamba. In quel carcere di Biella, feudo dell’onorevole Delmastro, apparentemente decaduto. In quelle carceri che non favoriscono il reinserimento, che non aiutano a capire e a cambiare, che puniscono i fragili, i deboli e forniscono un ruolo ai criminali “potenti”. Con la complicità di un sistema giudiziario ineguale, irrispettoso delle diversità e delle povertà, incapace di fornire eguali strumenti difensivi ai poveri ed agli stranieri, a quelli che non hanno voce. Aveva 23 anni, era fragile nel corpo e nell’anima: era seguito dai Servizi, come molti dei detenuti immigrati. Persone distrutte nel corpo per la violenza del viaggio: migliaia di chilometri di fatica, di dolore, di prigioni e torture, …e poi nella psiche per la violenza delle discriminazioni e delle umiliazioni subite altrove e qui in Italia, nell’Occidente educato ed ipocrita che teorizza l’emancipazione del merito, ma solo per i bianchi, meglio se italiani, possibilmente benestanti. Era seguito dai Servizi con impegno ma in un ambito culturale che ignora le diversità culturali e psichiche, che non accetta di mettere in discussione i saperi acquisiti, che crede che ci sia una sola civiltà, che non sa formarsi per le nuove esigenze, che pensa la psiche prevalentemente come rottura neurologica o portato genetico. Dobbiamo smetterla. Dobbiamo uscire dallo stato d’ignoranza e cercare le diversità interpretative del disagio e degli strumenti per intervenire. I migranti appartengono a culture che non conosciamo, sono portatori di diverse visioni del mondo e diverse manifestazioni delle proprie contraddizioni interiori. Possiamo incarcerare un “negro” perché è povero e la sua difesa è insufficiente, possiamo rinchiuderlo perché abbiamo fatto le leggi contro di lui. Possiamo continuare a pensare (erroneamente) che la nostra sia la migliore civiltà possibile, ma non possiamo negare che di quelli come lui non sappiamo nulla, che non comprendiamo nulla e per questo li respingiamo, li induciamo all’autolesionismo e li portiamo al suicidio. Dentro ad un sistema carcerario che agisce fuori dai dettami della Costituzione, abitato da persone private della libertà ma con il diritto alla vita e alla cura. Noi volontari della Ciclofficina Thomas Sankara ci stringiamo con un abbraccio intorno alla sua tragica morte e alla legittima protesta dei detenuti del carcere di Biella Biella, 2 settembre 2026   Arci Solidarietà Ciclofficina Thomas Sankara Redazione Piemonte Orientale
September 2, 2026
Pressenza
La prima Festa Provinciale dell’ANPI Cremona sarà un Porto di Pace!
Quest’anno la Provincia di Cremona può davvero essere fiera delle forze civili che la compongono. Molto presto, il 12 e 13 settembre, a Spino d’Adda, presso la Cascina Carlotta, si terrà un evento dedicato al tema della pace promosso da Anpi Provinciale e da diverse sezioni locali. All’iniziativa hanno aderito con entusiasmo moltissime altre realtà sociali impegnate sul territorio. I lavori apriranno sabato pomeriggio e dalle 19 è atteso sul palco il presidente nazionale ANPI Gianfranco Pagliarulo; a seguire una cena popolare in corte a cura dell’ANPI e il concerto dei Lato Malo. Nella giornata di domenica è previsto l’arrivo delle Flottiglie di Terra, ossia un’azione corale che porterà sette gruppi di camminatori a confluire alla stessa ora al Porto di Pace – rappresentato dalla Cascina. Sette gruppi come i sette colori della bandiera della pace, ognuno a rappresentare un valore interconnesso e inscindibile da tutti gli altri sei: Antifascismo +Diritti umani + Disarmo e nonviolenza + Cooperazione e solidarietà + Giustizia e legalità + Ecologia e sostenibilità + Libertà e democrazia.  Si può aderire alla camminata iscrivendosi qui. Tutte le info sui tavoli di pace che si terranno nel corso della giornata sono consultabili nel sito dell’evento. Incontriamo ora Marco Cicorella, uno degli organizzatori di Porto di Pace e vicepresidente dell’ANPI di Spino d’Adda. Un anno fa la Global Sumud Flotilla veleggiava gagliarda verso Gaza e da terra la seguivamo accorati. Quando fu assaltata dall’esercito israeliano il mondo civile si indignò e il popolo italiano fece qualcosa di importante: fu sciopero generale come non si vedeva da tempo e il potere tremò. “Porto di Pace” con le flottiglie di terra vuole richiamare alla memoria quel momento di coesione e forza? Sì, vogliamo andare oltre la punta dell’iceberg. Ciò che si creò allora grazie alla Global Sumud Flotilla è stato grandioso, ma, appunto, è solo una parte della battaglia, tanto sta ancora nascosto sotto la superficie. Vogliamo fare vedere quanto può fare la società civile, quanto ognuno di noi può fare. Quanto la partecipazione di massa può fare la differenza nell’influenzare le decisioni di chi detiene il potere? E che tipo di partecipazione vorresti vedere nel tuo quotidiano? A volte si ha la sensazione che le azioni compiute per dimostrare il dissenso non trovino alcun riscontro nelle istituzioni e nel vivere di tutti i giorni. Ma invece di abbatterci dobbiamo imparare dal popolo palestinese e dai nostri partigiani, che per anni si sono fatti massacrare perché noi potessimo, anni dopo, vedere i risultati delle loro azioni. Un ragazzo palestinese, durante un incontro nel Lodigiano, disse: “La mia generazione e forse nemmeno la prossima vedranno la nostra vittoria, ma sicuramente vinceremo!” Vorrei vedere più unità e determinazione anche nelle nostre realtà locali, ma in qualche modo sono fiducioso. Mi colpisce l’accento che l’iniziativa ha voluto mettere sul tema del “corpo” e sulla “forza dell’esserci”. Mi spieghi con le tue parole come siete arrivati a queste idee così forti e che cosa significano? Penso che possiamo fare nostro quello che i partigiani hanno fatto: come allora, e ispirati da loro, i nostri corpi prendono calore quando vengono schierati in difesa della giustizia a della solidarietà. Quando metti il tuo corpo in mezzo a una piazza, in una strada e semplicemente dici: “Io Ci Sono” significa che sei lì ad affermare che non sei d’accordo con ciò che ti circonda e che vuoi un altro mondo. In quell’esatto istante, smetti di essere un pensiero, un’idea. In quel momento Sei Visibile!! Mi sembra di capire che l’idea centrale di Porto di Pace sia far convergere sette temi collegati alla parola “pace”, in modo che se ne possa parlare in maniera organica e non per settore. Trovo innovativo questo modo di procedere, che fa appello a una visione ampia e reticolare. Credi che sia la risposta giusta al bisogno, che in molti percepiamo, di far fronte a una deriva di valori – e al caos che ne deriva – senza però cadere in facili soluzioni di tipo autoritario? La pace per esistere ha bisogno di pilastri che esprime nei sette colori che ne compongono la bandiera: il blu, l’azzurro, il viola, il verde, il giallo, l’arancione e il rosso – che sono gli stessi che compongono l’iride e che ammiriamo nell’arcobaleno. Non si possono dividere. La regola vale anche per noi: se vogliamo vivere in equilibrio abbiamo bisogno che questi sette pilastri siano ben ancorati all’interno della società, così da poter guardare agli eventi da più prospettive. Invece, ci stanno spingendo come agnelli spaventati verso una sola stalla. É un po’ l’atavica paura del lupo, del diverso, che ci acceca e confonde la nostra capacità di discernere. Per questo dobbiamo esserci. All’interno del sito ogni colore-pilastro viene spiegato. Anche il metodo, che definite didattico-narrativo, mi sembra originale e, se intendo giusto, vorrebbe coinvolgere maggiormente il partecipante. Mi spieghi meglio come funzionerà? Non vogliamo riempire solo di dati la testa di chi verrà. Per questo motivo soltanto la prima parte di ogni argomento trattato avrà un carattere didattico; pochi dati e numeri che chiariscano il quadro, mentre per il tempo restante ci saranno i racconti delle esperienze dirette di coloro che hanno messo il loro corpo di fronte all’annoso problema. Sei un attivista di lunga data e dunque, possiamo dire, un esperto della collaborazione e del dialogo. Noto con piacere che per la costruzione di “Porto di Pace” hanno lavorato insieme parecchie associazioni e gruppi del territorio. Com’è stato far interagire tante teste diverse per raggiungere un bene comune? Ti senti arricchito da questa esperienza? Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia che si è sempre spesa nel sociale. In oltre quarant’anni ho vissuto svariate esperienze sul campo e forse proprio questa con l’ANPI marca un passaggio importante nella mia vita: cercare di avvicinarmi alle istituzioni senza entrare in un partito politico, potrebbe anche incidere di più. Per me questa scelta significa provare a essere un “partigiano di questi tempi”. Che cosa ti dà la forza per continuare nel tuo impegno di attivista per la pace e i diritti umani? Non ho dubbi nel risponderti. La forza, ogni volta e da più di 40 anni, me la danno le persone che incontro, coloro che vado ad “aiutare”. Ovunque: in Bosnia durante la guerra e ancora in Bosnia, anni dopo, a sostenere i migranti sulla rotta balcanica, alla Stazione Centrale a Milano per ricevere i transitanti e sistemarli per la notte, e non per ultimo al rifugio Massi di Oulx, a vestire tutti quelli che affrontavano le montagne per andare oltre. Tutte queste persone hanno lasciato una grandissima impronta in me e non saprò mai come ringraziarle.   Marina Serina
August 28, 2026
Pressenza
Intervista con Abundia Alvarado: “Diffondere le reti dell’abbondanza”
Sta per iniziare (28 e 29 agosto al Parco Falcone di Catania) il tour di Abundia Alvarado, attivista ambientale, donna trans, oltre che nativa delle comunità Nahuatl e Apache. Originaria del Messico, vive da tempo nel Sud degli Stati Uniti ad Atlanta, dove ha partecipato a lotte ambientaliste, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti dei lavoratori e degli animali e nel movimento Stop Cop City, che tra il 2021 e il 2024 ha tentato di impedire la costruzione di un enorme Centro di Addestramento antisommossa, che ha comportato la devastazione di una magnifica foresta.     Abundia sarà in Italia fino al 13 settembre, dalla Sicilia fino alla Val Susa, nell’ambito di un tour europeo che sta svolgendo insieme al regista Lev Omelchenko e altri attivisti, per promuovere il progetto The Autonomous Kitchen Councils (Consigli Autonomi di Cucina) nato durante quei tre anni di mobilitazioni (tutte le date sono alla fine dell’intervista). Qui a seguire alcuni stralci della lunga chiacchierata che abbiamo avuto con lei. Raccontaci innanzitutto di te e del tuo percorso come attivista Sono nata a Monterrey, città industriale nel Nord del Messico. La mia era una famiglia numerosa (ho sei fratelli e sei sorelle) e quando nacqui mia madre guidava un gruppo di donne nell’occupazione del quartiere doveva vivevamo, Canteras. La polizia la arrestò, minacciando di separarci poco dopo il parto, finché non la rilasciarono. Ma intanto io venivo allattata collettivamente da un gruppo di donne che non tolleravano intrusioni dai poliziotti: ogni volta che salivano la collina, venivano accolti da una pioggia di pietre e le loro camionette venivano spinte giù da un dirupo. Erano gli anni ‘60, questa difesa con le unghie e con i denti coinvolgeva gente di etnie diverse e richiedeva molto lavoro di mediazione. Già prima che arrivassero gli allacci per l’acqua, la corrente e il gas, le persone si erano unite per scavare i primi gradini nella montagna, sorsero le prime case di cartone e uno spazio per il trattamento del mais: tutti al lavoro nelle cucine che, diversamente da quelle dei bianchi, erano spazi comunitari. Io passavo un sacco di tempo con le donne a cucinare e portavo i capelli lunghi, il che rinforzava in me e negli altri la percezione che fossi più femmina che maschio: in cucina non mi sentivo disforica. Il nome che porto e che ho scelto quando ho cominciato la transizione di genere è quello di mia nonna Abundia. Non l’ho mai conosciuta, di lei non mi rimane neanche una foto. So che era una guaritrice Apache Chiricahua. Oltre a gestire una cantina, cosa non facile per una donna sola, aiutava le donne ad abortire quando in Messico era ancora illegale. Da bambina amavo esplorare la montagna presso Canteras, prima che diventasse un quartiere di lusso. Cercavo un posto solo per me, dove costruire altari per le divinità femminili della montagna. Fiori, piante, cascate, piccoli laghi dove facevo il bagno, persino i serpenti velenosi mi affascinavano (non a caso alcune divinità atzeche come Coatlicue hanno attributi serpentini). Anche con le formiche rosse avevo un rapporto di rispettosa coesistenza: a volte per impressionare i turisti sedevo su un formicaio e mi lasciavo coprire dagli insetti, del tutto incolume. Finché non diventai grande, non mi accorsi della mia povertà, grazie alle mamme nel vicinato che di nascosto mi nutrivano (mantenni un rapporto con loro anche dopo lo svezzamento) e grazie ai frutti di cui era ricca la montagna: è da lì che nasce l’idea della Rete dell’Abbondanza che mi vede attualmente impegnata, a partire dal nostro rapporto comunitario con la terra, in contrapposizione al regime di scarsità imposto dalla società capitalista. Mio padre era stato un sindacalista importante negli anni ‘50 durante lo sciopero contro la Hilados de México, che produceva fibre sintetiche. Fu uno degli scioperi più grandi nella storia del Messico e terminò con l’accoglimento di tutte le richieste de3 lavorator3. Ma dopo si demoralizzò, cominciò a bere. Quando compii diciotto anni mi avviò agli studi seminariali, per liberarsi del figlio queer che non voleva in casa. Come me, più di metà dei seminaristi era queer: per un ragazzo indigeno di umili origini studiare da prete era un modo per migliorare il proprio status sociale, oltre al fatto di uscire dal quartiere e magari viaggiare all’estero. In quattro anni mi laureai infatti in filosofia e negli anni successivi ebbi l’opportunità di venire spesso in Europa. Nel 1994, tornata in Messico, partecipai ai negoziati con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. In tantissimi, soprattutto indigen3, si erano trasferiti nel Sud del Messico per unirsi al movimento, accettando di condividere i propri beni e mezzi di produzione, come presa di coscienza della propria identità: per la prima volta si discuteva di cosa significasse essere indigen3 e non solo messican3. Lavorando nell’ambito dell’associazionismo (con student3 internazionali o operai3 sottopagat3) e spostandomi spesso tra Messico e Stati Uniti, riuscii ad ottenere la cittadinanza statunitense. Molt3 amic3 che vivono negli Stati Uniti continuano ad attraversare il confine di nascosto per far visita alle loro famiglie. Nel 2015 ho fondato FaunAcción, un gruppo antispecista che si è molto impegnato in Messico per sostenere progetti educativi su diversi ambiti dell’animalismo, anche all’interno delle Università, perché gli/le student3 capissero chi approfitta della sperimentazione sugli animali. Dopo la pandemia abbiamo ripreso con El Molcajete, un furgoncino di volontar3 che, mediante la distribuzione di cibo vegano nelle aree più povere di Città del Messico informano sulla giustizia alimentare e sulla cucina messicana pre-ispanica, in ottica anticolonialista. Nel 2021 ho contribuito a fondare Mariposas Rebeldes, un collettivo di persone queer e trans indigene e latino americane che a partire dalla creazione di orti comunitari organizzano iniziative sull’identità di genere e di razza nella città di Atlanta. Il nome significa Farfalle Ribelli, come le farfalle monarca che migrano tra il Messico e il Canada. Come icona abbiamo scelto la dea atzeca Itzpapalotl, che può assumere sembianze di donna, ma anche di farfalla guerriera. Nell’estate del 2021, durante la pandemia, abbiamo organizzato il Dendalion Fest secondo l’esempio zapatista di scambio gratuito di cibo e risorse, ma anche di ricette, rituali, arti, conoscenze. Sia ad Atlanta che altrove siamo riusciti a coinvolgere molta gente della comunità latina, che normalmente non avrebbe partecipato. Anche piantare nopales (fichi d’india) in un parco pubblico, una pianta considerata inadatta a crescere in un clima umido, ha per me il significato di Land Back: non solo come restituzione delle terre strappate alle popolazioni indigene, ma come più profondo rapporto con la terra. Raccontaci del movimento “Stop Cop City” e del contributo che hai dato Atlanta è una citta che sta crescendo molto, forte degli investimenti di industrie multinazionali, ma vanta anche una forte tradizione di attivismo che risale al movimento per i diritti civili di Martin Luther King. È anche la città più ricca di foreste degli Stati Uniti. Nel 2021 una di queste foreste, in un’area a sud della città, è stata destinata alla costruzione della più grande base di addestramento della polizia negli Stati Uniti, che il movimento chiamò “Cop City”. Oltre alla devastazione ambientale, senza alcuna consultazione popolare, in continuità con la storia razzista e coloniale della città (la foresta era stata infatti una piantagione e una fattoria-prigione), questa mossa è stata vista come un oltraggio dal movimento Black Lives Matter, che nel 2020 si era affermato a livello nazionale con un’ondata di rivolte contro le violenze della polizia. Black Lives Matter chiedeva che quei fondi per l’addestramento delle forze di polizia a tecniche militari antisommossa (tra l’altro in collaborazione con i servizi d’ordine israeliani nell’ambito del programma GILEE) venissero piuttosto investiti in servizi sociali. L’immediata risposta a quel progetto fu Stop Cop City, un vasto movimento ambientalista con una forte presenza Muscogee (la tribù che originariamente abitava nel territorio di Atlanta e che era stata dislocata nel lontano Oklahoma due secoli fa) e delle comunità trans e queer. Non a caso la foresta venne rinominata Weelaunee (“Acque Limacciose” in lingua Muscogee) e per tre anni è stata occupata dagli attivisti, con l’obiettivo di ritardare l’inizio dei lavori in tutti i modi possibili, compreso il sabotaggio dei macchinari. In tutti gli Stati Uniti si è cercato di fare pressione sulle grandi corporazioni coinvolte nel progetto perché rescindessero il contratto con Cop City, mentre a livello locale il movimento godeva del crescente sostegno della popolazione, dalle scuole alle associazioni di quartiere: nel 2023 sono state raccolte 116.000 firme perché fosse la città a pronunciarsi mediante referendum circa il proseguimento del progetto, ma l’iniziativa è stata ignorata in quanto fuori tempo massimo! L’occupazione è terminata nel 2023 con lo sgombero degli accampamenti da parte della polizia e negli scontri ha perso la vita Manuel Esteban Paez Terán, not3 come Tortugita, attivista venezuelan3 al3 quale ero molto legata. Nel corso di un anno più di settanta attivist3 sono stat3 arrestat3, con accuse di terrorismo e cospirazione a delinquere. Dal 2025 Cop City può dirsi completata e la polizia che era stata addestrata lì dentro è stata subito impiegata per reprimere le rivolte contro l’ICE della popolazione messicana in California. Nell’inaugurazione di Cop City e nella distruzione della foresta di Atlanta riconosco un piano di annientamento sociale e ambientale che avanza da secoli: la foresta era un tempo la casa del popolo Muscogee, divenne poi latifondo, con gli abitanti originari deportati dall’altra parte degli Stati Uniti. Diventò poi piantagione, con lavoratori neri impiegati come schiavi e, dopo l’abolizione della schiavitù, come condannati ai lavori forzati. Dopo decenni di abbandono, durante i quali era ridiventata parco pubblico, la foresta è ora di nuovo inglobata nel progetto coloniale americano. Stop Cop City protests in Atlanta on 22/01/2023 | By Tatsoi – Own work, CC BY-SA 4.0, Link Abitando ad Atlanta a pochi chilometri dalla foresta Weelaunee, ho partecipato al movimento Stop Cop City sin dall’inizio; il mio contributo è stato ribadire la centralità delle comunità nere e Muscogee. Per la prima volta da quando vivo negli Stati Uniti mi sono sentita parte di una comunità, soprattutto durante le cerimonie per risacralizzare la foresta. Ritengo importante portare questo elemento di spiritualità nelle lotte di stampo occidentale, troppo legate a un razionalismo che compartimentalizza il mondo. Dobbiamo restituire importanza ai miti e alle cosmogonie: a Weelaunee ci sono state cerimonie indigene, cristiane, ebraiche e persino inventate. È in questo contesto di lotta anti-coloniale che sono arrivata a elaborare insieme ad altr3 il concetto di abbondanza, in quanto rete vivificante di rapporti con le persone, con l’ambiente e con gli animali. Non possiamo costruire il socialismo senza riconsiderare il nostro rapporto con la natura. Se non viene infranta, parcellizzata e privatizzata, questa rete procura ricchezza a sufficienza per il mantenimento e la prosperità di tutt3. Si tratta di un processo costante di guarigione, su cui costruire comunità libere e autonome. Seppur danneggiata, questa rete esiste già: è stata tessuta continuamente e collettivamente per miliardi di anni da piante, funghi, animali, dagli elementi come da3 nostr3 antenat3. Si tratta di re-imparare come connetterci. Parlaci del progetto AKC (Autonomous Kitchen Council – Consigli Autonomi di Cucina) che stai presentando in tutta Europa: anche loro nascono dal contesto della lotta per la foresta di Atlanta Negli ultimi due anni mi sono concentrata su questo progetto di “liberazione” della cucina dalle tradizioni patriarcali e coloniali: gli Autonomous Kitchen Councils definiscono una rete internazionale di associazioni di quartiere, gruppi di vicinato o spontanei, che cucinando insieme sperimentano nuove forme di socialità. Durante il tour presenteremo anche la traduzione italiana di una “zine” (rivista, abbreviazione di magazine) che racconta questo progetto e terremo qualche laboratorio di cucina precolombiana. Dalla mobilitazione di Atlanta ho capito che bisogna coniare nuove forme di aggregazione che portino gioia e vita nelle nostre comunità, che migliorino il nostro modo di stare insieme per meglio affrontare i momenti di crisi. Mentre si intensificano le minacce derivanti dall’estrattivismo, dal fascismo, dal colonialismo e dal cambiamento climatico a livello globale, le nostre lotte sono sempre più intrecciate e diventa quindi fondamentale elaborare modelli organizzativi che mettano al centro comunità storicamente emarginate, in ruoli anche di leadership: donne trans e cis, persone senza documenti, migranti, ner3, indigen3, in condizioni di povertà, queer, con disabilità. Credo che il progetto AKC (Autonomous Kitchen Council) possa assolvere a problemi di burnout, eccesso di potere o individualismo che vediamo in tanti gruppi, promuovendo una cultura di cura e connessione profonda, offrendo nuovi modi di relazionarci con la terra e con tutti gli esseri viventi, con gli spazi che abitiamo, con il cibo, i medicinali e le altre risorse. Questa etica di cura e condivisione è nata dalla teoria dell’abbondanza e dalla comunità che si è formata all’interno di Weelaunee, la foresta di Atlanta. Le date del tour italiano di Abundia Alvarado e degli altri attivisti di Stop Cop City: * Catania, 28 e 29 agosto al Parco Falcone, * Palermo, 31 agosto a Eglise, con Scuola Restanza e Futuro, * Verona, 2 settembre a Sobilla con Non Una di Meno, * Milano, 4 settembre in occasione del festival anti-razzista di Cantiere Abba Vive, * Val Susa, 5 e il 6 settembre, rispettivamente a VisRabbia di Avigliana e a La Credenza di Bussoleno, * Pisa, 8 settembre con L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano, * Napoli, 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II, * Roma, l’11 e 12 settembre al CSOA exSNIA in collaborazione con Collettivo Blocco Decoloniale e Vivèro – luogo di quartiere. Per contribuire alle spese di viaggio potete donare su Produzioni dal Basso Centro Sereno Regis
August 27, 2026
Pressenza
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Enrica Rigo
È iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, la radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Ne parliamo insieme a Enrica Rigo, docente associata del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre e attivista. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONI E ASILO VIENE SPESSO RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA DAVVERO UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE CHE ABBIAMO CONOSCIUTO NELL’ULTIMO DECENNIO? Penso che siano vere entrambe le letture. Da un lato, il Patto fa proprie e istituzionalizza procedure che sono state progressivamente implementate nei diversi Paesi europei. Basti pensare alla procedura hotspot, che ereditiamo dalla cosiddetta “crisi delle migrazioni” del 2015 – o, se la si guarda da una prospettiva diversa, dalla “lunga stagione delle migrazioni”. Lo stesso vale per le procedure di screening e di monitoraggio, sperimentate soprattutto nei Paesi del Nord Europa. Sotto questo profilo esistono certamente linee di continuità. Dall’altro lato, però, il fatto stesso di mettere tutte queste procedure a sistema rappresenta, a mio avviso, un elemento di discontinuità. È una modalità tipica della trasformazione della crisi in una forma permanente di governo delle migrazioni. Le crisi delle frontiere, infatti, si sa quando iniziano, ma non finiscono mai: lasciano in eredità metodologie di confinamento, screening e controllo che continuano a operare anche dopo la fase emergenziale. L’istituzionalizzazione di queste pratiche costituisce quindi un passaggio nuovo. Del resto, da quando la Comunità europea è diventata Unione europea, questa mi sembra la riforma più complessiva. Credo inoltre che questa istituzionalizzazione europea renda più difficile quel gioco di sponda che, fino a oggi, era stato possibile. Il diritto dell’Unione poteva infatti essere utilizzato, attraverso interpretazioni estensive, per aprire spazi rispetto ai limiti del diritto nazionale; viceversa, alcuni limiti posti dagli ordinamenti nazionali potevano essere valorizzati, soprattutto davanti ai giudici, come controcanto rispetto alle norme europee. Questa omogeneizzazione – termine che spesso viene considerato positivo – dal mio punto di vista non lo è affatto. Al contrario, restringe gli spazi di agibilità. Se quindi ragioniamo nei termini di continuità e discontinuità, credo che entrambe le chiavi di lettura siano fondate. Tuttavia, il Patto traccia una direzione molto netta: quella della chiusura. L’idea che l’Europa potesse essere uno spazio nel quale la cittadinanza nazionale perdeva progressivamente importanza, a favore dell’apertura di uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, com’era definito un tempo, mi sembra completamente dismessa. Al suo posto emerge un modello di governo delle migrazioni nel quale l’accesso ai diritti diventa sempre più difficile. Ho l’impressione che lo standard cui ormai ci si accontenta sia quello della tutela minima dell’habeas corpus e nient’altro. È venuta meno qualsiasi aspirazione di inclusione dentro un’idea di cittadinanza pregna dal punto di vista dei diritti. GRAZIE PER QUESTA PANORAMICA, CHE CI AIUTA A FAMILIARIZZARE CON IL PATTO E A COLLOCARLO NEL PIÙ AMPIO PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA. VORREI CHIEDERTI DI SOFFERMARTI SUL SIGNIFICATO POLITICO DEL PATTO. HAI GIÀ OFFERTO ALCUNE LENTI INTERPRETATIVE MOLTO UTILI, MA TI CHIEDEREI SE C’È ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE COGLIERE RISPETTO ALL’IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI CHE EMERGE DALLA NUOVA NORMATIVA E DALLA SUA FASE DI IMPLEMENTAZIONE. Partirei proprio dalla fase di implementazione, perché ieri si è svolto un incontro di un network europeo di ricercatrici, ricercatori, attiviste e attivisti che ha avviato una rete informale di monitoraggio dell’attuazione del Patto. Naturalmente è ancora molto presto: il Patto è entrato in vigore da poco più di un mese. Ciò che finora emerge rispetto alle procedure di frontiera, alla detenzione amministrativa e ai rimpatri non sembra corrispondere alla retorica che ha accompagnato l’approvazione del Patto. Questa osservazione non riguarda soltanto l’Italia. È stata condivisa anche da ricercatrici e ricercatori tedeschi e polacchi, in particolare con riferimento al confine tra Polonia e Bielorussia. Per ora sembra quasi che si sia partiti con il freno tirato. Non so ancora quale interpretazione dare a questa dinamica. Probabilmente dipende anche dal fatto che i meccanismi previsti dal Patto sono molto complessi e richiedono tempi lunghi di implementazione. Se dovessi fare una previsione, direi che l’impatto concreto potrebbe rivelarsi minore rispetto alla retorica e alle aspettative che hanno accompagnato questa riforma. Questo riguarda il piano dell’attuazione. Se invece guardiamo all’intenzione politica che emerge dal Patto, mi sembra che il suo significato sia molto chiaro. A mio avviso, il Patto estende la dimensione della frontiera e, con essa, quella della precarizzazione dei diritti e della loro progressiva riduzione. Estende enormemente quel circuito di illegalizzazione che la frontiera produce. Questa estensione è insieme spaziale e temporale. Faccio un esempio molto concreto. Come clinica legale abbiamo iniziato, per la prima volta, a entrare nel CPR di Ponte Galeria insieme al Garante delle persone private della libertà personale. Fino a oggi avevamo preferito svolgere un’attività diversa: fare le avvocate e gli avvocati nel CPR piuttosto che gli osservatori. Abbiamo deciso di intraprendere anche questa attività proprio per colmare la mancanza di informazioni. Nel CPR di Ponte Galeria, che è il più grande d’Italia, oggi ci sono persone che vivono in Italia da trent’anni, perfino da quarant’anni. Non sto esagerando. Si tratta di situazioni di estrema marginalità sociale, gestite attraverso il confinamento e inserite in un circuito permanente di andata e ritorno tra carcere e CPR, ma anche semplicemente tra CPR e CPR. Lo stesso fenomeno lo osserviamo nei cosiddetti ghetti dei lavoratori migranti. Anche lì aumenta continuamente l’età delle persone presenti. Un tempo, in luoghi come il ghetto di Rignano, si incontravano soprattutto migranti arrivati da poco in Italia, che svolgevano il lavoro agricolo come una fase iniziale del proprio percorso. Oggi, invece, si trovano sempre più spesso persone di sessantacinque o settant’anni. Perché? Perché anche quel contesto diventa un circuito dal quale non si esce più. Una condizione di marginalità lavorativa permanente. Nessuno aspira a fare il bracciante agricolo per tutta la vita. Invece, sempre più frequentemente, si trasforma in una condizione definitiva. Quando parlo di estensione della frontiera mi riferisco proprio a questo: a un processo che riguarda certamente la frontiera fisica, ma anche le frontiere economiche, sociali e simboliche. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE UN’OCCASIONE, DA UNA PROSPETTIVA CRITICA, PER INTERROGARSI SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CHE SI OCCUPANO DI POLITICHE MIGRATORIE, SIA QUELLI PRODOTTI NEI CIRCUITI ACCADEMICI SIA QUELLI CHE SI SVILUPPANO FUORI DALL’UNIVERSITÀ. HAI L’IMPRESSIONE CHE, IN QUESTA FASE, QUESTI SAPERI FACCIANO FATICA A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO, IN ITALIA E IN EUROPA? Mi sembra che i saperi critici continuino a utilizzare uno strumentario concettuale elaborato ormai più di vent’anni fa, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Penso a categorie come il confine poroso, il confine come strumento epistemologico dell’inclusione selettiva, il confine come moltiplicatore dei regimi del lavoro o ancora all’autonomia delle migrazioni. Si tratta di strumenti teorici che continuano a essere importanti e, sotto molti aspetti, ancora estremamente utili. Allo stesso tempo, però, è significativo osservare che quello stesso periodo storico fu anche una fase nella quale il variegato mondo delle ONG, del volontariato cattolico e di molte altre realtà sociali esercitava una capacità di influenza sul dibattito pubblico che oggi mi sembra essersi notevolmente ridotta. D’altra parte, però, negli stessi anni si sono sviluppate pratiche radicali di contestazione che considero estremamente importanti. Penso, ad esempio, a ciò che accade nel Mediterraneo con le attività di search and rescue. Ritengo che abbiano un valore politico fondamentale. Oggi non abbiamo più grandi mobilitazioni come quelle dei primi anni Duemila. Ricordo, ad esempio, la manifestazione contro la legge Bossi-Fini. Proprio in questi giorni ricorrono i venticinque anni del G8 e se ne è parlato molto. La manifestazione che aprì quelle giornate, dedicata alla libertà di movimento, fu probabilmente la prima manifestazione di quelle dimensioni ad assumere in modo così chiaro quella prospettiva. Quel tipo di attivismo e quel discorso teorico che poi si riversava nelle piazze oggi non li abbiamo più. Al tempo stesso, però, oggi esistono pratiche di contestazione molto radicali, che hanno radicalizzato anche il mondo delle ONG e che considero molto importanti. In una fase in cui siamo minoritari e minoritarie – non c’è dubbio – le pratiche hanno una valenza molto importante dal punto di vista della costruzione discorsiva e dell’allargamento delle possibilità, anche dal punto di vista della riflessione teorica. Riuscire a individuare pratiche capaci, anche se sviluppate da poche persone, di inserire dei granelli d’inceppamento nella filiera dei confini e delle deportazioni mi sembra oggi uno dei terreni più importanti da osservare e da coltivare. HAI GIÀ INIZIATO A RISPONDERE ANCHE ALLA DOMANDA CHE AVEVO PREPARATO SUCCESSIVAMENTE. TI AVREI VOLUTO CHIEDERE SE LE DIFFICOLTÀ CHE ATTRAVERSANO OGGI QUESTO CAMPO DI STUDI RIGUARDINO SOPRATTUTTO LA PRODUZIONE DEI SAPERI CRITICI, LA LORO CIRCOLAZIONE OPPURE SE TU INTRAVEDA ALTRI ELEMENTI DI BLOCCO. HAI GIÀ DIALOGATO CON QUESTA DOMANDA, MA TI CHIEDEREI SE C’È QUALCOSA CHE DESIDERI AGGIUNGERE PRIMA DI PASSARE ALL’ULTIMA PARTE DELLA NOSTRA CONVERSAZIONE. Forse aggiungerei due elementi, che naturalmente hanno a che fare anche con la mia biografia, sia di studiosa sia di attivista. Prima richiamavo Genova e quella stagione di riflessione sulle migrazioni che aveva come assi portanti l’autonomia delle migrazioni, la trasformazione dei confini e la centralità del lavoro migrante. Era un approccio che leggeva l’autonomia delle migrazioni nella sua tensione con il capitale e analizzava il modo in cui quest’ultimo cattura le spinte alla mobilità. Credo però che quella prospettiva abbia avuto un limite importante: il suo orizzonte è rimasto sostanzialmente quello dello spazio europeo. Certo, si trattava di un’Europa pensata ben oltre i propri confini istituzionali, ma, a mio avviso, non è riuscita a mettere davvero in discussione il proprio eurocentrismo. Su questo punto mi viene in mente un’espressione utilizzata da Sara Marilungo in una tesi di dottorato che sto leggendo proprio in questi giorni. Mi sembra che descriva molto bene il problema: abbiamo parlato di razzismo senza fare davvero i conti con la razza e con il colonialismo come dispositivi che continuano a produrre, anche sul piano epistemologico, il punto di vista dal quale si guarda il mondo. Penso invece che oggi si stia sviluppando una nuova stagione di studi sulle migrazioni e sul razzismo che prova finalmente a confrontarsi seriamente con questi nodi. Credo che questo sia un passaggio indispensabile. Per questo penso che oggi la sfida sia, in un certo senso, far esplodere lo spazio europeo. Uscire da quell’orizzonte che, per molti aspetti, ha finito per limitare anche la nostra capacità di immaginazione politica. È anche per questo che torno a fare l’esempio delle ONG nel Mediterraneo. Ma, più in generale, penso al Mediterraneo come spazio di lotta, come spazio che oggi conduce fino a Gaza, attraverso esperienze come quelle della Flotilla e di altre iniziative di solidarietà. Mi sembra che questa esplosione dello spazio europeo sia ormai necessaria se vogliamo riuscire a immaginare qualcosa di diverso da ciò che abbiamo conosciuto finora. CI AVVICINIAMO ALLA PARTE FINALE DI QUESTA CONVERSAZIONE E VORREI TORNARE SULL’IDEA DELLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” CON CUI AFFRONTARE CRITICAMENTE L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO. LA PRIMA DOMANDA RIGUARDA GLI STRUMENTI TEORICI, LE CATEGORIE ANALITICHE E, PIÙ IN GENERALE, ANCHE LE PRATICHE MILITANTI. QUALI RITIENI CHE OGGI SIA UTILE RIPRENDERE, AGGIORNARE O INTERROGARE ALLA LUCE DELLE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E, VICEVERSA, CI SONO CATEGORIE O APPROCCI CHE TI SEMBRANO ORMAI INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO RISPETTO ALLE SFIDE POSTE DAL PATTO? È una domanda complessa e non mi è così facile rispondere. Quando ho iniziato a occuparmi di migrazioni era relativamente semplice orientarsi nella letteratura critica. Si poteva individuare uno strumentario teorico abbastanza definito, un insieme di autori, autrici e categorie che costituivano una sorta di mappa condivisa. Penso, ad esempio, a Étienne Balibar, ma anche all’influenza che hanno avuto Agamben, con la riflessione sullo stato di eccezione, Foucault, Judith Butler per alcuni aspetti, oppure tutta la tradizione dell’economia politica dei confini. In Italia, naturalmente, penso anche al lavoro di Sandro Mezzadra e di altri studiosi e altre studiose. Quella mappa esiste ancora e continua a essere importante. Oggi, però, si è enormemente ampliata. Questo è sicuramente un elemento positivo, ma allo stesso tempo rende più difficile orientarsi. Ritengo comunque che quello strumentario critico rimanga valido, anche perché il sapere sui confini è un sapere diacronico. I confini non sono fenomeni statici: si trasformano continuamente, così come cambiano le retoriche discorsive. All’interno di questo panorama, però, credo che l’innesto del pensiero femminista sia stato fondamentale. Quando quelle categorie sono state elaborate, l’approccio femminista rimaneva spesso un orpello. Oggi, invece, mi sembra indispensabile, proprio perché il confine è sempre più chiaramente un luogo nel quale si organizza e si governa la riproduzione della vita. Non riguarda soltanto la riproduzione della forza lavoro, ma la riproduzione stessa della vita di interi segmenti della società. Accanto a questo, considero imprescindibile anche il pensiero decoloniale e, soprattutto, l’ascolto delle pratiche e delle elaborazioni che provengono dal cosiddetto Sud globale. Credo che dovremmo lasciarci contaminare molto di più da queste esperienze. A volte mi sembra che esistano resistenze a questa contaminazione. Anche quando cerchiamo di dismetterle, riemergono sotto forma di diffidenza nei confronti di alcune prospettive teoriche o politiche. Faccio un esempio. Nelle ultime settimane abbiamo iniziato a costruire, insieme a una parte della comunità musulmana romana, un percorso comune di seminari e momenti di formazione. Si tratta soprattutto di ragazze e ragazzi molto giovani. Trovo estremamente interessante osservare ciò che accade quando le loro priorità e le nostre si incontrano e si mischiano. Sono esperienze che considero molto interessanti, anche se la comunità a cui faccio riferimento si organizza intorno ai luoghi di preghiera.. In questo senso mi convince anche l’idea di “demigrantizzare” il tema delle migrazioni. Leggo questa prospettiva come un tentativo di uscire dalla continua, forse inevitabile, riproduzione della contrapposizione tra “noi” e “gli altri“. Non penso di avere una soluzione, ma credo che sia importante riconoscere quanto quella dinamica continui a riprodursi e provare, almeno, a costruire pratiche che permettano di andare oltre. Mi sembra una direzione di lavoro utile e necessaria. TI RIVOLGO UN’ULTIMA DOMANDA. STIAMO IMMAGINANDO QUESTA INTERVISTA ANCHE COME UNA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” PER CHI, NEI PROSSIMI MESI, SI CONFRONTERÀ CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO. ACCANTO AGLI SPUNTI TEORICI E METODOLOGICI DI CUI ABBIAMO PARLATO, TI CHIEDEREI SE CI SONO LIBRI, ARTICOLI, FILM, PODCAST O ALTRI MATERIALI CHE CONSIGLIERESTI A CHI VUOLE APPROFONDIRE QUESTA FASE. PENSO A OPERATRICI E OPERATORI, VOLONTARIE E VOLONTARI, ATTIVISTE E ATTIVISTI, RICERCATRICI E RICERCATORI, AVVOCATE E AVVOCATI: PERSONE CHE, NEI DIVERSI CONTESTI, INIZIERANNO A MISURARSI CONCRETAMENTE CON GLI EFFETTI DEL PATTO. CI SONO LETTURE, OPERE O ESPERIENZE CHE RITIENI POSSANO OFFRIRE STRUMENTI UTILI PER COMPRENDERE CIÒ CHE STA ACCADENDO? Da questo punto di vista mi sento un po’ antica e poco aggiornata. Oggi esiste una produzione enorme e molto interessante. Se però dovessi dare un’indicazione, direi di tenere fin dall’inizio dentro il proprio percorso uno sguardo decoloniale. Mi sembra un passaggio fondamentale. Lo dico anche perché, quando ho iniziato a occuparmi di confini, questa dimensione era meno evidente. Per questo continuo a considerare Frantz Fanon un caposaldo. Così come suggerirei di vedere La battaglia di Algeri e anche L’odio: sono opere che, secondo me, continuano a offrire strumenti preziosi per decostruire questa nostra costruzione europea, che oggi appare sempre più ristretta. Forse dovremmo ricominciare a sperimentare pratiche militanti anche come parte dei nostri percorsi di formazione. Andiamo a fare un “Erasmus” sulle navi delle ONG. Troviamo modi per uscire dall’orizzonte europeo non soltanto attraverso lo studio, ma anche attraverso l’esperienza diretta, come pratica militante. Andiamo a vedere che cosa succede sull’altra sponda del Mediterraneo. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A SANDRO MEZZADRA Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 24 Luglio 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MIGUEL MELLINO Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 2 Luglio 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026
Social Forum di Cotonou. Agnoletto: “L’Africa costruisce la resistenza al neoliberismo globale”
Dal Benin arriva un messaggio che va ben oltre i confini africani: la pace non può essere separata dalla giustizia sociale, dalla difesa della terra e dalla liberazione dei popoli dalle nuove forme di colonialismo economico. È questa la lezione emersa dal XVII Social Forum Mondiale di Cotonou, un appuntamento che ha riunito centinaia di organizzazioni africane e movimenti internazionali impegnati contro l’estrattivismo, le guerre e il neoliberismo. Tra i protagonisti del Forum c’era Vittorio Agnoletto, storico portavoce del Genoa Social Forum, che racconta come l’Africa sia oggi uno dei laboratori più avanzati di una nuova convergenza tra movimenti contadini, sindacali, ambientalisti, femministi e pacifisti. Una convergenza che, proprio per la sua forza politica, ha incontrato la repressione delle autorità del Benin prima ancora dell’apertura ufficiale dei lavori. La pace nasce dalla terra Il cuore politico del Forum è stato l’appello intitolato “Pace sulla Terra, pace con la Terra”, elaborato dalle carovane partite da undici Paesi dell’Africa occidentale e confluite a Cotonou dopo un lungo percorso di mobilitazione. “L’appello” spiega Agnoletto “nasce dall’assemblea delle carovane che riuniscono gli attivisti impegnati nella difesa della terra e per la tutela della sovranità alimentare. È il risultato di dieci anni di lavoro del Movimento per la Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua dell’Africa occidentale.” Si tratta di una piattaforma politica molto concreta che denuncia il land grabbing, l’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali, il peso del debito illegittimo e il modello economico che trasforma acqua, suolo e sementi in merci. “Quando il Forum parla di pace con la Terra” aggiunge Agnoletto “propone una riconciliazione tra esseri umani, specie viventi e ambiente. La difesa dei beni comuni diventa la condizione per fermare sia la devastazione ecologica sia le disuguaglianze prodotte dall’attuale modello di sviluppo.” Per lo storico portavoce del Social Forum di Genova, la grande novità consiste proprio nell’aver saldato ecologia e questione sociale in un’unica battaglia. Il neoliberismo come nuova colonizzazione “A Cotonou” racconta Vittorio Agnoletto “l’impressione è stata quella di assistere all’affermarsi di un movimento panafricano che, richiamando le lotte per l’indipendenza degli anni ’60, oggi rivendica la sua autonomia e la sua irriducibilità nei confronti del neoliberismo che continua a riprodurre rapporti di dipendenza attraverso l’estrazione delle risorse naturali e il controllo finanziario dei territori africani. Non è un caso che il messaggio centrale del Forum sia stata la lotta per la decolonizzazione culturale ed economica, destinata ad entrare in collisione anche con gran parte dei governi africani oggi partner subalterni dei centri economici e finanziari globali. Questa critica non ha risparmiato nemmeno la cooperazione internazionale. Anch’essa deve essere decolonizzata: le scelte, gli obiettivi e le priorità devono essere decise e gestite da chi vive i territori, non da chi arriva dall’esterno e nemmeno dai donatori.” Agnoletto osserva come le guerre, il cambiamento climatico e l’impoverimento delle popolazioni siano fenomeni profondamente intrecciati. “Le guerre aumentano le disuguaglianze globali e diventano uno strumento attraverso il quale si consolidano nuovi rapporti di dominio economico. Lo ha spiegato molto bene Massa Konè – leader carismatico della Convergenza, la rete dei movimenti per la terra attivi ora in tutta l’Africa Occidentale e in prospettiva nell’intero continente, intervenendo nell’assemblea conclusiva “Vogliono imporre come internazionale la loro cultura e chiamarla civilizzazione. La Pace è la base di un vero sviluppo sostenibile. Le guerre oggi in atto in Africa non sono le nostre guerre. Noi vogliamo un continente africano dove non siano necessari dei visti per attraversare i confini, perché solo le relazioni tra popolazioni diverse costruiscono conoscenza e convivenza.” L’Africa non si presenta soltanto come vittima del colonialismo contemporaneo, ma come soggetto capace di elaborare un’alternativa politica fondata sui beni comuni e sulla sovranità dei popoli. Perché il Forum faceva paura al governo del Benin Le autorità del Benin hanno inizialmente vietato l’utilizzo dell’università destinata a ospitare l’evento, bloccato alcune carovane e rimpatriato attivisti provenienti da Haiti e dall’Europa. “Quella repressione non è stata casuale” riflette Agnoletto. “Oltre l’80% degli incontri era promosso da organizzazioni africane. L’Africa era il soggetto politico del dibattito.” Ed è proprio questa centralità africana ad aver inquietato il potere. “Questi movimenti mettono sotto accusa leadership nazionali spesso totalmente subalterne agli interessi delle multinazionali occidentali e delle grandi potenze.” Il Forum ha prodotto una “doppia convergenza”: da un lato tra movimenti differenti – contadini, sindacati, ambientalisti, reti femministe e pacifiste – dall’altro tra organizzazioni provenienti da numerosi Paesi dell’Africa occidentale e centrale che stanno costruendo lotte comuni ben oltre i confini nazionali “Questa doppia convergenza fa paura ai poteri locali. Il messaggio del governo era chiaro: ricordare ai movimenti da che parte sta la forza. Solo quando la repressione ha provocato critiche internazionali il Forum è stato autorizzato a proseguire.” Il contesto politico del Benin è segnato da una preoccupante involuzione autoritaria, con l’esclusione di numerosi partiti dalle elezioni e la creazione di un Senato nominato, destinato a limitare il ruolo delle istituzioni rappresentative. L’assenza dell’Occidente e il protagonismo dei giovani Un limite è stata la limitata partecipazione dei movimenti occidentali, che hanno sottovalutato l’importanza di quanto si sta muovendo nel continente africano. Per Agnoletto c’è stato anche un altro limite del Forum “Andrebbe studiata molto più a fondo la Generazione Z, che ha animato proteste imponenti in Bangladesh, Indonesia, Filippine, ma anche in Kenya, Madagascar e Marocco. Nel Forum queste esperienze sono rimaste solo sullo sfondo.” Quelle mobilitazioni, osserva, rappresentano un interlocutore naturale nella costruzione di reti internazionali che potrebbero ridare slancio a un movimento globale oggi frammentato.  “Il tempo è breve: dobbiamo tornare a costruire un noi” A venticinque anni da Porto Alegre e Genova, il Social Forum di Cotonou riapre anche una riflessione sul futuro dello stesso movimento altermondialista. Secondo Agnoletto, “il Forum ci manda un messaggio preciso: le risorse umane per cambiare il destino del mondo esistono. Ma non basta incontrarsi ogni due o tre anni: abbiamo bisogno di strategie e mobilitazioni comuni, di vertenze globali.” Il ricordo torna inevitabilmente al 15 febbraio 2003, quando oltre cento milioni di persone manifestarono contro la guerra in Iraq. “Da allora” ricorda Agnoletto “non siamo più riusciti a costruire un movimento mondiale di quella forza, mentre il capitale finanziario ha concentrato sempre più potere nelle mani di pochissimi. Dobbiamo ripensare la nostra organizzazione per coordinare le lotte, perché l’avversario è unico. Raggiungere questo obiettivo oggi coincide con la stessa possibilità di sopravvivenza del pianeta e degli esseri viventi.” Il Social Forum di Cotonou si chiude così con una convinzione condivisa dai movimenti presenti: la costruzione di un nuovo internazionalismo dei popoli passa dalla difesa della pace, della terra e dei beni comuni, contro ogni forma di sfruttamento e di dominio neoliberista, ma anche dal definitivo superamento di ogni eurocentrismo e dalla supponenza, ancora tanto radicata, che la nostra parte del mondo ha qualcosa da insegnare agli altri. Questo è invece il momento dell’ascolto reciproco e della collaborazione paritaria tra i movimenti sociali attivi in ogni continente.       Laura Tussi
August 23, 2026
Pressenza
Dalla tratta degli schiavi alle schiavitù moderne: memoria e impegno contro lo sfruttamento
Nella Giornata per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione il presidente della Fidu Antonio Stango ricorda con Interris.it lo sfruttamento del passato e riflette su come affrontare le moderne forme di schiavitù Nessuno può essere tenuto in schiavitù. Lo afferma l’articolo 4 della Dichiarazione universale dei diritti umani, insieme al divieto della tratta degli schiavi. Il commercio transatlantico di esseri umani dall’Africa al continente americano, con cui le potenze europee supplivano al bisogno di manodopera nelle colonie, è una pagina di Storia lunga quattro secoli, di recente definita da una risoluzione Onu “il più grave crimine contro l’umanità”. Oggi la Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione, promossa dall’UNESCO, la ricorda e Interris.it ne ha parlato con il presidente della Federazione italiana diritti umani Antonio Stango, senza dimenticare le vittime delle schiavitù moderne. Presidente, cos’è stata la tratta transatlantica degli schiavi? “Dal XVI all’inizio del XIX secolo le potenze europee affrontarono la necessità di manodopera nei propri insediamenti nelle Americhe principalmente importando schiavi dall’Africa. È verosimile – tentando di bilanciare dati incerti e diverse valutazioni degli storici – che attraverso l’Atlantico furono trasportate, in condizioni insostenibili per molti e con un tasso elevato di malattie e di suicidi, circa undici milioni di persone dell’Africa subsahariana, ridotte in schiavitù da arabi o da capi tribali di altre etnie e vendute agli europei”. Come si arrivò alla sua abolizione? “L’UNESCO ha scelto il 23 agosto perché in quel giorno del 1791 la ribellione degli schiavi di Haiti, allora sotto il dominio francese, raggiunse il culmine e la Francia rivoluzionaria dovette giungere a un accordo. La schiavitù sull’isola fu abolita due anni dopo, anche se la cancellazione definitiva avvenne durante la Restaurazione. Tuttavia, in diversi Paesi europei già esisteva una corrente di pensiero contraria alla schiavitù e quindi alla tratta. Il Parlamento inglese nel 1807 approvò lo Slave Trade Act, che la aboliva. Un ruolo importante lo ebbe anche la Chiesa cattolica, in particolare con la condanna della schiavitù e della tratta sancita nel 1839 da un breve apostolico (un documento pontificio, ndr) di Papa Gregorio XVI”. La ricchezza dell’Occidente è stata il frutto anche di questa forma di sfruttamento? “La ricchezza prodotta dalle piantagioni e dalle miniere nelle Americhe è stata a lungo consentita dalla manodopera schiava. Tuttavia, eviterei di associare al solo concetto di ‘Occidente’ quello di sfruttamento, tenendo presente che all’interno di ogni società, attraverso i millenni, sono coesistiti sfruttati e sfruttatori”. La riduzione dell’uomo in schiavitù non ha riguardato soltanto la nostra parte del mondo… “In epoche diverse è stata comune quasi ovunque, nell’America precolombiana, nei Paesi arabi, nell’impero ottomano, in parti della Cina, dell’India e dell’Asia sud-orientale. Una volta abolita la tratta transatlantica, la cattura e il commercio degli schiavi continuarono a lungo in diverse regioni africane. Mentre gli orrori della schiavitù attuata nei domini personali del re del Belgio Leopoldo II in Congo, fra il 1885 e il 1908, sono tristemente noti, ricordiamo che in Etiopia la schiavitù fu abolita soltanto nel 1942, in Ghana nel 1998 e in Mauritania, almeno ufficialmente, nel 2007, mentre persiste di fatto in alcune aree del Paese”. Arrivando ai giorni nostri, quali sono le schiavitù moderne? “Bande armate di terroristi islamisti e milizie che combattono in conflitti interetnici come in Sudan, nel Darfur, nella Repubblica Democratica del Congo, rapiscono le persone, le tengono schiave, le usano come merce di scambio, le forzano a combattere, anche se giovanissime. C’è poi la piaga dei trafficanti di persone che aspirano ad arrivare in Europa: se non sono soddisfatti dal pagamento, possono ridurle in condizioni di schiavitù. L’oppressione spesso continua in altre forme nei Paesi di destinazione, come l’induzione alla prostituzione e il suo sfruttamento a opera di gruppi criminali, la costrizione al matrimonio o all’accattonaggio”. Con il contrasto alle moderne forme di schiavitù e i principi stabiliti dal diritto internazionale è possibile arrivare a debellarle? “Mentre si è giunti all’abolizione formale in diversi Paesi e ad alcune limitazioni della schiavitù di fatto, le grandi statuizioni del diritto internazionali sono ancora lontane dall’essere pienamente attuate. Per superare davvero la schiavitù contemporanea occorre che ciascuno faccia con molto impegno la propria parte, con un’interazione più efficace tra istituzioni internazionali, governi e organizzazioni della società civile”. Redazione Italia
August 23, 2026
Pressenza
I femminicidi, i transcidi, i lesbicidi,… non sono numeri, ci vogliamo contare viv3
Sui social le notizie pubblicate dai quotidiani sono inondate di commenti che mostrano, a pochi mesi dall’entrata in vigore della norma, un effetto che troviamo estremamente pericoloso. Il Viminale dice che nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 8 casi ai sensi del nuovo art. 577-bis. E sotto gli articoli di questi giorni è un diluvio di «BASTA MENZOGNE, I FEMMINICIDI SONO OTTO». Otto in sei mesi. Otto, punto. Luigia Fortunato (Marche), Tania Sperindio (Rimini), Dafne Rebaudo (Roma), Daniela Florea(Torino), Tania Terrin(Venezia), Ornella Forastefano (Cosenza), Joanna Rouissi (Colleferro) e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Storie diverse, anticamera però tutte della stessa domanda: quali sono gli strumenti a disposizione per contrastare la violenza di genere? Otto, li abbiamo contati sono i femminicidi in un mese. Otto femminicidi in un mese! E tanti troppi altri tentativi interrotti da qualsivoglia situazione fortuita altrimenti sarebbero anche di più Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo? Questa la domanda che il quotidiano la Repubblica ha rivolto a Tatiana Montella in una intervista pubblicata il 21 agosto 2026  e ripubblicata anche nel blog dell’osservatorio di Non una di meno e che vi leggiamo https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/tatiana.mp3 Insieme a questa leggiamo anche l’articolo pubblicato sempre dall’Osservatorio il 22 agosto che è una riflessione sulla legge 181/25, quella per intenderci che ha riconosciuto il reato di femminicidio … MA c’è un ma … Il reato di femminicidio, la legge 2 dicembre 2025, n. 181 art. 577-bis, una legge introdotta per dare riconoscimento giuridico al femminicidio sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale! Ascoltiamo il perché in questo articolo dal titolo I femminicidi non sono numeri: vogliamo contarci vivə scritto da Babs per l’Osservatorio https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/babs-def.mp3
August 23, 2026
RadioSonar.Net