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Lo sport e Carlo Giuliani: un ricordo
Nell’estate di 25 anni fa Genova visse una delle pagine più drammatiche della sua storia. Da giovedì 19 a domenica 22 luglio 2001 il capoluogo ligure fu infatti teatro della cosiddetta “riunione dei grandi della Terra”: evento conosciuto con il termine di G8. Sappiamo tutte e tutti come andò a finire. Ciò che successe nelle strade della città è sotto gli occhi di chiunque voglia informarsi. In quei vicoli e in quelle piazze si svolse il contro-vertice che vedeva riunite numerose sigle sociali, sotto lo slogan semplice ma efficace che recitava “un altro mondo è possibile”, degli ambiti più diversi: dall’ecologismo al cattolicesimo passando per il movimento per il terzo mondo ma anche tante sigle politiche e sindacali. Molti descrissero questa grande corrente multiculturale e che si auto-organizzava orizzontalmente con il termine “No Global”: parola usata per la prima volta dopo ciò che accadde a Seattle nel novembre 1999.
July 20, 2026
Sport popolare
El robo del siglo: nascita della più grande rivalità dei mondiali
Nella sua storia quasi centenaria la Coppa del Mondo ha visto la nascita di diverse rivalità. A quelle spiccatamente regionali, si sono aggiunte quelle per questioni meramente sportive e poi anche quelle politiche. Quella tra Argentina e Inghilterra merita un capitolo a parte per la ferocia e l’intreccio di trame in cui si è avvolta nel corso dei decenni, quando veniva rinfocolata da interpreti sublimi in campo, politici spietati e scrittori graffianti. Sebbene si possa dire che una rivalità come questa sia atavica, esiste una data a cui far risalire la radice di quest’odio ed è il 23 luglio 1966, il giorno dei quarti di finale dei mondiali. Com’era facilmente preventivabile, quella tra Argentina e Inghilterra fu un incontro molto ruvido, d’altronde la Seleciòn, sotto la guida del ct Juan Carlos Lorenzo, aveva abbracciato in toto i dettami del catenaccio e del dogma del “prima non prenderle”. I padroni di casa provarono da subito a fare la partita, ma i sudamericani che dopo i primi minuti aumentavano gradualmente i giri del proprio motore, puntavano sempre a spezzettare il gioco per rallentare il ritmo degli avversari. Ma la svolta avvenne al trentacinquesimo minuto. A seguito di un fallo fischiato vicino al limite dell’area di rigore argentina, il capitano sudamericano Rattìn, mostrando la fascia si avvicinò verso l’arbitro, il tedesco Krettlein, per chiedere spiegazioni. Ma c’era un problema: il calciatore parlava solo in spagnolo, mentre l’arbitro non conosceva proprio quella lingua e per questo il capitano argentino chiedeva un interprete. L’arbitro si fece impressionare dalla mimica di Rattin e lo espulse senza capire ciò che voleva dirgli!
July 15, 2026
Sport popolare
Lo spirito del pugilato cubano: Cubanía
Cuba, da alcuni mesi, sta attraversando uno dei periodi più problematici della sua storia. La piccola isola del Mar dei Caraibi, che si trova in una posizione strategica all’imbocco del Golfo del Messico e quindi delle coste meridionali statunitensi, è sotto embargo totale imposto dal “democratico” presidente John Fitzgerald Kennedy nel lontano 1962. Un embargo che ha tolto al governo di La Havana tutti gli aiuti esterni fondamentali nel corso del tempo. L’ultimo di questi è venuto meno dopo la deposizione del presidente venezuelano Nicolas Maduro a inizio del 2026, a seguito di un colpo di stato esterno organizzato per volere dell’attuale presidente statunitense Donald J. Trump.
July 13, 2026
Sport popolare
La storia dei Mondiali raccontata da un amico
Non posso che iniziare questa recensione con una piccola premessa, scusandomi con lettrici a lettori per cui magari sarà troppo personale. Per me, leggere Dopone (il “vero nome” dell’autore Giuseppe Ranieri, per chiunque lo conosca bene di persona) è come esserci seduto di fronte al pub davanti all’ennesima birra, ad ascoltare analisi e aneddoti sul calcio sciorinati con quel “velato” accento calabrese e un ritmo incalzante e inconfondibile. E non posso nascondere neanche l’emozione di tornare a scrivere su Sport Popolare, progetto che proprio con Dopone, sotto l’egida della casa editrice Red Star Press, avviammo ormai tantissimi anni fa, poi da me lasciato per gli svariati impegni della vita. Ma veniamo a noi. Perché anche a chi legge i suoi libri senza conoscerlo, arriva questa sensazione di essere in compagnia di un vecchio amico che ne sa tante e ha voglia di condividerle con te. In questo caso, ovvero quello di Breve storia sociale dei mondiali di calcio (ed. Milieu), Dopone ripercorre insieme a noi tutte le edizioni dei Mondiali, riuscendo in un duplice intento: quello di farci fare un “ripasso” delle principali vicende sia sul campo che fuori, che magari sapevamo già ma avevamo riposto in cassetti della memoria più o meno a portata di mano, e quello di regalarci storie e aneddoti particolari, a volte anche circondati da un alone di leggenda, che invece ci mancavano.
June 30, 2026
Sport popolare
Quarant'anni dalla Mano De Dios
I fatti storici, molte volte, si ripetono con una frequenza impressionante. Tale ripetizione riguarda numerosi ambiti del mondo attuale tra cui non poteva mancare quello sportivo. Lo scorso 11 giugno 2026 ha preso il via la ventitreesima edizione della Coppa del Mondo Fifa che si disputa in ben tre paesi: Stati Uniti, Canada e Messico. Il match d’esordio si è giocato allo stadio Azteca di Città del Messico, tra i padroni di casa e il Sudafrica. Nello stesso impianto esattamente 40 anni fa, era infatti il 22 giugno 1986, avvenne uno degli episodi più importanti, conosciuto con il nome di “Mano De Dios”, della storia della World Cup dalla sua prima edizione del 1930 in Uruguay. In quella calda giornata estiva di 4 decenni fa lo scettro del protagonista principale se lo prese Diego Armando Maradona.
June 23, 2026
Sport popolare
Aitor il dodicesimo uomo
Il grido “Aitor, Aitor, Aitor” rimbomba in tutta La Cartuja, lo stadio di Siviglia che ospita la finale di Copa del Rey. Di fronte Atletico Madrid e Real Sociedad. È una partita di calcio, ma non è soltanto una partita di calcio. Per qualcuno è colchoneros vs txuri-urdin, rossobianchi contro biancoblu, ma dietro c’è altro. Una rivalità che travalica la dimensione puramente sportiva. Per certi versi è la capitale contro la provincia, Madrid vs Donosti, per altri spagnolismo contro indipendentismo, più semplicemente forse spagnoli contro baschi. È una sfida intrisa di significati, di non detti, di conti in sospeso. È politica senza essere politica – basti vedere il primo e il dopo, i commenti, le prese di posizione di importanti leader politici baschi come Otegi –, è ikurrina, la bandiera basca, contro rojigualda, quella spagnola. Sono identità opposte, in conflitto.
April 20, 2026
Sport popolare
La NBA minaccia l'Europa: la resistenza del basket popolare. Intervista alla Lokomotiv Prenestino
“Uno spettro si aggira per l’Europa!” ma purtroppo non ci riferiamo a quello preconizzato da Marx. Si tratta invece dell’NBAEU, il progetto che vorrebbe importare tout court il modello della massima competizione cestistica statunitense nel Vecchio continente. Come se si trattasse del granchio azzurro, del pesce leone o di una qualsiasi altra specie aliena invasiva, il rischio più che concreto è che calare dall’alto questo modello significhi distruggere radicalmente l’ecosistema circostante, costituito da un tessuto di relazioni sociali e sport di base che già vivono i propri (atavici) problemi e che potrebbero essere ulteriormente colpiti a morte da questa nuova trovata da padroni del vapori che – al di là degli slogan di facciata – non hanno fatto molto per nascondere il vero intento di quest’operazione che sta trovando diverse forme di resistenza a livelli, dai principali club europei, all’Eurolega, passando ovviamente per i collettivi dei tifosi. Noi ne abbiamo parlato con la comunità della Lokomotiv Prenestino, una realtà di basket popolare attiva a Roma Est che si è fatta tra le promotrici per di una campagna di sensibilizzazione e boicottaggio contribuendo alla creazione di una rete dal basso.   In cosa consiste esattamente il progetto NBA Europe? NBA Europe è il progetto di una nuova lega professionistica di pallacanestro in Europa, sviluppata congiuntamente dalla NBA (la principale lega professionistica statunitense) e dalla FIBA (la federazione internazionale pallacanestro), annunciata ufficialmente a marzo 2025 e attualmente in fase avanzata di realizzazione. Il lancio è previsto per ottobre 2027 e la lega dovrebbe contare 16 squadre (10-12 membri permanenti e almeno altri 4 a rotazione), che includerebbero sia club europei esistenti (come Real Madrid, Barcellona, Fenerbahçe) che nuove franchigie create appositamente. Le offerte per le franchigie sono state aperte nel primo trimestre 2026, la NBA ha ricevuto oltre 300 manifestazioni di interesse, ridotte a diverse decine di candidati seri. La decisione ufficiale sul lancio dovrebbe arrivare a brevissimo. Gruppi finanziari come Blackstone, CVC Capital Partners, RedBird Partners e General Atlantic stanno valutando investimenti. L’obiettivo è espandere globalmente il mercato della pallacanestro e in particolare il brand NBA sul modello già ampiamente affermato negli Stati Uniti d’America. Il progetto ha subito diviso l’opinione pubblica: da un lato c’è entusiasmo da parte dei fan del basket NBA, dall’altro preoccupazione per il potenziale impatto sulla già esistente Eurolega e sui campionati domestici.   Quale sarebbe il grosso cambiamento concettuale col basket che siamo abituati a vedere in Europa? Da decenni ormai stiamo assistendo, nella pallacanestro come in tanti altri sport, a uno progressivo scollamento, sempre più ampio e profondo, tra le leghe professionistiche e le categorie minori, le giovanili, la pratica sportiva amatoriale. In questo sistema capitalista, il considerare l’evento sportivo un prodotto che porti utili nelle casse dei proprietari delle squadre e in quelle di sponsor e investitori, giocoforza ha spinto tutto il sistema in una precisa direzione che privilegia alcuni aspetti piuttosto che altri, sia in campo che fuori. In questo la NBA rappresenta un caso limite un po’ da sempre, ma negli ultimi 10-15 anni c’è stata una grande accelerazione: chi gioca a basket si è sempre sentito dire dai propri allenatori “guardi troppa NBA” quando provava a fare una cosa strana o complicata, a rimarcare come la pallacanestro che si insegna e si gioca nella base è sempre stata molto diversa da quella che giocano i fenomeni della NBA. E se questo era vero 15, 20, 30 anni fa, adesso le differenze si sono estremizzate: il basket NBA attuale è fatto ormai quasi solo di schiacciate e tiri da 3 punti: fisici mostruosi, atletismo prodigioso, abilità individuali estreme e approccio ossessivo. Non c’è più nessuno spazio per le divergenze: giocatori con corpi più o meno normali c’erano in ogni squadra NBA fino agli anni ’90 come anche giocatori con doti atletiche limitate che però in campo usavano intelligenza o esperienza. Così come personaggi atipici o “romantici” come Dennis Rodman per i quali ormai sembra non esserci più alcuno spazio. Certo adesso la NBA è dominata dal serbo Nikola Jokic che (a parte i non trascurabili 211 cm di altezza) rappresenta un basket diverso fatto di intelligenza e abilità tattiche, con poca attenzione alle doti atletiche e un approccio al basket che certo non è ossessivo. Ma è la classica eccezione che conferma la regola. Il basket professionistico che vediamo in Italia e in Europa non è che rappresenti un modello molto migliore a nostro avviso. Di positivo c’è che un punto di vista tecnico e tattico: indubbiamente le squadre europee mostrano una maggiore diversità e si rapportano meglio con il basket della base (quantomeno le regole sono le stesse a cui giochiamo tutti dalla under13 in su!), inoltre nonostante l’evidente scollamento, le squadre che si esprimono ai massimi livelli nel basket europeo fanno comunque parte dello stesso sistema di enti e federazioni di cui fa parte anche una qualsiasi associazione sportiva come la Lokomotiv Prenestino affiliata alla FIP che disputa un campionato U13 o fa corsi di minibasket. È una montagna difficile da scalare, ma chi gioca o si impegna nel mondo della pallacanestro sta alla base di una montagna il cui vertice sono Eurolega e squadre nazionali. La NBA invece è un mondo chiuso, separato, che ha come unico obiettivo quello commerciale. E per motivi economici e finanziari è pronta a negare ai giocatori di presentarsi ai raduni delle squadre nazionali, è pronta a spostare una franchigia da una città a un’altra in barba alla tifoseria e alla comunità locale, a cambiare le regole del gioco e a sottometterle a esigenze commerciali (tutti gli appassionati sanno bene quanto siano frustranti i timeout della NBA prolungati all’infinito per dare spazio ai blocchi pubblicitari televisivi). Certo i campioni della NBA e le campionesse della WNBA sono quanto di meglio esista al mondo e, ovunque, fanno sognare ragazze e ragazzi, ma a nostro avviso quello che praticano è uno spettacolo, sempre meno avvincente a dire il vero, più che uno sport.   Che differenza ci sarebbe con l’Eurolega? Quale sarebbe esattamente il rapporto tra NBA Europe e Eurolega non è chiaro: si tratta di un progetto che nasce anche dalla FIBA, organizzatrice dell’Eurolega, quindi certamente in qualche modo le due leghe coesisterebbero ma non sappiamo come i giocatori si potrebbero muovere tra una lega e l’altra e quali sarebbero per le squadre delle città coinvolte i criteri di partecipazione a una o all’altra. Per quanto negli ultimi anni anche l’Eurolega si stesse gradualmente trasformando in una lega chiusa sul modello NBA, la differenza di fondo, a nostro avviso, rimane che il sistema europeo della FIBA prevede che all’Eurolega partecipino le migliori squadre dei campionati nazionali, che sono il vertice della piramide di un sistema in cui le associazioni sportive, chi meglio e chi peggio, sono radicate ognuna nel proprio territorio, creano dei movimenti che coinvolgono migliaia di persone tra bambini e bambine che riempiono i gruppi di minibasket e le categorie giovanili, le loro famiglie, i tifosi della prima squadra, gli sponsor e gli addetti ai lavori. Associazioni che da decenni si interfacciano con istituzioni e amministrazioni per portare avanti progetti sportivi, culturali, sociali, per la realizzazione e la cura di strutture e impianti, e che, se virtuose, veicolano valori e cultura sportiva e non solo a tutta la loro comunità.   Quali sono i rischi concreti per i team? Quali invece per le città e i territori che si ritroveranno a ospitare quest’evento itinerante? La vicenda di quest’anno della squadra di Trapani nella lega A1 italiana mostra al contempo sia lo stato di salute molto precario della scena cestistica professionistica nel nostro paese, sia i rischi in un contesto sportivo in cui al centro di tutto viene messo il denaro, come certamente sarebbe per NBA Europe. I giocatori sono semplicemente in cerca del miglior contratto, gli sponsor sono in cerca di ritorni per i loro investimenti, la proprietà e la lega sono in cerca di profitti. Rimangono le città e i tifosi che invece cercano passione, spirito di comunità, modelli da seguire per i ragazzi e per la società in generale. Questi sono obiettivi che nel migliore dei casi sono secondari per un progetto come NBA Europe e il rischio invece è che se una città non funzionerà a livello economico la NBA ci metterà poco a decidere di spostarsi su un’altra, come tante volte a già fatto negli USA: citiamo ad esempio la città di Seattle che circa 20 anni fa si è vista togliere la propria squadra, a cui era molto legata e che ancora aspetta l’occasione di rivederla.   Pensate ci possano essere ricadute positive? Il movimento cestistico italiano è a dir poco disastrato. A parte poche società di serie A1, tutte le altre navigano a vista, con situazioni finanziarie precarie. In questo contesto molti vedono la NBA Europe come un salvataggio, ma è evidente che, come accade sempre quando si aspettano “i salvatori” con i grandi capitali, solo in pochi potranno beneficiare davvero del capitale che la nuova lega porterà. Sappiamo bene che la NBA statunitense ha diversi progetti “sociali”, rivolti a comunità che vivono, ad esempio, in città o quartieri più problematici. A volte ristrutturano campetti di strada, altre volte danno borse di studio o collaborano con scuole di periferia. Ma sappiamo anche che è marketing, una sorta di “social-washing”, con cui ripulire l’immagine di una macchina da soldi che monetizza tutto ciò che gravita intorno alla pallacanestro. Che crea pressione sui giocatori e le giocatrici più giovani affinché siano competitivi e performanti a scapito del loro divertimento e della loro crescita personale; basti pensare al fatto che ormai sia prassi passare alla NBA dopo solo un anno di college, cosa che una volta era un’eccezione. Quindi no, non ci aspettiamo ricadute positive in generale e nel lungo termine, ma sicuramente ci aspettiamo episodi spot dove i grandi ricchi buoni faranno cadere dalle loro tasche gonfie qualche spicciolo a favore di telecamera, per dimostrare che in fondo loro sono i buoni della storia.   Esiste un network di questa mobilitazione? Quali sono le principali realtà che lo animano? Abbiamo deciso di lanciare la campagna il prima possibile, sapendo che ancora manca almeno un anno e mezzo alla potenziale prima partita di una eventuale NBA Europe. L’abbiamo fatto perché crediamo che sia necessario fare rete subito, confrontarsi, capire quali sono gli strumenti migliori e coinvolgere più persone possibili. Solo così possiamo farci sentire ed evitare di subire in maniera passiva uno stravolgimento del nostro amato sport. Siamo partiti da Roma, dove stiamo coinvolgendo anche le altre realtà di sport popolare, come Atletico San Lorenzo e All Reds basket di Acrobax. I compagni e le compagne dell’Aurora Vanchiglia di Torino hanno già risposto al nostro appello e stiamo organizzandoci per diffondere la campagna nei prossimi eventi primaverili ed estivi che ci attendono. Chiunque voglia aderire, come singolo o come associazione, può riempire il modulo (o contattarci) presente sui nostri canali social.   È possibile ripartire da un circuito popolare? È possibile e soprattutto necessario. Solo con una partecipazione popolare il basket può salvare se stesso e rimanere il fantastico gioco che è, punto di incontro e socialità, di scambio e di crescita. Abbiamo visto nel calcio cosa significa cedere un intero sistema al capitale: esclusione delle fasce più povere della società, non solo come giocatori e giocatrici, ma anche come tifosi e tifose. Miliardari che spostano soldi e rubano uno sport creando barriere all’accesso a chi non è gradito, a chi non può portare nelle loro tasche altri soldi. A eccezione, ovviamente, dei fenomeni su cui costruire una narrazione fatta di “sogni”, “forza di volontà” e l’inganno che tutti possano farcela. Sport popolare, invece, vuol dire pratiche quotidiane di collaborazione e condivisione, accesso per tutti e tutte, muoversi ogni giorno tenendo a mente i punti fermi del divertimento e della salute. Vuol dire, come dice il movimento zapatista “camminare al passo del più lento”. Questi ideali finiscono per strabordare dalle mura di una palestra o di un campetto, e portano benefici sociali in tutto il territorio: nelle scuole, nelle strade, nelle singole famiglie.   Quali pensate saranno gli sviluppi del basket in Italia? Il basket in Italia vive un momento di grandi contraddizioni: da un lato i tesserati alla federazione sono in calo, con un’emorragia preoccupante soprattutto nella fascia di ragazzi e ragazze dai 13 ai 15 anni, un problema che non ci sembra stia venendo adeguatamente discusso e affrontato da enti e federazione. Dall’altro invece viviamo in un momento di grande fermento, con le squadre nazionali giovanili e femminili che stanno ottenendo ottimi risultati, grazie al lavoro sul territorio della FIP e all’arrivo e alla crescita di nuovi talenti, molti dei quali ragazzi e ragazze immigrati di seconda generazione. A frenare tutto il movimento in molti territori è la carenza di impianti sportivi adeguati e in generale di risorse e attenzione dedicate al movimento di base. Questo è quello che serve e chiediamo: risorse, cura, attenzione per lo sport di base, non l’ennesimo circo succhia soldi.   Intervista a cura Giuseppe Ranieri
April 9, 2026
Sport popolare
L’altra faccia della medaglia
Si sa, la retorica delle “Migliori Olimpiadi Invernali di sempre” è sempre dietro l’angolo e nei fatti inizia ancora prima che le stesse facciano scorrere i titoli di coda, a maggior ragione per un comitato organizzatore allineato a un governo come il nostro in perenne ricerca di effetti speciali, non tanto per una questione di legittimazione, quanto per “deformazione” socio-politica portata automaticamente alla perenne mistificazione. Eppure, questa volta a dare manforte a questa visione spassionatamente ottimista, sarebbe bastato far parlare da sé i risultati che confermano come alle nostre latitudini questa rappresenti la migliore performance di sempre negli sport invernali. A maggior ragione se si pensa alla situazione quasi tragica di soltanto quattro edizioni fa, Vancouver 2010, ci si può rendere conto del miracolo realizzato dal punto di vista agonistico, con l’augurio che in un futuro non ancora ben identificato, tali risultati possano incidere anche sull’accessibilità e la diffusione di molti di questi sport che solitamente vengono tenuti in naftalina per tre anni e undici mesi, fino alle Olimpiadi successive.
February 26, 2026
Sport popolare
Le Olimpiadi insostenibili: pratiche di resistenza per un altro sport possibile
Il prossimo 6 febbraio si svolgerà, presso lo stadio San Siro di Milano, la cerimonia di apertura della XXV edizione dei giochi olimpici invernali che si terranno tra il capoluogo lombardo e la località veneta di Cortina d’Ampezzo. Anche in questa occasione, soprattutto nelle ultime settimane che precedono la cerimonia d’inaugurazione, non è mancata la sola voce univoca che ci presentava questo grande evento come un’occasione unica, non solo per il territorio ospitante ma per il paese intero, di sviluppo, creazione di posti di lavoro e guadagni per tutte e tutti. Purtroppo ancora una volta non è così e si cerca di far venire fuori anche i numerosi punti interrogativi che, da molti anni a questa parte, accompagnano ogni “grande evento” degno di questo nome.
January 27, 2026
Sport popolare
Il sangue di Aleppo bagna il ring
“Lunga vita al Kurdistan. Potere ai curdi. Libertà per il Rojava. Non accettiamo quello che sta accadendo nel Kurdistan occidentale. Lunga vita al Kurdistan”. Ha gridato così Agit Kabayel, dopo la vittoria del titolo mondiale ad interim dei pesi massimi del World Boxing Council (Wbc). In altri tempi sarebbe stato chiamato sfidante al titolo, contender, oggi si preferisce dargli una cintura “fittizia” in attesa della sfida iridata contro il vero campione dei massimi Oleksander Usyk. Stranezze della boxe contemporanea e del proliferare di cinture, ma poco importa. Non è questo l’argomento. C’è ben altro. Perché le dichiarazioni infuocate di fine incontro hanno surclassato e ridimensionato, in un certo senso, quanto accaduto durante il combattimento. Sul ring il polacco Damian Knyba, l’avversario, si è difeso come ha potuto cercando di arginare l’irruenza di Kabayel, l’incontro potrebbe essere riassunto così. Sul finire del terzo round l’intervento arbitrale ha decretato il ko tecnico, risparmiando al polacco una punizione troppo severa. Il dislivello fra i due era ormai evidente, con Knyba rigido, in piedi a fatica, pressato dai colpi potenti di Kabayel.
January 12, 2026
Sport popolare
La spiritualità del pallone: lo sguardo di Carlo Miccio
L’incipit a questa recensione è lo stesso autore a suggerirmela, imbeccato a usa volta da un’ormai celebre definizione delle opere letterarie dei Wu-Ming, ossia “Un Oggetto Narrativo Non Identificato”. E sì perché Il Sutra del pallone di cuoio di Carlo Miccio edito da Rogas è proprio questo, una categoria letteraria a sé stante con elementi di narrativa, finzione e saggistica tutti mescolati a riferimenti spirituali e calcistici. Autofiction? Anche. Ma non come dicono giustamente i Baustelle in Spogliami: “Tuttavia è meglio il nucleare dell’autofiction scritta male”. Quindi leggendo Carlo Miccio si può star certi che il desiderio dell’olocausto nucleare è lontano e anzi il libro brama di essere letto.
January 2, 2026
Sport popolare
Il romanzo del tabacciao
Ciro Romano l’autore del libro Jongobloed, il romanzo del tabaccaio edito da Garrincha Edizioni, l’ha detto in modo esplicito, è incredibile che nessuno prima di lui abbia pensato di scrivere qualcosa su una delle vite più romanzesche del calcio. Personalmente prima di lui ne avevo accennato la biografia nella serie di biografie di Estremi Difensori, ma io stesso sorpreso dell’esistenza della sua sola autobiografia in lingua olandese mi ero posto il quesito. Allorché si può dire che questo libro è il più accurato e organico nella descrizione del portierone olandese. E poco non è nonostante il format delle figurine di Garrincha posso limitare lo scrittore, ma oggettivamente il buon Ciro Romano riesce nell’impresa di contemplare la romanzesca vita insieme alle sue fortune di giocatore.
December 15, 2025
Sport popolare